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Erica Piccotti: “Sono innamorata del violoncello: non lo suono solo con le dita, ma con tutta me stessa”

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Ai tempi del liceo, quelli che sono stati difficili un po’ per tutti, Erica Piccotti era considerata quella ragazza un po’ “strana” rispetto ai suoi coetanei. Era la ragazza che magari non usciva tanto, non andava alle feste, perché passava già tante ore a suonare. Ma la musica è diventa la sua forza, quella che, in quegli anni, dava sfogo a emozioni contrastanti. Quella che le ha permesso di diventare, a 24 anni, una meravigliosa musicista classica, una violoncellista passionale e apprezzata in tutto il mondo. Oggi Erica Piccotti è anche un’attrice. È infatti tra i protagonisti del film 100 Preludi di Alessandra Pescettam prodotto da REVOK in collaborazione con RAI CINEMA, con il contributo del MIC e il sostegno della Regione Emilia-Romagna attraverso EMILIA-ROMAGNA FILM COMMISSION. Il film verrà presentato e premiato il 25 ottobre alla settima edizione del Ferrara Film Corto Festival Ambiente è Musica. La colonna sonora, firmata da Lorenzo Esposito Fornasari, vede la partecipazione della cantante e compositrice australiana Lisa Gerrard (nominata agli Oscar e vincitrice di un Golden Globe per Il Gladiatore), oltre alla straordinaria partecipazione della cantante italiana Elisa, che ha offerto la sua voce per una delle tracce della colonna sonora. Vi presentiamo Erica Piccotti, che racconta la sua arte con passione e naturalezza. È un’artista versatile, che può davvero fare qualsiasi cosa, e arrivare ovunque.

Dove nasce l’amore per la musica e per la musica classica?
Il mio amore per la musica è nato subito nei confronti della classica. Mia madre è pianista e la vedevo suonare il piano a casa. Mio fratello più grande a cinque anni aveva iniziato a suonare il violino. In casa c’era sempre la musica classica. Credo di averla ascoltata ancora nel pancione di mamma. Ho iniziato a suonare a 5 anni: prima il piano, poi il violino, ma non mi convinceva. Mia madre mi ha fatto provare il violoncello, me ne sono innamorata e non l’ho più lasciato.

Che cosa aveva di diverso dagli altri strumenti il violoncello?
La prima cosa che mi ha colpito è stata la posizione, più comoda, in cui viene suonato. Si suona da seduti. Il registro alto del violino mi infastidiva, e nel violoncello ho trovato un registro più caldo, più basso, che mi avvolgeva. È uno strumento che si abbraccia, c’è un contatto che sembra una posizione naturale.

Ha avuto dei modelli mentre imparava a suonare?
Da piccola il mio idolo era una violoncellista, Jacqueline du Pré, un’artista con una vita travagliata, venuta a mancare quando era ancora giovane. Trovavo i video delle sue esibizioni su YouTube. Ero totalmente affascinata e coinvolta dal suo modo di interpretare la musica. Era anche l’unica donna che per me poteva essere un esempio.

Ha raccontato come la musica l’abbia aiutata a dare sfogo a emozioni contrastanti, uscire dalla sua condizione di ragazza considerata “strana” rispetto ai suoi coetanei, che l’ha portata a vivere male gli anni del liceo. Che anni sono stati?
La musica era sia la cosa che mi rendeva diversa, sia quella che mi aiutava, che mi arricchiva. Ed era la cosa in cui sfogavo queste emozioni contrastanti e in cui ritrovavo me stessa. Già dalle medie, e poi al liceo, mi sono sentita quella diversa, un po’ fuori posto. La musica, se la prendi sul serio, richiede molto tempo e sacrificio. Io ci tenevo a sembrare una ragazza normale come i miei coetanei ma la mia vita non me lo permetteva. Magari non potevo andare a molte feste, non potevo uscire con le amiche, e facevo molte assenze a scuola, partivo per lezioni e concerti…

Ma l’idea di fare quello che le piaceva è stata la sua forza…
Sì, per me non è mai stato un peso, mi dava una certa forza. La cosa di essere diversa era una difficolta e mi faceva sentire speciale. L’idea di avere una grande passione mi dava molta forza.

