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Bohemian Rhapsody: il film che racconta i Queen in 5 curiosità

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Bohemian Rhapsody, ovvero Freddie Mercury e i Queen sul grande schermo. L’atteso film, diretto da Bryan Singer e interpretato da Rami Malek nei panni del leader della band, arriva sui nostri schermi dal 29 novembre. Accanto a Malek, che fornisce una grande interpretazione, ci sono tre attori molto somiglianti nei panni dei membri della band: Gwilym Lee è Brian May, Ben Hardy è Roger Taylor, Joe Mazzello è John Deacon. Accanto a loro c’è Lucy Boynton, che avevamo visto in Sing Street, nei panni di Mary Austin, dapprima compagna di Mercury, poi grande amica, e molto di più: l’amore della vita, Love Of My Life, come cantano i Queen, proprio nella sequenza in cui Freddie le confessa di aver capito la sua identità.

Quel momento è una delle tante libertà che gli sceneggiatori si sono presi nello scrivere la storia di Freddie Mercury e dei Queen. Troppe secondo alcuni fan; dei cambiamenti che in fondo non intaccano la qualità e la godibilità del film, secondo molti altri. Quell’edizione del Rock In Rio che vediamo sullo schermo, in cui il pubblico canta in coro The Love Of My Life, risale in realtà al 1985, ma viene spostata verso la fine degli anni Settanta, in modo da fare da colonna sonora al dialogo tra Freddie e Mary. L’altro grande tradimento è quello di We Will Rock You, inno hard rock che risale al repertorio dei Queen degli anni Settanta, e viene invece inserito negli anni Ottanta, per continuare il racconto sulla ricerca dei Queen di nuove sonorità. Anche la storia dell’Aids di Mercury viene anticipata: il leader dei Queen scoprì di essere sieropositivo qualche anno dopo il 1985, l’anno del Live Aid in chi si chiude il film, che però aveva bisogno di un ostacolo, e di un momento di commozione, prima della catarsi finale. È sempre a questo che serve la “forzatura” di aver drammatizzato la carriera solista di Mercury (nel 1983 i Queen avevano preso una pausa, e anche altri membri avevano lavorato a progetti solisti). La band non tornò a lavorare insieme in occasione del Live Aid, aveva già fatto uscire The Works, il disco di Radio Ga Ga, ed era in tour. Ma serviva un altro elemento drammatico prima del gran finale su quel palco di Wembley. È vero, però, che a quel mitico concerto i Queen rischiarono di non partecipare, perché inizialmente avevano sottovalutato l’evento.

Sacha Baron Coen vs. Brian May & Roger Taylor

Bohemian Rhapsody è un film di cui si parla da anni. Nel ruolo di Freddie Mercury doveva esserci Sacha Baron Coen, con Stephen Frears alla regia. Ma la star di Borat decise di lasciare il progetto a causa di divergenze creative con Brian May e Roger Taylor, i due membri dei Queen al timone del progetto. Secondo loro il film doveva essere la storia di Freddie Mercury, ma anche quella di una band che prova ad andare avanti dopo la scomparsa del suo leader. Lo script del progetto era un ritratto storicamente accurato, anche oltraggioso, che non si tirava indietro su alcuni aspetti di Mercury, come la sua sessualità. Ma non piaceva ai due Queen. D’altro canto Coen pensava che nessuno avrebbe voluto vedere un film dove il protagonista moriva a metà della storia…

Bryan Singer vs. Twenty Century Fox

Non è stato tormentato solo il casting del film. Anche il processo di lavorazione ha avuto un problema, e non di poco conto: Bryan Singer, il regista del film, a un certo punto ha… abbandonato il set. Nel 2017, per tre giorni, Singer è sparito dal set, sostituito dall’operatore Newton Thomas Sigel. Pare che Bryan Singer abbia spiegato la sua assenza con un problema familiare. Ma la 20th Century Fox ha licenziato il regista un paio di giorni dopo, per il suo comportamento irregolare dentro e fuori dal set, e per gli scontri con altri membri della produzione. A dirigere il film, comunque in uno stadio avanzato, è stato chiamato allora Dexter Fletcher, che ha iniziato a girare le scene che ancora mancavano, all’inizio del 2018. Bryan Singer risulta accreditato comunque come il regista di Bohemian Rhapsody.

