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The Crown 5: Elizabeth Debicki, Lady Diana nella terra di nessuno

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Nessuno ti spiega come sarà essere separati. È una strana terra di nessuno. O meglio di nessuna. Non sei sposata né single. Né una reale né una del popolo. Una di quelle donne mitologiche metà donne metà uccelli”. La confessione di Lady Diana Spencer, interpretata da Elizabeth Debicki, arriva, struggente, nell’episodio 7 (Nella terra di nessuno) di The Crown 5, la quinta e penultima stagione della serie Netflix, disponibile dal 9 novembre. La serie racconta la storia della Regina Elisabetta II e della Famiglia Reale, dall’ascesa al trono ai primi anni Duemila. Ci sono molti motivi per vedere oggi la serie: la scomparsa recente della Regina Elisabetta, che rende la visione di The Crown più emotiva del solito, ma anche la storia dolorosa di Lady Diana Spencer, una principessa per cui la favola non è andata a finire con il classico “e vissero tutti felici e contenti”. Dopo averci presentato una giovane Diana nella stagione 4, la stagione 5 arriva agli anni Novanta, quelli del divorzio con il Principe Carlo e della fiera di gossip, confessioni e ripicche che hanno portato la Corona sull’orlo del precipizio. Ed è della storia di Diana che vogliamo parlarvi qui.

Mentre la Regina Elisabetta II (Imelda Staunton) riflette su un regno che ha incluso nove primi ministri, l’avvento della televisione per le masse e il tramonto dell’Impero britannico, e sulle nuove sfide si delineano all’orizzonte, il Principe Carlo (Dominic West) spinge la madre ad acconsentire al divorzio con Diana (Elizabeth Debicki), gettando le basi per una crisi costituzionale della Monarchia. La vita sempre più separata tra marito e moglie alimenta numerosi pettegolezzi. Quando lo scrutinio dei media si intensifica, Diana decide di prendere il controllo della situazione e infrange le regole familiari pubblicando un libro che minaccia il sostegno di Carlo da parte dell’opinione pubblica. Mentre entra in scena Mohamed Al Fayed (Salim Daw) che sfrutta il patrimonio e il potere che si è guadagnato da solo per ottenere un posto alla tavola reale per lui e per il figlio Dodi (Khalid Abdalla). Come saprete, le storie di Dodi e Diana si incroceranno. Ma questo lo vedremo nella prossima stagione.

Lady Diana è interpretata da una straordinaria Elizebeth Debicki, che porta in scena in maniera impressionante ogni aspetto della “Principessa del Popolo”. A cominciare da quel mondo tutto particolare di tenere il capo inclinato e di lanciare così quello sguardo tagliente, laterale, un po’ obliquo, dal basso verso l’alto. Quel modo di sorridere, di muovere la bocca, di salutare con la mano aperta, sono i suoi. E poi i capelli, il fisico, gli abiti che hanno fatto la storia. come quel famoso tubino nero che lasciava le spalle scoperte. Sembra davvero di vedere la vera Diana, anzi forse una Diana più reale e potente di quella vera. Il sex appeal di Elizabeth Debicki è naturale e notevole, lo sa chi l’ha vista in Tenet di Christopher Nolan. E proprio grazie a questo l’attrice riesce a rende Diana affascinante, ammaliante, amabile come risultava a tutti quelli che le stavano vicino, e che noi, da lontano forse non riuscivamo a cogliere. Elizabeth Debicki è una Diana iperrealista, che riesce a trasmetterci l’aura della Principessa più ancora delle immagini che arrivavano a noi a noi trent’anni fa.

Una delle chiavi di The Crown 5 è proprio questa. Perché The Crown, che da quattro stagioni ricostruisce in modo sontuoso le vicende dei reali inglesi partendo dagli anni Quaranta, è arrivata, se non ai giorni nostri, molto vicino. Quegli anni Novanta sono stati raccontati ampiamente da immagini televisive, fotografiche, da libri e film, che hanno già dato una loro versione della storia. Quella di Peter Morgan e del suo team diventa allora una sfida con la contemporaneità. Ed è una sfida che viene vinta. Tutti ricordiamo di aver visto le librerie tappezzate dalle copertine del libro Diana: Her True Story di Andrew Morton, il primo che squarciava il velo di Maya, raccontano la vera vita della principessa. Qui capiamo come è nato il libro, con una serie di nastri registrati passati di nascosto al giornalista senza che, ufficialmente, i due avessero mai avuto contatti. E capiamo anche tutto il percorso che ha portato alla famosa intervista di Diana alla BBC, che fece scalpore, e che qui è ricostruita riproducendo le esatte immagini di quel video. In The Crown 5 c’è una grande attenzione a riprodurre fedelmente le immagini che conosciamo e, allo stesso tempo, a viaggiare dentro le dinamiche che hanno portato a quelle immagini e quei racconti. Peter Morgan e i suoi sceneggiatori riescono nella non facile impresa di farci rivivere quegli anni riuscendo a dirci di più, svelando ancora molte cose che non sappiamo. È un lavoro davvero magistrale.

