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Sonia Melt, il coraggio di rifiorire – Amore, rinascita e seconde possibilità in Cuore di loto
Vincitrice del concorso Arkadia LOVER 2025, l’autrice veneziana racconta il romanzo nato da un percorso personale di trasformazione: una storia di ferite, verità nascoste e speranza.
Il fiore di loto affonda le radici nel fango, attraversa l’acqua e riesce comunque a schiudersi alla luce. Non è soltanto un’immagine poetica: è il cuore simbolico del nuovo romanzo di Sonia Melt e, in parte, anche della storia della sua autrice.
Sonia vive a Mira, in provincia di Venezia, insieme alla sua famiglia. Dopo alcune esperienze nella pubblicazione indipendente e un periodo particolarmente difficile, ha scelto di dedicarsi completamente alla scrittura. Da questo percorso è nato Cuore di loto, romanzo vincitore del concorso LOVER 2025 e pubblicato da Arkadia nel 2026.
Protagonista è Dafne, una giovane scrittrice segnata dalla tragica perdita dei genitori. Quando il suo manoscritto attira l’attenzione della Clyre House Publishing, incontra Noah Clyre, un editore affascinante e inaccessibile. Tra loro nasce un sentimento profondo, minacciato da una verità che lega la famiglia di Noah al passato della ragazza. Cuore di loto intreccia romance, suspense e segreti familiari, interrogandosi sulla possibilità di tornare ad amare quando la fiducia è stata spezzata.
DAILYMOOD.IT: Ricordi il momento esatto in cui hai saputo che Cuore di loto aveva vinto il concorso Arkadia LOVER? Qual è stata la tua prima reazione?
SONIA MELT: È passato quasi un anno, ma ricordo ancora bene la telefonata di Giovanni Lucchese, direttore della collana Lover. Mi disse: “Sonia, senti questo rumore?”. Io pensavo si riferisse al mio cuore, che ormai viaggiava oltre i centocinquanta battiti al minuto. Poi aggiunse: “È il suono delle trombe, il rullo dei tamburi! Annunciano la tua vittoria al concorso”. Per qualche secondo sono rimasta senza parole. Poi ho urlato e subito dopo è arrivato un bel pianto liberatorio. Avrei voluto abbracciare qualcuno, ma in casa c’era solo il mio cane, che probabilmente non aveva mai ricevuto così tante attenzioni tutte insieme! Se Cuore di loto è arrivato fin qui, lo devo anche a Giovanni e ad Arkadia. A quella telefonata che, ancora oggi, quando ci penso, mi fa battere forte il cuore.
DM: Arrivavi da diverse esperienze come autrice indipendente. Che cosa ti ha spinta a presentare proprio questo romanzo al concorso e quanto credevi davvero nella possibilità di vincere?
SM: Venire dal mondo dell’autopubblicazione ti insegna una grande indipendenza, ma anche quanto possa essere faticoso fare tutto da sola. Cuore di loto è un romanzo viscerale, al quale ho affidato parti molto profonde di me. Sentivo che aveva raggiunto una maturità diversa rispetto ai miei lavori precedenti e che meritasse una casa editrice solida e prestigiosa come Arkadia. Quanto ci credevo? A dire il vero, non abbastanza da aspettarmi di vincere. Ma ci speravo con tutta me stessa.
DM: La scrittura è diventata centrale dopo un periodo difficile della tua vita. Senza entrare in ciò che preferisci custodire, che cosa ti ha dato la pagina bianca quando tutto il resto sembrava più fragile?
SM:La pagina bianca non giudica, non fa domande e non pretende nulla. È uno spazio sicuro in cui posso riversare il dolore, la confusione, le paure e tutte le emozioni che faccio fatica a esprimere, trasformandole in una storia. Leggere è sempre stato un rifugio, ma scrivere è la mia cura. Quando ho bisogno di mettere ordine dentro di me, lo faccio attraverso le parole.
DM: Il fiore di loto nasce in acque torbide, ma riesce a emergere e a rifiorire. Quando hai capito che sarebbe stato il simbolo e il titolo perfetto per questa storia?
