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Glamour

L’incredibile fascino di South Beach, Miami

Anastasiya Craze

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Avete per caso detto South Beach? South Beach, Miami? Appena sento questo nome i miei occhi si accendono in un secondo, il cuore inizia a battere sempre più forte e la mia mente a dipingere spiagge di sabbia bianca, acque cristalline, cibo gourmet e un’incredibile vita notturna. Non posso farci niente, amo South Beach, è uno dei miei luoghi preferiti nel mondo. Trovo sempre una scusa per fuggire lì, ed è per questo che negli ultimi anni è stata la mia destinazione per festeggiare ogni occasione, compleanno, Capodanno, il Giorno del Ringraziamento e l’Independence Day.

Se non siete mai state a South Beach, oggi cercherò di mostrarvi i motivi per cui questo posto non può non occupare un posto nella vostra lista dei desideri. Invece, se ci siete già state, vi darò dei consigli per la vostra prossima “fuga” indicandovi le mie tappe imprescindibili per un fantastico soggiorno in quella sorta di paradiso terrestre.

Prima fermata: W Hotel. Accendete l’immaginazione e fatevi guidare da me. Le porte si aprono e entriamo dentro. L’atmosfera è ultra chic con un arredamento iconico e un’affascinante vista sull’oceano. Crea subito eccitazione e non lascia dubbi: è il posto giusto per rilassarsi. L’hotel è elegante, lussuoso ed è frequentato da numerose celebrità come LeBron James, Tom Cruise, Cameron Diaz… e naturalmente da Influencers. Ma c’è un’altra cosa davvero coinvolgente del W South Beach: respirate e inspirate profondamente! Lo sentite? È il profumo di questo fantastico hotel, non appena si entra, non si può ignorare: fico siciliano, infuso di ricchi cipressi e rifinito con fiore fresco di limone e delicato eliotropio. Voglio entrare. E voi?

Naturalmente se decidete di soggiornare presso il W Hotel, siete lì per puro piacere: balconi in vetro con vista mozzafiato di South Beach e dell’Oceano Atlantico, pavimenti eleganti, divani moderni e bagni enormi con controsoffitti in marmo. Sì, il paradiso esiste ed è qui! Ora, se siete venute al W Hotel per divertirvi, non rimarrete sicuramente deluse. Dal The Living Room, lounge bar con cocktail firmati, al The Wall, la discoteca con i DJ più in voga del momento, il divertimento certo non mancherà.

Ora diamo un’occhiata alla spiaggia. Una delle più sorprendenti del mondo e sicuramente un must dei luoghi da vedere almeno una volta nella vita. Addominali scolpiti e bikini da urlo sono una regola su questa spiaggia. Se soggiornate in un albergo sul mare, andate in spiaggia presto per ottenere la “prima fila” e continuate con il “programma” che prevede: rilassamento totale, prendere il sole, nuotare nell’Oceano e godersi ogni singolo istante su un comodissimo lettino. Se poi avete fame, non lasciatevi scappare i menu gourmet degli hotel. Potrete assaporare di tutto e di più, dalla frutta esotica agli hamburger personalizzati. La maggior parte degli hotel dispone di menù per ospitare anche i palati più esigenti. Manca forse qualcosa? Ah sì, una bella bibita fresca o un gustoso cocktail. Vi basterà alzare la mano e il personale della spiaggia vi porterà direttamente sul lettino un rinfrescante Mojito o una gustosa Sangria. Oh yeah!

Ma cosa si può fare a Miami oltre ad andare in spiaggia? Bella domanda! Fate una passeggiata lungo l’iconica Ocean Drive. Molti film americani senza tempo sono stati girati qui, da Scarface a Bad Boys, da Miami Vice a Tutti pazzi per Mary. Fiancheggiato da edifici e alberghi caratteristici con architettura Art Deco, ristoranti che si estendono per le strade, turisti stravaganti e negozi che sorgono sulla spiaggia, questo è sicuramente il luogo di cui godere. E mentre siete lì, non dimenticate di ordinare una tipica Margarita “oversize”. Cliché? Decisamente! Ma un must assoluto!

Ora, siete in perfetto mood shopping (una domanda retorica, ovviamente…)? Allora chiedete al tassista di portarvi al Bal Harbour. Fidatevi di me. Questo posto è quello che io chiamo “paradiso fashionista”. E se dopo un’intensa giornata tra negozi vi è venuta fame e siete in cerca di un buon ristorante, avete l’imbarazzo della scelta. Se volete del buon cibo americano, andate sicuramente da The Dutch. Trovate di tutto lì: pesce fresco e prodotti locali. Lo stile è ispirato dai caffè locali, con pavimenti in rovere chiaro e pareti in mattoni bianchi.

