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Oscar 2019: pronostici, curiosità, esclusi e sorprese della notte più attesa dell’anno

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Le nomination sono state annunciate, il toto-statuetta è partito, l’Academy è in fase di votazione. Insomma, non ci resta che attendere il 25 febbraio per conoscere i nomi dei vincitori. Siamo nel classico periodo pre-Oscar in cui stampa, cinefili, appassionati e bookmakers fanno le loro previsioni e animano il dibattito sulla notte più attesa dell’anno.

L’annuncio delle candidature, come sempre, ha già indicato una griglia di partenza e tagliato fuori alcuni titoli che sembravano destinati a contendersi i premi maggiori. Con Beautiful Boy di Felix van Groeningen e First Man di Damien Chazelle fuori dai giochi – del primo mancano soprattutto le candidature ai protagonisti Steve Carell e Timothée Chalamet, il secondo invece si è “limitato” a quattro candidature tecniche – i film che hanno ottenuto il maggior numero di nomination, come da pronostici, sono Roma di Alfonso Cuaròn e La favorita di Yorgos Lanthimos. Sono ben dieci le categorie a cui le due pellicole parteciperanno, e dietro di loro si attestano l’acclamato esordio alla regia di Bradley Cooper A star is born e il politico Vice di Adam McKay con otto nomination, Black Panther con sette (primo cinecomic della storia ad ottenere la nomination come miglior film), Blackkklansman con sei, ed infine Bohemian Rhapsody e Green Book, con cinque. Sono solo i numeri però a porre in ultima fila il biopic sui Queen e la commedia di Peter Farrely. I due film, infatti, pur con un numero esiguo di nomination, arrivano entrambi alla “grande notte” forti della vittoria ai Golden Globes (rispettivamente come film drammatico e come commedia) e, in più, il primo con un successo stratosferico al box office mondiale (dato che l’Academy non sottovaluta), il secondo con una tematica ancora (purtroppo) quanto mai attuale, come quella delle discriminazioni razziali (altro dato che conta non poco per gli Oscar).

Sono questi gli otto titoli candidati come Best Picture. Una short list che, come ogni anno, apre a molte riflessioni ma anche a diverse polemiche. In primis, infatti, le discussioni mediatiche (soprattutto “social”) successive all’annuncio delle nomination hanno messo in luce l’assenza di film diretti da donne. Se nella scorsa edizione a soddisfare il trend #metoo ci aveva pensato la meritata presenza di Greta Gerwig tra i candidati come miglior regista per il bellissimo Lady Bird (nominato anche come miglior film), quest’anno le donne di Hollywood, orfane di un rappresentante nelle maggiori categorie, hanno già iniziato a far sentire la propria voce, accusando l’Academy di aver snobbato Marielle Heller e il suo Copia originale (Can You Ever Forgive Me?) che, pur avendo portando alla nomination i suoi attori (Melissa McCarthy e Richard E. Grant), non compaiono nelle liste dei migliori registi e dei migliori film dell’anno.

Ma, come sappiamo, gli Oscar sono da sempre influenzati dalle dinamiche politico-sociali del loro paese e rispecchiano costantemente le tendenze ideologiche di Hollywood, e così, probabilmente, sul #metoo quest’anno ha prevalso la linea anti-Trump. Osservando infatti la cinquina per la miglior regia e gli otto candidati a miglior film, è evidente come la battaglia del cinema americano contro le politiche del tycoon Presidente la faccia da padrone. A parte A Star Is Born, unico vero titolo prettamente hollywoodiano, e Bohemian Rhapsody, film biografico che piace tanto agli Oscar, nella categoria maggiore troviamo un film tipicamente di stampo “dem” (Vice, su Dick Cheney e gli anni di presidenza di George W. Bush), tre che in maniera diversa portano in campo la questione razziale (Green Book sul viaggio di un ricco nero e del suo autista bianco e sulla loro amicizia, Blackkklansman sul Ku Klux Klan e Black Panther, primo cinecomic su un supereroe di colore), uno diretto da un regista greco (La favorita), l’ultimo, Roma, addirittura di produzione messicana. Tra i registi, invece, due soli americani (Adam McKay e Spike Lee, per la prima volta candidato in questa categoria – assurdo) e ben tre stranieri (Cuaròn, Lanthimos e il polacco Pawel Pawlikowski per il film Cold War).

