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Torna il dAS Festival a Piacenza

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Innovazione coreografica e danza che si rinnova, ricercando però gli spazi più familiari della sua nascita di condivisione e convivialità, un nuovo mood della danza?Forse. A Piacenza tornano Xavier Le Roy, Noé Soulier, Jesús Rubio Gamo e Simona Bertozzi nel festival sempre più disciplinare di Riccardo Buscarini che porta il mood della danza alle vette della musica e della performance in quelli che sono però i giardini e palazzi più belli della città di Piacenza.
Signori e nobili si nasce e la danza è per sua natura l’arte che meglio esprime signorilità, nata e crescita in contesti  di tutti i tipi e ceti sociali, certo e per questo il mood della danza è tanto apprezzato ed amato. Ma se i balli ed i balletti cortesi sono stati la vera essenza della danza di un tempo che fu, frutto di vera condivisione e convivialità, è possibile ai giorni nostri? A Piacenza, torna nei palazzi signorili e nobiliari, la danza del dAS festival a darne dimostrazione dal 17 al 20 settembre e che la porta nel vivo del suo cuore più internazionale artisti e progetti unici nel proprio genere.
Come recita il comunicato stampa : “cuore del cartellone è la danza con ospiti internazionali come il coreografo francese Noé Soulier (19 settembre), direttore del CNDC di Angers, con Le Royaume des ombres e Signe blanc, interpretato da Vincent Chaillet (già primo ballerino dell’Opéera de Paris); domenica 20 doppio appuntamento: la prima nazionale di Estudios Elementales di Jesús Rubio Gamo (danza) e Luz Prado (violino) precede la serata in onore di Xavier Le Roy, artista di fama mondiale che ha creato lavori per alcune tra le più importanti realtà culturali mondiali: dalla Berliner Philharmonie al Centre Pompidou di Parigi, al MoMA di New York, che riallestisce e interpreta la sua versione de Le sacre du printemps nel 20esimo anno dalla creazione. Le Roy riceverà la Moneta d’Oro per l’innovazione coreografica, novità di questa edizione di dAS”.
Se insomma il mood della danza ha bisogno di una cornice estetica,il  festival di Piacenza ne offre una fatta di palazzi e cortili ad artisti del panorama italiano (ed internazionale) unici anche nella ricerca espressiva. Proprio sui luoghi che da fisici diventano suggestioni narrativa del corpo. Dove l’ispirazione proviene spesso proprio dai luoghi, ecco che come nel caso del progetto di Simona Bertozzi sui mosaici della Villa del Casale in Sicilia, a Piazza Armerina dal titolo”Le Palestriti” il corpo diventa arco, pronto con la sua freccia a rendere la danza tessuto narrativo.
Un mood della danza che abbraccia i luoghi che incontra. Li vive e poi li offre al pubblico in un teatro nuovo, fatto di cortili e palazzi, non un “semplice” teatro.

Quasi che il teatro come luogo fisico, non basti più per contenere questo avvicinamento ad un pubblico sempre più eterogeneo e poco disposto all’attenzione offerta da una poltrona, seppur comodissima, di un teatro . E la danza? Come nel caso del festival dAS, quella “vera” e fatta come ricerca sempre più espressiva dai suoi professionisti , si offre ad un pubblico sempre più trasversale ed eterogeneo con passione e dedizione. Nuova frontiera del mood della danza tra innovazione e rinnovamento? Chissà.

di Cristina T. Chiochia per DailyMood.it

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Pietravento, da Bergamo all’Alta Maremma il progetto di due fratelli che unisce ospitalità e vino

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Pietravento, da Bergamo all’Alta Maremma il progetto di due fratelli che unisce ospitalità e vino

Da Bergamo all’Alta Maremma, passando per un legame tra fratello e sorella e per un progetto nato quasi come una sfida personale. È la storia di Emanuela e Vincenzo Capitanio, bergamaschi, cresciuti insieme e oggi protagonisti di un progetto imprenditoriale che, in poco più di tre anni, ha trasformato un antico casale sulle colline di Campiglia Marittima in una realtà di successo che unisce ospitalità, territorio e vino.

