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Cristina Pender, comunicare senza filtri – Lavoro, desideri e fughe parigine in #NoFilter. Una PR in fuga
Finalista del concorso Arkadia LOVER, l’addetta stampa e professionista della comunicazione esordisce nella narrativa con una chick-lit brillante sul coraggio di smettere di vivere una vita perfetta soltanto sulla carta.
Di giorno Alice scrive comunicati stampa e organizza eventi; di notte prepara biscotti sui quali imprime le frasi che nella vita preferisce tacere. È da questa contraddizione, ironica ma molto contemporanea, che prende forma #NoFilter. Una PR in fuga, il romanzo d’esordio di Cristina Pender, pubblicato da Arkadia nella collana LOVER.
Laureata in Pubbliche relazioni, addetta stampa e docente di comunicazione e marketing, Cristina ha lavorato anche come blogger e creatrice di progetti editoriali per il mondo kids e hospitality. Nel 2020 ha fondato Ladidà Biscuits, un piccolo brand di biscotti personalizzati. Non sorprende, quindi, che tra lei e Alice affiorino echi biografici: il lavoro nelle PR, l’amore per Parigi, le parole e quei biscotti capaci di dire ciò che spesso resta in sospeso.
Ambientato tra Cagliari e il sogno di una fuga parigina, il romanzo racconta l’incontro tra Alice e Alessandro Corona, imprenditore dell’hotellerie di lusso. L’antipatia iniziale diventa attrazione, ma le attenzioni di lui si alternano a silenzi e sparizioni. Dietro la leggerezza della chick-lit, #NoFilter parla di identità, aspettative, amicizia e della libertà di scegliere una felicità meno perfetta, ma finalmente propria.
L’intervista
- #NoFilter. Una PR in fuga è il tuo romanzo d’esordio. Ricordi il momento in cui Alice ha smesso di essere soltanto un’idea e hai capito che la sua storia sarebbe diventata un libro?
CRISTINA PENDER: Non c’è stato un momento esatto. La nascita di questo romanzo è stata più che altro un processo non lineare, durante il quale si sono accumulate idee, riflessioni, dettagli, caratteristiche rubate qua e là. Pian piano questi elementi si sono naturalmente collocati e hanno dato vita alla storia. Ma se devo ricordare un momento di svolta è stato quando ho capito chi dovesse essere Alice e le ho permesso di essere un disastro. Ho sentito fortemente che per far funzionare la storia dovevo lasciarla libera. Libera di essere insicura, di sbagliare, di non imparare dai propri errori, di inciampare, letteralmente e figurativamente, di non sapere cosa fare, libera di incasinarsi la vita, come facciamo nella realtà. Secondo me è stato il suo modo di essere imperfetta che ha permesso al romanzo di esistere.
- Il romanzo è arrivato tra i finalisti del concorso Arkadia LOVER e poi alla pubblicazione. Che cosa ha significato per te questo riconoscimento e quanto ha cambiato il modo in cui ti percepisci come autrice?
CP: Ha significato che la storia che avevo scritto non sarebbe più stata solo mia. Sarebbe uscita dal mio cassetto per arrivare ad altre persone. Io desideravo fortemente che la storia di Alice venisse letta, che fosse capace di intrattenere, emozionare o evocare quella sensazione di riconoscersi nelle pagine che i libri sanno dare. La pubblicazione stava per rendere tutto questo possibile. Ma rende possibile anche l’altra faccia della medaglia, perché pubblicare significa anche accettare il rischio contrario, Alice poteva non essere amata come la amo io. Quindi è stata una felicità assoluta mista a una grande consapevolezza. Però non ero intimorita, avevo voglia di mettermi in gioco. Su come è cambiato il modo in cui mi percepisco come autrice ti direi che nato un nuovo senso di responsabilità. Quando il mio direttore di collana Giovanni Lucchese e Arkadia hanno scommesso su di me sapevo che non stavo rispondendo più solo a me stessa, ma anche a delle persone che mi stavano dando fiducia. Lo stesso vale per il lettore che acquista il tuo libro, paga il prezzo di copertina per leggerti e ti dedica il suo tempo. È nato quindi un senso di responsabilità profondo assieme al desiderio di non tradire la fiducia di chi sceglie di dedicarti risorse, tempo e attenzione.