Viviamo così gli amori di Diana, come il medico Hasnat Han, un uomo normale incontrato, per caso, in un ospedale, un uomo dalla vita troppo da comune mortale per continuare a vivere accanto a Diana. E, partendo da molto lontano, The Crown 5 ci prepara a quello che forse non è stato il più grande amore di Diana, ma lo è stato sicuramente a livello mediatico: Dodi Al Fayed. La stagione 5 si chiude proprio mentre sta per iniziare la loro storia, dopo che tutta la stagione ci ha raccontato l’ascesa del padre, il magnate di origine egiziana Mohamed Al Fayed. Se in questa stagione, e la prossima, il racconto si incrocia con quello di Diana – La storia segreta di Lady D, il film del 2013 con protagonista Naomi Watts, nella prossima si incrocerà anche con The Queen, il magnifico film di Stephen Frears, scritto sempre da Peter Morgan, che inizia proprio dalla scomparsa di Diana in quella tragica notte a Parigi. E sarà interessante vedere come Morgan ci racconterà la storia stavolta.

In The Crown 5 è riuscito a farlo in modo molto originale. Se dell’episodio 7 vi abbiamo detto, ci ha colpito anche l’episodio 9, intitolato Coppia 31. Il titolo nasce dalla giornata in cui, in sede legale, viene sancito il divorzio. E Carlo e Diana, quel giorno, sono semplicemente la “coppia 31”, e il loro caso viene esaminato dopo che altre trenta coppie si sono divise. Raccontato con luci livide, con una messinscena scarna, l’episodio passa in rassegna tante storie di gente comune. Da un lato, per contrasto, stridono con i privilegi dei Principi del Galles. Dall’altro, ci fa capire come, in fondo, l’infelicità non risparmi nessuno, nobile o non nobile. Anche i ricchi piangono, come recitava il titolo di quella serie. La Regina Elisabetta (una grande Imelda Staunton), commenterà così. “Che tristezza. Il più grande a acclamato matrimonio della storia che finisce così”.

di Maurizio Ermisino per DailyMood.it

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Bridgerton 3: L’amore è finzione, è solo nei romanzi. O no?

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Carrozze trainate da cavalli, giardini in fiore, colori accesi, corsetti e crinoline. Bastano pochi fotogrammi per capire che siamo nel mondo di Bridgerton. La stagione 3 è finalmente arrivata su Netflix, rilasciata con una modalità tutto particolare: sarà divisa in due parti con la Parte 1 (episodi 1-4) disponibile dal 16 maggio 2024 e la Parte 2 (episodi 5-8) dal 13 giugno 2024. Siamo nel mondo di Bridgerton, dicevamo. Se una cosa si può dire di Shonda Rhimes e della sua factory Shondaland è che riesce a creare prodotti immediatamente riconoscibili. Piaccia o no, Bridgerton è un prodotto di questo tipo: è un brand, un format potenzialmente ripetibile all’infinito, anche se i libri di Julia Quinn da cui è tratta la serie sono limitati.

Come sapete, ogni storia di Bridgerton è parte di un mondo, è collegata alle altre, ma ogni storia è a sé stante, e riparte da capo. I protagonisti delle serie precedenti ritornano ma come guest star, per testimoniare che siamo sempre nello stesso mondo, come garanti di una storia che continua. Ma ogni volta la protagonista è nuova. Qui è Francesca Bridgerton, che nelle precedenti stagioni non avevamo visto, e che è appena arrivata da Bath. Bella, altera, misteriosa e anticonformista, innamorata della musica, Francesca ha il volto freddo, spigoloso, e l’aria algida. Fosse stata in un’altra era, e in altri costumi, Francesca sarebbe stata una classica bionda algida hitchcockiana. Le bionde algide hitchcockiane, in realtà, avevano il fuoco dentro. Sarò così anche per Francesca?