Se siete lì per la cena, vi consiglio vivamente di ordinare il ragù d’agnello. Non sono una grande fan dell’agnello, ma quel ragù è senza dubbio il migliore che abbia mai mangiato. E se avete voglia di una super colazione, sempre al The Dutch dovete andare! Di solito vado lì per il loro ricchissimo buffet, ma anche per ordinare i loro buonissimi Belgian Waffles con fragole fresche e crema (che tortura scrivere questo articolo!).

Per chi ama il cibo asiatico, invece, Mr. Chow è il posto giusto. Lo spazio di Mr. Chow è realmente disegnato da Michael Chow in persona e le ricette sono preparate da uno dei migliori chef in Cina, Nick Jinson Du.

Infine, se siete in vena di cibo italiano (io lo sono sempre), Osteria Del Teatro fa al caso vostro. Un ristorante italiano, pluripremiato, che si trova nell’elegante quartiere Art Deco di South Beach. Ha i tre ingredienti indispensabili per un pasto italiano di ottima qualità: atmosfera, gusto e tradizione. Ottimi vini italiani, pasta al dente fresca e dessert stellari vi prepareranno adeguatamente ad una nottata entusiasmante in giro per la città.

Ora, chi è pronto a fare festa?! South Beach offre probabilmente i migliori party del mondo. Non c’è da stupirsi che il rapper americano Pitbull abbia dedicato tante sue hit a questo posto. La scena notturna qui è semplicemente incomparabile. Non rimanete sorprese se entrate in un club intorno a mezzogiorno e lo trovate ancora mezzo pieno. La vita notturna a Miami comincia tardi. Molto tardi. E continua fino alla mattina. I party proseguono anche dopo l’orario di colazione. Per quanto riguarda i club, alcuni dei miei preferiti sono The Wall e Mint. Qui trovate eleganza, DJ di fama mondiale e puro divertimento.

Vi siete divertite?! Io sì! South Beach è un’esplosione di divertimento a prescindere dalla stagione. Con le sue spiagge mozzafiato, le acque turchesi, le belle persone, il clima caldo, il cibo e la varietà delle opzioni di intrattenimento che offre, questo posto dovrebbe essere sicuramente nella vostra lista dei luoghi must-visit. Quando arrivate, ricordatevi sempre… STAY FABULOUS!

di  Anastasiya Craze per DailyMood.it

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Celebrity

Missoni for Matt Boomer

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Missoni veste l’ attore Matt Boomer per la promozione su Zoom del film Netflix “Boys in the band” con una polo di maglia fiammata verde e azzurra della

Missoni dresses actor Matt Bomer promoting on zoom Netflix’s “Boys in the Band” with a long sleeved blue and green spacedyed knit polo by MISSONI Man’s 2020  Collection.

 

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Eventi

Luca Vitone. Il Canone

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Dal 6 settembre al 18 ottobre 2020, lo CSAC – Centro Studi e Archivio della Comunicazione dell’Università di Parma presenta il secondo appuntamento del programma di residenze d’artista Through time: integrità e trasformazione dell’opera, realizzato in occasione di Parma Capitale Italiana della Cultura 2020+21, che vede la partecipazione di Massimo Bartolini, Luca Vitone ed Eva Marisaldi.

L’Archivio-Museo CSAC conserva a partire dal 1968 oltre 12 milioni di pezzi suddivisi in cinque sezioni: Arte, Fotografia, Media, Progetto e Spettacolo. Dopo Massimo Bartolini, che il 16 febbraio scorso ha inaugurato l’installazione On Identikit (chiusa con due settimane di anticipo, causa emergenza sanitaria, lo scorso 8 marzo 2020), a confrontarsi con questo patrimonio preziosissimo sarà Luca Vitone, già protagonista di una residenza presso lo CSAC nel 2017 nell’ambito del progetto #GrandTourists. In quell’occasione, Luca Vitone aveva potuto letteralmente immergersi negli archivi e nelle collezioni CSAC, confrontandosi al tempo stesso con la città di Parma e una rete di altri archivi e musei.

Vitone, artista che da sempre lavora sull’idea di luogo, produzione culturale e memoria, propone nell’ambito di Through time l’esito espositivo di quella residenza: Il Canone, un omaggio al concetto stesso di archivio a partire dal furgone utilizzato fino all’inizio degli anni 2000 dallo CSAC per il trasporto e l’acquisizione delle opere e degli archivi. Il mezzo di trasporto – metafora dell’azione del prelevare e dell’agire per la raccolta e la costruzione dell’archivio – sarà allestito nell’imponente navata centrale della Chiesa abbaziale, seguito da una lunga “parata” di lavori e progetti che rappresentano

un ampio spettro della ricerca artistico-culturale italiana del Novecento, selezionati dall’artista con un criterio del tutto personale, quasi a ricostruire immaginari legami tra le opere conservate allo CSAC e le proprie vicende biografiche.