- Sei addetta stampa, hai insegnato comunicazione e marketing, sei stata blogger e hai creato progetti editoriali. In che modo tutte queste vite professionali sono confluite nella scrittura del romanzo?
CP: Nei romanzi ogni dettaglio, ogni scena, dev’essere funzionale alla trama. Nella realtà non è proprio così, i percorsi sono più disordinati e casuali ma mi piace pensare che nella mia vita professionale sia successo proprio questo. Che le mie esperienze siano state una specie di preparazione a questo libro. Anche se non stavo seguendo una traiettoria precisa, si è creata naturalmente una costante: tutti i miei lavori richiedevano di maneggiare le parole. Come se fossero una palestra per un progetto più strutturato, che avrebbe richiesto l’uso di molte più parole. Parole che non servivano più per comunicare o informare, ma per creare una realtà. Probabilmente questa è una visione un po’ romanzata della mia vita, ma mi piace pensarla così.
- Alice lavora nelle PR, ama Parigi e prepara biscotti con le frasi. Dove finisce Cristina e dove comincia la sua protagonista?
CP: La tentazione di cercare l’autore nei protagonisti dei romanzi è forte e lo facciamo spesso, ma #NoFiter non è un romanzo autobiografico. Nei dettagli di superficie della storia di Alice c’è certamente molto del mio mondo. Amo follemente Parigi, ho dimestichezza con il mondo della comunicazione e ho davvero posseduto un marchio di biscotti personalizzati. Questi però sono strumenti di scena, inseriti per permettere ad Alice di muoversi nella storia, per creare un’atmosfera, renderla più visiva, più vera, tridimensionale. Alice, intesa come persona invece non sono io, è un personaggio autonomo. Se dovessi cercarmi all’interno del mio romano, la verità è che non mi ritroverei solo in alcune caratteristiche della protagonista, ci sono frammenti del mio carattere sparsi in diversi personaggi. Alice ha la sua vita, il suo percorso, io le ho solo prestato alcune passioni.
- Il titolo #NoFilter richiama l’idea di mostrarsi senza filtri, mentre Alice è abituata a curare parole, eventi e immagini. Quanto ti interessava raccontare la distanza tra ciò che comunichiamo e ciò che proviamo davvero?
CP: Alice lavora in un mondo dove tutto è basato sull’immagine: ogni cosa dev’essere ben confezionata, le parole scelte e controllate a tavolino, gli eventi impeccabili. Lei prova a stare al gioco, ma la verità è che fallisce spesso e volentieri. Secondo me questo è il suo aspetto più interessante ed è quello che fa emergere la parte migliore di lei. Alice è troppo vera per contenersi, parla d’impulso, dice la cosa sbagliata al momento sbagliato, si fa travolgere da quello che sente. Nella vita reale essere senza filtri si rivela una scelta quasi mai strategica e non garantisce affatto che le cose vadano come si desidera. Anzi spesso rende vulnerabili e complica i piani. Mi piaceva l’idea di raccontare questo cortocircuito. Se è vero che la spontaneità spesso fa perdere il controllo sulla buona riuscita di una situazione è anche l’unico modo per essere autentici e costruire legami veri. È un valore con il quale è difficile scendere a compromessi.
- Alice ha un lavoro perfetto sulla carta, ma sente che non la rappresenta più. È una crisi personale oppure il ritratto di una generazione che fatica a concedersi il diritto di cambiare strada?
CP: La crisi di Alice nasce come fatto personale, ma rispecchia un disagio che appartiene a tanti. Nella vita reale capita molto spesso di sentire le persone raccontare di essere insoddisfatte al lavoro, incastrate in professioni che non amano, desiderose di intraprendere un’altra strada o un progetto personale. Non siamo tutti pronti a decidere chi vogliamo diventare a diciannove o a ventiquattro anni, ed è a mio avviso un errore pensare che la propria strada debba essere definita una volta per tutte all’inizio. Allo stesso tempo, non mi piace la retorica del “per cambiare basta volerlo”. A volte il cambiamento non è una questione di coraggio, ma di possibilità reali e chi compie il salto non è più bravo di più di chi resta. A me interessava raccontare lo stato d’animo, la frizione tra realtà e sogno. Senza giudizio, ma come rappresentazione di una situazione molto diffusa.
- I biscotti personalizzati esistono anche nella tua vita grazie a Ladidà Biscuits. Perché hai scelto proprio il cibo e le frasi impresse sulla frolla per dare voce a tutto ciò che Alice non riesce a dire apertamente?
