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Wham!: la band che colse lo spirito degli anni Ottanta è su Netflix

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Avete presente Careless Whisper e Club Tropicana? Sono state delle hit, e noi le abbiamo sempre considerate in questo senso. Eppure ci fu chi, dalla scrivania di una casa discografica, mandò indietro quella cassettina in cui c’erano quei due brani. E disse a due giovanissimi George Michael ed Andrew Ridgeley: “tornate quando avrete una hit”. Certo, quelle canzoni erano ancora nella loro versione demo, una delle due aveva solo una strofa e un ritornello. Ma ci fu chi non riconobbe delle hit dietro a quelle versioni grezze. Capita anche questo nella storia della musica pop. Ed è una delle tante cose interessanti che racconta Wham!, il documentario di Chris Smith che ricostruisce la storia della famosa band degli anni Ottanta, che fu la prima vita artistica di George Michael, ma anche molto altro. Wham! è disponibile su Netflix dal 5 luglio.

“Funk socialmente consapevole”. Così una rivista definisce il primo singolo degli Wham!, Wham Rap!. Parlava di loro due, due giovani disoccupati, lontani da quel mondo di adulti in cui vivevano. Sì, anche grazie a un produttore che viveva vicino a casa loro, poi una casa discografica che li mettesse sotto contratto l’avevano trovata. George Michael ed Andrew Ridgeley, due ragazzi di origini straniere (i genitori del primo venivano da Creta, il padre del secondo era egiziano) erano amici già da giovanissimi, dai tempi della scuola, e da subito avevano in mente di formare una band. Una volta lanciato quel primo singolo, erano convinti che sarebbe stato una hit, ma non entrò neanche nella top 100. La casa discografica pensava che avrebbero dovuto costruirsi una fan base, così i due si lanciano in una serie di apparizioni in piccoli locali in tutta l’Inghilterra, una buona gavetta. Young Guns, il secondo singolo, va meglio, ma arriva al n. 32 della classifica inglese. Si trattava di fermarsi o andare avanti. La svolta arriva quando li chiama Top Of The Pops, al posto di un artista che aveva rinunciato. Gli Wham! adesso sono conosciuti. Provano a rifare la formula del rap impegnato con Bad Boys, ma la cosa non li soddisfa più.

Wham! Andrew Ridgeley and George Michael in Wham! Cr. Courtesy of Netflix © 2023

Così gli Wham! cambiano tutto, con Club Tropicana. È una nuova direzione, una nuova identità. Era il 1983. non c’era più la rabbia del punk. I problemi c’erano ancora, ma si preferiva pensare a ballare o alle vacanze in posti esotici per esorcizzarli. Con Club Tropicana George ed Andrew diventano i veri Wham!. Con quel pezzo, una di quelle canzoni che avevano scritto qualche tempo prima, senza essere mai stati nel posto che raccontavano, gli Wham! riescono a cogliere quello che era lo spirito nascente degli anni Ottanta, quel disimpegno e quella leggerezza di un decennio che voleva lasciarsi alle spalle la durezza di quello precedente. Gli Wham! cominciano a puntare anche decisamente sul loro aspetto fisico. Cosa che è naturale per Andrew, meno per George. “Non mi sono mai sentito un fotomodello come Andrew, ma la gente mi trova attraente come lui” racconta George Michael.

È proprio durante il soggiorno a Ibiza per girare il video di Club Tropicana che George confessa ad Andrew di essere gay. Avrebbe voluto dirlo anche ai suoi genitori ma gli dicono che non è una buona idea. “Quando hai 19 anni ti dicono di non dirlo a tuo padre, andrà su tutte le furie” confessa la popstar. George desidera davvero fare coming out ma poi perde il coraggio. Per necessità decide di dedicarsi anima e corpo all’ evoluzione degli Wham!, creando un nuovo personaggio, per forgiare un’identità attraverso il suo successo. Questa cosa ha influito per gran parte della sua carriera: quel suo sentirsi in gabbia, non poter rivelare la sua identità, lo spinge a volere sempre di più dalla sua carriera, come se uno status di superstar potesse definirlo, dargli quell’identità che non aveva.

