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Venezia 83, il red carpet si accende: Kendall Jenner e Vittoria Ceretti conquistano il Lido. E Malkovich osa con la gorgiera

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Kendall Jenner

Secondo red carpet della Mostra del Cinema di Venezia: tra couture, gioielli e smoking impeccabili, la moda ruba ancora una volta la scena al cinema. Kendall Jenner risplende in Giorgio Armani d’archivio, Vittoria Ceretti sceglie la sensualità sofisticata di Armani Privé. E John Malkovich trasforma una gorgiera in un gesto di puro stile. A Venezia il cinema arriva sul tappeto rosso, ma la moda non è certo intenzionata a restare sullo sfondo. La seconda grande serata della Mostra del Cinema di Venezia 83 è un lungo esercizio di glamour, con le star che si alternano davanti ai fotografi in una successione di abiti couture, smoking affilati, gioielli scintillanti e silhouette pensate per catturare ogni flash.

Il risultato è una passerella hollywoodiana a cielo aperto dove, accanto agli interpreti dei film in Concorso e Fuori Concorso, sono le supermodelle a dettare il ritmo. E quando arrivano Kendall Jenner e Vittoria Ceretti, entrambe legate ad Armani, il red carpet cambia immediatamente temperatura.

Kendall Jenner, l’oro vintage di Giorgio Armani

Kendall Jenner sceglie Venezia 83 per un’apparizione che punta tutto sulla forza della semplicità. La modella arriva sul red carpet di Wild Horse Nine avvolta in un abito d’archivio di Giorgio Armani, risalente alla collezione del 1995. È un lungo dress color oro sabbia, interamente ricamato di paillettes e perline, capace di catturare la luce a ogni movimento senza bisogno di ulteriori artifici. Una silhouette essenziale, aderente e liquida, che lascia parlare la materia preziosa dell’abito. Ai piedi, sandali Aquazzurra tono su tono. Il beauty look segue la stessa filosofia: capelli lunghissimi, lisci, portati con riga laterale, e make-up Armani Beauty luminoso e naturale.

È il genere di look che non ha bisogno di gridare per farsi notare. Kendall lo indossa con quella sicurezza ormai diventata parte della sua cifra estetica: minimalismo, pelle luminosa, proporzioni perfette e un solo elemento destinato a dominare la scena. In questo caso, l’abito.

Vittoria Ceretti, quando il nero diventa couture

Se Kendall punta sulla luce dell’oro, Vittoria Ceretti sceglie l’opposto: il nero. Ma è un nero tutt’altro che austero. La top model italiana fa il suo ingresso sul red carpet di Wild Horse Nine in Armani Privé, con un abito che costruisce il suo fascino sul contrasto tra pelle, trasparenze e cristalli. Il bustier in tulle scintillante disegna il corpo e crea una sorta di nuvola luminosa sul décolleté, mentre la parte nera dell’abito porta l’insieme verso una sensualità più sofisticata che esplicita. Le scarpe con cinturino completano la silhouette senza sottrarle protagonismo.

Ceretti, che da qualche mese è Global Make-Up Ambassador di Armani Beauty, sceglie anche questa volta un beauty look calibrato: incarnato luminoso e attenzione allo sguardo, mentre i capelli lisci, con la riga laterale e raccolti dietro le orecchie, lasciano il volto completamente scoperto. È un’apparizione costruita sulla sottrazione. È proprio per questo che funziona.

Le sorelle Mara, il red carpet come esercizio di stile coordinato

Prima delle supermodelle, il tappeto rosso aveva già regalato un piccolo manifesto di eleganza con Kate e Rooney Mara, protagoniste insieme del film di Werner Herzog Bucking Fastard. Le due sorelle arrivano quasi come un’unica figura cinematografica: acconciature raccolte, gestualità composta e una palette che alterna il nero alla luce delle paillettes. Kate Mara sceglie un lungo Armani Privé scintillante, interamente ricoperto di paillettes, con un corpetto bianco attraversato da lacci sulla schiena e una grande perla centrale. Rooney Mara risponde con un abito nero Louis Vuitton dalla silhouette sottile, movimentato da un voluminoso fondo a palloncino in tessuto goffrato. A completare il look di Rooney, gioielli Swarovski Created Diamonds e scarpe Aquazzurra. Non è solo una questione di abiti coordinati: è una precisa grammatica visiva che le due attrici hanno portato avanti durante tutta la giornata veneziana, tra photocall, conferenza stampa e red carpet.