Ma la vera protagonista è un’altra giovane donna al centro della storia, e lei la conosciamo. È Penelope Featherington (Nicola Coughlan), che, come avevamo capito durante la stagione 2, è la penna che si cela dietro all’identità di Lady Whistledown, l’autrice del letto e temuto foglio che racconta i retroscena della vita sentimentale delle persone più in vista. Ancora senza marito, alla sua terza stagione in società, si sente delusa ed emarginata: così chiede al suo amico Colin Bridgerton (Luke Newton) di farle da consigliere per trovare marito.  Ma non sarà questo il suo unico problema: c’è anche l’amicizia con Eloise, la piccola di casa Bridgerton, che è entrata in crisi.

A proposito di Eloise (Claudia Jessie) che, come andiamo dicendo da tempo, è il volto più interessante nella famiglia Bridgerton, non è ancora protagonista assoluta, non è ancora al centro di una storia d’amore. E speriamo che la prossima stagione sia il suo momento. Ma intanto, in questa stagione, ha molto più spazio. Ed è lei, la colta, la lettrice, l’anticonformista, a svelare uno dei modelli di Bridgerton. Accade quando dice di leggere un libro, che si chiama Emma: conferma così come Jane Austen sia uno dei numi tutelari di questa serie.

La terza stagione di Bridgerton punta su temi importanti. Entrando nel mondo di Penelope, capiamo che la scrittura acida e pungente di Lady Whistledown è un modo per rifarsi dalle sue delusioni, dalle sue frustrazioni, dalla solitudine. Si percepisce, in questa storia, l’ansia di una ragazza che non trova marito, il sentirsi etichettare come “zitella”. Era tipico di quella società; ma siamo sicuri che, in certi ambienti, non sia così ancora oggi? Lo chiamano così, “mercato” matrimoniale, e allora funzionava proprio in questo modo. Ma ancora oggi, tra social media e stampa scandalistica, intorno alle relazioni sentimentali c’è un giro di interessi non da poco.

L’attualità di Bridgerton è nel racconto della condizione della donna a quei tempi, che non è del tutto cambiata. È nel racconto del bodyshaming, perché i commenti sulla non conformità del corpo di Penelope, nel momento in cui pare non trovare marito, si fanno sentire. Ed è anche in quel correre del pettegolezzo, le voci che volano e arrivano ovunque e che un tempo erano il pane quotidiano dei giornali e oggi lo sono dei social. Come vi avevamo fatto notare, Lady Whistledown suona come “whistle”, fischio, cioè cinguettio, cioè “tweet”, cioè Twitter.

L’idea che lo charme si possa insegnare, e delle lezioni di fascino e seduzione è una novità nel mondo Bridgerton ma non è del tutto nuova. L’aveva già raccontata Volfango De Biasi in Come tu mi vuoi. Ma quella storia, con personaggi di età diverse, viene ancora più da lontano ed è quella di Pygmalion di George Bernard Shaw. La giovane interprete di Penelope, invece, ha trovato un altro riferimento: Penelope e Colin, secondo lei, sarebbero come Rachel e Ross di Friends.

Rispetto alla stagione 2, che era diventata più casta rispetto agli inizi, Bridgerton 3 promette di essere nuovamente più piccante. Anche se questi primi quattro episodi diffusi da Netflix sono solo un assaggio, solo la prima parte della storia. E – ma in fondo è stato così per tutte le stagioni di Bridgerton – ci hanno emozionato a corrente alternata. Vedremo dove ci porterà il prosieguo. Certo è che vorremmo vedere Penelope finalmente felice. Certo è che vorremmo vedere, come già detto, Eloise protagonista assoluta. Ed è anche certo che, su tutte, c’è una frase che ci ha colpito più di tutte, e che detta il segno di quei tempi (ma un po’ anche dei nostri. La pronuncia Lady Featherington rivolta alla figlia Penelope. “È questo il motivo per cui ti sconsigliavo di leggere. L’amore è finzione. È solo nei tuoi romanzi. Sai cos’è davvero romantico? L’agiatezza”.

di Maurizio Ermisino per DailyMood.it

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Dark Matter: Le vite che non abbiamo mai vissuto… con Joel Edgerton e Jennifer Connelly, su Apple Tv+

