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Black Mirror 6: Che cosa guarderemo, e come, su quello schermo nero?

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Che cosa fareste se un giorno, davanti alla tv, vi capitasse di aprire Netflix e di trovare una serie che nel titolo ha il vostro nome e che parla proprio di voi, della vostra vita, anche se nella finzione avete il volto di una star di Hollywood? È lo spunto, inquietante, di Joan Is Awful, il primo dei cinque episodi che compongono la stagione 6 di Black Mirror, la serie cult di Charlie Brooker che da anni ci mette davanti a uno specchio e ci racconta il nostro rapporto con la tecnologia per dirci chi siamo e che cosa siamo diventati oggi. La nuova stagione è disponibile dal 15 giugno su Netflix. In occasione di questa nuova stagione, Netflix riflette su se stessa: al centro dei primi episodi, infatti, c’è Streamberry, una piattaforma di streaming che è in tutto e per tutto simile a lei, e che può arrivare a fare cose molto preoccupanti. È un modo per ragionare sulla società dei contenuti consumati avidamente on demand, dei contenuti costruiti ad hoc per ogni target. Oggi ogni contenuto è creato ad arte per gruppi precisi di persone. Domani sarà confezionato per ogni singola persona? Tutta la stagione 6 di Black Mirror sembra essere una riflessione sulle immagini e sul loro senso nella nostra vita di oggi, sul nostro rapporto con esse. Dalle immagini in alta definizione a cui assistiamo comodamente in streaming ogni giorno alle immagini di repertorio, in bassa definizione, che possono custodire la memoria, e forse svelare la verità. Dalle immagini fotografiche rubate, quelle che entrano in quella che dovrebbe essere la vita privata delle persone, ma che la loro fama rende pubblica, fino alle prime immagini che, dalla notte dei tempi, venivano usate per riprodurre la realtà, cioè i dipinti. Ma anche all’immagine che, da sempre, rappresenta la nostra identità, cioè il nostro volto: e se, per una volta, non la rappresentasse? Black Mirror ci racconta tutto questo attraverso 5 episodi, ognuno di genere diverso: la satira, il thriller, la fantascienza distopica, l’horror sovrannaturale e l’horror classico. Generi diversi, stesso messaggio. Da non perdere.

Joan Is Awful: attenzione a termini e condizioni…
Che cosa vuol dire sentirsi la protagonista della propria vita? A Joan (Annie Murphy, bravissima) capita letteralmente. Joan lavora in una grande compagnia hi-tech, dove è la persona che deve comunicare a chi viene licenziato la brutta notizia. Ha una storia finita che non si è lasciata del tutto alle spalle, Mac, e una storia in corso, con Krish. Un giorno, guardando con lui la tv su una piattaforma, che si chiama Streamberry ma è del tutto uguale a Netflix, trova una serie che si chiama Joan Is Awful, Joan è terribile. La protagonista, interpretata da Salma Hayek, ha gli stessi capelli. E sembra vivere in tutto e per tutto la sua vita. Già è imbarazzante per sé vedersi rappresentata sullo schermo. Ma il vero problema è che tutti hanno Streamberry, e tutti vedono ogni cosa fa Joan. È come essere in un acquario, in un Truman Show. Ma come è possibile? Lo scoprirete. Ma fate attenzione ai termini e condizioni che accettate ogni volta che vi iscrivete ad una app… Joan Is Awful è un racconto inquietante, e attualissimo, che diventa un vorticoso gioco di scatole cinesi in cui la percezione naufraga e non sappiamo più cosa è reale e cosa no. E in cui Netflix fa ironia su se stessa. “Hanno preso 100 anni di cinema e li hanno ridotti a una misera app”.