Per l’artista, “entrare nell’archivio del CSAC è come immergersi in un mare tropicale, di quelli noti per lo snorkeling. Impossibile non rimanerne affascinati, anche se non si riconoscono i pesci si è frastornati dai colori, dalle forme e soprattutto dalla quantità di animali da osservare. […] Ma c’era una cosa che mi tornava sempre alla mente: un furgone bianco, parcheggiato nell’angolo più lontano del piazzale, come fosse abbandonato, stava lì con la sua scritta sulla portiera ‘Università di Parma’ a testimoniare il suo ruolo passato”.

Nella visione di Luca Vitone il furgone rimanda concettualmente all’opera Das Rudel di Joseph Beuys del 1969, in cui 24 slitte in legno fuoriescono da un vecchio furgoncino Volkswagen. Come per Beuys, anche in questo caso, le 24 opere e oggetti che il furgone dell’Università di Parma lascia dietro di sè sono collegate a episodi autobiografici dell’artista oppure ad autori che hanno profondamente segnato la sua crescita artistica, riscoperti all’interno degli archivi CSAC. Tra questi figurano Ugo Mulas, Alighiero Boetti, Gianni Colombo, Lucio Fontana, Mario Schifano, Mario Nigro, Pietro Consagra, Alberto Rosselli, Afro Basaldella, Luigi Ghirri, Erberto Carboni, Archizoom Associati/Lucia Bartolini, Walter Albini, Giosetta Fioroni, Michelangelo Pistoletto, Maddalena Dimt, Franco Albini, Danilo Donati/Sartoria Farani, Ettore Sottsass jr./Sottsass Associati, Andrea Branzi, la rivista satirica “Il Male” e persino un anonimo, autore di un’imitazione di una lampada di Vico Magistretti.

Nell’abside della Chiesa sarà infine allestito il monocromo intitolato Stanze (CSAC, Parma) eseguito dallo stesso Vitone con le polveri dello CSAC nel 2017, in occasione della sua residenza, e successivamente donato al centro.

Luca Vitone nasce a Genova nel 1964. A partire dagli anni Novanta, partecipa a importanti collettive nazionali e internazionali e dal 1994 collabora continuativamente con la Galleria Nagel Draxler, a Colonia, Berlino e Monaco. Nel 2000 espone al P.S.1 di New York e presenta al Palazzo delle Esposizioni di Roma Stundàiu, mostra-omaggio alla sua città natale Genova. Al 2006 risale la sua prima retrospettiva itinerante Luca Vitone. Ovunque a casa propria. Überall zu Hause presentata al Casino Luxenbourg, poi nel 2007 all’O.K. Centrum di Linz e infine nel 2008 alla Galleria d’Arte Moderna e Contemporanea di Bergamo. Il 2010 è l’anno d’inizio della collaborazione con la Galleria Pinksummer di Genova e la Galleria Michel Rein di Parigi e Bruxelles. Nel 2012 tiene due importanti personali: Monocromo Variationen al Museion di Bolzano e Natura morta con paesaggi e strumenti musicali alla Fondazione Brodbeck di Catania. Nel 2013 ritorna alla Biennale di Venezia, dopo una prima partecipazione nel 2003 e il rifiuto del 2011, esponendo per l’eternità al Padiglione Italia nella mostra Vice Versa curata da Bartolomeo Pietromarchi. Nel 2017 il Pac di Milano gli dedica un’ampia retrospettiva. Attualmente è in corso fino al 15 marzo 2020 al Centro Pecci di Prato il suo progetto Romanistan, tra i vincitori della quarta edizione di Italian Council. Dal 2006 è docente presso la Nuova Accademia di Belle Arti a Milano.

VADEMECUM
COSA: Luca Vitone – Il Canone
DOVE: CSAC – Centro Studi e Archivio della Comunicazione Università di Parma
QUANDO:
6 settembre – 18 ottobre 2020

 

 

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Eventi

La mostra su Inge Morath al Museo Diocesano di Milano: la fotografia come necessità di un racconto

