Connect with us

Cine Mood

Bohemian Rhapsody. I Queen e Freddie Mercury, quando sono stati grandissimi

Published

on

I baffi. Gli occhiali a specchio. Si apre così, dopo la fanfara della 20th Century Fox suonata da Brian May, Bohemian Rhapsody, l’attesissimo film su Freddie Mercury e i Queen, in uscita in Italia il 29 novembre. Siamo nel 1985, è il giorno del Live Aid: accompagniamo Mercury dalla sua casa, dove campeggia un ritratto di Marlene Dietrich, fino allo stadio di Wembley, sulle note di Somebody To Love, e fino al momento del suo ingresso sul palco. Ma non è ancora il momento di gustarsi il Live Aid. Con un flashback torniamo alla Londra del 1970: Farrokh Bulsara è un giovane indiano, di origine parsi, nato a Zanzibar. Ma vuole comportarsi come un ragazzo inglese. Cambia il suo nome in Freddie, e incontra una band, gli Smile, che cercano un cantante. Sono Brian May, Roger Taylor e John Deacon. Nascono così i Queen. La prima parte di Bohemian Rhapsody segue la loro scalata al successo, l’incontro con John Reid, il manager di Elton John che li porta a Top Of The Pops e il fa esplodere. Seguiamo la band dal vivo, dove capiamo come Freddie abbia inventato il famoso modo di cantare brandendo solo la parte superiore dell’asta del microfono. E in studio, dove conosciamo la loro capacità di sperimentare: come quell’idea di far rimbalzare il suono dalla cassa destra a quella sinistra. Fare musica usando che le monete e le pentole.

A Night At The Opera

E poi c’è il momento in cui i discografici chiedono un’altra hit, come Killer Queen. E Freddie mette su un vinile con la Carmen di Bizet. “Sarà un album rock’n’roll con lo spirito dell’opera”. La band si ritira in una casa di campagna, e Freddie tira fuori al piano una melodia che aveva in testa da tempo. Nasce così la monumentale, coraggiosa e complessa Bohemian Rhapsody, brano simbolo di A Night At The Opera, frutto di ore e ore di sperimentazione e registrazioni. “Una nenia di sei minuti pseudo-lirica e senza senso”, la definisce il loro discografico. Si sa, le radio non trasmettono canzoni sopra i tre minuti. Ma Bohemian Rhapsody diventa un successo. I Queen decollano: Freddie si esibisce sul palco nella famosa tuta a scacchi bianchi e neri. Nella vita privata comincia ad avere dei dubbi sulla sua sessualità, mentre è ancora legato a una donna, Mary. Ha ancora i capelli lunghi, e il volto rasato.

Another One Bites The Dust

Lo troveremo, con un altro salto narrativo, nella Londra del 1980. I capelli corti, i baffi. La sua nuova villa, una vita che comincia a riempirsi di eccessi. E la sua identità sessuale che è ormai definita. È il Freddie che siamo abituati a conoscere, che diventa icona. Sono gli anni Ottanta, bellezza. È la seconda vita dei Queen. Freddie è stufo degli inni, e vuole far ballare la gente. Non sono tutti d’accordo, ma John Deacon tira fuori un riff di basso, che riprende Good Times degli Chic, e che dà vita a Another One Bites The Dust. Mentre seguiamo la svolta disco ed elettronica dei Queen, cominciamo a entrare sempre più nella vita di Mercury: la presentazione del disco Hot Space, del 1982, è l’occasione per sentire la stampa chiedergli del suo stile di vita, la sua sessualità, la promiscuità, un presagio di quello che sarà il suo destino. È qui che il film diventa all’improvviso, ma non inaspettatamente, più intenso. Quasi parallelamente arrivano la malattia, l’Aids, e la tentazione della carriera solista. Una scelta che, di fatto, manda all’aria la band.

