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	<title>Elena Parmegiani &#8211; Daily Mood</title>
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	<description>Moda. Tendenze. Arte. Cinema. LifeStyle. Cultura</description>
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		<title>After –Un percorso di lavoro. Fendi Karl Lagerfeld, la mostra alla Galleria d’Arte moderna</title>
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				<pubDate>Wed, 22 Jul 2026 09:53:41 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Elena Parmegiani]]></dc:creator>
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				<description><![CDATA[<p>Nel 1985 la Galleria d’Arte Moderna e Contemporanea a Roma ospitò la mostra che celebrava i vent’anni di lavoro di Karl Lagerfeld per Fendi. Oggi, dopo più di trent’anni, Maria Grazia Chiuri, attuale direttrice creativa di Fendi, rievoca questa esposizione, ma soprattutto la figura di Lagerfeld, guida della Maison romana. In esposizione ci sono schizzi, [&#8230;]</p>
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								<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">Nel 1985 la <strong>Galleria d’Arte Moderna e Contemporanea</strong> a <strong>Roma</strong> ospitò la mostra che celebrava i vent’anni di lavoro di <strong>Karl Lagerfeld</strong> per <strong>Fendi</strong>. Oggi, dopo più di trent’anni, <strong>Maria Grazia Chiuri</strong>, attuale direttrice creativa di Fendi, rievoca questa esposizione, ma soprattutto la figura di Lagerfeld, guida della Maison romana. In esposizione ci sono schizzi, tele, carte, tavolette che riproducono prove di lavorazione ideate da Fendi nell’arco di venti anni di attività. Fino <strong>al 25 ottobre 2026,</strong> infatti, alla Galleria Nazionale d’Arte Moderna e Contemporanea sarà possibile ammirare <strong><em>After Un percorso di lavoro. Fendi / Karl Lagerfeld 1985</em></strong>, che ripropone la mostra inaugurata nel 1985. La rassegna, curata da Maria Luisa Frisa, è stata inaugurata in occasione della sfilata di Fendi Couture, che è stata ospitata nelle sale dedicate alle opere del Novecento della GNAMC. L’esposizione odierna segue il più fedelmente possibile le orme dell’esposizione del 1985, nello stesso museo, ma in spazi diversi. Concepita per illustrare i diversi passaggi che conducono dall’ideazione alla progettazione e alla produzione del capo, si articola nelle sezioni: <strong>Tavolette, Caleidoscopio, Matrici Progettuali, Teatro, Pettine, Video, Schizzi e Computer,</strong> attraverso una sequenza narrativa basata su quella studiata dallo stesso Lagerfeld quarant’anni fa. La retrospettiva si configura come un percorso illustrato delle tappe di lavoro che si affrontano dall’idea iniziale prima di una collezione alla realizzazione finale dei capi che la costituiscono. Nel percorso c’è la rappresentazione della creatività di Lagerfeld , ma anche quella di chi inventa nuovi modelli e differenti tecniche di lavorazione, di un’equipe che realizza i capi secondo criteri antichi, ma anche sperimentali. “<em>Ieri è trascorso-Oggi va passando- Non resta che domani- Solo l’avvenire mi interessa e mi intriga-La curiosità dell’ignoto è la più stimolante tra quelle della mia vita professionale che è la mia vita tout court</em>”, dichiara Lagerfeld a proposito della sua mostra nel 1985 all’epoca una delle prime dedicate a un brand di moda ospitate in un museo. L’idea di Maria Grazia Chiuri di replicarla permette di andare oltre il racconto della sua concezione. Renderla fruibile oggi significa ricreare la presenza fisica dell’esposizione e generare una nuova iterazione con il pubblico. Al titolo originale della retrospettiva è stata anteposta la parola <em>After</em>, che comunica la ricontestualizzazione di oggetti e immagini finalizzata  ad ottenere qualcosa di nuovo dopo la mostra originaria. Ricreare un’esposizione del passato è sempre un’operazione critica. Il tentativo di riproporre le sezioni, l’impianto allestivo e gli oggetti originari, nello stesso museo, ma in spazi diversi, ha posto diverse questioni, sia per quanto riguarda l’allestimento sia per i pezzi esposti, essendo recuperabili solo una parte di quelli del 1985. Tele e pellicce sono state sostituite da heritage reproductions. Tra le novità l’allestimento di una vastissima <strong>rassegna stampa</strong> che, attraverso illustri critici, documenta la discussione, allora generata dalla retrospettiva, sull’opportunità di portare la moda dentro un museo d’arte. Un gesto che ancora oggi fa riflettere sui problemi irrisolti della museologia della moda in Italia.</p>
<p style="text-align: justify;">“<strong>Fendi / Karl Lagerfeld 1985. After Steps Through Work&#8221;, courtesy photo of Fendi Giorgio Benni</strong></p>
<p><em><strong>di Elena Parmegiani per DailyMood.it</strong></em></p>

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		<title>Il ritorno della grande couture: Fendi riscrive il dialogo tra moda e cultura</title>
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				<pubDate>Mon, 13 Jul 2026 08:46:44 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Elena Parmegiani]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Sfilate]]></category>
		<category><![CDATA[Style & Luxury]]></category>
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		<category><![CDATA[haute couture]]></category>
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				<description><![CDATA[<p>Roma non è soltanto la scenografia della nuova Haute Couture di Fendi, ma ne è la protagonista assoluta. Nello scenario monumentale della Galleria Nazionale d&#8217;Arte Moderna e Contemporanea, la Maison romana ha trasformato uno dei luoghi simbolo della cultura italiana in un teatro dove moda e arte hanno parlato la stessa lingua. Una dichiarazione d&#8217;identità, [&#8230;]</p>
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								<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">Roma non è soltanto la scenografia della nuova Haute Couture di <strong>Fendi</strong>, ma ne è la protagonista assoluta. Nello scenario monumentale della <strong>Galleria Nazionale d&#8217;Arte Moderna e Contemporanea,</strong> la Maison romana ha trasformato uno dei luoghi simbolo della cultura italiana in un teatro dove moda e arte hanno parlato la stessa lingua. Una dichiarazione d&#8217;identità, prima ancora che di stile. Quella andata in scena il 9 luglio rappresenta molto più del debutto couture di <strong>Maria Grazia Chiuri </strong>alla guida creativa della Maison. È un ritorno alle origini, una riflessione sul patrimonio di Fendi e sulla capacità della moda italiana di raccontare sé stessa senza rincorrere tendenze effimere. Dopo gli anni trascorsi alla direzione creativa di Dior, Chiuri torna nella sua Roma e sceglie di farlo proprio là dove il dialogo tra creatività contemporanea e storia dell&#8217;arte diventa naturale. L&#8217;ingresso in passerella è preceduto da un cortometraggio ispirato a <em>Histoire d&#8217;Eau,</em> il film commissionato da <strong>Karl Lagerfeld</strong> nel 1977, reinterpretato per l&#8217;occasione dalla regista <strong>Valeria Golino</strong>. Un omaggio raffinato che prepara lo spettatore a una collezione costruita sulla memoria più che sulla nostalgia. La memoria, infatti, non guarda indietro: diventa materia viva, capace di generare nuove forme. La collezione si sviluppa attraverso una palette essenziale, dominata da <strong>bianco, nero, avorio </strong>e sfumature cipria. La silhouette è fluida, quasi liquida. Gli abiti sembrano sospesi nello spazio, mentre i cappotti couture rivelano un lavoro sartoriale minuzioso. La costruzione è rigorosa ma mai rigida; la femminilità emerge attraverso la leggerezza e non attraverso l&#8217;ostentazione. Si percepisce immediatamente il dialogo con Karl Lagerfeld, figura imprescindibile nella storia di Fendi. Chiuri non tenta di replicarne il linguaggio, ma ne recupera alcuni codici visivi, reinterpretandoli con sensibilità contemporanea. Le geometrie ispirate alla <strong>Secessione Viennese</strong>, i riferimenti all&#8217;universo artistico di <strong>Gustav Klimt</strong> e l&#8217;attenzione quasi architettonica alle <strong>proporzioni</strong> restituiscono una couture colta, costruita su riferimenti culturali profondi anziché su effetti spettacolari. Anche il luogo scelto amplifica il messaggio. La Galleria Nazionale d&#8217;Arte Moderna non è soltanto una location prestigiosa: diventa parte integrante del racconto. Le opere custodite nelle sale dialogano con gli abiti come fossero installazioni contemporanee, confermando quanto il confine tra arte e moda sia ormai sempre più sottile. Non è un caso che proprio negli spazi della GNAM venga inaugurata anche la mostra <strong>”After-Un percorso di lavoro. Fendi/Karl Lagerfeld 1985</strong>” dedicata al lavoro di Lagerfeld per Fendi, un progetto fortemente voluto da Maria Grazia Chiuri, visitabile <strong>fino al 25 ottobre 2026,</strong> proprio la stessa mostra che la Galleria d’Arte Moderna e Contemporanea ospitò nel 1985. La scelta evidenzia una precisa volontà culturale: restituire alla moda il riconoscimento di disciplina artistica, tema sul quale la stilista si è espressa apertamente sottolineando come l&#8217;Italia, a differenza di altri Paesi, abbia ancora margini di crescita nel valorizzare il patrimonio creativo della moda all&#8217;interno delle istituzioni culturali. Sul front row il parterre è quello delle grandi occasioni: <strong>Sarah Jessica Parker, Monica Bellucci, Valeria Bruni Tedeschi, Eleonora Abbagnato</strong>, la famiglia Fendi e numerosi protagonisti del cinema e della cultura internazionale confermano il peso simbolico dell&#8217;evento. Ma, diversamente da molte sfilate contemporanee, le celebrities non oscurano la collezione: restano spettatrici di un racconto che appartiene innanzitutto agli abiti. Tra i dettagli più interessanti emerge la straordinaria qualità dell&#8217;<strong>artigianato italiano. </strong>Ricami quasi invisibili, lavorazioni tridimensionali, piume trattate come pennellate, pellicce reinterpretate con un approccio contemporaneo e sostenibile dimostrano come la couture di Fendi continui a fondarsi sulla maestria degli atelier romani. Questa sfilata assume inoltre un valore strategico per la Maison. Fendi sceglie infatti di riportare la couture nella propria città d&#8217;origine, riaffermando un&#8217;identità profondamente romana in un momento in cui il lusso globale tende spesso ad uniformare linguaggi e immaginari. Roma non viene rappresentata attraverso i suoi cliché monumentali, ma come laboratorio creativo, città dell&#8217;arte e della manifattura. Il risultato è una collezione che evita ogni eccesso. Non cerca il colpo di scena virale né l&#8217;immagine destinata esclusivamente ai social network. Punta invece sulla costruzione di un immaginario destinato a durare, nel quale ogni abito racconta una storia fatta di cultura, memoria e ricerca estetica. Più che una sfilata, Fendi ha costruito un manifesto. Un invito a rallentare lo sguardo, ad osservare il lavoro delle mani, a riconoscere nella couture un patrimonio culturale prima ancora che commerciale. In un&#8217;epoca dominata dalla velocità delle immagini, Maria Grazia Chiuri sceglie il tempo lungo dell&#8217;eleganza. E forse è proprio questa la lezione più preziosa lasciata dalla serata romana: il vero lusso oggi non consiste nell&#8217;eccesso, ma nella capacità di creare bellezza destinata a rimanere.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Courtesy photo of Fendi</strong></p>
<p><em><strong>di Elena Parmegiani per DailyMood.it</strong></em></p>

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		<title>Armani Privé, il nuovo capitolo della leggenda</title>
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				<pubDate>Thu, 09 Jul 2026 13:52:23 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Elena Parmegiani]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Collezioni Donna]]></category>
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		<category><![CDATA[collezione Autunno-Inverno 2026/2027]]></category>
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				<description><![CDATA[<p>La passerella di Armani Privé non è mai stata soltanto una sfilata: è un manifesto di eleganza, misura e perfezione sartoriale. L&#8217;edizione Haute Couture Autunno/Inverno 2026-2027, presentata a Parigi, assume però un valore ancora più profondo: è la prima stagione in cui la maison conferma la propria continuità creativa sotto la guida di Silvana Armani, [&#8230;]</p>
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								<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">La passerella di <strong>Armani Privé</strong> non è mai stata soltanto una sfilata: è un manifesto di eleganza, misura e perfezione sartoriale. L&#8217;edizione <strong>Haute Couture Autunno/Inverno 2026-2027,</strong> presentata a Parigi, assume però un valore ancora più profondo: è la prima stagione in cui la maison conferma la propria continuità creativa sotto la guida di <strong>Silvana Armani</strong>, nipote dello stilista e da anni figura chiave all&#8217;interno dell&#8217;atelier. Il debutto della nuova collezione non rappresenta una rivoluzione, bensì una raffinata evoluzione. La scelta è chiara fin dai primi look: preservare il linguaggio estetico costruito in oltre quarant&#8217;anni da Giorgio Armani, introducendo con discrezione una sensibilità più contemporanea e femminile. La sfilata, ospitata nel Palazzo Armani di Parigi, si apre con completi sartoriali impeccabili. Le giacche destrutturate, firma storica della maison, vengono reinterpretate con tagli leggermente più morbidi e proporzioni allungate. I pantaloni fluidi accompagnano il movimento del corpo senza costringerlo, mentre il velluto, il satin e la seta dialogano con ricami di microcristalli e perline applicati interamente a mano. La palette cromatica evita volutamente gli eccessi. Blu notte, bordeaux, verde bosco, nero profondo e sfumature fumé costruiscono un guardaroba sofisticato che riflette una femminilità adulta, sicura di sé e lontana da qualsiasi ricerca di spettacolarizzazione. Anche le stampe animalier, presenti in alcune uscite, vengono reinterpretate in tonalità smorzate, quasi polverose, mantenendo quell&#8217;equilibrio estetico che da sempre distingue Armani Privé. Il filo conduttore della collezione è il <strong>boudoir</strong>, inteso non come luogo di ostentazione della sensualità, ma come spazio privato dell&#8217;intimità femminile.</p>
<p style="text-align: justify;">L&#8217;idea viene tradotta attraverso vestaglie couture, cappotti morbidi, blazer ricamati, pantaloni in seta e lunghi abiti impreziositi da lavorazioni luminose che ricordano la luce soffusa di una stanza privata. Le silhouette rimangono pulite, prive di costruzioni eccessive, mentre il lusso emerge esclusivamente attraverso la qualità dei materiali e l&#8217;altissima manifattura. La couture Armani continua così a parlare sottovoce, in netto contrasto con una parte della moda contemporanea che privilegia l&#8217;effetto scenografico. È una scelta stilistica che riafferma il valore della sobrietà come forma di lusso assoluto. La responsabilità di raccogliere l&#8217;eredità di uno dei più importanti designer del Novecento avrebbe potuto spingere verso cambiamenti radicali. Silvana Armani ha invece scelto la strada della continuità. Per oltre quarant&#8217;anni ha lavorato accanto allo zio seguendo da vicino lo sviluppo delle collezioni Privé. In una delle rare interviste ha ricordato di aver iniziato la propria carriera nell&#8217;azienda di famiglia come modella e successivamente in Emporio Armani, diventando progressivamente il braccio destro di Giorgio Armani nella couture. Questo lungo percorso le ha consentito di assorbire completamente il metodo creativo della maison, fatto di disciplina, ricerca dei tessuti e attenzione quasi maniacale alla costruzione del capo. Durante la presentazione della collezione, la stilista ha ribadito che il suo obiettivo non è reinterpretare Armani in chiave nostalgica, bensì preservarne i valori fondamentali adattandoli alle esigenze della donna contemporanea. Tra gli elementi più riusciti della collezione figurano i blazer ricamati con cristalli tono su tono, le giacche bomber in satin, gli smoking femminili in velluto e gli abiti da sera impreziositi da lunghissimi ricami realizzati a mano. Le trasparenze vengono utilizzate con estrema moderazione, mentre la costruzione sartoriale rimane il vero fulcro creativo. Ogni capo appare pensato per accompagnare il movimento naturale del corpo, evitando qualsiasi rigidità. L&#8217;impressione generale è quella di una couture destinata a durare nel tempo piuttosto che a inseguire le tendenze della stagione. Una filosofia che Giorgio Armani ha sempre difeso e che oggi continua a caratterizzare la maison. In un panorama della moda spesso dominato dalla ricerca dell&#8217;effetto immediato, Armani Privé continua a distinguersi per una scelta opposta: parlare attraverso la qualità, la misura e la perfezione del dettaglio. Silvana Armani dimostra che raccogliere l&#8217;eredità di uno dei più grandi couturier della storia non significa copiarne il linguaggio, ma comprenderne profondamente i principi. La sua prima fase creativa racconta una maison che continua a evolversi senza rinunciare alla propria identità. La collezione Autunno/Inverno 2026-2027 conferma così che il vero lusso non risiede nell&#8217;eccesso, ma nella capacità di trasformare la semplicità in eccellenza, una lezione che Giorgio Armani ha insegnato per oltre mezzo secolo e che oggi continua a vivere attraverso una nuova generazione della famiglia, pronta a guidare Armani Privé nel futuro senza dimenticare le proprie radici.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Courtesy photo of Armani Privè</strong></p>
<p><em><strong>di Elena Parmegiani per DailyMood.it</strong></em></p>

