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Sfilate

Dior una passeggiata teatrale nei Jardin des Tuileries

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Alla Paris Fashion Week ogni stagione esiste un momento che concentra su di sé l’attenzione dell’intero sistema moda. Quest’anno quel momento è stato senza dubbio la sfilata della maison Dior, che ha presentato a Parigi la collezione Donna Autunno/Inverno 2026-2027 firmata dal nuovo direttore creativo Jonathan Anderson. Non si è trattato soltanto di una sfilata, ma di un vero racconto visivo: un’esperienza immersiva costruita tra scenografia, memoria storica della maison e nuovi codici estetici. Dal primo dettaglio — l’invito — fino all’ultima uscita in passerella, lo show ha segnato l’inizio di un nuovo capitolo nella storia della casa di moda fondata nel 1946 da Christian Dior. Nel mondo della moda l’invito è il primo indizio narrativo della sfilata. Non è mai soltanto un biglietto: è un manifesto concettuale che anticipa l’estetica dello show. Per questo evento l’invito era una miniatura delle celebri sedie verdi dei Tuileries, iconici arredi del parco parigino. Un oggetto semplice, ma carico di significato, che rimandava direttamente alla location scelta per la passerella. La scelta dell’invito non era casuale: Anderson voleva evocare l’idea della passeggiata parigina, del vedere e dell’essere visti, un rituale sociale che storicamente si svolge proprio nei giardini pubblici della capitale. In questo modo, già prima dell’inizio dello show, gli invitati entravano simbolicamente nel racconto della collezione. La sfilata si è svolta nei celebri Jardin des Tuileries, uno dei luoghi più iconici di Parigi. Il parco, creato nel XVI secolo e aperto al pubblico nel 1667 dopo un intervento voluto da Luigi XIV, è storicamente un luogo di incontro e di rappresentazione sociale. Qui aristocratici, artisti e borghesi passeggiavano mostrando abiti, status e stile personale. Proprio questo concetto di passeggiata come performance ha guidato l’allestimento della sfilata. Lo spazio è stato trasformato in un set spettacolare: al centro del giardino è stato creato un percorso sopraelevato che attraversava uno stagno, sull’acqua galleggiavano ninfee artificiali ispirate ai dipinti di Monet e attorno alla passerella il pubblico sedeva come se osservasse una scena teatrale La passerella ricordava il tracciato della Grand Allée, la lunga prospettiva del giardino, trasformando la sfilata in una metafora della vita parigina: un luogo in cui lo sguardo è parte integrante della moda. Come sempre, la sfilata Dior è stata uno degli eventi più attesi della Paris Fashion Week. In prima fila erano presenti numerose celebrità internazionali, tra cui: Jennifer Lawrence, Deva Cassel, Charlize Theron, Letitia Casta, Jenna Ortega, Johnny Depp, Jimin, Jisoo. La collezione rappresenta una reinterpretazione dei codici storici di Dior attraverso lo sguardo contemporaneo di Anderson. Il designer ha lavorato sugli archivi della maison, rielaborando capi iconici come la celebre Bar Jacket, simbolo del New Look del 1947. In questa nuova versione la giacca appare meno rigida, con volumi più morbidi e una struttura meno costrittiva.  Il risultato è una collezione costruita su contrasti: couture e casual, femminilità e androgino, eleganza classica e ironia contemporanea In passerella si sono alternati: minigonne strutturate, cappe in lana, abiti con schiena scoperta, denim cristallizzato e blazer sartoriali con bottoni dorati. Molti capi richiamavano anche la borghesia parigina tradizionale, attraverso tessuti come tweed e pied-de-poule, ma reinterpretati con un approccio moderno e quasi giocoso. Uno dei dettagli più discussi della collezione è stata la cosiddetta “bra jacket”, una giacca indossata aperta o strutturata per lasciare intravedere il reggiseno. Questo styling riflette una tendenza sempre più diffusa nella moda contemporanea: la lingerie come capo visibile. Nel contesto della collezione Dior, la giacca-bra diventa un simbolo di una femminilità nuova:
non più nascosta o rigidamente strutturata, ma libera di mostrare la propria sensualità con naturalezza. Il capo dialoga anche con la tradizione della maison, famosa per aver costruito negli anni Quaranta una silhouette estremamente definita e femminile. Anderson riprende quella idea di forma, ma la rende più fluida e moderna. L’intera collezione è attraversata da riferimenti alla natura e alla storia artistica europea. Alcuni look evocavano atmosfere rococò, con volumi teatrali e dettagli ornamentali. Altri invece erano più minimalisti, costruiti su silhouette pulite e materiali tecnici.