SM: Quasi subito, mentre delineavo il percorso emotivo di Dafne. Il loto racchiude una metafora potentissima: la bellezza e la purezza non nascono dal nulla, ma possono emergere proprio dal fango, dalle esperienze dolorose e dalle difficoltà che ci segnano. Per me rappresentava perfettamente il viaggio dei personaggi: attraversare il buio più fitto senza rimanerne intrappolati, trovare la forza di risalire verso la luce e, infine… rifiorire.
DM: Dafne affronta il dolore rifugiandosi nella scrittura e sta lavorando, a sua volta, a un libro intitolato Cuore di loto. Quanto c’è di Sonia in lei e perché hai scelto questo gioco di specchi tra autrice, protagonista e romanzo?
SM: C’è molto di me in Dafne, soprattutto nel suo modo di elaborare il dolore attraverso le parole. Anche lei si rifugia nella scrittura quando la realtà fa troppo male e il fatto che, all’interno della storia, stia scrivendo un libro intitolato Cuore di loto crea un piccolo cortocircuito metaletterario che mi divertiva moltissimo. Come hai ben detto tu, è un gioco di specchi: io guardo lei, lei guarda me e, alla fine, nessuna delle due sa più davvero chi sia l’autrice e chi la protagonista. Volevo esplorare quel confine sottile tra realtà e finzione, e l’idea che la scrittura non sia soltanto un modo per evadere, ma anche uno specchio nel quale guardarsi e, forse, imparare ad accettarsi. In fondo, è stato il mio modo di stringere la mano a Dafne e dirle “Non sei sola. Ci sono io qui con te. E insieme rimetteremo a posto i pezzi”.
DM: Noah custodisce una verità capace di distruggere il rapporto con Dafne. Secondo te, l’amore può sopravvivere a qualsiasi segreto oppure esistono verità che arrivano troppo tardi per essere perdonate?
SM: Questa è una domanda molto difficile! No, secondo me l’amore non riesce a superare qualsiasi segreto. A fare la differenza non è solo ciò che viene nascosto, ma soprattutto perché lo si nasconde. Se Noah ha taciuto per paura di perdere Dafne, forse il suo silenzio nasce proprio dall’amore. Se invece lo ha fatto per proteggere sé stesso dalle conseguenze, allora diventa qualcosa di diverso, che forse non merita il perdono. (E qui mi fermo, senza fare spoiler!) Poi ci si dovrebbe porre la domanda fondamentale: quando una verità cambia tutto, quanto deve essere forte un amore per meritare una seconda possibilità? E forse è proprio qui che la storia lascia spazio a chi legge, perché non esiste mai una scelta giusta per tutti.
DM: Accanto alla storia d’amore troviamo il legame di Dafne con il fratello Jordan e con la nonna Susy. Quale idea di famiglia e di cura volevi raccontare attraverso questi personaggi?
SM:Per Dafne, Jordan e la nonna rappresentano la cura silenziosa, quella fatta di presenze stabili, di sguardi che comprendono senza giudicare e di radici profonde. Sono l’idea di una famiglia che non ha bisogno di grandi gesti per esserci, basta sapere che, nelle difficoltà, c’è qualcuno che resta. In particolare, Jordan sarà la vera bussola. È uno di quei personaggi che, mentre scrivi, smettono quasi di essere tuoi. A un certo punto ho avuto la sensazione che fosse lui a decidere cosa dovevo raccontare. E forse è proprio questo che amo dei personaggi, quando prendono la loro strada e ti sorprendono. Jordan, per me, è stato proprio così.
DM: Hai ambientato la vicenda tra Epsom, Londra e il mondo dell’editoria inglese, mescolando romance, mistero e segreti familiari. Che cosa ti affascinava di questo scenario e come hai lavorato sull’equilibrio tra sentimento e suspense?
SM: L’Inghilterra, con le sue atmosfere suggestive e a tratti malinconiche, era lo scenario perfetto per questa storia. Adoro il contrasto tra la quiete verde e protettiva di Epsom, il rifugio sicuro, e la vivacità di Londra, con le luci della città e quel mondo dell’editoria che mi affascina tanto. Ho cercato il giusto equilibrio tra le emozioni, la forza di un amore che nasce piano, e le ombre di una verità difficile da svelare. Ho voluto che la suspense crescesse poco alla volta, insieme ai segreti che vengono a galla, portando Dafne e Noah a confrontarsi con le proprie paure e con le conseguenze delle loro scelte.