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		<title>Effetto Dua Lipa, aumenta la richiesta dei matrimoni in Sicilia e nella Costiera Amalfitana</title>
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				<pubDate>Mon, 06 Jul 2026 08:47:45 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Elena Parmegiani]]></dc:creator>
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				<description><![CDATA[<p>Bella, giovane, talentuosa e di successo, la star mondiale Dua Lipa ha celebrato i festeggiamenti del matrimonio con l’attore britannico Callum Turner in Sicilia e ha trascorso successivamente dei giorni in Costiera Amalfitana. Il matrimonio civile si è svolto a Londra il 31 maggio scorso, ma Dua Lipa ha dichiarato il suo legame con la [&#8230;]</p>
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								<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">Bella, giovane, talentuosa e di successo, la star mondiale <strong>Dua Lipa</strong> ha celebrato i festeggiamenti del matrimonio con l’attore britannico <strong>Callum Turner</strong> in <strong>Sicilia</strong> e ha trascorso successivamente dei giorni in <strong>Costiera Amalfitana</strong>. Il <strong>matrimonio civile si è svolto a Londra il 31 maggio scorso, ma </strong>Dua Lipa ha dichiarato il suo legame con la Sicilia scegliendola per il party del suo matrimonio. La cantante ha infatti soggiornato a <strong>Villa Igiea </strong>a<strong> Palermo</strong>. Le ricerche Google per l’hotel a cinque stelle sono aumentate del 306% negli ultimi novanta giorni, dopo la diffusione dei media sulle nozze. Storico palazzo di lusso a Palermo, l’hotel consente anche ai non ospiti di vivere i suoi spazi, i ristoranti e i servizi, tra cui la spa. È possibile ammirare i giardini terrazzati della villa in stile Liberty, rilassarsi a bordo piscina e concedersi un aperitivo sull’iconica Igiea Terrazza Bar. Per chi non soggiorna in hotel, l’accesso alla piscina è disponibile prenotando una giornata in spa, mentre la spiaggia privata è accessibile con un costo di trenta euro. Se durante il giorno sono generalmente ammessi look più informali, per gli spazi serali dedicati alla ristorazione e per la Terrazza Bar è previsto un dress code più elegante. Il ricevimento principale e la cerimonia celebrativa di Dua Lipa e Callum Turner si è tenuto a <strong>Villa Valguarnera</strong> a <strong>Bagheria,</strong> con un party che ha previsto persino Elton John al pianoforte, le cui ricerche della struttura su Google sono aumentate del 277% nelle scorse settimane. Trattandosi di una villa privata è visitabile solo tramite soggiorni privati ed eventi su prenotazione. Le nozze di tre giorni hanno previsto anche eventi a <strong>Palazzo Gangi</strong> nella prima giornata, con ricerche Google aumentate del 199% nell’ultimo periodo. Essendo una residenza privata, l’accesso è strettamente limitato a visite guidate, appuntamenti prenotati in anticipo o eventi speciali. Si tratta inoltre di una delle attrazioni più costose di Palermo, con tour e pacchetti che, secondo quanto riportato, hanno prezzi significativamente più alti rispetto ai normali biglietti museali. È una tappa ideale per chi visita Palermo o sta organizzando un viaggio on the road in Sicilia. “<em>Si spengono i riflettori e le polemiche, ma restano i numeri. E i numeri ci dicono che eventi come il matrimonio di Dua Lipa in Sicilia rappresentano un settore, quello del wedding, che genera valore economico, occupazione e visibilità internazionale per i territori che lo ospitano</em>&#8220;- afferma<strong> Carlotta Ferrari, presidente di Convention Bureau Italia</strong>, intervenendo nel dibattito seguito dei festeggiamenti delle nozze tra la popstar britannica e l&#8217;attore Callum Turner celebrate tra Palermo e Bagheria. “<em>Secondo le stime, <strong>negli ultimi tre anni, dal 2023 al 2025, gli eventi legati al wedding hanno registrato un incremento del 15% e il fatturato del settore è aumentato del 25%,</strong> passando da circa 803 milioni a ben oltre 1 miliardo di euro. Sono dati</em> – spiega Ferrari – <em>che dimostrano che i grandi matrimoni internazionali non sono soltanto eventi privati o occasioni di visibilità mediatica: dietro ogni celebrazione c&#8217;è una filiera composta da strutture ricettive, wedding planner, fioristi, fotografi, aziende di trasporto, allestitori, professionisti e maestranze locali. Quando il territorio viene realmente coinvolto, la destinazione non è una semplice scenografia, ma diventa protagonista di un processo di crescita che lascia ricadute concrete</em>”. Ma non solo, l’effetto Dua Lipa si registra anche sulla <strong>luna di miele</strong>. Dopo i festeggiamenti per il matrimonio a Palermo, Dua Lipa e Callum Turner, secondo quanto riportate dai media e da fonti social, hanno trascorso uno splendido viaggio di nozze in giro per l’Italia, con avvistamenti dalla <strong>Costiera Amalfitana</strong> a <strong>Roma</strong>, dalla Sicilia ad altre località del Paese: tra escursioni in yacht al largo di <strong>Favignana,</strong> passeggiate a <strong>Matera</strong> con la star che ha indossato scarpe dal tacco basso e sottile e cene romantiche a <strong>Tropea</strong>. I novelli sposi sono stati immortalati in alcune delle località più suggestive d’Italia, attirando l’attenzione di tutto il mondo. Solo in Italia, nelle scorse settimane, le ricerche su Google per “luna di miele Dua Lipa” sono aumentate del 1.800%, mentre i fan hanno cercato di ricostruire l’itinerario della coppia e ipotizzato quale sarà la prossima tappa. Gli esperti di viaggio di <em>Sixt</em>, società specializzata del noleggio auto, hanno stilato un elenco di dieci destinazioni italiane nelle quali i novelli sposi sarebbero stati avvistati, analizzando anche l’aumento della domanda di ricerca registrato nell’ultima settimana. I risultati evidenziano le località italiane attualmente più richieste e offrono spunti per organizzare il prossimo itinerario in auto. Tra i luoghi scelti dai famosi sposi ci sono: <strong>Villa TreVille Beach Club</strong> a <strong>Positano</strong>, la <strong>Fontana di Trevi</strong> a Roma, la pizzeria “<strong>Da Concettina ai Tre Santi”,</strong> a <strong>Napoli</strong>, l’<strong>Hotel San Domenico Palace </strong>a <strong>Taormina</strong> con la passeggiata mano nella mano degli sposi tra le pittoresche strade del centro dell’isola incorniciate dalle bouganville. Dua Lipa e Callum Turner non si sono fatti mancare una gita su una Porsche d’epoca lungo Corso Umberto, nel cuore di <strong>Bernalda</strong>, ed una passeggiata a <strong>Matera</strong>, il soggiorno a <strong>Villa Paola </strong>a <strong>Tropea</strong> con dinner al ristorante <em>Il Convivio.</em> Nell’ultimo mese le ricerche su Google per “Costiera Amalfitana” sono aumentate del 3.250% in Italia, rendendola una delle destinazioni più richieste tra quelle associate all’itinerario della luna di miele della coppia. Villa TreVille Beach Club di Positano, nello stesso periodo del soggiorno della star, ha registrato a sua volta un aumento del 248% dell’interesse di ricerca. Ma non solo, le ricerche su Google per “Fontana di Trevi” sono aumentate del 2.600% in Italia. Le immagini del momento sono diventate virali su TikTok, con un video della coppia davanti alla fontana che ha superato 4,3 milioni di visualizzazioni. Inoltre, i contenuti relativi a “Dua Lipa Roma” hanno generato fino a 33,3 milioni di post sulla piattaforma. La coppia ha inoltre cenato alla <strong>Trattoria da Danilo</strong> a Roma, per la quale le ricerche su Google sono aumentate del 609%. Dua Lipa e Callum Turner hanno fatto tappa anche a Napoli, aggiungendo un’altra importante città italiana al loro seguitissimo itinerario di nozze. Gli sposi hanno esplorato le vivaci strade della città e la sua offerta gastronomica. In Italia l’interesse di ricerca per Napoli è aumentato del 1.600%. Un fenomeno che, secondo gli osservatori del settore potrebbe tradursi in un&#8217;ulteriore visibilità turistica per le destinazioni italiane.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Crediti foto: Instagram Dua Lipa, fotografo David Sims<br />
di Elena Parmegiani per DailyMood.it</strong></p>

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		<title>Marylin Monroe, la mostra a 100 anni dalla nascita della diva</title>
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				<pubDate>Wed, 24 Jun 2026 08:33:52 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Elena Parmegiani]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Eventi]]></category>
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		<category><![CDATA[Academy Museum of Motion Pictures]]></category>
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				<description><![CDATA[<p>Icona di bellezza e sensualità, riconosciuta ed acclamata in tutto il mondo. A cento anni dalla nascita di Marilyn Monroe, Los Angeles rende omaggio alla donna che ha trasformato la propria immagine in una delle costruzioni culturali più potenti del XX secolo. Non una semplice retrospettiva dedicata alla star di Hollywood, ma un viaggio immersivo [&#8230;]</p>
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								<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">Icona di bellezza e sensualità, riconosciuta ed acclamata in tutto il mondo. A cento anni dalla nascita di <strong>Marilyn Monroe</strong>, Los Angeles rende omaggio alla donna che ha trasformato la propria immagine in una delle costruzioni culturali più potenti del XX secolo. Non una semplice retrospettiva dedicata alla star di Hollywood, ma un viaggio immersivo nella mente e nello stile di una donna che ha saputo anticipare i concetti contemporanei di personal branding, celebrity culture e controllo dell&#8217;immagine. Fino al 28 febbraio 2027 sarà possibile ammirare all&#8217;<strong>Academy Museum of Motion Pictures </strong>la mostra &#8220;<strong>Marilyn Monroe: Hollywood Icon</strong>&#8220;, la più importante retrospettiva mai dedicata negli ultimi anni all&#8217;eredità culturale, cinematografica e stilistica dell&#8217;attrice nata Norma Jeane Mortenson il 1° giugno 1926. L&#8217;esposizione, curata da Sophia Serrano con il supporto di Simran Bhalla, riunisce centinaia di oggetti originali tra fotografie, manifesti, lettere, documenti di produzione, materiali personali e costumi provenienti dai film che hanno consacrato Marilyn all&#8217;immortalità. Ma il vero cuore della mostra è la moda. Lontano dall&#8217;immagine stereotipata della bionda esplosiva, il percorso racconta come Monroe abbia utilizzato l&#8217;<strong>abbigliamento</strong> come strumento narrativo e politico. “<em>Era molto intelligente nella scelta degli abiti. Era la star della Fox per il Cinemascope e non le piaceva come certe silhouette apparivano sullo schermo. Non indossava mai abiti con la linea a &#8216;A&#8217; perché riteneva che l&#8217;effetto fosse poco lusinghiero. Sapeva come controllare, modificare e gestire la sua immagine&#8221;</em>, spiega Sophia Serrano alla stampa. Ogni silhouette, ogni scollatura, ogni dettaglio sartoriale contribuiva alla costruzione di un personaggio che ancora oggi continua a influenzare il linguaggio della moda e della comunicazione visiva. Tra i pezzi più attesi figura il leggendario abito rosa disegnato da William Travilla per &#8220;Gentlemen Prefer Blondes&#8221; (1953), indossato durante la celebre interpretazione di &#8220;Diamonds Are a Girl&#8217;s Best Friend&#8221;. Considerato uno dei costumi più iconici della storia del cinema, il vestito viene esposto raramente ed è diventato il simbolo stesso dell&#8217;estetica marilyniana. Accanto a questo capolavoro della costumistica hollywoodiana trovano spazio due creazioni firmate Orry-Kelly per &#8220;Some Like It Hot&#8221; (1959), oltre a una selezione di abiti indossati dall&#8217;attrice in produzioni che coprono l&#8217;intero arco della sua carriera, da &#8220;Love Happy&#8221; (1949) fino a &#8220;Something&#8217;s Got to Give&#8221; (1962), il film rimasto incompiuto che avrebbe dovuto segnare una nuova fase artistica della sua vita.</p>
<p style="text-align: justify;">La mostra assume particolare rilevanza perché supera la dimensione puramente celebrativa. Attraverso documenti, annotazioni personali e materiali d&#8217;archivio, emerge il ritratto di una professionista consapevole, impegnata a gestire ogni aspetto della propria immagine pubblica in un sistema cinematografico dominato dagli studios. Una lettura che restituisce complessità a una figura troppo spesso ridotta a icona glamour. Anche il percorso visivo dell&#8217;esposizione evidenzia il rapporto tra Monroe e la moda come linguaggio di potere. Gli abiti raccontano non soltanto l&#8217;evoluzione del costume americano degli Anni Cinquanta, ma anche la capacità dell&#8217;attrice di trasformare il guardaroba in uno strumento di costruzione identitaria, anticipando dinamiche oggi centrali nell&#8217;universo delle influencer e delle celebrity globali. A conferma della rinnovata attenzione critica verso la sua figura, l&#8217;Academy Museum accompagna la mostra con una rassegna cinematografica di diciassette film che ripercorrono la sua evoluzione artistica, sottolineando il talento spesso oscurato dal mito. A sessant&#8217;anni dalla sua scomparsa e a cento dalla nascita, Marilyn Monroe continua a parlare al presente. Non solo come simbolo di bellezza, ma come donna che comprese prima di chiunque altro il valore dell&#8217;immagine nell&#8217;era della cultura di massa. &#8220;Marilyn Monroe: Hollywood Icon&#8221; dimostra che dietro la leggenda c&#8217;era una stratega, una professionista e una pioniera della costruzione del sé. Ed è forse proprio questa la sua eredità più moderna. Parlare di Marilyn Monroe significa inevitabilmente confrontarsi con una delle figure più enigmatiche e affascinanti del Novecento. Cresciuta tra famiglie affidatarie e orfanotrofi, la diva riuscì a trasformare una giovinezza difficile in una delle più straordinarie storie di ascesa sociale e mediatica della cultura americana. La sua immagine di bionda irresistibile, costruita con intelligenza e meticolosa attenzione ai dettagli, contribuì a ridefinire il concetto stesso di diva moderna. Dietro il sorriso luminoso e gli abiti scintillanti si nascondeva però una donna complessa, determinata a essere riconosciuta non soltanto per la propria bellezza, ma anche per il proprio talento. Monroe studiò recitazione, fondò una propria società di produzione e sfidò apertamente il sistema degli studios hollywoodiani, diventando una delle prime attrici a rivendicare maggiore autonomia professionale. La sua fama raggiunse livelli planetari e culminò in uno degli episodi più celebri della cultura pop americana: l&#8217;esibizione del 1962 al Madison Square Garden, quando cantò &#8220;Happy Birthday, Mr. President&#8221; al presidente <strong>John Fitzerald Kennedy</strong> indossando il leggendario abito color carne tempestato di cristalli. Quel momento contribuì ad alimentare le voci di una relazione tra i due, mai confermata ufficialmente e rimasta ancora oggi oggetto di dibattito storico e mediatico. Pochi mesi dopo, il 5 agosto 1962, Marilyn Monroe venne trovata morta nella sua casa di Los Angeles all&#8217;età di trentasei anni. La versione ufficiale stabilì come causa del decesso un&#8217;overdose di barbiturici, classificata come probabile suicidio. La sua scomparsa improvvisa trasformò definitivamente l&#8217;attrice in una leggenda, alimentando per decenni teorie, speculazioni e racconti che hanno spesso oscurato la sua reale dimensione artistica. È proprio questo il merito della mostra &#8220;Marilyn Monroe: Hollywood Icon&#8221;: restituire al pubblico la donna dietro il mito. Non soltanto l&#8217;icona glamour immortalata dalle fotografie, ma una professionista consapevole, una pioniera dell&#8217;immagine contemporanea e una figura che continua a influenzare moda, cinema e cultura visiva a oltre sessant&#8217;anni dalla sua scomparsa.</p>
<p><strong>Courtesy photo of ©Academy Museum Foundation, Photo by: Emily Shur</strong></p>
<p><em><strong>di Elena Parmegiani per DailyMood.it</strong></em></p>

<a href='https://www.dailymood.it/2026/06/24/marylin-monroe-la-mostra-a-100-anni-dalla-nascita-della-diva/academy-museum-of-motion-pictures-marilyn-monroe-hollywood-icon/'><img width="700" height="467" src="https://www.dailymood.it/wp-content/uploads/2026/06/IMG_7666.jpeg" class="attachment-large size-large" alt="" srcset="https://www.dailymood.it/wp-content/uploads/2026/06/IMG_7666.jpeg 700w, https://www.dailymood.it/wp-content/uploads/2026/06/IMG_7666-300x200.jpeg 300w" sizes="(max-width: 700px) 100vw, 700px" /></a>
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		<title>Louis Vuitton Cruise 2027 alla Frick Collection: quando la moda incontra il patrimonio artistico</title>
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				<pubDate>Tue, 23 Jun 2026 13:50:14 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Elena Parmegiani]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Style & Luxury]]></category>
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				<description><![CDATA[<p>La moda torna a dialogare con l’arte scegliendo uno dei luoghi più prestigiosi della cultura newyorkese. Louis Vuitton presenta la collezione Cruise 2027 all’interno della Frick Collection, trasformando per una sera gli spazi storici del museo dell’Upper East Side in una passerella dedicata all’incontro tra creatività, architettura e patrimonio culturale. La scelta della location rappresenta [&#8230;]</p>
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								<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">La moda torna a dialogare con l’arte scegliendo uno dei luoghi più prestigiosi della cultura newyorkese. <strong>Louis Vuitton</strong> presenta la collezione <strong>Cruise 2027</strong> all’interno della <strong>Frick Collection</strong>, trasformando per una sera gli spazi storici del museo dell’Upper East Side in una passerella dedicata all’incontro tra creatività, architettura e patrimonio culturale. La scelta della location rappresenta molto più di un semplice sfondo scenografico. La Frick Collection, ospitata in una delle ultime grandi residenze dell’età dorata di New York, è da sempre un luogo dedicato alla conservazione delle arti decorative. La collezione Cruise 2027 porta avanti i codici stilistici che hanno definito il percorso di <strong>Nicolas Ghesquière</strong> alla guida di Louis Vuitton: una continua ricerca tra passato e futuro, tradizione e innovazione. I look presentati alternano silhouette strutturate e forme più dinamiche, con una particolare attenzione ai capi spalla, alle proporzioni e ai dettagli sartoriali. Le creazioni descrivono un guardaroba sofisticato, ma contemporaneo, dove elementi più classici vengono reinterpretati attraverso un’attitudine moderna. Il tema del <strong>viaggio</strong>, da sempre centrale nella storia della Maison fondata nel 1854, ritorna attraverso accessori, lavorazioni e dettagli che richiamano l’idea di movimento e trasformazione. L’ispirazione nasce infatti da un ritrovamento d&#8217;archivio. Si tratta di una valigia Louis Vuitton degli Anni Trenta, usata come tela da <strong>Keith Haring</strong><strong> </strong>nel 1984, che offre il pretesto ideale per riflettere sul significato del termine pop. I famosi omini dell&#8217;artista underground travalicano il contesto di strada per inserirsi tra i capispalla e accessori, una fusione che abbatte le barriere tra l&#8217;esclusività dell&#8217;alta moda e la cultura metropolitana. Le borse e gli elementi di pelletteria mantengono un ruolo fondamentale, confermando il legame tra Louis Vuitton e il proprio patrimonio artigianale. Materiali ricercati, contrasti di texture e richiami alla cultura urbana contribuiscono a creare un equilibrio tra eleganza e spontaneità. La collezione riflette così la firma di Ghesquière: reinterpretare gli archivi della Maison senza replicarli, trasformandoli in un linguaggio nuovo.</p>
<p style="text-align: justify;">La sfilata Cruise 2027 si inserisce nel percorso che Louis Vuitton porta avanti da anni: quello di utilizzare luoghi simbolici come parte integrante del racconto delle proprie collezioni. Le presentazioni Cruise della Maison sono spesso ambientate in contesti capaci di creare un dialogo con l’identità della collezione, come musei, edifici storici e spazi culturali internazionali. In questo caso la Frick Collection diventa un elemento narrativo centrale: non una semplice scenografia, ma un <strong>interlocutore creativo</strong>. L’eleganza classica degli interni del museo incontra una collezione che guarda alla contaminazione tra culture, alla storia del costume e all’energia contemporanea di New York. Tra i riferimenti presenti nella collezione emerge anche il legame con l’immaginario artistico newyorkese, attraverso richiami alla scena creativa della città e alla sua storia culturale. Un elemento che sottolinea come Louis Vuitton non consideri la moda un settore isolato, ma una forma di espressione collegata alle arti visive, al design e alla cultura. La presentazione della Cruise 2027 coincide con l’inizio di una <strong>collaborazione triennale</strong> tra Louis Vuitton e la Frick Collection. La Maison è diventata infatti uno dei principali sostenitori culturali del museo, contribuendo al finanziamento di importanti iniziative legate alle mostre, alla ricerca e ai programmi aperti al pubblico. Il progetto comprende il sostegno a tre grandi esposizioni temporanee, un anno di <strong>Louis Vuitton First Fridays</strong>, il programma di aperture serali gratuite del museo, dalle <strong>17:30 alle 21:00 il primo venerdì di ogni mese</strong> (ad eccezione di gennaio e settembre) e la creazione di una nuova posizione dedicata alla ricerca curatoriale, il <strong>Louis Vuitton Curatorial Research Associate</strong>. La partnership conferma una tendenza sempre più evidente nel mondo del lusso contemporaneo: le grandi maison non si limitano più alla produzione di moda e accessori, ma investono nella costruzione di un ecosistema culturale. Attraverso musei, fondazioni, mostre e collaborazioni artistiche, i brand cercano di creare un rapporto più profondo con il pubblico, collegando il prodotto a una narrazione più ampia fatta di storia, creatività e conoscenza. Per Louis Vuitton questa direzione è coerente con l’eredità della Maison, fondata nel 1854 da Louis Vuitton e nata proprio intorno al concetto di viaggio, artigianalità e cultura. La scelta della Frick Collection assume quindi un valore simbolico. Da una parte rappresenta la volontà del brand di inserirsi in luoghi riconosciuti come custodi della memoria artistica internazionale; dall’altra mostra come la moda possa diventare uno strumento per riattivare gli spazi culturali e avvicinare nuovi pubblici. Il museo newyorkese, con la sua atmosfera intima e il suo patrimonio storico, ha offerto un contrasto significativo rispetto alla dimensione spettacolare tipica delle grandi sfilate internazionali. La Cruise 2027 non ha cercato soltanto di impressionare attraverso la scenografia, ma di costruire un’esperienza in cui abiti, architettura e opere d’arte dialogassero tra loro. Il parterre della sfilata ha visto accanto alle storiche ambassador della Maison, tra cui <strong>Emma Stone </strong>e<strong> Zendaya</strong>, anche <strong>Anne Hathaway</strong> e<strong> Cate Blanchett.</strong> La collaborazione tra Louis Vuitton e la Frick Collection rappresenta dunque un esempio di come il confine tra moda e cultura sia diventato sempre più sottile. La sfilata non è stata soltanto la presentazione di una nuova collezione, ma l’inizio di un progetto destinato a durare nel tempo, in cui il savoir-faire della griffe incontra la conservazione e la diffusione del patrimonio artistico. In un momento storico in cui il lusso cerca nuovi significati oltre il prodotto, Louis Vuitton sceglie ancora una volta la cultura come spazio privilegiato per raccontare la propria identità.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Courtesy photo of Louis Vuitton<br />
</strong></p>
<p style="text-align: justify;"><em><strong>di Elena Parmegiani per DailyMood.it</strong></em></p>

