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Le stelle di Venezia 81: Brad Pitt e George Clooney, Tilda Swinton e Julianne Moore, Joaquin Phoenix e Lady Gaga, Angelina Jolie e Jude Law

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Il cinema è sogno, è arte, è viaggio, è cultura. Ed è anche fascino, seduzione, glamour e moda. Tutto questo si può racchiudere nei volti e nei corpi delle star, quelle che da che il cinema è nato ci prendono, ci guardano negli occhi e ci trascinano irresistibilmente dentro una storia. E allora chi comincia ad avvicinarsi all’81° edizione della Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica della Biennale di Venezia, che si svolgerà dal 28 agosto al 7 settembre 2024, non rimarrà deluso. I divi e le dive ci saranno, e ci faranno ancora una volta sognare. Al Lido arriveranno Brad Pitt e George Clooney per Wolfs – Lupi Solitari di Jon Watts, fuori concorso; Tilda Swinton e Julianne Moore per The Room Next Door di Pedro Almodóvar, Joaquin Phoenix e Lady Gaga per Joker: Folie à Deux di Todd Phillips, Angelina Jolie per Maria di Pablo Larraín, Jude Law per The Order di Justin Kurzel, Nicole Kidman e Antonio Banderas per Babygirl di Halina Reijn, Daneiel Craig per Queer di Luca Guadagnino, tutti in concorso. Il film d’apertura, fuori concorso, era già noto: è Beetlejuice Beetlejuice Tim Burton, che porterà al Lido altre star: Michael Keaton, Winona Ryder, Monica Bellucci e Jenna Ortega.

Autori internazionali in concorso: Pedro Almodóvar, Pablo Larrain, Walter Salles, Todd Phillips

Ma andiamo con ordine. Il programma di Venezia 81 è fatto di un concorso già di per sé molto ricco, variegato, sfaccettato. Iniziamo dai nomi internazionali. The Room Next Door, il primo film in lingua inglese di Pedro Almodóvar, con Tilda Swinton e Julianne Moore, è uno dei titoli più attesi. L’altro, annunciato da tempo, è Joker: Folie À Deux di Todd Phillips con Joaquin Phoenix e Lady Gaga. Maria di Pablo Larrain è dedicato a Maria Callas, con Angelina Jolie, Pierfrancesco Favino e Alba Rohrwacher nel cast. Altro grande nome è I’m Still Here del brasiliano Walter Salles con Fernanda Torres e Selton Mello. Dall’argentina arriva Kill The Jockey di Luis Ortega, un film pieno di sorprese. Sono tre i film francesi in concorso: Leurs enfants après eux, di Ludovic e Zoran Boukherma, Jouer avec le feu (The Quiet Son) di Delphine e Muriel Coulin con Vincent Lindon, e Trois amies di Emmanuel Mouret. Il cinema americano porta al lido The Brutalist di Brady Corbet con Adrien Brody e Guy Pearce, e Babygirl di Halina Reijn, un thriller erotico con Nicole Kidman e Antonio Banderas. Dal Canada arriva The Order di Justin Kurzel, con Jude Law, Nichoas Hoult e Tye Sheridan. Sono nomi meno noti, ma saranno in grado di stupirci, film come Love, di Dag Johan Haugerud, che arriva dalla Norvegia, April di Dea Kulumbegashvili, in arrivo della Georgia, e Harvest, film inglese di Athina Rachel Tsangari con Caleb Landry Jones, il protagonista di Dogman di Luc Besson. Dall’Oriente arrivano Qing Chun Gui (Youth – Homecoming) di Wang Bing, film cinese, e Stranger Eyes di Yeo Siew Hua, da Singapore.

Gli italiani in concorso: Guadagnino, Amelio, Piazza e Grassadonia, Steigerwalt, Delpero

I film italiani in concorso sono 5. Il più atteso è una coproduzione Italia-USA, ed è Queer di Luca Guadagnino, tratto dal romanzo di Burroughs, con Daniel Craig che si mette in gioco in un ruolo inconsueto. In concorso ci sarà Campo di battaglia di Gianni Amelio con Alessandro Borghi, ambientato durante la Prima Guerra Mondiale, nel periodo della prima grande pandemia, la Spagnola che fece più morti della guerra. È molto atteso anche Iddu di Fabio Grassadonia e Antonio Piazza, la storia di Matteo Messina Denaro, raccontata in maniera immaginifica e farsesca, con Elio Germano e Toni Servillo. Tra gli italiani in gara ci sono, finalmente, anche due donne. Vermiglio è diretto da Maura Delpero: è ambientato sulle Dolomiti, verso la fine della Seconda Guerra mondiale, girato con pochi attori professionisti e molti attori non professionisti. Diva futura è diretto da Giulia Louise Steigerwalt con Pietro Castellitto, Barbara Ronchi e Denise Capezza e racconta la storia di Riccardo Schicchi, che negli anni Ottanta e Novanta sconvolse l’Italia con la pornografia.