Loch Henry: rinvangare un passato torbido
Anche qui al centro della storia c’è la serialità televisiva, la piattaforma Streamberry, e un produttore di documentari, Historik. Tutto nasce dalla storia di un ragazzo, che da Londra torna nel paesino dove è nato con la sua nuova compagna, per girare un documentario lì vicino. Un amico racconta loro la storia di Iain Adair, un folle che sequestrava le persone e le torturava. La ragazza crede che il loro film dovrebbe parlare di questo, e che debba essere qualcosa che possa essere visto da tante persone. Ma è giusto rinvangare un passato torbido? È giusto riportare alla luce qualcosa che fa così male? Quando è il caso di fermarsi? Oggi che tutti vedono le immagini ad alta definizione, che senso hanno le immagini delle vecchie vhs? Sono sgranate, ma sono la memoria storica; sono imperfette, ma sono legate chiaramente a un’epoca. La riflessione sul mezzo e sui linguaggi è la base di partenza di quello che diventa un thriller, un horror “found footage”, una di quelle storie dove il Male si annida proprio dove non si crede. E poi svolta di nuovo verso una satira tagliente e beffarda sul limite che deve porsi chi racconta le storie. Nel cast c’è John Hannah, l’attore di Sliding Doors e La mummia.

Beyond The Sea: siamo uomini o replicanti?
Siamo in un 1969 alternativo e due astronauti, dalle vite idilliache, sono impegnati in una missione nello spazio. A casa ci sono le loro mogli, i loro figli e… Beyond The Sea è un racconto dal respiro più ampio, più lento e compassato, dove le sorprese sono dietro a ogni angolo. È una riflessione sull’essere umano e la possibilità di replicarlo, che va dritta alla fantascienza distopica di Philip K. Dick e del Blade Runner di Ridley Scott e continuata in decine di libri e film. Che cosa accrebbe se avessimo una replica di noi stessi (un link, così lo chiamano) che ci permetta di essere da un’altra parte, con chi conosciamo, con la nostra mente e un corpo simile al nostro? E se, a un certo punto, potessimo invece “indossare” il corpo di un’altra persona? Beyond The Sea è un vero e proprio film (80 minuti) con il ritmo di un lungometraggio. È fatto di sorprese, e di alcuni esiti prevedibili, e ha un cast di gran classe. Il protagonista è Josh Hartnett, che 25 anni fa era un divo in pectore di Hollywood, e che oggi, invecchiato benissimo, è ancora affascinante e sempre più espressivo. E poi ci sono la Kate Mara di House Of Cards e l’Aaron Paul di Breaking Bad e di Westworld.

Mazey Day: agire o scattare?
È un viaggio indietro nel tempo anche quello di Mazey Day, ma non così tanto. Torniamo a 17 anni fa, ai tempi della relazione tra Tom Cruise e Katie Holmes, e della nascita della figlia Suri. È la radio, in sottofondo, a raccontarcelo, e ci immerge immediatamente in un’epoca. Sono gli anni in cui l’iPod è l’oggetto di culto. Una fotografa (Zazie Beetz) scatta una foto compromettente a un attore che cambia la sua vita e anche quella della sua compagna. La cosa ha dei risvolti anche sulla fotografa che ha scattato la foto, e ora si vede assegnare l’incarico di “paparazzare” un’attrice, Mazey Day, che sta affrontando una fase di riabilitazione. Anche questo episodio è una riflessione sulle immagini – in questo caso le fotografie – e sulla loro capacità di rendere la realtà, e di influire sulla vita delle persone. In un episodio che, a sorpresa, svolta verso l’horror soprannaturale, la riflessione è comunque importante: nel momento del pericolo, che si tratti di aiutare qualcuno o di scappare, il dilemma è: agire o riprendere/scattare? La risposta, nella società dell’immagine, è scontata.

