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Crimes Of The Future: La chirurgia è il nuovo sesso… Parola di David Cronenberg

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La chirurgia è il nuovo sesso”. Lo dichiarano, e lo fanno più volte, i protagonisti di Crimes Of The Future, il nuovo, attesissimo, film di David Cronenberg, in arrivo nei nostri cinema il 24 agosto, dopo essere stato presentato al Festival di Cannes. Si tratta di un film a tinte forti, particolarissimo, che riporta il maestro canadese al body horror, alla poetica delle mutazioni e della “nuova carne” che lo ha resto famoso nel corso della sua carriera. Cineasta sopraffino, ma anche profondo analista della natura umana, con Crimes Of The Future David Cronenberg vuole provare, ancora una volta, a capire dove stia andando l’essere umano, chi – o che cosa – diventeremo nel futuro. Lo fa con un film che ovviamente è inquietante, ma anche affascinante. E, soprattutto è denso di temi e di riflessioni.

Al centro della storia c’è Saul Tenser (Viggo Mortensen), un artista che vive per far mutare il suo corpo, e farsi crescere all’interno nuovi organi, che poi si fa estrarre, in quelle che sono delle vere e proprie performance artistiche, dalla sua campagna Caprice (Léa Seydoux). Lei faceva la chirurga traumatologica, ma, nel momento in cui lo ha incontrato e lo stava operando, in entrambi è scattato qualcosa. E ha lasciato tutto per seguirlo e creare arte insieme a lui. Le loro performance vengono fatte con una vecchia macchina per le autopsie, una sorta di sarcofago con delle braccia meccaniche con dei bisturi alle estremità, con le quali, da lontano, opera e disegna tagli sul suo corpo. “È il mio pennello” dice lei. Anche il sesso, tra i due, avviene dentro questa macchina. Il sesso tradizionale non basta più, servono i bisturi e i tagli. La loro vita si complica quando un uomo propone loro una nuova performance, legata al figlio che è venuto a mancare.

David Cronenberg, come non faceva da anni, porta di nuovo sullo schermo corpi mutati, deformati, perforati, trafitti, violati. “L’arte ha a che fare con il dolore”, sentiamo dire nel film. E Cronenberg intercetta qualcosa che è già insito nell’uomo. L’esperienza del piercing, se ci pensiamo, è qualcosa che non è legata solo all’ornamento del proprio corpo ma all’intera esperienza a cui si è sottoposti, alla perforazione e al dolore che ne deriva. Cronenberg prende parte di questo aspetto e lo porta all’estremo, ma è solo una parte della sua riflessione. Il regista canadese pensa anche alla chirurgia. Prendiamo la chirurgia estetica. Nel mondo futuro che immagina, questa ha un’altra valenza: non quella di migliorare l’estetica dei nostri volti e dei nostri corpi, non quella di correggerne i difetti o impedire i segni dello scorrere del tempo. Ma quello di creare una rottura con il proprio aspetto fisico, quello di distinguersi dagli altri corpi e dagli altri volti, quello di diventare in qualche modo opere d’arte, pezzi unici. É qualcosa che va in senso contrario all’odierna concrezione della chirurgia, ma qualcosa che stiamo già vedendo. In quei volti bellissimi deturpati permanentemente dai bisturi forse Cronenberg vuole portare all’estremo quel bisogno, già in atto, dell’essere umano di modificarsi continuamente, di riscrivere i propri tratti. Forse è il portare all’estremo quello che già accade oggi, in certi casi, quell’intervenire così spesso, e così pesantemente, sui propri corpi e sui propri volti pensando di diventare più belli, finendo però (quante volte lo abbiamo detto?) per deturpare quei corpi e quei volti. Ecco, questo deturpare involontariamente i propri connotati Cronenberg lo trasforma in una voglia esplicita, in un bisogno ormai conscio e consapevole.