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“E se quel giorno, invece di aver fatto quella scelta, avessi…”. Quante volte nella vita ci siamo fatti questa domanda? E quante volte, al cinema, abbiamo visto personaggi in qualche modo sdoppiarsi in due, tra quella che è la loro vita e quella che sarebbe potuta essere? Dark Matter, la nuova serie Apple Original, disponibile dall’8 maggio su Apple Tv+, con i primi due episodi (seguiti da un nuovo capitolo settimanale fino al 26 giugno) ripropone ancora una volta questo tema, ma lo fa con un thriller oscuro e misterioso, intrigante ed ipnotico che tiene incollati allo schermo. Forse è il nuovo Lost, forse non lo è, perché siamo in territori, colori e interrogativi, ma è dalla serie di J.J. Abrams (e, volendo, dalla prima stagione di Westworld) che una serie non ci emozionava in questa maniera. Definito come uno dei migliori romanzi di fantascienza del decennio, Dark Matter è una storia sulla strada non percorsa. La serie Apple lo rende in una forma visiva sublime e con delle prestazioni attoriali estremamente intense. Dark Matter è una delle serie dell’anno.

Jason Dessen (Joel Edgerton) è un fisico, un professore e un padre di famiglia che vive una vita serena e felice a Chicago. Una notte, mentre torna a casa per le strade della città viene rapito da un misterioso uomo con una maschera bianca sul volto. Quando si risveglia, si rende conto di avere a che fare con delle persone che conosce. Tutti lo riconoscono, lui non riconosce tutti. Non riconosce il posto in cui si trova: sono stanze e corridoi grigi, ambulatori e laboratori di quella che sembra essere una grande azienda. Presto si rende conto di trovarsi in una versione alternativa della sua vita. Cerca di tornare alla sua realtà, ma non è affatto facile. Non ce n’è solo una, ma una serie di vite che avrebbe potuto vivere. Nel frattempo vediamo Jason tornare a casa, seppure in ritardo, dall’amata moglie Daniela (Jennifer Connelly). Come è possibile? Presto Jason capisce che dovrà salvare la sua famiglia dal nemico più terrificante e imbattibile che si possa immaginare: se stesso.

C’è una scatola. Dentro c’è un gatto. E un meccanismo che potrebbe farlo morire. Secondo una teoria c’è una possibilità, che il gatto sia vivo e morto allo stesso tempo. È il paradosso del gatto di Schrödinger che, tramite un disegno alla lavagna, Jason spiega ai suoi studenti. Secondo un’affascinante teoria di fisica quantistica le nostre scelte possono scatenare ogni volte infinite vite parallele, infiniti mondi. Proprio come quei videogame a scelta multipla, in cui, a ogni svolta, prende vita una strada diversa. La teoria al centro di Dark Matter è che questi mondi alternativi non siano teorici ma reali. E che qualcuno abbia trovato il modo per muoversi tra di essi. Sì, Dark Matter parla di multiverso. Ma non nella maniera in cui il cinema ne ha parlato finora.

Si tratta di fare una grande sospensione dell’incredulità e di farsi avvolgere dal racconto fino a precipitarvi inesorabilmente dentro. Non sarà difficile sospendere l’incredulità – in fondo non lo facciamo sempre di fronte a una serie o a un film? – e non vi preoccuperete molto di capire la teoria di fisica quantistica alla base del racconto. Perché Dark Matter è estremamente convincente sia per i mondi che costruisce, sia per la tensione e il dramma che provano i personaggi e arrivano dritti allo spettatore.

La regia e la fotografia disegnano un mondo grigio antracite, oscuro e misterioso. È un mondo di strutture metalliche fredde, levigate, di una tecnologia che ci sembra ostica, nemica. I toni dell’immagine poi cambiano, diventando più caldi o più freddi, a seconda della vita che stiamo seguendo. Il centro di gravità permanente della storia è quella scatola, quel cubo nero imponente come il monolite di Kubrick ed enigmatico come il cubo di Rubik. Lasciate ogni speranza voi che entrate, scriverebbe il poeta. Una volta dentro c’è un corridoio – sempre buio, sempre grigio – potenzialmente infinito. È un corridoio doloroso, perché dentro ci sono tutte le nostre occasioni perdute e forse quelle evitate. Ci sono i nostri rimorsi e i nostri rimpianti. Ci sono le nostre paure e le nostre incertezze. E anche le catastrofi.