Negli anni la capacità di scrittura di George si era sviluppata molto, quella di Andrew meno. Per lui era difficile Così capita qualche attrito: la questione viene chiusa in fretta e i due non devono più parlarne. Esce Fantastic, il loro primo album, va dritto al numero 1 e rimane in classifica due anni e mezzo. Alla critica gli Wham! cominciano a non piacere, perché, a detta loro, hanno perso quel tocco impegnato. Da un pubblico eterogeno passano a un’audience piena di ragazze innamorate di loro. George è infastidito perché non lo prendono sul serio come cantautore. I due si dividono i compiti. Andrew pensa al look, che deve essere giovanile, sportivo: così ecco le felpe della Fila gialle e rosse, i pantaloncini corti. George si occupa della musica. Ma diventa comunque quello che non aveva mai pensato: un teen idol. Per uno insicuro come lui diventa una droga.

In quella prima cassettina, insieme a Club Tropicana, c’era anche Careless Whisper. Ora si tratta di capire cosa fare con questa canzone. Così George va in Alabama per registrare con Jerry Wexler, il produttore di Aretha Franklin e Ray Charles. Ma quella canzone in qualche modo viene snaturata. Così George Michael la incide di nuovo, e la produce in prima persona: esamina 10 sassofonisti prima di scegliere Steve Gregory, che con il suo sax renderà quel brano indimenticabile. Fin dall’inizio sapevano che Careless Whisper sarebbe stato il loro singolo di maggior successo. Ed è proprio Andrew a proporre a George di lanciarlo come singolo da solista. Non c’è nessun litigio, ma la consapevolezza che ci sarebbe stata un’intestazione tra la carriera negli Wham! e la sua carriera solista. Negli Usa, però, la canzone viene lanciata come Wham! featuring George Michael perché lì non erano così famosi e volevano scalare l’America. Un biglietto lasciato a casa di Andy, un mattino in cui aveva dormito da lui, aveva un errore: c’era scritto “wake me up up before you go”. Allora viene aggiunta un’altra “go”. E così quelle parole diventano un titolo perfetto per una canzone: Wake Me Up Before You Go Go. George Michael era chiaramente un autore in grado di scrivere grandi hit, e ora anche un produttore di successo. Il secondo album viene lasciato produrre a loro. È Make It Big, e ora è tutto più grande. Anche il Big Tour, che li porta in tutto il mondo. La musica ha un altro sapore, è molto più soul, con la voce di George Michael in grande evidenza.

Gli Wham!, in quel 1984, sono arrivati già tre volte al numero 1. E sta per arrivare il quarto n. 1 in classifica. In un pomeriggio, a casa dei suoi genitori, George Michael, scrive Last Christmas, una canzone perfetta per andare in testa alla classifica nella settimana di Natale. Il Natale è sempre stato importante per lui, un mondo incantato, fantastico, e quella canzone doveva trasmettere tutto questo. Il video, perfetto per la canzone e passato alla storia, viene girato a Saas-Fee, sulle Alpi svizzere. In quella gita in c’erano tutti i suoi amici. Durante le riprese il regista fa riempire i bicchieri, e l’alcool scorre a fiumi il loro umorismo gioca un ruolo importante. Le cose precipitano e si ubriacano sempre di più, ma il risultato è perfetto.  Tutto è pronto per arrivare al numero uno. Ma, quando tornano dalla Svizzera, arriva una richiesta. Bob Geldof sta registrando una canzone contro la carestia in Etiopia, in Africa. Anche gli Wham! partecipano a quelle registrazioni. Nasce Do They Know It’s Christmas dei Band Aid, che va al numero uno e ci resta per due settimane. Anche i proventi di Last Christmas verranno donati alla causa dell’Etiopia. George è contento. “Ma quel piccolo bastardo insicuro voleva quattro primi posti” dice di sé il cantante.