C’è poi un altro discorso nella chirurgia, ed è quello da cui abbiamo cominciato. In quel “la chirurgia è il nuovo sesso” c’è un essere umano che ormai non riconosce più il piacere come lo aveva provato finora, e cerca emozioni sempre più forti. Anche questo, se ci pensiamo, è qualcosa già in atto, con persone che hanno bisogno di momenti sempre più estremi, ignoti, pericolosi per provare piacere. Cronenberg suggerisce che il piacere tradizionale non basta più, e che l’essere umano ha bisogno di emozioni sempre più forti: i tagli sul proprio corpo, il freddo delle lame d’acciaio, il dolore. E in questo Crimes Of The Future si avvicina a Crash, lo storico film di Cronenberg del 1996, in cui i personaggi provavano piacere dall’assistere a incidenti stradali, dal contatto con le lamiere ritorte delle auto incidentate, da corpi tenuti insieme da viti e assi d’acciaio. Il dolore come piacere e il piacere come dolore è un tema su cui l’uomo riflette da anni, pensiamo al Marchese De Sade. Eppure Cronenberg riesce, nei suoi film, a ragionarne in senso di evoluzione, di mutazione dell’uomo, di compenetrazione tra organico e inorganico, di arti artificiali che diventino l’estensione del nostro corpo naturale. Ogni film di David Cronenberg allora è un piccolo grande trattato di antropologia.

Ma non c’è solo il buon vecchio Crash in Crimes Of The Future. Perché l’ultimo film di Cronenberg sembra racchiuderne molti altri, come se il regista canadese volesse fare una summa del suo cinema e creare il suo film definitivo. Ci sono sicuramente anche Inseparabili, che era la storia di due ginecologi, gemelli, che erano affascinati dalla “bellezza interiore”, intesa non come quella della nostra anima, ma quella dei nostri corpi, quella che loro, scrutando all’interno del corpo femminile, riuscivano a trovare, ad apprezzare, ad amare, Tra l’altro, anche in quel caso, usando freddi strumenti d’acciaio che loro stessi contribuivano a creare. Si parla anche qui, infatti, di “bellezza interiore”, quando il Saul di Viggo Mortensen si iscrive a un concorso dedicato appunto alla “bellezza interiore”, cioè quella degli organi interni, per il miglior organo creato ex novo. E poi in Crimes Of The Future c’è senza dubbio eXistenZ, con le appendici del letto e della poltrona sui cui Saul mangia, veri e propri arti e cordoni che mettono questi oggetti senzienti in contatto con il suo corpo per assecondarne i movimenti ed eliminare il dolore. Il gamepod di eXistenZ era una consolle organica che, tramite una sorta di cordone ombelicale, entrava in contatto con il nostro corpo per permetterci di entrare nel mondo del videogioco e, al contempo, cogliere le nostre paure, le nostre sensazioni e i nostri ricordi per inserirli nel gioco. Allo stesso modo i cordoni di questo letto e di questa poltrona comunicano con il nostro corpo per anticipare i nostri dolori e mettere il nostro corpo nelle condizioni di non soffrire. Così, quegli esseri umani che sono mutati al tal punto da secernere un liquido in grado di sciogliere e digerire la plastica e le materie artificiali ci fanno pensare a La Mosca.

Sì, c’è anche questo in Crimes Of The Future, l’idea che l’essere umano si sia evoluto in modo che il suo corpo possa digerire, e così eliminare, i suoi scarti industriali. Auspicio per ovviare alle risorse che si stanno esaurendo, o nemesi per un’umanità che produce troppi scarti e in qualche modo deve rimettere in equilibrio il pianeta? Come vedete ci sono tanti, forse addirittura troppi spunti in Crimes Of The Future e, come vedete, tutto torna nel mondo del cineasta canadese, come se fossimo in un Cronenberg Cinematic Universe. Il suo è un film che tiene costantemente acceso il cervello dello spettatore, forse un po’ meno il cuore, per come la messinscena, la recitazione degli attori e la sceneggiatura lavorano per non creare pathos ma per farci riflettere su noi stessi.