Fuori Concorso: Tim Burton, Pupi Avati, Takeshi Kitano, Harmony Korine

Come dicevamo sopra il film d’apertura, fuori concorso, è Beetlejuice Beetlejuice Tim Burton con Michael Keaton, Winona Ryder. Il film di chiusura sarà L’orto americano di Pupi Avati. Il film più atteso è Wolfs – Lupi solitari di Jon Watts, con due divi come Brad Pitt e George Clooney. Tra i film fuori concorso vedremo Il tempo che ci vuole di Francesca Comencini, con Francesco Gifuni e Romana Maggiora Vergano. Ci saranno Phantosmia di Lav Diaz, Broken Rage di Takeshi Kitano, Baby Invasion di Harmony Korine, Finalement di Claude Lelouche, e Se posso permettermi Capitolo II, corto di Marco Bellocchio. Nella sezione proiezioni speciali vedremo Leopardi: Il poeta dell’infinito, di Sergio Rubini, miniserie che andrà in onda su Rai 1, con Alessio Boni e Valentina Cervi, Master And Commander di Peter Weir con Russell Crowe e Paul Bettany, film del 2003, e Beauty Is Not A Sin, di Nicolas Winding Refn, corto che verrà proiettato prima della versione restaurata del suo The Pusher.

Le serie fuori concorso: Cuaron, Sorogoyen, Vinterberg e Joe Wright

Il programma dei fuori concorso propone anche quattro serie tv. Sono Disclaimer di Alfonso Cuaron con Cate Blanchett, Los Anos Nuevos di Rodrigo Sorogoyen, Familier Som Vores (Families Like Ours) di Tomas Vinterberg e M: Il figlio del secolo, tratto dal romanzo di Antonio Scurati, diretta da Joe Wright, con Luca Marinelli, una storia d’Italia dall’ascesa di Mussolini al delitto Matteotti.

Orizzonti: apre Valerio Mastandrea

Il concorso di Orizzonti sarà aperto da Nonostante di Valerio Mastandrea, storia di un uomo che trascorre serenamente le sue giornate in ospedale senza troppe preoccupazioni, ma sarà scosso da un nuovo arrivo. In concorso ci sono Familia di Francesco Constabile, sulla vicenda autentica di una famiglia vittima di un padre violento, con Barbara Ronchi e Francesco Di Leva, e Diciannove di Giovanni Tortorici, storia di un ragazzo che fa fatica a trovare il suo posto nel mondo di oggi e trova conforto nella letteratura medievale e nella musica antica. In Orizzonti Extra saranno presentati Vittoria, di Alessandro Cassigoli e Casey Kauffman, prodotto da Nanni Moretti, storia di una coppia che vuole adottare una bambina avendo già tre figli maschi, e la La storia del Frank e della Nina di Paola Randi, un racconto pop su dei ragazzi diversi dagli altri. In Orizzonti Corti, fuori concorso, ecco F II – Lo stupore del mondo, l’ultimo lavoro di Alessandro Rak dedicato a Ferdinando II di Borbone. Attenzione al film d’apertura di Orizzonti Extra, September 5, di Tim Fehlbaum, con Peter Saarsgard, Ben Chaplin e Leonie Benesch, storia di come l’attentato alle Olimpiadi di Monaco del 1972 venne ripreso da una tv americana.

di Maurizio Ermisino per DailyMood.it

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Amori & incantesimi 2: Sandra Bullock e Nicole Kidman, stile da strega

