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Cristina Pender, comunicare senza filtri – Lavoro, desideri e fughe parigine in #NoFilter. Una PR in fuga
Finalista del concorso Arkadia LOVER, l’addetta stampa e professionista della comunicazione esordisce nella narrativa con una chick-lit brillante sul coraggio di smettere di vivere una vita perfetta soltanto sulla carta.
Di giorno Alice scrive comunicati stampa e organizza eventi; di notte prepara biscotti sui quali imprime le frasi che nella vita preferisce tacere. È da questa contraddizione, ironica ma molto contemporanea, che prende forma #NoFilter. Una PR in fuga, il romanzo d’esordio di Cristina Pender, pubblicato da Arkadia nella collana LOVER.
Laureata in Pubbliche relazioni, addetta stampa e docente di comunicazione e marketing, Cristina ha lavorato anche come blogger e creatrice di progetti editoriali per il mondo kids e hospitality. Nel 2020 ha fondato Ladidà Biscuits, un piccolo brand di biscotti personalizzati. Non sorprende, quindi, che tra lei e Alice affiorino echi biografici: il lavoro nelle PR, l’amore per Parigi, le parole e quei biscotti capaci di dire ciò che spesso resta in sospeso.
Ambientato tra Cagliari e il sogno di una fuga parigina, il romanzo racconta l’incontro tra Alice e Alessandro Corona, imprenditore dell’hotellerie di lusso. L’antipatia iniziale diventa attrazione, ma le attenzioni di lui si alternano a silenzi e sparizioni. Dietro la leggerezza della chick-lit, #NoFilter parla di identità, aspettative, amicizia e della libertà di scegliere una felicità meno perfetta, ma finalmente propria.
L’intervista
- #NoFilter. Una PR in fuga è il tuo romanzo d’esordio. Ricordi il momento in cui Alice ha smesso di essere soltanto un’idea e hai capito che la sua storia sarebbe diventata un libro?
CRISTINA PENDER: Non c’è stato un momento esatto. La nascita di questo romanzo è stata più che altro un processo non lineare, durante il quale si sono accumulate idee, riflessioni, dettagli, caratteristiche rubate qua e là. Pian piano questi elementi si sono naturalmente collocati e hanno dato vita alla storia. Ma se devo ricordare un momento di svolta è stato quando ho capito chi dovesse essere Alice e le ho permesso di essere un disastro. Ho sentito fortemente che per far funzionare la storia dovevo lasciarla libera. Libera di essere insicura, di sbagliare, di non imparare dai propri errori, di inciampare, letteralmente e figurativamente, di non sapere cosa fare, libera di incasinarsi la vita, come facciamo nella realtà. Secondo me è stato il suo modo di essere imperfetta che ha permesso al romanzo di esistere.
- Il romanzo è arrivato tra i finalisti del concorso Arkadia LOVER e poi alla pubblicazione. Che cosa ha significato per te questo riconoscimento e quanto ha cambiato il modo in cui ti percepisci come autrice?
CP: Ha significato che la storia che avevo scritto non sarebbe più stata solo mia. Sarebbe uscita dal mio cassetto per arrivare ad altre persone. Io desideravo fortemente che la storia di Alice venisse letta, che fosse capace di intrattenere, emozionare o evocare quella sensazione di riconoscersi nelle pagine che i libri sanno dare. La pubblicazione stava per rendere tutto questo possibile. Ma rende possibile anche l’altra faccia della medaglia, perché pubblicare significa anche accettare il rischio contrario, Alice poteva non essere amata come la amo io. Quindi è stata una felicità assoluta mista a una grande consapevolezza. Però non ero intimorita, avevo voglia di mettermi in gioco. Su come è cambiato il modo in cui mi percepisco come autrice ti direi che nato un nuovo senso di responsabilità. Quando il mio direttore di collana Giovanni Lucchese e Arkadia hanno scommesso su di me sapevo che non stavo rispondendo più solo a me stessa, ma anche a delle persone che mi stavano dando fiducia. Lo stesso vale per il lettore che acquista il tuo libro, paga il prezzo di copertina per leggerti e ti dedica il suo tempo. È nato quindi un senso di responsabilità profondo assieme al desiderio di non tradire la fiducia di chi sceglie di dedicarti risorse, tempo e attenzione.
- Sei addetta stampa, hai insegnato comunicazione e marketing, sei stata blogger e hai creato progetti editoriali. In che modo tutte queste vite professionali sono confluite nella scrittura del romanzo?
