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Rocketman: la vita di Elton John, musical e tragedia

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Elton John appare in un corridoio in abito di scena: un’attillata tuta arancione, lustrini, paillettes, ali e un copricapo con un paio di corna a cingere la testa. Ci aspettiamo che apra una porta e salga su un palcoscenico. Invece l’uscio che apre dà su una stanza spoglia, con una serie di persone sedute in cerchio: è un incontro degli alcolisti anonimi. Inizia così Rocketman, il film di Dexter Fletcher dedicato a Elton John, in uscita il 29 maggio, dopo essere passato fuori concorso al Festival di Cannes. “Il mio nome è Elton Hercules John, e sono un alcolista. E un cocainomane. E un sessuomane”. E la lista va avanti, mettendo subito in chiaro una cosa: Rocketman non sarà un’agiografia, un “santino”. Vedremo un Elton John che mette a nudo tutte le sue debolezze. Dal momento in cui gli chiedono quale sia stata la sua infanzia, e veniamo catapultati nell’Inghilterra degli anni Cinquanta in una sequenza coreografata sulle note di The Bitch Is Back, capiamo subito che cos’è Rocketman: una lunga seduta di autoanalisi in forma di musical.

Taron Egerton as Elton John in Rocketman from Paramount Pictures.

Rocketman, che è diretto da Dexter Fletcher, cioè il regista che, una volta licenziato Bryan Singer, ha concluso le riprese di Bohemian Rhapsody (oltre ad averlo prodotto), ha scelto una via, almeno in apparenza, opposta a quella del film sui Queen. Non fa una ricostruzione accurata degli eventi, con alcuni momenti riprodotti in maniera maniacale ma anche alcune libertà narrative, com’era Bohemian Rhapsody, ma un’opera rock immaginaria e immaginifica e che provi a ricreare e omaggiare l’arte di Elton John, oltre a raccontarne la vita. Le grandi canzoni della popstar inglese non servono necessariamente a scandire il tempo e la sua carriera, ma fanno da contrappunto alla sua vita, ai suoi amori, ai suoi drammi, legandosi al racconto secondo una sorta di affinità elettiva. E spesso servono da ellissi narrative, nel senso che permettono di passare da un momento all’altro della sua vita con ritmo e fantasia. Così Saturday Night’s Allright For Fighting, con il suo racconto di serate di scazzottate nei pub, serve a raccontarci gli ambienti delle prime esibizioni dell’artista e il suo passaggio da bambino ad adolescente. Tiny Dancer, canzone che Bernie Taupin – il paroliere di Elton – scrisse per la sua prima moglie (e che è già nella storia del cinema grazie a una sequenza cult in Quasi famosi di Cameron Crowe), fa da cornice ad una festa a Los Angeles in cui entrambi si innamorano. Per la popstar inglese sarà il manager John Reid, con cui instaurerà per anni una storia d’amore crudele e tormentata. E Rocketman è al centro di quella che forse è la sequenza più memorabile e immaginifica del film: quella di un tentato suicidio, che inizia sul fondo di una piscina per poi arrivare a una storica esibizione di Elton John allo stadio dei Dodgers, in tenuta da giocatore da baseball. Crocodile Rock,

invece, fissa il momento in cui Elton era solito lanciare le sue gambe in aria, all’indietro, mentre suonava il piano: la sequenza, nel film, diventa un momento in cui la musica fa letteralmente volare lui è l’audience, sospendendoli nell’aria.