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		<title>Achille Lauro debutta nella moda: Erotica, la prima collezione per Dondup</title>
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				<pubDate>Mon, 22 Jun 2026 07:56:10 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Elena Parmegiani]]></dc:creator>
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								<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">Un debutto a dir poco ambizioso è quello della collezione firmata da <strong>Achille Lauro</strong> per <strong><em>Dondup</em></strong> andato in scena lo scorso 15 giugno davanti a sessantamila persone a San Siro a Milano, per la prima volta set di sfilata<strong><em>.</em></strong> L’annuncio della sua nomina alla direzione creativa del brand era avvenuto lo scorso 26 maggio, da quel momento l’attesa di scoprire il cantautore romano in una nuova veste era davvero tanta. <strong><em>Erotica</em></strong> è il nome della prima <strong>collezione limited edition</strong> <strong>fall/winter 26/26</strong> di<strong> </strong><strong><em>Dondup</em></strong> di Lauro De Marinis, presentata durante il concerto milanese, con il sottofondo della hit <em>Maleducata</em>, che segna un nuovo capitolo della carriera dell’artista. Il nome anticipa l&#8217;intento di questo percorso: riportare la sensualità nella moda contemporanea, non nella sua declinazione provocatoria, ma in quella elegante, dettata da un&#8217;attitudine consapevole, ambiziosa e, proprio per questo, magnetica. Più che una semplice capsule collection, <em>Erotica</em> rappresenta il tentativo di Achille Lauro di tradurre in abiti quell&#8217;immaginario estetico costruito negli anni tra musica, performance e ricerca identitaria. Una visione che rimanda immediatamente alla tradizione sartoriale italiana, di cui Lauro è testimonial. In passerella ci sono cinquanta creazioni tra capi e accessori. Il rigore sartoriale incontra la sensualità elegante e decisa. I gessati e i tailoring costruiscono una silhouette autorevole, mentre trasparenze, superfici luminose e dettagli preziosi introducono tensione e provocazione. “<em>Erotica è la mia personale espressione di una femminilità potente e irresistibile”</em>&#8211; dichiara Achille Lauro<em>. </em>Il bianco e il nero definiscono una femminilità decisa, sofisticata e sicura di sé. Texture ricche, materiali pregiati e volumi importanti ne amplificano il carattere, come il pantalone <em>Lexi,</em> capo iconico del brand, flared a vita media. L’istinto diventa lusso e la consapevolezza diventa erotismo. Ogni look in bianco, nero e grigio, realizzato con delicati velluti, maglierie lurex tridimensionali, shantung di seta e chiffon impalpabili, all&#8217;occorrenza sfruttati come mascherine per le modelle, esprime forza e identità. La seduzione non è una ricerca di consenso, ma l’espressione naturale di una donna consapevole del proprio valore. “<em>Volevo creare qualcosa che restasse»,</em> afferma il cantautore romano. “<em>Non come volto ma come autore. Erotica è il modo in cui vedo la donna: forte, elegante, consapevole del proprio corpo. La sensualità non è un accessorio, è un’attitudine. E la moda deve saperla raccontare”.</em> Tra le modelle presenti <strong>Laila Hasanovic</strong>, compagna del numero uno del tennis <strong>Jannik Sinner</strong><strong>. </strong>Al momento la distribuzione prevede un solo pezzo per capo, disponibile inizialmente esclusivamente in taglia 40, con una vestibilità pensata per adattarsi anche alle taglie 38 e 42, nonostante ciò numerosi articoli della collezione hanno registrato il sold out in tempi rapidi. Proposta <strong>in edizione limitata</strong>, la collezione <em>Erotica</em> è disponibile<strong> </strong><strong>online</strong><strong>, </strong>sul <strong>sito</strong><strong> </strong><strong>del brand</strong><strong>,</strong> e presso alcuni <strong>punti vendita selezionati</strong>. Il marchio nasce nel 1999 a Fossombrone e dal 2021 <em>Dondup</em> fa parte del portfolio di Made in Italy Fund, fondo di private equity promosso e gestito da Quadrivio &amp; Pambianco. La linea si colloca nel <strong>segmento luxury</strong>: i prezzi spaziano dal blazer in lana gessata da circa 750 euro fino al suit in velluto che raggiunge i 1.350 euro, passando per accessori come borse e cinture che oscillano tra i 200 e i 690 euro. Il riscontro del pubblico è stato davvero significativo: <strong>molte creazioni sono state vendute immediatamente</strong>, un segnale chiaro di un enorme interesse attorno al progetto.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Courtesy photo of <em>Dondup</em></strong></p>
<p><em><strong>di Elena Parmegiani per DailyMood.it</strong></em></p>

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		<title>Gianni Versace, il Re del barocco pop torna a Parigi</title>
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				<pubDate>Tue, 09 Jun 2026 09:13:37 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Elena Parmegiani]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Eventi]]></category>
		<category><![CDATA[Glamour]]></category>
		<category><![CDATA[Atelier Versace]]></category>
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				<description><![CDATA[<p>Parigi si prepara a rendere omaggio a uno dei creatori più influenti del XX secolo. Dal 5 giugno al 6 settembre 2026, il Museo Maillol nel cuore del 7° arrondissement di Parigi, sulla Rive Gauche, uno dei quartieri più eleganti e culturali della città, ospita &#8220;Gianni Versace Retrospective&#8220;, la prima grande mostra francese dedicata allo [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a rel="nofollow" href="https://www.dailymood.it/2026/06/09/gianni-versace-il-re-del-barocco-pop-torna-a-parigi/">Gianni Versace, il Re del barocco pop torna a Parigi</a> proviene da <a rel="nofollow" href="https://www.dailymood.it">Daily Mood</a>.</p>
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								<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">Parigi si prepara a rendere omaggio a uno dei creatori più influenti del XX secolo. Dal <strong>5 giugno al 6 settembre 2026,</strong> il <strong>Museo Maillol</strong> nel cuore del <strong>7° arrondissement di Parigi</strong>, sulla Rive Gauche, uno dei quartieri più eleganti e culturali della città, ospita &#8220;<strong>Gianni Versace Retrospective</strong>&#8220;, la prima grande mostra francese dedicata allo stilista italiano dal 1986. Un evento che non è soltanto una celebrazione della sua straordinaria carriera, ma anche un viaggio immersivo nell&#8217;universo creativo di un uomo che ha rivoluzionato per sempre il linguaggio della moda contemporanea. Quando si parla di moda come forma d&#8217;arte, pochi nomi evocano immagini potenti quanto quello di <strong>Gianni Versace.</strong> Visionario, provocatore, amante dell&#8217;eccesso e della bellezza, lo stilista calabrese ha costruito un&#8217;estetica immediatamente riconoscibile, fondata su sensualità, opulenza, riferimenti classici e un innato senso dello spettacolo. La mostra parigina arriva in un momento particolarmente simbolico: il 2027 segnerà infatti il trentesimo anniversario della sua tragica scomparsa, avvenuta a Miami nel luglio del 1997, mentre il 2026 coincide con quello che sarebbe stato il suo ottantesimo compleanno. Un doppio anniversario che rende questa esposizione ancora più significativa. Curata da Saskia Lubnow e Karl von der Ahé e allestita dalla celebre scenografa Nathalie Crinière, la retrospettiva riunisce circa quattrocentocinquanta opere eccezionali tra abiti originali, accessori, schizzi preparatori, oggetti decorativi, fotografie, filmati e interviste rare. L&#8217;esposizione accompagna il visitatore lungo l&#8217;intero percorso creativo dello stilista, dalle sue radici in Calabria fino all&#8217;affermazione internazionale. Nato a Reggio Calabria nel 1946, Gianni Versace mosse i primi passi nel laboratorio sartoriale della madre Francesca, esperienza che avrebbe influenzato profondamente la sua sensibilità estetica e la sua straordinaria capacità artigianale. Fin dagli esordi, il designer guardò oltre i confini della moda tradizionale, attingendo liberamente all&#8217;arte, alla storia e alla cultura popolare. La sua creatività si nutriva delle statue della Magna Grecia, delle decorazioni barocche del Sud Italia, dell&#8217;iconografia religiosa cattolica e dell&#8217;opera lirica italiana. Tutti elementi che sarebbero diventati codici distintivi del marchio Versace. Uno degli aspetti più affascinanti della mostra è il racconto del continuo dialogo tra la moda di Versace e il mondo dell&#8217;arte. Le sue creazioni entrano idealmente in conversazione con i capolavori di Sandro Botticelli, Antonio Canova e Pablo Picasso, ma anche con l&#8217;universo cromatico e provocatorio della Pop Art. In particolare, il rapporto creativo con Andy Warhol rappresenta uno dei capitoli più iconici della sua produzione. Le celebri stampe dedicate a Marilyn Monroe e James Dean trasformarono infatti le opere dell&#8217;artista americano in tessuti preziosi, anticipando una contaminazione tra arte e moda oggi ampiamente diffusa. Versace comprese prima di molti altri che la moda non era soltanto un prodotto da indossare, ma un linguaggio culturale capace di dialogare con cinema, musica, fotografia e arte contemporanea La mostra evidenzia anche il contributo fondamentale dei grandi fotografi che contribuirono a costruire il mito del marchio. <strong>Richard Avedon, Irving Penn, Helmut Newton, Patrick Demarchelier </strong>e <strong>Mario Testino</strong> immortalarono le sue creazioni attraverso immagini che hanno definito l&#8217;immaginario fashion degli Anni Ottanta e Novanta. Se oggi le sfilate sono veri e propri eventi mediatici globali, gran parte del merito va proprio a Gianni Versace. Fu lui a trasformare le modelle in autentiche superstar internazionali. <strong>Naomi Campbell, Cindy Crawford, Claudia Schiffer, Linda Evangelista, Karen Mulder </strong>e <strong>Carla Bruni</strong> non erano semplici indossatrici: diventavano protagoniste di una narrazione glamour che mescolava moda, celebrità e spettacolo. Indimenticabile resta la sfilata del 1991 in cui Campbell, Crawford, Schiffer ed Evangelista sfilarono insieme sulle note di &#8220;Freedom! &#8217;90&#8221; di George Michael. Un momento che segnò simbolicamente la nascita dell&#8217;era delle supermodel. La mostra ricostruisce quell&#8217;epoca attraverso video d&#8217;archivio, immagini editoriali e documenti che restituiscono tutta l&#8217;energia di una stagione irripetibile della moda internazionale. La forza comunicativa dello stile Versace conquistò rapidamente anche il mondo dello spettacolo. Madonna, Elton John, Prince, Grace Jones e George Michael furono tra i suoi più fedeli sostenitori. Allo stesso modo, figure iconiche come la <strong>Principessa Diana </strong>ed <strong>Elizabeth Hurley</strong> contribuirono a trasformare le sue creazioni in simboli globali di eleganza e audacia. Chi potrebbe dimenticare il celebre &#8220;safety pin dress&#8221; indossato da Elizabeth Hurley nel 1994? Quel vestito nero, tenuto insieme da spille dorate, entrò immediatamente nella storia del costume contemporaneo, diventando una delle immagini più iconiche degli Anni Novanta. Versace aveva compreso che la moda non vive esclusivamente sulle passerelle: vive nella cultura popolare, nelle fotografie, nei videoclip, nei red carpet e nell&#8217;immaginario collettivo. Nonostante abbia contribuito a trasformare Milano nella capitale del prêt-à-porter di lusso, Gianni Versace considerava Parigi il centro simbolico della moda mondiale. Fu proprio nella capitale francese che nel 1989 lanciò <strong>Atelier Versace</strong>, la sua linea di alta moda. Le presentazioni organizzate presso l&#8217;Hotel Ritz di Place Vendôme divennero rapidamente leggendarie, attirando stampa internazionale, clienti facoltosi e celebrità da tutto il mondo. I suoi show non erano semplici sfilate, ma spettacoli totali, eventi in cui moda, musica, scenografia e celebrità si fondevano in una messa in scena grandiosa. Non a caso, l&#8217;allestimento del Museo Maillol prende ispirazione proprio dal concetto di passerella. Un lungo catwalk attraversa gran parte degli spazi espositivi, invitando i visitatori a ripercorrere il cammino creativo dello stilista e a rivivere l&#8217;atmosfera dei suoi leggendari défilé. A quasi trent&#8217;anni dalla sua scomparsa, l&#8217;influenza di Gianni Versace continua a essere evidente nella moda contemporanea. L&#8217;uso audace del colore, la celebrazione della sensualità, il dialogo tra lusso e cultura pop, la spettacolarizzazione delle sfilate e l&#8217;importanza delle celebrity come ambasciatrici di stile sono oggi pratiche consolidate nel settore. Prima di molti altri, Versace aveva intuito che il futuro della moda sarebbe passato attraverso l&#8217;intrattenimento, la comunicazione e la contaminazione culturale. La retrospettiva del Museo Maillol non è dunque soltanto una mostra dedicata a un grande couturier; è  il racconto di un visionario che ha saputo trasformare la moda in un fenomeno culturale globale, lasciando un&#8217;eredità che continua a ispirare designer, artisti e creativi in tutto il mondo, perché, come amava dire lui stesso, &#8220;è nella mia opera che mi troverete&#8221;. E a Parigi, nell&#8217;estate del 2026, quell&#8217;opera torna finalmente a raccontarsi in tutta la sua straordinaria grandezza.</p>
<p><em><strong>di Elena Parmegiani per DailyMood.it</strong></em></p>

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		<title>Stella McCartney torna da H&#038;M: la capsule 2026 che riscrive il lusso sostenibile</title>
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				<pubDate>Tue, 26 May 2026 07:25:41 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Elena Parmegiani]]></dc:creator>
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								<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">Ventuno anni dopo la collaborazione che ha cambiato la storia del fast fashion, <strong>Stella McCartney</strong> torna da <strong>H&amp;M, </strong>questa volta però il punto non è soltanto il desiderio, è la responsabilità. Nel 2005 la designer britannica aveva aperto la strada al fenomeno delle capsule collection luxury-low cost, trasformando H&amp;M in un palcoscenico globale per la moda d’autore. Nel 2026, invece, il ritorno ha il sapore di un manifesto: meno hype fine a sé stesso, più ricerca sui materiali, filiera e innovazione e soprattutto una domanda precisa: può davvero esistere un fast fashion più consapevole? La risposta di Stella McCartney è una collezione che guarda contemporaneamente al passato e al futuro. Un greatest hits del suo archivio creativo reinterpretato attraverso materiali prevalentemente riciclati, certificati e alternativi alle fibre tradizionali. La nuova capsule “<strong>Stella McCartney x H&amp;M”,</strong> presentata attraverso una campagna scattata da <strong>Sam Rock</strong> a Londra e lanciata il 7 maggio 2026, recupera alcuni dei codici estetici più iconici della designer: tailoring rilassato, sensualità effortless, silhouette Anni Duemila e quell’eleganza british-rock che ha reso il marchio riconoscibile in tutto il mondo. “<em>Vedo questa collezione come un viaggio attraverso la mia storia nella moda. È un vero mix di classici attuali e alcuni dei miei vecchi pezzi preferiti che mostrano le mie prime incursioni nella moda e lo sviluppo delle mie firme stilistiche. È giocosa, forte, scintillante, gioiosa, raffinata&#8221;</em>, dichiara Stella McCartney. Ci sono trench doppiopetto oversize, blazer gessati morbidi, mini dress drappeggiati, top monospalla rossi e accessori effetto snakeskin. L’iconica catena <strong>Falabella</strong> ritorna come elemento distintivo in diversi accessori della collezione: nelle collane e negli orecchini in metallo riciclato, nelle finiture di alcuni capi e nei loafers impreziositi dal dettaglio chain davanti. Il vero cuore della collezione è invisibile a prima vista: i materiali. Il trench crema, uno dei pezzi chiave della capsule, è realizzato in cotone certificato ROC&#x2122; (Regenerative Organic Certified), uno standard che include criteri ambientali ma anche sociali e di benessere animale. I completi sartoriali utilizzano lana certificata RWS (Responsible Wool Standard), mentre molti capi casual sono prodotti in cotone GOTS-certified, persino gli elementi più glamour seguono la stessa filosofia. Le decorazioni gioiello dei miniabiti sono realizzate con perline composte all’80% da vetro riciclato; collane, orecchini e dettagli metallici usano metalli riciclati; alcune borse e bomber effetto pelle di serpente derivano da materiali ottenuti parzialmente da olio vegetale riciclato e scarti agricoli come la paglia. In altre parole: la sostenibilità non è relegata alla capsule “green” nascosta in un angolo del negozio, è il linguaggio stesso della collezione. Che Stella McCartney fosse una pioniera della sostenibilità non è una novità. Dal lancio del suo brand nel 2001, la designer ha costruito la propria identità rifiutando pelle e pelliccia animale, molto prima che diventasse un dibattito collettivo. La vera sorpresa è che oggi scelga ancora H&amp;M come piattaforma. Collaborare infatti con il gigante simbolo del fast fashion significa inevitabilmente esporsi a critiche e contraddizioni, ed è proprio qui che la capsule 2026 diventa interessante. La collaborazione non viene presentata soltanto come una collezione moda, ma come un progetto più ampio di dialogo sull’industria fashion. H&amp;M e Stella McCartney hanno annunciato anche la creazione di un “<strong>Insights Board”,</strong> un tavolo di confronto dedicato a <strong>sostenibilità, innovazione </strong>e<strong> trasformazione del settore</strong>. È una mossa che riflette perfettamente il momento storico della moda contemporanea: il lusso rallenta, il fast fashion viene accusato di greenwashing, mentre i consumatori chiedono contemporaneamente prezzi accessibili e trasparenza etica. In mezzo, designer come Stella McCartney tentano una strada più complessa: cambiare il sistema dall’interno. Nel 2005 la collaborazione Stella McCartney x H&amp;M generava code fisiche fuori dai negozi. Nel 2026 genera soprattutto viralità digitale, wishlist e resale immediato. Su Reddit e social, gli utenti raccontano di borse sold out in poche ore, accessori introvabili e store svuotati già dalla mattina del lancio. Alcuni pezzi sono comparsi quasi subito sulle piattaforme di rivendita online. Rispetto a vent’anni fa, il pubblico sembra avere uno sguardo più critico. Se da una parte la collezione viene apprezzata per il design e l’utilizzo di materiali alternativi, dall’altra emergono anche dubbi sulla durata reale dei materiali “vegan” e sull’impatto ambientale del fast fashion in generale. Alcuni utenti online lodano l’accessibilità della capsule, altri accusano il progetto di essere più comunicazione che rivoluzione, ed è forse proprio questa ambivalenza a raccontare meglio la moda del 2026. Oggi non basta più essere belli, on basta più essere cool, bisogna anche giustificare il proprio posto nel mondo. La capsule 2026 funziona perché non cerca la perfezione. Cerca il dialogo. Da una parte c’è H&amp;M, macchina globale del consumo veloce, dall’altra Stella McCartney, simbolo della moda etica contemporanea. In mezzo c’è una generazione di clienti che compra vintage, noleggia borse, rivende sneakers e pretende trasparenza senza rinunciare all’estetica. La collezione intercetta esattamente questo paradosso. E forse il suo vero messaggio è proprio qui: il futuro della moda non sarà completamente luxury né completamente fast fashion: sarà ibrido, contraddittorio, fluido, proprio come i consumatori che lo abitano. Ventuno anni dopo la prima collaborazione, Stella McCartney e H&amp;M non stanno più semplicemente vendendo vestiti; stanno cercando di vendere un’idea diversa di desiderio e nel 2026, probabilmente, è questa la vera rivoluzione. La prova definitiva? Il sold out. Nel giro di poche ore dal debutto online, gran parte della collezione Stella McCartney x H&amp;M risultava già esaurita. Le tote bag effetto Falabella, i trench oversize e i mini dress drappeggiati sono spariti dal sito quasi istantaneamente, mentre sui social iniziavano già i post disperati di chi aveva lasciato il carrello aperto troppo a lungo. Oggi l’hype della moda si misura così: non dal numero di capi prodotti, ma dalla velocità con cui diventano introvabili.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Photo Courtesy of H&amp;M</strong></p>
<p><em><strong>di Elena Parmegiani per DailyMood.it</strong></em></p>