Adesso, a 24 anni, fa quello che ha sempre sognato, ottenendo moltissime soddisfazioni professionali e personali…
Mi sento fortunata. Tutto lo sforzo che ho fatto da ragazza me lo sono ritrovato ora, nell’avere una strada spianata e avere chiari i miei orizzonti. Molti dei miei coetanei hanno dei dubbi su cosa fare, si provano tante strade. Io ho la mia. Ho avuto anche io i miei momenti di crisi dove ho messo in dubbio questa strada, come credo sia normale. Però poi l’ho sempre ritrovata.

La chiave per diventare una musicista classica è la disciplina e lo studio quotidiano?
La musica classica è come lo sport. Anche gli sportivi hanno una disciplina che influenza tutta la vita: quando ti svegli, quello che mangi. Per noi musicisti classici il rigore, la disciplina e lo studio sono importantissimi, ma vanno arricchiti dall’esperienza della vita. Non si può passare la vita solo a studiare. Quello che interpretiamo con la musica è la vita stessa: abbiamo bisogno di esperienze da interpretare.

Come definirebbe il suo stile all’interno della musica classica
Coinvolgente. L’idea che si ha dei musicisti classici è che siano un po’ più distaccati, seriosi. Quando interpreto la musica io sono completamente coinvolta. Lo sento non solo con le dita, ma con tutta me stessa. E secondo me questo arriva al pubblico

Il brano Adios Nonino è un tango. La sua è musica che va oltre gli steccati?
A me piace spaziare non mi precludo nulla, mi diverto. Le basi della musica classica ti permettono di suonare qualunque cosa, un po’ come la ballerina classica che può fare tutto il resto. A me diverte. Questi repertori più leggeri, facili per il pubblico, mi piacciono perché avvicinano un pubblico diverso, non abituato alla classica.

C’è qualcosa nell’ambito della musica che le piacerebbe ancora fare?
Io sono molto affascinata dal cantautorato. Sono una malinconica che ama i cantautori italiani. Mi piacciono Fabrizio De André, Francesco De Gregori. Magari una collaborazione del genere, con un tema al violoncello, mi piacerebbe.

Il cinema è una novità: anche se in un film legato alla musica, ha avuto la possibilità di recitare. Che esperienza è stata? Ha interpretato se stessa e come si è calata nella recitazione?
Mi sono trovata a mio agio nel ruolo. La regista è stata coraggiosa a voler lavorare con me che non ero un’attrice. Senza rendermene conto ho interpretato una parte che un po’ parla di me. Ho trovato molto della mia storia, arricchita da molto altro. Questo mi ha coinvolto molto e mi ha facilitato l’interpretazione

Sempre più spesso oggi il cinema parla di musica, ci sono film in cui il rapporto tra cinema e musica non è solo nella colonna sonora, ma la musica è tutt’uno con il film. Sono mondi che si stanno contaminando più di altri. Che cosa ne pensa?
Era inevitabile. È sempre stato così, un film senza colonna sonora è un film a metà. Ma secondo me ora si sta sfruttando di più il potere che le due espressioni d’arte hanno quando vengono messe insieme. Forse anche per una difficoltà ad attrarre pubblico in due ambiti differenti, oggi si stanno unendo queste due forme d’arte. Credo sia molto intelligente unirle per puntare a un pubblico sempre più ampio.

A 24 anni ha già raggiunto molti traguardi. Dove si vede tra 10 anni?
Spero di continuare a parlare con la mia musica. Ora che mi sono avvicinata alla recitazione penso che l’arte in senso lato sia un grande strumento di comunicazione con cui tutti noi viviamo. E vorrei continuare a farlo, attraverso la mia musica o in altro modo.

di Maurizio Ermisino per DailyMood.it

 

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Pietravento, da Bergamo all’Alta Maremma il progetto di due fratelli che unisce ospitalità e vino

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Pietravento, da Bergamo all’Alta Maremma il progetto di due fratelli che unisce ospitalità e vino

Da Bergamo all’Alta Maremma, passando per un legame tra fratello e sorella e per un progetto nato quasi come una sfida personale. È la storia di Emanuela e Vincenzo Capitanio, bergamaschi, cresciuti insieme e oggi protagonisti di un progetto imprenditoriale che, in poco più di tre anni, ha trasformato un antico casale sulle colline di Campiglia Marittima in una realtà di successo che unisce ospitalità, territorio e vino.

