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Widows – Eredità criminale. Un grande cast diretto dal regista di 12 anni schiavo

Marta Nozza Bielli

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Widows

Sono diversi i motivi che spingono lo spettatore a guardare uno specifico film. Un trailer emozionante, una trama intrigante o la presenza di attori stimati. Nel caso di Widows – Eredità criminale, ciò che ha convito la sottoscritta ad attenderne l’uscita al cinema è stato il regista.

widowsSteve McQueen, londinese classe 1969 salito alla ribalta qualche anno fa grazie al film Premio Oscar da lui diretto e sceneggiato 12 anni schiavo, nella sua breve carriera ha regalato al pubblico alcune tra le pellicole più interessanti dell’ultimo decennio. Con i suoi Hunger e Shame è entrato a pieno titolo nella schiera degli autori più apprezzati degli ultimi anni, grazie alla sua capacità di entrare con la macchina da presa nel cuore delle situazioni con prepotenza, senza fronzoli ne edulcorazioni, regalando immagini potenti in grado di esprimere significato solo grazie alla loro potenza visiva. Con Widows il regista ha affrontato un genere – quello dell’heist movie misto ad action – non solo più volte trattato da altri ma anche lontano dalle acque autoriali in cui McQueen era solito navigare. Il risultato finale è un crime dalle diverse sfumature.

In Widows le vedove in questione sono quattro: Veronica (Viola Davis), Linda (Michelle Rodriguez), Alice (Elizabeth Debicki) e Amanda (Carrie Coon) appartengono a mondi completamente diversi ma si ritrovano a condividere una disgrazia quando i loro mariti perdono la vita durante una rapina finita male. Le quattro, pur consapevoli delle attività criminali dei loro compagni, cercano di sopravvivere alla bell’e meglio a questa perdita ma purtroppo non riusciranno a lasciarsi alle spalle l’eredità lasciata dai loro consorti avvezzi alla delinquenza.
Sullo sfondo di una Chicago in cui i candidati Jake Mulligan (Colin Farrel) e Jamal Manning (Bryan Tyree Henry) si contendono la presidenza del distretto 18, sarà proprio Manning – anch’esso criminale con l’intento di utilizzare la politica per mascherare le sue attività – insieme al fratello Jatemme (Daniel Kaluuya) a far visita a Veronica pretendendo la restituzione di un ingente debito lasciato dal marito (Liam Neeson). Dapprima sconvolta, la vedova troverà il diario con gli appunti di un’ultima rapina ancora incompiuta lasciatogli dal coniuge e, decisa a reagire, chiamerà al suo fianco le altre vedove convincendole che la somma ricavata dal colpo le aiuterà a ricostruirsi una vita lontana dalla criminalità.

Sono principalmente due gli elementi che da subito saltano all’occhio in Widows. Il primo, reso palese già dalla locandina, è la presenza di un cast all star: tutti gli attori – a cui si aggiunge anche Robert Duvall per una piccola seppur non indifferente parte – sono in splendida forma e nessuno di loro pecca nel non regalare al pubblico una performance sottotono o non all’altezza delle altre.
widowsIl secondo elemento si palesa invece nell’incipit del film: grazie ad un montaggio alternato, il frenetico inseguimento che porterà poi alla tragica conclusione della rapina viene a tratti interrotto da scene tanto quotidiane quanto intime dapprima dei personaggi interpretati da Viola Davis e Liam Gleeson, intenti a scambiarsi effusioni a dimostrazione del grande amore che li unisce, e poi delle altre coppie, dove il personaggio di Michelle Rodriguez litiga col marito a causa del suo vizio delle scommesse, quello della Debicki mostra una relazione col compagno basata sulla violenza fisica e la donna interpretata da Carrie Coon è alle prese con un figlio appena nato e un marito freddo e distante. Già nei primi minuti quindi McQueen chiarisce allo spettatore che quella che sta per guardare sarà una pellicola sui generis, difficile da incasellare all’interno di un genere cinematografico definito.