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<p>&nbsp;</p>
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		<title>Gucci tra memoria e rivoluzione, il nuovo capitolo di Demna</title>
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				<pubDate>Wed, 20 May 2026 08:43:32 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Elena Parmegiani]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Sfilate]]></category>
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								<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">C’è un filo rosso che unisce le stanze rinascimentali di Palazzo Gucci a <strong>Firenze</strong> e le luci ipnotiche di Times Square a <strong>New York: </strong>è il desiderio di <strong>Gucci</strong> di raccontarsi ancora una volta, trasformando il proprio archivio in un laboratorio di futuro. Da una parte “<strong>Gucci Storia”,</strong> la nuova mostra inaugurata nel cuore della città fiorentina dove tutto ebbe inizio; dall’altra la prima <strong>sfilata Cruise</strong> firmata da <strong>Demna</strong>, che ha conquistato Manhattan trasformando la moda in spettacolo urbano globale. Due eventi apparentemente opposti, uno introspettivo, l’altro monumentale, ma legati dalla stessa domanda: che cosa significa oggi essere Gucci? A Firenze, nella sede storica di Palazzo Gucci in Piazza della Signoria, la Maison ha aperto “Gucci Storia”, un progetto espositivo che attraversa oltre un secolo di identità visiva, artigianato e immaginario culturale. La mostra è stata concepita come un “museo di musei”: un percorso immersivo che mescola archivio, installazioni, pezzi iconici e riferimenti contemporanei, non una semplice retrospettiva celebrativa. “Gucci Storia” sembra piuttosto voler decostruire il DNA della Maison per comprenderne l’evoluzione. Le sale dialogano tra epoche diverse: le valigie degli Anni Venti convivono con le campagne digitali, il mocassino Horsebit incontra silhouette futuristiche, mentre le borse Bamboo e Jackie diventano simboli di una continuità estetica che resiste alle trasformazioni della moda. Il cuore della mostra è proprio questa tensione tra memoria e reinvenzione. Al centro c’è l’idea di una successione di spazi espositivi in cui convergono mondi distinti: una galleria di ritratti richiama il tema della discendenza e dell&#8217;identità; la sala degli arazzi mette in luce un’arte fiorentina con profondi legami con la griffe; una camera delle meraviglie espone manufatti provenienti dagli archivi; mentre il savoir-faire e l’innovazione del brand vengono raccontati in due sale dedicate, accanto a spazi cinematografici e installazioni interattive. Ogni ambiente è definito da un’atmosfera e un ritmo distintivi, per guidare i visitatori attraverso una sequenza di cambiamenti spaziali e narrativi che incarnano le molteplici identità della Casa. Firenze non viene raccontata come luogo nostalgico, ma come origine viva di una grammatica ancora contemporanea. In un momento in cui molte griffe sembrano inseguire il presente compulsivamente, Gucci sceglie invece di rallentare e guardarsi dentro. Una scelta significativa soprattutto ora che il brand sta attraversando una nuova fase creativa. Questa nuova fase ha il volto di Demna. Lo stilista georgiano, nominato direttore creativo di Gucci dopo gli anni da protagonista assoluto di Balenciaga, è arrivato con una reputazione divisiva, ma potentissima: quella di designer capace di trasformare <strong>il disagio contemporaneo in linguaggio estetico</strong>. Cresciuto tra guerra, migrazione e cultura post-sovietica, Demna ha sempre usato la moda come mezzo per raccontare identità instabili, ironia sociale e ossessione per il consumo.</p>
<p style="text-align: justify;">La sua prima grande dichiarazione per Gucci non poteva che essere teatrale. A New York, il 17 maggio 2026, Times Square si è trasformata in una gigantesca passerella a cielo aperto per la Cruise 2027. Schermi pubblicitari, maxi billboard e insegne luminose hanno trasmesso in simultanea la sfilata, mentre modelli e celebrity attraversavano Manhattan come personaggi di un film distopico sul lusso contemporaneo. Demna ha chiamato questa visione “<strong>Gucci Core</strong>”: un guardaroba che mescola tailoring rigoroso, pellicce esagerate, sensualità Anni Novanta, streetwear e riferimenti alla vita quotidiana americana. In passerella si sono visti trench destrutturati, completi gessati, stole leopardate e abiti satinati, mentre tra il pubblico sedevano <strong>Kim Kardashian, Anna Wintour, Mariah Carey </strong>e <strong>Paris Hilton. </strong>A rendere ancora più potente la visione di Demna è stata la presenza in passerella di <strong>Cindy Crawford</strong>, icona assoluta degli Anni Novanta, che ha chiuso la sfilata in un teatrale abito nero di piume: non un semplice cameo nostalgico, ma il simbolo di una moda capace di attraversare il tempo senza perdere la propria forza. Il vero protagonista del fashion show era comunque il luogo stesso, nessuna maison aveva mai occupato Times Square in questo modo. Gucci ha trasformato il centro simbolico del capitalismo visivo in un manifesto di moda totale. Gli schermi mostravano campagne vere e false, spot immaginari e prodotti Gucci inventati, in un gioco ambiguo tra pubblicità e parodia. <strong> </strong>Ed è qui che il dialogo con “Gucci Storia” diventa evidente. Se a Firenze Gucci guarda al proprio archivio per ritrovare autenticità, a New York Demna porta quel patrimonio dentro il rumore del presente. La storia diventa materiale da remixare, l’heritage non è più qualcosa da proteggere sotto vetro, ma un codice da manipolare, amplificare e persino contraddire. In fondo, Gucci ha sempre funzionato così: oscillando tra eleganza aristocratica e cultura pop, tra artigianato italiano e desiderio globale. Negli Anni Novanta Tom Ford trasformò il marchio in simbolo di erotismo sofisticato; Alessandro Michele lo rese un universo massimalista e romantico; oggi Demna sembra volerlo spingere verso una dimensione più cinica, urbana e concettuale. Eppure, nonostante il cambio di linguaggio, Firenze resta il centro simbolico della narrazione. La mostra “Gucci Storia” ricorda che ogni rivoluzione, per essere credibile, ha bisogno di radici. Times Square, invece, dimostra che quelle radici possono ancora parlare al mondo contemporaneo, purché abbiano il coraggio di cambiare forma. Forse è proprio questa la nuova intuizione di Gucci: usare la memoria non come rifugio, ma come provocazione.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Photo Courtesy of Gucci</strong></p>
<p><em><strong>di Elena Parmegiani per DailyMood.it</strong></em></p>

<a href='https://www.dailymood.it/2026/05/20/gucci-tra-memoria-e-rivoluzione-il-nuovo-capitolo-di-demna/img_7204/'><img width="682" height="1024" src="https://www.dailymood.it/wp-content/uploads/2026/05/IMG_7204-682x1024.jpeg" class="attachment-large size-large" alt="" srcset="https://www.dailymood.it/wp-content/uploads/2026/05/IMG_7204-682x1024.jpeg 682w, https://www.dailymood.it/wp-content/uploads/2026/05/IMG_7204-200x300.jpeg 200w, https://www.dailymood.it/wp-content/uploads/2026/05/IMG_7204.jpeg 787w" sizes="(max-width: 682px) 100vw, 682px" /></a>
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<p><strong> </strong></p>
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		<title>Trenta7, Eleonora Moccia: “Le mie Mary indossate da Madonna!”</title>
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				<pubDate>Tue, 12 May 2026 08:52:42 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Elena Parmegiani]]></dc:creator>
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		<category><![CDATA[Fashion News]]></category>
		<category><![CDATA[Eleonora Moccia]]></category>
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		<category><![CDATA[Trenta7]]></category>

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				<description><![CDATA[<p>Non capita tutti i giorni di scoprire che dietro un paio di scarpe intraviste casualmente in un negozio si nasconde la designer scelta da Madonna per il suo tour mondiale. E’ una domenica pomeriggio di fine marzo, assolata e rilassante, mi trovo a passeggiare al centro di Roma quando all’improvviso il mio sguardo si concentra [&#8230;]</p>
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								<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">Non capita tutti i giorni di scoprire che dietro un paio di scarpe intraviste casualmente in un negozio si nasconde la designer scelta da <strong>Madonna</strong> per il suo tour mondiale. E’ una domenica pomeriggio di fine marzo, assolata e rilassante, mi trovo a passeggiare al centro di Roma quando all’improvviso il mio sguardo si concentra su una vetrina in via dell’Oca. Colpisce immediatamente la mia attenzione uno strepitoso tronchetto stile Moulin Rouge in cocco nero. Si vede subito che quella scarpa ha carattere: è moderna, sofisticata, diversa dalle altre. Essendo un giorno festivo la boutique è chiusa, ma dopo circa un mese entro per vedere meglio questa calzatura che aveva acceso la mia curiosità. La titolare mi spiega che il brand si chiama <strong><em>Trenta7</em></strong>, i numeri sono quasi tutti terminati, mi consiglia di contattare direttamente la designer. E così, spinta dalla curiosità di conoscere <strong>Eleonora Moccia</strong>, direttrice creativa e fondatrice del marchio e vedere dal vivo le sue creazioni, la chiamo il giorno seguente per prendere un appuntamento nel suo atelier di Roma nel quartiere Parioli in via Archimede. Eleonora mi riceve subito, è una donna spontanea, ma al contempo elegante, solare, determinata. <strong>Sedute tra forme, pellami e bozzetti,</strong> mi racconta la sua storia.” Sono laureata in psicologia e il giorno dell’esame di Stato, che ho superato, sono salita in auto e sono andata a San Mauro Pascoli in Emilia Romagna dove l’indomani mi attendeva il test d’ingresso di ammissione all’Istituto Cercal, specializzato in calzatura e presieduto da Sergio Rossi. Vengo ammessa e intraprendo così il mio percorso di studi di un anno. Grazie a questa formazione specifica imparo tutto il processo creativo della calzatura; dalla realizzazione con le forme in legno, alle tecniche modellistiche, alla ricerca stilistica fino al montaggio della calzatura.” Inizia quindi un percorso professionale per Eleonora molto diverso da quello iniziale, ma sicuramente più in linea con la sua passione per la moda. “Collaboro inizialmente tramite un tirocinio con <em>Pollini</em>”- chiosa Eleonora-“ Qui seguo lo sviluppo del brand <em>Moschino</em>, successivamente vado a Milano per il marchio <em>Rochas</em>, dove affianco il direttore creativo, poi per problemi familiari, a causa della malattia di mio padre, rientro a Roma.”. Ed è proprio nella Capitale, dove è nata e cresciuta, che Eleonora decide di lanciarsi nell’avventura imprenditoriale nel mondo della calzatura. “Nel marzo del 2012 avvio il mio brand, inizialmente ho delle difficoltà nell’intercettare una buona azienda che riesca a produrre il mio progetto creativo, che individuo successivamente nelle Marche, nel distretto calzaturiero, dove attualmente produco le mie creazioni.” <em>Trenta7</em> si contraddistingue grazie a uno stile riconoscibile, senza tempo, ma al contempo con una forte identità contemporanea ed elegante ed amalgama il mondo maschile a quello femminile, (come il mocassino maschile rivisitato con dettagli femminili). Ben presto, per Eleonora, arriva <strong>quella svolta destinata a cambiare il percorso del brand</strong>: ”Un giorno vengo contattata da un famoso marchio di abbigliamento che doveva fare uno shooting per il quale servivano delle calzature”- racconta la designer-“ L’editoriale consisteva in una collaborazione tra griffe. Le foto vengono poi pubblicate su vari siti di moda e le nota persino la stylist di Madonna che seleziona per la popstar due miei modelli per il suo tour mondiale: <strong>Madam X</strong>.” E’ l’inizio di un sogno ad occhi aperti per Eleonora Moccia: la Regina del pop sceglie le sue creazioni. Tra le moltitudini di scarpe che può indossare, Madonna decide di puntare su un marchio giovane e di nicchia, ma dalla forte personalità estetica. “Vedere le mie scarpe ai piedi di Madonna è stata un’emozione incredibile! Lei ha scelto il modello <em>Mary</em> nero in cocco con tacco da cinque centimetri e lacci in velluto su tono e il modello <em>Ines</em> bronzo con tacco da nove e lacci bordò. La scelta di Madonna è avvenuta in estrema velocità a tal punto che in quel preciso momento non avevo disponibile il numero trentotto, (il numero di scarpe della star), ma senza perdermi d’animo ho preso dalla mia scarpiera le mie <em>Mary</em>, che avevo indossato solo due volte, e le ho spedite immediatamente a Los Angeles la sera stessa in cui è stato commissionato l’ordine. Dopo circa tre mesi scorrendo su Instagram mi sono accorta che le mie <em>Mary</em> erano ai piedi di Madonna durante le riprese del suo videoclip! Sono rimasta scioccata, mai avrei pensato che tra tanti colossi mondiali selezionati per il tour lei potesse prediligere me. Ciò chiaramente ha dato grande visibilità alla mia azienda, è stata la realizzazione di un sogno! Anche il naming del brand è singolare come tutta questa storia. “La scelta di <em>Trenta7</em> nasce perché il trentasette è il mio numero di scarpe”- chiosa Eleonora-“ Non volevo mettere il mio nome e cognome era troppo scontato e non volevo essere così in primo piano, preferisco rimanere dietro le quinte. Desideravo qualcosa che mi rispecchiasse ed ho scelto un nome sia in numero che in lettere. Il logo riporta i numeri rovesciati perché vuole simboleggiare una contrapposizione tra due mondi. Il trentasette è un numero alchemico, è anche il numero delle scarpe di campionario. Sono nata il trenta luglio e nella simbologia questo numero rappresenta il calzolaio e gli angeli che per me sono i miei genitori che purtroppo non ci sono più, ma sento che appoggiano pienamente il mio progetto. Sono sempre molto felice nel ricevere le mie clienti in atelier, in maniera molto intima, poiché per ognuna di loro fisso degli appuntamenti one to one, mi piace incontrarle e conoscerle dal vivo, dedicare loro il mio tempo, rispetto alla vendita on line si instaura chiaramente un rapporto diverso. Prossimamente farò anche dei pop up store a Milano, Parigi, Londra e Verona”. Un’opportunità per vivere un&#8217;esperienza diretta con il prodotto e conoscere dal vivo la talentuosa designer.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Photo Courtesy of <em>Trenta7<br />
di Elena Parmegiani per DailyMood.it</em></strong></p>

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		<title>Exposure quando essere visti diventa una forma di potere: da Harry Styles a Lady Gaga</title>
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				<pubDate>Fri, 08 May 2026 09:20:26 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Elena Parmegiani]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Eventi]]></category>
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				<description><![CDATA[<p>Nel sistema moda contemporaneo non basta più indossare un abito: bisogna essere visti. È questa la premessa alla base di “Exposure – Quando il mondo ti guarda, da Harry Styles a Lady Gaga”, la nuova mostra ospitata all’ITS Arcademy, Museum of Art in Fashion di Trieste, in programma fino al 3 gennaio 2027. Non si [&#8230;]</p>
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								<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">Nel sistema moda contemporaneo non basta più indossare un abito: bisogna essere visti. È questa la premessa alla base di <strong>“Exposure – Quando il mondo ti guarda, da Harry Styles a Lady Gaga”</strong>, la nuova mostra ospitata all’<strong>ITS Arcademy, Museum of Art in Fashion di Trieste</strong>, in programma fino al <strong>3 gennaio 2027</strong>. Non si tratta di una semplice esposizione di look iconici, ma di una riflessione più ampia sul modo in cui l’immagine delle celebrità viene costruita, trasformata e amplificata nell’era della visibilità totale. <em>Exposure – Quando il mondo ti guarda </em>svela il dialogo creativo tra celebrità e stylist, narratori capaci di trasformare le emozioni in immagini e dare forma al modo in cui il mondo osserva; da Lady Gaga a Harry Styles, una mostra su visibilità, identità e linguaggio della moda. Al centro della mostra c’è una figura spesso sottovalutata ma oggi fondamentale: lo <strong>stylist</strong>. Curata dallo stylist belga <strong>Tom Eerebout</strong>, collaboratore di artisti come Lady Gaga e Rita Ora, l’esposizione esplora il ruolo dello styling come pratica creativa autonoma, capace di costruire narrazioni visive e identità pubbliche. Dietro ogni apparizione pubblica: dal red carpet al palco, esiste infatti un processo complesso fatto di prove, negoziazioni e scelte estetiche che trasformano un semplice outfit in un linguaggio. In questo senso lo stylist non è più solo un tecnico della moda, ma un vero e proprio autore dell’immagine contemporanea. Il titolo della mostra non è casuale. Figure come Harry Styles e Lady Gaga rappresentano due esempi emblematici di come la moda contemporanea non si limiti più a vestire il corpo, ma lo utilizzi come mezzo espressivo. Nel caso di Harry Styles, la costruzione di un’estetica fluida e genderless ha contribuito a ridefinire i codici del menswear contemporaneo. Nel caso di Lady Gaga, invece, l’abito diventa performance, provocazione, narrazione emotiva. Entrambi incarnano un principio chiave della cultura visiva contemporanea: l’identità non è più qualcosa da esprimere, ma da costruire pubblicamente. “Exposure” riflette un cambiamento strutturale nel sistema moda: la centralità non è più solo del prodotto, ma dell’immagine. In un’epoca dominata dai social media, ogni look è potenzialmente globale nel momento stesso in cui viene mostrato. La visibilità non è più un effetto collaterale della moda, ma il suo obiettivo principale. Come evidenziato dai materiali della mostra, il processo creativo tra stylist, designer e celebrità è oggi una collaborazione continua che trasforma l’abito in un dispositivo narrativo. La mostra mette in evidenza un aspetto fondamentale: ciò che vediamo delle celebrità non è mai spontaneo. Ogni immagine pubblica è il risultato di una costruzione precisa, in cui styling, fotografia, contesto e distribuzione digitale lavorano insieme per definire un’identità. In questo senso, il <strong>red carpet </strong>non è solo un evento mondano, ma un vero e proprio spazio culturale dove si negozia il significato dell’immagine contemporanea. “Exposure” invita quindi a spostare lo sguardo: non più solo su ciò che viene mostrato, ma su come e perché viene mostrato. In un mondo in cui tutto è visibile, la vera competenza diventa leggere le immagini, comprenderne la costruzione e riconoscere le strategie che le generano. La moda, da questo punto di vista, non è più solo estetica, ma linguaggio e chi lo padroneggia, oggi, non si limita a vestire il mondo: lo racconta. Le celebrità sono diventate corpi e volti attraverso cui si riflettono desideri, valori e contraddizioni della società contemporanea. Ogni abito, ogni posa sul red carpet raccontano un dialogo segreto, non privo di rischi, tra chi pratica l’arte di essere visti e chi la rende possibile e tra il corpo di chi si espone e lo sguardo di chi osserva. Tom Eerebout racconta il proprio mondo attraverso una selezione di creazioni indossate da alcuni dei personaggi più celebri della cultura pop, tra cui spiccano quelle di designer che hanno mosso i primi passi a Trieste durante la loro esperienza a ITS Contest. Attraverso abiti e accessori indossati da Lady Gaga, Harry Styles, Beyoncé, Madonna, Björk, Gwyneth Paltrow, Damiano David, Kylie Jenner, fino a Jenna Ortega e Chappell Roan, <em>Exposure</em> racconta stili e linguaggi diversi e il lavoro di una pluralità di designer e maison che hanno segnato l’estetica del nostro tempo, tra i quali partecipanti e finalisti di ITS Contest, le cui opere prime sono oggi parte della collezione del museo. Il catalogo, a cura di Tom Eerebout e Emanuele Coccia, raccoglie una serie di dialoghi che intrecciano filosofia, moda e curatela: conversazioni tra il filosofo, il curatore della mostra e lo storico della moda Olivier Saillard.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Photo Courtesy of ITS Arcademy for Exposure</strong></p>
<p><em><strong>di Elena Parmegiani per DailyMood.it</strong></em></p>