DM: Che cosa è cambiato nel tuo modo di scrivere passando dalla pubblicazione indipendente al lavoro con Arkadia? E questa vittoria ti ha già indicato la direzione del prossimo progetto?
SM: Il passaggio a una casa editrice strutturata come Arkadia è stato sicuramente un’esperienza preziosa. Ho trovato non solo professionalità e competenza, ma anche una grande famiglia, fatta di persone con cui confrontarmi, crescere e sentirmi accompagnata in questo nuovo percorso. Mi ha fatto scoprire il bello di costruire un libro insieme, senza perdere la parte più personale della storia. Quanto al prossimo progetto, questa vittoria mi ha dato sicuramente una grande dose di fiducia. Mi ha confermato che voglio continuare a raccontare storie intense ed emotive, in cui i sentimenti complessi, le fragilità dei personaggi e il percorso di rinascita personale restino sempre al centro.
DM: Hai detto di desiderare che Cuore di loto possa raggiungere soprattutto chi sta attraversando un momento difficile. Quale speranza vorresti lasciare a quella persona quando chiuderà l’ultima pagina?
SM: Vorrei soprattutto che il lettore chiudesse il libro con un po’ più di speranza di quando lo ha aperto. Con la certezza che, per quanto ci si possa sentire spezzati e persi, non è mai troppo tardi per rialzarsi. Il dolore non definisce chi siamo, è solo una parte del nostro viaggio. Dafne e Noah, in fondo, ci ricordano proprio questo, a volte bisogna perdersi per ritrovarsi, soprattutto per ritrovare la strada verso se stessi. Se Cuore di loto riuscirà a lasciare questa consapevolezza in chi lo leggerà, allora sentirò di aver raccontato qualcosa che va oltre la mia storia.
Redazione DailyMood.it
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4 motivi per cui l’amicizia è la prima palestra del dating secondo gli esperti di hinge
Published
2 giorni agoon
8 Ottobre 2026By
DailyMood.it
6 utenti su 10 sostengono che le amicizie solide aiutano a essere più consapevoli a livello emotivo
L’amore richiede pratica, e le amicizie sono il luogo in cui iniziamo il nostro training. Secondo i dati di uno studio condotto da Hinge, l’app di dating pensata per essere cancellata, le persone che hanno amicizie solide riferiscono benefici concreti nel modo in cui vivono la ricerca di una nuova relazione: il 64% afferma infatti che queste amicizie aiutano a essere più consapevoli a livello emotivo, il 56% a sentirsi più sicure e il 56% a comunicare meglio. Moe Ari Brown, Love and Connection Expert di Hinge, spiega 4 motivi per cui le amicizie rappresentano davvero una palestra per il dating e le relazioni.
Consapevolezza emotiva
Per costruire un’amicizia solida, probabilmente abbiamo già affrontato un momento difficile con un’altra persona e poi abbiamo ricostruito il rapporto. È proprio questo processo di riparazione a rendere le persone più consapevoli a livello emotivo.
Autostima
Le persone pensano che l’autostima sia semplicemente un’energia che si possiede, ma in realtà significa avere paura di mostrarsi autenticamente e scegliere di farlo comunque. È come per uno scrittore che condivide il proprio lavoro: si inizia da un diario, poi lo si mostra a una persona di fiducia, quindi si pubblica qualcosa perché chiunque possa leggerlo, aumentando gradualmente la propria capacità di tollerare l’esposizione davanti a un pubblico. L’amicizia fa la stessa cosa: ci prepara a un momento ad alta intensità emotiva, come il mostrarsi vulnerabili in una relazione.
Capacità comunicative
Allenare la regolazione emotiva e l’empatia sviluppa anche ottime capacità comunicative. Tenere conto dei bisogni dell’altra persona, considerando allo stesso tempo i propri, aiuta a costruire una versione più integrata di noi stessi; più ci esercitiamo a farlo, meno ci sembrerà faticoso. Una buona comunicazione inizia così a diventare il nostro modo naturale di relazionarci, invece di qualcosa che dobbiamo mettere in scena.