Ci sono infatti caratteri tipici dell’heist movie – degli sconosciuti si riuniscono per compiere una grossa rapina – ma manca la vena comica e goliardica tipica della categoria (à la Reservoir Dogs di Quentin Tarantino, per fare un esempio); ci sono scene tese e d’azione – l’esplosione con cui si conclude l’incipit è tecnicamente perfetta – ma il film non può essere definito come action movie propriamente detto, in quanto gli intramezzi riflessivi e più lenti donano una profondità atipica al genere che lo fa avvicinare ad un crime in cui la necessità di scavare nell’animo dei personaggi e di raccontare un certo lato della società prevarica rispetto all’espediente che ha dato il via alla vicenda.

widowsEd è proprio in riferimento a questo approccio intimista che il film trova al contempo il suo punto di forza ma anche la sua debolezza. Pur non scadendo mai nella morale più evidente di cui sono infarciti diversi drammoni made in Usa degli ultimi anni (Widows si pregia di portare sullo schermo la storia di donne non invincibili, non straordinarie e non necessariamente volte a creare un’immedesimazione dello spettatore ma in grado di reggere sulle proprie spalle l’intera narrazione) la pellicola cade nell’errore – che tuttavia non guasta il risultato finale – di estremizzare alcune situazioni, come il fatto di presentare tutte le figure maschili negative e corrotte quasi a voler far risaltare le donne  nonostante non ce ne fosse bisogno, o nel condire con uno sfondo di razzismo l’omicidio di un personaggio del passato lontano dalla vicenda centrale.

Widows – eredità criminale rimane comunque un film godibilissimo, compatto nel ritmo dall’inizio alla fine e senza risparmiare il pubblico da un colpo di scena inaspettato e coerente con gli intenti dello script, scritto a quattro mani dal regista e dalla Gillian Flynn di Gone Girl -L’amore bugiardo e Sharp Objects.
E, sebbene si sia questa volta trattenuto da denunce politiche e sociali, con il suo film McQueen ha impartito una grande lezione ad Hollywood che non deve passare inosservata restando un caso isolato: un cast di donne può portare sullo schermo storie a loro dedicate, senza bisogno di tirare in ballo reboot al femminile frettolosi e dal risultato discutibile, solo per cavalcare l’onda della parità di genere. La giusta causa può essere raggiunta senza perdere qualità del prodotto e, soprattutto, nel nome dell’originalità. Widows ne è un esempio lampante. È ancora nelle sale, non perdetevelo.

di Marta Nozza Bielli per DailyMood.it

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Maleficent – Signora del Male. Angelina Jolie sfida Michelle Pfeiffer

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L’entrata in scena di Angelina Jolie in Maleficent – Signora del Male è dosata ad arte, come per ogni star che si rispetti. Nel film che continua la storia di Maleficent (2014), basato sui personaggi de La bella addormentata nel bosco, in uscita il 17 ottobre, la prima scena tocca ad Aurora (Elle Fanning), poi entra in scena la regina Ingrith (Michelle Pfeiffer). La Malefica di Angelina Jolie, evocata da subito, entra in scena ripresa di schiena, con le lunghe ali a ricoprire il corpo e, solo dopo qualche attimo di dialogo, si gira. La Malefica di Angelina Jolie è sempre più iconica: gli alteri tratti del viso, il trucco, la computer grafica la rendono bellissima, unica e perfetta per quel ruolo. Gli occhi verdi, le labbra rosso scarlatto, quegli zigomi sporgenti e quei denti aguzzi che dovrebbero essere quelli di una creatura mostruosa, di una strega, nel contesto del personaggio, finiscono per donarle moltissimo. Angelina Jolie e la sua Malefica si stampano immediatamente nel nostro sguardo, e permeano il film.

