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Crimes Of The Future: La chirurgia è il nuovo sesso… Parola di David Cronenberg

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La chirurgia è il nuovo sesso”. Lo dichiarano, e lo fanno più volte, i protagonisti di Crimes Of The Future, il nuovo, attesissimo, film di David Cronenberg, in arrivo nei nostri cinema il 24 agosto, dopo essere stato presentato al Festival di Cannes. Si tratta di un film a tinte forti, particolarissimo, che riporta il maestro canadese al body horror, alla poetica delle mutazioni e della “nuova carne” che lo ha resto famoso nel corso della sua carriera. Cineasta sopraffino, ma anche profondo analista della natura umana, con Crimes Of The Future David Cronenberg vuole provare, ancora una volta, a capire dove stia andando l’essere umano, chi – o che cosa – diventeremo nel futuro. Lo fa con un film che ovviamente è inquietante, ma anche affascinante. E, soprattutto è denso di temi e di riflessioni.

Al centro della storia c’è Saul Tenser (Viggo Mortensen), un artista che vive per far mutare il suo corpo, e farsi crescere all’interno nuovi organi, che poi si fa estrarre, in quelle che sono delle vere e proprie performance artistiche, dalla sua campagna Caprice (Léa Seydoux). Lei faceva la chirurga traumatologica, ma, nel momento in cui lo ha incontrato e lo stava operando, in entrambi è scattato qualcosa. E ha lasciato tutto per seguirlo e creare arte insieme a lui. Le loro performance vengono fatte con una vecchia macchina per le autopsie, una sorta di sarcofago con delle braccia meccaniche con dei bisturi alle estremità, con le quali, da lontano, opera e disegna tagli sul suo corpo. “È il mio pennello” dice lei. Anche il sesso, tra i due, avviene dentro questa macchina. Il sesso tradizionale non basta più, servono i bisturi e i tagli. La loro vita si complica quando un uomo propone loro una nuova performance, legata al figlio che è venuto a mancare.

David Cronenberg, come non faceva da anni, porta di nuovo sullo schermo corpi mutati, deformati, perforati, trafitti, violati. “L’arte ha a che fare con il dolore”, sentiamo dire nel film. E Cronenberg intercetta qualcosa che è già insito nell’uomo. L’esperienza del piercing, se ci pensiamo, è qualcosa che non è legata solo all’ornamento del proprio corpo ma all’intera esperienza a cui si è sottoposti, alla perforazione e al dolore che ne deriva. Cronenberg prende parte di questo aspetto e lo porta all’estremo, ma è solo una parte della sua riflessione. Il regista canadese pensa anche alla chirurgia. Prendiamo la chirurgia estetica. Nel mondo futuro che immagina, questa ha un’altra valenza: non quella di migliorare l’estetica dei nostri volti e dei nostri corpi, non quella di correggerne i difetti o impedire i segni dello scorrere del tempo. Ma quello di creare una rottura con il proprio aspetto fisico, quello di distinguersi dagli altri corpi e dagli altri volti, quello di diventare in qualche modo opere d’arte, pezzi unici. É qualcosa che va in senso contrario all’odierna concrezione della chirurgia, ma qualcosa che stiamo già vedendo. In quei volti bellissimi deturpati permanentemente dai bisturi forse Cronenberg vuole portare all’estremo quel bisogno, già in atto, dell’essere umano di modificarsi continuamente, di riscrivere i propri tratti. Forse è il portare all’estremo quello che già accade oggi, in certi casi, quell’intervenire così spesso, e così pesantemente, sui propri corpi e sui propri volti pensando di diventare più belli, finendo però (quante volte lo abbiamo detto?) per deturpare quei corpi e quei volti. Ecco, questo deturpare involontariamente i propri connotati Cronenberg lo trasforma in una voglia esplicita, in un bisogno ormai conscio e consapevole.