Così lontano da Bohemian Rhapsody, Rocketman è incredibilmente anche così vicino al film sui Queen. Perché, pur percorrendo altre strade, fissa la storia di Elton John, che certamente si presta a questo, nel medesimo canovaccio in cui aveva fissato quella di Freddie Mercury: gli inizi, l’esplosione, una sessualità prima non compresa appieno e poi nascosta, l’uscita dalla famiglia e il ritorno, le dipendenze, il manager traditore, la rottura del sodalizio artistico (lì si paventava uno scioglimento della band, qui è il saluto, temporaneo, al coautore Bernie Taupin), la caduta e la risalita. Il momento “Live Aid” di Rocketman è una famosa canzone degli anni Ottanta, quella I’m Still Standing (io sono ancora in piedi) che segna la sua rinascita, e qui viene riproposta “filologicamente”, ne

Taron Egerton as Elton John in Rocketman from Paramount Pictures.

l senso che vediamo il vero videoclip degli anni Ottanta, con un identico Taron Egerton al posto dell’Elton originale.

Taron Egerton è una delle grandi sorprese del film. Perché ha avuto carta bianca da Elton John (conosciuto, prima che per questo film, sul set di Kingsman: Il cerchio d’oro) per fare la propria versione del personaggio. Così Egerton interpreta, e non copiare pedissequamente, l’artista inglese. Egerton, che canta veramente le canzoni di Elton John (a differenza di Rami Malek che non cantava quelle di Freddie Mercury, missione che sarebbe stata impossibile), somiglia a Elton senza somigliargli completamente, evoca e non riproduce, ma ha una presenza scenica così forte da essere assolutamente credibile, e non farci dubitare mai, nemmeno per un attimo, di stare assistendo alla vita di Elton John. E alla sua arte. Se la cosa più difficile, per un film di questo tipo, è viaggiare nel momento creativo di un artista, Rocketman ci riesce a tratti. Ed è curioso vedere come lavorasse la coppia creativa Elton John Bernie Taupin (lo interpreta Jamie Bell, che tutti ricordiamo come Billy Elliot: se Lennon e McCartney, almeno all’inizio scrivevano (e firmavano) insieme le canzoni (in seguito le avrebbero completate spesso da soli), Taupin e John scrivevano separatamente: il primo le parole, che poi dava al secondo, spesso per posta, che le metteva in musica.

Così Rocketman si muove nel solco di alcuni grandi film dedicati a star del rock, come Velvet Goldmine e Io non sono qui, non a caso due film di Todd Haynes, dedicati a David Bowie (senza nominarlo mai) e Bob Dylan. Due film che, com’è nelle intenzioni di Fletcher, evocano, immaginano, costruiscono un mondo attorno alle opere e alla vita di due grandi artisti. Perché, con il loro look, le loro canzoni, i loro show, questi artisti hanno fatto proprio questo: hanno costruito un mondo, un immaginario, una cultura dove migliaia di persone si sono potute riconoscere e immergere. A Rocketman, pur nella sua magniloquenza, e anche sincerità (sulla sessualità e le dipendenze è molto più diretto di Bohemian Rhapsody), manca forse quell’ultima, ulteriore scintilla di follia, malattia, irregolarità che ha fatto dei film di cui sopra (ci mettiamo anche The Doors e Control su Ian Curtis e i Joy Division) non solo dei film memorabili, ma anche perfettamente in sintonia con gli artisti che raccontavano. Rocketman è vicino a loro, ma anche a Across The Universe, film in forma di musical che metteva in scena con grande talento visionario il mondo dei Beatles.

Cosa resterà allora di Elton John? Una storia che in fondo è quella del clown, dell’attore buffo sgargiante e sorridente ma con le lacrime dentro. Una vita che è stata un musical fuori, ma una tragedia, o un mélo, dentro. Abbiamo capito che quell’affastellare cappelli e costumi, lustrini e piume di struzzo, zeppe e occhiali delle forme più incredibili altro non era che un accumulo di cose per riempire un vuoto interiore, quel non sentirsi mai amato. Fabrizio De Andrè scriveva “è bello che dove finiscono le mie dita debba in qualche modo incominciare una chitarra”, ed è un’immagine bellissima. Elton John potrebbe dire che dove finiscono le sue dita inizia il piano. Perché è sempre stato così facile, immediato per lui poggiare le mani su quei tasti, con i quali erano un tutt’uno, e far fluire melodie. Così com’era facile leggere le parole e trasformarle, con estrema naturalezza, in musica.