Queen vs. Guns’n’Roses

Bohemian Rhapsody, grande successo dei Queen del 1975, è tornato in auge nel 1992, grazie al film Fusi di testa (Wayne’s World, di Penelope Spheeris). La canzone è al centro di una delle scene cult: Mike Myers e Dana Carvey la cantano mentre girano in macchina, tra smorfie e headbanging. Fu proprio Myers a volerla fortemente, mentre la produzione aveva pensato a un brano dei Guns’n’Roses. In Bohemian Rhapsody, il film, Mike Myers fa un divertente cameo nei panni di un discografico che non vuole pubblicare la canzone come singolo. Dice che non sarà mai il tipo di canzone che i teenager grideranno ascoltandola ad altro volume nelle loro macchine. E invece è proprio quello che fa Mike Myers in quel film del 1992. Dopo essere apparsa in Fusi di testa, Bohemian Rhapsody fu ripubblicata in America e raggiunse il secondo posto della classifica di Billboard. E i Queen conquistarono un nuovo pubblico.

Live Aid vs. Live Aid

La strepitosa sequenza del Live Aid, che ci porta fin dentro quel concerto, è stata complicata anche perché è stata girata all’inizio delle riprese. Rami Malek ha iniziato studiando i movimenti di Freddie Mercury su Radio Ga Ga, in tre ore. Ma la sfida più grande è stata ricreare l’atmosfera e l’aspetto di quella giornata all’iconico stadio di Wembley. Prima di tutto, si trattava di trovare una location ampia e vuota dove ricreare il palco a grandezza naturale e il backstage per girare non solo le scene dell’esibizione, ma anche quelle dell’arrivo di Freddie a Wembley: è stato scelto il campo di volo di Bovingdon, nell’Hertfordshire, con le sue ampie piste. Si trattava poi di affrontare i capricci climatici dell’estate inglese. Per ricreare l’ambiente sono state cercate foto dello stadio nel 1985. È stato costruito un palco di cinque metri e mezzo, come quello originale, con le grandi torri ai lati, e i loghi che lo adornavano. Due degli addetti alla costruzione del palco erano tra quelli che lo avevano montato nel 1985. La ricostruzione ha anche stupito Brian May e Roger Taylor quando sono saliti sul palco del film. Era davvero perfetta.

Dire Straits vs. U2

Se guardate attentamente l’inizio e la fine del film (si apre e si chiude con l’esibizione dei Queen al Live Aid), nel momento in cui Freddie Mercury, di spalle, sale sul palco, vediamo scendere quattro ragazzi. Sono la band che ha appena suonato, gli U2. I quattro attori sono vestiti esattamente come Bono e compagnia in quel giorno. In realtà questa scelta è una sorta di “licenza poetica”: gli annali ci dicono che prima dei Queen suonarono i Dire Straits. È un omaggio agli U2, la cui performance al Live Aid, insieme a quella dei Queen, fu giudicata la migliore della giornata. Guardando un’inquadratura verso il pubblico di Wembley possiamo vedere uno striscione con la scritta “We Love U2”.

di Maurizio Ermisino per DailyMood.it

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Oscar 2019: pronostici, curiosità, esclusi e sorprese della notte più attesa dell’anno

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Le nomination sono state annunciate, il toto-statuetta è partito, l’Academy è in fase di votazione. Insomma, non ci resta che attendere il 25 febbraio per conoscere i nomi dei vincitori. Siamo nel classico periodo pre-Oscar in cui stampa, cinefili, appassionati e bookmakers fanno le loro previsioni e animano il dibattito sulla notte più attesa dell’anno.

