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Black Mirror 6: Che cosa guarderemo, e come, su quello schermo nero?

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Che cosa fareste se un giorno, davanti alla tv, vi capitasse di aprire Netflix e di trovare una serie che nel titolo ha il vostro nome e che parla proprio di voi, della vostra vita, anche se nella finzione avete il volto di una star di Hollywood? È lo spunto, inquietante, di Joan Is Awful, il primo dei cinque episodi che compongono la stagione 6 di Black Mirror, la serie cult di Charlie Brooker che da anni ci mette davanti a uno specchio e ci racconta il nostro rapporto con la tecnologia per dirci chi siamo e che cosa siamo diventati oggi. La nuova stagione è disponibile dal 15 giugno su Netflix. In occasione di questa nuova stagione, Netflix riflette su se stessa: al centro dei primi episodi, infatti, c’è Streamberry, una piattaforma di streaming che è in tutto e per tutto simile a lei, e che può arrivare a fare cose molto preoccupanti. È un modo per ragionare sulla società dei contenuti consumati avidamente on demand, dei contenuti costruiti ad hoc per ogni target. Oggi ogni contenuto è creato ad arte per gruppi precisi di persone. Domani sarà confezionato per ogni singola persona? Tutta la stagione 6 di Black Mirror sembra essere una riflessione sulle immagini e sul loro senso nella nostra vita di oggi, sul nostro rapporto con esse. Dalle immagini in alta definizione a cui assistiamo comodamente in streaming ogni giorno alle immagini di repertorio, in bassa definizione, che possono custodire la memoria, e forse svelare la verità. Dalle immagini fotografiche rubate, quelle che entrano in quella che dovrebbe essere la vita privata delle persone, ma che la loro fama rende pubblica, fino alle prime immagini che, dalla notte dei tempi, venivano usate per riprodurre la realtà, cioè i dipinti. Ma anche all’immagine che, da sempre, rappresenta la nostra identità, cioè il nostro volto: e se, per una volta, non la rappresentasse? Black Mirror ci racconta tutto questo attraverso 5 episodi, ognuno di genere diverso: la satira, il thriller, la fantascienza distopica, l’horror sovrannaturale e l’horror classico. Generi diversi, stesso messaggio. Da non perdere.

Joan Is Awful: attenzione a termini e condizioni…
Che cosa vuol dire sentirsi la protagonista della propria vita? A Joan (Annie Murphy, bravissima) capita letteralmente. Joan lavora in una grande compagnia hi-tech, dove è la persona che deve comunicare a chi viene licenziato la brutta notizia. Ha una storia finita che non si è lasciata del tutto alle spalle, Mac, e una storia in corso, con Krish. Un giorno, guardando con lui la tv su una piattaforma, che si chiama Streamberry ma è del tutto uguale a Netflix, trova una serie che si chiama Joan Is Awful, Joan è terribile. La protagonista, interpretata da Salma Hayek, ha gli stessi capelli. E sembra vivere in tutto e per tutto la sua vita. Già è imbarazzante per sé vedersi rappresentata sullo schermo. Ma il vero problema è che tutti hanno Streamberry, e tutti vedono ogni cosa fa Joan. È come essere in un acquario, in un Truman Show. Ma come è possibile? Lo scoprirete. Ma fate attenzione ai termini e condizioni che accettate ogni volta che vi iscrivete ad una app… Joan Is Awful è un racconto inquietante, e attualissimo, che diventa un vorticoso gioco di scatole cinesi in cui la percezione naufraga e non sappiamo più cosa è reale e cosa no. E in cui Netflix fa ironia su se stessa. “Hanno preso 100 anni di cinema e li hanno ridotti a una misera app”.