Orlando Bloom, lo smoking non sbaglia mai

Orlando Bloom arriva al Lido tra l’entusiasmo dei fan e sul tappeto rosso sceglie una formula classica, aggiornata nelle proporzioni. Il suo smoking Zegna ha un fit contemporaneo e viene accompagnato da camicia e scarpe della stessa maison. Il dettaglio che accende il look è però sul bavero: una spilla floreale della collezione Margherita di Damiani, in oro bianco e diamanti. Un piccolo gioiello che conferma quanto, ormai, anche per gli uomini il red carpet sia diventato una questione di accessori.

John Malkovich e l’arte di rendere cool una gorgiera

Poi arriva John Malkovich e cambia completamente le regole. L’attore sceglie un completo da sera Dior Men disegnato da Jonathan Anderson, ma è la camicia con colletto Peter Pan plissé, quasi una moderna gorgiera, a trasformare il look in qualcosa di immediatamente memorabile. Su chiunque altro potrebbe sembrare un azzardo teatrale. Su Malkovich diventa naturale. È uno di quei momenti in cui l’abbigliamento smette di essere semplice eleganza e diventa carattere. E il suo è un modo di vestirsi che non cerca l’approvazione: la pretende.

Parker Posey, la diva che vuole volteggiare

Sul versante più spettacolare c’è Parker Posey, che per Venezia sceglie ancora una volta Valentino nella visione creativa di Alessandro Michele. Il suo abito ha tutto quello che ci si aspetta da una diva sul red carpet: volume, movimento, teatralità. Posey lo interpreta come un costume di scena, volteggiando davanti ai fotografi e trasformando ogni passo in una piccola performance. È glamour nel senso più classico del termine, ma con quella dose di eccentricità che impedisce al risultato di diventare prevedibile.

Mariacarla Boscono e la carta stampata che diventa haute couture

Anche Mariacarla Boscono porta sul tappeto rosso una delle tendenze più interessanti della stagione: la newspaper print. La modella sceglie un sontuoso abito Chanel firmato da Matthieu Blazy, dalla silhouette ampia e sofisticata, con la stampa giornalistica trasformata in materia couture. A illuminare il look, gioielli Damiani: una collana in oro bianco con diamanti e paraiba e un anello coordinato. È la dimostrazione che la carta stampata, quando passa attraverso il linguaggio della moda, può smettere di essere quotidiana e diventare preziosa.

Il nero resta protagonista

La serata veneziana conferma anche una delle regole più resistenti del red carpet: il nero non passa mai di moda. Lo scelgono Steve Buscemi e Karen Ho, sobri e impeccabili; Leslie Bibb lo porta verso una dimensione più sensuale accostandolo al blu in un abito ArdAzAei che valorizza la sua silhouette. Laura Dern, dopo l’apparizione del giorno precedente, torna in scena con un abito nero Dior decorato da ricami floreali. E Valeria Golino chiude la lunga parata con un’elegante tunica satinata di Fendi, profilata a contrasto e illuminata da una parure di diamanti e smeraldi. La profonda scollatura a V aggiunge un tocco di sensualità a un look altrimenti essenziale.

Tra couture e personalità, Venezia conferma la sua vocazione glamour

Dal dorato d’archivio di Kendall Jenner al nero couture di Vittoria Ceretti, dalle paillettes delle sorelle Mara alla gorgiera di John Malkovich, il secondo red carpet della Mostra dimostra ancora una volta che a Venezia l’abito non è un semplice dettaglio della serata. È parte della storia. C’è chi sceglie la couture per brillare, chi il minimalismo per sedurre, chi punta sui gioielli e chi, come Malkovich, decide semplicemente di indossare qualcosa che nessun altro avrebbe avuto il coraggio di indossare. Ed è forse proprio questa la magia del red carpet veneziano: per una sera, cinema e moda parlano la stessa lingua.

di Cristina Siciliano per DailyMood.it

Copertina Crediti copertina: RED CARPET – WILD HORSE NINE – Kendall Jenner (Ph. Aleksander Kalka – Courtesy Archivio Storico La Biennale di Venezia)

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Cine Mood

Digger: Tom Cruise irriconoscibile e da Oscar in un film che non vi toglierete dalla testa