C’è poi un altro discorso nella chirurgia, ed è quello da cui abbiamo cominciato. In quel “la chirurgia è il nuovo sesso” c’è un essere umano che ormai non riconosce più il piacere come lo aveva provato finora, e cerca emozioni sempre più forti. Anche questo, se ci pensiamo, è qualcosa già in atto, con persone che hanno bisogno di momenti sempre più estremi, ignoti, pericolosi per provare piacere. Cronenberg suggerisce che il piacere tradizionale non basta più, e che l’essere umano ha bisogno di emozioni sempre più forti: i tagli sul proprio corpo, il freddo delle lame d’acciaio, il dolore. E in questo Crimes Of The Future si avvicina a Crash, lo storico film di Cronenberg del 1996, in cui i personaggi provavano piacere dall’assistere a incidenti stradali, dal contatto con le lamiere ritorte delle auto incidentate, da corpi tenuti insieme da viti e assi d’acciaio. Il dolore come piacere e il piacere come dolore è un tema su cui l’uomo riflette da anni, pensiamo al Marchese De Sade. Eppure Cronenberg riesce, nei suoi film, a ragionarne in senso di evoluzione, di mutazione dell’uomo, di compenetrazione tra organico e inorganico, di arti artificiali che diventino l’estensione del nostro corpo naturale. Ogni film di David Cronenberg allora è un piccolo grande trattato di antropologia.

Ma non c’è solo il buon vecchio Crash in Crimes Of The Future. Perché l’ultimo film di Cronenberg sembra racchiuderne molti altri, come se il regista canadese volesse fare una summa del suo cinema e creare il suo film definitivo. Ci sono sicuramente anche Inseparabili, che era la storia di due ginecologi, gemelli, che erano affascinati dalla “bellezza interiore”, intesa non come quella della nostra anima, ma quella dei nostri corpi, quella che loro, scrutando all’interno del corpo femminile, riuscivano a trovare, ad apprezzare, ad amare, Tra l’altro, anche in quel caso, usando freddi strumenti d’acciaio che loro stessi contribuivano a creare. Si parla anche qui, infatti, di “bellezza interiore”, quando il Saul di Viggo Mortensen si iscrive a un concorso dedicato appunto alla “bellezza interiore”, cioè quella degli organi interni, per il miglior organo creato ex novo. E poi in Crimes Of The Future c’è senza dubbio eXistenZ, con le appendici del letto e della poltrona sui cui Saul mangia, veri e propri arti e cordoni che mettono questi oggetti senzienti in contatto con il suo corpo per assecondarne i movimenti ed eliminare il dolore. Il gamepod di eXistenZ era una consolle organica che, tramite una sorta di cordone ombelicale, entrava in contatto con il nostro corpo per permetterci di entrare nel mondo del videogioco e, al contempo, cogliere le nostre paure, le nostre sensazioni e i nostri ricordi per inserirli nel gioco. Allo stesso modo i cordoni di questo letto e di questa poltrona comunicano con il nostro corpo per anticipare i nostri dolori e mettere il nostro corpo nelle condizioni di non soffrire. Così, quegli esseri umani che sono mutati al tal punto da secernere un liquido in grado di sciogliere e digerire la plastica e le materie artificiali ci fanno pensare a La Mosca.

Sì, c’è anche questo in Crimes Of The Future, l’idea che l’essere umano si sia evoluto in modo che il suo corpo possa digerire, e così eliminare, i suoi scarti industriali. Auspicio per ovviare alle risorse che si stanno esaurendo, o nemesi per un’umanità che produce troppi scarti e in qualche modo deve rimettere in equilibrio il pianeta? Come vedete ci sono tanti, forse addirittura troppi spunti in Crimes Of The Future e, come vedete, tutto torna nel mondo del cineasta canadese, come se fossimo in un Cronenberg Cinematic Universe. Il suo è un film che tiene costantemente acceso il cervello dello spettatore, forse un po’ meno il cuore, per come la messinscena, la recitazione degli attori e la sceneggiatura lavorano per non creare pathos ma per farci riflettere su noi stessi.