A conferma della forza della “linea anti-Trump” agli Oscar 2019, sono anche i pronostici dei bookmakers, che pongono come contenders principali Green Book e Roma, cambiando completamente le previsioni di qualche mese fa, che davano come assoluto mattatore della serata del 25 febbraio il film musicale con Bradley Cooper e Lady Gaga. L’eventuale vittoria del film di Cuaròn rappresenterebbe un segnale potentissimo da parte di Hollywood, che andrebbe a rafforzare ancora di più la posizione del mondo del cinema contro la politica dei muri del Presidente: Roma, infatti, sarebbe il primo film in lingua straniera della storia a portarsi a casa l’Oscar come miglior pellicola in assoluto. In più, nel caso vincesse sia come Best Picture che come Best Picture in a Foreign Language, sarebbe un segnale ancora più forte, dato che sarebbe proprio un film messicano a riuscire nell’impresa di una doppietta mai riuscita a nessuno. Un vero record, che andrebbe ad aggiungersi a quello già raggiunto da Cuaròn. Il cineasta messicano ha infatti ottenuto il risultato, già guadagnato in passato da Orson Welles, Warren Beatty, i fratelli Coen e il compositore Alan Menken, di ben quattro nomination personali in una sola edizione (in questo caso produttore, regista, sceneggiatore e direttore della fotografia). In più, Cuaròn ritirerebbe anche l’eventuale Oscar come miglior film straniero, quindi in caso di en plein del suo Roma, si porterebbe a casa ben cinque statuette (e non è stato candidato per il montaggio…).

Venendo alle altre curiosità di questa novantunesima edizione degli Academy Awards, rimaniamo in tema Roma. Innanzitutto, si tratta del primo titolo targato Netflix ad essere candidato come miglior film. Un dato importante che segna, dopo il Leone d’Oro vinto a Venezia, l’inizio di una nuova era per l’industria cinematografica. In secondo luogo, va sottolineata la presenza della sua protagonista nella cinquina delle migliori attrici. Yalitza Aparicio è infatti la prima attrice indigena messicana ad essere candidata in questa categoria. Sembra però che si dovrà accontentare della nomination, dato che in pole position troviamo Glenn Close, che dopo aver sfiorato la statuetta per ben sei volte nella sua carriera, dovrebbe riuscire ad aggiudicarsela al settimo tentativo, per la sua splendida interpretazione in The Wife (poche le speranze per Lady Gaga, qualcuna in più per Olivia Colman de La favorita).

Sesta nomination, anche lei senza aver ancora mai vinto un Oscar, invece, per Amy Adams, candidata come non protagonista per Vice. Per lei la lotta sarà molto dura, dato che dovrà vedersela con le due “sfidanti” (sul grande schermo, prima che agli Oscar) de La favorita, Rachel Weisz e Emma Stone, la bravissima Marina de Tavira di Roma e soprattutto Regina King, notevole in Se la strada potesse parlare e data in pole position.

Tra gli attori protagonisti è una sfida agguerritissima tra Rami Malek (Bohemian Rhapsody), dato per favorito alla sua prima nomination, Bradley Cooper, Christian Bale (Vice), Willem Dafoe (Van Gogh) e Viggo Mortensen (Green Book). Tra i non protagonisti, i bookmakers puntano tutto su Mahershala Ali (Green Book), che riceverebbe la sua seconda statuetta dopo quella vinta per Moonlight due anni fa, ma il Sam Elliott di A Star Is Born (74 anni, grande caratterista americano alla sua prima nomination) potrebbe fare il colpaccio.