L’annuncio delle candidature, come sempre, ha già indicato una griglia di partenza e tagliato fuori alcuni titoli che sembravano destinati a contendersi i premi maggiori. Con Beautiful Boy di Felix van Groeningen e First Man di Damien Chazelle fuori dai giochi – del primo mancano soprattutto le candidature ai protagonisti Steve Carell e Timothée Chalamet, il secondo invece si è “limitato” a quattro candidature tecniche – i film che hanno ottenuto il maggior numero di nomination, come da pronostici, sono Roma di Alfonso Cuaròn e La favorita di Yorgos Lanthimos. Sono ben dieci le categorie a cui le due pellicole parteciperanno, e dietro di loro si attestano l’acclamato esordio alla regia di Bradley Cooper A star is born e il politico Vice di Adam McKay con otto nomination, Black Panther con sette (primo cinecomic della storia ad ottenere la nomination come miglior film), Blackkklansman con sei, ed infine Bohemian Rhapsody e Green Book, con cinque. Sono solo i numeri però a porre in ultima fila il biopic sui Queen e la commedia di Peter Farrely. I due film, infatti, pur con un numero esiguo di nomination, arrivano entrambi alla “grande notte” forti della vittoria ai Golden Globes (rispettivamente come film drammatico e come commedia) e, in più, il primo con un successo stratosferico al box office mondiale (dato che l’Academy non sottovaluta), il secondo con una tematica ancora (purtroppo) quanto mai attuale, come quella delle discriminazioni razziali (altro dato che conta non poco per gli Oscar).

Sono questi gli otto titoli candidati come Best Picture. Una short list che, come ogni anno, apre a molte riflessioni ma anche a diverse polemiche. In primis, infatti, le discussioni mediatiche (soprattutto “social”) successive all’annuncio delle nomination hanno messo in luce l’assenza di film diretti da donne. Se nella scorsa edizione a soddisfare il trend #metoo ci aveva pensato la meritata presenza di Greta Gerwig tra i candidati come miglior regista per il bellissimo Lady Bird (nominato anche come miglior film), quest’anno le donne di Hollywood, orfane di un rappresentante nelle maggiori categorie, hanno già iniziato a far sentire la propria voce, accusando l’Academy di aver snobbato Marielle Heller e il suo Copia originale (Can You Ever Forgive Me?) che, pur avendo portando alla nomination i suoi attori (Melissa McCarthy e Richard E. Grant), non compaiono nelle liste dei migliori registi e dei migliori film dell’anno.

Ma, come sappiamo, gli Oscar sono da sempre influenzati dalle dinamiche politico-sociali del loro paese e rispecchiano costantemente le tendenze ideologiche di Hollywood, e così, probabilmente, sul #metoo quest’anno ha prevalso la linea anti-Trump. Osservando infatti la cinquina per la miglior regia e gli otto candidati a miglior film, è evidente come la battaglia del cinema americano contro le politiche del tycoon Presidente la faccia da padrone. A parte A Star Is Born, unico vero titolo prettamente hollywoodiano, e Bohemian Rhapsody, film biografico che piace tanto agli Oscar, nella categoria maggiore troviamo un film tipicamente di stampo “dem” (Vice, su Dick Cheney e gli anni di presidenza di George W. Bush), tre che in maniera diversa portano in campo la questione razziale (Green Book sul viaggio di un ricco nero e del suo autista bianco e sulla loro amicizia, Blackkklansman sul Ku Klux Klan e Black Panther, primo cinecomic su un supereroe di colore), uno diretto da un regista greco (La favorita), l’ultimo, Roma, addirittura di produzione messicana. Tra i registi, invece, due soli americani (Adam McKay e Spike Lee, per la prima volta candidato in questa categoria – assurdo) e ben tre stranieri (Cuaròn, Lanthimos e il polacco Pawel Pawlikowski per il film Cold War).