Per questo ha perfettamente senso il lavoro sugli attori. Che si muovono in ambienti spogli, fatiscenti, abbandonati, e a loro volta sembrano quasi asettici, insensibili e, coerentemente al film, semplicemente corpi destinati a diventare materia da plasmare nelle mani dell’artista, a diventare parte dell’opera d’arte complessiva che è il film di David Cronenberg. I tre protagonisti principali appaiono spogliati di ogni aura divistica. Viggo Mortensen è in scena invecchiato e glabro, senza sopracciglia né barba, i capelli grigi e corti, le rughe e le espressioni minimali che mostrano una sofferenza che, nel mondo immaginato da Cronenberg, sembra qualcosa che si possa tenere sotto controllo. Mortensen attraversa il film con un aplomb tutto particolare, con la serenità di chi ha scelto e accettato che il suo corpo sia destinato a soffrire, in nome dell’arte. Léa Seydoux, che è la compagna d’arte e di vita Caprice, appare anche lei in abiti minimali, una camicetta bianca, pantaloni caki morbidi e sneakers bianche, senza un filo di trucco e con dei capelli castani e corti che ci rimandano a un certo cinema francese degli anni Settanta. Cambia, con un rossetto rosso – che però non colora troppo un film che è costantemente ricoperto di una patina brunita che omologa tutto – con dei corpetti stretti e scollati nel suo momento, quello in cui l’artista vai in scena. Vedremo anche il suo corpo nudo, esile e formoso allo stesso tempo, in un momento di intimità, e poi ancora il suo volto mutare in nome di una nuova bellezza, che non appartiene ai canoni a cui siamo soliti associarla. E poi c’è Kristen Stewart, reduce dai panni regali di Lady Diana in Spencer, ancora una volta sorprendente. Il volto livido e anonimo, i capelli raccolti, camicie retro e accollate, l’attrice si cala nei panni di Timlin, una funzionaria pubblica, una burocrate (fa parte di un dipartimento che sorveglia l’insorgenza di nuovi organi), di una signora in grigio. Ma quegli occhi affebbrati e curiosi, intrisi di desiderio, nel momento in cui si avvicina a Saul e al mondo dell’arte, sono il cuore della sua prestazione. Crimes Of The Future è così, un film stratificato, da vedere e da portare con sé per giorni e giorni dopo la visione, o da rifiutare in toto. Così è (se vi pare) David Cronenberg.

di Maurizio Ermicino per DailyMood.it

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Spider-Man: Brand New Day: l’Uomo Ragno entra nell’età adulta. E crescere non è facile

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Da grandi poteri derivano grandi responsabilità. Da poteri sempre più grandi derivano responsabilità sempre più grandi. E così Spider-Man, che da 4 anni di fatto ha vissuto da solo, isolato, dedicandosi ai piccoli criminali della città, nel momento in cui si accorge che sta cambiando, dovrà capire che non potrà fare tutto da solo. E dedicarsi, come direbbe qualcuno, alle patate più grandi. Ed è solo l’inizio. È questo il senso di Spider-Man: Brand New Day, il nuovo capitolo della saga con Tom Holland protagonista nel ruolo di Peter Parker / Spider-Man, diretto da Destin Daniel Cretton (Shang-Chi e la leggenda dei Dieci Anelli), nelle sale italiane da mercoledì 29 luglio, prodotto da Sony Pictures e distribuito da Eagle Pictures. Nel cast ci sono Zendaya, Sadie Sink, Jacob Batalon, Jon Bernthal, Tramell Tillman, Michael Mando e Mark Ruffalo.

Spider-Man: Brand New Day, recita il titolo del quarto capitolo della saga con Tom Holland (nessun Uomo Ragno finora è durato di più, senza contare i film collettivi). Ed è davvero un “nuovo giorno” per Peter Parker. Combattere il crimine a tempo pieno nei panni di Spider-Man in un mondo che non si ricorda di lui — e la pressione di vedere i suoi vecchi amici andare avanti senza di lui — innesca in Peter un cambiamento che potrebbe non riuscire a controllare. Ma questa trasformazione potrebbe essere l’unica cosa in grado di fermare una nuova e sconvolgente minaccia per la città e per le persone che ama: un potente nemico impossibile da vedere. Il mondo può aver dimenticato Peter Parker, ma lui non ha dimenticato nessuno.

Spider-Man: Brand New Day è un film per nulla banale e scontato. Lo si può vedere come una storia di supereroi, certo, e questo è. Ma anche, dimenticando quello che è il “lavoro” di Peter Parker, come una storia su tutti noi. Quando vede le vite degli altri da lontano, sullo schermo di uno smartphone, senza partecipare alle loro esistenze, in fondo fa quello che facciamo in tanti, restare in qualche modo connessi solo tramite uno schermo e non dal vivo. Per alcuni è una scelta, per altri una necessità, per altri ancora l’unico modo. Per Spidey, che per proteggere MJ e i suoi amici ha chiesto a Dr. Strange di cancellare il suo ricordo, è davvero una scelta obbligata. Anche se, di tanto in tanto, prova ad avvicinarsi