È qui, nel 2023, che nasce Pietravento. A pochi chilometri dalla Costa degli Etruschi, il casale viene completamente ripensato e diventa una dimora di charme immersa tra vigneti e ulivi, con dieci camere, tutte diverse, piscina e ampi spazi all’aperto. Ma Pietravento non è pensato soltanto come struttura ricettiva. Il Podere può infatti essere vissuto anche in esclusiva, per gruppi di amici, famiglie, occasioni private ed eventi, matrimoni inclusi: una formula, apprezzatissima, che amplia l’offerta e rende il luogo particolarmente adatto a chi cerca un’esperienza condivisa e riservata. Non solo in estate, ma durante tutto l’anno.

DUE BERGAMASCHI, DUE PROFESSIONALITÀ, UN PROGETTO COMUNE. Alle spalle di Pietravento ci sono due percorsi professionali diversi, ma complementari. Vincenzo Capitanio, attraverso la sua azienda Archeo di Dalmine, specializzata nella progettazione, ristrutturazione e riqualificazione di immobili, ha seguito la trasformazione del casale, dalla progettazione alla realizzazione degli spazi. Emanuela Capitanio, imprenditrice nel settore della comunicazione e fondatrice dell’agenzia di ufficio stampa ed eventi WonderComunicazione, ha costruito l’identità del progetto e il modo di raccontarlo. Due competenze differenti che riflettono anche due personalità differenti. Da qui nasce il nome Pietravento: la pietra rappresenta Emanuela, concreta e determinata; il vento Vincenzo, creativo e visionario. Due elementi diversi, ma complementari, proprio come i due fratelli.

Il legame con Bergamo rimane una parte importante della loro storia. Emanuela e Vincenzo sono infatti cresciuti in città e hanno costruito qui le proprie esperienze professionali, prima di scegliere di investire in un territorio che frequentavano sin da bambini e con il quale avevano sviluppato negli anni un rapporto profondo.

DALL’OSPITALITÀ AL VINO: LA CANTINA PIETRAVENTO. Non solo ospitalità. Pietravento è anche una cantina. Nata nel 2024 con L’Inizio, il primo vino prodotto dalla tenuta, la cantina si amplia oggi con Bolla 9, una nuova bollicina rosé dal carattere contemporaneo. La cantina rappresenta una naturale estensione del progetto: un altro modo per raccontare il territorio e dare forma alla visione dei due fratelli, creando una realtà capace di esprimere il carattere dell’Alta Maremma attraverso uno sguardo personale, mettendo insieme accoglienza, territorio e imprenditorialità.

UN PROGETTO CHE CRESCE, TUTTO L’ANNO. Oggi Pietravento è una realtà in evoluzione, che guarda oltre la stagionalità e punta a consolidare la propria identità di destinazione da vivere durante tutto l’anno, andando oltre l’estate. L’autunno rappresenta in questo senso un momento particolarmente interessante: il clima ancora mite, il paesaggio che cambia, la possibilità di alternare mare, natura, borghi ed enogastronomia, godendosi ritmi più lenti, rendono l’Alta Maremma una destinazione adatta anche ai soggiorni fuori dai classici picchi turistici.

«Siamo due fratelli bergamaschi e Pietravento nasce proprio dalla nostra storia e dalla voglia di costruire qualcosa insieme, anche se lontano da casa. Siamo cresciuti molto uniti, ma abbiamo caratteri e professionalità diverse: è stato naturale trasformare queste differenze in una forza, in un progetto comune. Abbiamo scelto l’Alta Maremma perché è un territorio che conosciamo e frequentiamo da sempre e nel quale abbiamo visto un luogo in cui poter costruire qualcosa di nostro. E, dopo aver dato vita al Podere e all’ospitalità, il vino è diventato una nuova espressione del progetto, prima con L’Inizio e oggi con Bolla 9. Sono due vini diversi, ma hanno la stessa origine: la voglia di raccontare questa terra attraverso il nostro sguardo», raccontano Emanuela e Vincenzo Capitanio.