CP: Nei romanzi ogni dettaglio, ogni scena, dev’essere funzionale alla trama. Nella realtà non è proprio così, i percorsi sono più disordinati e casuali ma mi piace pensare che nella mia vita professionale sia successo proprio questo. Che le mie esperienze siano state una specie di preparazione a questo libro. Anche se non stavo seguendo una traiettoria precisa, si è creata naturalmente una costante: tutti i miei lavori richiedevano di maneggiare le parole. Come se fossero una palestra per un progetto più strutturato, che avrebbe richiesto l’uso di molte più parole. Parole che non servivano più per comunicare o informare, ma per creare una realtà. Probabilmente questa è una visione un po’ romanzata della mia vita, ma mi piace pensarla così.
- Alice lavora nelle PR, ama Parigi e prepara biscotti con le frasi. Dove finisce Cristina e dove comincia la sua protagonista?
CP: La tentazione di cercare l’autore nei protagonisti dei romanzi è forte e lo facciamo spesso, ma #NoFiter non è un romanzo autobiografico. Nei dettagli di superficie della storia di Alice c’è certamente molto del mio mondo. Amo follemente Parigi, ho dimestichezza con il mondo della comunicazione e ho davvero posseduto un marchio di biscotti personalizzati. Questi però sono strumenti di scena, inseriti per permettere ad Alice di muoversi nella storia, per creare un’atmosfera, renderla più visiva, più vera, tridimensionale. Alice, intesa come persona invece non sono io, è un personaggio autonomo. Se dovessi cercarmi all’interno del mio romano, la verità è che non mi ritroverei solo in alcune caratteristiche della protagonista, ci sono frammenti del mio carattere sparsi in diversi personaggi. Alice ha la sua vita, il suo percorso, io le ho solo prestato alcune passioni.
- Il titolo #NoFilter richiama l’idea di mostrarsi senza filtri, mentre Alice è abituata a curare parole, eventi e immagini. Quanto ti interessava raccontare la distanza tra ciò che comunichiamo e ciò che proviamo davvero?
CP: Alice lavora in un mondo dove tutto è basato sull’immagine: ogni cosa dev’essere ben confezionata, le parole scelte e controllate a tavolino, gli eventi impeccabili. Lei prova a stare al gioco, ma la verità è che fallisce spesso e volentieri. Secondo me questo è il suo aspetto più interessante ed è quello che fa emergere la parte migliore di lei. Alice è troppo vera per contenersi, parla d’impulso, dice la cosa sbagliata al momento sbagliato, si fa travolgere da quello che sente. Nella vita reale essere senza filtri si rivela una scelta quasi mai strategica e non garantisce affatto che le cose vadano come si desidera. Anzi spesso rende vulnerabili e complica i piani. Mi piaceva l’idea di raccontare questo cortocircuito. Se è vero che la spontaneità spesso fa perdere il controllo sulla buona riuscita di una situazione è anche l’unico modo per essere autentici e costruire legami veri. È un valore con il quale è difficile scendere a compromessi.
- Alice ha un lavoro perfetto sulla carta, ma sente che non la rappresenta più. È una crisi personale oppure il ritratto di una generazione che fatica a concedersi il diritto di cambiare strada?
CP: La crisi di Alice nasce come fatto personale, ma rispecchia un disagio che appartiene a tanti. Nella vita reale capita molto spesso di sentire le persone raccontare di essere insoddisfatte al lavoro, incastrate in professioni che non amano, desiderose di intraprendere un’altra strada o un progetto personale. Non siamo tutti pronti a decidere chi vogliamo diventare a diciannove o a ventiquattro anni, ed è a mio avviso un errore pensare che la propria strada debba essere definita una volta per tutte all’inizio. Allo stesso tempo, non mi piace la retorica del “per cambiare basta volerlo”. A volte il cambiamento non è una questione di coraggio, ma di possibilità reali e chi compie il salto non è più bravo di più di chi resta. A me interessava raccontare lo stato d’animo, la frizione tra realtà e sogno. Senza giudizio, ma come rappresentazione di una situazione molto diffusa.
- I biscotti personalizzati esistono anche nella tua vita grazie a Ladidà Biscuits. Perché hai scelto proprio il cibo e le frasi impresse sulla frolla per dare voce a tutto ciò che Alice non riesce a dire apertamente?
CP: Ladidà Biscuits è stata una parentesi del mio passato, un progetto che volevo realizzare e un’esperienza che a un certo punto andava conclusa. Per Alice invece il cibo è qualcosa di più profondo, sono le sue radici. Viene da una tradizione familiare nel campo della ristorazione, la mamma è un’ispettrice Michelin e per lei la cucina è un linguaggio oltre che un rifugio. I biscotti con le frasi all’inizio per me erano un elemento di colore, una valvola di sfogo per un personaggio incastrato in una routine che le andava stretta. Poi mi sono accorta che timbrare quelle frasi era per lei un modo di liberare pensieri, un luogo in cui essere spontanea e un po’ sfacciata.