Demon 79: che horror l’Inghilterra degli anni Settanta
Demon 79, quinto e ultimo episodio di Black Mirror 6, è un altro viaggio nel passato: dai caratteri dei titoli di testa, alle immagini di quel colore tenue, tra il grigio e il marrone, con quelle imperfezioni tipiche della pellicola, veniamo trasportati in un horror degli anni Settanta. Al centro della storia c’è una ragazza di origine asiatica che lavora in un grande magazzino di abbigliamento. Siamo alla viglia delle elezioni che consacreranno Margaret Thatcher come nuova premier, e un nuovo leader conservatore sta per salire al potere. La comparsa di un demone offre a quella ragazza l’occasione di uccidere… L’horror classico è la forma di un racconto che diventa metafora politica, e che ci vuole dire come la salita al potere dei conservatori in Gran Bretagna sia stata un orrore. Forse ci vogliono dire che lo è anche oggi, con la Brexit e tutto il resto? Demon 79 è un classico horror anni Settanta, ma gioca sul genere con ironia, con un demone che ha l’aspetto di una disco star anni Settanta e la musica di Boney M, Abba, Madness e Boomtown Rats.

Cosa guarderemo in futuro?
Stiamo guardando Black Mirror comodamente in streaming, ma non siamo così tranquilli, perché ci interroghiamo su quale sarà il futuro delle nostre visioni. E ci immaginiamo contenuti unici e fatti su misura per ognuno degli iscritti alla piattaforma, opere visive che si generano automaticamente grazie ai computer quantistici e ai dati e i consensi che concediamo. Ci aspettano infiniti contenuti generati artificialmente, con buona pace della creatività, di sceneggiatori e attori. In quel primo episodio, Joan Is Awful, metanarrativo, Netflix riflette su se stessa, sullo stato dell’arte, su come la tecnologia possa cambiare la creatività.  Anche Loch Henry è una riflessione sul lavoro creativo di chi fa film e serie, e su quello che la gente vuole vedere, sul fare prodotti per una nicchia ristretta o per un pubblico sempre più ampio, i famosi 190 paesi. A proposito di metanarrazione, attenzione al riferimento a San Junipero.

Le novelle e la loro epifania
Black Mirror è una serie affascinante non solo per i temi che affronta e per il tono, che è sempre inquietante come quello di un thriller ma tagliente e beffard come quello di una pagina satirica. È affascinante anche per la sua struttura narrativa, che è quella letteraria di una raccolta di novelle. Come tali vivono sempre di un’epifania, uno svelamento che dà il senso a tutto il racconto breve. Così si assiste a ogni episodio di Black Mirror in attesa di questa epifania. In questi anni abbiamo sempre visto Black Mirror come una serie che ha ridefinito gli standard della serialità, come punto di riferimento per la qualità della narrazione e anche per la maturità della riflessione sul futuro. “Sembra un episodio di Black Mirror” abbiamo sempre detto, come se fosse un complimento. Ecco, gli episodi di Black Mirror sono qui, finalmente. E sono da non perdere.

di Maurizio Ermisino per DailyMood.it

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Nord Sud Ovest Est – La leggendaria storia degli 883: Quei favolosi anni Novanta