CP: Ladidà Biscuits è stata una parentesi del mio passato, un progetto che volevo realizzare e un’esperienza che a un certo punto andava conclusa. Per Alice invece il cibo è qualcosa di più profondo, sono le sue radici. Viene da una tradizione familiare nel campo della ristorazione, la mamma è un’ispettrice Michelin e per lei la cucina è un linguaggio oltre che un rifugio. I biscotti con le frasi all’inizio per me erano un elemento di colore, una valvola di sfogo per un personaggio incastrato in una routine che le andava stretta. Poi mi sono accorta che timbrare quelle frasi era per lei un modo di liberare pensieri, un luogo in cui essere spontanea e un po’ sfacciata.
- Alessandro alterna fascino, attenzioni e sparizioni improvvise. Attraverso il loro rapporto volevi parlare anche di ghosting, ambiguità emotiva e di quelle relazioni che ci tengono sospesi più di quanto ci rendano felici?
CP: Alessandro rappresenta quella tipologia di persone che, quando ci sono, sanno essere estremamente affascinanti e travolgenti, ma mancano di costanza. Ha l’abitudine di esserci e poi sottrarsi, fisicamente ed emotivamente, lasciando ad Alice un senso di vuoto sproporzionato che finisce per occupare tutti i suoi pensieri. Mi interessava soprattutto parlare della sua posizione. Alice non resta perché è stupida, ma perché è incastrata in una speranza alimentata dall’illusione. È una dinamica logorante in cui l’intensità dell’attesa viene scambiata per sentimento. Volevo parlare di quando l’amore smette di essere felicita e si trasforma in una prova di resistenza.
- Cagliari, Parigi, la moda, l’hotellerie di lusso e le amiche Bianca e Arianna danno al romanzo un’atmosfera molto visiva. Quali sono state le tue ispirazioni e come hai costruito l’equilibrio tra ironia, romanticismo e desiderio di fuga?
CP: Le mie ispirazioni arrivano dalla quotidianità, da quello che osservo intorno a me e mi colpisce. Anche l’aver visto molti film e molte serie tv credo contribuisca al mio modo di raccontare. Il fatto che la mia scrittura venga definita molto visiva mi fa piacere perché amo l’idea di far vedere le scene a chi legge. Quanto all’equilibrio tra ironia e romanticismo, penso derivi dal mio modo di comunicare e di guardare il mondo. Parlo così nella vita di tutti i giorni, quindi riportare questa modalità nella scrittura mi viene naturale.
- Che cosa vorresti restasse di #NoFilter a una lettrice che, come Alice, si accorge di stare vivendo una vita ben confezionata ma non più autentica?
CP: Il mio obiettivo è raccontare una storia e intrattenere. Però, se dovesse restare qualcosa vorrei che fosse la sensazione di normalità. Che sia normale non essere perfetti, non sentirsi sempre all’altezza, che sia normale fare errori, che andiamo bene come siamo. E che i nostri sogni e le nostre passioni non sono aspetti frivoli o secondari. C’è una frase di un film di Almodóvar che dice “una è tanto più autentica quanto più somiglia all’idea che ha sognato di sé stessa”. Secondo me cercare la nostra autenticità non significa necessariamente stravolgere la propria vita, ma anche solo smettere di mettersi in secondo piano e concedersi un po’ di spazio per ciò che ci fa sentire vivi.
Redazione DailyMood.it
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Sonia Melt, il coraggio di rifiorire – Amore, rinascita e seconde possibilità in Cuore di loto
Published
1 settimana agoon
24 Agosto 2026By
DailyMood.it
Vincitrice del concorso Arkadia LOVER 2025, l’autrice veneziana racconta il romanzo nato da un percorso personale di trasformazione: una storia di ferite, verità nascoste e speranza.
Il fiore di loto affonda le radici nel fango, attraversa l’acqua e riesce comunque a schiudersi alla luce. Non è soltanto un’immagine poetica: è il cuore simbolico del nuovo romanzo di Sonia Melt e, in parte, anche della storia della sua autrice.
Sonia vive a Mira, in provincia di Venezia, insieme alla sua famiglia. Dopo alcune esperienze nella pubblicazione indipendente e un periodo particolarmente difficile, ha scelto di dedicarsi completamente alla scrittura. Da questo percorso è nato Cuore di loto, romanzo vincitore del concorso LOVER 2025 e pubblicato da Arkadia nel 2026.
