Connect with us

Cine Mood

Amici come prima, la nuova faccia della coppia Boldi-De Sica

Published

on

Era il 2005 e Natale a Miami, ennesimo cinepanettone targato Filmauro, metteva fine al lungo, fortunato e glorioso sodalizio tra Christian De Sica e Massimo Boldi. Li avevamo lasciati nelle solite vesti a cui ci avevano abituati per più di due decenni: De Sica arruffone, sbruffone, fedifrago, latin lover, furbetto; Boldi goffo, cartoonesco, impacciato, vulcano di fisicità e demenzialità.

Oggi, a distanza di tredici anni da quella pellicola, Amici come prima segna la grande reunion tra l’attore brillante romano e il comico milanese. Non più De Laurentiis produttore, non più Neri Parenti alla regia, e la storica coppia d’oro del cinema natalizio italiano torna sul grande schermo con un prodotto completamente diverso. Una commedia a tutto tondo, con una storia che evita gli schemi narrativi e soprattutto l’atmosfera del classico cinepanettone, dove i due interpreti non sono più il motore esilarante di un’intelaiatura di sketch, ma sono attori al servizio di un racconto più stratificato.

Alla regia c’è lo stesso De Sica (coadiuvato, non accreditato, dal figlio Brando), alla sceneggiatura Fausto Brizzi, Marco Martani, Alessandro Bardani e Edoardo Falcone, e nonostante il film inizi proprio con un omaggio (nella colonna sonora) al primo Vacanze di Natale e, nell’arco dei suoi 95 minuti, rivolga spesso lo sguardo con malinconia e intento quasi metacinematografico verso alcuni gloriosi successi natalizi del passato, è evidente sin dalle prime sequenze che il “vento” sia cambiato.
Boldi è Massimo Colombo, il vecchio proprietario di un hotel di lusso, fermo per pigrizia su una sedia a rotelle elettrica e in cerca di una escort che gli faccia da badante; De Sica è invece Cesare Proietti, l’elegante e professionale direttore dell’albergo che, licenziato in tronco dalla figlia di Colombo (un’efficace Regina Orioli), si traveste da donna per ottenere il lavoro al servizio dell’anziano. Uno spunto che rimanda immediatamente a diverse commedie americane con attori “en travesti”, da Tootsie a Mrs. Doubtfire, e che i due attori, ben dosati in una confezione curata e piena di ritmo, sviluppano sullo schermo con tanta goliardia, ma anche con tanta tenerezza.

E’ proprio questo l’aspetto sorprendente del film, il suo maggior pregio, il punto di forza che si fa cifra di una chiara maturazione e di una evoluzione cosciente e ponderata. La coppia comica ha infatti scelto di allontanarsi dai ruoli e dalle situazioni del passato (anche se qualche incursione nelle vecchie atmosfere non manca), evitando così ogni rischio di “minestra riscaldata”. Forse il grande pubblico avrà inizialmente difficoltà nell’accettare i due attori in questa nuova veste, e probabilmente chi si aspetta il cinepanettone di una volta, con risate sguaiate e facili (seppur divertenti) trivialità, ne rimarrà deluso; ma chi saprà accogliere questa inconsueta (per la coppia) comicità malinconica si divertirà molto e apprezzerà l’opportuno e necessario cambio di rotta. D’altronde l’età passa per tutti, e Boldi e De Sica hanno saputo rinnovarsi con intelligenza. Sono passati tredici anni dall’ultimo film insieme, e si sentono tutti. Fortunatamente, però.

di Antonio Valerio Spera per DailyMood.it

Questo slideshow richiede JavaScript.

0 Users (0 voti)
Criterion 10
What people say... Leave your rating
Ordina per:

Sii il primo a lasciare una recensione.

User Avatar
Verificato
{{{ review.rating_title }}}
{{{review.rating_comment | nl2br}}}

Di Più
{{ pageNumber+1 }}
Leave your rating

Il tuo browser non supporta il caricamento delle immagini. Scegline uno più moderno.

Continue Reading
Advertisement
Click to comment

Leave a Reply

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

17 + 6 =

Cine Mood

Non ci resta che il crimine, action comedy all’italiana

Published

on

Una commistione di generi, un omaggio a tanto cinema del passato, uno sguardo divertito sull’Italia di oggi e di ieri. La nuova fatica di Massimiliano Bruno (regista, sceneggiatore e attore) si inserisce perfettamente nella scia del cinema italiano post Lo chiamavano Jeeg Robot, dove la contaminazione regna sovrana. E non è un caso che alla sceneggiatura (e al soggetto) del film troviamo anche Nicola Guaglianone e Menotti, creatori del superhero romano portato sullo schermo da Gabriele Mainetti nel 2015.