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Max Pezzali e Mauro Repetto stanno per girare un video, il loro primo, vero, videoclip. Sono in una sorta di hangar e Claudio Cecchetto ha chiamato un regista di grido e una dozzina di modelle tra le più affascinanti sulla scena. Per vestire i nostri eroi ha chiamato lo stilista dei Take That. I due sono vestiti con canotte di rete o di velo nero, trasparenti, hanno delle catene al collo, dei pantaloni larghi. È uno dei grandi momenti – ma ce ne sono tantissimi – di Nord Sud Ovest Est – La leggendaria storia degli 883, seconda stagione della serie di successo Hanno ucciso l’uomo ragno – La leggendaria storia degli 883, su Sky e NOW dal 9 ottobre con i primi due episodi e poi con un episodio alla settimana. Come è andata con quel video e quegli abiti? Max e Mauro hanno deciso di fare di testa loro. Sono andati dal loro negoziante di fiducia a Pavia e hanno scelto i loro costumi di scena. Un chiodo e una giacca più lunga, entrambi di pelle nera, portati sopra un t-shirt scura e una camicia bianca. Anche il regista, poi, avrebbe cambiato idea: nel video si sarebbero visti più loro e meno le modelle. Parliamo del video di Sei un mito. Ed è un modo per dire che, ancora più della prima, la seconda stagione della serie è un viaggio immersivo negli anni Novanta. Gli anni in cui c’erano i dischi in vinile e le cassettine, c’erano i programmi tivù e radio che allora, per noi, che non avevamo smartphone e social, erano molto più importanti di quanto lo sono oggi. Erano gli anni del Festivalbar, del Karaoke di Fiorello, di Radio Deejay e Claudio Cecchetto che non solo mandava in onda i dischi di successo, ma li produceva. Nord Sud Ovest Est è tutto questo. È tanta musica. Le canzoni degli 883, da Come mai a Rotta per casa di Dio. E tutta la musica di quegli anni e di quelli precedenti: Iggy Pop, Simple Minds, Duran Duran, Radiohead, INXS, Smashing Pumpkins. E poi tutta quella dance commerciale che allora ci faceva ballare.

Erano anni semplici, gli anni Novanta. Tutti noi, come Max e Mauro (Elia Nuzzolo e Matteo Oscar Giuggioli), guardavamo all’America e all’Inghilterra come modelli di ispirazione come oggi i ragazzi guardano alla Corea e a Giappone, perché quei mondi ormai li danno per scontati. Ci si vestiva in modo semplice eppure efficace. I chiodi e le giacche di pelle nera, portate sui jeans e una camicia bianca o rossa, per Max. Una camicia celeste o gialla, portata aperta sopra una t shirt bianca, e pronta a svolazzare durante i suoi balli, per Mauro. Ma anche semplici camicie di denim, chiaro o nero, o un gilet di pelle da portare sopra una camicia bianca. Le giacche ampie e colorate, portate sopra pantaloni e maglie nere di Fiorello, con gli immancabili capelli lunghi raccolti in una coda, come li avrebbero poi portati in quegli anni tanti ragazzi. Ma anche le ragazze vestivano in modo semplice. La nostra amata Silvia (Ludovica Barbarito) è spesso in jeans e maglietta. O con uno di quei leggeri vestiti scollati con sotto una t-shirt bianca, come suggeriva la moda americana del grunge e come li portavano le ragazze di Beverly Hills 90210. Eravamo molto semplici. Ma eravamo belli così.

Nord Sud Ovest Est – La leggendaria storia degli 883 inizia dove finiva Hanno ucciso l’uomo ragno. Con una musicassetta che suona un provino di Max. Quel provino, che Max ha intitolato e scritto a penna sulla cassetta con il titolo “Canzone per Silvia”, è Come mai, uno dei più grandi successi del duo. Mauro, però, lo ferma e chiede. “Max, ma io, questa, come la ballo?”. Max, a quel punto, sfonda la quarta parete e si rivolge a noi che lo stiamo guardando. “Tanto lo avrete capito. Questo potrebbe essere l’inizio della fine degli 883”.

La seconda stagione della leggendaria storia degli 883 sta alla prima come il secondo album, Nord Sud Ovest Est, sta al primo, Hanno ucciso l’Uomo Ragno. È più matura, più a fuoco, più universale. Ed espande l’immaginario degli 883. La seconda stagione non è solo la storia di due amici, ma quella di un mondo, una Pavia mitologica con vista su Milano e sullo star system, e uno sguardo ancora più in là, verso il sogno dell’America. Ma Nord Sud Ovest Est non è solo la storia di un sogno. È anche quella del suo rovescio, dei dubbi che assalgono chi ha raggiunto la vetta. Nord Sud Ovest Est, intesa come la canzone ma anche la serie, è la storia di una grande crisi d’identità, di qualcuno che “si è perso nella notte”. In quel “questa io come la ballo?”, in fondo, c’è un’altra domanda, che tutti prima o poi ci siamo posti nella vita: “io chi sono?” “Qual è il mio posto nel mondo?”. A chiederselo è Mauro, ma la domanda se la pongono entrami gli 883. Chi siamo? La risposta è: “non lo so”. E sono queste parole ad entrare nel testo di Nord Sud Ovest Est. E solo adesso capiamo che quell’allegra canzoncina in stile mariachi nascondeva tanta malinconia e disorientamento, perché “forse quel che cerco neanche c’è”.