Wham! è un documento molto importante, non solo perché racconta la storia di una band sottovalutata, e che in Italia è stata raccontata soprattutto dai video e dalle canzoni, spesso trascurando quello che c’era dietro. Ma racconta anche uno show business, quello degli anni Ottanta, in cui il successo era una sbornia, una droga, qualcosa di cui si voleva sempre di più. A George Michael gli Wham! non bastavano più, si vedeva in grado di competere con Michael Jackson, Prince, Madonna. Si considerava un grande autore e un grande interprete. E aveva ragione, lo era. D’altro canto, si parla sempre di George Michael come leader degli Wham!, ma all’inizio è stato Andrew quello più forte, più deciso, quello in grado di dare sicurezza. Quella degli Wham!, se ci pensiamo, è una storia archetipica: quella in cui un amico aiuta l’altro, ne diventa il mentore, gli dà forza lo fa crescere. E poi, quando capisce che è destinato ad altro, deve lasciarlo andare, a malincuore. È un classico.  Il documentario vede Andy scivolare sempre più indietro. Le immagini del Live Aid, dove George canta Don’t Let The Sun Go Down On Me insieme ad Elton John ed Andrew è dietro, a fare i cori, è simbolica. Andrew era stanco di essere considerato il ragazzo fortunato che era capitato vicino a George. È inevitabile per gli Wham! separarsi. Dopo uno storico concerto in Cina e un fortunato tour in America, il 26 giugno del 1986 gli Wham! mettono in scena The Final, il loro ultimo concerto, a Londra, allo stato di Wembley. È la fine di una storia. E un’altra sta per cominciare. George Michael avrebbe venduto 120 milioni di dischi. E nel 2020 Last Christmas sarebbe arrivata finalmente al numero 1 nella classifica inglese.  Gli Wham! non sarebbero mai stati cinquantenni. Sarebbero rimasti l’incarnazione di loro due da giovani.

Ed è anche questa la forza di un documentario senza interviste in primo piano, ma solo con immagini di repertorio, e molte dichiarazioni prese ai tempi del loro successo. George Michael, purtroppo, ci ha lasciato qualche anno fa. Ma questo film viaggia indietro nel tempo, fissa lui e la band in uno stato di grazia. E ci lascia quel senso di spensieratezza che si respirava a quei tempi, senza che nulla faccia pensare alla tragedia che sarebbe arrivata anni dopo. C’è lo spirito degli anni Ottanta, che pochi come gli Wham! hanno saputo incarnare. C’è solo gioia, ottimismo, ritmo e soul.

di Maurizio Ermisino per DailyMood.it

 

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Jane Austen, 250 anni di modernità: un’icona senza tempo su Arte.tv

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A duecentocinquant’anni dalla nascita, Jane Austen non è solo una grande autrice dell’Ottocento: è una presenza viva, una voce che continua a dialogare con il presente e con il nostro modo di leggere l’amore, l’identità e l’indipendenza femminile. In occasione di questo anniversario simbolico, Arte.tv le dedica il documentario Jane Austen: Letteratura, appassionatamente!, diretto da André Schäfer, un ritratto che restituisce tutta la sorprendente attualità della sua scrittura.

In poco più di cinquanta minuti, il film attraversa la vita e l’eredità letteraria di una donna che ha cambiato per sempre il modo di raccontare le relazioni. Austen osservava il mondo con ironia affilata e intelligenza emotiva, trasformando salotti, convenzioni sociali e piccoli drammi quotidiani in un laboratorio narrativo modernissimo. Le sue protagoniste non sono mai figure decorative: sono donne che pensano, scelgono, sbagliano, resistono. Un gesto radicale, per l’epoca, e ancora oggi sorprendentemente attuale.

Il documentario mette in luce come Jane Austen sia stata, di fatto, una pioniera del romanzo “al femminile”, capace di raccontare l’esperienza delle donne senza idealizzazioni e senza moralismi. Pubblicando inizialmente in forma anonima, firmandosi semplicemente “By a Lady”, Austen ha costruito una narrativa in cui l’amore non è mai separato dalla dignità personale, e il lieto fine non coincide con la rinuncia a sé.

Da Orgoglio e pregiudizio a Ragione e sentimento, i suoi romanzi continuano ad accompagnare i primi incontri con la letteratura e a insegnare una lettura lucida delle dinamiche affettive. Personaggi come Elizabeth Bennet restano icone di un’idea di amore fondata sul confronto, sull’equilibrio e sulla libertà individuale, lontana tanto dal cinismo quanto dal romanticismo ingenuo.

Schäfer racconta anche l’eredità culturale di Austen: una scrittrice capace di attraversare i secoli, di ispirare cinema, televisione e pop culture, senza mai perdere la propria identità. Non è un caso che i suoi testi continuino a essere riletti, adattati e reinventati: perché parlano di desideri, contraddizioni e autodeterminazione con una sensibilità che sentiamo ancora nostra.

Jane Austen: Letteratura, appassionatamente! non è quindi solo un documentario celebrativo, ma un invito a riscoprire Austen come icona culturale e lifestyle, una scrittrice che ha saputo trasformare l’ordinario in eterno, e l’intimità in rivoluzione silenziosa.