Non ci resta che il crimine richiama già dal titolo (e poi anche nello spunto narrativo) Non ci resta che piangere di Roberto Benigni e Massimo Troisi (1984), cita Ritorno al futuro, si compone su una messa in scena che si rifà al classico poliziesco all’italiana degli anni Settanta, muove il plot su uno degli argomenti cardine del nostro cinema del ventunesimo secolo, e cioè la Banda della Magliana di Romanzo Criminale.

Il film di Bruno è una action comedy dai risvolti fantastici, che vede un terzetto di amici squattrinati (Marco Giallini, Alessandro Gassmann e Gianmarco Tognazzi) improvvisarsi tour operator per visite guidate nei luoghi della Roma criminale del passato per poi ritrovarsi casualmente catapultati nella capitale dell’estate del 1982, quella che sognava e tifava per la nazionale di calcio, imminente vincitrice dei mondiali di calcio di Spagna, e che viveva l’ascesa del racket della Banda della Magliana. In un susseguirsi convulso di eventi e situazioni, i tre amici incappano nel boss Renatino De Pedis (Edoardo Leo) e nella sua donna (Ilenia Pastorelli), incrociano loro stessi da bambini, scommettono e fanno soldi grazie ai risultati delle partite di calcio (Biff Tannen style), riscoprono i luoghi della Roma di un tempo, si innamorano, fanno i conti con il loro passato e rileggono la propria esistenza.

Sono tanti, dunque, gli spunti messi in campo da Bruno e dagli altri autori, forse anche troppi. E nonostante ciò non giovi alla narrazione del film, arrivando ad aggrovigliarla eccessivamente e costringendola a svolte a tratti facili e banali, Non ci resta che il crimine si presenta comunque come un godibilissimo prodotto d’intrattenimento, pieno di sorprese, di trovate, di simpatica nostalgia e sorretto da un cast corale che si integra benissimo. Giallini, Tognazzi e Gassmann sposano perfettamente il tono della pellicola, dando una forte verve comica nella caratterizzazione dei loro personaggi ma evitando di scadere nel macchiettistico; Ilenia Pastorelli è efficace nel tratteggiare la donna del boss, tanto sensuale quanto furba; Edoardo Leo, infine, convince nel ruolo, per lui inusuale, di cattivo, riuscendo tra l’altro nel difficile compito di non tradire mai la negatività del suo personaggio anche nelle situazioni più assurde e divertenti.

Con questo film Bruno non si attesta sul livello dei suoi migliori lavori (Nessuno mi può giudicare, Viva l’Italia, Gli ultimi saranno ultimi), ma confeziona un divertissement spassoso e “popolarmente cinefilo” che potrà sicuramente dire la sua al botteghino. E che – chissà – magari aprirà la strada anche ad un sequel o addirittura ad una trilogia. Come Ritorno al futuro.

di Antonio Valerio Spera per DailyMood.it

Questo slideshow richiede JavaScript.

0 Users (0 voti)
Criterion 10
What people say... Leave your rating
Ordina per:

Sii il primo a lasciare una recensione.

User Avatar
Verificato
{{{ review.rating_title }}}
{{{review.rating_comment | nl2br}}}

Di Più
{{ pageNumber+1 }}
Leave your rating

Il tuo browser non supporta il caricamento delle immagini. Scegline uno più moderno.

Continue Reading

Cine Mood

CITY OF LIES – L’ora della verità al cinema dal 10 gennaio 2019

DailyMood.it

Published

on

Tratto dal romanzo candidato al Premio Pulitzer, LAbyrinth di Randall Sullivan, City of Lies – L’ora della verità è un thriller evocativo e provocatorio, sul desiderio di giustizia e sulla ricerca della verità sopra ogni cosa. Protagonista del film, basato su fatti realmente accaduti, è l’eclettica e pluripremiata star Johnny Depp, nei panni dell’ex detective Russell Pool, passato alla storia per aver indagato sulla morte dei rapper Tupac Shakur e The Notorious B.I.G., assassinii tuttora rimasti irrisolti. Al suo fianco, nel ruolo di un giornalista che aiuta Poole nelle ricerche, Forest Whitaker (Premio Oscar® come Miglior attore per L’ultimo re di Scozia), che torna a recitare con Depp a distanza di trent’anni, dopo il cult di Oliver Stone: Platoon. Nel cast anche Toby Huss (Jerry Maguire, Destroyer). A dirigerli, il regista e sceneggiatore Brad Furman (The Lincoln Lawyer, The Infiltrator). Tra i doppiatori del film, che omaggia Tupac prestandogli la voce, Ghali, giovanissimo ma già affermato fenomeno della musica Trap italiana.
City of Lies – L’ora della verità arriverà nelle sale italiane a partire dal 10 gennaio 2019, distribuito da Notorious Pictures.