L’ascolto attivo, poi, significa rivolgere il corpo verso l’altra persona, mantenere il contatto visivo e restituire ciò che abbiamo ascoltato, invece di spostare la conversazione su di noi. E quando ascoltiamo ed empatizziamo davvero, anziché formulare la nostra prossima risposta, comunichiamo più chiaramente perché non reagiamo in maniera impulsiva. Esercitandoci con le nostre amicizie, questo atteggiamento diventerà naturale durante un appuntamento, facendo la differenza tra chi affronta quel momento con curiosità e chi invece interpreta un ruolo.
Le amicizie possono essere il nostro specchio
Le amicizie ci rimandano un’immagine di come ci si sente a stare in una relazione con noi. Ci aiutano a creare ritmi e abitudini insieme a un’altra persona, a uscire dalla nostra testa e a organizzarci anche intorno agli impegni di qualcun altro: tutti aspetti che il dating e le relazioni richiedono, e a cui normalmente non pensiamo. Le amicizie possono inoltre cogliere ciò che tendiamo a minimizzare, oppure individuare uno schema comportamentale che, essendo troppo vicini alla situazione, non riusciamo a vedere. La chiave per ricevere questo tipo di riflessione sincera da una persona amica dipende dal modo in cui la chiediamo. Possiamo individuare due categorie di domande da rivolgere agli amici: domande tattiche e domande orientate alla crescita. Una domanda tattica consiste nel chiedere alla persona di confermare un’ipotesi che abbiamo già formulato: «Ho torto a provare rabbia perché l*i non si è offert* di venirmi a prendere?» In realtà non è una vera domanda: è una richiesta di approvazione e rimane confinata al rapporto tra noi e la persona amica.
Una versione orientata alla crescita elimina completamente la narrativa tra ragione e torto e pone domande come: «Aiutami a vedere questa situazione da prospettive diverse» oppure «Aiutami a fare pratica su quello che voglio dire, così posso affrontare la situazione con curiosità invece che sulla difensiva». Il test da applicare è semplice: questa domanda mi avvicina all’altra persona oppure si limita a confermare una posizione che ho già assunto?
Le persone amiche possono essere anche ottimi interlocutori con cui confrontarsi sul proprio profilo, spesso perché vedono lati di noi che non mettiamo sempre in primo piano. Per esempio, il modo in cui ci comportiamo con le persone a cui vogliamo bene o un lato giocoso che non mostriamo sempre per primo. È qui che entra in gioco la funzione Friend’s Take di Hinge, che porta il punto di vista di una persona amica all’interno del proprio profilo senza permetterle di sostituire la propria voce. È anche per questo che il 69% delle persone che frequentano app di dating** e che hanno aggiunto un Friend’s Take afferma che questa funzione ha migliorato la capacità del proprio profilo di mostrare chi sono davvero.
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Intervista a Domenico Capponi- Il nuovo romanzo Tutto dice sì
Published
2 settimane agoon
24 Settembre 2026By
DailyMood.it
Storia di un no detto all’alba, e della vita che ne è venuta fuori
Un avvocato sale sul Monte Vettore all’alba di una mattina di giugno, arriva alla croce di ferro e urla. Poche ore dopo rifiuta la società nello studio legale dove ha lavorato per tre anni. Da quel rifiuto nasce un editore: dodici metri quadrati costruiti con le proprie mani, un mestiere imparato in una vecchia tipografia, i rifiuti collezionati, un tradimento, e ogni volta la decisione di ricominciare. In «Tutto dice sì» Domenico Capponi non spiega come si fanno i libri: racconta che cosa costa — e che cosa restituisce — seguire la voce interiore che conosce la nostra natura molto prima che la ragione se ne accorga. Lo abbiamo incontrato.
Il libro comincia con un’ascesa e un urlo: una mattina di giugno, da Forca di Presta fino alla croce di ferro del Vettore. Cosa è successo lassù, e perché quel grido è stato il vero inizio di tutto?