We Are The Champions

La storia della sua rinascita inizia dal baratro. Siamo a Monaco, nel 1984, Freddie è ormai schiavo di varie sostanze e circondato da persone che non vogliono il meglio per lui. Sta lavorando al secondo album da solista. Arriva una chiamata, che inizialmente non gli viene passata. Si dice che stiano organizzando un concerto per raccogliere fondi contro la fame in Etiopia, e che vogliano i Queen. Quel concerto, a cui i Queen rischiano di non partecipare, è il loro trionfo. L’esibizione dei Queen al Live Aid, ricostruita e riproposta nella sua interezza, è un vero e proprio film nel film. È il momento in cui in sala ci arrivano i brividi. E ci fa capire quando accurato e lungo sia stato il lavoro di preparazione e costruzione di questa scena chiave. Bohemian Rhapsody, Radio Ga Ga, Hammer To Fall, We Are The Champions. È la scaletta perfetta: lo show è già scritto, non serve altro, basta metterlo in scena. I movimenti, i suoni, la luce tutta particolare che c’era quel giorno: tutto è ricostruito in maniera impressionante. Tutto ci è familiare. D’un tratto siamo lì, nel cuore di Wembley.

Who Wants To Live Forever?

Rami Malek è un Mercury perfetto nelle movenze. Ormai lo sappiamo, una delle chiavi di un biopic è lo studio e la ricostruzione del protagonista. Aiutato da protesi, l’attore di Mr. Robot punta molto anche sullo sguardo, curioso e affamato di vita, della rockstar. Malek, giustamente, non canta con la sua voce, come faceva Val Kilmer in The Doors. Freddie Mercury è irraggiungibile, e inimitabile: aver lasciato la sua voce è una delle scelte vincenti del film. Che, per lunghi tratti, sembra una lunga puntata di Vinyl (la serie ambientata nel mondo del rock degli anni Settanta) e sembra avere alcuni dei difetti di quel prodotto: Malek a parte, gli altri attori sembrano scelti più per la loro somiglianza che per altre doti, e rischiano di essere un po’ delle macchiette. Così come, per gran parte della sua durata, il film rischia di essere un po’ troppo didascalico, schematico. Ed edulcorato, per come cerca di addolcire alcuni tratti della personalità di Mercury. Non riesce a cogliere appieno l’irriverenza e la follia, la magniloquenza e l’ambizione dei Queen e del loro leader. Bryan Singer gioca con gli stili delle epoche che racconta, virando a volte le immagini nei formati e nella bassa definizione televisiva, giocando con le grafiche degli anni Settanta per le scritte, che aiutano in alcune ellissi narrative, e con alcuni effetti tipici dei video della band, come quelle batterie che spruzzano acqua quando vengono percosse. Rischia anche grosso con gli anacronismi, come quando posiziona We Will Rock You, un classico dei Queen del 1977, negli anni Ottanta, ma è qualcosa che serve alla sua progressione narrativa, al racconto che ha in mente. Mentre utilizza altre canzoni in maniera non diegetica, ma come semplice colonna sonora e contrappunto alla narrazione: Under Pressure arriva nel momento in cui Mercury sta per abbandonare il mondo in cui si era rinchiuso per tornare in seno alla band. Who Wants To Live Forever, un brano del 1986, fa da colonna sonora all’incubo dell’Aids. E sentire “There’s no time for us” in quel momento è struggente.

Show Must Go On

Bryan Singer ama Alfred Hitchcock. E, come lui, sa che ogni film va costruito intorno a una o più scene ad effetto. E così apre e chiude con il Live Aid, il simbolo della carriera dei Queen, il momento che tutti hanno fissato nella memoria. Chiude con l’emozione, chiude in crescendo. E ci fa uscire dalla sala con l’adrenalina di quell’esibizione. Si dice che Marilyn Monroe non sia bella in tutte le immagini, ma nelle foto in cui lo è, è bellissima. Così sono i Queen. Nella loro carriera forse non sono stati sempre grandi, ma nei momenti in cui lo sono, i Queen sono grandissimi. Freddie e i suoi scendono dal palco del Live Aid, lo schermo è a nero, e le scritte in sovraimpressione ci dicono come va a finire la storia. Lo spettacolo deve andare avanti. Show Must Go On.

di Maurizio Ermisino per DailyMood.it

Questo slideshow richiede JavaScript.