- Alessandro alterna fascino, attenzioni e sparizioni improvvise. Attraverso il loro rapporto volevi parlare anche di ghosting, ambiguità emotiva e di quelle relazioni che ci tengono sospesi più di quanto ci rendano felici?
CP: Alessandro rappresenta quella tipologia di persone che, quando ci sono, sanno essere estremamente affascinanti e travolgenti, ma mancano di costanza. Ha l’abitudine di esserci e poi sottrarsi, fisicamente ed emotivamente, lasciando ad Alice un senso di vuoto sproporzionato che finisce per occupare tutti i suoi pensieri. Mi interessava soprattutto parlare della sua posizione. Alice non resta perché è stupida, ma perché è incastrata in una speranza alimentata dall’illusione. È una dinamica logorante in cui l’intensità dell’attesa viene scambiata per sentimento. Volevo parlare di quando l’amore smette di essere felicita e si trasforma in una prova di resistenza.
- Cagliari, Parigi, la moda, l’hotellerie di lusso e le amiche Bianca e Arianna danno al romanzo un’atmosfera molto visiva. Quali sono state le tue ispirazioni e come hai costruito l’equilibrio tra ironia, romanticismo e desiderio di fuga?
CP: Le mie ispirazioni arrivano dalla quotidianità, da quello che osservo intorno a me e mi colpisce. Anche l’aver visto molti film e molte serie tv credo contribuisca al mio modo di raccontare. Il fatto che la mia scrittura venga definita molto visiva mi fa piacere perché amo l’idea di far vedere le scene a chi legge. Quanto all’equilibrio tra ironia e romanticismo, penso derivi dal mio modo di comunicare e di guardare il mondo. Parlo così nella vita di tutti i giorni, quindi riportare questa modalità nella scrittura mi viene naturale.
- Che cosa vorresti restasse di #NoFilter a una lettrice che, come Alice, si accorge di stare vivendo una vita ben confezionata ma non più autentica?
CP: Il mio obiettivo è raccontare una storia e intrattenere. Però, se dovesse restare qualcosa vorrei che fosse la sensazione di normalità. Che sia normale non essere perfetti, non sentirsi sempre all’altezza, che sia normale fare errori, che andiamo bene come siamo. E che i nostri sogni e le nostre passioni non sono aspetti frivoli o secondari. C’è una frase di un film di Almodóvar che dice “una è tanto più autentica quanto più somiglia all’idea che ha sognato di sé stessa”. Secondo me cercare la nostra autenticità non significa necessariamente stravolgere la propria vita, ma anche solo smettere di mettersi in secondo piano e concedersi un po’ di spazio per ciò che ci fa sentire vivi.
Redazione DailyMood.it
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Quando il mondo ballava: LIFE racconta un secolo di musica, libertà e rivoluzioni
Published
1 giorno agoon
14 Ottobre 2026By
DailyMood.it
Dalle eleganti coreografie di Fred Astaire al ritmo travolgente del Lindy Hop, dal mambo alle discoteche degli anni Sessanta: il volume LIFE – Let’s Dance! edito da TASCHEN trasforma la fotografia in una macchina del tempo, restituendoci il ritratto di un mondo che, ballando, cambiava pelle.
Ci sono fotografie capaci di fermare un istante. E poi ci sono quelle che riescono a farci sentire la musica, anche quando intorno regna il silenzio. Una gamba sollevata a mezz’aria, un abito che si apre durante una giravolta, due corpi che si cercano sulla pista, una folla che si lascia trascinare dal ritmo. In quelle immagini c’è molto più della danza: c’è la vita, con le sue aspirazioni, le sue contraddizioni e il desiderio, sempre attuale, di sentirsi liberi.
È da questa intuizione che prende forma LIFE – Let’s Dance!, il volume pubblicato da TASCHEN e curato da Reuel Golden, con un saggio e le didascalie di Lyndsey Winship. Una raccolta di fotografie tratte dagli archivi della celebre rivista americana LIFE, che attraversa il periodo compreso tra il 1936 e il 1972, restituendo alla danza la sua dimensione più autentica: quella di un linguaggio universale capace di raccontare le trasformazioni della società meglio di molte parole.
Il corpo come fotografia del Novecento
Quando LIFE nacque, nel 1936, la sua ambizione era raccontare il mondo attraverso la forza delle immagini. La danza offriva ai fotografi una sfida straordinaria: catturare qualcosa che, per natura, esiste soltanto nel movimento. Il risultato è una galleria di istanti sospesi, in cui la tecnica fotografica incontra l’energia fisica e l’emozione.