È qui, nel 2023, che nasce Pietravento. A pochi chilometri dalla Costa degli Etruschi, il casale viene completamente ripensato e diventa una dimora di charme immersa tra vigneti e ulivi, con dieci camere, tutte diverse, piscina e ampi spazi all’aperto. Ma Pietravento non è pensato soltanto come struttura ricettiva. Il Podere può infatti essere vissuto anche in esclusiva, per gruppi di amici, famiglie, occasioni private ed eventi, matrimoni inclusi: una formula, apprezzatissima, che amplia l’offerta e rende il luogo particolarmente adatto a chi cerca un’esperienza condivisa e riservata. Non solo in estate, ma durante tutto l’anno.

DUE BERGAMASCHI, DUE PROFESSIONALITÀ, UN PROGETTO COMUNE. Alle spalle di Pietravento ci sono due percorsi professionali diversi, ma complementari. Vincenzo Capitanio, attraverso la sua azienda Archeo di Dalmine, specializzata nella progettazione, ristrutturazione e riqualificazione di immobili, ha seguito la trasformazione del casale, dalla progettazione alla realizzazione degli spazi. Emanuela Capitanio, imprenditrice nel settore della comunicazione e fondatrice dell’agenzia di ufficio stampa ed eventi WonderComunicazione, ha costruito l’identità del progetto e il modo di raccontarlo. Due competenze differenti che riflettono anche due personalità differenti. Da qui nasce il nome Pietravento: la pietra rappresenta Emanuela, concreta e determinata; il vento Vincenzo, creativo e visionario. Due elementi diversi, ma complementari, proprio come i due fratelli.

Il legame con Bergamo rimane una parte importante della loro storia. Emanuela e Vincenzo sono infatti cresciuti in città e hanno costruito qui le proprie esperienze professionali, prima di scegliere di investire in un territorio che frequentavano sin da bambini e con il quale avevano sviluppato negli anni un rapporto profondo.

DALL’OSPITALITÀ AL VINO: LA CANTINA PIETRAVENTO. Non solo ospitalità. Pietravento è anche una cantina. Nata nel 2024 con L’Inizio, il primo vino prodotto dalla tenuta, la cantina si amplia oggi con Bolla 9, una nuova bollicina rosé dal carattere contemporaneo. La cantina rappresenta una naturale estensione del progetto: un altro modo per raccontare il territorio e dare forma alla visione dei due fratelli, creando una realtà capace di esprimere il carattere dell’Alta Maremma attraverso uno sguardo personale, mettendo insieme accoglienza, territorio e imprenditorialità.

UN PROGETTO CHE CRESCE, TUTTO L’ANNO. Oggi Pietravento è una realtà in evoluzione, che guarda oltre la stagionalità e punta a consolidare la propria identità di destinazione da vivere durante tutto l’anno, andando oltre l’estate. L’autunno rappresenta in questo senso un momento particolarmente interessante: il clima ancora mite, il paesaggio che cambia, la possibilità di alternare mare, natura, borghi ed enogastronomia, godendosi ritmi più lenti, rendono l’Alta Maremma una destinazione adatta anche ai soggiorni fuori dai classici picchi turistici.

«Siamo due fratelli bergamaschi e Pietravento nasce proprio dalla nostra storia e dalla voglia di costruire qualcosa insieme, anche se lontano da casa. Siamo cresciuti molto uniti, ma abbiamo caratteri e professionalità diverse: è stato naturale trasformare queste differenze in una forza, in un progetto comune. Abbiamo scelto l’Alta Maremma perché è un territorio che conosciamo e frequentiamo da sempre e nel quale abbiamo visto un luogo in cui poter costruire qualcosa di nostro. E, dopo aver dato vita al Podere e all’ospitalità, il vino è diventato una nuova espressione del progetto, prima con L’Inizio e oggi con Bolla 9. Sono due vini diversi, ma hanno la stessa origine: la voglia di raccontare questa terra attraverso il nostro sguardo», raccontano Emanuela e Vincenzo Capitanio.

A poco più di tre anni dalla sua nascita, Pietravento continua così a crescere, portando nell’Alta Maremma la visione e le competenze di due fratelli bergamaschi che hanno scelto di trasformare un legame familiare e una passione condivisa in un progetto imprenditoriale concreto.