DC: La montagna da sempre mi ha accolto, ogni volta che ho avuto un momento difficile non ho mai guardato la luna, ma la vetta di una montagna. Questo perché a momenti difficili spesso si associano pensieri insistenti, confusi, stati di incertezza allora, io cammino, o meglio io inizio a salire e, durante la salita, quei pensieri si fanno meno insistenti, la loro voce meno forte poi, pian piano svaniscono e arriva il vuoto. È in quel vuoto che riesco a entrare in contatto con me stesso, lassù, su quella vetta, è accaduto questo e da quel vuoto ho capito che era inutile oppormi alla vita, quella vera, quella che sentivo ma, dovevo accettare quel sentimento, quello che sentivo e cioè che dovevo cambiare.
Poche ore dopo, al telefono, rifiuti di entrare in società nello studio legale in cui avevi passato tre anni. Quanto è costato pronunciare quel no e quanto, invece, ti ha restituito?
DC: Quel no è in realtà il frutto del sì che avevo pronunciato in vetta. Non è stato difficile per me pronunciare quel no, ma, come ho detto, accettare il sì. È stato proprio quel sì a mettermi in connessione con me stesso e, in virtù di quel sì, nel momento in cui ho pronunciato quel no, ho avuto l’impressione di trovarmi dalla parte opposta di un ponte e di averlo fatto saltare dietro di me. Non sarei più tornato indietro, mi ero tolto ogni minima possibilità di tornare indietro. Solo così poteva essere fatta la scelta che ho fatto: in modo totale.
Scrivi che decidi di diventare Editore senza sapere nulla del mestiere. Da dove arriva una certezza così netta quando mancano tutte le competenze — e come si distingue la vocazione dal capriccio?
DC: Il mio non era un capriccio, ma un atto di riconoscimento, un grazie, un atto dovuto nei confronti dei libri che mi hanno cambiato letteralmente la vita e nei confronti della mia natura intima, che ama le sfide. Tutto quello di cui avevo bisogno ero certo che lo avrei imparato
Ti sei costruito da solo una sede di dodici metri quadrati. Che cosa ti ha insegnato quello spazio minimo, e quanto conta cominciare da un luogo fatto con le proprie mani?
DC: È stato fondamentale, le difficoltà si affrontano con i pensieri ma anche con le mani. In quella prima sede sono stato per dodici anni, e ancora oggi, la tengo. Anzi ancora oggi a dire il vero ci vado, entro e mi siedo. Tutto è rimasto come prima, ogni cosa, questo perché devo ricordarmi da dove sono partito e quanto ho amato quel luogo. Qui sta la ricchezza di quello che sto dicendo, io non ho sofferto a stare lì, io ho amato ogni giorno quel piccolo spazio perché ero sicuro che pur stando lì avrei dato alla casa editrice una valenza nazionale. Cosa che ho fatto e, per essere sincero fino alla fine, ti dirò che, oltre all’amore, c’è stata sempre con me una convinzione che non mi ha mai e poi mai abbandonato: non ho mai dubitato che ci sarei riuscito, mai, nemmeno una volta. La mia fiducia nella mia intuizione iniziale è stata totale.
Hai imparato a fare libri in una vecchia tipografia. Che cosa si capisce dell’editoria quando la si impara dall’odore dell’inchiostro e dal peso della carta, e non dai manuali o dai master?
DC: Durante i miei anni di studio per mantenermi ho sempre lavorato, veramente ho iniziato a lavorare a dodici anni, non tanto per bisogno ma per necessità di indipendenza dai miei genitori, non volevo pesare sulle loro finanze. Poi ho continuato. Lavorare era per me stare nel mondo, vivere a contatto con tante realtà diverse. Questo mi ha aiutato perché poi quando ho intrapreso questa sfida imprenditoriale, mi è venuto facile partire dalla base, dall’inchiostro e dal rumore delle macchine.
Nel libro “collezioni rifiuti”. Come si tiene insieme una persona dopo il decimo, il ventesimo no? Esiste un modo sano di stare dentro il fallimento senza farne un’identità?