Protagonista è Dafne, una giovane scrittrice segnata dalla tragica perdita dei genitori. Quando il suo manoscritto attira l’attenzione della Clyre House Publishing, incontra Noah Clyre, un editore affascinante e inaccessibile. Tra loro nasce un sentimento profondo, minacciato da una verità che lega la famiglia di Noah al passato della ragazza. Cuore di loto intreccia romance, suspense e segreti familiari, interrogandosi sulla possibilità di tornare ad amare quando la fiducia è stata spezzata.
DAILYMOOD.IT: Ricordi il momento esatto in cui hai saputo che Cuore di loto aveva vinto il concorso Arkadia LOVER? Qual è stata la tua prima reazione?
SONIA MELT: È passato quasi un anno, ma ricordo ancora bene la telefonata di Giovanni Lucchese, direttore della collana Lover. Mi disse: “Sonia, senti questo rumore?”. Io pensavo si riferisse al mio cuore, che ormai viaggiava oltre i centocinquanta battiti al minuto. Poi aggiunse: “È il suono delle trombe, il rullo dei tamburi! Annunciano la tua vittoria al concorso”. Per qualche secondo sono rimasta senza parole. Poi ho urlato e subito dopo è arrivato un bel pianto liberatorio. Avrei voluto abbracciare qualcuno, ma in casa c’era solo il mio cane, che probabilmente non aveva mai ricevuto così tante attenzioni tutte insieme! Se Cuore di loto è arrivato fin qui, lo devo anche a Giovanni e ad Arkadia. A quella telefonata che, ancora oggi, quando ci penso, mi fa battere forte il cuore.
DM: Arrivavi da diverse esperienze come autrice indipendente. Che cosa ti ha spinta a presentare proprio questo romanzo al concorso e quanto credevi davvero nella possibilità di vincere?
SM: Venire dal mondo dell’autopubblicazione ti insegna una grande indipendenza, ma anche quanto possa essere faticoso fare tutto da sola. Cuore di loto è un romanzo viscerale, al quale ho affidato parti molto profonde di me. Sentivo che aveva raggiunto una maturità diversa rispetto ai miei lavori precedenti e che meritasse una casa editrice solida e prestigiosa come Arkadia. Quanto ci credevo? A dire il vero, non abbastanza da aspettarmi di vincere. Ma ci speravo con tutta me stessa.
DM: La scrittura è diventata centrale dopo un periodo difficile della tua vita. Senza entrare in ciò che preferisci custodire, che cosa ti ha dato la pagina bianca quando tutto il resto sembrava più fragile?
SM:La pagina bianca non giudica, non fa domande e non pretende nulla. È uno spazio sicuro in cui posso riversare il dolore, la confusione, le paure e tutte le emozioni che faccio fatica a esprimere, trasformandole in una storia. Leggere è sempre stato un rifugio, ma scrivere è la mia cura. Quando ho bisogno di mettere ordine dentro di me, lo faccio attraverso le parole.
DM: Il fiore di loto nasce in acque torbide, ma riesce a emergere e a rifiorire. Quando hai capito che sarebbe stato il simbolo e il titolo perfetto per questa storia?
SM: Quasi subito, mentre delineavo il percorso emotivo di Dafne. Il loto racchiude una metafora potentissima: la bellezza e la purezza non nascono dal nulla, ma possono emergere proprio dal fango, dalle esperienze dolorose e dalle difficoltà che ci segnano. Per me rappresentava perfettamente il viaggio dei personaggi: attraversare il buio più fitto senza rimanerne intrappolati, trovare la forza di risalire verso la luce e, infine… rifiorire.
DM: Dafne affronta il dolore rifugiandosi nella scrittura e sta lavorando, a sua volta, a un libro intitolato Cuore di loto. Quanto c’è di Sonia in lei e perché hai scelto questo gioco di specchi tra autrice, protagonista e romanzo?