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“Che c’è? È il XXI secolo. Un uomo può fare un lavoro da donne”. È una delle battute che sentiamo in Amori & incantesimi 2, il sequel del film del 1998 con Sandra Bullock e Nicole Kidman, che tornano nei loro ruoli di Sally e Gillian Owens 28 anni dopo. A pronunciarla è il professor Ian Wright, improvviso alleato, di fatto uno stregone, uno che fa magia, che è sempre sembrata appannaggio delle streghe. Lo scambio dei ruoli tra maschile e femminile avrebbe potuto essere un punto interessante, nella nostra era, da cui partire per riportare questa storia sullo schermo. Ma è uno spunto che rimane sullo sfondo, un gancio non sfruttato. I temi del film, piuttosto, sono altri. Amori & incantesimi 2 si chiede che cosa sia giusto rivelare ai nostri figli se sia giusto nascondere delle cose per proteggerli o se sia meglio far sapere loro tutto. E anche se sia giusto dimenticare chi si è davvero e nascondere la propria natura e i propri talenti in un cassetto, o se sia meglio provare ad essere se stessi.

Negli anni che sono passati tra le due storie, infatti Sally (Sandra Bullock), dopo la morte del primo e del secondo marito, ha deciso di rinunciare alla magia, di non raccontare mai niente della maledizione alle due figlie, e di non legarsi più a nessuno. Gillian (Nicole Kidman), da sempre è stata restia ai legami. Non ha rinunciato alla magia. Ed è tornata nella casa delle zie, nel Massachusetts. Una delle figlie di Sally ha conosciuto qualcuno e forse è innamorata. La maledizione, lo sapete, fa sì che ogni volta che qualcuno della famiglia si innamora di una persona, questa muore.

Come il primo film, Anche Amori & incantesimi 2 gioca sul contrasto tra le due attrici e i due personaggi. Sorelle diverse, sia fisicamente che nell’indole. Sandra Bullock è la donna con la testa a posto, riflessiva, quella che si innamorava e si sposava, e ora è madre. Nicole Kidman è la scapestrata, la libertina, l’irrequieta e l’emancipata. Quella che sceglieva storie travolgenti, a volte con gli uomini sbagliati, ma che non si innamorava. E che, ancora, non si innamora. Il contrasto, come detto, è anche fisico. Una donna ha i capelli corvini, dai profondi occhi neri come il carbone, dai tratti decisi del volto, e un corpo tonico e giovanile. Un’altra ha i capelli rossi e ricci, un’aura da bellezza preraffaellita, la carnagione bianco latte, il fisico esile e longilineo. Due elementi opposti che, come in chimica, si attraggono e danno vita a un composto potente.

Nicole Kidman è in scena con un perfetto look da strega, una sorta di witch-grunge-chic che riprende un abbigliamento vintage, lo mescola con un po’ di grunge e detta la linea di quella che potrebbe essere una nuova moda. Lunghe gonne scozzesi, a quadri, portate con t-shirt bianche. Abiti leggeri e setosi abbinati a quelle camicie di pizzo a collo alto che si usavano un tempo, con giacche di tessuto broccato o maglioni. O ancora, come usa la giovane strega, figlia di Sally (interpretata da Joey King), sottovesti abbinate a camice di flanella, giacche di pelle, con gli anfibi ai piedi. Sandra Bullock è la strega che ha deciso di rinunciare ai poteri, di diventare una donna normale. E questo si riflette anche nel suo look, fatto di jeans e camicie bianche, golfini e magliette nere, leggins neri portati con le ballerine.

Amori & incantesimi 2 ha in parte gli stessi difetti del primo film, in parte altri, qualcuno lo risolve e qualcuno no. Il primo film aveva un tono davvero troppo leggero e una trama esile ed incerta, con un finale che lasciava la storia in sospeso. Il secondo film prosegue per gran parte sulla falsariga del primo, leggero e impalpabile, per poi lanciarsi, nella seconda parte, in una trama più articolata, ma anche forzata. E a un finale tra il fantasy, l’action e l’horror che, se giustifica la presenza di due streghe nella storia, cambia anche bruscamente il tono del film. Le scene d’azione non sono all’altezza di questo genere di film. Di meglio, rispetto al primo film, ha alcune battute che suscitano qualche sorriso in più.