Ma dove eravamo rimasti? Il primo Maleficent non era un semplice remake live action di un fortunato film d’animazione come ne sta facendo sempre più spesso la Disney oggi (ad esempio Il Re Leone), ma un film che provava a rileggere una storia classica, quella de La bella addormentata nel bosco, da un punto di vista diverso, quello del villain, la strega Malefica. In modo intelligente scoprivamo che le cose non erano andate come credevamo, che Malefica alla sua Aurora voleva bene, e che aveva lottato per rompere l’incantesimo del fuso. Così avevamo lasciato Aurora e Malefica unite, e piene d’amore l’una per l’altra. Maleficent – Signora del Male inizia con Aurora felice nel suo regno della Brughiera, con il Principe Filippo che le chiede di sposarla. Lei accetta. Ma a quel punto le loro famiglie dovranno conoscersi. Ed è così che Malefica incontra i genitori di Filippo, in particolare la madre, la Regina Ingrith di Michelle Pfeiffer. È una che non vede di buon occhio l’unione tra Filippo e Aurora, perché unirebbe i due regni, il suo e quello della Brughiera. Che lei, invece, intende eliminare con la guerra. Così, durante la cena in cui incontra Malefica, dice le parole giuste per farla infuriare. Scoppiato il caos, Malefica fugge. E così la guerra contro la Brughiera può iniziare.

Come andare oltre un film che, a suo modo, aveva già detto tutto su Malefica e Aurora? Provare a raccontare il dopo “e vissero tutti felici e contenti”. Dopo che Aurora e Filippo si sono dichiarati cominciano nascere i dissidi tra i due regni. Secondo una dinamica che tutti conosciamo chi ha paura dello sconosciuto, del diverso, diventa aggressivo. Ed è questo il senso del personaggio della regina Ingrith, un simbolo di quei partiti che, in ogni stato, preferiscono la guerra al dialogo. Ma andare oltre e provare a raccontare una storia nuova significa anche andare in nuovi territori visivi e narrativi. Così la sceneggiatura immagina che non ci sia solo Malefica, ma un intero popolo come lei, un popolo di creature alate che sono state emarginate dal nostro mondo. E qui il film prende chiaramente un’altra direzione, smette di essere quella favola, seppur rivista e reinventata, che era Maleficent, e svolta verso il fantasy, l’action, riprendendo molti spunti da Avatar, e facendo muovere Malefica quasi come un’eroina da cinecomic. Il tutto è spettacolare, anche troppo – con scene d’azione così lunghe da stancare – ma finisce per essere troppo lontano dal primo Maleficant, e ancor di più da La bella addormentata nel bosco, che era l’universo di partenza. Non siamo quasi più in una favola, insomma. Ma siamo in qualcos’altro.

Maleficent – Signora del Male ha comunque il pregio di essere una storia di donne. Al centro ci sono tre donne forti che hanno consapevolezza di sé e sono artefici del proprio destino. Accanto all’icona Angelina Jolie, che sembra nata per fare questo ruolo, e alla dolcezza di Elle Fanning, la sorpresa del film è Michelle Pfeiffer, che sta vivendo una meravigliosa terza età senza aver paura di invecchiare, che è un cattivo pieno di sfaccettature, elegante, affascinante e perfido. Per Malefica serviva un avversario all’altezza, ed è stato trovato.

di Maurizio Ermisino per DailyMood.it

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Angelina Jolie e Michelle Pfeiffer hanno presentato a Roma Maleficent

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Angelina Jolie e Michelle Pfeiffer hanno presentato in anteprima europea con Alice nella Città il nuovo film Disney Maleficent – Signora del male

Ieri sera, con uno speciale evento di preapertura, Alice nella Città ha accolto l’attrice premiata con l’Oscar® e tre Golden Globe® Angelina Jolie e l’attrice premiata con il Golden Globe® Michelle Pfeiffer per presentare a Roma l’anteprima europea del nuovo film Disney Maleficent – Signora del Male, nelle sale italiane dal 17 ottobre.