PIETRAVENTO
www.poderepietravento.com

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Walter Farnetti, l’amore al gusto di gin tonic

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Pasticcini, notti d’estate e sentimenti contraddittori in Wonderful Pasticcino

Storico dell’arte, bidello e osservatore appassionato delle contraddizioni umane, Walter Farnetti esordisce con un romance folle, brillante e popolato da personaggi che non sanno stare fermi dentro una definizione.

Basta uno sguardo sul bordo di una piscina per mettere in moto Wonderful Pasticcino, il romanzo d’esordio di Walter Farnetti, pubblicato da Arkadia nella collana LOVER. A incrociarlo sono Elena, frizzante, paranoica e incline alle cotte fulminanti, e Luca, placido, bellissimo, enigmatico. Entrambi lavorano per la Miliardaria, una tiranna che impartisce ordini in un idioma fatto di inglese, italiano e perfidia.

Da quell’incontro nasce una tempestosa ricerca per ritrovarsi: una caccia al tesoro sentimentale che trascina amici, parenti, colleghi e passanti in un vortice di disavventure, eccessi e ripensamenti. Pasticcini, cocktail, spiagge e selvagge notti d’estate compongono una commedia romantica in cui perfino gli oggetti possono dire la loro.

La sua biografia d’autore sembra già una dichiarazione di poetica: capelli lunghi, una laurea in Storia dell’Arte, il lavoro di bidello, passioni che vanno dall’architettura alla teologia, dai sentimenti contraddittori alle cantanti da ballo di Chianciano Terme. È da questo sguardo colto, ironico e felicemente laterale che nasce un romance capace di prendere sul serio l’amore senza rinunciare al gusto dell’assurdo.

L’intervista

  1. La tua biografia è già un piccolo racconto surreale, tra Storia dell’Arte, teologia, cantanti da ballo di Chianciano e Monica Bellucci che scende da una barca. Quanto di questo sguardo ironico e laterale è entrato in Wonderful Pasticcino?

Nella mia vita, ancora, e ancora mio malgrado, continuano ad assumere un’importanza struggente cose che non contano nulla. Sono un grande spettatore di minuzie, tic, tutte le frattaglie dell’esistenza. Ho uno sguardo innamorato verso gli occhi, le rughe, le mani, il modo in cui la commessa srotola lo scontrino alla cassa (di recente, a Ladispoli, una lo ha fatto con tanta rabbia e confusione che Paolo Crepet potrebbe scriverci il prossimo saggio). Direi che questo sguardo laterale (depurato dai ricordi del catechismo, mediato dalla fede in Sergio Mattarella, comunque pre-filtrato dal mio avvocato) è stato il motore del libro.

  1. Wonderful Pasticcino è il tuo romanzo d’esordio: qual è stata la prima immagine, frase o ossessione da cui è cominciata la storia?

Ragionavo da tempo sull’immagine di una piscina all’aperto; lo strano silenzio e lo strano vocio delle piscine d’estate. L’acqua che è calda, una foglia, un moscerino; macchie di crema solare, riviste aperte a metà. Quell’incomprensibile grumo di desiderio, accidia. Avere voglia di cambiare il mondo e decidere in ultimo che il modo migliore per farlo sia restarsi a piastrare sulla sdraio.

  1. Tutto nasce da uno scambio di sguardi sul bordo di una piscina. In un tempo di chat, profili e relazioni filtrate dagli schermi, che cosa ti affascina ancora del colpo di fulmine?

Il colpo di fulmine è un atto di coraggio, di spregiudicatezza, di prepotenza; un vero gesto punk, pura voglia di vivere e eterna gioia di fare polemica. Chat, foto, filmati impongono mediazioni, differite. Lontananze. L’uomo spregiudicato di fronte a tutto alza il mento e dice: “Ah, sì? E allora mi innamoro!”.

  1. Elena è frizzante e paranoica, Luca placido ed enigmatico: li hai costruiti come opposti destinati a completarsi o come due modi diversi di complicarsi la vita?