Tra gli elementi più originali della sfilata: scarpe decorate con motivi di ninfee, mini dress csfon volants ispirati alla Belle Époque, cappotti con colletti alti, denim reinterpretato in chiave couture. l risultato è una collezione che gioca con il tempo, mescolando epoche diverse e creando un guardaroba parigino immaginario. Con questa sfilata, Jonathan Anderson ha inaugurato una nuova fase per Dior. Il designer, già noto per il suo lavoro con il brand Loewe e con il marchio JW Anderson, porta nella maison francese un approccio creativo basato sulla sperimentazione, sul dialogo con l’arte e sulla reinterpretazione dei codici storici. La sua visione sembra voler liberare Dior dal peso della nostalgia, mantenendo però un forte legame con il patrimonio della maison. La sfilata Dior a Parigi non è stata soltanto una presentazione di abiti, ma una vera esperienza narrativa. Dall’invito simbolico alle scenografie dei Tuileries, fino ai capi che reinterpretano la tradizione del New Look, ogni elemento è stato pensato per raccontare una storia: quella di una passeggiata immaginaria nella Parigi della moda. Con la sua prima collezione femminile, Jonathan Anderson dimostra che il futuro di Dior può nascere proprio dall’incontro tra memoria e innovazione. E mentre le modelle attraversavano il ponte sospeso tra le ninfee, la passerella sembrava trasformarsi in una metafora perfetta della moda contemporanea: un equilibrio fragile tra storia, spettacolo e desiderio.