Loch Henry: rinvangare un passato torbido
Anche qui al centro della storia c’è la serialità televisiva, la piattaforma Streamberry, e un produttore di documentari, Historik. Tutto nasce dalla storia di un ragazzo, che da Londra torna nel paesino dove è nato con la sua nuova compagna, per girare un documentario lì vicino. Un amico racconta loro la storia di Iain Adair, un folle che sequestrava le persone e le torturava. La ragazza crede che il loro film dovrebbe parlare di questo, e che debba essere qualcosa che possa essere visto da tante persone. Ma è giusto rinvangare un passato torbido? È giusto riportare alla luce qualcosa che fa così male? Quando è il caso di fermarsi? Oggi che tutti vedono le immagini ad alta definizione, che senso hanno le immagini delle vecchie vhs? Sono sgranate, ma sono la memoria storica; sono imperfette, ma sono legate chiaramente a un’epoca. La riflessione sul mezzo e sui linguaggi è la base di partenza di quello che diventa un thriller, un horror “found footage”, una di quelle storie dove il Male si annida proprio dove non si crede. E poi svolta di nuovo verso una satira tagliente e beffarda sul limite che deve porsi chi racconta le storie. Nel cast c’è John Hannah, l’attore di Sliding Doors e La mummia.

Beyond The Sea: siamo uomini o replicanti?
Siamo in un 1969 alternativo e due astronauti, dalle vite idilliache, sono impegnati in una missione nello spazio. A casa ci sono le loro mogli, i loro figli e… Beyond The Sea è un racconto dal respiro più ampio, più lento e compassato, dove le sorprese sono dietro a ogni angolo. È una riflessione sull’essere umano e la possibilità di replicarlo, che va dritta alla fantascienza distopica di Philip K. Dick e del Blade Runner di Ridley Scott e continuata in decine di libri e film. Che cosa accrebbe se avessimo una replica di noi stessi (un link, così lo chiamano) che ci permetta di essere da un’altra parte, con chi conosciamo, con la nostra mente e un corpo simile al nostro? E se, a un certo punto, potessimo invece “indossare” il corpo di un’altra persona? Beyond The Sea è un vero e proprio film (80 minuti) con il ritmo di un lungometraggio. È fatto di sorprese, e di alcuni esiti prevedibili, e ha un cast di gran classe. Il protagonista è Josh Hartnett, che 25 anni fa era un divo in pectore di Hollywood, e che oggi, invecchiato benissimo, è ancora affascinante e sempre più espressivo. E poi ci sono la Kate Mara di House Of Cards e l’Aaron Paul di Breaking Bad e di Westworld.

Mazey Day: agire o scattare?
È un viaggio indietro nel tempo anche quello di Mazey Day, ma non così tanto. Torniamo a 17 anni fa, ai tempi della relazione tra Tom Cruise e Katie Holmes, e della nascita della figlia Suri. È la radio, in sottofondo, a raccontarcelo, e ci immerge immediatamente in un’epoca. Sono gli anni in cui l’iPod è l’oggetto di culto. Una fotografa (Zazie Beetz) scatta una foto compromettente a un attore che cambia la sua vita e anche quella della sua compagna. La cosa ha dei risvolti anche sulla fotografa che ha scattato la foto, e ora si vede assegnare l’incarico di “paparazzare” un’attrice, Mazey Day, che sta affrontando una fase di riabilitazione. Anche questo episodio è una riflessione sulle immagini – in questo caso le fotografie – e sulla loro capacità di rendere la realtà, e di influire sulla vita delle persone. In un episodio che, a sorpresa, svolta verso l’horror soprannaturale, la riflessione è comunque importante: nel momento del pericolo, che si tratti di aiutare qualcuno o di scappare, il dilemma è: agire o riprendere/scattare? La risposta, nella società dell’immagine, è scontata.