Alla regia c’è Susanne Bier, la regista danese di Dopo il matrimonio e Noi due sconosciuti (Things We Lost In The Fire), nata con il Dogma e Lars Von Trier. La Bier oggi lavora soprattutto negli Stati Uniti dove è diventata una regista di film d’azione e di serie ad alta tensione. Aveva già lavorato con Sandra Bullock in Bird Box e con Nicole Kidman nella serie The Undoing. In quello che è chiaramente un film su commissione, Susanne Bier prova a portare il suo senso per i rapporti familiari, per i segreti e le cose non dette, per i rapporti tra genitori e figli. Che non sono facili quando si parla di streghe. Ma che, in fondo, non sono facili in ogni caso.

di Maurizio Ermisino per DailyMood.it

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Venezia 83: May el-Toukhy con Woman Unknown è il Leone d’Oro, Riccardo Scamarcio è il miglior attore di Orizzonti

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C’era una sola donna regista in concorso al Festival di Venezia e proprio lei ha vinto il Leone d’Oro. May el-Toukhy con Woman Unknown ha vinto il premio più importante, e anche la Coppa Volpi alla migliore attrice, Mathilde Arcel. È una scelta fatta chiaramente nel nome delle donne. Lo è quella della giuria, guidata da Maggie Gyllenhaal, per dare un messaggio non tanto ai selezionatori del festival per aver preso una sola donna in concorso, quanto a un sistema che ancora fa fatica a fidarsi delle registe donne e ad affidare loro progetti ambiziosi e importanti. Ma è nel nome delle donne anche la scelta di May el-Toukhy, quella di raccontare la storia di una donna con un passato difficile, con un film che “parla del corpo delle donne come campo di battaglia e soprattutto delle donne che non hanno voce”. Mentre i femminicidi aumentano, mentre ogni giorno arriva una notizia tremenda e sembra che nessuno voglia davvero fare niente per cambiare la situazione, Woman Unknown è un messaggio forte. Ed è anche un gran bel film.

Ma lo sono tutti i film che sono stati premiati, segno che è stata un’ottima edizione del Festival di Venezia. Possible Love di Lee Chang-dong ha vinto il Gran Premio della Giuria raccontando con poesia e sensibilità la lotta di classe in Corea, e mettendosi dalla parte degli ultimi. Wild Horse Nine di Martin McDonagh ha regalato una meritatissima Coppa Volpi per il miglior attore a John Malkovich, e potrebbe far passare questa edizione di Venezia alla storia per quella che ha lanciato il grande attore verso gli Oscar, con un film geniale, divertente e anche piuttosto deciso nel mettere alla berlina un certo modo di essere degli Stati Uniti. Per molti è stato il più bel film della mostra e doveva vincere il Leone d’Oro (stessa cosa che è stata detta per Possible Love). Ma l’occasione di premiare un film valorizzando allo stesso tempo un grande attore faceva pensare che Wilde Horse Nine sarebbe stato un film da Coppa Volpi. Fino a qui i film che hanno messo d’accordo tutti.

C’era chi aveva pronosticato anche che Dau avrebbe vinto il premio per la Miglior Regia, assegnato a Ilya Khrzhanovsky, e chi credeva che non sarebbe stato così, essendo l’opera in parte una rielaborazione di materiale già usato. Hanno avuto ragione i primi e ha vinto il regista dissidente russo, anti-putiniano, che ha dedicato il premio alla resistenza ucraina.  Un bon petit soldat, di Stephane Brizé è stato premiato per la Miglior sceneggiatura, e anche questo si poteva immaginare: è un film di parole e di scrittura, un pamphlet sul mondo del lavoro di oggi e le sue dinamiche perverse. Si pensava che la Coppa Volpi per la migliore attrice sarebbe potuta andare alla protagonista, la nostra Alba Rohwacher, ma il premio alla protagonista di Woman Unknown (e la scelta di premiare questo film per la sceneggiatura) l’hanno eliminata dalla corsa. È un film che ha diviso, e non poteva essere altrimenti, quello che ha vinto il Premio Speciale della Giuria: NAZA, di Yuval Abraham e Rachel Szor, che parla della situazione tra Israele e Palestina. Quando un film divide è difficile che vinca un Leone d’Oro. Ma non è solo un documentario politico, in molti lo hanno apprezzato anche dal punto di vista visivo.

Se ci mettiamo altri film che non sono andati a premio, come l’amatissimo Look Back, come Succederà questa notte, definito da molti il miglior film di Nanni Moretti da molti anni a questa parte, il giudizio complessivo del Festival di Venezia n. 83 è ottimo. È probabilmente una delle migliori edizioni tra le ultime, e, per molti, la selezione è stata persino superiore al Festival di Cannes. Pur nelle discussioni su chi meritasse i premi più alti e quelli meno importanti, la cosa che ha messo d’accordo tutti, o quasi, è che tutti i film citati sono accessibili a tutti, a un pubblico ampio, film comprensibili ed estremamente godibili. Sono film, soprattutto, che usciranno al cinema e non rimarranno confinati nella categoria “film da festival”. Facciamo il tifo per loro, e per il cinema: speriamo che il pubblico torni a riempire le sale.