Aspettiamoci qualche sorpresa, quindi, il prossimo 25 febbraio. Sarà una notte avvincente e ricca di emozioni. La gara è ancora aperta e lo show, anche senza un vero conduttore (Kevin Hart ha definitivamente abdicato), sarà come sempre sfavillante. Oscar is coming…

di Antonio Valerio Spera per DailyMood.it

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Spider-Man: Brand New Day: l’Uomo Ragno entra nell’età adulta. E crescere non è facile

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Da grandi poteri derivano grandi responsabilità. Da poteri sempre più grandi derivano responsabilità sempre più grandi. E così Spider-Man, che da 4 anni di fatto ha vissuto da solo, isolato, dedicandosi ai piccoli criminali della città, nel momento in cui si accorge che sta cambiando, dovrà capire che non potrà fare tutto da solo. E dedicarsi, come direbbe qualcuno, alle patate più grandi. Ed è solo l’inizio. È questo il senso di Spider-Man: Brand New Day, il nuovo capitolo della saga con Tom Holland protagonista nel ruolo di Peter Parker / Spider-Man, diretto da Destin Daniel Cretton (Shang-Chi e la leggenda dei Dieci Anelli), nelle sale italiane da mercoledì 29 luglio, prodotto da Sony Pictures e distribuito da Eagle Pictures. Nel cast ci sono Zendaya, Sadie Sink, Jacob Batalon, Jon Bernthal, Tramell Tillman, Michael Mando e Mark Ruffalo.

Spider-Man: Brand New Day, recita il titolo del quarto capitolo della saga con Tom Holland (nessun Uomo Ragno finora è durato di più, senza contare i film collettivi). Ed è davvero un “nuovo giorno” per Peter Parker. Combattere il crimine a tempo pieno nei panni di Spider-Man in un mondo che non si ricorda di lui — e la pressione di vedere i suoi vecchi amici andare avanti senza di lui — innesca in Peter un cambiamento che potrebbe non riuscire a controllare. Ma questa trasformazione potrebbe essere l’unica cosa in grado di fermare una nuova e sconvolgente minaccia per la città e per le persone che ama: un potente nemico impossibile da vedere. Il mondo può aver dimenticato Peter Parker, ma lui non ha dimenticato nessuno.

Spider-Man: Brand New Day è un film per nulla banale e scontato. Lo si può vedere come una storia di supereroi, certo, e questo è. Ma anche, dimenticando quello che è il “lavoro” di Peter Parker, come una storia su tutti noi. Quando vede le vite degli altri da lontano, sullo schermo di uno smartphone, senza partecipare alle loro esistenze, in fondo fa quello che facciamo in tanti, restare in qualche modo connessi solo tramite uno schermo e non dal vivo. Per alcuni è una scelta, per altri una necessità, per altri ancora l’unico modo. Per Spidey, che per proteggere MJ e i suoi amici ha chiesto a Dr. Strange di cancellare il suo ricordo, è davvero una scelta obbligata. Anche se, di tanto in tanto, prova ad avvicinarsi

Ancora, Spider-Man: Brand New Day è una riflessione sull’amore. Peter ama MJ perché lui non ha dimenticato niente, ricorda ogni momento, ogni bacio e ogni parola. Lei non sa che esiste. Ma, anche se dovesse incontrarlo, capire chi è, non potrebbe esserne innamorata perché non ricorda niente e, in fondo, non lo conosce. Questo elemento mèlo, l’impossibilità di un amore, già lanciato alla fine del terzo film, è uno dei motori della storia ed è gestito molto bene, con dei momenti struggenti. Ancora una volta parliamo di supereroi, ma con i problemi di ognuno di noi.