Nord Sud Ovest Est ci fa vivere da vicino la storia di Sei un mito, quella dei “tappetini nuovi, Arbre Magique”, che era più prosaica di quello che pensavamo. Ci fa capire che la festa di Rotta per casa di Dio era anche piuttosto importante, e il viaggio è stato anche più avventuroso di quello che dice la canzone. Ci fa vivere la ricerca dei “pezzi della maturità”, che i nostri troveranno decidendosi a pubblicare Come mai. Anche se è un lento. Anche se Mauro non la potrà ballare. Anche se, probabilmente, questa cosa lo porterà lontano da Max e dagli 883.

Già, Mauro Repetto, quello che a lungo per noi è stato un mistero. Quello che, ingiustamente, era stato definito “il ballerino degli 883”. Ma che, come abbiamo imparato guardando le due stagioni della serie, era il motore, l’entusiasmo degli 883, oltre che il coautore delle canzoni. Ecco, Nord Sud Ovest Est diventa ancora più intensa quando prova a entrare in quel mistero, a raccontarci tutto quello che è successo da quando i due hanno vinto il Festivalbar e il Festival Italiano con Come mai fino a quando gi 883 sono ricomparsi con Tieni il tempo, ma c’era solo Max con un’altra band. L’uscita di scena di Mauro è avvenuta lontano dalla ribalta, e il finale di questa serie prova a raccontarla. Ed è un momento folle, romantico, dolceamaro. Una delle scene più belle è quella in cui la macchina da presa coglie lo sguardo di Mauro mentre Max canta Gli anni, che ha scritto da solo. È il segnale che Mauro ha assolto il suo compito, proteggere il suo amico. Max, ora, può farcela da solo. E Mauro è pronto per un nuovo ruolo, per una nuova avventura. Sydney Sibilia l’ha fatto di nuovo, ci ha raccontato ancora un’incredibile avventura, una leggendaria storia. Nord Sud Ovest Est è un’altra delle sue storie d’amicizia e di nostalgia, di sogni e di follia, un’irriverente e romantica storia di punk, di pirati e di cowboy. E, come ci insegna Max Pezzali, i cowboy non mollano mai.

di Maurizio Ermisino per DailyMood.it

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Dark Matter: Taron Edgerton e Jennifer Connelly dentro a oscure materie. È la serie dell’anno?

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Che cosa accadrebbe se la polizia vi fermasse e vi chiedesse spiegazioni sul fatto che sono stati trovati tredici cadaveri con il vostro volto e il vostro stesso Dna? Sarebbe difficile da spiegare. È così che inizia la stagione 2 di Dark Matter, su Apple Tv con episodi settimanali. È una serie di cui si parla poco, nel mare magnum dello streaming di oggi, forse perché è su Apple Tv, un servizio che hanno in pochi, forse perché non è una novità ma è alla seconda stagione. Ecco, Dark Matter è una delle serie (e non è l’unica) che vale già da sola l’abbonamento. È una delle migliori serie degli ultimi anni. È una serie che si avvicina molto a Lost e Westworld. Il senso del mistero, il coinvolgimento allo stesso tempo intellettuale ed emotivo, la spinta a continuare la visione e a volerne sempre di più sono le stesse. Come è lo stesso il livello di qualità, cinema trasportato nella serialità.