Demon 79: che horror l’Inghilterra degli anni Settanta
Demon 79, quinto e ultimo episodio di Black Mirror 6, è un altro viaggio nel passato: dai caratteri dei titoli di testa, alle immagini di quel colore tenue, tra il grigio e il marrone, con quelle imperfezioni tipiche della pellicola, veniamo trasportati in un horror degli anni Settanta. Al centro della storia c’è una ragazza di origine asiatica che lavora in un grande magazzino di abbigliamento. Siamo alla viglia delle elezioni che consacreranno Margaret Thatcher come nuova premier, e un nuovo leader conservatore sta per salire al potere. La comparsa di un demone offre a quella ragazza l’occasione di uccidere… L’horror classico è la forma di un racconto che diventa metafora politica, e che ci vuole dire come la salita al potere dei conservatori in Gran Bretagna sia stata un orrore. Forse ci vogliono dire che lo è anche oggi, con la Brexit e tutto il resto? Demon 79 è un classico horror anni Settanta, ma gioca sul genere con ironia, con un demone che ha l’aspetto di una disco star anni Settanta e la musica di Boney M, Abba, Madness e Boomtown Rats.

Cosa guarderemo in futuro?
Stiamo guardando Black Mirror comodamente in streaming, ma non siamo così tranquilli, perché ci interroghiamo su quale sarà il futuro delle nostre visioni. E ci immaginiamo contenuti unici e fatti su misura per ognuno degli iscritti alla piattaforma, opere visive che si generano automaticamente grazie ai computer quantistici e ai dati e i consensi che concediamo. Ci aspettano infiniti contenuti generati artificialmente, con buona pace della creatività, di sceneggiatori e attori. In quel primo episodio, Joan Is Awful, metanarrativo, Netflix riflette su se stessa, sullo stato dell’arte, su come la tecnologia possa cambiare la creatività.  Anche Loch Henry è una riflessione sul lavoro creativo di chi fa film e serie, e su quello che la gente vuole vedere, sul fare prodotti per una nicchia ristretta o per un pubblico sempre più ampio, i famosi 190 paesi. A proposito di metanarrazione, attenzione al riferimento a San Junipero.

Le novelle e la loro epifania
Black Mirror è una serie affascinante non solo per i temi che affronta e per il tono, che è sempre inquietante come quello di un thriller ma tagliente e beffard come quello di una pagina satirica. È affascinante anche per la sua struttura narrativa, che è quella letteraria di una raccolta di novelle. Come tali vivono sempre di un’epifania, uno svelamento che dà il senso a tutto il racconto breve. Così si assiste a ogni episodio di Black Mirror in attesa di questa epifania. In questi anni abbiamo sempre visto Black Mirror come una serie che ha ridefinito gli standard della serialità, come punto di riferimento per la qualità della narrazione e anche per la maturità della riflessione sul futuro. “Sembra un episodio di Black Mirror” abbiamo sempre detto, come se fosse un complimento. Ecco, gli episodi di Black Mirror sono qui, finalmente. E sono da non perdere.

di Maurizio Ermisino per DailyMood.it

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Il giovane Berlusconi – dall’11 aprile su Netflix

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Un racconto vero, ironico, controverso, ricco di archivi e storie mai raccontate prima: le testimonianze di uomini e donne che, per motivi diversi, hanno conosciuto Silvio Berlusconi, dagli esordi degli anni ‘70, da Milano 2 all’invenzione della TV commerciale fino alla discesa in campo.

Dentro gli archivi iconici e inediti, e tra le testimonianze dei più stretti collaboratori di Silvio Berlusconi – personaggi noti, ma anche tecnici, autori, pubblicitari, figure chiave che hanno contribuito al suo successo personale e a quello della sua televisione – e di coloro che lo hanno avversato e criticato.

Un racconto avvincente, dietro le quinte dell’impresa culturale che ha cambiato il costume e i consumi di intere generazioni, prima in Italia e poi in tutta Europa, la TV commerciale: “Il giovane Berlusconi” arriva in streaming dall’11 aprile, in Italia su Netflix e a seguire in molti altri paesi partendo da Francia, Germania e Austria dove verrà trasmesso da ZDF Arte e ORF.

La docuserie è una produzione B&B Film in coproduzione con la società di produzione tedesca Gebreuder Beetz Filmproduktion e con l’emittente franco tedesca ZDF Arte, co-finanziata dalla Regione Lazio (Lazio Cinema International), dal programma Media di Europa Creativa, realizzata anche grazie al Tax Credit del MiC.