0 Users (0 voti)
Criterion 10
What people say... Leave your rating
Ordina per:

Sii il primo a lasciare una recensione.

User Avatar
Verificato
{{{ review.rating_title }}}
{{{review.rating_comment | nl2br}}}

Di Più
{{ pageNumber+1 }}
Leave your rating

Il tuo browser non supporta il caricamento delle immagini. Scegline uno più moderno.

Continue Reading
Advertisement
Click to comment

Leave a Reply

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

12 − nove =

Cine Mood

Oscar 2019: pronostici, curiosità, esclusi e sorprese della notte più attesa dell’anno

Published

on

Le nomination sono state annunciate, il toto-statuetta è partito, l’Academy è in fase di votazione. Insomma, non ci resta che attendere il 25 febbraio per conoscere i nomi dei vincitori. Siamo nel classico periodo pre-Oscar in cui stampa, cinefili, appassionati e bookmakers fanno le loro previsioni e animano il dibattito sulla notte più attesa dell’anno.

L’annuncio delle candidature, come sempre, ha già indicato una griglia di partenza e tagliato fuori alcuni titoli che sembravano destinati a contendersi i premi maggiori. Con Beautiful Boy di Felix van Groeningen e First Man di Damien Chazelle fuori dai giochi – del primo mancano soprattutto le candidature ai protagonisti Steve Carell e Timothée Chalamet, il secondo invece si è “limitato” a quattro candidature tecniche – i film che hanno ottenuto il maggior numero di nomination, come da pronostici, sono Roma di Alfonso Cuaròn e La favorita di Yorgos Lanthimos. Sono ben dieci le categorie a cui le due pellicole parteciperanno, e dietro di loro si attestano l’acclamato esordio alla regia di Bradley Cooper A star is born e il politico Vice di Adam McKay con otto nomination, Black Panther con sette (primo cinecomic della storia ad ottenere la nomination come miglior film), Blackkklansman con sei, ed infine Bohemian Rhapsody e Green Book, con cinque. Sono solo i numeri però a porre in ultima fila il biopic sui Queen e la commedia di Peter Farrely. I due film, infatti, pur con un numero esiguo di nomination, arrivano entrambi alla “grande notte” forti della vittoria ai Golden Globes (rispettivamente come film drammatico e come commedia) e, in più, il primo con un successo stratosferico al box office mondiale (dato che l’Academy non sottovaluta), il secondo con una tematica ancora (purtroppo) quanto mai attuale, come quella delle discriminazioni razziali (altro dato che conta non poco per gli Oscar).

Sono questi gli otto titoli candidati come Best Picture. Una short list che, come ogni anno, apre a molte riflessioni ma anche a diverse polemiche. In primis, infatti, le discussioni mediatiche (soprattutto “social”) successive all’annuncio delle nomination hanno messo in luce l’assenza di film diretti da donne. Se nella scorsa edizione a soddisfare il trend #metoo ci aveva pensato la meritata presenza di Greta Gerwig tra i candidati come miglior regista per il bellissimo Lady Bird (nominato anche come miglior film), quest’anno le donne di Hollywood, orfane di un rappresentante nelle maggiori categorie, hanno già iniziato a far sentire la propria voce, accusando l’Academy di aver snobbato Marielle Heller e il suo Copia originale (Can You Ever Forgive Me?) che, pur avendo portando alla nomination i suoi attori (Melissa McCarthy e Richard E. Grant), non compaiono nelle liste dei migliori registi e dei migliori film dell’anno.