Disponibile su Arte.tv fino al 13 marzo 2026, è una visione preziosa per chi ama la letteratura, ma anche per chi continua a cercare, nelle storie, uno specchio intelligente del presente.

Regia: André Schäfer
Anno: 2025
Produzione: Germania | Regno Unito

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Festa del Cinema di Roma, Il Falsario: Pietro Castellitto è un artista del falso nel nuovo “romanzo criminale” Netflix

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“Dicono che quando muori la tua vita ti scorre tutta davanti. Io non ho visto un…” Inizia così, con la voce narrante di Pietro Castellitto, alias Toni della Duchessa, Il Falsario, il film di Stefano Lodovichi che è stato presentato alla Festa del Cinema di Roma, nella sezione Grand Public, e che vedremo su Netflix dal 23 gennaio. Toni racconta la storia da morto, come William Holden in Viale del tramonto. “Un prete, un operaio e un artista partono per Roma. Sembra una barzelletta. E invece stavamo per fare la storia”. È questo che ci racconta, entrando immediatamente in empatia con noi, Toni. E parte la musica: Iggy Pop, The Passenger. E capiamo immediatamente che siamo negli anni Settanta.

“Sei un ladro o un artista?” “Che differenza fa?” è il dialogo tra Donata (Giulia Michelini) e Toni (Pietro Castellitto), la gallerista e l’artista, che dà un po’ il senso a tutto il film. Quando Toni arriva in città nel suo bagaglio ha soltanto il talento per la pittura e il sogno di diventare un grande artista. Ma la sua fame di vita, il destino e forse anche la Storia lo porteranno a diventare il più grande di tutti i falsari, nonché una figura centrale nei misteri più fitti del nostro Paese.

Quella de Il Falsario è la Roma degli anni Settanta, delle barbe e dei capelli lunghi, dei giubbotti di pelle. È la ricostruzione storica, perfetta e molto accattivante, di Romanzo criminale. Non a caso alla produzione c’è Cattleya, che aveva dato vita al film e alla serie. È una formula conosciuta è sicura. È qualcosa che sa di già visto. Ma non si tratta di un difetto: non è un già visto che annoia e che troviamo ripetitivo, ma piuttosto il già visto rassicurante, che incanala un film in una categoria precisa e immediatamente riconoscibile. Ed è giusto così. Un committente come Netflix deve andare sul sicuro, deve poter dare al pubblico, italiano ma anche internazionale, un prodotto che possa facilmente capire e adottare. Il falsario è crime ed è period drama, è un gangster movie senza esserlo, è avventuroso e romantico. È un film che, fino a qualche anno fa, sarebbe andato in sala e avrebbe avuto un buon successo. Se Netflix ha deciso di produrlo e destinarlo alla piattaforma avrà sicuramente fatto i suoi calcoli. E, probabilmente, saranno esatti.

La differenza tra il nostro Toni e gli (anti)eroi di tanti crime all’italiana è che lui è un criminale per caso, un uomo che si trova a delinquere e a passare attraverso i lati più oscuri della Storia dell’illegalità italiana suo malgrado, quasi senza rendersene conto. Un po’ un Forrest Gump della malavita. Sembra quasi che non possa farne a meno. Ha un grande talento nelle mani, capaci di dipingere, scrivere e riprodurre qualsiasi cosa, ma non ha la visione e il genio di un artista, non ne ha le idee. È bravissimo solo quando riesce a copiare. E finisce per fare quello. E così, alla fine, finisce per copiare le vite degli altri, quelle dei banditi che si trova intorno.

Proprio come faceva Romanzo criminale, la storia di Toni finisce per incrociarsi con la Storia d’Italia: gli anni di piombo, le Brigate Rosse, le stragi nere, il sequestro Moro, l’assassinio di Impastato. E così, continuando a guardare il film, si rimane affascinati, perché oltre a conoscere la vita particolare di Toni, si ripercorre quella italiana.