La docuserie – composta da tre episodi – tratta del successo di Silvio Berlusconi dai suoi esordi come imprenditore all’invenzione della televisione commerciale alla metà degli anni ’70 fino alle elezioni politiche del ’94.

Figlio del boom economico dei primi anni ’60, Silvio Berlusconi si lancia, come molti in quegli anni, nel business dell’edilizia. Realizza Milano 2, una new town avveniristica immersa nel verde, dove per evitare la selva delle antenne sui tetti, si progetta, per la prima volta in Italia, la cablatura di tutta la cittadina con il cavo coassiale. Ed è così che, nel 1974, in un sottoscala nasce una televisione al servizio dei residenti che possono seguire la messa, le riunioni di condominio, le attività sportive dei propri figli e la pubblicità del negoziante sotto casa. Nessuno avrebbe immaginato che da lì a poco la televisione condominiale di TeleMilanoCavo si sarebbe trasformata in uno dei più grandi gruppi televisivi privati europei.

La situazione delle emittenti private a metà degli anni ’70 è paragonabile a un “mucchio selvaggio” e Berlusconi fiuta l’affare: la televisione privata è il business del futuro. Vuole dei programmi vivaci, colorati, ma al tempo stesso rassicuranti, e la pubblicità deve esserne l’anima. Il monopolio della Rai viene aggirato dal cosiddetto “pizzone” di Berlusconi, un nastro registrato con programmi e pubblicità che viene consegnato a tutte le emittenti, sparse lungo il territorio nazionale, affiliate con Canale5, che ha ormai sostituito TeleMilano. Con questo escamotage rudimentale quanto geniale, una piccola televisione locale di Milano riesce a far sentire la sua voce in tutta Italia e a vendere tanta, tantissima, pubblicità.

E così, durante la coda sanguinosa degli anni di piombo Berlusconi fa sognare i telespettatori, raccontando un’Italia che ancora non esiste, ma che si paleserà da lì a poco. Intere generazioni crescono davanti ai teleschermi del gruppo Fininvest, che mandano in onda telequiz, soap opera, telefilm americani, cartoni animati giapponesi, calcio, programmi comici.

Berlusconi parla al consumatore e agli inserzionisti, mentre la TV di Stato si rivolge al cittadino: da questo momento i confini tra i due mondi si faranno più labili, la comunicazione berlusconiana plasma un pubblico nuovo, che presto diventerà elettorato. E non si ferma: per tutti gli anni ’80 l’impero di Berlusconi cresce così a dismisura, inglobando, oltre alle televisioni e alla pubblicità, anche l’editoria, giornali, riviste, assicurazioni, banche, catene di negozi e una squadra di calcio, l’AC Milan, rendendo ancora più popolare la sua immagine di imprenditore di successo.

La docuserie racconta la straordinaria storia di una delle più famose e controverse personalità europee. Tre puntate della durata di 50’ ciascuna, nessun narratore, ma un cast selezionato di testimoni, capaci di confidenze e aneddoti inediti. Un racconto vero, sincero, emotivamente coinvolgente, ricco di storie mai raccontate prima. Oltre alle interviste, la serie è costituita da materiale di repertorio, in parte inedito o raro.

Divertente, sorprendente, ironica: la serie usa la musica, gli archivi e i racconti personali come elementi chiave di una storia di grande impatto visivo, con una forte costruzione drammaturgica, una scrittura capace di raccontare cos’è stato Berlusconi non solo al pubblico italiano, ma anche agli spettatori internazionali.