Ma, come sappiamo, gli Oscar sono da sempre influenzati dalle dinamiche politico-sociali del loro paese e rispecchiano costantemente le tendenze ideologiche di Hollywood, e così, probabilmente, sul #metoo quest’anno ha prevalso la linea anti-Trump. Osservando infatti la cinquina per la miglior regia e gli otto candidati a miglior film, è evidente come la battaglia del cinema americano contro le politiche del tycoon Presidente la faccia da padrone. A parte A Star Is Born, unico vero titolo prettamente hollywoodiano, e Bohemian Rhapsody, film biografico che piace tanto agli Oscar, nella categoria maggiore troviamo un film tipicamente di stampo “dem” (Vice, su Dick Cheney e gli anni di presidenza di George W. Bush), tre che in maniera diversa portano in campo la questione razziale (Green Book sul viaggio di un ricco nero e del suo autista bianco e sulla loro amicizia, Blackkklansman sul Ku Klux Klan e Black Panther, primo cinecomic su un supereroe di colore), uno diretto da un regista greco (La favorita), l’ultimo, Roma, addirittura di produzione messicana. Tra i registi, invece, due soli americani (Adam McKay e Spike Lee, per la prima volta candidato in questa categoria – assurdo) e ben tre stranieri (Cuaròn, Lanthimos e il polacco Pawel Pawlikowski per il film Cold War).

A conferma della forza della “linea anti-Trump” agli Oscar 2019, sono anche i pronostici dei bookmakers, che pongono come contenders principali Green Book e Roma, cambiando completamente le previsioni di qualche mese fa, che davano come assoluto mattatore della serata del 25 febbraio il film musicale con Bradley Cooper e Lady Gaga. L’eventuale vittoria del film di Cuaròn rappresenterebbe un segnale potentissimo da parte di Hollywood, che andrebbe a rafforzare ancora di più la posizione del mondo del cinema contro la politica dei muri del Presidente: Roma, infatti, sarebbe il primo film in lingua straniera della storia a portarsi a casa l’Oscar come miglior pellicola in assoluto. In più, nel caso vincesse sia come Best Picture che come Best Picture in a Foreign Language, sarebbe un segnale ancora più forte, dato che sarebbe proprio un film messicano a riuscire nell’impresa di una doppietta mai riuscita a nessuno. Un vero record, che andrebbe ad aggiungersi a quello già raggiunto da Cuaròn. Il cineasta messicano ha infatti ottenuto il risultato, già guadagnato in passato da Orson Welles, Warren Beatty, i fratelli Coen e il compositore Alan Menken, di ben quattro nomination personali in una sola edizione (in questo caso produttore, regista, sceneggiatore e direttore della fotografia). In più, Cuaròn ritirerebbe anche l’eventuale Oscar come miglior film straniero, quindi in caso di en plein del suo Roma, si porterebbe a casa ben cinque statuette (e non è stato candidato per il montaggio…).

Venendo alle altre curiosità di questa novantunesima edizione degli Academy Awards, rimaniamo in tema Roma. Innanzitutto, si tratta del primo titolo targato Netflix ad essere candidato come miglior film. Un dato importante che segna, dopo il Leone d’Oro vinto a Venezia, l’inizio di una nuova era per l’industria cinematografica. In secondo luogo, va sottolineata la presenza della sua protagonista nella cinquina delle migliori attrici. Yalitza Aparicio è infatti la prima attrice indigena messicana ad essere candidata in questa categoria. Sembra però che si dovrà accontentare della nomination, dato che in pole position troviamo Glenn Close, che dopo aver sfiorato la statuetta per ben sei volte nella sua carriera, dovrebbe riuscire ad aggiudicarsela al settimo tentativo, per la sua splendida interpretazione in The Wife (poche le speranze per Lady Gaga, qualcuna in più per Olivia Colman de La favorita).