Speriamo che il pubblico torni al cinema soprattutto per i film italiani, visto che ci interessa che l’industria resti sana e sostenibile. Non abbiamo vinto nessun premio nel concorso principale, è vero, e in molti hanno visto una crisi del cinema italiano. In realtà abbiamo presentato degli ottimi film: L’estranea di Paolo Strippoli, i film di Amelio (Nessun dolore) e di Moretti (Succederà questa notte), quelli di Edoardo De Angelis (Il fuoco che ti porti dentro) e Mario Martone (Scherzetto). E poi I figli della scimmia di Tommaso Landucci, che ha vinto due premi a Orizzonti: Riccardo Scamarcio è stato il Miglior Attore e il film ha vinto anche per la Sceneggiatura. È una storia che parla di disabilità in modo nuovo e originale, e da giovedì 17 sarà in sala. Lo ripetiamo ancora: andate al cinema!

di Maurizio Ermisino per DailyMood.it

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Venezia 83, l’ultimo valzer del glamour: il racconto dettagliato dell’incantevole notte di chiusura al Lido

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Riccardo Scamarcio - Mostra del Cinema di Venezia

C’è una grazia sottile, malinconica ed estremamente elettrizzante che avvolge il Lido di Venezia 83 nelle ore che precedono il verdetto finale. Mentre l’oscurità della sera comincia a posarsi sulla laguna e la Sala Grande si prepara ad accogliere il pubblico delle grandi occasioni per la consegna dei Leoni d’Oro, sul tappeto rosso va in scena l’ultimo, sfolgorante atto del grande teatro della moda.

È il momento in cui la tensione del concorso cinquantennale lascia spazio alla pura celebrazione estetica, trasformando la passerella in un compendio di creatività sartoriale, audacia visiva e fascino senza tempo. L’ottantatreesima edizione della Mostra Internazionale d’arte Cinematografica si congeda così, regalando agli occhi degli appassionati un’ultima notte di grande spettacolo.

Tra le dive che riaffermano con orgoglio la supremazia dell’iconico total black e chi, al contrario, sceglie di osare con scintillii metallici o tonalità inattese, il red carpet di chiusura ha saputo offrire una sintesi perfetta di ciò che il Festival rappresenta nell’immaginario collettivo: un’armoniosa fusione tra l’arte della recitazione e l’eccellenza della haute couture.

Greta Scarano: l’assoluta grazia della padrona di casa

Granitica certezza di tutta la manifestazione e impeccabile interprete dell’eleganza contemporanea, la madrina della Mostra, Greta Scarano ha sigillato la sua esperienza veneziana affidandosi alla maestria di Giorgio Armani Privé. Il suo abito a colonna in velluto nero, caratterizzato da una silhouette a sirena di sublime essenzialità, si è aperto sul davanti in una scollatura profonda e vertiginosa, impreziosita lungo i bordi da una pioggia di cristalli tono su tono. A completare un insieme da vera diva del cinema classico, un beauty look d’eccezione curato nei minimi dettagli. Un carré corto con punte ad arte spettinate e un make-up luminoso, dominato da labbra dall’effetto glossato estremamente contemporaneo.

Maggie Gyllenhaal: la maestria sartoriale di Prada e lo scintillio Bulgari

Presidente di giuria tra le più ammirate dell’intero decennio, Maggie Gyllenhaal ha confermato ancora una volta la sua inclinazione per un glamour concettuale e di grande impatto visivo. L’attrice e regista americana ha sfilato con una creazione lineare firmata Prada. La severità del lungo abito nero veniva alleggerita dalle maniche a sbuffo color azzurro cielo, impreziosite da delicati ricami di perle e cristalli.

Un piccolo fiocco sulla nuca aggiungeva al look una nota bon ton. A contrastarlo, il carattere deciso degli occhiali da sole extralarge. Protagonista assoluto dell’outfit era però il collier della collezione Serpenti di Bvlgari. Un vero fulcro di luce, capace di catalizzare lo sguardo e completare con forza l’intera mise.