A poco più di tre anni dalla sua nascita, Pietravento continua così a crescere, portando nell’Alta Maremma la visione e le competenze di due fratelli bergamaschi che hanno scelto di trasformare un legame familiare e una passione condivisa in un progetto imprenditoriale concreto.

PIETRAVENTO
www.poderepietravento.com

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Torna il dAS Festival a Piacenza

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Innovazione coreografica e danza che si rinnova, ricercando però gli spazi più familiari della sua nascita di condivisione e convivialità, un nuovo mood della danza?Forse. A Piacenza tornano Xavier Le Roy, Noé Soulier, Jesús Rubio Gamo e Simona Bertozzi nel festival sempre più disciplinare di Riccardo Buscarini che porta il mood della danza alle vette della musica e della performance in quelli che sono però i giardini e palazzi più belli della città di Piacenza.
Signori e nobili si nasce e la danza è per sua natura l’arte che meglio esprime signorilità, nata e crescita in contesti  di tutti i tipi e ceti sociali, certo e per questo il mood della danza è tanto apprezzato ed amato. Ma se i balli ed i balletti cortesi sono stati la vera essenza della danza di un tempo che fu, frutto di vera condivisione e convivialità, è possibile ai giorni nostri? A Piacenza, torna nei palazzi signorili e nobiliari, la danza del dAS festival a darne dimostrazione dal 17 al 20 settembre e che la porta nel vivo del suo cuore più internazionale artisti e progetti unici nel proprio genere.
Come recita il comunicato stampa : “cuore del cartellone è la danza con ospiti internazionali come il coreografo francese Noé Soulier (19 settembre), direttore del CNDC di Angers, con Le Royaume des ombres e Signe blanc, interpretato da Vincent Chaillet (già primo ballerino dell’Opéera de Paris); domenica 20 doppio appuntamento: la prima nazionale di Estudios Elementales di Jesús Rubio Gamo (danza) e Luz Prado (violino) precede la serata in onore di Xavier Le Roy, artista di fama mondiale che ha creato lavori per alcune tra le più importanti realtà culturali mondiali: dalla Berliner Philharmonie al Centre Pompidou di Parigi, al MoMA di New York, che riallestisce e interpreta la sua versione de Le sacre du printemps nel 20esimo anno dalla creazione. Le Roy riceverà la Moneta d’Oro per l’innovazione coreografica, novità di questa edizione di dAS”.
Se insomma il mood della danza ha bisogno di una cornice estetica,il  festival di Piacenza ne offre una fatta di palazzi e cortili ad artisti del panorama italiano (ed internazionale) unici anche nella ricerca espressiva. Proprio sui luoghi che da fisici diventano suggestioni narrativa del corpo. Dove l’ispirazione proviene spesso proprio dai luoghi, ecco che come nel caso del progetto di Simona Bertozzi sui mosaici della Villa del Casale in Sicilia, a Piazza Armerina dal titolo”Le Palestriti” il corpo diventa arco, pronto con la sua freccia a rendere la danza tessuto narrativo.
Un mood della danza che abbraccia i luoghi che incontra. Li vive e poi li offre al pubblico in un teatro nuovo, fatto di cortili e palazzi, non un “semplice” teatro.

Quasi che il teatro come luogo fisico, non basti più per contenere questo avvicinamento ad un pubblico sempre più eterogeneo e poco disposto all’attenzione offerta da una poltrona, seppur comodissima, di un teatro . E la danza? Come nel caso del festival dAS, quella “vera” e fatta come ricerca sempre più espressiva dai suoi professionisti , si offre ad un pubblico sempre più trasversale ed eterogeneo con passione e dedizione. Nuova frontiera del mood della danza tra innovazione e rinnovamento? Chissà.

di Cristina T. Chiochia per DailyMood.it

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Walter Farnetti, l’amore al gusto di gin tonic

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Pasticcini, notti d’estate e sentimenti contraddittori in Wonderful Pasticcino

Storico dell’arte, bidello e osservatore appassionato delle contraddizioni umane, Walter Farnetti esordisce con un romance folle, brillante e popolato da personaggi che non sanno stare fermi dentro una definizione.