Ancora, Spider-Man: Brand New Day è una riflessione sull’amore. Peter ama MJ perché lui non ha dimenticato niente, ricorda ogni momento, ogni bacio e ogni parola. Lei non sa che esiste. Ma, anche se dovesse incontrarlo, capire chi è, non potrebbe esserne innamorata perché non ricorda niente e, in fondo, non lo conosce. Questo elemento mèlo, l’impossibilità di un amore, già lanciato alla fine del terzo film, è uno dei motori della storia ed è gestito molto bene, con dei momenti struggenti. Ancora una volta parliamo di supereroi, ma con i problemi di ognuno di noi.

Ma tutto questo confluisce in quello che è il vero cuore del film. Peter Parker comincia a sentire dei nuovi poteri, delle nuove sensazioni. Ha i sensi più sviluppati, i riflessi più pronti, una nuova forza. E le famose ragnatele biologiche che spuntano dalle braccia. Ma questo lo porta anche ad avere degli istinti pericolosi, a fare delle scelte sbagliate. A volte l’ira e la violenza rischiano di sopraffarlo. E tutto questo è una metafora molto semplice. È il passaggio all’età adulta. Crescere, diventare grandi, comporta anche dei disagi, dei momenti di passaggio, un adattamento. Diventa spesso una sfida con se stessi. Ed è questo che è il racconto del nuovo film dell’Uomo Ragno. C’è una tesi che vuole che tutti e tre i film dello Spider-Man di Tom Holland siano una lunga, lunghissima origin story. E che la vera storia del supereroe cominci adesso. Probabilmente è proprio così.

Tutto questo è il cuore di una storia raccontata in modo molto originale. A partire da un cattivo che, per gran parte del film, è senza volto.  O meglio, ha mille volti. È infatti in grado di trasferire la sua mente in qualsiasi corpo riesce a raggiungere. Il pericolo, così, assume continuamente sembianze diverse e per l’eroe, e anche per noi che guardiamo, è impossibile capire da dove arrivi. Con tutt’altro tono e atmosfera, questo espediente ci ha ricordato quello di un thriller degli anni Novanta, Il tocco del male, in cui, con un semplice tocco di mano o di qualsiasi parte del corpo, sulle note di Time Is On My Side dei Rolling Stone, qualcuno che era probabilmente il Diavolo passava di corpo in corpo.

Qui la risposta arriverà. E avremo anche un volto. E segnerà l’entrata in scena di un personaggio di cui non vogliamo parlarvi, perché rovinerebbe la visione del film. Quello che possiamo dirvi, perché già reso noto, è che in scena ci sono personaggi storici come Mark Ruffalo nei panni del “mite” professore Bruce Banner (che, però, come sapete, è anche Hulk…), personaggi più recenti di cui ci siamo già innamorati, come la Vedova Nera di Florence Pugh (che riceve i suoi ospiti nel suo “ufficio”, nuda in una piscina, in uno dei momenti più sexy e divertenti del film) e nuovi ingressi come Frank Castle, alias The Punisher, eroe scorretto e complementare a Spider-Man.

La costruzione di Spider-Man: Brand New Day è molto interessante, perché permette di aprire molte porte. Trame e sottotrame, ma anche i personaggi entrati in scena, fanno sì che la storia possa continuare con il quinto film di Spider-Man, che arriverà, nei film collettivi degli Avengers (il primo Avengers: Doomsday, è in uscita a dicembre, e anche in nuovi film dedicati ai vari personaggi che vediamo in scena. Il nuovo Spider-Man è un continuo crossover tra storie e mondi. Che la storia andrà avanti ce lo dice la scena post-credit, che stavolta è una sola e poco significativa. Ma quello che conta è che continuerà nei prossimi film. Grandi poteri, grandi responsabilità. Grandissimi poteri, grandissime responsabilità. E, a quanto pare, grandi film.

di Maurizio Ermisino per DailyMood.it

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Couture: Angelina Jolie ci fa entrare nella maison Chanel, dove moda e vita reale si incrociano

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Come si sfila per le varie maison di moda? Per Chanel si sfila in modo più rilassato, professionale. Per Louis Vuitton si sfila in modo più aggressivo, veloce, muovendo con forza i fianchi. È un dialogo tra alcune modelle che vediamo in scena in Couture, il nuovo film di Alice Winocour con Angelina Jolie, Louis Garrel, Vincent Lindon, Ella Rumpf e la rivelazione Anyier Anei, modella e attivista qui al suo debutto cinematografico. Vedremo il film al cinema dal 26 agosto, distribuito da Plaion Pictures.