Secondo me tutti i nostri atteggiamenti, gioia e mistero, frizzantezza e malinconia, non fanno altro che rimandare l’incontro con se stessi, mascherare lo stralunato, abissale vuoto dell’uomo di fronte alla propria finitudine. Ma, con la proverbiale bonomia di quando d’estate mi si schiariscono i capelli, diciamo pure che sono opposti che si attraggono.

  1. La Miliardaria parla una lingua inventata, fatta di inglese, italiano e perfidia. Come è nato questo personaggio e che rapporto c’è, nel romanzo, tra linguaggio e potere?

C’è stato un periodo in cui ascoltavo molte interviste a Raz Degan; una volta ho incontrato Corinne Clèry in un ristorante. Lavoro coi bambini, talvolta mi impigrisco e non finisco le frasi. Uso il traduttore di Google, mi piace Giusy Ferreri, c’è un ristorante giapponese a Viterbo in cui la proprietaria cinese parla umbro. Direi che in me si è sviluppata un’attrazione per le lingue irreali, che, violando le leggi, finiscono per diventare più personali, coinvolgenti.  Il personaggio della Miliardaria è nato pensando che in ognuno di noi ci sia una Miliardaria, che vuole tutto, e vuole piangere di tutto, e vorrebbe poter comprare tutto. E quella Miliardaria in noi esprime il suo potere esattamente così: come un bambino, come uno scemotto, come Raz Degan.

  1. Nella storia tutti contribuiscono al racconto, persone e perfino oggetti. La tua formazione in Storia dell’Arte e l’interesse per l’architettura ti hanno insegnato a guardare gli spazi e le cose come presenze narrative?

Ho un grande amore per gli oggetti: li contemplo, li analizzo, spessissimo li rompo. Rompo molte tazze, molti bicchieri, tutte le chiusure lampo. Credo mi piaccia segretamente scoprirne l’origine, il principio nascosto. Quando la regina Elisabetta indossava un gioiello, era così importante; quando Franco il netturbino carica il camion, niente vale niente, le cose sono solo cose. E tutte le cose della nostra vita sono così: importantissime, e non contano niente.

  1. La ricerca di Elena e Luca attraversa pasticcini, cocktail, spiagge, eccessi e passi indietro. Quanto era importante che l’estate non fosse soltanto uno sfondo, ma una vera temperatura emotiva del romanzo?

Volevo che l’estate fosse proprio l’orizzonte, l’atteggiamento. D’estate facciamo – ci concediamo, osiamo – ciò che in ogni altra stagione sarebbe inopportuno, impensabile. E’ la ragione per cui a Ferragosto anche la severissima impiegata della Asl balla la pizzica.  Il regalo che ci fa l’estate è sperimentarci: provare vite che ci illudiamo di proseguire, immaginarci in luoghi lontani, cambiare volto, cambiare asciugamano. Fare acquagym. I personaggi che sbocciano d’estate possono permettersi tutto.

  1. Il pasticcino del titolo è una promessa di dolcezza, ma la storia è anche magnifica, tormentata e innaffiata di gin tonic. Come hai scelto il titolo e quale sapore volevi lasciasse al lettore?

C’è stato un giorno a Venezia in cui passeggiavo con mia moglie accanto a una barca, poi un leone di pietra, poi un ponte, un altro ponte. “Voglio un titolo assurdo, dolce, sprezzante: Beautiful bocconcino… Italian boy-smack”.  Volevo insomma che fosse divertente, ma avesse anche dei significati.

  1. Il romanzo gioca con i codici del romance e conserva un tono comico, quasi irriverente. Come si fa a prendere sul serio i sentimenti senza diventare solenni e a farne sorridere senza scivolare nel cinismo?

Tratto i sentimenti come gli oggetti. I sentimenti sono sempre – e sempre insieme – la corona della Regina Elisabetta e i soprammobili buttati via da Franco il netturbino: contano tantissimo, e niente.

  1. Dopo questo esordio, che cosa speri trovi il lettore in Wonderful Pasticcino e quale contraddizione, sentimentale o letteraria, vorresti esplorare nel prossimo libro?