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Antonia: Chiara Martegiani, le donne dolcemente complicate e l’attitudine punk… Su Prime Video

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Siamo così, è difficile spiegare, certe giornate amare, lascia stare…” Era una canzone che cantava Fiorella Mannoia, si chiamava Quello che le donne non dicono e – anche se l’aveva scritta un uomo, Enrico Ruggeri – raccontava benissimo le donne e quel loro essere “dolcemente complicate”. Quella canzone ci è venuta in mente guardando Antonia, la nuova serie con Chiara Martegiani e Valerio Mastandrea, diretta da Chiara Malta, in streaming su Prime Video dal 4 marzo, proprio perché riesce a raccontarci davvero bene le donne di oggi. E perché riesce a farlo in modo inedito, non allineato. Racconta le trentenni di oggi, e quei momenti in cui capita loro di sentirsi in crisi, di non sapere in che direzione andare. E anche una malattia come l’endometriosi, poco conosciuta, ma che colpisce davvero tante donne. È una serie tachicardica, ritmata, spassosa, e anche dolorosa, che si candida ad essere una delle serie italiane dell’anno. Da non perdere assolutamente.

Antonia (Chiara Martegiani), dopo aver lasciato la sua famiglia poco più che adolescente, ha trovato una sorta di equilibrio a Roma, una giungla urbana ed emotiva perfetta per integrarsi senza dover fornire troppe spiegazioni. Antonia fa l’attrice (in realtà, una comparsa parlante…) in una soap opera, ha un compagno comprensivo, Manfredi (Valerio Mastandrea), e una coppia di amici che ha appena avuto una bambina. Ma, al suo 33esimo compleanno, il suo piano di difesa fallisce: litiga con tutti, viene licenziata e finisce in ospedale, dove scopre di avere l’endometriosi, malattia cronica che, senza che Antonia se ne rendesse conto, ha influenzato tutta la sua vita. Attraverso uno strano percorso di psicoterapia, la scoperta della malattia diventerà però un’occasione per conoscersi e smettere di scappare, iniziando ad affrontare i nodi della sua vita.

Chiara Martegiani, anche autrice della serie insieme a a Elisa Casseri e Carlotta Corradi, tra scrittura e interpretazione riesce a disegnare un ritratto di donna memorabile. Antonia è urticante, scontrosa, insopportabile. Eppure, a suo modo, è adorabile, irresistibile. E poi capiamo ben presto che un motivo perché è così ce l’ha. Per il suo taglio, la sua irriverenza, lo sguardo ironico al femminile, Antonia, ancor prima dell’uscita, è stata definita subito la Fleabag italiana. Ma confessiamo che abbiamo provato subito molta più empatia con Chiara Martegiani e la sua Antonia che con la fredda Phoebe Waller-Bridge.

Labbra rosso Coca-Cola, come diceva un’altra canzone, occhi neri enormi, vispi e caldi, Antonia ha un viso che buca lo schermo e un corpo che lo riempie e detta la linea del film. Antonia ha le gambe lunghissime, l’andatura disordinata e dinoccolata. La sua falcata nervosa e veloce detta il ritmo della serie, che è fremente e indiavolato. La regista Chiara Malta ha scelto di mettere la macchina da presa costantemente su di lei e di costruire il ritratto di una donna scassata, non performante. Ha preso una palla di spugna e l’messa sotto la macchina da presa per dare questo senso di instabilità all’inquadratura, che è l’instabilità della vita di Antonia.

Valerio Mastandrea, compagno di Chiara Martegiani nella vita oltre che sul set, è Manfredi, e porta in scena tutto lo spleen tragicomico che è in grado di dare ai suoi personaggi, il suo lavoro di sottrazione, l’ennesima sfumatura del tipo di uomo che ha raccontato per tutta la sua carriera. Nel ritratto di Manfredi si legge il bisogno di raccontare maschi che di solito non si raccontano, maschi fragili che nella loro fragilità trovano la loro sicurezza. Come faceva, già 40 anni fa, il grande Massimo Troisi. Nel casto ci sono anche Chiara Caselli, la madre problematica di Antonia, Emanuele Linfatti, nel ruolo di Michele, uno sconosciuto che diventa amico di Antonia, Tiziano Menichelli, che dà il volto a Nico, il figlio di Manfredi, e Hildegard Lena Kuhlenberg, che è Gertrud, la pittoresca agente di Antonia che vive perennemente nel passato. Ma a conquistarci sono soprattutto Leonardo Lidi e Barbara Chichiarelli: sono Marco e Radiosa, una coppia che ha appena avuto una bambina. E sono anche loro in crisi, ma di un altro tipo.