Il volume ci conduce dalle linee rigorose del balletto alla leggerezza sofisticata di Fred Astaire, dalla potenza atletica di Gene Kelly alle sperimentazioni della danza moderna di Martha Graham. Accanto ai grandi protagonisti dello spettacolo, compaiono ballerini in sala prove, aspiranti performer, coppie comuni e giovani che trasformano una pista da ballo in uno spazio di scoperta.
Tra le immagini più sorprendenti ci sono quelle realizzate da Gjon Mili, fotografo capace di sperimentare con il flash stroboscopico per scomporre il movimento in una successione di istanti. Il corpo di un ballerino sembra moltiplicarsi nello spazio, mentre un salto diventa una scultura temporanea, sospesa tra forza e leggerezza. La fotografia non si limita a documentare la danza: ne rivela ciò che l’occhio, da solo, faticherebbe a cogliere.
Dal Lindy Hop al mambo: quando ballare significava cambiare le regole
La storia della danza è anche una storia di contaminazioni culturali, di confini attraversati e di linguaggi che si trasformano. Le fotografie di LIFE – Let’s Dance! raccontano con particolare intensità il ruolo delle comunità afroamericane nella nascita e nella diffusione di nuovi stili, dal Lindy Hop al jazz, fino alle evoluzioni della musica funk.
Nato ad Harlem alla fine degli anni Venti, il Lindy Hop conquista le piste con i suoi salti, le improvvisazioni e un’energia che rompe gli schemi della danza di coppia tradizionale. Nel 1943, LIFE gli dedica un importante servizio fotografico, contribuendo a documentare un fenomeno destinato a superare i confini degli Stati Uniti.
Le immagini di Leon James e Willa Mae Ricker, immortalati mentre sembrano volare sopra il pavimento, sono tra le più emblematiche della raccolta. Il loro movimento esprime una libertà fisica e creativa che non si lascia contenere dalle convenzioni.
Negli anni Cinquanta, intanto, il mambo invade le sale da ballo americane. Al Palladium Ballroom di New York, sulle musiche di Pérez Prado e Tito Puente, la pista diventa un vortice di corpi, improvvisazioni e sensualità. Tango, rumba e danze latinoamericane entrano nell’immaginario popolare, attraversando classi sociali e geografie, pur venendo spesso adattate ai gusti e alle convenzioni del pubblico dominante.
È una storia di scambi culturali, ma anche di contraddizioni: le stesse immagini che celebrano l’energia di questi balli documentano le disuguaglianze razziali dell’America del tempo. La fotografia diventa così una testimonianza preziosa non soltanto di ciò che accadeva sulle piste, ma anche di ciò che avveniva fuori.
Hollywood, il glamour e la disciplina del gesto
La danza è anche spettacolo, costruzione dell’immagine, ricerca della perfezione. E Hollywood ne ha fatto uno dei suoi strumenti più potenti.
Fred Astaire incarna un’eleganza apparentemente spontanea, frutto in realtà di prove minuziose e di una disciplina rigorosa. Gene Kelly rappresenta invece una fisicità magnetica, atletica, capace di trasformare ogni gesto in un’esplosione di energia. Due modi diversi di abitare lo spazio, entrambi destinati a lasciare un segno nell’immaginario collettivo.
Il volume restituisce anche il fascino dei grandi spettacoli, delle showgirl, delle coreografie sincronizzate e delle scenografie monumentali. Dai palcoscenici ai set cinematografici, la danza diventa una promessa di evasione, un universo di bellezza e di movimento nel quale il pubblico può riconoscersi oppure sognare un’altra vita.
Ma dietro la leggerezza del risultato c’è sempre un lavoro invisibile: il corpo allenato, la ripetizione, la fatica, la ricerca di un equilibrio tra controllo e abbandono. La fotografia riesce a raccontare entrambi i lati, quello scintillante dello spettacolo e quello più intimo della preparazione.
La rivoluzione della pista: gli anni Sessanta
Con l’arrivo degli anni Sessanta cambia tutto. La musica accelera, i giovani conquistano uno spazio sociale sempre più autonomo e la danza si allontana progressivamente dalle regole codificate del ballo di coppia.
Il Twist permette di ballare senza necessariamente toccarsi. Il rock’n’roll invita a seguire il proprio ritmo. Nelle discoteche, tra luci psichedeliche, schermi e abiti eccentrici, la pista diventa il luogo di una nuova libertà individuale.
Nel 1966, LIFE racconta l’esplosione dei club newyorkesi, dove migliaia di persone si ritrovano in ambienti immersivi, rumorosi e affollati, per ballare fino a perdere la percezione del tempo. Pochi anni dopo, le immagini della cultura giovanile e dell’universo hippie restituiscono un altro modo di vivere il corpo: meno disciplinato, più istintivo, libero di seguire una musica interiore.