DC: I no credo siano stati molti di più. Non ho una ricetta segreta. Quello che ha tenuto in piedi me, quello che mi ha fatto vivere con gioia anche i rifiuti, è stata la convinzione di stare seguendo la mia strada e che sarei riuscito a portare avanti la mia visione. Non ho mai accettato un rifiuto senza cercare di capire come migliorarmi, quale indicazione mi stesse dando, ma non ho mai permesso a un rifiuto di definirmi, mai. La mia visione era ed è più grande. In questi casi capita spesso che ci si avvicini a situazioni o persone per avere delle garanzie. Io non l’ho mai fatto. Quando ho deciso di aprire la casa editrice, mi dissi che avrebbe dovuto reggersi da sola, senza strani favori o appartenenze. Idee, studio, formazione, mercato, null’altro.
C’è una ferita precisa nel racconto: essere traditi da chi si credeva un compagno di viaggio. Che cosa ti ha tolto e
che cosa, a distanza di tempo, ti ha lasciato?
DC: Non mi ha tolto nulla, anzi mi ha insegnato tanto. Innanzitutto mi ha messo di fronte a una scelta: continuare a fidarmi delle persone oppure smettere e pensare che tutti, nessuno escluso, visto quello che era successo, potessero essere dei potenziali nemici. Io ho scelto di continuare a fidarmi. Vivo quindi fidandomi delle persone che mi circondano e di quelle con cui stabilisco dei rapporti.
L’altra cosa, ancora più importante, è che, nella situazione in cui ero, ma anche oggi, non potevo permettermi di dedicare tempo ed energie alla negatività, al rancore, all’odio. Sono sentimenti che chi gestisce un’azienda che si muove in base al flusso delle energie non può permettersi, sì, perché le idee sono, a mio avviso, energia.
Fai editoria in una città di provincia, lontano dai circuiti che contano, e talvolta regali il tuo lavoro a chi non può pagarlo. È una scelta romantica o una strategia — e quanto è sostenibile oggi restare indipendenti?
DC: Noi siamo una casa editrice non a pagamento, lavoriamo in tutta Italia e collaboriamo con il più grande distributore nazionale. La logistica si trova a Milano e la promozione a Bologna. Io vivo qui, ad Ascoli Piceno, salutando le persone per strada, fermandomi a parlare con il mio edicolante di sempre, prendendo il caffè immerso nella bellezza rinascimentale di Piazza del Popolo. E faccio vivere le stesse emozioni ai miei collaboratori.
Non è mai stata una scelta strategica, ma il frutto di una precisa visione romantica. Restare indipendenti oggi è molto complesso, perché i nostri partner sono molto grandi e seguono le logiche delle società quotate in Borsa. Ma è possibile, avendo un pensiero trasversale e creativo e, soprattutto, lavorando con tanta immaginazione. In fondo, l’editore dovrebbe fare proprio questo, con i suoi autori e con se stesso: vivere nel mondo delle possibilità e del possibile. Le possibilità dobbiamo cercarle noi, mentre il possibile deve quasi sempre scontrarsi con quella voce comune che direbbe: “È impossibile”. Allora va tutto bene.
Hai raccontato Ascoli Piceno, il Piceno, Meletti, Scandolara, Offida: storie di pietra, di persone e di travertino. Che cosa cambia quando l’editore smette di custodire le storie degli altri e mette in pagina la propria?
DC: Scrivere le storie di grandi aziende è un lavoro molto complesso e arricchente per me. Per farlo seguo delle regole molto rigide. In primo luogo scrivo solo quando con l’azienda o con i fondatori sento un’affinità, non sarei in grado di scrivere a comando, non l’ho mai fatto. Questo è il prerequisito fondamentale affinché io accetti di scrivere la storia di qualcun altro. Quando questa scintilla accade allora scrivere diventa uno scambio e anche io mi arricchisco perché, in realtà, dentro quelle storie fatte di coraggio, visione o difficoltà rivedo sempre qualcosa di me.
«Non esiste il giro perfetto, esiste il giocatore migliore»: è forse la frase più esposta del libro. A chi oggi ha un no da pronunciare e non trova il coraggio, che cosa diresti — senza dargli una lezione, visto che il libro dichiara di non volerne dare?
DC: Non voglio dare lezioni, non mi rispecchio in questo. La mia è solo una condivisione, nella speranza che questo libro possa essere di aiuto a chiunque, anche fosse una sola persona che si trova nella difficile condizione di dover trovare la propria strada.