Photo Courtesy of Dior

di Elena Parmegiani per DailyMood.it

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Sfilate

Il ritorno della grande couture: Fendi riscrive il dialogo tra moda e cultura

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Roma non è soltanto la scenografia della nuova Haute Couture di Fendi, ma ne è la protagonista assoluta. Nello scenario monumentale della Galleria Nazionale d’Arte Moderna e Contemporanea, la Maison romana ha trasformato uno dei luoghi simbolo della cultura italiana in un teatro dove moda e arte hanno parlato la stessa lingua. Una dichiarazione d’identità, prima ancora che di stile. Quella andata in scena il 9 luglio rappresenta molto più del debutto couture di Maria Grazia Chiuri alla guida creativa della Maison. È un ritorno alle origini, una riflessione sul patrimonio di Fendi e sulla capacità della moda italiana di raccontare sé stessa senza rincorrere tendenze effimere. Dopo gli anni trascorsi alla direzione creativa di Dior, Chiuri torna nella sua Roma e sceglie di farlo proprio là dove il dialogo tra creatività contemporanea e storia dell’arte diventa naturale. L’ingresso in passerella è preceduto da un cortometraggio ispirato a Histoire d’Eau, il film commissionato da Karl Lagerfeld nel 1977, reinterpretato per l’occasione dalla regista Valeria Golino. Un omaggio raffinato che prepara lo spettatore a una collezione costruita sulla memoria più che sulla nostalgia. La memoria, infatti, non guarda indietro: diventa materia viva, capace di generare nuove forme. La collezione si sviluppa attraverso una palette essenziale, dominata da bianco, nero, avorio e sfumature cipria. La silhouette è fluida, quasi liquida. Gli abiti sembrano sospesi nello spazio, mentre i cappotti couture rivelano un lavoro sartoriale minuzioso. La costruzione è rigorosa ma mai rigida; la femminilità emerge attraverso la leggerezza e non attraverso l’ostentazione. Si percepisce immediatamente il dialogo con Karl Lagerfeld, figura imprescindibile nella storia di Fendi. Chiuri non tenta di replicarne il linguaggio, ma ne recupera alcuni codici visivi, reinterpretandoli con sensibilità contemporanea. Le geometrie ispirate alla Secessione Viennese, i riferimenti all’universo artistico di Gustav Klimt e l’attenzione quasi architettonica alle proporzioni restituiscono una couture colta, costruita su riferimenti culturali profondi anziché su effetti spettacolari. Anche il luogo scelto amplifica il messaggio. La Galleria Nazionale d’Arte Moderna non è soltanto una location prestigiosa: diventa parte integrante del racconto. Le opere custodite nelle sale dialogano con gli abiti come fossero installazioni contemporanee, confermando quanto il confine tra arte e moda sia ormai sempre più sottile. Non è un caso che proprio negli spazi della GNAM venga inaugurata anche la mostra ”After-Un percorso di lavoro. Fendi/Karl Lagerfeld 1985” dedicata al lavoro di Lagerfeld per Fendi, un progetto fortemente voluto da Maria Grazia Chiuri, visitabile fino al 25 ottobre 2026, proprio la stessa mostra che la Galleria d’Arte Moderna e Contemporanea ospitò nel 1985. La scelta evidenzia una precisa volontà culturale: restituire alla moda il riconoscimento di disciplina artistica, tema sul quale la stilista si è espressa apertamente sottolineando come l’Italia, a differenza di altri Paesi, abbia ancora margini di crescita nel valorizzare il patrimonio creativo della moda all’interno delle istituzioni culturali. Sul front row il parterre è quello delle grandi occasioni: Sarah Jessica Parker, Monica Bellucci, Valeria Bruni Tedeschi, Eleonora Abbagnato, la famiglia Fendi e numerosi protagonisti del cinema e della cultura internazionale confermano il peso simbolico dell’evento. Ma, diversamente da molte sfilate contemporanee, le celebrities non oscurano la collezione: restano spettatrici di un racconto che appartiene innanzitutto agli abiti. Tra i dettagli più interessanti emerge la straordinaria qualità dell’artigianato italiano. Ricami quasi invisibili, lavorazioni tridimensionali, piume trattate come pennellate, pellicce reinterpretate con un approccio contemporaneo e sostenibile dimostrano come la couture di Fendi continui a fondarsi sulla maestria degli atelier romani. Questa sfilata assume inoltre un valore strategico per la Maison. Fendi sceglie infatti di riportare la couture nella propria città d’origine, riaffermando un’identità profondamente romana in un momento in cui il lusso globale tende spesso ad uniformare linguaggi e immaginari. Roma non viene rappresentata attraverso i suoi cliché monumentali, ma come laboratorio creativo, città dell’arte e della manifattura. Il risultato è una collezione che evita ogni eccesso. Non cerca il colpo di scena virale né l’immagine destinata esclusivamente ai social network. Punta invece sulla costruzione di un immaginario destinato a durare, nel quale ogni abito racconta una storia fatta di cultura, memoria e ricerca estetica. Più che una sfilata, Fendi ha costruito un manifesto. Un invito a rallentare lo sguardo, ad osservare il lavoro delle mani, a riconoscere nella couture un patrimonio culturale prima ancora che commerciale. In un’epoca dominata dalla velocità delle immagini, Maria Grazia Chiuri sceglie il tempo lungo dell’eleganza. E forse è proprio questa la lezione più preziosa lasciata dalla serata romana: il vero lusso oggi non consiste nell’eccesso, ma nella capacità di creare bellezza destinata a rimanere.

Courtesy photo of Fendi

di Elena Parmegiani per DailyMood.it

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McQueen torna a Londra: il ritorno più atteso alla London Fashion Week

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La maison annuncia la sfilata Primavera/Estate 2027 nella capitale britannica. Per Seán McGirr sarà il primo show londinese da Direttore Creativo: un ritorno alle origini, tra sartorialità, identità e nuova energia.

McQueen torna a casa. E non è solo una notizia di calendario, ma un gesto carico di significato, quasi una dichiarazione d’identità. La maison ha annunciato il suo ritorno alla London Fashion Week con la sfilata Primavera/Estate 2027, in programma domenica 20 settembre, segnando un momento importante nella nuova fase creativa del brand.

Sarà infatti la prima sfilata londinese di Seán McGirr nel ruolo di Direttore Creativo, un passaggio che assume un valore speciale proprio perché Londra non è, per McQueen, una città qualsiasi. È il luogo delle origini, della formazione, della tensione creativa, dell’irriverenza e di quella bellezza inquieta che ha reso il nome McQueen uno dei più potenti e riconoscibili della moda contemporanea.