Ma torniamo un attimo indietro, alla prima stagione, per spiegarvi di cosa si tratta. Dark Matters è la storia di un uomo che si trova in una versione alternativa della sua vita. E non ce n’è solo una, ma una serie di vite che avrebbe potuto vivere. Secondo una teoria della fisica quantistica le nostre scelte possono scatenare ogni volta infinite vite parallele, infiniti mondi. Se non fossero teorici ma reali e qualcuno trovasse il modo per muoversi tra questi mondi, ecco che succederebbe quello che vediamo qui. Al centro della storia c’è una scatola, un cubo nero imponente come il monolite di Kubrick ed enigmatico come il cubo di Rubik.

Avevamo lasciato Jason, il nostro protagonista, arrivato finalmente nel suo mondo, accanto alla moglie e al figlio. A casa sua, in un porto sicuro. Il problema è che, nel suo mondo, si muove anche Jason 2, arrivato da un altro mondo, anche lui innamorato di sua moglie al punto da volersi prendere la sua vita. Lei, una sera, quando Jason 2 si presenta e si fa insistente, gli spara. Quando la polizia li scopre, Jason e la sua famiglia non hanno scelta. Scappare, entrare nel cubo, pensare positivo e trovare un nuovo mondo. Se non un mondo perfetto, quello migliore dove vivere una vita tranquilla. Sembrano trovarlo. Ma, come sappiamo, fino a che il cubo resta aperto e attivo può succedere di tutto.

Dark Matter è una serie incredibilmente magnetica, misteriosa, oscura. È un racconto che vive di una tensione palpabile e costante, di un senso di incertezza e pericolo che si percepisce a ogni sequenza. In questa seconda stagione lo schema è quello di Alfred Hitchcock e degli innocenti in fuga di tanti suoi film. Ma, man mano che la visione prosegue, in Dark Matter pensiamo sempre più a Steven Spielberg. In questa storia c’è la sua gestione della tensione e del mistero, la capacità di tenere lo spettatore sulla corda, ma anche la sua proverbiale attenzione all’umano. Una delle chiavi che rende appassionante questa storia sono i due protagonisti principali, Taron Edgerton e Jennifer Connelly, attraenti e carismatici, ma anche molto affiatati tra di loro. L’empatia con i personaggi è immediata ed è questo che ci tira dentro alla storia.

In questa seconda stagione ci sono poi degli spunti interessanti. Dark Matter sembra voler rispondere a quella suggestione a cui pensiamo in tanti e sempre più spesso. Cioè a come sarebbe davvero un mondo senza internet e senza connessione. In uno dei mondi possibili, infatti, l’uomo non è andato sulla Luna e questo ha fermato tutta un’idea di progresso. È romantico vedere i ragazzi ascoltare dischi e vedere i film in vhs, andare sullo skateboard e duplicarsi la musica. Anche se in questo mondo non si conoscono i Nirvana. Questo mondo, ve lo diciamo, ci piace molto. E piace anche ai protagonisti Ma, in quella che tutti gli effetti un’Odissea, è Itaca, l’approdo finale, la casa, o è solo un’isola in un continuo errare? Lo scopriremo solo vivendo.

Ma in questa seconda stagione Dark Matter diventa sempre più anche una riflessione sulla scienza, e sui confini e i limiti che deve avere l’iniziativa dell’uomo. Lo scienziato deve solo scoprire, innovare, o deve porsi delle domande sull’uso e gli effetti che potrebbe avere la propria scoperta? La risposta che si dicono i personaggi, in un flashback, è che se una cosa può essere fatta, va fatta. L’uomo non si deve fermare.

di Maurizio Ermisino per DailyMood.it

 

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Brothers: Matthew McConaughey e Woody Harrelson sono Fratelli? Su Apple TV