E dentro questo limbo ci sono le persone, con i loro legami, i nostri sentimenti. Un uomo che vuole tornare dalla donna amata, dal figlio, da quella storia costruita con fatica, compromessi e rinunce, ma che è diventata una casa solida. Torniamo ancora a Lost, sperando di non nominare la parola invano, perché le storie tra Penny e Desmond e Jack e Kate si inserivano nel contesto del mistero, contribuendo e renderlo tutto ancora più intenso e caldo. Se Dark Matter è una serie riuscita lo dobbiamo anche alla trama sentimentale e agli attori che la mettono in scena. Joel Edgerton non è mai stato così a fuoco, così perfetto in una parte in tutta la sua carriera, e questa serie è la sua consacrazione: volto duro, spigoloso, ferito, ma con due occhi che possono essere ghiaccio o sciogliersi in sguardi dolenti e teneri. A tratti sembra di vedere il miglior Kurt Russell. Jennifer Connelly è al solito affascinante, e diversa a seconda dei mondi in cui si trova: moglie semplice e intrigante, con i capelli corti a caschetto e vestiti comodi, o artista irresistibilmente sexy con abiti da sera e capelli lunghi. Un’altra attrice che abbina bellezza e intensità e che, più di vent’anni dopo l’Oscar per A Beautiful Mind, si ritrova in una storia fatta di labirinti della mente.

Che sia il nuovo Lost o meno (quello che scriviamo è rischiosissimo, e ne siamo consci) Dark Matter è una grande serie, una delle serie dell’anno. È un racconto potente, intenso, e originale, pur contenendo in sé una serie di rimandi. L’architettura tecnologica, la famosa scatola dove si muovono i protagonisti (non dimentichiamo la bravissima e affascinante Alice Braga), ci rimanda alla fantascienza di The Cube, non solo per il marchingegno al centro del racconto, ma anche perché la serie, come in quel film, si pone interrogativi chiave delle nostre esistenze, il fondamentale che ci facciamo in questo mondo e dove stiamo andando”. Tra i riferimenti di Dark Matter ci sono anche i film che hanno parlato di realtà parallele, come Smoking/No Smoking e Sliding Doors (per non parlare dei paradossi temporali da Ricomincio da capo a Questione di tempo che finiscono, a loro modo, per creare mondi paralleli), ma l’originalità di Dark Matter è togliere tutto quello che di pop e di commedia ci fosse in quei film per portarci in un mondo angosciante. È c’è anche Face/Off. Pensate all’idea di guardare un uomo in volto, sapendo che dietro quel volto, in fondo, c’è qualcun altro. Altro non possiamo dirvi, non vi resta che sprofondare nel buio di Dark Matter.

di Maurizio Ermisino per DailyMood.it

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Loro: La paura, il terrore e il razzismo arrivano su Prime Video

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Pam Grier appare subito, in una delle prime scene di Loro: La paura (Them: The Scare), seconda stagione della serie antologica horror creata da Little Marvin, disponibile in streaming su Prime Video. La presenza della famosa attrice afroamericana ci vuole dire subito una cosa: la nuova stagione di Loro, ambientata nel 1991, è un omaggio al cinema Blaxploitation degli anni Settanta e a quel cinema degli anni Novanta che lo ha riportato in auge. Ricorderete tutti Jackie Brown di Quentin Tarantino, che aveva scelto Pam Grier come protagonista proprio per riprendere quel mondo. Per questo Loro: La paura è un viaggio tra i Settanta e i Novanta, una nuova storia che rimane perfettamente coerente con quella della prima stagione di Loro.

Loro: La paura è ambientato ancora una volta nella contea di Los Angeles. La prima stagione, Loro: Covenant, era ambientata a Compton nel 1952. Adesso siamo nel 1991. La detective della squadra omicidi di Los Angeles Dawn Reeve (Deborah Ayorinde) è alle prese con un nuovo caso: il raccapricciante omicidio di una madre affidataria che ha lasciato scossi anche i detective più esperti. Nel pieno di un tumultuoso periodo a Los Angeles, con una città sul filo del caos, Dawn è determinata a fermare l’assassino. Mentre si avvicina alla verità, qualcosa di sinistro attanaglia lei e la sua famiglia…

Il senso di Loro, sin dalla prima stagione, è stato quello di sublimare attraverso l’horror l’orrore. Il genere, il soprannaturale, lo spaventoso erano un veicolo per raccontare qualcos’altro di molto raccapricciante: il comportamento dei bianchi verso le persone afroamericane. Così, in Loro: Covenant, seguivamo, sconvolti, quello che accadeva a una famiglia di neri che si era appena trasferita in un quartiere benestante. L’horror arrivava in un secondo momento, era spaventoso, certo. Eppure a lasciarci sconvolti era il comportamento quotidiano delle persone.