A conferma della forza della “linea anti-Trump” agli Oscar 2019, sono anche i pronostici dei bookmakers, che pongono come contenders principali Green Book e Roma, cambiando completamente le previsioni di qualche mese fa, che davano come assoluto mattatore della serata del 25 febbraio il film musicale con Bradley Cooper e Lady Gaga. L’eventuale vittoria del film di Cuaròn rappresenterebbe un segnale potentissimo da parte di Hollywood, che andrebbe a rafforzare ancora di più la posizione del mondo del cinema contro la politica dei muri del Presidente: Roma, infatti, sarebbe il primo film in lingua straniera della storia a portarsi a casa l’Oscar come miglior pellicola in assoluto. In più, nel caso vincesse sia come Best Picture che come Best Picture in a Foreign Language, sarebbe un segnale ancora più forte, dato che sarebbe proprio un film messicano a riuscire nell’impresa di una doppietta mai riuscita a nessuno. Un vero record, che andrebbe ad aggiungersi a quello già raggiunto da Cuaròn. Il cineasta messicano ha infatti ottenuto il risultato, già guadagnato in passato da Orson Welles, Warren Beatty, i fratelli Coen e il compositore Alan Menken, di ben quattro nomination personali in una sola edizione (in questo caso produttore, regista, sceneggiatore e direttore della fotografia). In più, Cuaròn ritirerebbe anche l’eventuale Oscar come miglior film straniero, quindi in caso di en plein del suo Roma, si porterebbe a casa ben cinque statuette (e non è stato candidato per il montaggio…).

Venendo alle altre curiosità di questa novantunesima edizione degli Academy Awards, rimaniamo in tema Roma. Innanzitutto, si tratta del primo titolo targato Netflix ad essere candidato come miglior film. Un dato importante che segna, dopo il Leone d’Oro vinto a Venezia, l’inizio di una nuova era per l’industria cinematografica. In secondo luogo, va sottolineata la presenza della sua protagonista nella cinquina delle migliori attrici. Yalitza Aparicio è infatti la prima attrice indigena messicana ad essere candidata in questa categoria. Sembra però che si dovrà accontentare della nomination, dato che in pole position troviamo Glenn Close, che dopo aver sfiorato la statuetta per ben sei volte nella sua carriera, dovrebbe riuscire ad aggiudicarsela al settimo tentativo, per la sua splendida interpretazione in The Wife (poche le speranze per Lady Gaga, qualcuna in più per Olivia Colman de La favorita).

Sesta nomination, anche lei senza aver ancora mai vinto un Oscar, invece, per Amy Adams, candidata come non protagonista per Vice. Per lei la lotta sarà molto dura, dato che dovrà vedersela con le due “sfidanti” (sul grande schermo, prima che agli Oscar) de La favorita, Rachel Weisz e Emma Stone, la bravissima Marina de Tavira di Roma e soprattutto Regina King, notevole in Se la strada potesse parlare e data in pole position.

Tra gli attori protagonisti è una sfida agguerritissima tra Rami Malek (Bohemian Rhapsody), dato per favorito alla sua prima nomination, Bradley Cooper, Christian Bale (Vice), Willem Dafoe (Van Gogh) e Viggo Mortensen (Green Book). Tra i non protagonisti, i bookmakers puntano tutto su Mahershala Ali (Green Book), che riceverebbe la sua seconda statuetta dopo quella vinta per Moonlight due anni fa, ma il Sam Elliott di A Star Is Born (74 anni, grande caratterista americano alla sua prima nomination) potrebbe fare il colpaccio.

Aspettiamoci qualche sorpresa, quindi, il prossimo 25 febbraio. Sarà una notte avvincente e ricca di emozioni. La gara è ancora aperta e lo show, anche senza un vero conduttore (Kevin Hart ha definitivamente abdicato), sarà come sempre sfavillante. Oscar is coming…

di Antonio Valerio Spera per DailyMood.it

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Creed II. Rocky, Ivan Drago e il mito dell’eterno ritorno