di Maurizio Ermisino per DailyMood.it

 

 

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Spider-Man: Brand New Day: l’Uomo Ragno entra nell’età adulta. E crescere non è facile

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Da grandi poteri derivano grandi responsabilità. Da poteri sempre più grandi derivano responsabilità sempre più grandi. E così Spider-Man, che da 4 anni di fatto ha vissuto da solo, isolato, dedicandosi ai piccoli criminali della città, nel momento in cui si accorge che sta cambiando, dovrà capire che non potrà fare tutto da solo. E dedicarsi, come direbbe qualcuno, alle patate più grandi. Ed è solo l’inizio. È questo il senso di Spider-Man: Brand New Day, il nuovo capitolo della saga con Tom Holland protagonista nel ruolo di Peter Parker / Spider-Man, diretto da Destin Daniel Cretton (Shang-Chi e la leggenda dei Dieci Anelli), nelle sale italiane da mercoledì 29 luglio, prodotto da Sony Pictures e distribuito da Eagle Pictures. Nel cast ci sono Zendaya, Sadie Sink, Jacob Batalon, Jon Bernthal, Tramell Tillman, Michael Mando e Mark Ruffalo.

Spider-Man: Brand New Day, recita il titolo del quarto capitolo della saga con Tom Holland (nessun Uomo Ragno finora è durato di più, senza contare i film collettivi). Ed è davvero un “nuovo giorno” per Peter Parker. Combattere il crimine a tempo pieno nei panni di Spider-Man in un mondo che non si ricorda di lui — e la pressione di vedere i suoi vecchi amici andare avanti senza di lui — innesca in Peter un cambiamento che potrebbe non riuscire a controllare. Ma questa trasformazione potrebbe essere l’unica cosa in grado di fermare una nuova e sconvolgente minaccia per la città e per le persone che ama: un potente nemico impossibile da vedere. Il mondo può aver dimenticato Peter Parker, ma lui non ha dimenticato nessuno.

Spider-Man: Brand New Day è un film per nulla banale e scontato. Lo si può vedere come una storia di supereroi, certo, e questo è. Ma anche, dimenticando quello che è il “lavoro” di Peter Parker, come una storia su tutti noi. Quando vede le vite degli altri da lontano, sullo schermo di uno smartphone, senza partecipare alle loro esistenze, in fondo fa quello che facciamo in tanti, restare in qualche modo connessi solo tramite uno schermo e non dal vivo. Per alcuni è una scelta, per altri una necessità, per altri ancora l’unico modo. Per Spidey, che per proteggere MJ e i suoi amici ha chiesto a Dr. Strange di cancellare il suo ricordo, è davvero una scelta obbligata. Anche se, di tanto in tanto, prova ad avvicinarsi

Ancora, Spider-Man: Brand New Day è una riflessione sull’amore. Peter ama MJ perché lui non ha dimenticato niente, ricorda ogni momento, ogni bacio e ogni parola. Lei non sa che esiste. Ma, anche se dovesse incontrarlo, capire chi è, non potrebbe esserne innamorata perché non ricorda niente e, in fondo, non lo conosce. Questo elemento mèlo, l’impossibilità di un amore, già lanciato alla fine del terzo film, è uno dei motori della storia ed è gestito molto bene, con dei momenti struggenti. Ancora una volta parliamo di supereroi, ma con i problemi di ognuno di noi.

Ma tutto questo confluisce in quello che è il vero cuore del film. Peter Parker comincia a sentire dei nuovi poteri, delle nuove sensazioni. Ha i sensi più sviluppati, i riflessi più pronti, una nuova forza. E le famose ragnatele biologiche che spuntano dalle braccia. Ma questo lo porta anche ad avere degli istinti pericolosi, a fare delle scelte sbagliate. A volte l’ira e la violenza rischiano di sopraffarlo. E tutto questo è una metafora molto semplice. È il passaggio all’età adulta. Crescere, diventare grandi, comporta anche dei disagi, dei momenti di passaggio, un adattamento. Diventa spesso una sfida con se stessi. Ed è questo che è il racconto del nuovo film dell’Uomo Ragno. C’è una tesi che vuole che tutti e tre i film dello Spider-Man di Tom Holland siano una lunga, lunghissima origin story. E che la vera storia del supereroe cominci adesso. Probabilmente è proprio così.