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È come se Tom Cruise, una sorta di moderno Dorian Gray dall’eterna giovinezza, per girare Digger, il nuovo film di Alejandro González Iñárritu, abbia tirato fuori il suo ritratto, nel frattempo invecchiato. È una di quelle interpretazioni che potrebbero portarlo all’Oscar. Ma ogni aspetto di Digger, e il film stesso, sono da premio. Tom Cruise, trasformato come poche altre volte ha fatto in carriera (ricordiamo Nato il 4 di luglio e Tropic Thunder), è irriconoscibile, o quasi, per dare vita al ritratto caricaturale di un uomo d’affari americano, un petroliere, che non è semplicemente un personaggio, ma un simbolo. È la crasi tra il mondo degli affari senza scrupoli e gli uomini politici incuranti del resto del mondo come i George W. Bush e Donald Trump. Ma a colpire è il ritratto fisico che ne fa Cruise. È un uomo flaccido, con la pancia, con una carnagione pallida, biancastra. I capelli sono bianchi, lunghi e radi, pettinati da un lato in una sorta di riporto, ma in realtà incapaci di stare fermi, incontrollabili come chi li porta. Digger è un film che non vi resterà dentro solo per l’interpretazione di Cruise. Non vi lascerà mai più, dopo la visione, perché è un’accusa, a tutti quanti, anche a noi che guardiamo, per tutto quello che riguarda l’ambiente e il cambiamento climatico.

Digger Rockwell (Tom Cruise) è un miliardario americano a capo di un impero petrolifero. Un mattino gli arriva una terribile notizia. Un’esplosione in uno dei pozzi petroliferi in Groenlandia sta per causare un disastro ecologico. Un enorme iceberg si sta staccando e potrebbe raggiungere il nord dell’Europa, creare uno tsunami e inondare la Gran Bretagna e la Norvegia. Digger, così, convoca un vertice con il Presidente degli Stati Uniti (John Goodman) per risolvere la situazione.

È una storia che si svolge in America, che ritrae gli USA di oggi in modo caustico e spietato come solo chi non è americano forse oggi potrebbe fare. Da messicano, visto il probabile dente avvelenato con l’amministrazione USA per la questione dei muri e dell’immigrazione, Iñárritu mette in scena l’America dove “prima si bombarda poi si chiede” e che viene a dire a noi “l’America è stata al fianco dell’Europa nella sua ora più buia ed è pronta a farlo di nuovo”. È una frase che oggi suona ironica. Così come è ironico, e per nulla casuale, che al centro di tutto ci sia la Groenlandia, terra oggetto dei desideri di Trump.

Ma, attenzione, il j’accuse di Iñárritu non è rivolto solo all’America ma a tutti noi. Quando Digger parla davanti ai politici europei in realtà sta parlando a ogni singolo abitante del mondo. E ci mette davanti a una realtà inconfutabile e disarmante. “Perché non smetto di trivellare? Perché non volete che io smetta. Volete roba che non vi serve consegnata in due giorni.  Volete la libertà di godervi il confort della vostra vita insostenibile”. Sta parlando a noi che ci siamo abituati agli acquisti su Amazon e facciamo sì che merci viaggino per tutto il mondo con un grande consumo di anidride carbonica. Noi che usiamo di continuo l’Intelligenza Artificiale consumando una quantità enorme di energia per alimentarne i server.

Come Don’t Look Up, la commedia con Leonardo Di Caprio in cui l’asteroide che colpiva la Terra e nessuno voleva vedere era una chiara metafora della crisi climatica, anche in Digger il tema dell’ambiente viene raccontato con toni non seri, ma solo apparentemente. Digger è satirico, grottesco, farsesco, ma durissimo. Continuiamo così, facciamoci del male, come diceva un famoso film. La crisi climatica e già qui. Quando ce ne accorgeremo sarà troppo tardi.

di Maurizio Ermisino per DailyMood.it

 

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Heart Of The Beast: Brad Pitt into the wild con un cane dal cuore grande

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Ormai lo diciamo ogni volta che vediamo un suo film. Brad Pitt porta con sé un’aura tale che è in grado di tenere in piedi un film da solo, grande o piccolo che sia. Stavolta, però, accade qualcosa di molto particolare. Che a tenere in piedi il film Heart Of The Beast, diretto da David Ayer, al cinema dal 24 settembre, siano in due. Brad Pitt e Odino, un magnifico cane lupo – in realtà sono in 4, in scena, a interpretarlo – di un’espressività e una sensibilità unica. I due, in scena, fanno grandi cose, interagiscono, si abbracciano, lottano insieme. Ma c’è una minuscola sequenza che ci fa capire la sintonia. Nel momento in cui, uscito dall’acqua, Odino fa quel tipico movimento per scrollare il corpo e la testa per asciugarsi, Brad Pitt lo segue con il suo capo, muovendolo come fanno i cani. È un gesto istintivo, probabilmente frutto dell’improvvisazione. Ma è da queste cose che si capisce la sintonia che si può sviluppare su un set tra due attori. Anche se sono un uomo e un cane. Se amate Brad Pitt – e come non amarlo? – Heart Of The Beast è il film che dovete vedere. Se amate i cani  – e come non amarli? – questo è il film che dovete assolutamente vedere. Con un’avvertenza. Vi commuoverete fino alle lacrime.

