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In the mood for dance: intervista a Alessandro Viviani
Il mood della danza va di pari passo con quello del fiabesco. Lo dicono i numeri e senza falsa modestia: nel 2015 erano 7mila le strutture per un totale 1,4 milioni di allievi, tra i 4 e i 20 anni, 17.000 scuole (fonte AGIS) eppure, ad oggi non esiste ancora una vera e propria legge che ne disciplini non solo l’insegnamento ma l’appartenenza. E proprio in un periodo dove i corpi di ballo stabili, anche in Italia, tendono a scomparire. Un “esercito” di circa 4 milioni di persone che ruotano attorno al mood della danza in Italia, se si contano i membri delle famiglie che poi vanno a vedere gli spettacoli ed i saggi nei teatri. Come mai il mondo della danza affascina così tanto? Come mai, più di qualsiasi altra arte, è proprio il mondo della danza a sviluppare quella vera e propria tendenza che è il “mood del fiabesco” o mood della fiaba che poi ritroviamo nei cartelloni dei teatri? Lo chiediamo ad un ballerino professionista, Alessandro Viviani.
Domanda: Benvenuto da Dailymood sig. Viviani, ci raccondi di Lei e della sua formazione come danzatore. Com’è stata la sua scuola di ballo e dove l’ha frequentata?
Risposta: Grazie a dailymood ed a Lei per l’invito. Io ho iniziato a studiare danza in età adolescenziale, quindi tardi rispetto alle modalità attuali, in una piccola scuola privata nella mia città in Toscana. In realtà il mio desiderio era quello di fare del Rock and roll acrobatico ma quando mi sono iscritto l’insegnante voleva che assieme a quella disciplina imparassi (giustamente) la danza classica e quindi ho iniziato anche lo studio di quella materia. Ho frequentato li circa 2 anni, poi essendomi appassionato al mondo del Balletto ho deciso che finiti gli studi del liceo avrei preso il mio percorso di vita per fare il ballerino .
Infatti poi mi sono recato a Firenze e ho perfezionato o meglio ricostruito tutto il mio lavoro. Li ho studiato assiduamente al “Centro studi danza di Firenze ” diretto da Cristina Bozzolini e Lilia Bertelli, mia cara insegnante prematuramente scomparsa. A loro debbo la mia preparazione di base. Insieme a queste insegnanti ho incontrato altre figure importanti, come Barbara Bear e Marcello Angelini e molte altre, basilari per la mia formazione sia di classico che moderno.
Domanda: ed il passaggio dal punto di vista lavorativo? Chi l’ha “scoperta” come ballerino? A chi deve la sua carriera?
Risposta: a dire la verità, il passaggio al professionismo è stato consequenziale infatti al termine dei miei studi a Firenze; ho tentato una Borsa di studio, al corso di Perfezionamento, tenutosi all’Aterballetto di Reggio Emilia e con mia grande gioia si, l’ho vinta. Lì ho avuto l’opportunità di studiare con grandi maestri di danza, da Victor Litvinov (Kirov) che ho riincontrato poi successivamente durante la mia carriera di danzatore a Olga Evreinoff (Bolschoi), Lidia Diaz (Cuba), Eugenie Tenner (American Ballet) e nel moderno e contemporaneo: Ronald Brown, Mari kajiwara e ancora Francois Raffinot per le danze Rinascimentali e per le materie teoriche la grande Vittoria Ottolenghi, il Maestro Alberto Testa, il critico musicale Mario Pasi… insomma un bel team di docenti! A quel punto, al termine del corso, insieme ad altri miei colleghi sono stato scelto per entrare a far parte della Compagnia di ” Carla Fracci “.
Li ho cominciato i primi passi da professionista e con questo gruppo o girato un po’ l’Italia facendo bellissimi eventi come il Gala delle “Divine ” a Pisa in mondovisione e il Romeo e Giulietta alla Rocca di Benevento trasmesso da quella bella trasmissione televisiva quale “Maratona d’estate”. In quel frangente di tempo ho avuto modo di studiare col maestro Gabriel Popescu grande artista. Successivamente mentre mi trovavo a Roma, ho studiato col maestro Riccardo Nunez e lui mi ha suggerito di recarmi a Trieste e li al teatro G. Verdi ho incontrato un insegnante e amico che ha perfezionato il mio percorso artistico, parlo di Tuccio Rigano oltre che bravo maitre de ballet anche persona squisita. In teatro poi ho incontrato moltissimi altri grandi colleghi, maestri e famosi coreografi.