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		<title>John Galliano arriva da Zara, quando il lusso entra nel fast fashion</title>
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				<pubDate>Mon, 04 May 2026 12:08:15 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Elena Parmegiani]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Fashion News]]></category>
		<category><![CDATA[Style & Luxury]]></category>
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				<description><![CDATA[<p>Per anni la moda ha vissuto una separazione netta e decisa: da una parte l’elitaria haute couture, dall’altra il più easy fast fashion. Due mondi che si osservavano senza mai davvero toccarsi. Oggi quella linea si sta rompendo. Con l’annuncio della collaborazione tra John Galliano e Zara, il sistema moda entra in una nuova fase: [&#8230;]</p>
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								<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">Per anni la moda ha vissuto una separazione netta e decisa: da una parte l’elitaria haute couture, dall’altra il più easy fast fashion. Due mondi che si osservavano senza mai davvero toccarsi. Oggi quella linea si sta rompendo. Con l’annuncio della collaborazione tra <strong>John Galliano </strong>e<strong> Zara,</strong> il sistema moda entra in una nuova fase: non più solo contaminazioni estetiche, ma una vera e propria revisione di linguaggio tra lusso e accessibile. La collaborazione tra Zara e John Galliano sarà un progetto creativo biennale e prenderà avvio con le prime collezioni previste per <strong>settembre 2026</strong> segnando l’inizio di una serie di uscite stagionali in cui lo stilista reinterpreterà gli archivi del brand attraverso il proprio linguaggio creativo. Non si tratta quindi di una nomina a direttore creativo, né di una capsule tradizionale. Il progetto è diverso: Galliano lavorerà sugli archivi del brand<strong>,</strong> reinterpretando capi esistenti attraverso il suo linguaggio fatto di de-costruzione e narrazione sartoriale. Un gesto che, nel mondo della moda, non è mai neutro. John Galliano non è un nome qualsiasi. È uno dei designer che più hanno influenzato la grammatica estetica degli ultimi trent’anni. Lo stile di Galliano si distingue per una visione fortemente teatrale della moda, in cui l’haute couture diventa narrazione scenica, ricca di riferimenti storici, costruzioni sartoriali elaborate e una costante tensione tra decostruzione ed eccesso estetico. Lo stilista britannico nasce nel 1960 a Gibilterra e diventa il creativo più influente dell’haute couture tra gli Anni Novanta e Duemila. Formatosi alla Central Saint Martins di Londra, si distingue fin dagli esordi per un approccio fortemente teatrale alla moda, costruito su narrazione, riferimenti storici e una forte componente scenica. Galliano diviene direttore creativo di Givenchy (dal 1995 al 1996) e soprattutto di Dior (dal 1996 al 2011), dove ridefinisce il linguaggio della maison attraverso sfilate spettacolari e collezioni couture di grande impatto visivo e concettuale. La sua carriera in Dior si interrompe però nel 2011 in seguito a un grave episodio che ha ampia risonanza mediatica: Galliano viene ripreso in un video mentre, in evidente stato di alterazione in un locale di Parigi, pronuncia insulti antisemiti e dichiarazioni razziste. La vicenda incresciosa porta il designer alla sua immediata sospensione e successivo licenziamento da Dior, oltre a una condanna giudiziaria in Francia per apologia di antisemitismo. Dopo anni di allontanamento dalla scena principale della moda e un percorso di riabilitazione personale e professionale, Galliano torna gradualmente a collaborare con diversi progetti creativi, rientrando nel sistema moda in ruoli meno centrali rispetto al passato, ma nuovamente attivi. Il suo ritorno sulla scena in Zara, dopo anni di silenzio creativo e una fase complessa della sua carriera, non avviene però nel perimetro tradizionale del lusso. Avviene altrove, in un luogo inaspettato. È qui che la notizia diventa interessante. Da un lato, un designer associato alla couture e alle maison più iconiche, dall’altro, uno dei simboli globali del fast fashion. Eppure, proprio questa tensione è il cuore pulsante del progetto. Galliano non progetterà da zero, ma rileggerà, decostruirà e ricostruirà capi già esistenti del marchio, portando un approccio più vicino alla couture che alla produzione industriale. In altre parole: non un nuovo brand, ma una <strong>nuova interpretazione</strong> di un brand già esistente. Negli ultimi anni il sistema moda ha iniziato a cambiare direzione. Le collaborazioni tra designer di lusso e marchi accessibili non sono più eccezioni, ma segnali di una trasformazione più ampia: la ricerca di nuovi pubblici, nuove narrazioni e nuovi modelli di valore per generare chiaramente fatturati. Ma il caso Galliano-Zara è diverso: non è una capsule firmata, è una rilettura di archivio. Un gesto quasi curatoriale, più vicino all’arte che al marketing. Ed è proprio questo che lo rende significativo. Se il lusso ha passato anni a difendere la propria esclusività, oggi sembra interessato a qualcosa di più complesso: la circolazione dell’idea, non solo del prodotto e il fast fashion cerca legittimazione culturale attraverso l’autorialità. In mezzo designer come Galliano diventano figure ibride: non più solo creatori di collezioni, ma interpreti di sistemi. Ci si domanda se questa collaborazione segnerà una democratizzazione del linguaggio couture o una sua diluizione, o, più semplicemente, se stiamo assistendo alla nascita di una nuova categoria: quella del lusso reinterpretato, dove il valore non sta solo nel capo, ma nel processo creativo che lo genera. Una cosa però è certa: quando un nome come Galliano entra nel vocabolario del fast fashion, la moda non resta mai la stessa. Forse non si tratta più di chiedersi se il lusso possa incontrare il mercato di massa, ma di capire una cosa più sottile: chi sta cambiando davvero chi?</p>
<p><em><strong>di Elena Parmegiani per DailyMood.it</strong></em></p>
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		<title>Hokusai a Roma: quando l’arte diventa moda e il kimono racconta il corpo</title>
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				<pubDate>Tue, 28 Apr 2026 07:33:49 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Elena Parmegiani]]></dc:creator>
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								<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">C’è una linea sottile, e oggi più che mai attuale, che unisce arte, moda e vita quotidiana. Non è una linea retta, ma una trama, fatta di superfici, gesti e simboli. È proprio questa trama che la mostra dedicata a <strong>Katsushika Hokusai,</strong> ospitata nelle sale di <strong>Palazzo Bonaparte </strong>a <strong>Roma,</strong> visitabile fino al <strong>29 giugno 2026, </strong>restituisce con straordinaria lucidità. Non una semplice retrospettiva, ma un dispositivo culturale complesso: accanto alle celebri stampe, il percorso si apre a oltre centottanta oggetti — lacche, armature, strumenti musicali e soprattutto kimono, componendo un racconto che dissolve la distinzione occidentale tra arte “alta” e arti applicate. Accanto ai capolavori di Hokusai, come <strong><em>Cinquantatré stazioni del Tōkaidō</em></strong>, la celeberrima <strong><em>La Grande Onda di Kanagawa</em></strong>, le <strong><em>Trentasei Vedute del Monte Fuji</em></strong> fino ai sorprendenti <strong>Manga</strong>, gli straordinari album di disegni che hanno consegnato alla storia uno dei termini più noti della cultura visiva contemporanea l’esposizione presenta anche un insieme di <strong>oltre 180 pezzi tra</strong> <strong>libri rarissimi e preziosi oggetti giapponesi</strong>, tra cui laccature, smalti cloisonné, accessori da viaggio, armature, elmi e spade, oltre a strumenti musicali tradizionali. I <strong>costumi </strong>(<em>kimono</em>, giacche <em>haori</em> e fasce <em>obi</em>) accompagnano visivamente la visita, creando un dialogo continuo tra arte, vita quotidiana e spiritualità della cultura giapponese. Qui tutto è linguaggio, tutto è progetto. E, soprattutto, tutto è moda. Per comprendere davvero la portata di questa mostra, bisogna partire dal concetto di <em>ukiyo-e</em>, letteralmente “immagini del mondo fluttuante”. Un’espressione che definisce non solo un genere artistico, ma un’intera visione del vivere urbano nel Giappone del Periodo Edo. Un mondo fatto di piacere, spettacolo, consumo visivo — e quindi, inevitabilmente, di stile. Le stampe di Hokusai, inclusa l’iconica <em>La grande onda</em> <em>di Kanagawa</em>, non erano opere destinate a una contemplazione museale, ma oggetti accessibili, riproducibili, parte integrante della cultura popolare. In questo senso, funzionavano come veri e propri media di diffusione estetica, analoghi alle riviste di moda contemporanee. Secondo il Metropolitan Museum of Art, le immagini ukiyo-e contribuivano attivamente alla circolazione di modelli di bellezza, abbigliamento e comportamento, influenzando il gusto collettivo su larga scala. È nel dialogo tra queste immagini e i <strong>kimono</strong> esposti che la mostra trova il suo punto di massima tensione visiva. Perché il kimono non è semplicemente un abito: è una forma di scrittura. Le sue origini risalgono al Periodo Heian, quando l’élite aristocratica sviluppò un sistema sofisticato di stratificazione tessile, in cui colori e combinazioni indicavano rango, stagione e sensibilità estetica. Ma è nel periodo Edo che il kimono si democratizza e si trasforma in superficie narrativa. I tessuti si popolano di motivi simbolici — onde, rami di ciliegio, gru, paesaggi — molti dei quali trovano un parallelo diretto nelle stampe di Hokusai. Non si tratta di una semplice coincidenza stilistica, ma di una vera e propria convergenza visiva: lo stesso immaginario attraversa arte e abito, costruendo un’estetica condivisa. Il Victoria and Albert Museum sottolinea come il kimono rappresenti uno dei primi esempi di design modulare: tagliato da pezzi rettangolari di tessuto, riduce al minimo lo spreco e privilegia la continuità della superficie. Un principio che oggi risuona con forza nelle pratiche di moda sostenibile. Se la moda occidentale ha storicamente costruito il corpo attraverso costrizione e modellamento — busti, corsetti, tagli aderenti — il kimono propone una visione radicalmente diversa: non impone una forma, ma la accompagna. Questa caratteristica ha esercitato un’influenza profonda sul design contemporaneo. Designer come <strong>Issey Miyake</strong> hanno trasformato il principio del kimono in ricerca tecnologica e tessile, mentre <strong>Rei Kawakubo</strong> ha decostruito l’idea stessa di silhouette, portando in passerella volumi che sfidano la logica occidentale del corpo ideale. Anche in Europa, il fascino del Giappone ha lasciato tracce profonde: da <strong>Yves Saint Laurent</strong>, che negli Anni Settanta reinterpretò l’Oriente in chiave couture, fino alle sperimentazioni concettuali di <strong>Maison Margiela.</strong> Quello che emerge è un dato chiaro: il kimono non è solo un capo, ma un’idea di moda come spazio di libertà. Uno degli aspetti più sofisticati della mostra è la sua capacità di restituire una verità spesso dimenticata: nella cultura giapponese premoderna, arte e vita non sono mai state separate. Le lacche, le armature, gli oggetti d’uso quotidiano condividono con le stampe e i kimono lo stesso livello di attenzione estetica. Tutto è progettato, tutto è significativo. Questo approccio anticipa molte delle riflessioni contemporanee sulla moda come sistema culturale. Non più semplice industria dell’effimero, ma campo di ricerca che intreccia artigianato, sostenibilità e identità. In un momento storico in cui il sistema moda è attraversato da una profonda trasformazione — tra crisi ambientale e ridefinizione dei modelli produttivi — la lezione di Hokusai e del kimono appare sorprendentemente attuale. Secondo dati dell’European Environment Agency, il settore tessile è tra i più impattanti in termini di consumo di risorse e produzione di rifiuti. In questo scenario, il kimono — con la sua costruzione essenziale, la durabilità e la capacità di essere tramandato — rappresenta un modello alternativo. Un’idea di lusso che non coincide con l’accumulo, ma con la <strong>durata</strong>. Non con la velocità, ma con la <strong>qualità</strong> del tempo. Visitare questa mostra significa, in fondo, interrogarsi su cosa significhi oggi “vestire”. Non solo coprire il corpo, ma raccontarlo. Non solo seguire una tendenza, ma partecipare a un sistema di significati. Hokusai, con il suo sguardo capace di attraversare natura e cultura, e il kimono, con la sua struttura essenziale e poetica, ci ricordano che la moda, quando è davvero tale, non è mai superficiale. È, piuttosto, una forma di conoscenza. E forse è proprio questa la sua espressione più radicale di glamour.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Photo Courtesy of Press Office</strong></p>
<p><em><strong>di Elena Parmegiani per DailyMoodit</strong></em></p>

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		<title>FloraCult 2026, il lusso contemporaneo parla il linguaggio della natura</title>
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				<pubDate>Mon, 13 Apr 2026 07:58:40 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Elena Parmegiani]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Eventi]]></category>
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		<category><![CDATA[fiori]]></category>
		<category><![CDATA[FloraCult 2026]]></category>
		<category><![CDATA[manifestazioni]]></category>
		<category><![CDATA[natura]]></category>
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				<description><![CDATA[<p>Nel calendario primaverile romano, FloraCult 2026 si conferma uno degli appuntamenti più rilevanti per osservare da vicino come estetica, sostenibilità e cultura del progetto stiano ridefinendo il concetto stesso di lifestyle. Dal 24 al 26 aprile 2026, negli spazi de I Casali del Pino, all’interno del Parco di Veio, la manifestazione giunge alla sua quindicesima [&#8230;]</p>
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								<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">Nel calendario primaverile romano, <strong><em>FloraCult 2026</em></strong> si conferma uno degli appuntamenti più rilevanti per osservare da vicino come estetica, sostenibilità e cultura del progetto stiano ridefinendo il concetto stesso di lifestyle. Dal 24 al 26 aprile 2026, negli spazi de I Casali del Pino, all’interno del Parco di Veio, la manifestazione giunge alla sua quindicesima edizione con un tema evocativo: <em>Verde Speranza</em>. Promossa da <strong>Ilaria Venturini Fendi</strong> insieme ad <strong>Antonella Fornai</strong> e <strong>Francesco Fornai</strong>, <em>FloraCult</em> non è più soltanto una mostra-mercato, ma un osservatorio avanzato sulle nuove estetiche della sostenibilità. Un terreno in cui il design incontra la biodiversità, e dove la natura non è sfondo, ma materia progettuale. Il tema scelto per il 2026 riflette un cambio di paradigma ormai evidente anche nelle industrie creative: la <strong>sostenibilità</strong> non è più narrazione accessoria, ma struttura. In questo senso, il verde evocato da<em> FloraCult</em> non è simbolico, bensì scientifico. Le piante, attraverso il processo di fotosintesi clorofilliana, contribuiscono attivamente alla riduzione della CO₂ atmosferica — un dato confermato da organismi come l’IPCC, che sottolineano il ruolo cruciale degli ecosistemi vegetali nella mitigazione del cambiamento climatico. Il contesto non è secondario: il Parco di Veio ospita oltre settecento specie floristiche censite, configurandosi come uno dei poli di biodiversità più significativi del Lazio. Una “certezza verde”, più che una speranza, che trasforma l’evento in esperienza immersiva oltre che culturale. Con oltre 170 espositori selezionati, <em>FloraCult </em>rappresenta una piattaforma privilegiata per intercettare le tendenze emergenti nel design outdoor e nella progettazione sostenibile. Collezioni botaniche rare, arredi per esterni, artigianato evoluto e pratiche di autocostruzione dialogano in un ecosistema coerente con le nuove esigenze dell’abitare contemporaneo. Tra i focus più interessanti, l’attenzione ai giardini a bassa manutenzione — una risposta concreta alla crisi idrica che interessa l’area mediterranea (secondo l’European Environment Agency, il Sud Europa è tra le regioni più vulnerabili alla siccità crescente). Specie resilienti come <strong>salvie autoctone</strong> e <strong>lavande</strong> <strong>selezionate</strong> diventano così elementi chiave di un’estetica sostenibile, capace di coniugare bellezza e adattamento climatico. Accanto a queste, emergono anche collezioni più scenografiche: felci arboree, relitti botanici di epoche preistoriche, e glicini monumentali, simboli di una natura che torna protagonista anche negli spazi urbani. Non manca una dimensione globale, con specie esotiche come il <em>Dimocarpus longan</em>, frutto asiatico sempre più studiato per le sue proprietà nutrizionali e antiossidanti.</p>
<p style="text-align: justify;">Il programma culturale consolida la vocazione interdisciplinare della manifestazione. Tra gli incontri più attesi, quello con <strong>Vittorio Gallese</strong> e <strong>Ugo Morelli,</strong> che riflettono sul concetto di empatia come infrastruttura sociale necessaria per affrontare la crisi ambientale. Il dialogo tra Luca Mercalli e Silvia Bencivelli riporta invece il tema su un piano più esplicitamente climatico: secondo i dati ISPRA, l’Italia ha registrato un aumento medio delle temperature di circa +1,1°C rispetto all’era preindustriale, con impatti diretti su ecosistemi e agricoltura. Di particolare rilievo anche la presenza di <strong>Paola Bonfante</strong>, tra le massime esperte di simbiosi tra piante e microrganismi, un ambito oggi centrale per lo sviluppo di un’agricoltura rigenerativa. Non manca una dimensione più sperimentale e performativa. Il racconto dell’Arte Sella, affidato a Giacomo Bianchi, testimonia come l’arte contemporanea stia sempre più integrando paesaggio e installazione. Parallelamente, il movimento Save Soil, fondato da Sadhguru, porta a <em>FloraCult</em> pratiche che uniscono meditazione e musica, riflettendo una crescente attenzione, anche nel mondo del lusso, verso esperienze trasformative e consapevoli. La componente artistica si completa con una mostra di automi ispirata anche alle visioni futuriste di Fortunato Depero e con la proiezione di <em>Green Porno</em>, il progetto audiovisivo di <strong>Isabella Rossellini</strong> che reinterpreta in chiave ironica la biologia animale. Si terranno inoltre le presentazioni di due libri legati da una storia in comune: <strong>&#8220;Il viaggio degli Agrumi in Italia&#8221; </strong>di <strong>Alberto Tintori</strong>, percorsi, curiosità di cultivar regionali coltivati a scopo ornamentale rifacendosi ad una tradizione rinascimentale toscana e<strong> &#8220;Vignanello, il castello, la sua terra, la sua storia, i suoi giardini&#8221; </strong>presentato da<strong> Claudia Ruspoli</strong>, storia del castello Ruspoli dei suoi giardini e dell&#8217;agrumeto che ha ritrovato l&#8217;antico splendore. Se la moda contemporanea sta ridefinendo i propri codici, basti pensare alla crescente attenzione per materiali rigenerativi e filiere trasparenti, eventi come <em>FloraCult </em>offrono una lente privilegiata per comprendere dove stia andando il concetto di lusso. Non più ostentazione, ma relazione. Non più consumo, ma consapevolezza. In questo scenario il verde non è più solo colore o tendenza stagionale: è infrastruttura culturale, materia viva e, sempre più, linguaggio del progetto.</p>
<p style="text-align: justify;">  <strong>Ph. Courtesy of Press Office</strong></p>
<p style="text-align: justify;"><strong>      Per maggiori</strong> <strong>informazioni</strong></p>
<p style="text-align: justify;"><strong>             Orari 10.00 – al tramonto</strong></p>
<p style="text-align: justify;"><strong>             Parcheggio gratuito </strong></p>
<p style="text-align: justify;"><strong>             Servizio navetta gratuito dalla Stazione La Storta</strong></p>
<p style="text-align: justify;"><strong>             BIGLIETTI Intero </strong>13 euro| <strong>Ridotto Convenzioni </strong>10 euro | <strong>con treno + navetta </strong>6.50 euro</p>
<p style="text-align: justify;">             <strong>Pacchetto 3 giorni </strong>29 euro | Gratuito sotto i 12 anni | Gratuito per accompagnatori disabili</p>
<p><em><strong>Di Elena Parmigiani per DailyMood.it</strong></em></p>