Fondata da Lee Alexander McQueen nel 1992, la maison ha sempre avuto con Londra un rapporto profondo, quasi fisico. La città è stata laboratorio, palcoscenico, ferita e ispirazione: un territorio creativo dove tradizione sartoriale britannica e ribellione culturale hanno saputo incontrarsi in modo radicale. Tornare alla London Fashion Week significa quindi riaprire un dialogo con quella memoria, ma anche spingerla avanti, dentro una visione nuova.

La collezione Primavera/Estate 2027 continuerà l’esplorazione dell’eredità McQueen, concentrandosi su due codici fondamentali della maison: la sartorialità affilata e l’occasionwear distintivo, con una proposta che comprenderà sia womenswear sia menswear. Una direzione che sembra voler tenere insieme rigore e teatralità, struttura e tensione emotiva, passato e futuro.

«Londra è sempre stata al cuore di McQueen», ha dichiarato Seán McGirr, sottolineando quell’energia viscerale che attraversa la storia della maison e continua a ispirarne il presente. Un ritorno che, nelle sue parole, non è nostalgia, ma immersione viva nello spirito creativo della città.

Anche per Gianfranco D’Attis, CEO di McQueen, il ritorno nella capitale britannica rappresenta un momento profondamente simbolico: Londra resta centrale nell’identità del brand, non solo come luogo d’origine, ma come ecosistema creativo da sostenere e valorizzare. Una scelta che riafferma il legame con il British Fashion Council e con una comunità culturale che ha sempre fatto dell’audacia una forma di linguaggio.

Particolarmente significativo anche il commento di Laura Weir, CEO del British Fashion Council, che ha definito il ritorno di McQueen una delle sue prime ambizioni alla guida dell’istituzione. Il rientro della maison nel calendario ufficiale viene letto come una dichiarazione di fiducia nella creatività britannica più libera, feroce e distintiva.

In un momento in cui la moda cerca continuamente nuovi equilibri tra heritage e contemporaneità, McQueen sceglie di ripartire da Londra. Non per guardarsi indietro, ma per ricordare da dove nasce la sua forza: da una città capace di essere elegante e brutale, colta e istintiva, classica e sovversiva nello stesso respiro.

Il 20 settembre, dunque, non sarà soltanto una sfilata. Sarà un ritorno alle radici. Ma, come sempre accade quando si parla di McQueen, le radici non servono a restare fermi: servono a spingere più lontano.

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Gucci tra memoria e rivoluzione, il nuovo capitolo di Demna

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C’è un filo rosso che unisce le stanze rinascimentali di Palazzo Gucci a Firenze e le luci ipnotiche di Times Square a New York: è il desiderio di Gucci di raccontarsi ancora una volta, trasformando il proprio archivio in un laboratorio di futuro. Da una parte “Gucci Storia”, la nuova mostra inaugurata nel cuore della città fiorentina dove tutto ebbe inizio; dall’altra la prima sfilata Cruise firmata da Demna, che ha conquistato Manhattan trasformando la moda in spettacolo urbano globale. Due eventi apparentemente opposti, uno introspettivo, l’altro monumentale, ma legati dalla stessa domanda: che cosa significa oggi essere Gucci? A Firenze, nella sede storica di Palazzo Gucci in Piazza della Signoria, la Maison ha aperto “Gucci Storia”, un progetto espositivo che attraversa oltre un secolo di identità visiva, artigianato e immaginario culturale. La mostra è stata concepita come un “museo di musei”: un percorso immersivo che mescola archivio, installazioni, pezzi iconici e riferimenti contemporanei, non una semplice retrospettiva celebrativa. “Gucci Storia” sembra piuttosto voler decostruire il DNA della Maison per comprenderne l’evoluzione. Le sale dialogano tra epoche diverse: le valigie degli Anni Venti convivono con le campagne digitali, il mocassino Horsebit incontra silhouette futuristiche, mentre le borse Bamboo e Jackie diventano simboli di una continuità estetica che resiste alle trasformazioni della moda. Il cuore della mostra è proprio questa tensione tra memoria e reinvenzione. Al centro c’è l’idea di una successione di spazi espositivi in cui convergono mondi distinti: una galleria di ritratti richiama il tema della discendenza e dell’identità; la sala degli arazzi mette in luce un’arte fiorentina con profondi legami con la griffe; una camera delle meraviglie espone manufatti provenienti dagli archivi; mentre il savoir-faire e l’innovazione del brand vengono raccontati in due sale dedicate, accanto a spazi cinematografici e installazioni interattive. Ogni ambiente è definito da un’atmosfera e un ritmo distintivi, per guidare i visitatori attraverso una sequenza di cambiamenti spaziali e narrativi che incarnano le molteplici identità della Casa. Firenze non viene raccontata come luogo nostalgico, ma come origine viva di una grammatica ancora contemporanea. In un momento in cui molte griffe sembrano inseguire il presente compulsivamente, Gucci sceglie invece di rallentare e guardarsi dentro. Una scelta significativa soprattutto ora che il brand sta attraversando una nuova fase creativa. Questa nuova fase ha il volto di Demna. Lo stilista georgiano, nominato direttore creativo di Gucci dopo gli anni da protagonista assoluto di Balenciaga, è arrivato con una reputazione divisiva, ma potentissima: quella di designer capace di trasformare il disagio contemporaneo in linguaggio estetico. Cresciuto tra guerra, migrazione e cultura post-sovietica, Demna ha sempre usato la moda come mezzo per raccontare identità instabili, ironia sociale e ossessione per il consumo.