Tutto questo è il cuore di una storia raccontata in modo molto originale. A partire da un cattivo che, per gran parte del film, è senza volto.  O meglio, ha mille volti. È infatti in grado di trasferire la sua mente in qualsiasi corpo riesce a raggiungere. Il pericolo, così, assume continuamente sembianze diverse e per l’eroe, e anche per noi che guardiamo, è impossibile capire da dove arrivi. Con tutt’altro tono e atmosfera, questo espediente ci ha ricordato quello di un thriller degli anni Novanta, Il tocco del male, in cui, con un semplice tocco di mano o di qualsiasi parte del corpo, sulle note di Time Is On My Side dei Rolling Stone, qualcuno che era probabilmente il Diavolo passava di corpo in corpo.

Qui la risposta arriverà. E avremo anche un volto. E segnerà l’entrata in scena di un personaggio di cui non vogliamo parlarvi, perché rovinerebbe la visione del film. Quello che possiamo dirvi, perché già reso noto, è che in scena ci sono personaggi storici come Mark Ruffalo nei panni del “mite” professore Bruce Banner (che, però, come sapete, è anche Hulk…), personaggi più recenti di cui ci siamo già innamorati, come la Vedova Nera di Florence Pugh (che riceve i suoi ospiti nel suo “ufficio”, nuda in una piscina, in uno dei momenti più sexy e divertenti del film) e nuovi ingressi come Frank Castle, alias The Punisher, eroe scorretto e complementare a Spider-Man.

La costruzione di Spider-Man: Brand New Day è molto interessante, perché permette di aprire molte porte. Trame e sottotrame, ma anche i personaggi entrati in scena, fanno sì che la storia possa continuare con il quinto film di Spider-Man, che arriverà, nei film collettivi degli Avengers (il primo Avengers: Doomsday, è in uscita a dicembre, e anche in nuovi film dedicati ai vari personaggi che vediamo in scena. Il nuovo Spider-Man è un continuo crossover tra storie e mondi. Che la storia andrà avanti ce lo dice la scena post-credit, che stavolta è una sola e poco significativa. Ma quello che conta è che continuerà nei prossimi film. Grandi poteri, grandi responsabilità. Grandissimi poteri, grandissime responsabilità. E, a quanto pare, grandi film.

di Maurizio Ermisino per DailyMood.it

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Couture: Angelina Jolie ci fa entrare nella maison Chanel, dove moda e vita reale si incrociano

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Come si sfila per le varie maison di moda? Per Chanel si sfila in modo più rilassato, professionale. Per Louis Vuitton si sfila in modo più aggressivo, veloce, muovendo con forza i fianchi. È un dialogo tra alcune modelle che vediamo in scena in Couture, il nuovo film di Alice Winocour con Angelina Jolie, Louis Garrel, Vincent Lindon, Ella Rumpf e la rivelazione Anyier Anei, modella e attivista qui al suo debutto cinematografico. Vedremo il film al cinema dal 26 agosto, distribuito da Plaion Pictures.

Angelina Joline è Maxine, regista, arrivata al success con un film di vampiri. Anzi, un film su una donna vampiro che si vendica in questo modo di tutte le donne che sono state vittime nei film horror. Arriva a Parigi, chiamata dalla maison Chanel per girare il film che aprirà la sua sfilata. La moda è inutile e necessaria per lei, che si presenta vestita di nero, poco curata. Ma accetta di girare quel film. Ne ha bisogno e lo trova stimolante. Nel frattempo, però, scopre di essere malata. E la sua vita cambia. Anche la sua esperienza a Parigi acquista un altro senso. La sua storia si intreccia con quella di Ada, una modella esordiente sudanese (Anyier Anei). La maison vuole farne suo volto, ma lei non è convinta di voler fare questo nella vita. Ad aiutarla c’è una giovane truccatrice (Ella Rumpf), con il sogno di fare la scrittrice.