<a href='https://www.dailymood.it/2026/04/13/floracult-2026-il-lusso-contemporaneo-parla-il-linguaggio-della-natura/008_apf5072/'><img width="683" height="1024" src="https://www.dailymood.it/wp-content/uploads/2026/04/008_APF5072-683x1024.jpg" class="attachment-large size-large" alt="" srcset="https://www.dailymood.it/wp-content/uploads/2026/04/008_APF5072-683x1024.jpg 683w, https://www.dailymood.it/wp-content/uploads/2026/04/008_APF5072-200x300.jpg 200w, https://www.dailymood.it/wp-content/uploads/2026/04/008_APF5072-1024x1536.jpg 1024w, https://www.dailymood.it/wp-content/uploads/2026/04/008_APF5072-1366x2048.jpg 1366w, https://www.dailymood.it/wp-content/uploads/2026/04/008_APF5072.jpg 1467w" sizes="(max-width: 683px) 100vw, 683px" /></a>
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		<title>“Don’t Stop Me Now”: la rivoluzione gentile della moda sfila al Palazzetto dello Sport</title>
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				<pubDate>Mon, 13 Apr 2026 07:47:17 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Elena Parmegiani]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Fashion News]]></category>
		<category><![CDATA[Style & Luxury]]></category>
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		<category><![CDATA[Modelli si Nasce 2026 – Don’t Stop Me Now]]></category>
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				<description><![CDATA[<p>Nel calendario sempre più consapevole della moda contemporanea esistono eventi che superano il perimetro estetico per diventare veri manifesti culturali. La terza edizione di Modelli si Nasce 2026 – Don’t Stop Me Now, svoltasi giovedì 2 aprile scorso nella Capitale, si inscrive con naturalezza in questa traiettoria: non una semplice sfilata, ma una dichiarazione di [&#8230;]</p>
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								<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">Nel calendario sempre più consapevole della moda contemporanea esistono eventi che superano il perimetro estetico per diventare veri manifesti culturali. La terza edizione di <em><strong>Modelli si Nasce 2026 – Don’t Stop Me Now,</strong></em> svoltasi giovedì 2 aprile scorso nella Capitale, si inscrive con naturalezza in questa traiettoria: non una semplice sfilata, ma una dichiarazione di intenti che intreccia <strong>inclusione</strong>, <strong>ricerca stilistica</strong> e <strong>narrazione identitaria</strong>. L’evento è stato preceduto dalla presentazione di una mostra fotografica, in programma <strong>fino al 19 aprile 2026</strong> nelle sale di <strong>Palazzo Braschi,</strong> intitolata come la sfilata &#8220;Don&#8217;t Stop Me Now&#8221;, un racconto di immagini realizzate a due mani che celebrano l&#8217;energia, il movimento e l&#8217;identità attraverso gli obiettivi fotografici di <strong>Francesco Brigida</strong> con l&#8217;esposizione &#8220;Singular Flowers&#8221; e di Martin Mae con l&#8217;esposizione &#8220;Prima che tutto sia Mondo&#8221;. Il defilè promosso da Roma Capitale – Assessorato ai Grandi Eventi, Turismo, Sport e Moda, e ideato dall’associazione <strong><em>Modelli si Nasce Onlus</em></strong>, trova la sua collocazione ideale nel moderno quartiere Flaminio presso il <strong>Palazzetto dello Sport</strong> di viale Tiziano, in occasione della <strong>Giornata Mondiale della Consapevolezza sull’Autismo</strong>. Un luogo che, già di per sé, amplifica il significato dell’iniziativa. Progettato nel 1957 dagli ingegneri Pier Luigi Nervi e Annibale Vitellozzi per le Olimpiadi di Roma del 1960, il Palazzetto dello Sport rappresenta una delle più alte espressioni dell’ingegneria italiana del Novecento. La sua iconica cupola nerviana, leggera e perfetta nella struttura, è simbolo di una città capace di coniugare visione, tecnica e bellezza. Scegliere questo spazio significa iscrivere l’evento in una storia più ampia: quella di Roma come palcoscenico di innovazione culturale. &#8220;<em>Per il terzo anno consecutivo, in occasione della Giornata Mondiale della Consapevolezza sull’Autismo, sosteniamo con forza questo evento perché crediamo nella moda come veicolo di inclusione sociale.”- </em>dichiara l’Assessore <strong>Alessandro Onorato</strong><em>&#8211; “Non è solo una sfilata e una mostra, è la realizzazione del sogno di ventiquattro ragazzi autistici e di tutte le loro famiglie. La scelta dei luoghi così importanti non è casuale, è la dimostrazione di quanto crediamo nella moda come strumento per abbattere le barriere: dal Campidoglio al Salone delle Fontane all&#8217;Eur, fino al Palazzetto dello Sport di viale Tiziano, un impianto simbolo di Roma che abbiamo voluto mettere a disposizione per alzare ulteriormente l&#8217;asticella dell&#8217;evento. Ringrazio l&#8217;associazione Modelli si Nasce per il lavoro continuo durante l&#8217;anno e i tanti professionisti, come stilisti e fotografi, che hanno voluto dare il proprio contributo a supporto di questa iniziativa così lodevole</em>&#8220;. Abbiamo assistito ad un racconto fatto di autenticità e talento. Tra gli ospiti, due figure emblematiche della scena romana: la campionessa olimpica <strong>Simona Quadarella</strong> e l’artista <strong>Noemi</strong>, presenze che sottolineano il dialogo tra discipline e linguaggi. Il cuore pulsante dell’evento, presentato da Eleonora Daniele, resta però la passerella: ventiquattro modelli autistici che incarnano una nuova idea di rappresentazione, lontana da stereotipi e semplificazioni. Ogni uscita diventa racconto, ogni silhouette un gesto di affermazione. La proposta creativa si articola attraverso una costellazione di brand che riflettono una pluralità di visioni estetiche. Il minimalismo dalla tensione quasi massimalista di <strong>Alberto Zambelli</strong> dialoga con il design fluido e genderless di <strong>Bottega Bernard</strong><strong>;</strong> il linguaggio brutalista di <strong>Chronos Corps</strong> si accosta ai gioielli-scultura di <strong>futuroRemoto</strong><strong>,</strong> presentati in collaborazione con l’alta sartoria di <strong>RAMUNDO</strong>. A questi si aggiungono l’estetica eccentrica e cromaticamente vibrante di <strong>giuglia.</strong><strong>,</strong> la materia ruvida e sperimentale di <strong>LEONARDOVAL </strong>e l’artigianalità sofisticata di <strong>Yashu &amp; Prem</strong> completate dagli occhiali dal design ricercato firmati <strong>Frank Lo</strong><strong>.</strong> Una mappa stilistica che restituisce alla moda la sua funzione più alta: essere linguaggio plurale. La direzione artistica, affidata a Rossano Giuppa, orchestra questo dialogo tra forme, corpi e storie, costruendo una narrazione coerente in cui estetica e contenuto si sostengono reciprocamente. Fondata nel 2018 a Roma da un gruppo di genitori, l’associazione Modelli si Nasce — oggi guidata da <strong>Silvia Cento</strong> — rappresenta una realtà pionieristica nel panorama italiano. Da cinque famiglie iniziali a oltre cento iscritti, il progetto ha sviluppato percorsi formativi personalizzati capaci di accompagnare ragazzi autistici verso una professionalizzazione nel mondo della moda, ridefinendo i confini stessi dell’industria. “Don’t Stop Me Now” non è soltanto un titolo evocativo, ma un manifesto. Un invito a non arrestare il cambiamento, a non interrompere il desiderio, a riconoscere nella diversità una grammatica possibile del bello. In un sistema spesso ancora ancorato a codici rigidi, questa iniziativa dimostra come la moda possa essere, oggi più che mai, uno spazio politico e poetico insieme: un luogo in cui l’identità non si adatta, ma si esprime.</p>
<p><em><strong>di Elena Parmegiani per DailyMood.it</strong></em></p>

<a href='https://www.dailymood.it/2026/04/13/dont-stop-me-now-la-rivoluzione-gentile-della-moda-sfila-al-palazzetto-dello-sport/backstage-ragazzi-modelli-si-nasce-con-simona-quadarella-alessandro-onorato-noemi-e-eleonora-daniele-2/'><img width="740" height="494" src="https://www.dailymood.it/wp-content/uploads/2026/04/Backstage-ragazzi-Modelli-si-nasce-con-Simona-Quadarella-Alessandro-Onorato-Noemi-e-Eleonora-Daniele-2-1024x683.jpg" class="attachment-large size-large" alt="" srcset="https://www.dailymood.it/wp-content/uploads/2026/04/Backstage-ragazzi-Modelli-si-nasce-con-Simona-Quadarella-Alessandro-Onorato-Noemi-e-Eleonora-Daniele-2-1024x683.jpg 1024w, https://www.dailymood.it/wp-content/uploads/2026/04/Backstage-ragazzi-Modelli-si-nasce-con-Simona-Quadarella-Alessandro-Onorato-Noemi-e-Eleonora-Daniele-2-300x200.jpg 300w, https://www.dailymood.it/wp-content/uploads/2026/04/Backstage-ragazzi-Modelli-si-nasce-con-Simona-Quadarella-Alessandro-Onorato-Noemi-e-Eleonora-Daniele-2-1536x1024.jpg 1536w, https://www.dailymood.it/wp-content/uploads/2026/04/Backstage-ragazzi-Modelli-si-nasce-con-Simona-Quadarella-Alessandro-Onorato-Noemi-e-Eleonora-Daniele-2-2048x1365.jpg 2048w" sizes="(max-width: 740px) 100vw, 740px" /></a>
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		<title>Interferenze in Rosso: Valentino tra architettura e vertigine</title>
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				<pubDate>Tue, 31 Mar 2026 07:22:03 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Elena Parmegiani]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Fashion News]]></category>
		<category><![CDATA[Style & Luxury]]></category>
		<category><![CDATA[Alessandro Michele]]></category>
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				<description><![CDATA[<p>Nel cuore della Roma più storica e suggestiva, tra le geometrie solenni e il respiro barocco di Palazzo Barberini, la maison Valentino ha messo in scena una delle sfilate più concettualmente stratificate degli ultimi anni: “Interferenze”. Non è un semplice défilé, ma un dispositivo estetico in cui l’abito diventa un’architettura mobile e lo spazio, a [&#8230;]</p>
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								<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">Nel cuore della Roma più storica e suggestiva, tra le geometrie solenni e il respiro barocco di Palazzo Barberini, la maison <strong>Valentino</strong> ha messo in scena una delle sfilate più concettualmente stratificate degli ultimi anni: “<strong>Interferenze</strong>”. Non è un semplice défilé, ma un dispositivo estetico in cui l’abito diventa un’architettura mobile e lo spazio, a sua volta, si trasforma in un abito da attraversare. Alla regia <strong>Alessandro Michele</strong> costruisce una dialettica sottile e persistente tra ordine e instabilità, tra la necessità di contenere e il desiderio di sfuggire. È una tensione che non si limita alla superficie degli abiti, ma attraversa l’intero impianto della sfilata, trasformandola in una riflessione visiva sulla forma e sul suo inevitabile cedimento. Scegliere <strong>Palazzo Barberini</strong> non è un gesto neutro. La celebre dimora capitolina, capolavoro del barocco romano, è un sistema di forze in equilibrio: scale elicoidali, prospettive che si aprono e si richiudono, soffitti che sembrano dissolversi nella pittura illusionistica. Qui l’ordine è sempre sul punto di cedere all’eccesso. Michele intercetta questa ambiguità e la trasla nell’abito. Come l’architettura organizza lo spazio, così il vestito organizza il corpo: lo contiene, lo definisce, gli impone una postura. Allo stesso tempo, però, lo destabilizza. Le silhouette si costruiscono su linee apparentemente rigorose che finiscono per incrinarsi. I volumi si spostano, le stratificazioni sfuggono alla simmetria, i tessuti sembrano ribellarsi alla loro stessa funzione strutturale. Il risultato è una serie di corpi architettonici in cui la stabilità è sempre temporanea. L’abito diventa una tensione continua tra controllo e perdita di controllo, tra disciplina e deriva. Il titolo “Interferenze” per la nuova collezione Fall/Winter 26-27 suggerisce un’idea di disturbo, di sovrapposizione imprevista. Michele lavora su codici riconoscibili come il tailoring, il ricamo e la costruzione sartoriale, per poi sabotarne la leggibilità.</p>
<p style="text-align: justify;">Le giacche si allungano oltre il limite funzionale, le gonne sembrano slittare sul corpo, i dettagli decorativi si accumulano fino a diventare quasi rumore visivo. È un’estetica che non cerca la purezza, ma l’attrito. Eppure, in questo apparente disordine, esiste una regia precisa. Come nelle sale del palazzo, dove ogni elemento contribuisce a un disegno complessivo, anche qui il caos è orchestrato. L’instabilità non è mai casuale, ma progettata, costruita, voluta. Il momento culminante arriva con l’ultima uscita: un abito rosso di intensità quasi assoluta. Non è solo un capo, ma un gesto. Un omaggio dichiarato a <strong>Valentino Garavani</strong> e al suo rosso iconico, simbolo di una classicità che ha definito decenni di eleganza. Anche qui Michele introduce una torsione. Il rosso, tradizionalmente segno di perfezione e controllo, diventa qualcosa di più ambiguo: una superficie vibrante che cattura la luce in modo irregolare. È memoria, ma anche reinvenzione. La durata stessa dell’apparizione, più lunga e sospesa, trasforma l’abito in un momento quasi teatrale. Il tempo si dilata, lo sguardo si concentra. È un finale che non chiude ma apre, un punto di tensione che rimane irrisolto. A rendere ancora più densa la scena c’è un parterre che diventa parte del racconto. In prima fila <strong>Giancarlo Giammetti</strong>, cofondatore storico della maison, presenza discreta ma carica di significato. Accanto a lui, un mosaico di volti noti, celebrities come Gwyneth Paltrow, a testimoniare l’attrazione magnetica di Valentino e la curiosità verso questa nuova fase creativa.</p>
<p style="text-align: justify;">Non si tratta solo di chi era presente, ma di ciò che rappresentava: una continuità tra passato e presente, tra eredità e trasformazione. La sfilata diventa così un luogo di convergenza, un punto in cui diverse temporalità si sovrappongono. In fondo, “Interferenze” si gioca interamente su questo doppio movimento: stabilizzare e destabilizzare, costruire e decostruire. Michele sembra suggerire che non esiste forma senza rischio, né ordine senza possibilità di frattura. E che l’abito, come l’architettura, è sempre un atto che va oltre l’estetica. Decide come occupiamo lo spazio, come ci presentiamo al mondo, quanto siamo disposti a restare dentro i confini o a superarli. A Palazzo Barberini, tra stucchi e prospettive, questa lezione diventa visibile. L’eleganza non è più una superficie liscia e incontestabile, ma un campo di forze. Il rosso finale, lontano dall’essere un punto fermo, resta a vibrare, perfetto e instabile, come tutto ciò che davvero conta.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Photo Courtesy of Valentino</strong></p>
<p><em><strong>di Elena Parmigiani per DailyMood.it</strong></em></p>

<a href='https://www.dailymood.it/2026/03/31/interferenze-in-rosso-valentino-tra-architettura-e-vertigine/valentino-fw/'><img width="600" height="900" src="https://www.dailymood.it/wp-content/uploads/2026/03/valentino-fw-.jpg" class="attachment-large size-large" alt="" srcset="https://www.dailymood.it/wp-content/uploads/2026/03/valentino-fw-.jpg 600w, https://www.dailymood.it/wp-content/uploads/2026/03/valentino-fw--200x300.jpg 200w" sizes="(max-width: 600px) 100vw, 600px" /></a>
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		<title>Giuliana Civello, Luluredgrove: “ I miei jeans in seta, un must femminile”</title>
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				<pubDate>Tue, 24 Mar 2026 10:32:42 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Elena Parmegiani]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Collezioni Donna]]></category>
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				<description><![CDATA[<p>E’ un inno alla voglia di vivere, al benessere e alla freschezza la nuova collezione per la primavera/estate di Luluredgrove, il marchio della talentuosa direttrice creativa Giuliana Civello.  Le proposte sono state presentate attraverso una sfilata con oltre quattrocento ospiti alla Galleria del Cardinale Colonna lo scorso lunedì 16 marzo. In pedana tessuti di altissima qualità, [&#8230;]</p>
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								<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">E’ un inno alla voglia di vivere, al benessere e alla freschezza la nuova collezione per la primavera/estate di <strong><em>Luluredgrove</em></strong>, il marchio della talentuosa direttrice creativa <strong>Giuliana Civello</strong>.  Le proposte sono state presentate attraverso una sfilata con oltre quattrocento ospiti alla Galleria del Cardinale Colonna lo scorso lunedì 16 marzo. In pedana tessuti di altissima qualità, seta in Tripla A e capi interamente realizzati a mano, impreziositi dai suggestivi accessori <strong><em>LMP</em></strong> di <strong>Petrana Colesanti</strong>. In contrasto con la maestosità della location la sfilata, con la regia di <strong>Daniela Palese Acampora,</strong> si è aperta con il brano <em>Dopamine,</em> performance del beathboxer internazionale Wing, tra i più famosi al mondo. La collezione Spring/Summer 2026 “The Art of Freshness and Renewal” celebra il profondo legame tra l’essere umano e l’ambiente. Quarantadue look donna e sei uomo caratterizzati da fibre leggere selezionate per il pregio e l’alta qualità che rendono la silhouette morbida e dalla vestibilità eccezionale. “<em>La sostenibilità e l’artigianalità è ciò che guida il mio processo creativo” </em>– dichiara in esclusiva al <strong><em>Daily Mood</em></strong> Giuliana Civello -“ <em>La mia manodopera altamente specializzata è interamente italiana, un team tutto al femminile. Nel realizzare le proposte primavera/estate 2026 mi sono ispirata alla natura, al senso di rinascita che la  nuova stagione infonde. Il capo cult, che ormai è un must nella storia del mio brand, è il <strong>jeans in seta.</strong> Siamo stati i primi a crearlo, rispetto ad altre maison importanti, lo proponiamo da oltre dieci anni e le nostre clienti ne sono entusiaste. Da sempre utilizzo i tessuti maschili nel creare i look da donna, perché possiedono una qualità migliore e nel tempo garantiscono una vestibilità ed una resa perfetta. La mia donna non ama omologarsi, ricerca un prodotto di altissima qualità, confortevole, ed un look in grado di accompagnarla in ogni fase della sua giornata”. </em>Un elegante trompe-l&#8217;œil raffigura il jeans su preziose sete in Triple A e su georgette di seta, un capo casual diventa quindi un originale proposta di lusso. “<em>La collezione è improntata ad infondere un senso di benessere”</em>&#8211; chiosa la stilista-“ <em>Ogni capo vuole creare una connessione autentica tra corpo e ambiente. Ho ideato una stampa ispirata alla carpa koi e alla leggenda cinese che narra </em><em>di questo pesce coraggioso che risalì il Fiume Giallo sfidando forti correnti e demoni</em><em>. Giunta a una cascata chiamata &#8220;Porta del Drago&#8221;, la carpa saltò così in alto da superarla, venendo trasformata dagli dèi in un maestoso drago per la sua perseveranza</em>.” Dalle lavorazioni nascono una vera e propria famiglia di capi che reinterpretano il guardaroba denim in chiave couture: giubbini, bermuda, gilet, camicie, gonne e pantaloni, tutti realizzati in seta stampata effetto jeans. Il risultato è un equilibrio inatteso tra l’iconografia del denim e la fluidità luminosa della seta, dando vita a creazioni che uniscono comfort, eleganza e sperimentazione tessile, perfettamente in sintonia con lo spirito della collezione. A completare i look in pedana gli accessori di luce e colore <em>LMP</em> di Petrana Colesanti. I monili per la Primavera/Estate 2026 interpretano lo spirito di freschezza e vitalità cromatica della sfilata. La palette spazia dal fucsia e arancione fino alle sfumature di viola, blu e avio, evocando l’energia luminosa dell’estate. Interamente Made in Italy e realizzata su misura, la collezione propone accessori in pelle di alta qualità impreziositi da ricami eseguiti a mano con pietre luminose di prima scelta, cuciti su pellami morbidi e ricercati. “<em>Tra le novità spiccano <strong>borse in pelle e rafia,</strong> arricchite da motivi decorativi ispirati alla frutta.”- </em>dichiara al <em>Daily Mood</em> Petrana Colesanti<em>-.”Le creazioni sono ispirate al mondo marino e ai colori</em><em> dell’estate, mentre accanto alle nuove proposte tornano anche i classici del brand: bracciali, collane e cinture sottili reinterpretati nelle cromie stagionali, insieme a due cinture alte stile corsetto in rafia e pelle. L’accessorio completa i look di una donna, una mise anonima può essere ravvivata dal pezzo giusto che può trasformare il look. Ogni mia creazione si declina con gli outfit di Luluredrove, il mio fine e quello di Giuliana è  di creare un total look mai scontato e molto diverso dalle proposte che si vedono quotidianamente, per una donna che vuole essere protagonista indiscussa delle proprie scelte di stile</em>”.<br />
Ph. Carlo Tracci e Claudio Frijio</p>
<p><em><strong>di Elena Parmegiani per Dailymood.it</strong></em></p>