T. Chiochia Cristina

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Treviso, Genova, Roma ed ora, Milano.
L’arte di Inge Morath approda nel bell’allestimento presso il Museo Diocesano di Milano alla presenza dell’ Assessore alla Cultura di Milano Filippo del Corno e che sarà visitabile dal 19 giugno al 1° novembre 2020, essendo parte integrante del palinsesto culturale Aria di Cultura I talenti delle donne, promossi e coordinati dal Comune di Milano. Una location unica, che si preannuncia anche in tempi difficili come questi, meta  milanese con “Il Chiostro in Estate“, tra  i tavolini del bistrot, le conferenze – aperitivo su Raffaello e il programma teatrale del progetto “Moto Teatro Oscar“; oltre che il proseguimento della mostra temporanea “Gaugin Matisse Chagall: la passione nell’arte francese dei musei Vaticani” e dal 19 Giugno 2020, appunto, anche questa nuova mostra fotografica dal

titolo:”Inge Morath.La vita. La fotografia“. Ovvero 150 immagini e documenti originali disposti a cura di Brigitte Bluml -Kaindl, Kaindl Kurt e Marco Minuz prodotta da Fotohof, Magnum Photos, Suazes e con il supporto del Forum Austriaco della cultura e partner tra cui Rinascente e IGP Decaux. La mostra si apre con una Inge Morath  profondamente europea essendo nata a a Graz nel 1923. La si descrive poi come interprete di informazioni, con ambientazioni surreali e quasi grafiche, sino ad arrivare a fotografie intime, quasi un diario di vita.Impostazione che la accompagno’ sino alla sua “ultima fotografia”, a cui la mostra dedica una intera parete.

Come recita il comunicato stampa “studiò lingue all’università di Berlino e Bucarest e lavorò come interprete per il servizio americano d’informazione. Nel 1953 si unì alla celebre agenzia Magnum Photos Agency, diventando membro ufficiale nel 1954. In quegli anni lavora, come assistente, per i fotografi Ernst Haas e Henri Cartier-Bresson. Nel 1955 pubblicò la sua prima collezione di fotografie, alla fine della carriera si contarono 30 monografie“.
SI, perche’ come lei stessa diceva: “fare foto era diventata una necessità ed io non volevo rinunciare a nulla“. Come nelle altre tappe italiane di questo percorso emozionale, la mostra ripercorre gli scatti piu’ intensi della carriera della celebre fotografa,  diventata molto americana: moglie in seconde nozze di uno scrittore, Arthur Miller, madre di una regista cinematografica, Rebecca Miller, suocera dell’attore Daniel DayLewis; è evidente quanto si sentisse a proprio agio ovunque dietro una macchina fotografica con una rara capacità, come ha sottolineato Marco Minuz “di non semplificare mai cio’ che è complesso e mai complicare quello che è semplice“. Dono raro. Che si trattasse di un ritratto di Marilyn Monroe sul celebre set del suo ultimo film, la classe di Audry Hepbourn,un pacioso emù in taxi a New York,o dei tanti volti anonimi reali o presunti del suo fotografare luoghi offrendone l’anima e la vita nella sua versione diretta ed originale, sia che si trattasse di Venezia, la Cina, la Spagna o la Russia, quello che incanta della fotografia di questa autrice è il racconto, l’ordito nella sua tessitura piu’ intima. Nel solco del mood scrittori (non si dimentichi che iniziò come scrittrice e traduttrice), dunque, ecco che la mostra proposta al pubblico milanese diventa un insieme di trame che ne formano il tessuto. Come fili dell’ordito infatti, stesi sul telaio, le foto della Morath in questo percorso vengono fatte passare attraverso le maglie dei licci della storia e alle fessure del pettine del talento della prima donna fotoreporter dell’agenzia fotografica Magnum.
Da segnalare inoltre, l’idea alla base del catalogo realizzato grazie anche a Fotohof e della Fondazione Morath : non una monografia ma un lavoro per dare “respiro” dando appieno la dimensione del lavoro di questa fotografa. E vi riesce appieno.
Edito da Silvana Editoriale, molto ben curato, è lo stesso Marco Minuz, curatore della mostra, a mettere in risalto la componente della vicinanza, non soltanto fisica ma anche emotiva dei soggetti fotografati dalla celebre fotografa, parlando dell’approccio sistemico della mostra e che si ispira al lavoro della Morath che trova riscontro nelle parole riportate proprio in una delle pagine del catalogo in cui la fotografa diceva: “devo prima vedere e trovare quello che posso fare. Quando facevo un viaggio, naturalmente sapevo che cos’è un reportage e lo tenevo sempre presente. In altre parole, non ho mai viaggiato in un paese per tornare riportando solo primi piani di strutture murarie. Però avevo bisogno della mia libertà. Una o due volte è capitato, semplicemente, di non fare il reportage. Sono andata, e ho detto “Non lo vedo”. Quello che mi riusciva particolarmente difficile era quando i clienti dicevano di volere solo il colore quando non c’era nessun vero colore“. Concludendo, tutte le foto in mostra sono in bianco e nero. Quasi che il nero con la luce, fosse il suo “inchiostro” fotografico. Ed ecco la fotografia, la vita. Come necessità di un racconto”fatto” e scritto a mano del tutto personale.

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