La sua prima grande dichiarazione per Gucci non poteva che essere teatrale. A New York, il 17 maggio 2026, Times Square si è trasformata in una gigantesca passerella a cielo aperto per la Cruise 2027. Schermi pubblicitari, maxi billboard e insegne luminose hanno trasmesso in simultanea la sfilata, mentre modelli e celebrity attraversavano Manhattan come personaggi di un film distopico sul lusso contemporaneo. Demna ha chiamato questa visione “Gucci Core”: un guardaroba che mescola tailoring rigoroso, pellicce esagerate, sensualità Anni Novanta, streetwear e riferimenti alla vita quotidiana americana. In passerella si sono visti trench destrutturati, completi gessati, stole leopardate e abiti satinati, mentre tra il pubblico sedevano Kim Kardashian, Anna Wintour, Mariah Carey e Paris Hilton. A rendere ancora più potente la visione di Demna è stata la presenza in passerella di Cindy Crawford, icona assoluta degli Anni Novanta, che ha chiuso la sfilata in un teatrale abito nero di piume: non un semplice cameo nostalgico, ma il simbolo di una moda capace di attraversare il tempo senza perdere la propria forza. Il vero protagonista del fashion show era comunque il luogo stesso, nessuna maison aveva mai occupato Times Square in questo modo. Gucci ha trasformato il centro simbolico del capitalismo visivo in un manifesto di moda totale. Gli schermi mostravano campagne vere e false, spot immaginari e prodotti Gucci inventati, in un gioco ambiguo tra pubblicità e parodia.  Ed è qui che il dialogo con “Gucci Storia” diventa evidente. Se a Firenze Gucci guarda al proprio archivio per ritrovare autenticità, a New York Demna porta quel patrimonio dentro il rumore del presente. La storia diventa materiale da remixare, l’heritage non è più qualcosa da proteggere sotto vetro, ma un codice da manipolare, amplificare e persino contraddire. In fondo, Gucci ha sempre funzionato così: oscillando tra eleganza aristocratica e cultura pop, tra artigianato italiano e desiderio globale. Negli Anni Novanta Tom Ford trasformò il marchio in simbolo di erotismo sofisticato; Alessandro Michele lo rese un universo massimalista e romantico; oggi Demna sembra volerlo spingere verso una dimensione più cinica, urbana e concettuale. Eppure, nonostante il cambio di linguaggio, Firenze resta il centro simbolico della narrazione. La mostra “Gucci Storia” ricorda che ogni rivoluzione, per essere credibile, ha bisogno di radici. Times Square, invece, dimostra che quelle radici possono ancora parlare al mondo contemporaneo, purché abbiano il coraggio di cambiare forma. Forse è proprio questa la nuova intuizione di Gucci: usare la memoria non come rifugio, ma come provocazione.

Photo Courtesy of Gucci

di Elena Parmegiani per DailyMood.it

 

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