Sesta nomination, anche lei senza aver ancora mai vinto un Oscar, invece, per Amy Adams, candidata come non protagonista per Vice. Per lei la lotta sarà molto dura, dato che dovrà vedersela con le due “sfidanti” (sul grande schermo, prima che agli Oscar) de La favorita, Rachel Weisz e Emma Stone, la bravissima Marina de Tavira di Roma e soprattutto Regina King, notevole in Se la strada potesse parlare e data in pole position.

Tra gli attori protagonisti è una sfida agguerritissima tra Rami Malek (Bohemian Rhapsody), dato per favorito alla sua prima nomination, Bradley Cooper, Christian Bale (Vice), Willem Dafoe (Van Gogh) e Viggo Mortensen (Green Book). Tra i non protagonisti, i bookmakers puntano tutto su Mahershala Ali (Green Book), che riceverebbe la sua seconda statuetta dopo quella vinta per Moonlight due anni fa, ma il Sam Elliott di A Star Is Born (74 anni, grande caratterista americano alla sua prima nomination) potrebbe fare il colpaccio.

Aspettiamoci qualche sorpresa, quindi, il prossimo 25 febbraio. Sarà una notte avvincente e ricca di emozioni. La gara è ancora aperta e lo show, anche senza un vero conduttore (Kevin Hart ha definitivamente abdicato), sarà come sempre sfavillante. Oscar is coming…

di Antonio Valerio Spera per DailyMood.it

0 Users (0 voti)
Criterion 10
What people say... Leave your rating
Ordina per:

Sii il primo a lasciare una recensione.

User Avatar
Verificato
{{{ review.rating_title }}}
{{{review.rating_comment | nl2br}}}

Di Più
{{ pageNumber+1 }}
Leave your rating

Il tuo browser non supporta il caricamento delle immagini. Scegline uno più moderno.

Continue Reading

Cine Mood

Creed II. Rocky, Ivan Drago e il mito dell’eterno ritorno

Published

on

Chiedi chi era Ivan Drago. Chi non c’era negli anni Ottanta, e chi ha iniziato a seguire la saga solo dal film che l’ha rilanciata, Creed – Nato per combattere, forse non lo conoscerà. Ma siamo sicuri che siano in pochi. Rocky IV, come tutta la saga del pugile più amato del mondo, Rocky Balboa, è stato visto da intere generazioni, anche le più giovani. Quella storia, nata in pieni anni Ottanta, alla fine della Guerra Fredda tra USA e URSS, ora torna a fare capolino in Creed II, nei cinema dal 24 gennaio. Creed II inizia a Kiev, in Ucraina, in uno scenario grigio e depresso. Qui Ivan Drago, che aveva combattuto contro Rocky Balboa negli anni Ottanta, sta allenando un altro pugile: si chiama Viktor Drago, ed è il figlio. Un promoter americano lo vede, e ha l’idea per l’incontro che tutti vogliono: Creed contro Drago. Creed è Adonis Creed, figlio di quell’Apollo Creed che, dopo memorabili combattimenti contro Rocky Balboa, era diventato un suo amico. E, con Rocky all’angolo a fargli da secondo, aveva perso la vita proprio contro Drago, in un incontro che doveva essere un’esibizione e che divenne un massacro. Ora la sfida tra Adonis Creed e Viktor Drago diventa la sfida della vita per entrambi. Per Viktor è la visibilità, la voglia di riscattare la sconfitta del padre contro Rocky. Per Adonis è una sfida contro se stesso, ma anche contro i suoi fantasmi: è vendicare la morte del padre che non ha mai conosciuto, ma anche confrontarsi con la sua ingombrante figura di campione della boxe.