Spero che il lettore abbia una parentesi di spensieratezza, quel genere di spensieratezza che ti fa venire voglia di buttare via una bomboniera o di laurearti da vecchio. Quanto al futuro, sto studiando la complicata interrelazione tra innamoramento e prove allergiche. Cioè: si può comunque essere seduttivi se si è allergici al lattosio?

di Redazione

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Cristina Pender, comunicare senza filtri – Lavoro, desideri e fughe parigine in #NoFilter. Una PR in fuga

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Finalista del concorso Arkadia LOVER, l’addetta stampa e professionista della comunicazione esordisce nella narrativa con una chick-lit brillante sul coraggio di smettere di vivere una vita perfetta soltanto sulla carta.

Di giorno Alice scrive comunicati stampa e organizza eventi; di notte prepara biscotti sui quali imprime le frasi che nella vita preferisce tacere. È da questa contraddizione, ironica ma molto contemporanea, che prende forma #NoFilter. Una PR in fuga, il romanzo d’esordio di Cristina Pender, pubblicato da Arkadia nella collana LOVER.

Laureata in Pubbliche relazioni, addetta stampa e docente di comunicazione e marketing, Cristina ha lavorato anche come blogger e creatrice di progetti editoriali per il mondo kids e hospitality. Nel 2020 ha fondato Ladidà Biscuits, un piccolo brand di biscotti personalizzati. Non sorprende, quindi, che tra lei e Alice affiorino echi biografici: il lavoro nelle PR, l’amore per Parigi, le parole e quei biscotti capaci di dire ciò che spesso resta in sospeso.

Ambientato tra Cagliari e il sogno di una fuga parigina, il romanzo racconta l’incontro tra Alice e Alessandro Corona, imprenditore dell’hotellerie di lusso. L’antipatia iniziale diventa attrazione, ma le attenzioni di lui si alternano a silenzi e sparizioni. Dietro la leggerezza della chick-lit, #NoFilter parla di identità, aspettative, amicizia e della libertà di scegliere una felicità meno perfetta, ma finalmente propria.

L’intervista

  1. #NoFilter. Una PR in fuga è il tuo romanzo d’esordio. Ricordi il momento in cui Alice ha smesso di essere soltanto un’idea e hai capito che la sua storia sarebbe diventata un libro?

CRISTINA PENDER: Non c’è stato un momento esatto. La nascita di questo romanzo è stata più che altro un processo non lineare, durante il quale si sono accumulate idee, riflessioni, dettagli, caratteristiche rubate qua e là. Pian piano questi elementi si sono naturalmente collocati e hanno dato vita alla storia. Ma se devo ricordare un momento di svolta è stato quando ho capito chi dovesse essere Alice e le ho permesso di essere un disastro. Ho sentito fortemente che per far funzionare la storia dovevo lasciarla libera. Libera di essere insicura, di sbagliare, di non imparare dai propri errori, di inciampare, letteralmente e figurativamente, di non sapere cosa fare, libera di incasinarsi la vita, come facciamo nella realtà. Secondo me è stato il suo modo di essere imperfetta che ha permesso al romanzo di esistere.

  1. Il romanzo è arrivato tra i finalisti del concorso Arkadia LOVER e poi alla pubblicazione. Che cosa ha significato per te questo riconoscimento e quanto ha cambiato il modo in cui ti percepisci come autrice?

 CP: Ha significato che la storia che avevo scritto non sarebbe più stata solo mia. Sarebbe uscita dal mio cassetto per arrivare ad altre persone. Io desideravo fortemente che la storia di Alice venisse letta, che fosse capace di intrattenere, emozionare o evocare quella sensazione di riconoscersi nelle pagine che i libri sanno dare. La pubblicazione stava per rendere tutto questo possibile. Ma rende possibile anche l’altra faccia della medaglia, perché pubblicare significa anche accettare il rischio contrario, Alice poteva non essere amata come la amo io.  Quindi è stata una felicità assoluta mista a una grande consapevolezza. Però non ero intimorita, avevo voglia di mettermi in gioco. Su come è cambiato il modo in cui mi percepisco come autrice ti direi che nato un nuovo senso di responsabilità. Quando il mio direttore di collana Giovanni Lucchese e Arkadia hanno scommesso su di me sapevo che non stavo rispondendo più solo a me stessa, ma anche a delle persone che mi stavano dando fiducia. Lo stesso vale per il lettore che acquista il tuo libro, paga il prezzo di copertina per leggerti e ti dedica il suo tempo. È nato quindi un senso di responsabilità profondo assieme al desiderio di non tradire la fiducia di chi sceglie di dedicarti risorse, tempo e attenzione.