Per questo ha perfettamente senso il lavoro sugli attori. Che si muovono in ambienti spogli, fatiscenti, abbandonati, e a loro volta sembrano quasi asettici, insensibili e, coerentemente al film, semplicemente corpi destinati a diventare materia da plasmare nelle mani dell’artista, a diventare parte dell’opera d’arte complessiva che è il film di David Cronenberg. I tre protagonisti principali appaiono spogliati di ogni aura divistica. Viggo Mortensen è in scena invecchiato e glabro, senza sopracciglia né barba, i capelli grigi e corti, le rughe e le espressioni minimali che mostrano una sofferenza che, nel mondo immaginato da Cronenberg, sembra qualcosa che si possa tenere sotto controllo. Mortensen attraversa il film con un aplomb tutto particolare, con la serenità di chi ha scelto e accettato che il suo corpo sia destinato a soffrire, in nome dell’arte. Léa Seydoux, che è la compagna d’arte e di vita Caprice, appare anche lei in abiti minimali, una camicetta bianca, pantaloni caki morbidi e sneakers bianche, senza un filo di trucco e con dei capelli castani e corti che ci rimandano a un certo cinema francese degli anni Settanta. Cambia, con un rossetto rosso – che però non colora troppo un film che è costantemente ricoperto di una patina brunita che omologa tutto – con dei corpetti stretti e scollati nel suo momento, quello in cui l’artista vai in scena. Vedremo anche il suo corpo nudo, esile e formoso allo stesso tempo, in un momento di intimità, e poi ancora il suo volto mutare in nome di una nuova bellezza, che non appartiene ai canoni a cui siamo soliti associarla. E poi c’è Kristen Stewart, reduce dai panni regali di Lady Diana in Spencer, ancora una volta sorprendente. Il volto livido e anonimo, i capelli raccolti, camicie retro e accollate, l’attrice si cala nei panni di Timlin, una funzionaria pubblica, una burocrate (fa parte di un dipartimento che sorveglia l’insorgenza di nuovi organi), di una signora in grigio. Ma quegli occhi affebbrati e curiosi, intrisi di desiderio, nel momento in cui si avvicina a Saul e al mondo dell’arte, sono il cuore della sua prestazione. Crimes Of The Future è così, un film stratificato, da vedere e da portare con sé per giorni e giorni dopo la visione, o da rifiutare in toto. Così è (se vi pare) David Cronenberg.

di Maurizio Ermicino per DailyMood.it

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Blonde: Marilyn Monroe, la donna che abbiamo amato, non esisteva

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Ve lo diciamo subito. Guardare Blonde, il film di Andrew Dominik su Marilyn Monroe con Ana De Armas, in streaming su Netflix dal 28 settembre, è dolorosissimo. È un continuo colpo al cuore. Ci sono intere generazioni di persone, uomini e donne, che sono cresciuti con il mito di Marylin Monroe, con la sua icona stampata negli occhi e appesa sui muri. I suoi film sono un patrimonio collettivo e, nell’epoca della tivù generalista, prima dello streaming, erano facilissimi da trovare su ogni rete, in prima o in seconda serata, trasmessi di continuo. Gli uomini preferiscono le bionde, Quando la moglie in vacanza, A qualcuno piace caldo ci hanno sempre trasmesso il senso di una sessualità giocosa e innocente, un’età dell’oro senza tempo in cui l’amore era un gioco, e la bellezza curava tutto. E dove al centro c’era questa donna bellissima, bionda, con quel sorriso unico, che non si poteva non amare. Che la vita di Marilyn Monroe non fosse stata una vita felice, una vita facile lo sapevamo: basta pensare alla sua morte, avvenuta in circostanze ancora misteriose. Ma il film di Andrew Dominik, presentato in concorso alla 79esima Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia, porta con sé un senso di morte fin dalle prime scene, di violenza costante. Che arriva non solo a destrutturare l’icona, il mito di Marilyn Monroe, ma a demolirlo completamente. Ovviamente la demolizione riguarda tutto il mondo dove Norma Jean Baker si muoveva, l’Hollywood maschilista di quegli anni. Ma per mettere in atto questa demolizione confeziona un film che si spinge spesso oltre i limiti di velocità, finendo spesso per deragliare.