Russell Poole è un ex-detective che ha dedicato la sua vita ad un caso mai risolto, gli omicidi delle due star del rap Tupac Shakur e The Notorious B.I.G., avvenuti alla fine degli anni ’90. Vent’anni dopo riceve la visita di Jackson, un reporter dell’ABC che a sua volta legò a quel caso il suo unico momento di notorietà e oggi vede smantellate le teorie esposte nel documentario che gli valse un Emmy Award. I due si immergono insieme in una nuova indagine, decisi a smascherare il coinvolgimento della corrotta polizia di Los Angeles.

Questo slideshow richiede JavaScript.

0 Users (0 voti)
Criterion 10
What people say... Leave your rating
Ordina per:

Sii il primo a lasciare una recensione.

User Avatar
Verificato
{{{ review.rating_title }}}
{{{review.rating_comment | nl2br}}}

Di Più
{{ pageNumber+1 }}
Leave your rating

Il tuo browser non supporta il caricamento delle immagini. Scegline uno più moderno.

Continue Reading

Cine Mood

Bohemian Rhapsody: il film che racconta i Queen in 5 curiosità

Published

on

Bohemian Rhapsody, ovvero Freddie Mercury e i Queen sul grande schermo. L’atteso film, diretto da Bryan Singer e interpretato da Rami Malek nei panni del leader della band, arriva sui nostri schermi dal 29 novembre. Accanto a Malek, che fornisce una grande interpretazione, ci sono tre attori molto somiglianti nei panni dei membri della band: Gwilym Lee è Brian May, Ben Hardy è Roger Taylor, Joe Mazzello è John Deacon. Accanto a loro c’è Lucy Boynton, che avevamo visto in Sing Street, nei panni di Mary Austin, dapprima compagna di Mercury, poi grande amica, e molto di più: l’amore della vita, Love Of My Life, come cantano i Queen, proprio nella sequenza in cui Freddie le confessa di aver capito la sua identità.

Quel momento è una delle tante libertà che gli sceneggiatori si sono presi nello scrivere la storia di Freddie Mercury e dei Queen. Troppe secondo alcuni fan; dei cambiamenti che in fondo non intaccano la qualità e la godibilità del film, secondo molti altri. Quell’edizione del Rock In Rio che vediamo sullo schermo, in cui il pubblico canta in coro The Love Of My Life, risale in realtà al 1985, ma viene spostata verso la fine degli anni Settanta, in modo da fare da colonna sonora al dialogo tra Freddie e Mary. L’altro grande tradimento è quello di We Will Rock You, inno hard rock che risale al repertorio dei Queen degli anni Settanta, e viene invece inserito negli anni Ottanta, per continuare il racconto sulla ricerca dei Queen di nuove sonorità. Anche la storia dell’Aids di Mercury viene anticipata: il leader dei Queen scoprì di essere sieropositivo qualche anno dopo il 1985, l’anno del Live Aid in chi si chiude il film, che però aveva bisogno di un ostacolo, e di un momento di commozione, prima della catarsi finale. È sempre a questo che serve la “forzatura” di aver drammatizzato la carriera solista di Mercury (nel 1983 i Queen avevano preso una pausa, e anche altri membri avevano lavorato a progetti solisti). La band non tornò a lavorare insieme in occasione del Live Aid, aveva già fatto uscire The Works, il disco di Radio Ga Ga, ed era in tour. Ma serviva un altro elemento drammatico prima del gran finale su quel palco di Wembley. È vero, però, che a quel mitico concerto i Queen rischiarono di non partecipare, perché inizialmente avevano sottovalutato l’evento.