SM: C’è molto di me in Dafne, soprattutto nel suo modo di elaborare il dolore attraverso le parole. Anche lei si rifugia nella scrittura quando la realtà fa troppo male e il fatto che, all’interno della storia, stia scrivendo un libro intitolato Cuore di loto crea un piccolo cortocircuito metaletterario che mi divertiva moltissimo. Come hai ben detto tu, è un gioco di specchi: io guardo lei, lei guarda me e, alla fine, nessuna delle due sa più davvero chi sia l’autrice e chi la protagonista. Volevo esplorare quel confine sottile tra realtà e finzione, e l’idea che la scrittura non sia soltanto un modo per evadere, ma anche uno specchio nel quale guardarsi e, forse, imparare ad accettarsi. In fondo, è stato il mio modo di stringere la mano a Dafne e dirle “Non sei sola. Ci sono io qui con te. E insieme rimetteremo a posto i pezzi”.
DM: Noah custodisce una verità capace di distruggere il rapporto con Dafne. Secondo te, l’amore può sopravvivere a qualsiasi segreto oppure esistono verità che arrivano troppo tardi per essere perdonate?
SM: Questa è una domanda molto difficile! No, secondo me l’amore non riesce a superare qualsiasi segreto. A fare la differenza non è solo ciò che viene nascosto, ma soprattutto perché lo si nasconde. Se Noah ha taciuto per paura di perdere Dafne, forse il suo silenzio nasce proprio dall’amore. Se invece lo ha fatto per proteggere sé stesso dalle conseguenze, allora diventa qualcosa di diverso, che forse non merita il perdono. (E qui mi fermo, senza fare spoiler!) Poi ci si dovrebbe porre la domanda fondamentale: quando una verità cambia tutto, quanto deve essere forte un amore per meritare una seconda possibilità? E forse è proprio qui che la storia lascia spazio a chi legge, perché non esiste mai una scelta giusta per tutti.
DM: Accanto alla storia d’amore troviamo il legame di Dafne con il fratello Jordan e con la nonna Susy. Quale idea di famiglia e di cura volevi raccontare attraverso questi personaggi?
SM:Per Dafne, Jordan e la nonna rappresentano la cura silenziosa, quella fatta di presenze stabili, di sguardi che comprendono senza giudicare e di radici profonde. Sono l’idea di una famiglia che non ha bisogno di grandi gesti per esserci, basta sapere che, nelle difficoltà, c’è qualcuno che resta. In particolare, Jordan sarà la vera bussola. È uno di quei personaggi che, mentre scrivi, smettono quasi di essere tuoi. A un certo punto ho avuto la sensazione che fosse lui a decidere cosa dovevo raccontare. E forse è proprio questo che amo dei personaggi, quando prendono la loro strada e ti sorprendono. Jordan, per me, è stato proprio così.
DM: Hai ambientato la vicenda tra Epsom, Londra e il mondo dell’editoria inglese, mescolando romance, mistero e segreti familiari. Che cosa ti affascinava di questo scenario e come hai lavorato sull’equilibrio tra sentimento e suspense?
SM: L’Inghilterra, con le sue atmosfere suggestive e a tratti malinconiche, era lo scenario perfetto per questa storia. Adoro il contrasto tra la quiete verde e protettiva di Epsom, il rifugio sicuro, e la vivacità di Londra, con le luci della città e quel mondo dell’editoria che mi affascina tanto. Ho cercato il giusto equilibrio tra le emozioni, la forza di un amore che nasce piano, e le ombre di una verità difficile da svelare. Ho voluto che la suspense crescesse poco alla volta, insieme ai segreti che vengono a galla, portando Dafne e Noah a confrontarsi con le proprie paure e con le conseguenze delle loro scelte.
DM: Che cosa è cambiato nel tuo modo di scrivere passando dalla pubblicazione indipendente al lavoro con Arkadia? E questa vittoria ti ha già indicato la direzione del prossimo progetto?
SM: Il passaggio a una casa editrice strutturata come Arkadia è stato sicuramente un’esperienza preziosa. Ho trovato non solo professionalità e competenza, ma anche una grande famiglia, fatta di persone con cui confrontarmi, crescere e sentirmi accompagnata in questo nuovo percorso. Mi ha fatto scoprire il bello di costruire un libro insieme, senza perdere la parte più personale della storia. Quanto al prossimo progetto, questa vittoria mi ha dato sicuramente una grande dose di fiducia. Mi ha confermato che voglio continuare a raccontare storie intense ed emotive, in cui i sentimenti complessi, le fragilità dei personaggi e il percorso di rinascita personale restino sempre al centro.