Couture è stato girato durante la Settimana della Moda a Parigi, nella maison Chanel, nelle sartorie dai ritmi febbrili, sui set fotografici, negli appartamenti delle modelle. I marchi e nomi sono presenti con parsimonia, ma la frenesia di quel mondo ci arriva tutta. Ci sono gli abiti e le sfilate, gli stilisti e i fotografi, le sarte e le truccatrici. Ma quello che esce è un ritratto in fondo poco glamour. Alice Winocour punta piuttosto a farci vedere il duro lavoro, i retroscena, i dubbi e le contraddizioni. Vediamo soprattutto il mondo che c’è dietro le passerelle, il ritmo di tutti i giorni. È un film che intreccia pubblico e privato. Perché mentre vediamo la grande macchina andare avanti, assistiamo a tre storie private, a loro modo drammatiche. Ci sono le paure, ci sono i dubbi, ci sono i sogni. C’è la stanchezza psicologica. E c’è quella fisica, con i pedi delle modelle che a fine giornata vanno messi nel ghiaccio.

Couture è dominato dai toni del bianco. Sono quelli degli abiti scelti per la collezione, sono quelli delle luci chiare delle sartorie, ma anche degli ambulatori dei medici e degli scarni appartamenti in cui vivono le modelle. Quello che ci arriva da Couture è un mondo della moda che non è più distante e distaccato, ma più vicino a noi. È un mondo che è allo stesso tempo incantato, ma anche molto concreto. È una delle rare volte che si ha la possibilità di viaggiare dietro le quinte, di andare oltre la passerella e le foto. Per questo Couture è una visione da non perdere. Con un finale e un sottofinale catartici e carichi di simbolismi.

In quella che è una messa in scena naturalista, in qualche modo, ma non completamente, vicina al documentario, a colpire sono le interpretazioni femminili. Angelina Jolie (qui anche produttrice) nel ruolo di Maxine è empatica, emotiva, luminosa, magnetica come non la vedevamo da tempo. Quello dell’attrice americana è un gradito ritorno. Ma brillano anche la bellezza dell’attrice africana Anyier Anei e l’intensità e l’umanità di quello di Ella Rumpf, la sognatrice del gruppo. Couture è un film da vedere. Per guardare poi la moda con altri occhi.

di Maurizio Ermisino per DailyMood.it

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Sheep In The Box: Hirokazu Kore’eda ci parla di Intelligenza Artificiale e sentimenti

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“Non siete il passato degli esseri umani, ma il futuro”. È una frase che viene detta a proposito degli automi al centro di Sheep in the Box, il nuovo film di Hirokazu Kore’eda, maestro del cinema giapponese e Palma d’Oro per Un affare di famiglia. Dopo la presentazione in Concorso al Festival di Cannes 2026, il film arriva nelle sale italiane dal 27 agosto, distribuito da Lucky Red e Bim Distribuzione. Quella del futuro degli umani, ormai evoluti in esseri di Intelligenza Artificiale era il finale di A.I. – Intelligenza Artificiale, il film di Steven Spielberg del 2001. E, come vedrete, questo film riprende proprio lo spunto del capolavoro di Spielberg, ma prendendo una strada completamente diversa.