Basta uno sguardo sul bordo di una piscina per mettere in moto Wonderful Pasticcino, il romanzo d’esordio di Walter Farnetti, pubblicato da Arkadia nella collana LOVER. A incrociarlo sono Elena, frizzante, paranoica e incline alle cotte fulminanti, e Luca, placido, bellissimo, enigmatico. Entrambi lavorano per la Miliardaria, una tiranna che impartisce ordini in un idioma fatto di inglese, italiano e perfidia.

Da quell’incontro nasce una tempestosa ricerca per ritrovarsi: una caccia al tesoro sentimentale che trascina amici, parenti, colleghi e passanti in un vortice di disavventure, eccessi e ripensamenti. Pasticcini, cocktail, spiagge e selvagge notti d’estate compongono una commedia romantica in cui perfino gli oggetti possono dire la loro.

La sua biografia d’autore sembra già una dichiarazione di poetica: capelli lunghi, una laurea in Storia dell’Arte, il lavoro di bidello, passioni che vanno dall’architettura alla teologia, dai sentimenti contraddittori alle cantanti da ballo di Chianciano Terme. È da questo sguardo colto, ironico e felicemente laterale che nasce un romance capace di prendere sul serio l’amore senza rinunciare al gusto dell’assurdo.

L’intervista

  1. La tua biografia è già un piccolo racconto surreale, tra Storia dell’Arte, teologia, cantanti da ballo di Chianciano e Monica Bellucci che scende da una barca. Quanto di questo sguardo ironico e laterale è entrato in Wonderful Pasticcino?

Nella mia vita, ancora, e ancora mio malgrado, continuano ad assumere un’importanza struggente cose che non contano nulla. Sono un grande spettatore di minuzie, tic, tutte le frattaglie dell’esistenza. Ho uno sguardo innamorato verso gli occhi, le rughe, le mani, il modo in cui la commessa srotola lo scontrino alla cassa (di recente, a Ladispoli, una lo ha fatto con tanta rabbia e confusione che Paolo Crepet potrebbe scriverci il prossimo saggio). Direi che questo sguardo laterale (depurato dai ricordi del catechismo, mediato dalla fede in Sergio Mattarella, comunque pre-filtrato dal mio avvocato) è stato il motore del libro.

  1. Wonderful Pasticcino è il tuo romanzo d’esordio: qual è stata la prima immagine, frase o ossessione da cui è cominciata la storia?

Ragionavo da tempo sull’immagine di una piscina all’aperto; lo strano silenzio e lo strano vocio delle piscine d’estate. L’acqua che è calda, una foglia, un moscerino; macchie di crema solare, riviste aperte a metà. Quell’incomprensibile grumo di desiderio, accidia. Avere voglia di cambiare il mondo e decidere in ultimo che il modo migliore per farlo sia restarsi a piastrare sulla sdraio.

  1. Tutto nasce da uno scambio di sguardi sul bordo di una piscina. In un tempo di chat, profili e relazioni filtrate dagli schermi, che cosa ti affascina ancora del colpo di fulmine?

Il colpo di fulmine è un atto di coraggio, di spregiudicatezza, di prepotenza; un vero gesto punk, pura voglia di vivere e eterna gioia di fare polemica. Chat, foto, filmati impongono mediazioni, differite. Lontananze. L’uomo spregiudicato di fronte a tutto alza il mento e dice: “Ah, sì? E allora mi innamoro!”.

  1. Elena è frizzante e paranoica, Luca placido ed enigmatico: li hai costruiti come opposti destinati a completarsi o come due modi diversi di complicarsi la vita?

Secondo me tutti i nostri atteggiamenti, gioia e mistero, frizzantezza e malinconia, non fanno altro che rimandare l’incontro con se stessi, mascherare lo stralunato, abissale vuoto dell’uomo di fronte alla propria finitudine. Ma, con la proverbiale bonomia di quando d’estate mi si schiariscono i capelli, diciamo pure che sono opposti che si attraggono.