Ma tutto questo confluisce in quello che è il vero cuore del film. Peter Parker comincia a sentire dei nuovi poteri, delle nuove sensazioni. Ha i sensi più sviluppati, i riflessi più pronti, una nuova forza. E le famose ragnatele biologiche che spuntano dalle braccia. Ma questo lo porta anche ad avere degli istinti pericolosi, a fare delle scelte sbagliate. A volte l’ira e la violenza rischiano di sopraffarlo. E tutto questo è una metafora molto semplice. È il passaggio all’età adulta. Crescere, diventare grandi, comporta anche dei disagi, dei momenti di passaggio, un adattamento. Diventa spesso una sfida con se stessi. Ed è questo che è il racconto del nuovo film dell’Uomo Ragno. C’è una tesi che vuole che tutti e tre i film dello Spider-Man di Tom Holland siano una lunga, lunghissima origin story. E che la vera storia del supereroe cominci adesso. Probabilmente è proprio così.

Tutto questo è il cuore di una storia raccontata in modo molto originale. A partire da un cattivo che, per gran parte del film, è senza volto.  O meglio, ha mille volti. È infatti in grado di trasferire la sua mente in qualsiasi corpo riesce a raggiungere. Il pericolo, così, assume continuamente sembianze diverse e per l’eroe, e anche per noi che guardiamo, è impossibile capire da dove arrivi. Con tutt’altro tono e atmosfera, questo espediente ci ha ricordato quello di un thriller degli anni Novanta, Il tocco del male, in cui, con un semplice tocco di mano o di qualsiasi parte del corpo, sulle note di Time Is On My Side dei Rolling Stone, qualcuno che era probabilmente il Diavolo passava di corpo in corpo.

Qui la risposta arriverà. E avremo anche un volto. E segnerà l’entrata in scena di un personaggio di cui non vogliamo parlarvi, perché rovinerebbe la visione del film. Quello che possiamo dirvi, perché già reso noto, è che in scena ci sono personaggi storici come Mark Ruffalo nei panni del “mite” professore Bruce Banner (che, però, come sapete, è anche Hulk…), personaggi più recenti di cui ci siamo già innamorati, come la Vedova Nera di Florence Pugh (che riceve i suoi ospiti nel suo “ufficio”, nuda in una piscina, in uno dei momenti più sexy e divertenti del film) e nuovi ingressi come Frank Castle, alias The Punisher, eroe scorretto e complementare a Spider-Man.

La costruzione di Spider-Man: Brand New Day è molto interessante, perché permette di aprire molte porte. Trame e sottotrame, ma anche i personaggi entrati in scena, fanno sì che la storia possa continuare con il quinto film di Spider-Man, che arriverà, nei film collettivi degli Avengers (il primo Avengers: Doomsday, è in uscita a dicembre, e anche in nuovi film dedicati ai vari personaggi che vediamo in scena. Il nuovo Spider-Man è un continuo crossover tra storie e mondi. Che la storia andrà avanti ce lo dice la scena post-credit, che stavolta è una sola e poco significativa. Ma quello che conta è che continuerà nei prossimi film. Grandi poteri, grandi responsabilità. Grandissimi poteri, grandissime responsabilità. E, a quanto pare, grandi film.

di Maurizio Ermisino per DailyMood.it

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Couture: Angelina Jolie ci fa entrare nella maison Chanel, dove moda e vita reale si incrociano

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Come si sfila per le varie maison di moda? Per Chanel si sfila in modo più rilassato, professionale. Per Louis Vuitton si sfila in modo più aggressivo, veloce, muovendo con forza i fianchi. È un dialogo tra alcune modelle che vediamo in scena in Couture, il nuovo film di Alice Winocour con Angelina Jolie, Louis Garrel, Vincent Lindon, Ella Rumpf e la rivelazione Anyier Anei, modella e attivista qui al suo debutto cinematografico. Vedremo il film al cinema dal 26 agosto, distribuito da Plaion Pictures.