Interpretato da Haruka Ayase, Daigo e dal giovane Rimu Kuwaki, il film è ambientato in un futuro non troppo lontano e racconta la storia di Otone e Kensuke, una coppia che, dopo aver perso il figlio, accoglie nella propria casa un robot umanoide identico al bambino scomparso. La compagnia che se ne occupa si chiama Re-Birth, rinascita, e il suo simbolo è la falena luna, una farfalla che la leggenda vuole essere portatrice delle anime dei defunti. Ma chi sono questi della Re-Birth? Avvoltoi che credono di fare fortuna sui dispiaceri altrui? O benefattori in grado di alleviarli?

A.I. – Intelligenza Artificiale, tratto da un racconto da Brian W. Aldiss, nelle mani di Spielberg era diventata la storia di Pinocchio di Collodi, con tanto di personaggi e snodi simili. Qui, per tutta la prima parte, ci sono pochi personaggi di contorno e il focus è sui genitori e il bambino. E, anche nella seconda parte, quando entrano in scena altri personaggi, sono sempre funzionali ai tre personaggi centrali. Kore’eda, qui, lascia fuori tanti dei discorsi di Spielberg, come la paura e la contestazione nei confronti degli automi, tiene a freno svolte narrative ed emotività, in modo che il pubblico possa concentrarsi sulla riflessione e sulla questione etica e morale. Non si pensa quasi mai a Spielberg durante tutta la visione del film. E questo è sicuramente un punto a favore del regista giapponese. Punti di partenza simili, svolgimenti diversi portano al risultato di due grandi film, ognuno a suo modo. C’è anche qualcosa di Blade Runner, in Sheep In The Box. È così quando si parla di ricordi. Quelli del piccolo automa sono quelli impiantati artificialmente, presi dalle foto, come per i replicanti del film di Ridley Scott.

Sheep In The Box vive su una continua dialettica – o uno scontro – tra due piani. Da un lato quello emotivo, quello che prova a immaginare il dolore di due genitori per l’aver perso un figlio e l’elaborazione del lutto. Un piano che Kore’eda mette in scena con un tono rispettoso, tenue e crepuscolare. L’altro piano è quello intellettuale, più freddo, la riflessione etica e filosofica su una tecnologia che ogni giorno diventa più avanzata, un misto di robotica e Intelligenza Artificiale. Una tecnologia che oggi può fare quasi tutto. Ma che, forse, non può colmare gli affetti, lenire i rimpianti, riparare i sentimenti.

Su due diversi piani, almeno all’inizio, vivono anche i genitori. La madre sembra essere entusiasta di avere a casa di nuovo il proprio figlio, ben consapevole di mettere in scena una finzione. Il padre è decisamente scettico: chiama il bambino automa un ‘roomba’, un evidente riferimento a un noto robot domestico, e gli dice di non chiamarlo papà – in fondo non lo è – ma ‘signore’. Credere o non credere, questo in fondo è il dilemma. Lasciarsi andare o meno. È una questione di fede. Come in tutte le cose della vita. E anche noi che vediamo il film siamo combattuti tra questi due punti di vista. Ma il dubbio è anche un altro. Come va trattato quel ‘bambino’? Come un vero figlio o come un succedaneo? Conviene stare al gioco o no? E ancora: le preoccupazioni di un genitore, nel caso di un figlio automa, devono essere le stesse di un bambino in carne ed ossa? Ma il film è un continuo porsi domande. Che siano di natura etica e filosofica o che siano proprio sullo sviluppo del racconto, il film si segue sempre con l’attenzione alta. Perché non sappiamo mai dove potrà portarci questa storia. E questo è sicuramente un pregio del film, in cui ogni svolta narrativa non è mai scontata.

“Preferisco le decisioni sofferte. Se non soffro non sono contenta”. È quello che dice, a un certo punto, la madre. Ed è chiaro che Sheep In The Box è anche un film sulla sofferenza umana. Il finale del film è inaspettato, ma, in fondo, è nella logica delle cose, e quindi perfettamente coerente con la storia. I due protagonisti si sentono spiazzati. Ma poi ci pensano, per arrivare alla conclusione che “prima o poi succede a tutti i genitori. Forse”.

di Maurizio Ermisino per DailyMood.it

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