Il personaggio di Antonia, lo vedrete, diventerà iconico. Il vestito nero con il colletto bianco e le spalle scoperte è già un cult. Così come il look da uomo, con giacca, camicia e una sottile cravatta scura. O ancora, il giubbino di jeans smanicato, anni Ottanta, con le spalline larghissime, portato con dei pantaloni della tuta in acetato. Nel look, come nel suo muoversi, nel reagire, nel suo essere Antonia sembra avere un’attitudine punk. Come recita il titolo della nota pagina Facebook, “adottare soluzioni punk per sopravvivere” potrebbe essere il sottotitolo della serie.

di Maurizio Ermisino per DailyMood.it

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The New Look: Christian Dior e la creazione come sopravvivenza. Su Apple Tv+

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Se non fosse che The New Look, la serie su Christian Dior, in streaming su AppleTv+ dal 14 febbraio, e Cristóbal Balenciaga, disponibile da qualche settimana su Disney+, appartengono a piattaforme diverse, potremmo pensare che oggi ci sia un universo condiviso dedicato al mondo della moda. Sì, proprio come avviene per i supereroi, quelli della Marvel e della DC. La storia di Dior e quella di Balenciaga, infatti, si intrecciano e vivono nello stesso mondo e lo stesso tempo, la Parigi dell’occupazione nazista dei primi anni Quaranta, dove, tra l’altro, vive un’altra grande della moda come Coco Chanel. Le loro storie hanno un prima e un dopo, ovviamente. Ma è in quel momento, e in quelli immediatamente successivi, che si sono incrociate e hanno lasciato il segno. È in quegli anni che è nata l’idea di Haute Couture, la moda fatta su misura, a mano, con tessuti unici e tagli unici. Un’industria che, come spiega Coco Chanel a un attonito Heinrich Himmler che la vorrebbe spostare da Parigi a Berlino, è composta da circa 20mila artigiani. Il Christian Dior che ci viene raccontato da The New Look è stato una nuova speranza. È stato l’idea che la moda potesse portare una ventata di bellezza e di positività dopo gli orrori della guerra. Oggi, che di guerre ne stiamo vivendo molte, alcune anche vicine a noi, ci piace questa idea che la moda, e in generale la bellezza, possano sbocciare una volta che, come tutti speriamo, le guerre siano spazzate via. È anche con questo mood che dobbiamo vedere una serie come The New Look.

Ambientata durante l’occupazione nazista di Parigi nel corso della Seconda Guerra Mondiale, The New Look si concentra su uno dei momenti più cruciali del XX secolo, quando la capitale francese ha riportato in vita il mondo grazie a un’icona della moda: Christian Dior (Ben Mendelsohn). Mentre Dior sale alla ribalta con la sua rivoluzionaria e iconica impronta di bellezza e influenza, il primato di Coco Chanel (Juliette Binoche) come stilista più famosa del mondo viene messo in discussione. La saga intreccia le storie sorprendenti di personaggi contemporanei e antagonisti di Dior: dalla Grand Dame Coco Chanel a Pierre Balmain, Cristóbal Balenciaga e altri ancora e offre una visione straordinaria dell’atelier, dei disegni e degli abiti creati da Christian Dior grazie alla collaborazione con la Maison Dior.