Angelina Joline è Maxine, regista, arrivata al success con un film di vampiri. Anzi, un film su una donna vampiro che si vendica in questo modo di tutte le donne che sono state vittime nei film horror. Arriva a Parigi, chiamata dalla maison Chanel per girare il film che aprirà la sua sfilata. La moda è inutile e necessaria per lei, che si presenta vestita di nero, poco curata. Ma accetta di girare quel film. Ne ha bisogno e lo trova stimolante. Nel frattempo, però, scopre di essere malata. E la sua vita cambia. Anche la sua esperienza a Parigi acquista un altro senso. La sua storia si intreccia con quella di Ada, una modella esordiente sudanese (Anyier Anei). La maison vuole farne suo volto, ma lei non è convinta di voler fare questo nella vita. Ad aiutarla c’è una giovane truccatrice (Ella Rumpf), con il sogno di fare la scrittrice.

Couture è stato girato durante la Settimana della Moda a Parigi, nella maison Chanel, nelle sartorie dai ritmi febbrili, sui set fotografici, negli appartamenti delle modelle. I marchi e nomi sono presenti con parsimonia, ma la frenesia di quel mondo ci arriva tutta. Ci sono gli abiti e le sfilate, gli stilisti e i fotografi, le sarte e le truccatrici. Ma quello che esce è un ritratto in fondo poco glamour. Alice Winocour punta piuttosto a farci vedere il duro lavoro, i retroscena, i dubbi e le contraddizioni. Vediamo soprattutto il mondo che c’è dietro le passerelle, il ritmo di tutti i giorni. È un film che intreccia pubblico e privato. Perché mentre vediamo la grande macchina andare avanti, assistiamo a tre storie private, a loro modo drammatiche. Ci sono le paure, ci sono i dubbi, ci sono i sogni. C’è la stanchezza psicologica. E c’è quella fisica, con i pedi delle modelle che a fine giornata vanno messi nel ghiaccio.

Couture è dominato dai toni del bianco. Sono quelli degli abiti scelti per la collezione, sono quelli delle luci chiare delle sartorie, ma anche degli ambulatori dei medici e degli scarni appartamenti in cui vivono le modelle. Quello che ci arriva da Couture è un mondo della moda che non è più distante e distaccato, ma più vicino a noi. È un mondo che è allo stesso tempo incantato, ma anche molto concreto. È una delle rare volte che si ha la possibilità di viaggiare dietro le quinte, di andare oltre la passerella e le foto. Per questo Couture è una visione da non perdere. Con un finale e un sottofinale catartici e carichi di simbolismi.

In quella che è una messa in scena naturalista, in qualche modo, ma non completamente, vicina al documentario, a colpire sono le interpretazioni femminili. Angelina Jolie (qui anche produttrice) nel ruolo di Maxine è empatica, emotiva, luminosa, magnetica come non la vedevamo da tempo. Quello dell’attrice americana è un gradito ritorno. Ma brillano anche la bellezza dell’attrice africana Anyier Anei e l’intensità e l’umanità di quello di Ella Rumpf, la sognatrice del gruppo. Couture è un film da vedere. Per guardare poi la moda con altri occhi.

di Maurizio Ermisino per DailyMood.it

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Sheep In The Box: Hirokazu Kore’eda ci parla di Intelligenza Artificiale e sentimenti

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“Non siete il passato degli esseri umani, ma il futuro”. È una frase che viene detta a proposito degli automi al centro di Sheep in the Box, il nuovo film di Hirokazu Kore’eda, maestro del cinema giapponese e Palma d’Oro per Un affare di famiglia. Dopo la presentazione in Concorso al Festival di Cannes 2026, il film arriva nelle sale italiane dal 27 agosto, distribuito da Lucky Red e Bim Distribuzione. Quella del futuro degli umani, ormai evoluti in esseri di Intelligenza Artificiale era il finale di A.I. – Intelligenza Artificiale, il film di Steven Spielberg del 2001. E, come vedrete, questo film riprende proprio lo spunto del capolavoro di Spielberg, ma prendendo una strada completamente diversa.