Domanda: Riflettendo su ballerini famosi come Bolle, la Garritano ed Coviello… cosa pensa del rapporto tra immagine di un ballerino e la sua professionalità? Quando incide per un ballerino professionista il danno d’immagine? E per lei? Ha inciso sulla sua carriera?
Risposta: Dal mio punto di vista è inevitabile che un guest come Bolle debba considerare il ruolo dell’immagine, perchè quando si è manager di se stessi e si diventa Vip, tutto ciò che fa pubblicità al personaggio è secondo me ben accetta. ll punto successivo è quale pubblicità utilizzare per la promozione della propria immagine. Le voglio premettere che io ho un “brutto carattere” e sono spesso prevenuto; le dico questo perchè rifacendomi alla sua domanda iniziale non penso ci sia stato danno d’immagine. Infatti io credo al detto: “Parlatene male o bene ma parlatene”. Riguardo a Coviello purtroppo sa, sono in pensione e non seguo più tanto adesso le notizie sulla danza. Personalmente ho sempre cercato nei miei limiti di curare la mia immagine ma come uomo non come ballerino, anche perchè secondo me la bravura di un ballerino si vede quando balla e non fuori. Bisogna stare attenti oggi da non confondere il ruolo da fuori palco a dentro. C’è un sistema culturale e mediatico che vuole mascherare la capacità con la popolarità e non sono sempre la stessa cosa!
Domanda: Scene da un corpo di ballo: ci racconti com’è l’atmosfera della sala prove? Ovvero quello che non si vede sul palcoscenico: quanto fare il ballerino sia tecnicamente molto forte ed impegnativo? E’ possibile entrare in scena senza un buon riscaldamento? Quanto è difficile lavorare come ballerino sulla pantomima? Quante ore di lavoro richiede l’avere una buona tecnica?
Risposta: Adesso sono “in pensione” da alcuni anni e per quello che mi ricordo, entrare in sala ballo vuol dire tutti i giorni, ogni giorno, mettersi in gioco, costantemente; incontrare i colleghi e instaurare dei rapporti cordiali o amichevoli e poi concentrarsi e pensare a lavorare bene e impegnarsi per superare le proprie personali difficoltà e stare attenti quando si montano le coreografie rispettando il più possibile quello che chiedono i coreografi e mettere a proprio agio i colleghi se si danza con loro. Tutto questo richiede uno sforzo giornaliero molto intenso sia fisico che mentale. Le posso dire che sindacalmente le ore lavorate non possono essere meno di 5 giornalmente e spesso sono di più se si è chiamati a svolgere ruoli anche da solista. Comunque all’interno delle ore lavorative ci sono delle piccole pause di pochi minuti e poi una più grande se il lavoro è consecutivo e non spezzato cioè se si fanno due prove mattina e pomeriggio.
Rispondendo alle altre questioni: Se si eseguono dei balletti, entrare in scena senza un buon riscaldamento è fortemente pericoloso perchè si va incontro a traumi, non a caso si fa una lezione di riscaldamento in scena prima delle prove e dello spettacolo. Se si effettuano ruoli pantomomici o lievemente mimici si può anche gestirsi un riscaldamento personale o minimo. Per un ballerino non è sempre facile entrare nel campo artistico come un attore e destreggiarsi sulla pantomima anche se, sicuramente per quanto riguarda i movimenti del corpo, possiede una padronanza che gli può permettere di rendere credibile ogni personaggio. Riguardo alla sua domanda sulla tecnica. Parliamo di tecnica? Guardi se non si possiede non si può entrare a lavorare in teatro, se poi si parla di grande tecnica quella è relativa al ballerino ed è per quello che esistono le categorie di: corpo di ballo, solisti, primi ballerini, guest o etoile.
Domanda: Secondo Lei, l’Italia è un paese dove è ancora possibile lavorare come ballerino professionalmente e continuativamente?