Maleficent – Signora del Male | Anteprima Europea

Per l’occasione, le due attrici hanno sfilato lungo via della Conciliazione su un carpet di 90 metri in black&white, tra Castel Sant’Angelo e la Cupola di San Pietro. Ad accoglierle numerosissimi fan per foto e autografi sulle note della canzone “You Can’t Stop The Girl” (Warner Records) di Bebe Rexha, la giovane cantante e compositrice americana con già all’attivo varie nomination ai Grammy.

Tra il pubblico anche numerosi volti dello spettacolo e del web tra cui Eleonora Abbagnato, Caterina Balivo, Aldo Montano, Rossella Brescia, Paola Minaccioni, Frank Matano, Nina Palmieri, Casa Surace, Madalina Ghenea, Roberta Giarrusso, Giorgio Pasotti, Adriana Volpe, Michela Cescon, Silvia D’Amico, Andrea Bosca, Giulia Valentina, Nicole Mazzocato, Greta Menardo, e molti altri ancora.

L’evento è stato anticipato da una masterclass dove Angelina Jolie e Michelle Pfeiffer hanno incontrato oltre 100 bambini e ragazzi, studenti di cinema tra i 10 e i 25 anni, selezionati da Alice nella Città. L’incontro, moderato da Piera Detassis, Presidente e Direttore Artistico dell’Accademia del Cinema Italiano – Premi David di Donatello, si è concentrato sulla carriera delle due attrici, la loro formazione, la loro esperienza sul set di Maleficent – Signora del Male e di altri successi che hanno costellato la loro carriera.

È importante non stancarsi mai di cercare ciò che ci differenzia dagli altri e ci rende unici – ha affermato Angelina Jolie ai ragazzi che hanno partecipato alla masterclass. “Il mondo è caratterizzato dalla diversità e diventiamo più forti quando ce ne rendiamo conto. “Il mondo dovrebbe essere un posto più tollerante verso la diversità – ha aggiunto Michelle Pfeiffer, – questo è il sortilegio che vorrei lanciare sul mondo“.

È stato un grande onore ospitare in Italia, nella città eterna, due attrici del calibro di Angelina Jolie e Michelle Pfeiffer per la premiere europea di Maleficent – Signora del Male – ha commentato Daniel Frigo, Country Manager & Head of Studio Distribution, The Walt Disney Company Italy, Turkey, Israel & Greece. – “Ringrazio Alice nella Città, TIM e tutti i partner coinvolti che, con il loro impegno e sostegno, hanno reso possibile questo grandioso evento. Un ringraziamento speciale anche al team di The Walt Disney Company Italia”.

Diretto da Joachim Rønning, Maleficent – Signora del Male vede protagonisti Angelina Jolie, Elle Fanning, Chiwetel Ejiofor, Sam Riley, Harris Dickinson, Ed Skrein, Imelda Staunton, Juno Temple, Lesley Manville e Michelle Pfeiffer nel ruolo della Regina Ingrid. Scritto da Linda Woolverton e Noah Harpster & Micah Fitzerman-Blue e basato su una storia di Linda Woolverton, il film è prodotto da Joe Roth, Angelina Jolie e Duncan Henderson, mentre Matt Smith, Jeff Kirschenbaum e Mike Vieira sono i produttori esecutivi.

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Rambo: last blood. Il crepuscolo di Sylvester Stallone è infinito

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Il crepuscolo di Sylvester Stallone è lungo e dorato. Mentre il suo personaggio più amato, Rocky Balboa, è ormai arrivato all’ottavo film (6 della celebre saga più i 2 di quella di Creed), è ora il momento di riportare sul grande schermo John Rambo, l’altro grande personaggio che ha caratterizzato gli anni Ottanta e il successo di massa di Sly. Rambo: Last Blood è il quinto episodio della saga e, fin dal titolo, vuole al tempo stesso richiamare il titolo originale del primo film (First Blood) che mettere la parola fine, in modo glorioso, alla storia del tormentato reduce dal Vietnam, un uomo che, ovunque sia, non riesce a trovare pace. Sembra averla trovata nel ranch di famiglia, ai confini con il Messico, dove si era rifugiato alla fine del film precedente, John Rambo. Lì ha trovato in Gabrielle, una bambina di cui si è occupato dopo la morte della madre, una sorta di figlia, e quello di più vicino a una famiglia che abbia mai avuto. Ma quando la ragazza decide di andare in Messico a incontrare il padre, le cose prendono una piega sbagliata: viene catturata da un cartello di criminali che si occupa di prostituzione e rinchiusa in un bordello. Sapete di cosa è capace John Rambo: provate a toccargli una figlia e capirete.