È una trasformazione che va oltre i passi. Cambiano i rapporti tra uomini e donne, si ridefiniscono le convenzioni sociali, si afferma una generazione che vuole scegliere come vestirsi, muoversi e stare al mondo. La danza diventa una dichiarazione d’identità.
Dalla pista alla vita quotidiana
Uno dei meriti più interessanti di questa raccolta è non fermarsi ai grandi nomi e ai palcoscenici prestigiosi. Accanto al balletto classico e alle star del cinema, LIFE – Let’s Dance! apre finestre su tradizioni lontane: il flamenco in Andalusia, le danze popolari ucraine, i rituali delle comunità africane, i balli delle donne Banjara in India, le tradizioni giapponesi e le espressioni coreutiche di diverse parti del mondo.
Ogni immagine porta con sé un contesto, una storia, una funzione sociale. Si balla per celebrare, per corteggiare, per custodire una tradizione, per esprimere appartenenza o per incontrare culture diverse. In alcuni casi la danza è anche lavoro, come accade nei concorsi di resistenza degli anni della Grande Depressione, quando coppie esauste continuavano a muoversi per giorni nella speranza di vincere un premio in denaro.
Questa varietà ricorda che la danza non appartiene soltanto ai teatri e agli artisti professionisti. Appartiene ai bambini, agli innamorati, agli amici, agli anziani, a chiunque abbia trovato nella musica un modo per esprimere qualcosa che le parole non riescono a contenere.
Un libro da guardare, ma soprattutto da sentire
Sfogliare LIFE – Let’s Dance! significa attraversare quasi quattro decenni di storia attraverso una prospettiva insolita. Non quella dei grandi eventi politici o delle date che scandiscono i manuali, ma quella dei corpi, degli abiti, degli sguardi e dei gesti che raccontano come le persone vivevano il proprio tempo.
Le fotografie hanno il fascino delle immagini d’archivio, ma non restituiscono un passato immobile. Al contrario, mostrano una società in continuo movimento, nella quale ogni nuova musica porta con sé un modo diverso di stare insieme. La tecnica fotografica trattiene l’istante, mentre l’energia dei ballerini sembra continuare oltre i bordi della pagina.
Ed è forse proprio questa la qualità più bella del volume: ricordarci che la danza non è mai soltanto una questione di passi. È un modo di abitare il corpo, di incontrare gli altri, di attraversare i cambiamenti e, qualche volta, di anticiparli.
Perché le mode passano, le musiche cambiano e le piste si svuotano. Ma il bisogno di muoversi, di lasciarsi andare e di trovare un ritmo comune continua a parlarci, da una generazione all’altra.
E se una fotografia può fermare un ballerino a mezz’aria, queste immagini riescono a fare qualcosa di ancora più straordinario: rimettere in movimento un intero pezzo di mondo.
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4 motivi per cui l’amicizia è la prima palestra del dating secondo gli esperti di hinge
Published
1 settimana agoon
8 Ottobre 2026By
DailyMood.it
6 utenti su 10 sostengono che le amicizie solide aiutano a essere più consapevoli a livello emotivo
L’amore richiede pratica, e le amicizie sono il luogo in cui iniziamo il nostro training. Secondo i dati di uno studio condotto da Hinge, l’app di dating pensata per essere cancellata, le persone che hanno amicizie solide riferiscono benefici concreti nel modo in cui vivono la ricerca di una nuova relazione: il 64% afferma infatti che queste amicizie aiutano a essere più consapevoli a livello emotivo, il 56% a sentirsi più sicure e il 56% a comunicare meglio. Moe Ari Brown, Love and Connection Expert di Hinge, spiega 4 motivi per cui le amicizie rappresentano davvero una palestra per il dating e le relazioni.
Consapevolezza emotiva
Per costruire un’amicizia solida, probabilmente abbiamo già affrontato un momento difficile con un’altra persona e poi abbiamo ricostruito il rapporto. È proprio questo processo di riparazione a rendere le persone più consapevoli a livello emotivo.
Autostima
Le persone pensano che l’autostima sia semplicemente un’energia che si possiede, ma in realtà significa avere paura di mostrarsi autenticamente e scegliere di farlo comunque. È come per uno scrittore che condivide il proprio lavoro: si inizia da un diario, poi lo si mostra a una persona di fiducia, quindi si pubblica qualcosa perché chiunque possa leggerlo, aumentando gradualmente la propria capacità di tollerare l’esposizione davanti a un pubblico. L’amicizia fa la stessa cosa: ci prepara a un momento ad alta intensità emotiva, come il mostrarsi vulnerabili in una relazione.