Angelina Joline è Maxine, regista, arrivata al success con un film di vampiri. Anzi, un film su una donna vampiro che si vendica in questo modo di tutte le donne che sono state vittime nei film horror. Arriva a Parigi, chiamata dalla maison Chanel per girare il film che aprirà la sua sfilata. La moda è inutile e necessaria per lei, che si presenta vestita di nero, poco curata. Ma accetta di girare quel film. Ne ha bisogno e lo trova stimolante. Nel frattempo, però, scopre di essere malata. E la sua vita cambia. Anche la sua esperienza a Parigi acquista un altro senso. La sua storia si intreccia con quella di Ada, una modella esordiente sudanese (Anyier Anei). La maison vuole farne suo volto, ma lei non è convinta di voler fare questo nella vita. Ad aiutarla c’è una giovane truccatrice (Ella Rumpf), con il sogno di fare la scrittrice.

Couture è stato girato durante la Settimana della Moda a Parigi, nella maison Chanel, nelle sartorie dai ritmi febbrili, sui set fotografici, negli appartamenti delle modelle. I marchi e nomi sono presenti con parsimonia, ma la frenesia di quel mondo ci arriva tutta. Ci sono gli abiti e le sfilate, gli stilisti e i fotografi, le sarte e le truccatrici. Ma quello che esce è un ritratto in fondo poco glamour. Alice Winocour punta piuttosto a farci vedere il duro lavoro, i retroscena, i dubbi e le contraddizioni. Vediamo soprattutto il mondo che c’è dietro le passerelle, il ritmo di tutti i giorni. È un film che intreccia pubblico e privato. Perché mentre vediamo la grande macchina andare avanti, assistiamo a tre storie private, a loro modo drammatiche. Ci sono le paure, ci sono i dubbi, ci sono i sogni. C’è la stanchezza psicologica. E c’è quella fisica, con i pedi delle modelle che a fine giornata vanno messi nel ghiaccio.

Couture è dominato dai toni del bianco. Sono quelli degli abiti scelti per la collezione, sono quelli delle luci chiare delle sartorie, ma anche degli ambulatori dei medici e degli scarni appartamenti in cui vivono le modelle. Quello che ci arriva da Couture è un mondo della moda che non è più distante e distaccato, ma più vicino a noi. È un mondo che è allo stesso tempo incantato, ma anche molto concreto. È una delle rare volte che si ha la possibilità di viaggiare dietro le quinte, di andare oltre la passerella e le foto. Per questo Couture è una visione da non perdere. Con un finale e un sottofinale catartici e carichi di simbolismi.

In quella che è una messa in scena naturalista, in qualche modo, ma non completamente, vicina al documentario, a colpire sono le interpretazioni femminili. Angelina Jolie (qui anche produttrice) nel ruolo di Maxine è empatica, emotiva, luminosa, magnetica come non la vedevamo da tempo. Quello dell’attrice americana è un gradito ritorno. Ma brillano anche la bellezza dell’attrice africana Anyier Anei e l’intensità e l’umanità di quello di Ella Rumpf, la sognatrice del gruppo. Couture è un film da vedere. Per guardare poi la moda con altri occhi.

di Maurizio Ermisino per DailyMood.it

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Sheep In The Box: Hirokazu Kore’eda ci parla di Intelligenza Artificiale e sentimenti

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“Non siete il passato degli esseri umani, ma il futuro”. È una frase che viene detta a proposito degli automi al centro di Sheep in the Box, il nuovo film di Hirokazu Kore’eda, maestro del cinema giapponese e Palma d’Oro per Un affare di famiglia. Dopo la presentazione in Concorso al Festival di Cannes 2026, il film arriva nelle sale italiane dal 27 agosto, distribuito da Lucky Red e Bim Distribuzione. Quella del futuro degli umani, ormai evoluti in esseri di Intelligenza Artificiale era il finale di A.I. – Intelligenza Artificiale, il film di Steven Spielberg del 2001. E, come vedrete, questo film riprende proprio lo spunto del capolavoro di Spielberg, ma prendendo una strada completamente diversa.