Risposta: credo di no. Purtroppo in Italia stiamo vivendo un momento molto critico per la danza. Su 11 enti lirici che avevano dei corpi di Ballo fissi, oggi ne restano pochi: La Scala, L’Opera di Roma, il San Carlo di Napoli ed il Massimo di Palermo, teatri che possono permettersi questa “fortuna”. Pensi che in questo momento ho dei colleghi che stanno lottando per mantenere un posto all’Arena di Verona e la loro paura è quella di venir “esternalizzati”. Proprio come hanno già fatto al Maggio Danza di Firenze. Per me da ballerino, è assurdo pensare di eliminare un corpo di ballo. Ed un corpo di ballo che è stato uno dei migliori in Italia, che ha condiviso il palcoscenico con artisti del calibro di Nureyev, Baryshnikov, Fracci, Terabust e tante altre Etoiles ed inoltre sito in una città sinonimo di arte e cultura. Lascerà una ferita profonda. Viste queste premesse, quindi no, non credo si possa più pensare di lavorare professionalmente “dentro” un teatro con un impiego a tempo indeterminato. E quelli che ancora lavorano così, a mio avviso, sono a rischio perchè tutto il sistema si sta dirigendo verso privatizzazioni con compagnie che arrivano da fuori. Forse ogni tanto qualche buon ballerino potrà lavorare, certo, ma non so quanto continuativamente, qualche mese consecutivamente si, certo. Ma se non si è sorretti da un teatro ed i corpi di ballo che incentivino la professione, dal momento che per poter ballare bene e seriamente occorre studiare (e quotidianamente), come potranno i futuri ballerini, permettersi lezioni e studi seri con la crisi del lavoro? Senza poi dimenticare chi ballerino lo è già, il danno psicologico -e sociale- di chi ha dedicato gran parte della sua vita alla professione e magari ha un mutuo per la casa e senza lavoro, non può pagarlo… Insomma, ora il problema in Italia affligge i corpi di ballo, ma poi? I cori? L’orchestra? Chissà!
Domanda: Ritorniamo, per concludere, a sognare un po’ sul suo mondo, quello della danza: l’abbiamo chiamato “mood del fiabesco” che altro non è che emozionare il pubblico forse “elevandolo”, questo, secondo Lei, è ancora possibile nel suo tipo di lavoro di ballerino?
Risposta: certamente, la funzione della danza come di tutte le altre arti, è quella di comunicare dei messaggi essenziali, sintetici e universali. Oggi secondo me ne abbiamo un gran bisogno. Personalmente poi, credo che non abbiamo bisogno infatti di vedere in scena argomenti che trattano di angoscia e disperazione, con percorsi che delineano riflessioni mentali, ma momenti che portino lo spettatore, con quel cammino discorsivo e lineare, ad immaginare e quindi realizzare una società più felice e propositiva.
Un mood, quello del fiabesco della danza, che non potrebbe sussistere senza la serietà di validi professionisti perchè, come disse Carla Fracci: “la danza è una carriera misteriosa, che rappresenta un mondo imprevedibile ed imprendibile. Le qualità necessarie sono tante. Non basta soltanto il talento, è necessario affiancare alla grande vocazione, la tenacia, la determinazione, la disciplina, la costanza.” Doti che i ballerini italiani anche in tempo di crisi, come Alessandro Viviani, testimoniano appieno alle nuove generazioni di danzatori.
di Cristina T.Chiochia per DailyMood.it
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Si apre Danza2016: nel mood del fiabesco ma mai consolante
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4 motivi per cui l’amicizia è la prima palestra del dating secondo gli esperti di hinge
Published
3 giorni agoon
8 Ottobre 2026By
DailyMood.it
6 utenti su 10 sostengono che le amicizie solide aiutano a essere più consapevoli a livello emotivo
L’amore richiede pratica, e le amicizie sono il luogo in cui iniziamo il nostro training. Secondo i dati di uno studio condotto da Hinge, l’app di dating pensata per essere cancellata, le persone che hanno amicizie solide riferiscono benefici concreti nel modo in cui vivono la ricerca di una nuova relazione: il 64% afferma infatti che queste amicizie aiutano a essere più consapevoli a livello emotivo, il 56% a sentirsi più sicure e il 56% a comunicare meglio. Moe Ari Brown, Love and Connection Expert di Hinge, spiega 4 motivi per cui le amicizie rappresentano davvero una palestra per il dating e le relazioni.
Consapevolezza emotiva
Per costruire un’amicizia solida, probabilmente abbiamo già affrontato un momento difficile con un’altra persona e poi abbiamo ricostruito il rapporto. È proprio questo processo di riparazione a rendere le persone più consapevoli a livello emotivo.