Il punto è proprio questo. Rambo non è Rocky. Non è il pugile dal cuore d’oro, l’uomo bonario che picchia sul ring ma fuori non farebbe del male a una mosca. No, John Rambo ne ha viste troppe, è vissuto in un mondo di odio, di violenza, di guerre, e tutto questo gli è rimasto dentro. Rambo è una bomba a orologeria pronta ad esplodere da un momento all’altro, un vulcano dormiente, ma solo fino a che qualche evento scatenante non arriva a far uscire il magma incandescente che si porta dentro.

E l’evento scatenante è di quelli che non possono lasciare indifferenti, e sta qui la forza del film. A Sylvester Stallone va dato atto di essere riuscito a trovare, per il suo personaggio, una storia tanto semplice quanto forte. Ha scelto di ambientarla al confine tra Stati Uniti e Messico, una delle zone più calde della geopolitica attuale, e di aver scritto una storia che parla di abusi sulle donne, un vero e proprio nervo scoperto della società di oggi. L’aver preso una ragazza dolcissima, averci fatto capire che è come una figlia, e averla fatta cadere nelle mani sbagliate, è qualcosa che suscita abbastanza indignazione da far desiderare a chi guarda, come nel protagonista, una tremenda vendetta. Cioè a far scattare l’empatia tra il pubblico e John Rambo, a portarci tutti, qualora ce ne fosse bisogno, a parteggiare per lui.

E questa è una cosa da non dare per scontata. Forse solo il primo Rambo (questo il titolo con cui lo conosciamo, First Blood, come detto, è il titolo originale) era riuscito a farci entrare così in empatia con il nostro eroe. La saga di Rambo, va detto, non è come quella di Rocky, che quasi in ogni film è riuscita a conquistarci. Dopo Rambo, i film seguenti (Rambo 2 – La vendetta, Rambo III e John Rambo) sono stati un’altra cosa rispetto all’idea originale, due grandi spettacoli hollywoodiani, due kolossal d’azione, e un film forse più sincero ma inutile. Il pregio di questo Rambo: Last Blood è quello di aver voluto fare un passo indietro, di voler essere un piccolo film, una sorta di b movie indipendente, un film crepuscolare, cupissimo, grezzo e violento. Per gran parte della sua durata, Rambo: Last Blood è quasi un flm drammatico, fino al gran finale che mette in risalto la quintessenza di Rambo, diverte, ma forse con il suo grand guignol da slasher stride un po’ con la prima parte del film. Ma questo ultimo Rambo di Stallone ci pare un film sincero, non solo un’operazione fatta per soldi.

E permette a Stallone di toccare corde che finora forse non aveva toccato. Il suo look non è più quello dei lunghi capelli raccolti nella famosa fascia sulla fronte, i muscoli in bella vista e il caricatore a tracolla che ne hanno fatto un’icona. I capelli grigi, impomatati e pettinati all’indietro sono quelli che abbiamo visto nell’ultimo Creed. Il look è quello di un cowboy, con il classico cappellaccio da mandriano sulla testa. Il Rambo che conosciamo non dobbiamo ricercarlo più nell’aspetto fisico ma nell’indole, in un volto scavato dalla vita che ne ha passate tante, in certi sguardi feroci, infuocati, nella sua voce bassa, roca, sussurrata. C’è in un lui una stanchezza per una vita di violenza, un senso di dolore da non dare per scontato in un film del genere. Sì, Sylvester Stallone ci ha convinto ancora.

di Maurizio Ermisino per DailyMood.it

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