DM: Hai detto di desiderare che Cuore di loto possa raggiungere soprattutto chi sta attraversando un momento difficile. Quale speranza vorresti lasciare a quella persona quando chiuderà l’ultima pagina?
SM: Vorrei soprattutto che il lettore chiudesse il libro con un po’ più di speranza di quando lo ha aperto. Con la certezza che, per quanto ci si possa sentire spezzati e persi, non è mai troppo tardi per rialzarsi. Il dolore non definisce chi siamo, è solo una parte del nostro viaggio. Dafne e Noah, in fondo, ci ricordano proprio questo, a volte bisogna perdersi per ritrovarsi, soprattutto per ritrovare la strada verso se stessi. Se Cuore di loto riuscirà a lasciare questa consapevolezza in chi lo leggerà, allora sentirò di aver raccontato qualcosa che va oltre la mia storia.
Redazione DailyMood.it
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Il 19 agosto 1883 nasceva Coco Chanel: White Star le dedica un nuovo volume
Published
1 mese agoon
22 Luglio 2026By
DailyMood.it
Questo volume non racchiude solo la storia di una maison leggendaria. È il racconto di una donna che ha riscritto le regole della moda con la sua filosofia. Gabrielle “Coco” Chanel ha cambiato per sempre il modo in cui le donne si vestono, si muovono e percepiscono sé stesse. Indipendente, rivoluzionaria e audace, ha creato uno stile senza tempo, dando vita a capi e accessori diventati vere e proprie icone. Chanel Philosophy va oltre la moda: esplora la visione innovativa della stilista nel campo degli accessori, dei bijoux e della gioielleria, ambiti in cui ha osato più dei gioiellieri tradizionali. Attraverso materiali d’archivio, modelli storici e interviste esclusive, il libro svela il segreto di un lusso che non è solo esclusività, ma anche eleganza pratica e senza tempo.
Chanel Philosophy di Mara Cappelletti
White Star
240 pagine
27 x 31 cm
ISBN 9788854064225
€ 50,00
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- 02 Cover e bordo del volume Chanel Philosophy ©White Star s.r.l. Tim Graham Photo Library/Getty Images
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- 03 Cover e retro del volume Chanel Philosophy ©White Star s.r.l. Tim Graham Photo Library/Getty Images
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- Immagine pagine 34-35 Pag. 34 © Hulton-Deutsch Collection/Corbis Historical/Getty Images Pag. 35 Bridgeman Images
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- Immagine pagine 40-41 Pag. 40 © The Andy Warhol Foundation for the Visual Arts, Inc/Alamy Foto Stock Pag. 41 Retro AdArchives/Alamy Foto Stock
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- Immagine pagine 106-107 Pag. 106 Reg Burkett/Daily Express/Hulton Archive/Getty Images Pag. 107 Fabio Petroni
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- Immagine pagine 150-151 Pag. 150 Immagine gentilmente fornita da Sotheby’s Pag. 151 Boris Lipnitzki/Roger-Viollet
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- Immagine pagine 194-195 Pag. 194 Immagine gentilmente fornita da Christie’s Images Ltd. 2025 Pag. 195 Immagine gentilmente fornita da Sotheby’s
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La trappola dell’iperconnessione di Barbara Fabbroni
Published
2 mesi agoon
6 Luglio 2026By
DailyMood.it
Nasce un nuovo movimento: gli anarchici digitali. Non un ritorno al medioevo, ma una ribellione psicologica contro il capitalismo della sorveglianza.
C’è un momento preciso, nella vita di un adolescente iperconnesso, in cui il pollice si ferma. Non per stanchezza fisica, ma per una specie di saturazione interiore: lo schermo continua a offrire stimoli, ma qualcosa dentro non risponde più. È lì, in quella micro-pausa, che psicologicamente nasce la ribellione.
L’intelligenza artificiale e gli algoritmi predittivi hanno spostato il confine dell’anarchia digitale: non più assenza di regole, ma eccesso di potere invisibile. Piattaforme che sanno cosa desidereremo prima di noi, sistemi di raccomandazione costruiti sui bias della dopamina, un disordine informativo che genera ansia cronica più che libertà. In questo scenario di sorveglianza soft, dove ogni clic diventa dato e ogni dato diventa profitto, cresce un contro movimento silenzioso: i cosiddetti anarchici digitali.