Autostima
Le persone pensano che l’autostima sia semplicemente un’energia che si possiede, ma in realtà significa avere paura di mostrarsi autenticamente e scegliere di farlo comunque. È come per uno scrittore che condivide il proprio lavoro: si inizia da un diario, poi lo si mostra a una persona di fiducia, quindi si pubblica qualcosa perché chiunque possa leggerlo, aumentando gradualmente la propria capacità di tollerare l’esposizione davanti a un pubblico. L’amicizia fa la stessa cosa: ci prepara a un momento ad alta intensità emotiva, come il mostrarsi vulnerabili in una relazione.
Capacità comunicative
Allenare la regolazione emotiva e l’empatia sviluppa anche ottime capacità comunicative. Tenere conto dei bisogni dell’altra persona, considerando allo stesso tempo i propri, aiuta a costruire una versione più integrata di noi stessi; più ci esercitiamo a farlo, meno ci sembrerà faticoso. Una buona comunicazione inizia così a diventare il nostro modo naturale di relazionarci, invece di qualcosa che dobbiamo mettere in scena.
L’ascolto attivo, poi, significa rivolgere il corpo verso l’altra persona, mantenere il contatto visivo e restituire ciò che abbiamo ascoltato, invece di spostare la conversazione su di noi. E quando ascoltiamo ed empatizziamo davvero, anziché formulare la nostra prossima risposta, comunichiamo più chiaramente perché non reagiamo in maniera impulsiva. Esercitandoci con le nostre amicizie, questo atteggiamento diventerà naturale durante un appuntamento, facendo la differenza tra chi affronta quel momento con curiosità e chi invece interpreta un ruolo.
Le amicizie possono essere il nostro specchio
Le amicizie ci rimandano un’immagine di come ci si sente a stare in una relazione con noi. Ci aiutano a creare ritmi e abitudini insieme a un’altra persona, a uscire dalla nostra testa e a organizzarci anche intorno agli impegni di qualcun altro: tutti aspetti che il dating e le relazioni richiedono, e a cui normalmente non pensiamo. Le amicizie possono inoltre cogliere ciò che tendiamo a minimizzare, oppure individuare uno schema comportamentale che, essendo troppo vicini alla situazione, non riusciamo a vedere. La chiave per ricevere questo tipo di riflessione sincera da una persona amica dipende dal modo in cui la chiediamo. Possiamo individuare due categorie di domande da rivolgere agli amici: domande tattiche e domande orientate alla crescita. Una domanda tattica consiste nel chiedere alla persona di confermare un’ipotesi che abbiamo già formulato: «Ho torto a provare rabbia perché l*i non si è offert* di venirmi a prendere?» In realtà non è una vera domanda: è una richiesta di approvazione e rimane confinata al rapporto tra noi e la persona amica.
Una versione orientata alla crescita elimina completamente la narrativa tra ragione e torto e pone domande come: «Aiutami a vedere questa situazione da prospettive diverse» oppure «Aiutami a fare pratica su quello che voglio dire, così posso affrontare la situazione con curiosità invece che sulla difensiva». Il test da applicare è semplice: questa domanda mi avvicina all’altra persona oppure si limita a confermare una posizione che ho già assunto?
Le persone amiche possono essere anche ottimi interlocutori con cui confrontarsi sul proprio profilo, spesso perché vedono lati di noi che non mettiamo sempre in primo piano. Per esempio, il modo in cui ci comportiamo con le persone a cui vogliamo bene o un lato giocoso che non mostriamo sempre per primo. È qui che entra in gioco la funzione Friend’s Take di Hinge, che porta il punto di vista di una persona amica all’interno del proprio profilo senza permetterle di sostituire la propria voce. È anche per questo che il 69% delle persone che frequentano app di dating** e che hanno aggiunto un Friend’s Take afferma che questa funzione ha migliorato la capacità del proprio profilo di mostrare chi sono davvero.
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Intervista a Domenico Capponi- Il nuovo romanzo Tutto dice sì
Published
2 settimane agoon
24 Settembre 2026By
DailyMood.it
Storia di un no detto all’alba, e della vita che ne è venuta fuori
Un avvocato sale sul Monte Vettore all’alba di una mattina di giugno, arriva alla croce di ferro e urla. Poche ore dopo rifiuta la società nello studio legale dove ha lavorato per tre anni. Da quel rifiuto nasce un editore: dodici metri quadrati costruiti con le proprie mani, un mestiere imparato in una vecchia tipografia, i rifiuti collezionati, un tradimento, e ogni volta la decisione di ricominciare. In «Tutto dice sì» Domenico Capponi non spiega come si fanno i libri: racconta che cosa costa — e che cosa restituisce — seguire la voce interiore che conosce la nostra natura molto prima che la ragione se ne accorga. Lo abbiamo incontrato.