  1. Sei addetta stampa, hai insegnato comunicazione e marketing, sei stata blogger e hai creato progetti editoriali. In che modo tutte queste vite professionali sono confluite nella scrittura del romanzo?

CP: Nei romanzi ogni dettaglio, ogni scena, dev’essere funzionale alla trama. Nella realtà non è proprio così, i percorsi sono più disordinati e casuali ma mi piace pensare che nella mia vita professionale sia successo proprio questo. Che le mie esperienze siano state una specie di preparazione a questo libro. Anche se non stavo seguendo una traiettoria precisa, si è creata naturalmente una costante: tutti i miei lavori richiedevano di maneggiare le parole. Come se fossero una palestra per un progetto più strutturato, che avrebbe richiesto l’uso di molte più parole. Parole che non servivano più per comunicare o informare, ma per creare una realtà. Probabilmente questa è una visione un po’ romanzata della mia vita, ma mi piace pensarla così.

  1. Alice lavora nelle PR, ama Parigi e prepara biscotti con le frasi. Dove finisce Cristina e dove comincia la sua protagonista?

CP: La tentazione di cercare l’autore nei protagonisti dei romanzi è forte e lo facciamo spesso, ma #NoFiter non è un romanzo autobiografico. Nei dettagli di superficie della storia di Alice c’è certamente molto del mio mondo. Amo follemente Parigi, ho dimestichezza con il mondo della comunicazione e ho davvero posseduto un marchio di biscotti personalizzati. Questi però sono strumenti di scena, inseriti per permettere ad Alice di muoversi nella storia, per creare un’atmosfera, renderla più visiva, più vera, tridimensionale. Alice, intesa come persona invece non sono io, è un personaggio autonomo. Se dovessi cercarmi all’interno del mio romano, la verità è che non mi ritroverei solo in alcune caratteristiche della protagonista, ci sono frammenti del mio carattere sparsi in diversi personaggi. Alice ha la sua vita, il suo percorso, io le ho solo prestato alcune passioni.

  1. Il titolo #NoFilter richiama l’idea di mostrarsi senza filtri, mentre Alice è abituata a curare parole, eventi e immagini. Quanto ti interessava raccontare la distanza tra ciò che comunichiamo e ciò che proviamo davvero?

CP: Alice lavora in un mondo dove tutto è basato sull’immagine: ogni cosa dev’essere ben confezionata, le parole scelte e controllate a tavolino, gli eventi impeccabili. Lei prova a stare al gioco, ma la verità è che fallisce spesso e volentieri. Secondo me questo è il suo aspetto più interessante ed è quello che fa emergere la parte migliore di lei. Alice è troppo vera per contenersi, parla d’impulso, dice la cosa sbagliata al momento sbagliato, si fa travolgere da quello che sente. Nella vita reale essere senza filtri si rivela una scelta quasi mai strategica e non garantisce affatto che le cose vadano come si desidera. Anzi spesso rende vulnerabili e complica i piani. Mi piaceva l’idea di raccontare questo cortocircuito. Se è vero che la spontaneità spesso fa perdere il controllo sulla buona riuscita di una situazione è anche l’unico modo per essere autentici e costruire legami veri. È un valore con il quale è difficile scendere a compromessi.

  1. Alice ha un lavoro perfetto sulla carta, ma sente che non la rappresenta più. È una crisi personale oppure il ritratto di una generazione che fatica a concedersi il diritto di cambiare strada?