Su Blonde, tratto dal romanzo di Joyce Carol Oates, la morte aleggia sin dalle prime scene, da quando la piccola Norma Jean viene prima portata in macchina dalla madre, ormai fuori controllo, lungo le strade di una Hollywood in fiamme (probabile metafora…) e poi annegata in una vasca da bagno, con il tentativo che, per fortuna, va a vuoto. Non era stata voluta, la piccola Norma Jean, né dalla mamma, né da quel padre che, sin dalla prima scena, Norma Jean ha conosciuto solo in foto, e desiderato e rincorso per tutta la sua vita, tanto da cercarlo negli uomini di cui si innamorava, e che chiamava tutti “daddy”, papà. Quell’unica, incerta, immagine, quella figura sfuggente del padre, la rincorrerà, e rincorrerà noi, come un incubo, per tutto il film. Così come il desiderio di un figlio. Il destino ha voluto che Norma Jean, bambina non desiderata da nessuno, sia nata. Ma anche che il figlio di Marilyn, al contrario desiderato tantissimo, non sia mai venuto al mondo.

Questi temi si rincorrono lungo tutta la durata di Blonde, un film che non ha un andamento lineare, ma che salta da un evento all’altro, da una suggestione all’altra, con accostamenti a volte arditi (il bordo del letto su cui Marilyn è costretta a un rapporto sessuale diventa una cascata, per ricollegarsi a Niagara, uno dei film più famosi). Grazie alle tecnologie digitali, la Marilyn di Ana De Armas entra, al posto della vera attrice, nelle scene dei suoi film storici. Ma sono scene che vediamo da lontano, su uno schermo in fondo a una sala, o che vediamo parzialmente. Solo la famosa scena di Quando la moglie è in vacanza, quella con la gonna che si solleva grazie all’aria che arriva dai sotterranei, è fissata, bloccata e rivista da ogni angolatura, scomposta e ricomposta. Serve a fissare l’icona, e a lanciare la scena immediatamente successiva, uno sfogo di gelosia del marito Arthur Miller, ennesimo comportamento dominante di una serie di maschi che Marilyn ha incontrato nella sua vita. Così come una scena di A qualcuno piace caldo viene seguita da un dietro le quinte, per documentare un crollo nervoso.

Perché è sempre questo che Blonde ci sbatte, con forza, davanti agli occhi. Per una scena fissata su pellicola ed entrata gloriosamente nell’immaginario collettivo, ci sono decine di dietro le quinte, di scene non viste. I provini, i commenti sulle forme, il continuo sminuire. E questo non è niente. Ci sono gli abusi, le molestie, o quasi stupri, le violenze domestiche. Quello del passaggio dal divano del produttore è una verità conosciuta da tutti. Ma vederla in modo così evidente, brutale, violento è qualcosa che non può lasciare indifferenti. Andrew Dominik in questo modo prende un modo di essere che era accettato e tollerato settant’anni fa e lo trasporta nel mondo di oggi, all’epoca del #metoo, dove alcuni comportamenti non sono più tollerabili. Quello che all’epoca nessuno aveva visto ci viene fatto vedere oggi, con lo sguardo di oggi. E ci fa sentire, ovviamente in colpa. Perché quella donna che abbiamo amato e desiderato era una donna che non esisteva, ed era il frutto di tanto dolore.

Assistendo a Blonde ci sembra quasi che la felicità non sia stata mai possibile per Norma Jean Baker, se non nelle scene di un film. Attenzione: non diciamo sul set di un film, perché anche quelli per lei erano durissimi. Diciamo proprio nella scena del film, cioè per il personaggio in scena, nella finzione della storia. C’è un momento in cui, durante la lavorazione di A qualcuno piace caldo – sembra incredibile che un film così gioioso sia stato girato in un momento così doloroso – dopo essere arrivata sul set per miracolo e rimessa in piedi a suon di medicine, un attimo prima di andare in scena Marylin sfoggi il sorriso più smagliante possibile. Un sorriso che poteva esistere solo nella finzione.Eppure in un film che vuole riscattare la donna dietro Marilyn Monroe, finisce per diventare monotono, monocorde nel suo reiterare la violenza, l’abuso. Un film che passa dal colore al bianco e nero sembra poterci essere, metaforicamente, solo il nero, finendo per portare Norma Jean tanto, forse troppo lontano da quello che ha rappresentato. A tratti, la sua vita sembra davvero un horror. La sua storia è filtrata prima dalla visione di una donna, Joyce Carol Oates, e poi da un uomo, Andrew Dominik. Che nelle intenzioni vuole certamente denunciare quello che ha dovuto passare questa donna, ma a tratti – con sequenze che sfiorano il compiacimento – sembri quasi violare di nuovo Marilyn, abusare ancora di lei. Per non parlare di sequenze al limite del buon gusto, come il feto parlante che si rivolge direttamente a lei.