Il libro comincia con un’ascesa e un urlo: una mattina di giugno, da Forca di Presta fino alla croce di ferro del Vettore. Cosa è successo lassù, e perché quel grido è stato il vero inizio di tutto?
DC: La montagna da sempre mi ha accolto, ogni volta che ho avuto un momento difficile non ho mai guardato la luna, ma la vetta di una montagna. Questo perché a momenti difficili spesso si associano pensieri insistenti, confusi, stati di incertezza allora, io cammino, o meglio io inizio a salire e, durante la salita, quei pensieri si fanno meno insistenti, la loro voce meno forte poi, pian piano svaniscono e arriva il vuoto. È in quel vuoto che riesco a entrare in contatto con me stesso, lassù, su quella vetta, è accaduto questo e da quel vuoto ho capito che era inutile oppormi alla vita, quella vera, quella che sentivo ma, dovevo accettare quel sentimento, quello che sentivo e cioè che dovevo cambiare.
Poche ore dopo, al telefono, rifiuti di entrare in società nello studio legale in cui avevi passato tre anni. Quanto è costato pronunciare quel no e quanto, invece, ti ha restituito?
DC: Quel no è in realtà il frutto del sì che avevo pronunciato in vetta. Non è stato difficile per me pronunciare quel no, ma, come ho detto, accettare il sì. È stato proprio quel sì a mettermi in connessione con me stesso e, in virtù di quel sì, nel momento in cui ho pronunciato quel no, ho avuto l’impressione di trovarmi dalla parte opposta di un ponte e di averlo fatto saltare dietro di me. Non sarei più tornato indietro, mi ero tolto ogni minima possibilità di tornare indietro. Solo così poteva essere fatta la scelta che ho fatto: in modo totale.
Scrivi che decidi di diventare Editore senza sapere nulla del mestiere. Da dove arriva una certezza così netta quando mancano tutte le competenze — e come si distingue la vocazione dal capriccio?
DC: Il mio non era un capriccio, ma un atto di riconoscimento, un grazie, un atto dovuto nei confronti dei libri che mi hanno cambiato letteralmente la vita e nei confronti della mia natura intima, che ama le sfide. Tutto quello di cui avevo bisogno ero certo che lo avrei imparato
Ti sei costruito da solo una sede di dodici metri quadrati. Che cosa ti ha insegnato quello spazio minimo, e quanto conta cominciare da un luogo fatto con le proprie mani?
DC: È stato fondamentale, le difficoltà si affrontano con i pensieri ma anche con le mani. In quella prima sede sono stato per dodici anni, e ancora oggi, la tengo. Anzi ancora oggi a dire il vero ci vado, entro e mi siedo. Tutto è rimasto come prima, ogni cosa, questo perché devo ricordarmi da dove sono partito e quanto ho amato quel luogo. Qui sta la ricchezza di quello che sto dicendo, io non ho sofferto a stare lì, io ho amato ogni giorno quel piccolo spazio perché ero sicuro che pur stando lì avrei dato alla casa editrice una valenza nazionale. Cosa che ho fatto e, per essere sincero fino alla fine, ti dirò che, oltre all’amore, c’è stata sempre con me una convinzione che non mi ha mai e poi mai abbandonato: non ho mai dubitato che ci sarei riuscito, mai, nemmeno una volta. La mia fiducia nella mia intuizione iniziale è stata totale.
Hai imparato a fare libri in una vecchia tipografia. Che cosa si capisce dell’editoria quando la si impara dall’odore dell’inchiostro e dal peso della carta, e non dai manuali o dai master?
DC: Durante i miei anni di studio per mantenermi ho sempre lavorato, veramente ho iniziato a lavorare a dodici anni, non tanto per bisogno ma per necessità di indipendenza dai miei genitori, non volevo pesare sulle loro finanze. Poi ho continuato. Lavorare era per me stare nel mondo, vivere a contatto con tante realtà diverse. Questo mi ha aiutato perché poi quando ho intrapreso questa sfida imprenditoriale, mi è venuto facile partire dalla base, dall’inchiostro e dal rumore delle macchine.