Barbara Ronchi e Francesca Michielin: dettagli di stile e architetture di tessuto

Non è passata inosservata Barbara Ronchi, membro della giuria della sezione Orizzonti, che ha saputo spezzare la monotonia del nero tradizionale inserendo un tocco di verde acido sapientemente distribuito sulle pietre che ricamavano il suo vestito senza maniche. Il modello, anch’esso siglato Armani Privé, lasciava la schiena completamente scoperta, creando un gioco di vedo-non-vedo di rara raffinatezza.

Sulla stessa lunghezza d’onda, ma orientata verso una sobrietà più minimalista, la guest star musicale della serata finale, Francesca Michielin: per lei un abito monospalla scuro dotato di un fluido strascico laterale, sublimato da una parure di diamanti e smeraldi dal valore inestimabile.

Carolina Cavalli e Kaouther Ben Hania: abbaglianti riflessi rame e oro

A rompere con decisione l’egemonia del colore scuro sono state le personalità più eclettiche del panorama direttoriale. Carolina Cavalli, presidente della giuria per l’Opera Prima, si è distinta per una scelta sartoriale targata Giorgio Armani che non è certo passata inosservata. Un abito impreziosito da una fitta pioggia di paillettes color rame capace di sprigionare caldi riflessi a ogni passo, abbinato a calzature dalle sfumature metalliche. Analogamente, la regista tunisina Kaouther Ben Hania ha catturato i flash dei fotografi optando per un tessuto dorato altamente riflettente, capace di fasciare la figura con grande sensualità e di regalare alla passerella un momento di puro sfarzo scenografico.

Nicoletta Romanoff e Stephy Qi Wei: la trasparente delicatezza del satin

Il tappeto rosso ha celebrato anche la fluidità e la luminosità dei tessuti satinati. Tra le apparizioni più apprezzate, quella di Nicoletta Romanoff al fianco di Federico Alverà. L’attrice ha scelto un abito color pesca dalle linee morbide e scivolate. Il modello valorizzava la figura con discrezione, regalando al look una femminilità raffinata e naturale. La stessa eleganza eterea e scenografica ha caratterizzato l’outfit di Stephy Qi Wei. L’attrice e cantante cinese ha sfilato con un abito in raso grigio acciaio. A completare il look, una selezione di preziosi gioielli da sera, scelti per esaltare la sua carnagione porcellanata.

Nicolas Maupas: l’evoluzione contemporanea del completo scuro

Sul fronte maschile, invece, l’attenzione si è concentrata soprattutto su Nicolas Maupas, chiamato a condividere con Greta Scarano la conduzione della serata finale. Per l’occasione, il giovane attore ha mostrato un’interessante evoluzione rispetto al look esibito durante la giornata di apertura. Per il gran finale, infatti, Maupas ha scelto un completo scuro firmato Prada, caratterizzato da una giacca accollata a tre bottoni. Tuttavia, a rendere il look particolarmente interessante sono stati soprattutto i dettagli, capaci di introdurre un elemento di rottura all’interno di una costruzione sartoriale rigorosa.

Innanzitutto, l’attore ha rinunciato alla classica cravatta, optando invece per una camicia scura. Da quest’ultima emergevano poi inaspettati polsini rosa, ulteriormente messi in risalto da eleganti gemelli. Nel complesso, quindi, il look ha dimostrato come la sartorialità maschile possa rinnovarsi attraverso piccoli contrasti cromatici e scelte meno convenzionali, senza per questo perdere eleganza e solennità.

Riccardo Scamarcio e i maestri del cinema: l’impeccabile rigore dello smoking

Di segno diametralmente opposto la scelta di Riccardo Scamarcio, arrivato al Lido per presentare il suo ultimo progetto cinematografico. L’attore italiano ha preferito affidarsi ai codici più ferrei dell’eleganza tradizionale, sfoggiando uno smoking tagliato su misura dalla vestibilità impeccabile. Giacca ad un solo bottone, camicia bianca immacolata e un papillon dalle proporzioni perfette hanno conferito all’artista quel fascino maturo e carismatico che da sempre lo rende una delle presenze più fotografate e amate della passerella veneziana.

di Cristina Siciliano per DailyMood.it

Crediti copertina: Riccardo_Scamarcio__ph._Andrea_Avezz___-_Courtesy_Archivio_Storico_La_Biennale_di_Venezia

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