Sacha Baron Coen vs. Brian May & Roger Taylor

Bohemian Rhapsody è un film di cui si parla da anni. Nel ruolo di Freddie Mercury doveva esserci Sacha Baron Coen, con Stephen Frears alla regia. Ma la star di Borat decise di lasciare il progetto a causa di divergenze creative con Brian May e Roger Taylor, i due membri dei Queen al timone del progetto. Secondo loro il film doveva essere la storia di Freddie Mercury, ma anche quella di una band che prova ad andare avanti dopo la scomparsa del suo leader. Lo script del progetto era un ritratto storicamente accurato, anche oltraggioso, che non si tirava indietro su alcuni aspetti di Mercury, come la sua sessualità. Ma non piaceva ai due Queen. D’altro canto Coen pensava che nessuno avrebbe voluto vedere un film dove il protagonista moriva a metà della storia…

Bryan Singer vs. Twenty Century Fox

Non è stato tormentato solo il casting del film. Anche il processo di lavorazione ha avuto un problema, e non di poco conto: Bryan Singer, il regista del film, a un certo punto ha… abbandonato il set. Nel 2017, per tre giorni, Singer è sparito dal set, sostituito dall’operatore Newton Thomas Sigel. Pare che Bryan Singer abbia spiegato la sua assenza con un problema familiare. Ma la 20th Century Fox ha licenziato il regista un paio di giorni dopo, per il suo comportamento irregolare dentro e fuori dal set, e per gli scontri con altri membri della produzione. A dirigere il film, comunque in uno stadio avanzato, è stato chiamato allora Dexter Fletcher, che ha iniziato a girare le scene che ancora mancavano, all’inizio del 2018. Bryan Singer risulta accreditato comunque come il regista di Bohemian Rhapsody.

Queen vs. Guns’n’Roses

Bohemian Rhapsody, grande successo dei Queen del 1975, è tornato in auge nel 1992, grazie al film Fusi di testa (Wayne’s World, di Penelope Spheeris). La canzone è al centro di una delle scene cult: Mike Myers e Dana Carvey la cantano mentre girano in macchina, tra smorfie e headbanging. Fu proprio Myers a volerla fortemente, mentre la produzione aveva pensato a un brano dei Guns’n’Roses. In Bohemian Rhapsody, il film, Mike Myers fa un divertente cameo nei panni di un discografico che non vuole pubblicare la canzone come singolo. Dice che non sarà mai il tipo di canzone che i teenager grideranno ascoltandola ad altro volume nelle loro macchine. E invece è proprio quello che fa Mike Myers in quel film del 1992. Dopo essere apparsa in Fusi di testa, Bohemian Rhapsody fu ripubblicata in America e raggiunse il secondo posto della classifica di Billboard. E i Queen conquistarono un nuovo pubblico.

Live Aid vs. Live Aid

La strepitosa sequenza del Live Aid, che ci porta fin dentro quel concerto, è stata complicata anche perché è stata girata all’inizio delle riprese. Rami Malek ha iniziato studiando i movimenti di Freddie Mercury su Radio Ga Ga, in tre ore. Ma la sfida più grande è stata ricreare l’atmosfera e l’aspetto di quella giornata all’iconico stadio di Wembley. Prima di tutto, si trattava di trovare una location ampia e vuota dove ricreare il palco a grandezza naturale e il backstage per girare non solo le scene dell’esibizione, ma anche quelle dell’arrivo di Freddie a Wembley: è stato scelto il campo di volo di Bovingdon, nell’Hertfordshire, con le sue ampie piste. Si trattava poi di affrontare i capricci climatici dell’estate inglese. Per ricreare l’ambiente sono state cercate foto dello stadio nel 1985. È stato costruito un palco di cinque metri e mezzo, come quello originale, con le grandi torri ai lati, e i loghi che lo adornavano. Due degli addetti alla costruzione del palco erano tra quelli che lo avevano montato nel 1985. La ricostruzione ha anche stupito Brian May e Roger Taylor quando sono saliti sul palco del film. Era davvero perfetta.

Dire Straits vs. U2

Se guardate attentamente l’inizio e la fine del film (si apre e si chiude con l’esibizione dei Queen al Live Aid), nel momento in cui Freddie Mercury, di spalle, sale sul palco, vediamo scendere quattro ragazzi. Sono la band che ha appena suonato, gli U2. I quattro attori sono vestiti esattamente come Bono e compagnia in quel giorno. In realtà questa scelta è una sorta di “licenza poetica”: gli annali ci dicono che prima dei Queen suonarono i Dire Straits. È un omaggio agli U2, la cui performance al Live Aid, insieme a quella dei Queen, fu giudicata la migliore della giornata. Guardando un’inquadratura verso il pubblico di Wembley possiamo vedere uno striscione con la scritta “We Love U2”.

di Maurizio Ermisino per DailyMood.it

0 Users (0 voti)
Criterion 10
What people say... Leave your rating
Ordina per:

Sii il primo a lasciare una recensione.

User Avatar
Verificato
{{{ review.rating_title }}}
{{{review.rating_comment | nl2br}}}

Di Più
{{ pageNumber+1 }}
Leave your rating

Il tuo browser non supporta il caricamento delle immagini. Scegline uno più moderno.

Continue Reading

Trending