Nel libro “collezioni rifiuti”. Come si tiene insieme una persona dopo il decimo, il ventesimo no? Esiste un modo sano di stare dentro il fallimento senza farne un’identità?
DC: I no credo siano stati molti di più. Non ho una ricetta segreta. Quello che ha tenuto in piedi me, quello che mi ha fatto vivere con gioia anche i rifiuti, è stata la convinzione di stare seguendo la mia strada e che sarei riuscito a portare avanti la mia visione. Non ho mai accettato un rifiuto senza cercare di capire come migliorarmi, quale indicazione mi stesse dando, ma non ho mai permesso a un rifiuto di definirmi, mai. La mia visione era ed è più grande. In questi casi capita spesso che ci si avvicini a situazioni o persone per avere delle garanzie. Io non l’ho mai fatto. Quando ho deciso di aprire la casa editrice, mi dissi che avrebbe dovuto reggersi da sola, senza strani favori o appartenenze. Idee, studio, formazione, mercato, null’altro.
C’è una ferita precisa nel racconto: essere traditi da chi si credeva un compagno di viaggio. Che cosa ti ha tolto e
che cosa, a distanza di tempo, ti ha lasciato?
DC: Non mi ha tolto nulla, anzi mi ha insegnato tanto. Innanzitutto mi ha messo di fronte a una scelta: continuare a fidarmi delle persone oppure smettere e pensare che tutti, nessuno escluso, visto quello che era successo, potessero essere dei potenziali nemici. Io ho scelto di continuare a fidarmi. Vivo quindi fidandomi delle persone che mi circondano e di quelle con cui stabilisco dei rapporti.
L’altra cosa, ancora più importante, è che, nella situazione in cui ero, ma anche oggi, non potevo permettermi di dedicare tempo ed energie alla negatività, al rancore, all’odio. Sono sentimenti che chi gestisce un’azienda che si muove in base al flusso delle energie non può permettersi, sì, perché le idee sono, a mio avviso, energia.
Fai editoria in una città di provincia, lontano dai circuiti che contano, e talvolta regali il tuo lavoro a chi non può pagarlo. È una scelta romantica o una strategia — e quanto è sostenibile oggi restare indipendenti?
DC: Noi siamo una casa editrice non a pagamento, lavoriamo in tutta Italia e collaboriamo con il più grande distributore nazionale. La logistica si trova a Milano e la promozione a Bologna. Io vivo qui, ad Ascoli Piceno, salutando le persone per strada, fermandomi a parlare con il mio edicolante di sempre, prendendo il caffè immerso nella bellezza rinascimentale di Piazza del Popolo. E faccio vivere le stesse emozioni ai miei collaboratori.
Non è mai stata una scelta strategica, ma il frutto di una precisa visione romantica. Restare indipendenti oggi è molto complesso, perché i nostri partner sono molto grandi e seguono le logiche delle società quotate in Borsa. Ma è possibile, avendo un pensiero trasversale e creativo e, soprattutto, lavorando con tanta immaginazione. In fondo, l’editore dovrebbe fare proprio questo, con i suoi autori e con se stesso: vivere nel mondo delle possibilità e del possibile. Le possibilità dobbiamo cercarle noi, mentre il possibile deve quasi sempre scontrarsi con quella voce comune che direbbe: “È impossibile”. Allora va tutto bene.
Hai raccontato Ascoli Piceno, il Piceno, Meletti, Scandolara, Offida: storie di pietra, di persone e di travertino. Che cosa cambia quando l’editore smette di custodire le storie degli altri e mette in pagina la propria?
DC: Scrivere le storie di grandi aziende è un lavoro molto complesso e arricchente per me. Per farlo seguo delle regole molto rigide. In primo luogo scrivo solo quando con l’azienda o con i fondatori sento un’affinità, non sarei in grado di scrivere a comando, non l’ho mai fatto. Questo è il prerequisito fondamentale affinché io accetti di scrivere la storia di qualcun altro. Quando questa scintilla accade allora scrivere diventa uno scambio e anche io mi arricchisco perché, in realtà, dentro quelle storie fatte di coraggio, visione o difficoltà rivedo sempre qualcosa di me.
«Non esiste il giro perfetto, esiste il giocatore migliore»: è forse la frase più esposta del libro. A chi oggi ha un no da pronunciare e non trova il coraggio, che cosa diresti — senza dargli una lezione, visto che il libro dichiara di non volerne dare?