Il Falsario è un film di attori. Pietro Castellitto ha il physique du rôle di un artista prestato al crimine che criminale non lo è mai fino in fondo. Come bandito, Toni va avanti fino a un certo punto, ma è inadeguato, improbabile, non credibile. E Castellitto rappresenta bene questo suo essere “alieno” in un ambiente di cui prova a fare parte. Ma sono interessanti molti altri personaggi. Don Vittorio svela un Andrea Arcangeli inedito, pacioso e pulito (ma fino a un certo punto, vedrete…) e in continuo imbarazzo verso tutto quello che fa. Pierluigi Gigante si dimostra ancora una volta versatile, passando agli antipodi dell’arco costituzionale, diventando un terrorista delle BR dopo essere stato un celerino in ACAB: per farlo bisogna essere degli ottimi attori. E in questo eccelle Claudio Santamaria, nei panni del “Sarto”, misterioso uomo onnisciente e onnipotente, probabilmente parte dei servizi segreti, che manipola tutti senza rischiare mai in prima persona. E poi ci sono le donne: una Giulia Michelini mai così luminosa e sexy, una vera sorpresa, e una Aurora Giovinazzo che, seppur in poche sequenze, riesca a illuminare ulteriormente il film.

Il Falsario, allora, è un film furbo, molto furbo, perché prende una bella storia e la veicola attraverso codici narrativi noti ervizi segreti, che manipola tutti dall’ collaudati presso il pubblico. Ma il know-how di chi ha già fatto operazioni di questo tipo la rende un’opera riuscita ed estremamente piacevole. Il fatto che si muova dentro binari già codificati non vuol dire che non possa avere momenti imprevedibili, su tutti il finale a sorpresa. Ma anche alcuni momenti musicali, come Senza fine di Gino Paoli montata su una partita di calcio che sembra presa dal cinema di Salvatores o Il mondo di Jimmy Fontana sull’ultima scena o, ancora, una rapina girata sulle note di Let’s Stick Together di Bryan Ferry.  E ancora, l’evoluzione di Don Vittorio, la sua vanità, tenuta nascosta per gran parte del film e giocata a sorpresa come carta vincente e risolutiva. Per arrivare al messaggio del film, che è uno degli interrogativi chiave dei nostri tempi. “Per arrivare dove vuoi arrivare, cosa sei disposto a fare?”

di Maurizio Ermisino per DailyMood.it

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La storia di Gucci in streaming su Arte.tv

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In occasione della Milano Fashion Week 2025, la piattaforma propone un documentario che ripercorre l’ascesa, le rivoluzioni e i segreti del brand italiano

Arte.tv, la principale piattaforma europea gratuita di streaming dedicata alla cultura, propone in vista della settimana della moda milanese “Lusso, passione e dramma”, un documentario che ripercorre la saga della maison Gucci, il marchio che ha costruito un impero del lusso fondato su pelletteria, identità solida e creatività senza freni.

Per la regia di Olivier Nicklaus, questo lungometraggio racconta l’evoluzione del marchio e come ha saputo resistere a ogni tempesta, partendo dalla fondazione a Firenze nel 1921 come piccola bottega di valigie, fino a raggiungere una clientela internazionale e raffinata, conquistando città come Hollywood, ribattezzando una borsa in onore di Jackie Kennedy e lanciando il suo prêt-à-porter.

L’evoluzione arriva grazie a Domenico De Sole e Tom Ford, rispettivamente CEO del Gruppo Gucci e Direttore Creativo. I due decidono di puntare su una nuova fascia di pubblico, si lasciano alle spalle l’immagine di una borghesia austera per abbracciare una sensualità glamour: il cosiddetto porno chic. Una mossa audace, che porterà il brand a entrare nell’era della finanza dominante, fatta di direttori creativi geniali ma sacrificabili, a partire dallo stesso Ford, licenziato nel 2004.

Con il passare degli anni il marchio si evolve, e con esso i direttori creativi che si alternano in un susseguirsi di visioni e stili differenti, come Alessandro Michele che nel 2015 con le sue silhouette gender fluid, riesce a riportare il marchio al vertice, fino a essere allontanato nel 2022. Nel 2025, Sabato De Sarno lascia il posto a Demna Gvasalia, ex Balenciaga, chiamato ora a reinventare il mito Gucci. Con il contributo di icone della moda come Carine Roitfeld, Salomé Dudemaine o Sara Gay Forden (House of Gucci), Olivier Nicklaus (già noto per il documentario Fashion!) ripercorre con ritmo e precisione la storia della maison, dagli esordi fiorentini al più recente valzer di creativi.

Il documentario è disponibile fino al 27/09/2025 sulla piattaforma arte.tv/it.

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