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Chiedi chi era Ivan Drago. Chi non c’era negli anni Ottanta, e chi ha iniziato a seguire la saga solo dal film che l’ha rilanciata, Creed – Nato per combattere, forse non lo conoscerà. Ma siamo sicuri che siano in pochi. Rocky IV, come tutta la saga del pugile più amato del mondo, Rocky Balboa, è stato visto da intere generazioni, anche le più giovani. Quella storia, nata in pieni anni Ottanta, alla fine della Guerra Fredda tra USA e URSS, ora torna a fare capolino in Creed II, nei cinema dal 24 gennaio. Creed II inizia a Kiev, in Ucraina, in uno scenario grigio e depresso. Qui Ivan Drago, che aveva combattuto contro Rocky Balboa negli anni Ottanta, sta allenando un altro pugile: si chiama Viktor Drago, ed è il figlio. Un promoter americano lo vede, e ha l’idea per l’incontro che tutti vogliono: Creed contro Drago. Creed è Adonis Creed, figlio di quell’Apollo Creed che, dopo memorabili combattimenti contro Rocky Balboa, era diventato un suo amico. E, con Rocky all’angolo a fargli da secondo, aveva perso la vita proprio contro Drago, in un incontro che doveva essere un’esibizione e che divenne un massacro. Ora la sfida tra Adonis Creed e Viktor Drago diventa la sfida della vita per entrambi. Per Viktor è la visibilità, la voglia di riscattare la sconfitta del padre contro Rocky. Per Adonis è una sfida contro se stesso, ma anche contro i suoi fantasmi: è vendicare la morte del padre che non ha mai conosciuto, ma anche confrontarsi con la sua ingombrante figura di campione della boxe.

Creed II è l’incontro/scontro tra questi due giovani pugili. Ma è anche il confronto tra Ivan Drago e Rocky Balboa. Drago è il primo a entrare in scena, sin dai primi attimi del film. È invecchiato, come il suo attore, Dolph Lundgren, ed è invecchiato bene: i capelli imbiancati, un filo di barba, il volto reso più interessante dalle rughe. E una storia da raccontare. Veniamo a sapere che quell’incontro di oltre trent’anni fa cambiò la vita a Drago: per l’establishment sovietico divenne un perdente, e venne scaricato da tutti. Anche dalla moglie. In Creed II, Ivan Drago diventa finalmente un personaggio, mentre in Rocky IV era poco più che il simbolo di qualcosa che temevamo, e che era sconosciuto, proprio come l’Unione Sovietica di quei tempi. Rocky entra in scena poco dopo, negli spogliatoi del match che sta per consacrare, per la prima volta, Adonis Creed come campione del mondo. Il suo ingresso è molto particolare: Adonis parla prima di salire sul ring, sentiamo arrivare la voce di Sylvester Stallone (una voce calda, profonda, ascoltandola nella versione originale) e poi, con un lento movimento di macchina verso sinistra, vediamo finalmente apparire il volto e il corpo di Sly. Sembra come un messaggio: c’è la voce prima del corpo, i consigli prima dell’azione. È un altro segnale del passaggio di testimone nella storica saga: Creed ora è il protagonista, il combattente, è l’azione; Balboa, che lui chiama zio, è il mentore, l’allenatore, è la saggezza. La sfida se la giocano anche i due vecchi: il secondo incontro, quello decisivo, tra Viktor Drago e Adonis Creed, è anche una partita a scacchi, fuori dal ring, tra i due vecchi boxeur, ora all’angolo come secondi, che si conoscono, cercano di anticipare le rispettive mosse, si studiano per capire come colpirsi tramite i due atleti.

Creed II è il mito dell’eterno ritorno. Diciamolo: ci piace che ci vengano raccontate sempre le stesse storie, quando ci rassicurano e ci danno forza. E quello di Rocky è un racconto archetipico. Quasi ogni seguito del primo film ha ricoperto lo stesso schema, di rincorsa, caduta, rinascita e catarsi. E così anche Creed II non fa eccezione. Il protagonista è alle prese con la conquista del titolo mondiale, e con i dubbi se l’abbia davvero meritato, e poi con gli stimoli da ritrovare dopo essere arrivato in cima, proprio come Rocky a cavallo tra Rocky II e Rocky III; come nel secondo Rocky anche lui è alle prese con l’arrivo del primo figlio, e con i problemi della compagna, Bianca. C’è il momento, tipico dei Rocky (il terzo e il quarto in particolare), in cui si tratta di lasciare tutte le certezze e le comfort zone, cambiare aria, e andare in un posto nuovo per allenarsi e ritrovare gli stimoli.