The New Look si muove quindi nello stesso universo di Cristóbal Balenciaga, ma in realtà è molto diversa. Questo dipende dalla durata delle due serie, 6 episodi quella sullo stilista spagnolo e 10 questa. Ma molto dipende soprattutto sull’impostazione delle due opere. Cristóbal Balenciaga aveva l’intenzione di celebrare lo stilista di Madrid e l’arte del disegno, della sartoria, della scelta dei tessuti, la creazione e il rapporto tra gli abiti e lo spazio. La guerra e il nazismo erano parte di quella storia: veniva raccontata, ma in un episodio solo. Era un capitolo, fondamentale, ma da lasciare poi per andare avanti. Qui il racconto della Parigi occupata dai nazisti, di quegli anni terribili è invece il punto di partenza e il cuore stesso della storia. I creatori della serie, prima che l’arte degli stilisti, vogliono raccontarci il dolore e la sofferenza che li ha animati. Per farci capire come tutta la bellezza che è venuta dopo sia frutto di questo. Di un fango che è diventato il terreno dal quale sono nati i fiori.

Così, almeno per i primi cinque episodi, The New Look è qualcosa di molto diverso da quello che avevamo visto in Cristóbal Balenciaga e di quello che ci aspettavamo. Quei primi episodi sono duri, senza sconti, molto vicini a quei film di guerra e sul nazismo, che sono sempre molto carichi di commozione e che apprezziamo sempre. Ma che, magari, non ci aspettiamo di trovare in una serie dedicata un grande della moda. A tratti la serie scivola anche nella spy story, con la missione di Coco Chanel a Madrid per conto dei nazisti. In questo senso, The New Look pone una questione molto controversa: i diversi livelli di collaborazione con il nemico. Si collabora per sopravvivere, lo si fa in modi diversi. Si può farlo restando il più distante possibile. O avvicinandosi pericolosamente. In questo senso, la storia di Coco Chanel è la più controversa.

The New Look è creata da Todd A. Kessler, sceneggiatore de I Soprano e creatore di serie come Damages e, soprattutto, Bloodline. Una serie fatta di relazioni pericolose e legami familiari. Anche qui i legami familiari (il rapporto tra Christian Dior e la sorella Catherine, interpretata da Maisie Williams) e le relazioni pericolose, come quella tra Coco Chanel e alcuni esponenti del partito nazista, sono il cuore del racconto. Ma da Bloodline, soprattutto, arriva un grande attore come Ben Mendelsohn, che qui ci regala una prestazione sontuosa e carica di sensibilità. La sua interpretazione è tutta giocata sui mezzi toni, su una mimica facciale fatta di tanti minimi tic e di movimenti impercettibili. I suoi occhi azzurri sono finestre attraverso le quali leggere la disperazione, lo spaesamento, la paura, ma anche l’ispirazione e l’orgoglio. La bocca, tremante e mobilissima, la voce tenue contribuiscono al ritratto di un uomo mite e sensibile. Accanto a lui, come una vera e propria coprotagonista della storia, c’è Juliette Binoche, capace di dare corpo a Coco Chanel in tutte le sue contraddizioni, nel suo sarcasmo come nelle sue fragilità. Ma è l’intero cast a brillare: ci sono John Malkovich, nel ruolo di Lucien Lelong, Emily Mortimer, nel ruolo di Elsa Lombardi e Glenn Close nel ruolo di Carmel Snow, la giornalista di Harper’s Bazaar che coniò il termine “new look” assistendo alla prima sfilata di Dior nel 1947.

La storia della moda parigina comincia ad entrare in scena alla fine del quarto episodio quando si racconta come, il 28 marzo del 1945, al Louvre venne aperto il Theatre de la mode, una mostra della moda francese che raccolse oltre 100mila visitatori. Senza modelli e modelle, con abiti creati per essere indossati da manichini in miniatura. Ci parteciparono tutti i grandi nomi della moda francese, che lavorarono insieme a portarono speranza alla Francia. C’erano tutti i grandi nomi che ancora oggi esistono. E salvarono la moda francese dal rischio di estinzione. Tra tutti, i due modelli più apprezzati furono proprio quelli di Christian Dior. Alla fine del primo episodio, durante una lezione alla Sorbona di Parigi, Dior parla della guerra per spiegare il desiderio di sopravvivenza. E per dire una cosa fondamentale. “Per me la creazione è sopravvivenza”.

di Maurizio Ermisino per DailyMood.it

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