Interpretato da Haruka Ayase, Daigo e dal giovane Rimu Kuwaki, il film è ambientato in un futuro non troppo lontano e racconta la storia di Otone e Kensuke, una coppia che, dopo aver perso il figlio, accoglie nella propria casa un robot umanoide identico al bambino scomparso. La compagnia che se ne occupa si chiama Re-Birth, rinascita, e il suo simbolo è la falena luna, una farfalla che la leggenda vuole essere portatrice delle anime dei defunti. Ma chi sono questi della Re-Birth? Avvoltoi che credono di fare fortuna sui dispiaceri altrui? O benefattori in grado di alleviarli?

A.I. – Intelligenza Artificiale, tratto da un racconto da Brian W. Aldiss, nelle mani di Spielberg era diventata la storia di Pinocchio di Collodi, con tanto di personaggi e snodi simili. Qui, per tutta la prima parte, ci sono pochi personaggi di contorno e il focus è sui genitori e il bambino. E, anche nella seconda parte, quando entrano in scena altri personaggi, sono sempre funzionali ai tre personaggi centrali. Kore’eda, qui, lascia fuori tanti dei discorsi di Spielberg, come la paura e la contestazione nei confronti degli automi, tiene a freno svolte narrative ed emotività, in modo che il pubblico possa concentrarsi sulla riflessione e sulla questione etica e morale. Non si pensa quasi mai a Spielberg durante tutta la visione del film. E questo è sicuramente un punto a favore del regista giapponese. Punti di partenza simili, svolgimenti diversi portano al risultato di due grandi film, ognuno a suo modo. C’è anche qualcosa di Blade Runner, in Sheep In The Box. È così quando si parla di ricordi. Quelli del piccolo automa sono quelli impiantati artificialmente, presi dalle foto, come per i replicanti del film di Ridley Scott.

Sheep In The Box vive su una continua dialettica – o uno scontro – tra due piani. Da un lato quello emotivo, quello che prova a immaginare il dolore di due genitori per l’aver perso un figlio e l’elaborazione del lutto. Un piano che Kore’eda mette in scena con un tono rispettoso, tenue e crepuscolare. L’altro piano è quello intellettuale, più freddo, la riflessione etica e filosofica su una tecnologia che ogni giorno diventa più avanzata, un misto di robotica e Intelligenza Artificiale. Una tecnologia che oggi può fare quasi tutto. Ma che, forse, non può colmare gli affetti, lenire i rimpianti, riparare i sentimenti.

Su due diversi piani, almeno all’inizio, vivono anche i genitori. La madre sembra essere entusiasta di avere a casa di nuovo il proprio figlio, ben consapevole di mettere in scena una finzione. Il padre è decisamente scettico: chiama il bambino automa un ‘roomba’, un evidente riferimento a un noto robot domestico, e gli dice di non chiamarlo papà – in fondo non lo è – ma ‘signore’. Credere o non credere, questo in fondo è il dilemma. Lasciarsi andare o meno. È una questione di fede. Come in tutte le cose della vita. E anche noi che vediamo il film siamo combattuti tra questi due punti di vista. Ma il dubbio è anche un altro. Come va trattato quel ‘bambino’? Come un vero figlio o come un succedaneo? Conviene stare al gioco o no? E ancora: le preoccupazioni di un genitore, nel caso di un figlio automa, devono essere le stesse di un bambino in carne ed ossa? Ma il film è un continuo porsi domande. Che siano di natura etica e filosofica o che siano proprio sullo sviluppo del racconto, il film si segue sempre con l’attenzione alta. Perché non sappiamo mai dove potrà portarci questa storia. E questo è sicuramente un pregio del film, in cui ogni svolta narrativa non è mai scontata.

“Preferisco le decisioni sofferte. Se non soffro non sono contenta”. È quello che dice, a un certo punto, la madre. Ed è chiaro che Sheep In The Box è anche un film sulla sofferenza umana. Il finale del film è inaspettato, ma, in fondo, è nella logica delle cose, e quindi perfettamente coerente con la storia. I due protagonisti si sentono spiazzati. Ma poi ci pensano, per arrivare alla conclusione che “prima o poi succede a tutti i genitori. Forse”.

di Maurizio Ermisino per DailyMood.it

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