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		<title>Dior una passeggiata teatrale nei Jardin des Tuileries</title>
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				<pubDate>Tue, 17 Mar 2026 13:12:03 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Elena Parmegiani]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Sfilate]]></category>
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		<category><![CDATA[Dior]]></category>
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		<category><![CDATA[Jonathan Anderson]]></category>
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				<description><![CDATA[<p>Alla Paris Fashion Week ogni stagione esiste un momento che concentra su di sé l’attenzione dell’intero sistema moda. Quest’anno quel momento è stato senza dubbio la sfilata della maison Dior, che ha presentato a Parigi la collezione Donna Autunno/Inverno 2026-2027 firmata dal nuovo direttore creativo Jonathan Anderson. Non si è trattato soltanto di una sfilata, [&#8230;]</p>
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								<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">Alla <strong>Paris Fashion Week</strong> ogni stagione esiste un momento che concentra su di sé l’attenzione dell’intero sistema moda. Quest’anno quel momento è stato senza dubbio la sfilata della maison <strong>Dior,</strong> che ha presentato a Parigi la collezione Donna Autunno/Inverno 2026-2027 firmata dal nuovo direttore creativo <strong>Jonathan Anderson. </strong>Non si è trattato soltanto di una sfilata, ma di un vero racconto visivo: un’esperienza immersiva costruita tra scenografia, memoria storica della maison e nuovi codici estetici. Dal primo dettaglio — l’invito — fino all’ultima uscita in passerella, lo show ha segnato l’inizio di un nuovo capitolo nella storia della casa di moda fondata nel 1946 da Christian Dior. Nel mondo della moda l’invito è il primo indizio narrativo della sfilata. Non è mai soltanto un biglietto: è un manifesto concettuale che anticipa l’estetica dello show. Per questo evento l’invito era una <strong>miniatura delle celebri sedie verdi dei Tuileries</strong>, iconici arredi del parco parigino. Un oggetto semplice, ma carico di significato, che rimandava direttamente alla location scelta per la passerella. La scelta dell’invito non era casuale: Anderson voleva evocare l’idea della passeggiata parigina, del vedere e dell’essere visti, un rituale sociale che storicamente si svolge proprio nei giardini pubblici della capitale. In questo modo, già prima dell’inizio dello show, gli invitati entravano simbolicamente nel racconto della collezione. La sfilata si è svolta nei celebri Jardin des Tuileries, uno dei luoghi più iconici di Parigi. Il parco, creato nel XVI secolo e aperto al pubblico nel 1667 dopo un intervento voluto da Luigi XIV, è storicamente un luogo di incontro e di rappresentazione sociale. Qui aristocratici, artisti e borghesi passeggiavano mostrando abiti, status e stile personale. Proprio questo concetto di <strong>“</strong>passeggiata come performance<strong>”</strong> ha guidato l’allestimento della sfilata. Lo spazio è stato trasformato in un set spettacolare: al centro del giardino è stato creato <strong>un percorso sopraelevato</strong> che attraversava uno stagno, sull’acqua galleggiavano <strong>ninfee artificiali ispirate ai dipinti di Monet</strong> e attorno alla passerella il pubblico sedeva come se osservasse una scena teatrale La passerella ricordava il tracciato della <strong>Grand Allée</strong>, la lunga prospettiva del giardino, trasformando la sfilata in una metafora della vita parigina: un luogo in cui lo sguardo è parte integrante della moda. Come sempre, la sfilata Dior è stata uno degli eventi più attesi della Paris Fashion Week. In prima fila erano presenti numerose celebrità internazionali, tra cui: Jennifer Lawrence, Deva Cassel, Charlize Theron, Letitia Casta, Jenna Ortega, Johnny Depp, Jimin, Jisoo. La collezione rappresenta una reinterpretazione dei codici storici di Dior attraverso lo sguardo contemporaneo di Anderson. Il designer ha lavorato sugli archivi della maison, rielaborando capi iconici come la celebre <strong>Bar Jacket</strong>, simbolo del New Look del 1947. In questa nuova versione la giacca appare meno rigida, con volumi più morbidi e una struttura meno costrittiva.  Il risultato è una collezione costruita su contrasti: couture e casual, femminilità e androgino, eleganza classica e ironia contemporanea In passerella si sono alternati: minigonne strutturate, cappe in lana, abiti con schiena scoperta, denim cristallizzato e blazer sartoriali con bottoni dorati. Molti capi richiamavano anche la borghesia parigina tradizionale, attraverso tessuti come tweed e pied-de-poule, ma reinterpretati con un approccio moderno e quasi giocoso. Uno dei dettagli più discussi della collezione è stata la cosiddetta <strong>“bra jacket”</strong>, una giacca indossata aperta o strutturata per lasciare intravedere il reggiseno. Questo styling riflette una tendenza sempre più diffusa nella moda contemporanea: <strong>la lingerie come capo visibile</strong>. Nel contesto della collezione Dior, la giacca-bra diventa un simbolo di una femminilità nuova:<br />
non più nascosta o rigidamente strutturata, ma libera di mostrare la propria sensualità con naturalezza. Il capo dialoga anche con la tradizione della maison, famosa per aver costruito negli anni Quaranta una silhouette estremamente definita e femminile. Anderson riprende quella idea di forma, ma la rende più fluida e moderna. L’intera collezione è attraversata da riferimenti alla natura e alla storia artistica europea. Alcuni look evocavano atmosfere <strong>rococò</strong>, con volumi teatrali e dettagli ornamentali. Altri invece erano più minimalisti, costruiti su silhouette pulite e materiali tecnici.</p>
<p style="text-align: justify;">Tra gli elementi più originali della sfilata: scarpe decorate con motivi di ninfee, mini dress csfon volants ispirati alla Belle Époque, cappotti con colletti alti, denim reinterpretato in chiave couture. l risultato è una collezione che gioca con il tempo, mescolando epoche diverse e creando un guardaroba parigino immaginario. Con questa sfilata, Jonathan Anderson ha inaugurato una nuova fase per Dior. Il designer, già noto per il suo lavoro con il brand Loewe e con il marchio JW Anderson, porta nella maison francese un approccio creativo basato sulla sperimentazione, sul dialogo con l’arte e sulla reinterpretazione dei codici storici. La sua visione sembra voler liberare Dior dal peso della nostalgia, mantenendo però un forte legame con il patrimonio della maison. La sfilata Dior a Parigi non è stata soltanto una presentazione di abiti, ma una vera esperienza narrativa. Dall’invito simbolico alle scenografie dei Tuileries, fino ai capi che reinterpretano la tradizione del New Look, ogni elemento è stato pensato per raccontare una storia: quella di una <strong>passeggiata immaginaria nella Parigi della moda</strong>. Con la sua prima collezione femminile, Jonathan Anderson dimostra che il futuro di Dior può nascere proprio dall’incontro tra memoria e innovazione. E mentre le modelle attraversavano il ponte sospeso tra le ninfee, la passerella sembrava trasformarsi in una metafora perfetta della moda contemporanea: un equilibrio fragile tra storia, spettacolo e desiderio.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Photo Courtesy of Dior</strong></p>
<p style="text-align: justify;"><em><strong>di Elena Parmegiani per DailyMood.it</strong></em></p>

<a href='https://www.dailymood.it/2026/03/17/dior-una-passeggiata-teatrale-nei-jardin-des-tuileries/32-dior/'><img width="683" height="1024" src="https://www.dailymood.it/wp-content/uploads/2026/03/32-DIOR-683x1024.jpg" class="attachment-large size-large" alt="" srcset="https://www.dailymood.it/wp-content/uploads/2026/03/32-DIOR-683x1024.jpg 683w, https://www.dailymood.it/wp-content/uploads/2026/03/32-DIOR-200x300.jpg 200w, https://www.dailymood.it/wp-content/uploads/2026/03/32-DIOR.jpg 800w" sizes="(max-width: 683px) 100vw, 683px" /></a>
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		<title>Il trionfo del nero: Dolce &#038; Gabbana riscrivono la loro identità con Madonna</title>
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				<pubDate>Wed, 11 Mar 2026 08:31:39 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Elena Parmegiani]]></dc:creator>
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				<description><![CDATA[<p>Alla Milano Fashion Week la passerella di Dolce &#38; Gabbana si è trasformata in un manifesto estetico e culturale. La collezione donna Autunno/Inverno 2026–2027 ha riportato in scena gli elementi fondanti dell’universo creativo della maison: pizzo nero, sexy corsetti, sartorialità rigorosa e un immaginario profondamente radicato nella cultura mediterranea. In un panorama della moda spesso [&#8230;]</p>
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								<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">Alla Milano Fashion Week la passerella di <strong>Dolce &amp; Gabbana </strong>si è trasformata in un manifesto estetico e culturale. La collezione donna<strong> Autunno/Inverno 2026–2027 </strong>ha riportato in scena gli elementi fondanti dell’universo creativo della maison: pizzo nero, sexy corsetti, sartorialità rigorosa e un immaginario profondamente radicato nella cultura mediterranea. In un panorama della moda spesso orientato alla continua ricerca del nuovo, <strong>Domenico Dolce </strong>e<strong> Stefano Gabbana</strong> hanno scelto una direzione opposta: tornare alle radici del brand e riaffermare la propria identità. Non a caso il nome della collezione è <strong>“Identity”</strong>, un titolo che sottolinea il valore dell’eredità stilistica costruita in oltre quarant’anni di storia. Il nero domina la scena al Metropol di Milano. Non semplicemente come colore, ma come linguaggio visivo: potente, sensuale e profondamente milanese. Nella tradizione sartoriale della città, infatti, il nero rappresenta da sempre eleganza e rigore, una sorta di uniforme della modernità urbana. A rendere ancora più memorabile lo show è stata la presenza in prima fila di <strong>Madonna</strong>, ospite d’onore della sfilata e da decenni legata alla maison italiana. La popstar è apparsa con un look total black composto da blazer, minidress e dettagli in pizzo, impreziositi da guanti turchesi che rompevano la monocromia dell’insieme. Seduta accanto alla direttrice di Vogue Anna Wintour, la cantante ha catalizzato l’attenzione del pubblico e dei fotografi, confermando il suo ruolo di icona della moda oltre che della musica. Il legame tra Madonna e Dolce &amp; Gabbana risale agli anni Novanta, quando gli stilisti vestirono la cantante in alcuni dei momenti più provocatori e iconici della sua carriera. La loro collaborazione contribuì a definire un’estetica che mescolava lingerie, simboli religiosi e sensualità mediterranea, un linguaggio visivo che ancora oggi continua a influenzare la moda contemporanea. Non sorprende quindi che la sua presenza alla sfilata sia stata percepita quasi come un ritorno a casa: più che una celebrity in front row, Madonna è parte integrante della narrazione stilistica della maison.</p>
<p style="text-align: justify;">In passerella Dolce &amp; Gabbana hanno costruito un racconto estetico coerente e riconoscibile. Il pizzo, elemento simbolo del brand, si è declinato in sottovesti, abiti trasparenti e corsetti strutturati. Il risultato è una <strong>femminilità intensa e consapevole</strong>, in cui la sensualità non è mai ostentazione gratuita, ma un codice culturale. Il pizzo nero evoca la tradizione delle vedove siciliane, mentre le linee sartoriali precise ricordano l’arte del tailoring italiano. La collezione alterna silhouette aderenti e capi strutturati: bustier, giacche monopetto, abiti sottoveste e cappotti dal taglio rigoroso. Il risultato è un equilibrio tra lingerie e alta sartoria, una cifra stilistica che da sempre caratterizza la maison. Non mancano i richiami alla tradizione familiare e alla cultura del Sud Italia: scialli lavorati <strong>all’uncinetto, borse ricamate</strong> e dettagli che ricordano l’artigianato italiano, reinterpretato in chiave contemporanea. Come spesso accade negli eventi firmati Dolce &amp; Gabbana, la sfilata non si è limitata alla presentazione della collezione, ma si è trasformata in un vero spettacolo culturale.</p>
<p style="text-align: justify;">Al termine dello show Madonna ha preso parte a un’esibizione privata organizzata nei saloni della maison interpretando una versione inedita di <strong>“La Bambola”</strong>, storico brano di Patty Pravo. La performance, accompagnata da pianoforte e quartetto d’archi, ha celebrato il legame tra musica e moda che da sempre caratterizza la carriera della cantante e il percorso creativo dei due stilisti. In questo contesto, lo show ha assunto il valore di una dichiarazione artistica: la moda come linguaggio interdisciplinare capace di dialogare con musica, cinema e cultura pop. La collezione presentata a Milano dimostra come Dolce &amp; Gabbana abbiano scelto di non inseguire le tendenze effimere, ma di rafforzare il proprio DNA creativo. In un momento storico in cui molte maison cercano nuovi codici estetici, gli stilisti riaffermano il valore della continuità. Il pizzo, il nero, la sensualità barocca e la celebrazione della femminilità mediterranea non sono nostalgie del passato, ma strumenti per raccontare un’identità forte e riconoscibile. La presenza di Madonna in prima fila diventa quindi simbolica: un’icona capace di attraversare decenni di cultura pop, proprio come Dolce &amp; Gabbana attraversano le stagioni della moda senza rinunciare alla propria essenza.<br />
<strong>Photo Courtesy of Dolce&amp; Gabbana</strong></p>
<p><strong><em>di Elena Parmegiani per DailyMood.it</em></strong></p>

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		<title>Gucci, il nuovo capitolo di Demna tra desiderio ed inquietudine</title>
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				<pubDate>Wed, 04 Mar 2026 10:51:21 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Elena Parmegiani]]></dc:creator>
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				<description><![CDATA[<p>L’attesa era tanta, così come le aspettative: la prima sfilata di Demna Gvasalia per Gucci, presentata alla Milano Fashion Week, segna un capitolo importante per la maison fiorentina. In verità negli scorsi mesi la narrazione dello stilista georgiano aveva già catturato l’attenzione per il corto diretto da Spike Lee “The Tiger” con i look della [&#8230;]</p>
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								<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">L’attesa era tanta, così come le aspettative: la prima sfilata di <strong>Demna Gvasalia</strong> per <strong>Gucci,</strong> presentata alla <strong>Milano Fashion Week,</strong> segna un capitolo importante per la maison fiorentina. In verità negli scorsi mesi la narrazione dello stilista georgiano aveva già catturato l’attenzione per il corto diretto da Spike Lee “The Tiger” con i look della collezione Pre/Fall “La Famiglia”.<em> “Gucci è un marchio, ma è soprattutto un luogo culturale condiviso, capace di parlare a persone diverse per sensibilità, identità e codici espressivi. Questa pluralità si riflette in <strong>Primavera</strong>: una costellazione di archetipi, gusti e attitudini, una gamma di proposte stilistiche pensate per chi la Maison già abbraccia e per chi desidero possa riconoscervisi</em>&#8220;, si legge in una nota del brand. Il nuovo corso di Gucci by Demna non è una mera presentazione della collezione <strong>Autunno/Inverno 2026-27, </strong>ma una vera e propria dichiarazione di ciò che sarà del nuovo iter della griffe. La sfilata a Milano, a Palazzo delle Scintille, trasformato in un teatro con finte statue romane, che richiamava gli Uffizi di Firenze, porta in scena modelle che sembrano reduci da una notte di eccessi, con il trucco colato e l’andatura traballante. L’ex direttore creativo di Balenciaga celebra un lusso destabilizzante e poco rassicurante, un glamour che non cerca rassicurazione, ma piuttosto si interroga sulla società attuale, ed è così che l’imperfezione marcata diventa status e gli archetipi della maison sono gli unici punti fermi sulla catwalk. Sul finale incede <strong>Kate Moss,</strong> sulle note di “Tu Sì Na Cosa Grande” cantata da Ornella Vanoni. La top model interpreta un abito lungo nero con schiena nuda da cui si vede l’iconico <strong>G-string con logo</strong>, tempestato di dieci carati di diamanti, un accessorio preso dall’archivio Anni Novanta di Tom Ford. La sfilata segna inoltre il nuovo corso del “See Now, Buy Now”, sarà infatti possibile acquistare i capi in boutique selezionate e online anticipando così il lancio ufficiale di luglio 2026. Lungi dall’essere un esercizio intellettuale, la collezione punta sulla <strong>sensualità, </strong>sulla<strong> figura umana </strong>e sulle<strong> silhouette aderenti</strong> che evocano una nuova idea di eleganza priva di sovrastrutture teoriche. La passerella alterna capi aderenti a silhouette più rilassate, giocando con contrasti di tessuti, pattern e texture. I capi, pur richiamando i codici classici, sono reinterpretati con un linguaggio audace e senza timori reverenziali verso l’eredità della casa. Tra gli accessori sublimi si distingue l’iconica borsa <strong>Gucci Bambo 1947</strong>, proposta con un volume più slanciato e con il manico in pelle. Lo show non è solo un momento di moda, ma un evento culturale con un fronte ampio di ospiti vip. Tra i nomi più quotati presenti in prima fila quelli di <strong>Donatella Versace</strong>, seduta accanto all’ex direttore creativo di Gucci <strong>Alessandro Michele, </strong>ora al timone di Valentino, <strong>Demi Moore,</strong> <strong>Steve Lacy</strong>, <strong>Romeo Beckham</strong>, <strong>Nicky Hilton, Isabella Ferrari, Ghali</strong> ed altri esponenti dell’intrattenimento globale. L’interpretazione di Gucci offerta da Demna ha acceso un dibattito immediato tra gli addetti ai lavori e gli appassionati. Mentre alcuni osservatori hanno celebrato la capacità del direttore creativo di infondere una nuova energia sensuale e di giocare con l’heritage del marchio senza tradirlo, altri critici hanno evidenziato come la forte carica estetica e sessuale della collezione possa risultare polarizzante nel contesto attuale della moda. Quella di Demna non è stata una sfilata nostalgica, ma una dichiarazione d’intenti: Gucci sta ridefinendo la sua identità, guardando al futuro con uno sguardo vivido e provocatorio, lontano da ogni approccio puramente intellettuale e più vicino a una <strong>ridefinizione del rapporto tra moda e corpo</strong>. L’evento Gucci alla Milano Fashion Week 2026 si propone quindi come un momento chiave per la maison e per l’industria della moda. Demna, con la sua visione audace, ha alzato il livello della conversazione stilistica e culturale, offrendo un capitolo che mescola storia, sensualità e modernità in un modo inedito. Tra ospiti iconici, immagini forti e un’estetica che non accetta compromessi, questa sfilata entrerà sicuramente nei racconti di moda della stagione come una delle più significative dell’anno.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Photo Courtesy of Gucci</strong></p>
<p><em><strong>di Elena Parmegiani per DailyMood.it</strong></em></p>

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		<title>Saint Laurent, il brand più desiderato al mondo e l’eredità di un’icona senza tempo</title>
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				<pubDate>Mon, 23 Feb 2026 10:40:07 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Elena Parmegiani]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Fashion News]]></category>
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				<description><![CDATA[<p>Nel terzo trimestre del 2025 Saint Laurent ha raggiunto un primato senza precedenti: è stato eletto il marchio di lusso più desiderato a livello globale secondo la Lyst Index, la classifica trimestrale che misura le preferenze dei consumatori basandosi su ricerche, interazioni social e vendite online. Una conquista che racconta non solo la forza del [&#8230;]</p>
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								<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">Nel terzo trimestre del 2025 <strong>Saint Laurent</strong> ha raggiunto un primato senza precedenti: è stato eletto il marchio di lusso più desiderato a livello globale secondo la <em>Lyst Index</em>, la classifica trimestrale che misura le preferenze dei consumatori basandosi su ricerche, interazioni social e vendite online. Una conquista che racconta non solo la forza del brand, ma anche la persistenza di un’estetica che continua a parlare alle generazioni di oggi. A differenza di molti competitor, la forza di Saint Laurent non risiede semplicemente in un marketing aggressivo o in campagne virali. La maison ha costruito negli anni un <strong>codice stilistico riconoscibile e coerente</strong>, che unisce eleganza sobria e audacia sofisticata. Il direttore creativo <strong>Anthony Vaccarello</strong> ha saputo reinterpretare la visione originale di Yves Saint Laurent, mantenendo l’equilibrio tra modernità e classicità: le silhouette pulite, le linee essenziali e i dettagli iconici rendono ogni pezzo immediatamente riconoscibile. In termini pratici, questo si traduce in prodotti che diventano veri e propri “oggetti del desiderio”: dai mocassini <em>Le Loafer</em> alle borse iconiche, in primis la <em>Loulou </em>o la <em>Mombasa, </em>quest’ultima lanciata nei primi anni del Duemila da Tom Ford, allora direttore creativo del brand ed ora riportata in auge, passando per capi prêt-à-porter che combinano lusso e portabilità quotidiana. La strategia della griffe ha inoltre saputo intercettare il pubblico giovane, sempre più influenzato da contenuti digitali e social, senza tradire l’eleganza storica del marchio. Il riconoscimento di Saint Laurent come brand più desiderato non è frutto del caso. La <em>Lyst Index</em> analizza milioni di interazioni di consumatori in tutto il mondo, dalla ricerca online all’acquisto effettivo, fino al passaparola digitale sui social media. Questo rende la classifica una fotografia affidabile del desiderio reale dei clienti, più che delle tendenze imposte dai media o dagli influencer. In altre parole, Saint Laurent non è solo popolare: è percepito come <strong>riferimento stilistico imprescindibile</strong>, un marchio capace di incarnare l’idea stessa di lusso contemporaneo, senza risultare ostentato o eccessivamente distante dalla quotidianità.</p>
<p style="text-align: justify;">L’attuale successo della maison affonda le radici nella visione pionieristica del suo fondatore, <strong>Yves Saint Laurent</strong> (1936‑2008). Giovane talento scoperto da Christian Dior, Yves prese le redini della maison Dior a soli ventun anni, ma fu con la creazione della sua casa di moda a Parigi nel 1961 che rivoluzionò la moda femminile. Yves Saint Laurent introdusse innovazioni che oggi appaiono iconiche: il celebre <em>Le Smoking</em> per donna, la linea prêt-à-porter <em>Rive Gauche</em> e l’uso audace di tessuti e colori ispirati all’arte contemporanea. Più che abiti, Yves creava emozioni e libertà, ridefinendo il concetto di eleganza femminile come sintesi di potere, stile e indipendenza. Il celebre atelier al civico 5 di Avenue Marceau, il palazzo del Secondo Impero entrato nel mito, ora sede del <strong>Musée Yves Saint Laurent,</strong> visitato dagli appassionati del mondo fashion di tutto il mondo, è diventato leggenda. Proprio qui venivano accolte le facoltose clienti, mentre il resto dell’edificio ospitava i laboratori di cucito e lo studio dello stilista con le sue librerie, la sua scrivania e i mobili d’epoca. Oggi Saint Laurent non solo rende omaggio al suo passato, ma riesce a tradurre la sua eredità in desiderio contemporaneo. La vetta del <em>Lyst Index</em> è la conferma che coerenza, innovazione e autenticità stilistica continuano a fare la differenza nel panorama globale. Il marchio rimane un simbolo di lusso moderno, in cui la storia incontra le esigenze del presente e ogni pezzo racconta una storia di eleganza senza tempo. In un mondo della moda spesso dominato da novità effimere, Saint Laurent dimostra che la vera desiderabilità nasce dall’equilibrio tra tradizione e modernità, tra stile iconico e capacità di reinventarsi. Un esempio che ogni marchio di lusso, oggi, può solo ammirare e imparare.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Photo Courtesy of Saint Laurent</strong></p>
<p><em><strong>di Elena Parmegiani per DailyMood.it</strong></em></p>