  1. La Miliardaria parla una lingua inventata, fatta di inglese, italiano e perfidia. Come è nato questo personaggio e che rapporto c’è, nel romanzo, tra linguaggio e potere?

C’è stato un periodo in cui ascoltavo molte interviste a Raz Degan; una volta ho incontrato Corinne Clèry in un ristorante. Lavoro coi bambini, talvolta mi impigrisco e non finisco le frasi. Uso il traduttore di Google, mi piace Giusy Ferreri, c’è un ristorante giapponese a Viterbo in cui la proprietaria cinese parla umbro. Direi che in me si è sviluppata un’attrazione per le lingue irreali, che, violando le leggi, finiscono per diventare più personali, coinvolgenti.  Il personaggio della Miliardaria è nato pensando che in ognuno di noi ci sia una Miliardaria, che vuole tutto, e vuole piangere di tutto, e vorrebbe poter comprare tutto. E quella Miliardaria in noi esprime il suo potere esattamente così: come un bambino, come uno scemotto, come Raz Degan.

  1. Nella storia tutti contribuiscono al racconto, persone e perfino oggetti. La tua formazione in Storia dell’Arte e l’interesse per l’architettura ti hanno insegnato a guardare gli spazi e le cose come presenze narrative?

Ho un grande amore per gli oggetti: li contemplo, li analizzo, spessissimo li rompo. Rompo molte tazze, molti bicchieri, tutte le chiusure lampo. Credo mi piaccia segretamente scoprirne l’origine, il principio nascosto. Quando la regina Elisabetta indossava un gioiello, era così importante; quando Franco il netturbino carica il camion, niente vale niente, le cose sono solo cose. E tutte le cose della nostra vita sono così: importantissime, e non contano niente.

  1. La ricerca di Elena e Luca attraversa pasticcini, cocktail, spiagge, eccessi e passi indietro. Quanto era importante che l’estate non fosse soltanto uno sfondo, ma una vera temperatura emotiva del romanzo?

Volevo che l’estate fosse proprio l’orizzonte, l’atteggiamento. D’estate facciamo – ci concediamo, osiamo – ciò che in ogni altra stagione sarebbe inopportuno, impensabile. E’ la ragione per cui a Ferragosto anche la severissima impiegata della Asl balla la pizzica.  Il regalo che ci fa l’estate è sperimentarci: provare vite che ci illudiamo di proseguire, immaginarci in luoghi lontani, cambiare volto, cambiare asciugamano. Fare acquagym. I personaggi che sbocciano d’estate possono permettersi tutto.

  1. Il pasticcino del titolo è una promessa di dolcezza, ma la storia è anche magnifica, tormentata e innaffiata di gin tonic. Come hai scelto il titolo e quale sapore volevi lasciasse al lettore?

C’è stato un giorno a Venezia in cui passeggiavo con mia moglie accanto a una barca, poi un leone di pietra, poi un ponte, un altro ponte. “Voglio un titolo assurdo, dolce, sprezzante: Beautiful bocconcino… Italian boy-smack”.  Volevo insomma che fosse divertente, ma avesse anche dei significati.

  1. Il romanzo gioca con i codici del romance e conserva un tono comico, quasi irriverente. Come si fa a prendere sul serio i sentimenti senza diventare solenni e a farne sorridere senza scivolare nel cinismo?

Tratto i sentimenti come gli oggetti. I sentimenti sono sempre – e sempre insieme – la corona della Regina Elisabetta e i soprammobili buttati via da Franco il netturbino: contano tantissimo, e niente.

  1. Dopo questo esordio, che cosa speri trovi il lettore in Wonderful Pasticcino e quale contraddizione, sentimentale o letteraria, vorresti esplorare nel prossimo libro?

Spero che il lettore abbia una parentesi di spensieratezza, quel genere di spensieratezza che ti fa venire voglia di buttare via una bomboniera o di laurearti da vecchio. Quanto al futuro, sto studiando la complicata interrelazione tra innamoramento e prove allergiche. Cioè: si può comunque essere seduttivi se si è allergici al lattosio?

di Redazione

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