Interpretato da Haruka Ayase, Daigo e dal giovane Rimu Kuwaki, il film è ambientato in un futuro non troppo lontano e racconta la storia di Otone e Kensuke, una coppia che, dopo aver perso il figlio, accoglie nella propria casa un robot umanoide identico al bambino scomparso. La compagnia che se ne occupa si chiama Re-Birth, rinascita, e il suo simbolo è la falena luna, una farfalla che la leggenda vuole essere portatrice delle anime dei defunti. Ma chi sono questi della Re-Birth? Avvoltoi che credono di fare fortuna sui dispiaceri altrui? O benefattori in grado di alleviarli?

A.I. – Intelligenza Artificiale, tratto da un racconto da Brian W. Aldiss, nelle mani di Spielberg era diventata la storia di Pinocchio di Collodi, con tanto di personaggi e snodi simili. Qui, per tutta la prima parte, ci sono pochi personaggi di contorno e il focus è sui genitori e il bambino. E, anche nella seconda parte, quando entrano in scena altri personaggi, sono sempre funzionali ai tre personaggi centrali. Kore’eda, qui, lascia fuori tanti dei discorsi di Spielberg, come la paura e la contestazione nei confronti degli automi, tiene a freno svolte narrative ed emotività, in modo che il pubblico possa concentrarsi sulla riflessione e sulla questione etica e morale. Non si pensa quasi mai a Spielberg durante tutta la visione del film. E questo è sicuramente un punto a favore del regista giapponese. Punti di partenza simili, svolgimenti diversi portano al risultato di due grandi film, ognuno a suo modo. C’è anche qualcosa di Blade Runner, in Sheep In The Box. È così quando si parla di ricordi. Quelli del piccolo automa sono quelli impiantati artificialmente, presi dalle foto, come per i replicanti del film di Ridley Scott.

Sheep In The Box vive su una continua dialettica – o uno scontro – tra due piani. Da un lato quello emotivo, quello che prova a immaginare il dolore di due genitori per l’aver perso un figlio e l’elaborazione del lutto. Un piano che Kore’eda mette in scena con un tono rispettoso, tenue e crepuscolare. L’altro piano è quello intellettuale, più freddo, la riflessione etica e filosofica su una tecnologia che ogni giorno diventa più avanzata, un misto di robotica e Intelligenza Artificiale. Una tecnologia che oggi può fare quasi tutto. Ma che, forse, non può colmare gli affetti, lenire i rimpianti, riparare i sentimenti.

Su due diversi piani, almeno all’inizio, vivono anche i genitori. La madre sembra essere entusiasta di avere a casa di nuovo il proprio figlio, ben consapevole di mettere in scena una finzione. Il padre è decisamente scettico: chiama il bambino automa un ‘roomba’, un evidente riferimento a un noto robot domestico, e gli dice di non chiamarlo papà – in fondo non lo è – ma ‘signore’. Credere o non credere, questo in fondo è il dilemma. Lasciarsi andare o meno. È una questione di fede. Come in tutte le cose della vita. E anche noi che vediamo il film siamo combattuti tra questi due punti di vista. Ma il dubbio è anche un altro. Come va trattato quel ‘bambino’? Come un vero figlio o come un succedaneo? Conviene stare al gioco o no? E ancora: le preoccupazioni di un genitore, nel caso di un figlio automa, devono essere le stesse di un bambino in carne ed ossa? Ma il film è un continuo porsi domande. Che siano di natura etica e filosofica o che siano proprio sullo sviluppo del racconto, il film si segue sempre con l’attenzione alta. Perché non sappiamo mai dove potrà portarci questa storia. E questo è sicuramente un pregio del film, in cui ogni svolta narrativa non è mai scontata.

“Preferisco le decisioni sofferte. Se non soffro non sono contenta”. È quello che dice, a un certo punto, la madre. Ed è chiaro che Sheep In The Box è anche un film sulla sofferenza umana. Il finale del film è inaspettato, ma, in fondo, è nella logica delle cose, e quindi perfettamente coerente con la storia. I due protagonisti si sentono spiazzati. Ma poi ci pensano, per arrivare alla conclusione che “prima o poi succede a tutti i genitori. Forse”.

di Maurizio Ermisino per DailyMood.it

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