Rocky è sempre lo stesso film. E in fondo è sempre nuovo. Creed II o, se preferite, Rocky VIII, riesce a giocare bene con i canoni dei film classici (la scalinata, il tema musicale, l’allenamento) ma senza abusarne e, soprattutto, senza sembrare mai una copia dell’originale. Ma riuscendo a riprodurne l’epica, il crescendo, l’emotività. Accanto ai grandi vecchi, Michael B. Jordan e Tessa Thompson, Adonis e Bianca, sono due corpi potenti e sensuali, e Florian Munteanu, nei panni del giovane Drago, è funzionale alla storia. Che, anche stavolta, ci insegna a soffrire e a capire per chi e per cosa lottiamo. E, soprattutto, a rialzarci ogni volta che cadiamo.

di Maurizio Ermisino per DailyMood.it

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Non ci resta che il crimine, action comedy all’italiana

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Una commistione di generi, un omaggio a tanto cinema del passato, uno sguardo divertito sull’Italia di oggi e di ieri. La nuova fatica di Massimiliano Bruno (regista, sceneggiatore e attore) si inserisce perfettamente nella scia del cinema italiano post Lo chiamavano Jeeg Robot, dove la contaminazione regna sovrana. E non è un caso che alla sceneggiatura (e al soggetto) del film troviamo anche Nicola Guaglianone e Menotti, creatori del superhero romano portato sullo schermo da Gabriele Mainetti nel 2015.

Non ci resta che il crimine richiama già dal titolo (e poi anche nello spunto narrativo) Non ci resta che piangere di Roberto Benigni e Massimo Troisi (1984), cita Ritorno al futuro, si compone su una messa in scena che si rifà al classico poliziesco all’italiana degli anni Settanta, muove il plot su uno degli argomenti cardine del nostro cinema del ventunesimo secolo, e cioè la Banda della Magliana di Romanzo Criminale.

Il film di Bruno è una action comedy dai risvolti fantastici, che vede un terzetto di amici squattrinati (Marco Giallini, Alessandro Gassmann e Gianmarco Tognazzi) improvvisarsi tour operator per visite guidate nei luoghi della Roma criminale del passato per poi ritrovarsi casualmente catapultati nella capitale dell’estate del 1982, quella che sognava e tifava per la nazionale di calcio, imminente vincitrice dei mondiali di calcio di Spagna, e che viveva l’ascesa del racket della Banda della Magliana. In un susseguirsi convulso di eventi e situazioni, i tre amici incappano nel boss Renatino De Pedis (Edoardo Leo) e nella sua donna (Ilenia Pastorelli), incrociano loro stessi da bambini, scommettono e fanno soldi grazie ai risultati delle partite di calcio (Biff Tannen style), riscoprono i luoghi della Roma di un tempo, si innamorano, fanno i conti con il loro passato e rileggono la propria esistenza.

Sono tanti, dunque, gli spunti messi in campo da Bruno e dagli altri autori, forse anche troppi. E nonostante ciò non giovi alla narrazione del film, arrivando ad aggrovigliarla eccessivamente e costringendola a svolte a tratti facili e banali, Non ci resta che il crimine si presenta comunque come un godibilissimo prodotto d’intrattenimento, pieno di sorprese, di trovate, di simpatica nostalgia e sorretto da un cast corale che si integra benissimo. Giallini, Tognazzi e Gassmann sposano perfettamente il tono della pellicola, dando una forte verve comica nella caratterizzazione dei loro personaggi ma evitando di scadere nel macchiettistico; Ilenia Pastorelli è efficace nel tratteggiare la donna del boss, tanto sensuale quanto furba; Edoardo Leo, infine, convince nel ruolo, per lui inusuale, di cattivo, riuscendo tra l’altro nel difficile compito di non tradire mai la negatività del suo personaggio anche nelle situazioni più assurde e divertenti.

Con questo film Bruno non si attesta sul livello dei suoi migliori lavori (Nessuno mi può giudicare, Viva l’Italia, Gli ultimi saranno ultimi), ma confeziona un divertissement spassoso e “popolarmente cinefilo” che potrà sicuramente dire la sua al botteghino. E che – chissà – magari aprirà la strada anche ad un sequel o addirittura ad una trilogia. Come Ritorno al futuro.

di Antonio Valerio Spera per DailyMood.it

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