Capacità comunicative
Allenare la regolazione emotiva e l’empatia sviluppa anche ottime capacità comunicative. Tenere conto dei bisogni dell’altra persona, considerando allo stesso tempo i propri, aiuta a costruire una versione più integrata di noi stessi; più ci esercitiamo a farlo, meno ci sembrerà faticoso. Una buona comunicazione inizia così a diventare il nostro modo naturale di relazionarci, invece di qualcosa che dobbiamo mettere in scena.
L’ascolto attivo, poi, significa rivolgere il corpo verso l’altra persona, mantenere il contatto visivo e restituire ciò che abbiamo ascoltato, invece di spostare la conversazione su di noi. E quando ascoltiamo ed empatizziamo davvero, anziché formulare la nostra prossima risposta, comunichiamo più chiaramente perché non reagiamo in maniera impulsiva. Esercitandoci con le nostre amicizie, questo atteggiamento diventerà naturale durante un appuntamento, facendo la differenza tra chi affronta quel momento con curiosità e chi invece interpreta un ruolo.
Le amicizie possono essere il nostro specchio
Le amicizie ci rimandano un’immagine di come ci si sente a stare in una relazione con noi. Ci aiutano a creare ritmi e abitudini insieme a un’altra persona, a uscire dalla nostra testa e a organizzarci anche intorno agli impegni di qualcun altro: tutti aspetti che il dating e le relazioni richiedono, e a cui normalmente non pensiamo. Le amicizie possono inoltre cogliere ciò che tendiamo a minimizzare, oppure individuare uno schema comportamentale che, essendo troppo vicini alla situazione, non riusciamo a vedere. La chiave per ricevere questo tipo di riflessione sincera da una persona amica dipende dal modo in cui la chiediamo. Possiamo individuare due categorie di domande da rivolgere agli amici: domande tattiche e domande orientate alla crescita. Una domanda tattica consiste nel chiedere alla persona di confermare un’ipotesi che abbiamo già formulato: «Ho torto a provare rabbia perché l*i non si è offert* di venirmi a prendere?» In realtà non è una vera domanda: è una richiesta di approvazione e rimane confinata al rapporto tra noi e la persona amica.
Una versione orientata alla crescita elimina completamente la narrativa tra ragione e torto e pone domande come: «Aiutami a vedere questa situazione da prospettive diverse» oppure «Aiutami a fare pratica su quello che voglio dire, così posso affrontare la situazione con curiosità invece che sulla difensiva». Il test da applicare è semplice: questa domanda mi avvicina all’altra persona oppure si limita a confermare una posizione che ho già assunto?
Le persone amiche possono essere anche ottimi interlocutori con cui confrontarsi sul proprio profilo, spesso perché vedono lati di noi che non mettiamo sempre in primo piano. Per esempio, il modo in cui ci comportiamo con le persone a cui vogliamo bene o un lato giocoso che non mostriamo sempre per primo. È qui che entra in gioco la funzione Friend’s Take di Hinge, che porta il punto di vista di una persona amica all’interno del proprio profilo senza permetterle di sostituire la propria voce. È anche per questo che il 69% delle persone che frequentano app di dating** e che hanno aggiunto un Friend’s Take afferma che questa funzione ha migliorato la capacità del proprio profilo di mostrare chi sono davvero.
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Intervista a Domenico Capponi- Il nuovo romanzo Tutto dice sì
Published
3 settimane agoon
24 Settembre 2026By
DailyMood.it
Storia di un no detto all’alba, e della vita che ne è venuta fuori
Un avvocato sale sul Monte Vettore all’alba di una mattina di giugno, arriva alla croce di ferro e urla. Poche ore dopo rifiuta la società nello studio legale dove ha lavorato per tre anni. Da quel rifiuto nasce un editore: dodici metri quadrati costruiti con le proprie mani, un mestiere imparato in una vecchia tipografia, i rifiuti collezionati, un tradimento, e ogni volta la decisione di ricominciare. In «Tutto dice sì» Domenico Capponi non spiega come si fanno i libri: racconta che cosa costa — e che cosa restituisce — seguire la voce interiore che conosce la nostra natura molto prima che la ragione se ne accorga. Lo abbiamo incontrato.
Il libro comincia con un’ascesa e un urlo: una mattina di giugno, da Forca di Presta fino alla croce di ferro del Vettore. Cosa è successo lassù, e perché quel grido è stato il vero inizio di tutto?
DC: La montagna da sempre mi ha accolto, ogni volta che ho avuto un momento difficile non ho mai guardato la luna, ma la vetta di una montagna. Questo perché a momenti difficili spesso si associano pensieri insistenti, confusi, stati di incertezza allora, io cammino, o meglio io inizio a salire e, durante la salita, quei pensieri si fanno meno insistenti, la loro voce meno forte poi, pian piano svaniscono e arriva il vuoto. È in quel vuoto che riesco a entrare in contatto con me stesso, lassù, su quella vetta, è accaduto questo e da quel vuoto ho capito che era inutile oppormi alla vita, quella vera, quella che sentivo ma, dovevo accettare quel sentimento, quello che sentivo e cioè che dovevo cambiare.