Dopo un drammatico incidente aereo, l’ufficiale delle Forze Speciali James Belmont (Brad Pitt) si ritrova disperso nelle terre più remote e inospitali dell’Alaska. Al suo fianco c’è solo Odino, il fedele cane militare con cui ha condiviso missioni estreme e situazioni al limite. Circondati da una natura selvaggia e spietata, tra freddo estremo, predatori e ostacoli imprevedibili, James e Odin dovranno affidarsi l’uno all’altro per sopravvivere. Mentre ogni passo verso la salvezza si trasforma in una sfida, il loro legame verrà messo alla prova come mai prima d’ora.

I capelli rasati, come ne L’esercito delle 12 scimmie e Fight Club, la barba lunga ma non troppo, ben curata. Una serie di tatuaggi sul collo e le braccia per farlo entrare nel personaggio. Brad Pitt in Heart Of The Beast è in scena così, in maniera naturale, con pochissimi orpelli. Si porta con sé quelle rughe naturali, poche, che gli ha regalato il tempo, rendendolo ancora più interessante di quando era giovane. Come vi avevamo raccontato a proposito di F1 – Il film, oggi Brad Pitt ha bisogno di fare pochissimo per comunicare ogni suo personaggio, non ha bisogno di una recitazione plateale, di scene madri. E anche qui, in quello che è un film d’azione, che prevede un grande lavoro, una prova fisica, non è mai sopra le righe, è sempre credibile, sempre misurato. Oggi Brad Pitt è l’essenziale del cinema. Oltre ad essere, con Tom Cruise, forse l’ultima della star storiche di Hollywood ad essere ancora saldamente sul suo trono.

Brad Pitt è in grado di reggere da solo un film. Ma qui ha un co-protagonista eccezionale, Odino. Come abbiamo scritto, è interpretato da 4 cani diversi. Il suo personaggio è senza una zampa, ha i denti in titanio perché, in servizio, li ha persi. Come il suo padrone, anche Odino è un reduce di guerra, soffre di stress post traumatico, di notte ha gli incubi. La storia di Odino è quella di tanti cani impiegati nell’esercito, cani che salvano le vite, ma che pagano un prezzo altissimo. E che, a volte, riescono a iniziare una seconda vita. I cani che interpretano Odino sono espressivi, hanno uno sguardo fiero, intenso, un’empatia con l’attore in scena che è un vero punto di forza del film. C’è una cosa che Odino riesce a trasmettere più di ogni altra cosa. La preoccupazione di un cane per il suo padrone. E in questo è impagabile.

Sono 3mila i cani che sono stati impiegato dall’esercito americano negli ultimi 20 anni. Il film ci racconta questo. Ci racconta il rapporto tra l’uomo e il suo migliore amico. Ci racconta l’istinto di sopravvivenza che contraddistingue l’uomo e l’animale. È un film ad alto tasso di adrenalina, di tensione, e di commozione. È uno di quei film che non si fanno più, con gli animali addestrati (riguarda i cani, mentre altri animali sono realizzati in computer grafica per evidenti motivi), con pochi attori, poche parole, e girati in location reali, impervie. Perché solo così si può dare un senso di realismo a tutta la storia. È una sorta di Into The Wild che incontra The Revenant e Alpha – Un’amicizia forte come la vita, quel film che raccontava come è nata l’amicizia tra l’uomo e il lupo, dando vita al cane. Andate a vedere Heart Of The Beast. Ma preparate i fazzoletti.

di Maurizio Ermisino per DailyMood.it

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Amori & incantesimi 2: Sandra Bullock e Nicole Kidman, stile da strega

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“Che c’è? È il XXI secolo. Un uomo può fare un lavoro da donne”. È una delle battute che sentiamo in Amori & incantesimi 2, il sequel del film del 1998 con Sandra Bullock e Nicole Kidman, che tornano nei loro ruoli di Sally e Gillian Owens 28 anni dopo. A pronunciarla è il professor Ian Wright, improvviso alleato, di fatto uno stregone, uno che fa magia, che è sempre sembrata appannaggio delle streghe. Lo scambio dei ruoli tra maschile e femminile avrebbe potuto essere un punto interessante, nella nostra era, da cui partire per riportare questa storia sullo schermo. Ma è uno spunto che rimane sullo sfondo, un gancio non sfruttato. I temi del film, piuttosto, sono altri. Amori & incantesimi 2 si chiede che cosa sia giusto rivelare ai nostri figli se sia giusto nascondere delle cose per proteggerli o se sia meglio far sapere loro tutto. E anche se sia giusto dimenticare chi si è davvero e nascondere la propria natura e i propri talenti in un cassetto, o se sia meglio provare ad essere se stessi.