Creed II è l’incontro/scontro tra questi due giovani pugili. Ma è anche il confronto tra Ivan Drago e Rocky Balboa. Drago è il primo a entrare in scena, sin dai primi attimi del film. È invecchiato, come il suo attore, Dolph Lundgren, ed è invecchiato bene: i capelli imbiancati, un filo di barba, il volto reso più interessante dalle rughe. E una storia da raccontare. Veniamo a sapere che quell’incontro di oltre trent’anni fa cambiò la vita a Drago: per l’establishment sovietico divenne un perdente, e venne scaricato da tutti. Anche dalla moglie. In Creed II, Ivan Drago diventa finalmente un personaggio, mentre in Rocky IV era poco più che il simbolo di qualcosa che temevamo, e che era sconosciuto, proprio come l’Unione Sovietica di quei tempi. Rocky entra in scena poco dopo, negli spogliatoi del match che sta per consacrare, per la prima volta, Adonis Creed come campione del mondo. Il suo ingresso è molto particolare: Adonis parla prima di salire sul ring, sentiamo arrivare la voce di Sylvester Stallone (una voce calda, profonda, ascoltandola nella versione originale) e poi, con un lento movimento di macchina verso sinistra, vediamo finalmente apparire il volto e il corpo di Sly. Sembra come un messaggio: c’è la voce prima del corpo, i consigli prima dell’azione. È un altro segnale del passaggio di testimone nella storica saga: Creed ora è il protagonista, il combattente, è l’azione; Balboa, che lui chiama zio, è il mentore, l’allenatore, è la saggezza. La sfida se la giocano anche i due vecchi: il secondo incontro, quello decisivo, tra Viktor Drago e Adonis Creed, è anche una partita a scacchi, fuori dal ring, tra i due vecchi boxeur, ora all’angolo come secondi, che si conoscono, cercano di anticipare le rispettive mosse, si studiano per capire come colpirsi tramite i due atleti.

Creed II è il mito dell’eterno ritorno. Diciamolo: ci piace che ci vengano raccontate sempre le stesse storie, quando ci rassicurano e ci danno forza. E quello di Rocky è un racconto archetipico. Quasi ogni seguito del primo film ha ricoperto lo stesso schema, di rincorsa, caduta, rinascita e catarsi. E così anche Creed II non fa eccezione. Il protagonista è alle prese con la conquista del titolo mondiale, e con i dubbi se l’abbia davvero meritato, e poi con gli stimoli da ritrovare dopo essere arrivato in cima, proprio come Rocky a cavallo tra Rocky II e Rocky III; come nel secondo Rocky anche lui è alle prese con l’arrivo del primo figlio, e con i problemi della compagna, Bianca. C’è il momento, tipico dei Rocky (il terzo e il quarto in particolare), in cui si tratta di lasciare tutte le certezze e le comfort zone, cambiare aria, e andare in un posto nuovo per allenarsi e ritrovare gli stimoli.

Rocky è sempre lo stesso film. E in fondo è sempre nuovo. Creed II o, se preferite, Rocky VIII, riesce a giocare bene con i canoni dei film classici (la scalinata, il tema musicale, l’allenamento) ma senza abusarne e, soprattutto, senza sembrare mai una copia dell’originale. Ma riuscendo a riprodurne l’epica, il crescendo, l’emotività. Accanto ai grandi vecchi, Michael B. Jordan e Tessa Thompson, Adonis e Bianca, sono due corpi potenti e sensuali, e Florian Munteanu, nei panni del giovane Drago, è funzionale alla storia. Che, anche stavolta, ci insegna a soffrire e a capire per chi e per cosa lottiamo. E, soprattutto, a rialzarci ogni volta che cadiamo.

di Maurizio Ermisino per DailyMood.it

Questo slideshow richiede JavaScript.

0 Users (0 voti)
Criterion 10
What people say... Leave your rating
Ordina per:

Sii il primo a lasciare una recensione.

User Avatar
Verificato
{{{ review.rating_title }}}
{{{review.rating_comment | nl2br}}}

Di Più
{{ pageNumber+1 }}
Leave your rating

Il tuo browser non supporta il caricamento delle immagini. Scegline uno più moderno.