Non sono luddisti. Non spaccano server, non demonizzano la tecnologia in sé. La loro è una rivolta psicologica prima ancora che ideologica: il rifiuto di un sistema di ricompense variabili — lo stesso meccanismo neurobiologico delle slot machine — che tiene agganciata l’attenzione attraverso il rilascio intermittente di dopamina. Skinner lo aveva già dimostrato negli anni Trenta con i suoi esperimenti sul rinforzo intermittente: è la ricompensa incerta, non quella certa, a generare dipendenza comportamentale. I social network ne sono l’applicazione perfetta.
Non ci si confronta più con i pari reali, ma con versioni curate e algoritmicamente premiate dell’esistenza altrui.
Il prezzo psichico di questa architettura si vede nei numeri clinici che arrivano dagli studi sui giovani: aumento dei disturbi d’ansia, fenomeni di ritiro sociale che in Giappone hanno un nome preciso, hikikomori, e che oggi si osservano anche nei contesti occidentali con forme più sfumate ma altrettanto preoccupanti. Il confronto sociale continuo, teorizzato già da Festinger negli anni Cinquanta come meccanismo naturale dell’identità, trova online un’amplificazione patogena. Il risultato è un vissuto cronico di inadeguatezza che la letteratura definisce comparazione sociale ascendente disfunzionale.
A questo si aggiunge il vamping, la veglia digitale notturna che frammenta il sonno REM proprio nella fascia di età in cui la consolidazione mnestica e la regolazione emotiva dipendono in modo critico dal riposo. Non stupisce che irritabilità, difficoltà attentive e labilità dell’umore siano tra i sintomi più frequenti riportati nei colloqui clinici con adolescenti fortemente esposti.
Il rifiuto del diktat algoritmico
Notifiche disattivate, dumbphone, il passaggio dalla FOMO alla JOMO. È riappropriazione del locus of control: lo spostamento dell’origine percepita delle proprie azioni dall’algoritmo alla scelta consapevole.
La tutela radicale della privacy
Sistemi crittografati, browser anonimi, rifiuto della mercificazione del sé digitale. Sottrarsi al tracciamento come forma di autodeterminazione.
Comunità alternative
Micro-comunità orizzontali, non mediate da logiche di monetizzazione della rabbia. Un ritorno a quello che Winnicott chiamava spazio transizionale.
Non è un movimento nostalgico. È una risposta adattiva a un ambiente che, nel tentativo di connettere tutti, ha finito per isolare i singoli dentro bolle di validazione artificiale. E forse la domanda più interessante non è se questi giovani abbiano ragione a disconnettersi, ma cosa ci dice della nostra epoca il fatto che disconnettersi sia oggi percepito come un atto di coraggio.
La disconnessione come atto clinico
Forse è qui che dobbiamo tornare a quel pollice fermo sullo schermo. Non è resa, non è sconfitta della tecnologia sull’attenzione: è il primo gesto di un organismo che si difende. In termini clinici, potremmo chiamarlo un tentativo di riregolazione — il sistema nervoso che, esausto da uno stato di allerta perenne, cerca la via più semplice per tornare a uno stato di quiete: interrompere lo stimolo.
I ribelli digitali non stanno inventando nulla che la psicologia non sapesse già. Stanno semplicemente agendo, su scala generazionale, un principio che ogni terapeuta conosce bene: quando un ambiente diventa strutturalmente incapace di rispettare i bisogni di chi lo abita, l’unica risposta sana è ridefinire i confini. Non è patologia il ritiro — è patologico, semmai, il sistema che lo rende necessario.
C’è però un rischio da non ignorare, ed è forse la nota più scomoda di questa analisi: la disconnessione volontaria, per essere davvero liberatoria, richiede risorse. Tempo, consapevolezza, un contesto familiare e sociale che sostenga la scelta invece di isolarla ulteriormente. Chi non ha gli strumenti per teorizzare la propria ribellione rischia di restare semplicemente intrappolato, senza nemmeno il lessico per nominare la propria sofferenza. L’anarchia digitale, in questo senso, è anche una questione di classe psicologica: chi può permettersi di disconnettersi, e chi no.
Resta la domanda che chiude davvero il cerchio, quella che il pezzo pone nel finale: se il coraggio, oggi, si misura nella capacità di spegnere una notifica, forse non è la generazione che va analizzata. È l’architettura che l’ha costretta a considerare la quiete come un atto di resistenza.
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