Vedi, nel libro dico che c’è una fase in cui si condivide, in cui si parla con gli amici, ci si confronta, ci si prende o si viene tenuti per mano, ma poi, alla fine, si arriva a un punto preciso della propria vita in cui si deve saltare e, in quel momento preciso, in quell’atto specifico, si è soli e non può essere altrimenti. Si salta da soli.
Molti, in quello specifico punto, ci rimangono giorni, anni, o per sempre, e poi finiscono per vivere di rimpianti, per lamentarsi di tutto. Quindi la risposta esatta non c’è, credo che ognuno debba trovarla dentro di sé.
Dalla quarta di copertina
«La nostra missione è quella di fiorire qui e ora, su questa terra, senza se e senza ma, con il giro di carte che ci è capitato in sorte: non esiste il giro perfetto, esiste il giocatore migliore. È con quelle carte che dobbiamo diventare quello che siamo destinati a essere, dando seguito e vita alla nostra essenza più vera».
«Era di questo che avevo bisogno, volevo il mare aperto, le rotte e le direzioni non le conoscevo, ma le onde non mi facevano paura. Avevo scelto l’ignoto, l’inquietudine, l’insicurezza, il pericolo e la caduta certa, l’errore e il fallimento».
Tutto dice sì – Disponibile dal 25 settembre
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I racconti del Bergamotto di Reggio Calabria: la nuova ricerca di Filippo Arillotta
Published
3 settimane agoon
21 Settembre 2026By
DailyMood.it
Il nuovo libro dello storico reggino è stato presentato l’8 settembre al Circolo Polimeni. Dieci testimonianze hanno raccontato due secoli di storia, tra viaggiatori, industria, scienza, politica e letteratura
Ci sono prodotti che appartengono a un territorio. E poi ci sono prodotti capaci di raccontare quel territorio al mondo. E, come documenta lo storico Filippo Arillotta il Bergamotto è passato anche da Firenze prima di arrivare a Reggio Calabria…..
Il Bergamotto di Reggio Calabria appartiene certamente alla seconda categoria. Lo dimostra ancora una volta il professor Filippo Arillotta, storico e scrittore reggino, che è tornato a dedicare la propria capacità di ricerca a quella che è ormai diventata una delle grandi chiavi di lettura della storia economica, sociale e culturale della città dello Stretto.
Dopo il successo di Storia fantastica del Bergamotto di Reggio Calabria, pubblicato da Kaleidon Editrice e già approdato alla ristampa, Arillotta ha presentato il suo nuovo lavoro, “I racconti del Bergamotto di Reggio Calabria”, presentato l’8 settembre al Circolo del tennis “Rocco Polimeni” di Reggio Calabria.
Un nuovo libro che conferma una caratteristica fondamentale del lavoro dello storico reggino: la capacità di andare oltre la narrazione tradizionale per cercare, nei documenti e nelle testimonianze, quelle tracce apparentemente secondarie che finiscono invece per restituire una storia molto più grande.
Dieci testimonianze per raccontare una storia internazionale
Il volume è costruito attraverso dieci racconti, dieci testimonianze provenienti da epoche e contesti differenti, accomunate dall’incontro con il Bergamotto di Reggio Calabria.
Non è dunque soltanto la storia di un agrume e della sua essenza. È la storia di come quell’essenza abbia attraversato confini, professioni, mercati e culture, entrando nella vita quotidiana di popolazioni europee e mondiali e contribuendo, al tempo stesso, a proiettare Reggio Calabria in una dimensione internazionale.
Nel libro compaiono relazioni di viaggiatori arrivati a Reggio per conoscere direttamente i luoghi della coltivazione, indagini di mercato, analisi chimiche, relazioni industriali, documenti e riflessioni di carattere politico, fino ad arrivare alla letteratura.
È proprio questa pluralità di fonti a rendere particolarmente interessante la ricerca di Arillotta.
Lo storico non si limita infatti a raccontare ciò che è già noto, ma va alla ricerca di testimonianze capaci di ricomporre, tassello dopo tassello, un’immagine diversa e più ampia della città e del suo patrimonio.
E così il Bergamotto diventa un osservatorio privilegiato attraverso il quale guardare a duecento anni di storia.