Loro: La paura continua sulla sua strada di denuncia sociale, ma l’horror vira più sul thriller. La protagonista, infatti, è un’investigatrice che segue il caso di un serial killer. L’atmosfera funziona, tra colori chiari e omogenei, che ci riportano allo stile di un certo cinema indie anni Novanta, accesi da toni di rosso e nero che sono indispensabili al racconto. C’è molto David Fincher in questa storia. Guardate l’arrivo della polizia sul primo luogo del delitto, e vi verrà in mente l’incipit di Seven, in cui la polizia squarcia il buio con la sola luce delle sue torce. Più tardi, parlando delle modalità di comportamento del killer, si fa riferimento al caso Zodiac, che era stato raccontato da David Fincher nell’omonimo film.

Gli anni Novanta in cui si muove Loro: La paura sono anche quelli del famoso caso di Rodney King, il tassista afroamericano che fu pestato violentemente della polizia nel marzo del 1991, mentre qualcuno stava riprendendo la scena per un video che fece il giro del mondo, denunciando il razzismo e gli abusi della polizia sui neri americani (un caso simile, tristemente, è accaduto di nuovo proprio pochi giorni fa). Il pestaggio a King scatenò violenti disordini a Los Angeles nei giorni successivi alla diffusione del video e ad una grande sommossa un anno dopo, quando i poliziotti accusati vennero assolti. È in questa atmosfera che vive la nuova stagione di Loro. Ed è una grande scelta, perché è un momento chiave del razzismo in America.

Un razzismo che, in Loro: La paura, viviamo però in ogni sequenza. Seguiamo Dawn, che è una donna realizzata, emancipata, una stimata detective del LAPD, ma che è continuamente sminuita in tutta una serie di modi. È razzismo se Dawn viene affiancata da un altro collega (maschio, bianco, più anziano) per un’indagine, e se non viene dato credito alle sue piste. È razzismo se, chiedendo di poter parcheggiare nel cortile del dipartimento, viene apostrofata con epiteti che potete immaginare. È razzismo se, a ogni sua mossa, viene liquidata con delle battute. Se anche una poliziotta viene discriminata, figuratevi chi è al di fuori della polizia.

Dawn è interpretata da Deborah Ayorinde (già nel cast della prima stagione, in un altro ruolo), una vera rivelazione: un volto fiero, un piglio orgoglioso, una personalità notevole e anche una dose di sex appeal che ne fa una protagonista perfetta, un personaggio definito a tutto tondo. L’attrice storica Pam Grier interpreta la madre Athena. I bianchi, e il loro razzismo, sono interpretati da Wayne Knight, caratterista visto in molti film di Hollywood, che è il capo della polizia, Schiff, e da Jeremy Bobb, che è il viscido detective Ronald McKinney, che segue le indagini insieme a Dawn. Ma l’altra rivelazione della serie è Luke James, nel ruolo di Edmund, un ragazzo che lavora in un ristorante – parco giochi per bambini, e che è un aspirante attore. Quando, per prepararsi al provino per il ruolo di un serial killer, comincia a entrare nel ruolo, assistiamo a una serie di trasformazioni, prima goffe e poi sempre più inquietanti.

Loro: La paura viaggia tra gli anni Ottanta e Novanta anche attraverso la musica, black e non solo. C’è il pop di Rockwell con Somebody’s Watching Me (la canzone che era nata come risposta a Thriller di Michael Jackson), il rap dei Run DMC con gli Aerosmith di Walk This Way, il cool jazz di Sade e Your Love Is King. E anche un po’ di sano hard rock, con i Guns’n’Roses e Welcome To The Jungle. Little Marvin, ancora una volta, riesce a colpirci con il perturbante, con la paura che nasce da quelli che dovrebbero essere i luoghi più sicuri, gli angoli della casa. Ma che cos’è dunque la paura? “La paura è il dolore che sorge dall’anticipazione del Male”. Lo diceva Aristotele.

di Maurizio Ermisino per DailyMood.it

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