DC: Non voglio dare lezioni, non mi rispecchio in questo. La mia è solo una condivisione, nella speranza che questo libro possa essere di aiuto a chiunque, anche fosse una sola persona che si trova nella difficile condizione di dover trovare la propria strada.
Vedi, nel libro dico che c’è una fase in cui si condivide, in cui si parla con gli amici, ci si confronta, ci si prende o si viene tenuti per mano, ma poi, alla fine, si arriva a un punto preciso della propria vita in cui si deve saltare e, in quel momento preciso, in quell’atto specifico, si è soli e non può essere altrimenti. Si salta da soli.
Molti, in quello specifico punto, ci rimangono giorni, anni, o per sempre, e poi finiscono per vivere di rimpianti, per lamentarsi di tutto. Quindi la risposta esatta non c’è, credo che ognuno debba trovarla dentro di sé.
Dalla quarta di copertina
«La nostra missione è quella di fiorire qui e ora, su questa terra, senza se e senza ma, con il giro di carte che ci è capitato in sorte: non esiste il giro perfetto, esiste il giocatore migliore. È con quelle carte che dobbiamo diventare quello che siamo destinati a essere, dando seguito e vita alla nostra essenza più vera».
«Era di questo che avevo bisogno, volevo il mare aperto, le rotte e le direzioni non le conoscevo, ma le onde non mi facevano paura. Avevo scelto l’ignoto, l’inquietudine, l’insicurezza, il pericolo e la caduta certa, l’errore e il fallimento».
Tutto dice sì – Disponibile dal 25 settembre
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I racconti del Bergamotto di Reggio Calabria: la nuova ricerca di Filippo Arillotta
Published
3 settimane agoon
21 Settembre 2026By
DailyMood.it
Il nuovo libro dello storico reggino è stato presentato l’8 settembre al Circolo Polimeni. Dieci testimonianze hanno raccontato due secoli di storia, tra viaggiatori, industria, scienza, politica e letteratura
Ci sono prodotti che appartengono a un territorio. E poi ci sono prodotti capaci di raccontare quel territorio al mondo. E, come documenta lo storico Filippo Arillotta il Bergamotto è passato anche da Firenze prima di arrivare a Reggio Calabria…..
Il Bergamotto di Reggio Calabria appartiene certamente alla seconda categoria. Lo dimostra ancora una volta il professor Filippo Arillotta, storico e scrittore reggino, che è tornato a dedicare la propria capacità di ricerca a quella che è ormai diventata una delle grandi chiavi di lettura della storia economica, sociale e culturale della città dello Stretto.
Dopo il successo di Storia fantastica del Bergamotto di Reggio Calabria, pubblicato da Kaleidon Editrice e già approdato alla ristampa, Arillotta ha presentato il suo nuovo lavoro, “I racconti del Bergamotto di Reggio Calabria”, presentato l’8 settembre al Circolo del tennis “Rocco Polimeni” di Reggio Calabria.
Un nuovo libro che conferma una caratteristica fondamentale del lavoro dello storico reggino: la capacità di andare oltre la narrazione tradizionale per cercare, nei documenti e nelle testimonianze, quelle tracce apparentemente secondarie che finiscono invece per restituire una storia molto più grande.
Dieci testimonianze per raccontare una storia internazionale
Il volume è costruito attraverso dieci racconti, dieci testimonianze provenienti da epoche e contesti differenti, accomunate dall’incontro con il Bergamotto di Reggio Calabria.
Non è dunque soltanto la storia di un agrume e della sua essenza. È la storia di come quell’essenza abbia attraversato confini, professioni, mercati e culture, entrando nella vita quotidiana di popolazioni europee e mondiali e contribuendo, al tempo stesso, a proiettare Reggio Calabria in una dimensione internazionale.
Nel libro compaiono relazioni di viaggiatori arrivati a Reggio per conoscere direttamente i luoghi della coltivazione, indagini di mercato, analisi chimiche, relazioni industriali, documenti e riflessioni di carattere politico, fino ad arrivare alla letteratura.
È proprio questa pluralità di fonti a rendere particolarmente interessante la ricerca di Arillotta.
Lo storico non si limita infatti a raccontare ciò che è già noto, ma va alla ricerca di testimonianze capaci di ricomporre, tassello dopo tassello, un’immagine diversa e più ampia della città e del suo patrimonio.