La capacità di cercare dove la storia sembra nascondersi
La cifra distintiva di Filippo Arillotta è proprio questa: trasformare la ricerca storica in una scoperta.
Un documento commerciale può raccontare un mercato. Un’analisi chimica può testimoniare il livello raggiunto dalla ricerca scientifica. La relazione di un viaggiatore può restituire l’immagine di un territorio. Una testimonianza industriale può spiegare la nascita di una filiera. Un testo letterario può, infine, trasformare tutto questo in memoria collettiva.
Mettendo insieme queste tessere, Arillotta mostra quanto il Bergamotto di Reggio Calabria sia stato, per generazioni, molto più di una produzione agricola, ma è scienza, economia, industria, profumo, commercio, cultura e immaginario.
E soprattutto è stato un ponte tra Reggio Calabria e il mondo.
L’inedito incontro con Corrado Alvaro
Tra le pagine più sorprendenti del nuovo volume trova posto anche un testo di Corrado Alvaro, poco conosciuto al grande pubblico, nel quale il Bergamotto assume una funzione del tutto particolare: diventa strumento per leggere la realtà politica del proprio tempo.
È un finale che porta il libro su un piano quasi inatteso.
Dalla terra e dagli agrumeti si arriva alla letteratura; dalla storia economica si approda alla dimensione politica e, infine, a quella simbolica.
Nella conclusione, infatti, il Bergamotto sembra quasi liberarsi dalla sua dimensione materiale per diventare profumo, atmosfera, memoria e immaginazione.
Un racconto nel quale la sua fragranza si inserisce in un’Europa attraversata dai venti di guerra, restituendo per un istante una dimensione quasi onirica: la potenza del profumo come possibilità di attenuare, almeno simbolicamente, le tensioni della storia.
Una presentazione che mette insieme storia, agricoltura e cucina
A dialogare con l’autore, nella serata dell’8 settembre, ci sono state personalità provenienti da mondi diversi ma profondamente legati al territorio.
Sono intervenuti Filippo Cogliandro, chef patron del ristorante L’Accademia Gourmet di Reggio Calabria; Rosario Previtera, agronomo e docente di Biotecnologie agrarie; Giuseppe Bombino, docente dell’Università Mediterranea di Reggio Calabria, Dipartimento di Agraria, e presidente del GAL “Area Grecanica”.
A moderare l’incontro è stato Luigi Caminiti, docente del Liceo Scientifico “Leonardo da Vinci” di Reggio Calabria.
Una scelta di relatori che ha restituito perfettamente lo spirito del libro: il Bergamotto può essere studiato attraverso la storia, analizzato attraverso la scienza agraria, interpretato nella sua dimensione territoriale e culturale e, naturalmente, raccontato anche attraverso la cucina.
Ed è proprio quest’ultimo passaggio a rendere particolarmente significativo il contributo di uno chef come Filippo Cogliandro, da anni impegnato nella valorizzazione delle eccellenze identitarie della Calabria e nella trasformazione della materia prima del territorio in linguaggio gastronomico contemporaneo.
Reggio Calabria e quella dimensione internazionale spesso dimenticata
Il lavoro di Arillotta compie, in definitiva, un’operazione che va oltre il semplice racconto del Bergamotto.
Attraverso dieci testimonianze, restituisce alla città una parte della propria storia internazionale.
Una storia che spesso rimane nascosta dietro le immagini più conosciute di Reggio Calabria, ma che i documenti sono ancora capaci di raccontare: una città osservata da viaggiatori stranieri, studiata dalla scienza, attraversata dai commerci, collegata ai mercati internazionali e capace di lasciare una traccia persino nella letteratura.
È questo, forse, il risultato più interessante della ricerca di Filippo Arillotta: dimostrare che per comprendere la storia di un territorio non sempre bisogna cercare grandi eventi. A volte basta seguire il profumo di un agrume.
E quello del Bergamotto di Reggio Calabria, da oltre due secoli, ha viaggiato molto lontano.
“I racconti del Bergamotto di Reggio Calabria”, edito da Kaleidon, è stato presentato l’8 settembre al Circolo Polimeni di Reggio Calabria.
Il libro è disponibile online su https://www.kaleidoneditrice.it/shop/i-racconti-del-bergamotto-di-reggio-calabria/
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