Poche ore dopo, al telefono, rifiuti di entrare in società nello studio legale in cui avevi passato tre anni. Quanto è costato pronunciare quel no e quanto, invece, ti ha restituito?
DC: Quel no è in realtà il frutto del sì che avevo pronunciato in vetta. Non è stato difficile per me pronunciare quel no, ma, come ho detto, accettare il sì. È stato proprio quel sì a mettermi in connessione con me stesso e, in virtù di quel sì, nel momento in cui ho pronunciato quel no, ho avuto l’impressione di trovarmi dalla parte opposta di un ponte e di averlo fatto saltare dietro di me. Non sarei più tornato indietro, mi ero tolto ogni minima possibilità di tornare indietro. Solo così poteva essere fatta la scelta che ho fatto: in modo totale.
Scrivi che decidi di diventare Editore senza sapere nulla del mestiere. Da dove arriva una certezza così netta quando mancano tutte le competenze — e come si distingue la vocazione dal capriccio?
DC: Il mio non era un capriccio, ma un atto di riconoscimento, un grazie, un atto dovuto nei confronti dei libri che mi hanno cambiato letteralmente la vita e nei confronti della mia natura intima, che ama le sfide. Tutto quello di cui avevo bisogno ero certo che lo avrei imparato
Ti sei costruito da solo una sede di dodici metri quadrati. Che cosa ti ha insegnato quello spazio minimo, e quanto conta cominciare da un luogo fatto con le proprie mani?
DC: È stato fondamentale, le difficoltà si affrontano con i pensieri ma anche con le mani. In quella prima sede sono stato per dodici anni, e ancora oggi, la tengo. Anzi ancora oggi a dire il vero ci vado, entro e mi siedo. Tutto è rimasto come prima, ogni cosa, questo perché devo ricordarmi da dove sono partito e quanto ho amato quel luogo. Qui sta la ricchezza di quello che sto dicendo, io non ho sofferto a stare lì, io ho amato ogni giorno quel piccolo spazio perché ero sicuro che pur stando lì avrei dato alla casa editrice una valenza nazionale. Cosa che ho fatto e, per essere sincero fino alla fine, ti dirò che, oltre all’amore, c’è stata sempre con me una convinzione che non mi ha mai e poi mai abbandonato: non ho mai dubitato che ci sarei riuscito, mai, nemmeno una volta. La mia fiducia nella mia intuizione iniziale è stata totale.
Hai imparato a fare libri in una vecchia tipografia. Che cosa si capisce dell’editoria quando la si impara dall’odore dell’inchiostro e dal peso della carta, e non dai manuali o dai master?
DC: Durante i miei anni di studio per mantenermi ho sempre lavorato, veramente ho iniziato a lavorare a dodici anni, non tanto per bisogno ma per necessità di indipendenza dai miei genitori, non volevo pesare sulle loro finanze. Poi ho continuato. Lavorare era per me stare nel mondo, vivere a contatto con tante realtà diverse. Questo mi ha aiutato perché poi quando ho intrapreso questa sfida imprenditoriale, mi è venuto facile partire dalla base, dall’inchiostro e dal rumore delle macchine.
Nel libro “collezioni rifiuti”. Come si tiene insieme una persona dopo il decimo, il ventesimo no? Esiste un modo sano di stare dentro il fallimento senza farne un’identità?
DC: I no credo siano stati molti di più. Non ho una ricetta segreta. Quello che ha tenuto in piedi me, quello che mi ha fatto vivere con gioia anche i rifiuti, è stata la convinzione di stare seguendo la mia strada e che sarei riuscito a portare avanti la mia visione. Non ho mai accettato un rifiuto senza cercare di capire come migliorarmi, quale indicazione mi stesse dando, ma non ho mai permesso a un rifiuto di definirmi, mai. La mia visione era ed è più grande. In questi casi capita spesso che ci si avvicini a situazioni o persone per avere delle garanzie. Io non l’ho mai fatto. Quando ho deciso di aprire la casa editrice, mi dissi che avrebbe dovuto reggersi da sola, senza strani favori o appartenenze. Idee, studio, formazione, mercato, null’altro.
C’è una ferita precisa nel racconto: essere traditi da chi si credeva un compagno di viaggio. Che cosa ti ha tolto e
che cosa, a distanza di tempo, ti ha lasciato?