E così il Bergamotto diventa un osservatorio privilegiato attraverso il quale guardare a duecento anni di storia.
La capacità di cercare dove la storia sembra nascondersi
La cifra distintiva di Filippo Arillotta è proprio questa: trasformare la ricerca storica in una scoperta.
Un documento commerciale può raccontare un mercato. Un’analisi chimica può testimoniare il livello raggiunto dalla ricerca scientifica. La relazione di un viaggiatore può restituire l’immagine di un territorio. Una testimonianza industriale può spiegare la nascita di una filiera. Un testo letterario può, infine, trasformare tutto questo in memoria collettiva.
Mettendo insieme queste tessere, Arillotta mostra quanto il Bergamotto di Reggio Calabria sia stato, per generazioni, molto più di una produzione agricola, ma è scienza, economia, industria, profumo, commercio, cultura e immaginario.
E soprattutto è stato un ponte tra Reggio Calabria e il mondo.
L’inedito incontro con Corrado Alvaro
Tra le pagine più sorprendenti del nuovo volume trova posto anche un testo di Corrado Alvaro, poco conosciuto al grande pubblico, nel quale il Bergamotto assume una funzione del tutto particolare: diventa strumento per leggere la realtà politica del proprio tempo.
È un finale che porta il libro su un piano quasi inatteso.
Dalla terra e dagli agrumeti si arriva alla letteratura; dalla storia economica si approda alla dimensione politica e, infine, a quella simbolica.
Nella conclusione, infatti, il Bergamotto sembra quasi liberarsi dalla sua dimensione materiale per diventare profumo, atmosfera, memoria e immaginazione.
Un racconto nel quale la sua fragranza si inserisce in un’Europa attraversata dai venti di guerra, restituendo per un istante una dimensione quasi onirica: la potenza del profumo come possibilità di attenuare, almeno simbolicamente, le tensioni della storia.
Una presentazione che mette insieme storia, agricoltura e cucina
A dialogare con l’autore, nella serata dell’8 settembre, ci sono state personalità provenienti da mondi diversi ma profondamente legati al territorio.
Sono intervenuti Filippo Cogliandro, chef patron del ristorante L’Accademia Gourmet di Reggio Calabria; Rosario Previtera, agronomo e docente di Biotecnologie agrarie; Giuseppe Bombino, docente dell’Università Mediterranea di Reggio Calabria, Dipartimento di Agraria, e presidente del GAL “Area Grecanica”.
A moderare l’incontro è stato Luigi Caminiti, docente del Liceo Scientifico “Leonardo da Vinci” di Reggio Calabria.
Una scelta di relatori che ha restituito perfettamente lo spirito del libro: il Bergamotto può essere studiato attraverso la storia, analizzato attraverso la scienza agraria, interpretato nella sua dimensione territoriale e culturale e, naturalmente, raccontato anche attraverso la cucina.
Ed è proprio quest’ultimo passaggio a rendere particolarmente significativo il contributo di uno chef come Filippo Cogliandro, da anni impegnato nella valorizzazione delle eccellenze identitarie della Calabria e nella trasformazione della materia prima del territorio in linguaggio gastronomico contemporaneo.
Reggio Calabria e quella dimensione internazionale spesso dimenticata
Il lavoro di Arillotta compie, in definitiva, un’operazione che va oltre il semplice racconto del Bergamotto.
Attraverso dieci testimonianze, restituisce alla città una parte della propria storia internazionale.
Una storia che spesso rimane nascosta dietro le immagini più conosciute di Reggio Calabria, ma che i documenti sono ancora capaci di raccontare: una città osservata da viaggiatori stranieri, studiata dalla scienza, attraversata dai commerci, collegata ai mercati internazionali e capace di lasciare una traccia persino nella letteratura.
È questo, forse, il risultato più interessante della ricerca di Filippo Arillotta: dimostrare che per comprendere la storia di un territorio non sempre bisogna cercare grandi eventi. A volte basta seguire il profumo di un agrume.
E quello del Bergamotto di Reggio Calabria, da oltre due secoli, ha viaggiato molto lontano.
“I racconti del Bergamotto di Reggio Calabria”, edito da Kaleidon, è stato presentato l’8 settembre al Circolo Polimeni di Reggio Calabria.
Il libro è disponibile online su https://www.kaleidoneditrice.it/shop/i-racconti-del-bergamotto-di-reggio-calabria/
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