<a href='https://www.dailymood.it/2026/02/23/saint-laurent-il-brand-piu-desiderato-al-mondo-e-leredita-di-unicona-senza-tempo/saint-laurent-2/'><img width="570" height="854" src="https://www.dailymood.it/wp-content/uploads/2026/02/Saint-Laurent-.jpg" class="attachment-large size-large" alt="" srcset="https://www.dailymood.it/wp-content/uploads/2026/02/Saint-Laurent-.jpg 570w, https://www.dailymood.it/wp-content/uploads/2026/02/Saint-Laurent--200x300.jpg 200w" sizes="(max-width: 570px) 100vw, 570px" /></a>
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		<title>Schiaparelli: l’arte dell’impossibile conquista Londra</title>
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				<pubDate>Tue, 17 Feb 2026 08:28:28 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Elena Parmegiani]]></dc:creator>
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				<description><![CDATA[<p>Quando la moda supera se stessa e diventa arte pura: così si presenta Schiaparelli: Fashion Becomes Art, la prima grande retrospettiva mai dedicata nel Regno Unito alla leggendaria stilista Elsa Schiaparelli. Dal 28 marzo al 1° novembre 2026, il Victoria and Albert Museum espone un patrimonio di oltre duecento opere tra abiti, accessori, documenti d’archivio, [&#8230;]</p>
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								<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">Quando la moda supera se stessa e diventa arte pura: così si presenta <strong><em>Schiaparelli: Fashion Becomes Art</em></strong>, la prima grande retrospettiva mai dedicata nel Regno Unito alla leggendaria stilista <strong>Elsa Schiaparelli</strong>. Dal <strong>28 marzo al 1° novembre 2026</strong>, il <strong>Victoria and Albert Museum</strong> espone un patrimonio di oltre duecento opere tra abiti, accessori, documenti d’archivio, fotografie, opere d’arte e profumi che raccontano oltre un secolo di visione creativa e rivoluzione estetica. Nata nel 1890, Elsa Schiaparelli incarna un capitolo irripetibile nella storia della moda del Novecento. La sua cifra stilistica fu sin dal principio una fusione audace di sartoria e immaginario artistico: il vestito non è più semplice abito, ma medium evocativo, un surrogato poetico capace di dialogare con la scultura, la pittura, la performance. La mostra londinese esplora questo universo plastico e visionario attraverso pezzi iconici come il celebre <strong>“Skeleton Dress”</strong> e il raffinato <strong>“Tears Dress”</strong>, entrambi frutti della collaborazione con il surrealista <strong>Salvador Dalí</strong>, insieme ad opere di <strong>Pablo Picasso</strong>, <strong>Jean Cocteau</strong> e <strong>Man Ray</strong>. Questa commistione di moda e arte attesta come Schiaparelli abbia contribuito a riscrivere il linguaggio dell’eleganza, trasformando l’abito in un’opera d’arte a pieno titolo. “Schiaparelli: Fashion Becomes Art” non si limita a una celebrazione antiquaria, ma offre una narrativa dinamica e stratificata: dalle prime creazioni degli Anni Venti, allo spirito creativo dell’attuale direttore artistico <strong>Daniel Roseberry</strong>. Quest’ultimo, noto per capi di couture che macinano viral engagement e attraggono superstar internazionali, rappresenta la naturale trasposizione contemporanea del surrealismo sartoriale di Elsa. Non è solo la storia di una stilista, ma anche di un’impresa culturale: Schiaparelli fu un’imprenditrice capace di muoversi tra Parigi, Londra e New York, intrecciando moda, performance e teatro in una visione antitetica alle regole dell’epoca. In un’epoca in cui il gusto tende alla sobrietà, l’estetica di Schiaparelli appare oggi più attuale che mai: capace di spingere oltre i confini del convenzionale, di mescolare serietà e gioco, di trasformare l’abito stesso in metafora e provocazione. La sua eredità è esposta attraverso fotografie d’epoca, schizzi originali, oggetti di scena e creazioni che hanno segnato tappe fondamentali nel dialogo tra moda e cultura visuale globale. La grandezza di Elsa sta in questo: aver definito la moda come forma d’arte, non semplice ornamento sociale. In un mondo in cui la cultura alta e quella pop si incrociano con sempre maggiore frequenza, il percorso curatoriale della mostra invita a riscoprire una pioniera che guardava oltre la superficie del tessuto, intuendo un linguaggio creativo ancora oggi fonte di ispirazione per stilisti, artisti e creativi di tutto il pianeta. La scelta di Londra e del V&amp;A come sede di questa retrospettiva ha un valore simbolico: posizionare la moda di Schiaparelli nell’arena internazionale di dialogo tra arte, design e cultura materiale conferma la sua influenza oltre ogni categoria estetica. Significa reinterpretare un’eredità senza tempo, dove la moda non è mai stata, e non è, semplicemente moda.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Photo Courtesy of Victoria and Albert Museum </strong></p>
<p><em><strong>di Elena Parmegiani per DailyMood.it</strong></em></p>

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		<title>Armani, l’intimità come manifesto: Vittoria Ceretti dentro il suo mondo</title>
		<link>https://www.dailymood.it/2026/02/11/armani-lintimita-come-manifesto-vittoria-ceretti-dentro-il-suo-mondo/</link>
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				<pubDate>Wed, 11 Feb 2026 09:09:47 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Elena Parmegiani]]></dc:creator>
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		<category><![CDATA[Style & Luxury]]></category>
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				<description><![CDATA[<p>“La casa è il nostro angolo di mondo.”, afferma il filosofo Gaston Bachelard, ne La poetica dello spazio (1957). Ci sono dimore infatti che custodiscono oggetti, altre che custodiscono visioni. La residenza milanese di Giorgio Armani, in Via Borgonuovo 21, appartiene alla seconda categoria: non è una semplice abitazione, ma spazio mentale, laboratorio silenzioso, rifugio [&#8230;]</p>
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								<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><em>“La casa è il nostro angolo di mondo.”</em>, afferma il filosofo Gaston Bachelard, ne <em>La poetica dello spazio</em> (1957). Ci sono dimore infatti che custodiscono oggetti, altre che custodiscono visioni. La residenza milanese di <strong>Giorgio Armani</strong>, in Via Borgonuovo 21, appartiene alla seconda categoria: non è una semplice abitazione, ma spazio mentale, laboratorio silenzioso, rifugio e manifesto estetico insieme. È tra queste pareti, dove la luce filtra discreta sui mobili dalle linee pure e sulle opere d’arte scelte con quel rigore assoluto che da sempre caratterizza l’estetica del creativo, che prende vita l’ultima campagna della maison con <strong>Vittoria Ceretti.</strong> Una scelta che trasforma l’intimità in racconto e la casa in dichiarazione di stile. La nuova campagna<strong> Primavera/Estate 2026 </strong>di Giorgio Armani non è una campagna come le altre: si tratta dell’<strong>ultima collezione concepita dallo stilista scomparso il 4 settembre 2025</strong>, immortalata per la prima volta all’interno della sua storica residenza milanese, nel cuore di Brera, la zona artistica e aristocratica di Milano. Con una scelta che fonde intimismo e narrazione estetica, lo spazio privato di Armani diventa set, palcoscenico e simbolo: un luogo che rappresenta tanto la sua visione del vivere quanto quella del vestire. Sembra un invito a guardare oltre l’abito: una filosofia di vita, un modo di stare nel mondo che ha fatto della sobrietà elegante e della qualità senza tempo il suo manifesto. Protagonista indiscussa è Vittoria Ceretti, top model e volto della maison dal 2015, che torna a posare con naturalezza e profondità davanti all’obiettivo di <strong>Oliver Hadlee Pearch</strong>. Accanto a lei, <strong>Clément Chabernaud</strong>, insieme ad altri talenti come Aboubakar Conte e Zhaoyi Fan; per gli scatti dedicati agli eyewear, appare anche Greta Hofer. Questa residenza non è un semplice appartamento: è la casa in cui Armani ha vissuto per oltre quattro decenni, acquistata negli Anni Ottanta e custodita con il maggior rispetto per l’armonia e la coerenza estetica che hanno sempre definito il suo lavoro. La dimora si trova in un palazzo del XVII secolo<em>,</em> le sue stanze si sviluppano su più livelli, distribuite con fluidità e senza rigidità di confini, perché qui eleganza e comfort si intrecciano senza soluzione di continuità. Arredi scelti con cura, pezzi di design firmati Armani/Casa, opere d’arte della sua collezione privata, tra cui un ritratto di Andy Warhol del 1981, e altri significativi lavori di Francesco Clemente e Antonio Lopez tessono un dialogo continuo tra moda, interior design e collezionismo raffinato. Tutto è testimonianza di una visione coerente: <em>la casa come estensione dell’identità estetica</em>. La scala a chiocciola in ferro battuto, la libreria scura che si allunga per tutta l’altezza di una parete, gli abat-jour discreti e i tappeti a motivi classici: ogni elemento racconta un equilibrio tra tradizione e modernità, tra Milano e un approccio al bello che trascende le epoche. La scelta di girare la campagna in questa dimora è molto più di un vezzo estetico. È un gesto di <strong>continuità narrativa e simbolica</strong>: l’abitazione stessa diventa personaggio, scenario e memoria. L’immagine di Ceretti che attraversa gli spazi, dialoga con la luce naturale, si fonde con l’ambiente è un modo potentissimo di dire che lo stile Armani non è un vestito che si indossa: è un’attitudine che si respira. Vittoria Ceretti è la testimonial perfetta per questa campagna dal carattere così intimo e riflessivo. Cresciuta professionalmente accanto alla maison sin dalla sua prima campagna nel 2015, la modella rappresenta non solo una relazione professionale consolidata, ma anche una lettura contemporanea dell’eleganza italiana: raffinata, autentica e profondamente personale. Nel video e nelle immagini della campagna – accompagnate da estratti della voce di Armani che parla di Milano e di eleganza – Ceretti si muove con naturalezza tra oggetti d’arte, libri, texture e superfici che paiono respirare con lei. Questa non è una performance scenica: è l’<strong>interpretazione visiva di un’eredità</strong>, un modo per mostrare che lo stile del designer vive oltre la sua presenza fisica. La campagna SS26 non è solo moda: è memoria, narrativa, riflessione. È un modo per Armani di dire che il suo lavoro è stato, e sarà sempre, un modo di guardare il mondo. La casa di Milano non è semplicemente una scenografia, ma un archivio di idee, di gesti quotidiani, di scelte estetiche profonde e Vittoria Ceretti, nel percorrerla e interpretarla, diventa portavoce di questa conversazione senza tempo tra moda e vita. In un mondo che spesso confonde pubblicità con esibizione, questa visione restituisce alla moda la sua dignità più alta: una forma di cultura, un ponte tra passato e futuro, un invito a guardare oltre ciò che si vede. La campagna Primavera/Estate 2026 di Giorgio Armani è un manifesto, un diario visuale e un atto di memoria estetica che racconta la vita e lo spirito di uno degli stilisti più influenti del XX e XXI secolo. Attraverso la casa di via Borgonuovo e la figura di Vittoria Ceretti, la moda si fa racconto e diventa narrazione di un’identità culturale profonda, capace di attraversare generazioni senza perdere autenticità.<br />
<strong>Photo credits of Oliver Hadlee Pearch</strong></p>
<p style="text-align: justify;"><em><strong>di Elena Parmegiani per DailyMood.it</strong></em></p>

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		<title>Look: 40 anni di moda raccontati dal Museo delle Arti Decorative di Parigi</title>
		<link>https://www.dailymood.it/2026/02/02/look-40-anni-di-moda-raccontati-dal-museo-delle-arti-decorative-di-parigi/</link>
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				<pubDate>Mon, 02 Feb 2026 09:56:18 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Elena Parmegiani]]></dc:creator>
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				<description><![CDATA[<p>Parigi, capitale indiscussa della moda e dell’arte, luogo in cui creatività e savoir-faire si intrecciano da oltre un secolo. Nel cuore della città, lungo la celebre Rue de Rivoli, sorge il Musée des Arts Décoratifs (MAD), istituzione fondamentale per chiunque voglia comprendere il rapporto tra cultura visiva e mondo del fashion design. Quest’anno, il museo [&#8230;]</p>
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								<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">Parigi, capitale indiscussa della moda e dell’arte, luogo in cui creatività e savoir-faire si intrecciano da oltre un secolo. Nel cuore della città, lungo la celebre Rue de Rivoli, sorge il <strong>Musée des Arts Décoratifs</strong> (MAD), istituzione fondamentale per chiunque voglia comprendere il rapporto tra cultura visiva e mondo del fashion design. Quest’anno, il museo propone un progetto espositivo che non è solo un tributo alla moda, ma un racconto vivente della sua trasformazione culturale e sartoriale: <em>Look. 40 ans de mode au musée</em>. Visitabile fino al <strong>4 aprile 2027</strong>, la mostra celebra il 40° anniversario della nascita del dipartimento di moda e costume all’interno del MAD, ripercorrendo quattro decenni di <strong>creatività, tecnica e innovazione sartoriale</strong>.  «Look» non è una semplice retrospettiva: è un’esperienza che mette in luce non soltanto le silhouette iconiche che hanno segnato la storia della moda contemporanea, ma anche il processo che porta un capo a diventare <strong>oggetto di design, opera d’arte e patrimonio culturale</strong>. L’allestimento si sviluppa attorno a <strong>40 silhouette selezionate</strong>, ciascuna simbolo di una decade di innovazione stilistica e di evoluzione del gusto estetico. Dalle linee classiche della haute couture francese agli abiti che hanno fatto epoca sulle passerelle internazionali, ogni capolavoro moda racconta una storia, non solo di stile, ma di società, cultura e tecnologia. Un percorso denso di energia che propone la moda in tutte le sfaccettature e trasforma il museo in una passerella dove arte e moda camminano all’unisono. Particolare attenzione è dedicata alla narrazione dei <strong>“due destini” del capo d’abbigliamento</strong>: quello prima della sua introduzione nelle collezioni e quello dopo, nel lungo processo di conservazione e valorizzazione. Il visitatore è invitato così a seguire ogni capo dalla prima idea — lo schizzo del designer — fino alla sua presenza in mostra, passando per la fotografia di moda, la sfilata, la catalogazione e il restauro. Uno dei punti di forza di <em>Look</em> è la sua capacità di mettere in dialogo arte e artigianato, due dimensioni spesso percepite come distinte. Attraverso preziosi materiali d’archivio — <strong>disegni originali, campioni di tessuto, modelli di carta, fotografie storiche</strong> — la mostra svela al pubblico i gesti dei maestri artigiani, i segreti delle botteghe couture e le tecniche che rendono ogni creazione unica. Si scopre così come un abito non sia soltanto l’insieme di tessuti e cuciture, ma il risultato di saperi profondi: la scelta dei materiali, la precisione del taglio, l’equilibrio delle forme, la ricerca cromatica. Questi aspetti, spesso invisibili ai più, vengono qui messi in grande evidenza, per ricordarci che la moda non è solo spettacolo ma <strong>una disciplina artistica complessa e stratificata</strong>. Il Musée des Arts Décoratifs è lo scenario ideale per questa grande celebrazione: fondato nel 1905 ha da sempre posto l’attenzione sulle arti applicate e sul design, includendo sin dalla sua storia più antica la moda e il costume tra gli ambiti privilegiati di studio e collezione.  La sua collezione permanente è tra le più ricche al mondo per quanto riguarda tessuti, abiti storici, accessori e documenti legati al costume e alla moda. L’esposizione <em>Look</em> si inserisce in una tradizione pluridecennale di eventi che hanno definito il MAD come uno dei principali punti di riferimento per gli studiosi, gli addetti ai lavori e gli appassionati di moda. Il percorso espositivo tocca momenti fondamentali della moda contemporanea, mettendo in evidenza <strong>pezzi celebri già esposti in mostre passate</strong> e altre opere mai viste prima in Francia. Tra questi:</p>
<ul style="text-align: justify;">
<li><strong>Abiti di grandi maison</strong> come Dior, Chanel, e altri protagonisti della couture internazionale, che raccontano l’evoluzione delle silhouette dal dopoguerra a oggi.</li>
<li><strong>Creazioni leggendarie</strong> presentate originariamente in mostre storiche, ad esempio pezzi iconici di Elsa Schiaparelli o capi che hanno segnato l’estetica delle passerelle degli Anni Ottanta e Novanta.</li>
<li><strong>Campioni di broderie, tagli e modelli originali</strong>, che mostrano l’attenzione ai dettagli e il lavoro tecnico che precede ogni collezione.</li>
</ul>
<p style="text-align: justify;">Accanto agli abiti, molti elementi collaterali ci sono fotografie d’epoca, locandine di sfilate, copertine di magazine che aiutano a contestualizzare ogni silhouette nel tessuto culturale e sociale del proprio tempo. <em>Look</em> non si limita a una cronaca estetica, ma diventa un’occasione di riflessione sul ruolo della moda nella società contemporanea. Attraverso i quattro decenni raccontati, la mostra esplora come la moda non sia mera espressione di tendenze effimere, ma <strong>specchio di cambiamenti culturali profondi</strong>: dalle rivoluzioni sociali degli Anni Settanta, alla globalizzazione del gusto negli anni 2000, fino all’era digitale e alla sostenibilità. In questo senso, il progetto del MAD si pone come ponte tra passato, presente e futuro, invitando il pubblico a interrogarsi su cosa significhi <strong>vestire la contemporaneità</strong> e come ciascun capo diventi simbolo di un’epoca. <em>Look. 40 ans de mode au musée</em> è molto più di una mostra celebrativa: è un invito a guardare la moda con occhi nuovi. Non più solo come fenomeno commerciale o spettacolare, ma come forma d’arte e linguaggio contemporaneo, capace di raccontare storie individuali e collettive. Il percorso al MAD dimostra che dietro ogni abito c’è una storia di idee, mani e memoria. In un’epoca in cui la moda è spesso giudicata alla stregua di un trend rapido e volatile, questa esposizione ci ricorda il valore profondo delle forme, della tecnica e della conservazione e ci invita a guardare davvero, a riconoscere la moda come patrimonio culturale vivente.</p>
<p><em><strong>di Elena Parmigiani per DailyMood.it</strong></em></p>
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