Negli anni che sono passati tra le due storie, infatti Sally (Sandra Bullock), dopo la morte del primo e del secondo marito, ha deciso di rinunciare alla magia, di non raccontare mai niente della maledizione alle due figlie, e di non legarsi più a nessuno. Gillian (Nicole Kidman), da sempre è stata restia ai legami. Non ha rinunciato alla magia. Ed è tornata nella casa delle zie, nel Massachusetts. Una delle figlie di Sally ha conosciuto qualcuno e forse è innamorata. La maledizione, lo sapete, fa sì che ogni volta che qualcuno della famiglia si innamora di una persona, questa muore.

Come il primo film, Anche Amori & incantesimi 2 gioca sul contrasto tra le due attrici e i due personaggi. Sorelle diverse, sia fisicamente che nell’indole. Sandra Bullock è la donna con la testa a posto, riflessiva, quella che si innamorava e si sposava, e ora è madre. Nicole Kidman è la scapestrata, la libertina, l’irrequieta e l’emancipata. Quella che sceglieva storie travolgenti, a volte con gli uomini sbagliati, ma che non si innamorava. E che, ancora, non si innamora. Il contrasto, come detto, è anche fisico. Una donna ha i capelli corvini, dai profondi occhi neri come il carbone, dai tratti decisi del volto, e un corpo tonico e giovanile. Un’altra ha i capelli rossi e ricci, un’aura da bellezza preraffaellita, la carnagione bianco latte, il fisico esile e longilineo. Due elementi opposti che, come in chimica, si attraggono e danno vita a un composto potente.

Nicole Kidman è in scena con un perfetto look da strega, una sorta di witch-grunge-chic che riprende un abbigliamento vintage, lo mescola con un po’ di grunge e detta la linea di quella che potrebbe essere una nuova moda. Lunghe gonne scozzesi, a quadri, portate con t-shirt bianche. Abiti leggeri e setosi abbinati a quelle camicie di pizzo a collo alto che si usavano un tempo, con giacche di tessuto broccato o maglioni. O ancora, come usa la giovane strega, figlia di Sally (interpretata da Joey King), sottovesti abbinate a camice di flanella, giacche di pelle, con gli anfibi ai piedi. Sandra Bullock è la strega che ha deciso di rinunciare ai poteri, di diventare una donna normale. E questo si riflette anche nel suo look, fatto di jeans e camicie bianche, golfini e magliette nere, leggins neri portati con le ballerine.

Amori & incantesimi 2 ha in parte gli stessi difetti del primo film, in parte altri, qualcuno lo risolve e qualcuno no. Il primo film aveva un tono davvero troppo leggero e una trama esile ed incerta, con un finale che lasciava la storia in sospeso. Il secondo film prosegue per gran parte sulla falsariga del primo, leggero e impalpabile, per poi lanciarsi, nella seconda parte, in una trama più articolata, ma anche forzata. E a un finale tra il fantasy, l’action e l’horror che, se giustifica la presenza di due streghe nella storia, cambia anche bruscamente il tono del film. Le scene d’azione non sono all’altezza di questo genere di film. Di meglio, rispetto al primo film, ha alcune battute che suscitano qualche sorriso in più.

Alla regia c’è Susanne Bier, la regista danese di Dopo il matrimonio e Noi due sconosciuti (Things We Lost In The Fire), nata con il Dogma e Lars Von Trier. La Bier oggi lavora soprattutto negli Stati Uniti dove è diventata una regista di film d’azione e di serie ad alta tensione. Aveva già lavorato con Sandra Bullock in Bird Box e con Nicole Kidman nella serie The Undoing. In quello che è chiaramente un film su commissione, Susanne Bier prova a portare il suo senso per i rapporti familiari, per i segreti e le cose non dette, per i rapporti tra genitori e figli. Che non sono facili quando si parla di streghe. Ma che, in fondo, non sono facili in ogni caso.

di Maurizio Ermisino per DailyMood.it

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