Continue Reading

Cine Mood

Non ci resta che il crimine, action comedy all’italiana

Published

on

Una commistione di generi, un omaggio a tanto cinema del passato, uno sguardo divertito sull’Italia di oggi e di ieri. La nuova fatica di Massimiliano Bruno (regista, sceneggiatore e attore) si inserisce perfettamente nella scia del cinema italiano post Lo chiamavano Jeeg Robot, dove la contaminazione regna sovrana. E non è un caso che alla sceneggiatura (e al soggetto) del film troviamo anche Nicola Guaglianone e Menotti, creatori del superhero romano portato sullo schermo da Gabriele Mainetti nel 2015.

Non ci resta che il crimine richiama già dal titolo (e poi anche nello spunto narrativo) Non ci resta che piangere di Roberto Benigni e Massimo Troisi (1984), cita Ritorno al futuro, si compone su una messa in scena che si rifà al classico poliziesco all’italiana degli anni Settanta, muove il plot su uno degli argomenti cardine del nostro cinema del ventunesimo secolo, e cioè la Banda della Magliana di Romanzo Criminale.

Il film di Bruno è una action comedy dai risvolti fantastici, che vede un terzetto di amici squattrinati (Marco Giallini, Alessandro Gassmann e Gianmarco Tognazzi) improvvisarsi tour operator per visite guidate nei luoghi della Roma criminale del passato per poi ritrovarsi casualmente catapultati nella capitale dell’estate del 1982, quella che sognava e tifava per la nazionale di calcio, imminente vincitrice dei mondiali di calcio di Spagna, e che viveva l’ascesa del racket della Banda della Magliana. In un susseguirsi convulso di eventi e situazioni, i tre amici incappano nel boss Renatino De Pedis (Edoardo Leo) e nella sua donna (Ilenia Pastorelli), incrociano loro stessi da bambini, scommettono e fanno soldi grazie ai risultati delle partite di calcio (Biff Tannen style), riscoprono i luoghi della Roma di un tempo, si innamorano, fanno i conti con il loro passato e rileggono la propria esistenza.

Sono tanti, dunque, gli spunti messi in campo da Bruno e dagli altri autori, forse anche troppi. E nonostante ciò non giovi alla narrazione del film, arrivando ad aggrovigliarla eccessivamente e costringendola a svolte a tratti facili e banali, Non ci resta che il crimine si presenta comunque come un godibilissimo prodotto d’intrattenimento, pieno di sorprese, di trovate, di simpatica nostalgia e sorretto da un cast corale che si integra benissimo. Giallini, Tognazzi e Gassmann sposano perfettamente il tono della pellicola, dando una forte verve comica nella caratterizzazione dei loro personaggi ma evitando di scadere nel macchiettistico; Ilenia Pastorelli è efficace nel tratteggiare la donna del boss, tanto sensuale quanto furba; Edoardo Leo, infine, convince nel ruolo, per lui inusuale, di cattivo, riuscendo tra l’altro nel difficile compito di non tradire mai la negatività del suo personaggio anche nelle situazioni più assurde e divertenti.

Con questo film Bruno non si attesta sul livello dei suoi migliori lavori (Nessuno mi può giudicare, Viva l’Italia, Gli ultimi saranno ultimi), ma confeziona un divertissement spassoso e “popolarmente cinefilo” che potrà sicuramente dire la sua al botteghino. E che – chissà – magari aprirà la strada anche ad un sequel o addirittura ad una trilogia. Come Ritorno al futuro.

di Antonio Valerio Spera per DailyMood.it

Questo slideshow richiede JavaScript.

0 Users (0 voti)
Criterion 10
What people say... Leave your rating
Ordina per:

Sii il primo a lasciare una recensione.

User Avatar
Verificato
{{{ review.rating_title }}}
{{{review.rating_comment | nl2br}}}

Di Più
{{ pageNumber+1 }}
Leave your rating

Il tuo browser non supporta il caricamento delle immagini. Scegline uno più moderno.

Continue Reading

Trending