DC: Non mi ha tolto nulla, anzi mi ha insegnato tanto. Innanzitutto mi ha messo di fronte a una scelta: continuare a fidarmi delle persone oppure smettere e pensare che tutti, nessuno escluso, visto quello che era successo, potessero essere dei potenziali nemici. Io ho scelto di continuare a fidarmi. Vivo quindi fidandomi delle persone che mi circondano e di quelle con cui stabilisco dei rapporti.
L’altra cosa, ancora più importante, è che, nella situazione in cui ero, ma anche oggi, non potevo permettermi di dedicare tempo ed energie alla negatività, al rancore, all’odio. Sono sentimenti che chi gestisce un’azienda che si muove in base al flusso delle energie non può permettersi, sì, perché le idee sono, a mio avviso, energia.
Fai editoria in una città di provincia, lontano dai circuiti che contano, e talvolta regali il tuo lavoro a chi non può pagarlo. È una scelta romantica o una strategia — e quanto è sostenibile oggi restare indipendenti?
DC: Noi siamo una casa editrice non a pagamento, lavoriamo in tutta Italia e collaboriamo con il più grande distributore nazionale. La logistica si trova a Milano e la promozione a Bologna. Io vivo qui, ad Ascoli Piceno, salutando le persone per strada, fermandomi a parlare con il mio edicolante di sempre, prendendo il caffè immerso nella bellezza rinascimentale di Piazza del Popolo. E faccio vivere le stesse emozioni ai miei collaboratori.
Non è mai stata una scelta strategica, ma il frutto di una precisa visione romantica. Restare indipendenti oggi è molto complesso, perché i nostri partner sono molto grandi e seguono le logiche delle società quotate in Borsa. Ma è possibile, avendo un pensiero trasversale e creativo e, soprattutto, lavorando con tanta immaginazione. In fondo, l’editore dovrebbe fare proprio questo, con i suoi autori e con se stesso: vivere nel mondo delle possibilità e del possibile. Le possibilità dobbiamo cercarle noi, mentre il possibile deve quasi sempre scontrarsi con quella voce comune che direbbe: “È impossibile”. Allora va tutto bene.
Hai raccontato Ascoli Piceno, il Piceno, Meletti, Scandolara, Offida: storie di pietra, di persone e di travertino. Che cosa cambia quando l’editore smette di custodire le storie degli altri e mette in pagina la propria?
DC: Scrivere le storie di grandi aziende è un lavoro molto complesso e arricchente per me. Per farlo seguo delle regole molto rigide. In primo luogo scrivo solo quando con l’azienda o con i fondatori sento un’affinità, non sarei in grado di scrivere a comando, non l’ho mai fatto. Questo è il prerequisito fondamentale affinché io accetti di scrivere la storia di qualcun altro. Quando questa scintilla accade allora scrivere diventa uno scambio e anche io mi arricchisco perché, in realtà, dentro quelle storie fatte di coraggio, visione o difficoltà rivedo sempre qualcosa di me.
«Non esiste il giro perfetto, esiste il giocatore migliore»: è forse la frase più esposta del libro. A chi oggi ha un no da pronunciare e non trova il coraggio, che cosa diresti — senza dargli una lezione, visto che il libro dichiara di non volerne dare?
DC: Non voglio dare lezioni, non mi rispecchio in questo. La mia è solo una condivisione, nella speranza che questo libro possa essere di aiuto a chiunque, anche fosse una sola persona che si trova nella difficile condizione di dover trovare la propria strada.
Vedi, nel libro dico che c’è una fase in cui si condivide, in cui si parla con gli amici, ci si confronta, ci si prende o si viene tenuti per mano, ma poi, alla fine, si arriva a un punto preciso della propria vita in cui si deve saltare e, in quel momento preciso, in quell’atto specifico, si è soli e non può essere altrimenti. Si salta da soli.
Molti, in quello specifico punto, ci rimangono giorni, anni, o per sempre, e poi finiscono per vivere di rimpianti, per lamentarsi di tutto. Quindi la risposta esatta non c’è, credo che ognuno debba trovarla dentro di sé.
Dalla quarta di copertina
«La nostra missione è quella di fiorire qui e ora, su questa terra, senza se e senza ma, con il giro di carte che ci è capitato in sorte: non esiste il giro perfetto, esiste il giocatore migliore. È con quelle carte che dobbiamo diventare quello che siamo destinati a essere, dando seguito e vita alla nostra essenza più vera».
«Era di questo che avevo bisogno, volevo il mare aperto, le rotte e le direzioni non le conoscevo, ma le onde non mi facevano paura. Avevo scelto l’ignoto, l’inquietudine, l’insicurezza, il pericolo e la caduta certa, l’errore e il fallimento».
Tutto dice sì – Disponibile dal 25 settembre
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