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Uno è da anni uno dei “bellissimi” di Hollywood. L’altro è considerato un duro, un’affascinante canaglia. Sono due modi diversi di essere attraenti. Eppure, se li vedete uno vicino all’altro nelle loro foto da bambini e da ragazzi, Matthew McConaughey e Woody Harrelson si somigliano parecchio. Non è solo un fatto di tratti somatici. È proprio un modo di porsi, di sorridere, di guardare. E se fossero fratelli? È da questo spunto, e da quello che a quanto pare è uno dei rumour più affascinanti di Hollywood, che nasce Brothers, la nuova serie comedy dal 23 settembre su Apple TV. La serie segue McConaughey e Harrelson, che interpretano versioni romanzate di sé stessi, nel momento in cui la cui amicizia viene sconvolta quando scoprono un segreto custodito da decenni: potrebbero essere davvero fratelli.

Dopo che il matrimonio della figlia di Woody va in pezzi, l’attore decide di caricare tutta la famiglia e trasferirsi temporaneamente ad Austin, per trascorrere un lungo periodo nel ranch di Matthew. Quella che inizialmente sembra una vacanza rigenerante prende però una piega inaspettata quando Ma Mac, la madre di Matthew (Holland Taylor), lascia accidentalmente trapelare un segreto sepolto da anni: i due amici potrebbero essere in realtà fratelli.

L’autofiction è sempre interessante. È quel tipo di racconto in cui un personaggio famoso mette in scena se stesso, mettendoci il proprio nome, il proprio carattere, la propria personalità. Quel personaggio non è proprio lui, è “scritto”, è costruito ad arte. Ma è chiaro che porta sullo schermo qualcosa di sé, qualcosa di vero. Un esempio che abbiamo visto di recente è la serie tv Vita da Carlo, con Verdone che recitava in una versione verosimile di se stesso. Anche qui i due attori americani fanno qualcosa di simile: mettono in scena se stessi, esagerando pregi e difetti, vizi e virtù.

L’ultima volta che li avevamo visti insieme erano in una storia dalle tinte completamente diverse. Era la prima stagione di True Detective, serie capolavoro, che li vedeva insieme sfiancati, devastati dal peso del loro lavoro, dai loro fantasmi, da una vita che con loro era stata molto dura. Qui il clima è completamente diverso, solare, divertito e divertente.

Il fatto che, in Brothers, si mescoli realtà e finzione, fa sì che la serie abbia un tono particolarissimo, così come il ritmo. Non sono quelli che troveremmo in un film, ma neanche in una serie convenzionale. È un tono sospeso, giocoso, con i personaggi principali, e i loro attori, liberi di esprimersi, con una recitazione naturale e non effettata. I due ironizzano su alcuni lati del loro carattere e, in fondo, del maschio medio americano di mezza età. E così vediamo le bevute, il rodeo, le battute di caccia. Alla storyline principale, quella dell’amicizia e del segreto che unisce i due, ce n’è un’altra, che vede McConaughey in procinto di candidarsi a governatore. Brothers è la storia di un’amicizia virile, o una “bromance” come si direbbe oggi. Lo avremmo chiamato un buddy movie: per il suo formato la possiamo chiamare buddy serie. Ti amo poi ti odio poi ti amo poi ti odio poi ti amo, come diceva la famosa canzone. Tra i due funziona così.

Brothers parla di due uomini sui cinquant’anni, realizzati ma in qualche modo anche irrisolti. E anche dei rapporti con le loro famiglie, con le mogli e con i figli. Anche con le madri e con i padri, anche con chi non c’è più ma fa sentire la sua presenza. È una storia che gioca con le citazioni, come quella sulla serie Friday Night Lights, o come l’autocitazione in cui McConaughey rifà il famoso rituale che faceva in The Wolf Of Wall Street. Ha momenti molto particolari, come il funerale di un cervo, che è romantico e grottesco allo stesso tempo. Tutto raccontato in un fluire naturale, come la vita. D’altra parte, dobbiamo credere che qui Matthew McConaughey e Woody Harrelson siano davvero loro.

di Maurizio Ermisino per DailyMood.it

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