CP: La crisi di Alice nasce come fatto personale, ma rispecchia un disagio che appartiene a tanti. Nella vita reale capita molto spesso di sentire le persone raccontare di essere insoddisfatte al lavoro, incastrate in professioni che non amano, desiderose di intraprendere un’altra strada o un progetto personale. Non siamo tutti pronti a decidere chi vogliamo diventare a diciannove o a ventiquattro anni, ed è a mio avviso un errore pensare che la propria strada debba essere definita una volta per tutte all’inizio.  Allo stesso tempo, non mi piace la retorica del “per cambiare basta volerlo”. A volte il cambiamento non è una questione di coraggio, ma di possibilità reali e chi compie il salto non è più bravo di più di chi resta. ​A me interessava raccontare lo stato d’animo, la frizione tra realtà e sogno. Senza giudizio, ma come rappresentazione di una situazione molto diffusa.

  1. I biscotti personalizzati esistono anche nella tua vita grazie a Ladidà Biscuits. Perché hai scelto proprio il cibo e le frasi impresse sulla frolla per dare voce a tutto ciò che Alice non riesce a dire apertamente?

CP: Ladidà Biscuits è stata una parentesi del mio passato, un progetto che volevo realizzare e un’esperienza che a un certo punto andava conclusa.  Per Alice invece il cibo è qualcosa di più profondo, sono le sue radici. Viene da una tradizione familiare nel campo della ristorazione, la mamma è un’ispettrice Michelin e per lei la cucina è un linguaggio oltre che un rifugio. I biscotti con le frasi all’inizio per me erano un elemento di colore, una valvola di sfogo per un personaggio incastrato in una routine che le andava stretta. Poi mi sono accorta che timbrare quelle frasi era per lei un modo di liberare pensieri, un luogo in cui essere spontanea e un po’ sfacciata.

  1. Alessandro alterna fascino, attenzioni e sparizioni improvvise. Attraverso il loro rapporto volevi parlare anche di ghosting, ambiguità emotiva e di quelle relazioni che ci tengono sospesi più di quanto ci rendano felici?

CP: Alessandro rappresenta quella tipologia di persone che, quando ci sono, sanno essere estremamente affascinanti e travolgenti, ma mancano di costanza. Ha l’abitudine di esserci e poi sottrarsi, fisicamente ed emotivamente, lasciando ad Alice un senso di vuoto sproporzionato che finisce per occupare tutti i suoi pensieri. Mi interessava soprattutto parlare della sua posizione. Alice non resta perché è stupida, ma perché è incastrata in una speranza alimentata dall’illusione. È una dinamica logorante in cui l’intensità dell’attesa viene scambiata per sentimento. Volevo parlare di quando l’amore smette di essere felicita e si trasforma in una prova di resistenza.

  1. Cagliari, Parigi, la moda, l’hotellerie di lusso e le amiche Bianca e Arianna danno al romanzo un’atmosfera molto visiva. Quali sono state le tue ispirazioni e come hai costruito l’equilibrio tra ironia, romanticismo e desiderio di fuga?

CP: Le mie ispirazioni arrivano dalla quotidianità, da quello che osservo intorno a me e mi colpisce. Anche l’aver visto molti film e molte serie tv credo contribuisca al mio modo di raccontare. Il fatto che la mia scrittura venga definita molto visiva mi fa piacere perché amo l’idea di far vedere le scene a chi legge. Quanto all’equilibrio tra ironia e romanticismo, penso derivi dal mio modo di comunicare e di guardare il mondo. Parlo così nella vita di tutti i giorni, quindi riportare questa modalità nella scrittura mi viene naturale.

  1. Che cosa vorresti restasse di #NoFilter a una lettrice che, come Alice, si accorge di stare vivendo una vita ben confezionata ma non più autentica?

CP: Il mio obiettivo è raccontare una storia e intrattenere. Però, se dovesse restare qualcosa vorrei che fosse la sensazione di normalità. Che sia normale non essere perfetti, non sentirsi sempre all’altezza, che sia normale fare errori, che andiamo bene come siamo. E che i nostri sogni e le nostre passioni non sono aspetti frivoli o secondari. C’è una frase di un film di Almodóvar che dice “una è tanto più autentica quanto più somiglia all’idea che ha sognato di sé stessa”. Secondo me cercare la nostra autenticità non significa necessariamente stravolgere la propria vita, ma anche solo smettere di mettersi in secondo piano e concedersi un po’ di spazio per ciò che ci fa sentire vivi.

Redazione DailyMood.it

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