A risaltare e brillare di luce propria è Ana De Armas, attrice che si getta anima e corpo nell’impresa non facile di impersonare Marilyn Monroe. L’attrice non punta sulla somiglianza perfetta, ma riesce ad evocare, a cogliere l’essenza di Marilyn, con i gesti, la voce, le sfumature. È coraggiosa nel mettersi a nudo, metaforicamente e anche letteralmente, come richiede il copione, in un ruolo che, come hanno scritto in tanti, è quello della vita. In questo l’attrice cubana si deve essere sentita vicina a Marilyn: ha fatto questo film per dimostrare di non essere solo bella, di non saper fare solo ruoli leggeri, per essere presa sul serio. Quello che Marilyn ha cercato per tutta la vita.

di Maurizio Ermisino per DailyMood.it

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Moonage Daydream: Chiedi chi era David Bowie

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“Chi è? Da dove viene? È una presenza aliena?”. Così una voce introduce David Bowie sul palco prima di un concerto, in una delle prime scene di Moonage Daydream, il film di Brett Morgen dedicato al Duca Bianco, in esclusiva IMAX dal 15 al 21 settembre e dal 26 al 28 settembre al cinema. Il film prova a rispondere alla domanda “chi è David Bowie”, ma non nella maniera che chiunque si aspetterebbe, con il classico documentario fatto di interviste, testimonianze e ricostruzioni esatte e cronologiche dei fatti. Prova a rispondere alla domanda facendoci provare le emozioni profonde che la sua musica, i suoi video, le sue idee ci suscitano. Moonage Daydream è un viaggio nel mondo – anzi nei tanti mondi – di David Bowie, un film emotivo e immersivo, irresistibile e stordente. È un’esperienza totalizzante, a cui abbandonarsi, assolutamente in sala, un flusso di coscienza fatto di musica, immagini e parole da cui farsi travolgere. Probabilmente l’esperienza più vicina a un concerto di David Bowie che possiate vivere oggi.

Chi è allora David Bowie? È stato un simbolo, un modello per molte persone che avevano bisogno di trovare se stesse, la loro identità, il loro posto nel mondo. Il periodo di Ziggy Stardust, quel vestirsi in modo così personale, “vistoso”, come lo definisce lui, è servito a tante persone per liberare il proprio io, la propria personalità, per apparire ed essere chi davvero sentivano di essere. Ognuno, finalmente, poteva essere un “individuo” e non solo parte di una massa. Il suo Ziggy Stardust era nato per raffigurare una rockstar aliena, che riunisse maschile e femminile in sé, come alcune divinità del passato. Ma ognuno poi ci ha trovato dei significati, ognuno si è fatto la sua idea di Ziggy “Era un miscuglio di tante idee. Ci siamo presi la responsabilità di creare il XXI secolo nel 1971”. Le esibizioni dal vivo del periodo di Ziggy Stardust, le foto di Mick Rock prendono lo spazio per tutta la prima parte del film. Assistiamo anche alla famosa posa in cui, simulando una fellatio, Bowie si avvicinava alla chitarra di Mick Ronson e fingeva di suonarla con la bocca.

David Bowie ha scelto di diventare una rockstar anche per quell’aura di mistero che un tempo aveva il mondo della musica. “Ascoltavo Fats Domino senza capire una sola parola dei testi che ha scritto. Rendeva tutto più misterioso. Volevo far parte di quel mondo magico”. E magico David Bowie lo è stato davvero, il mistero delle star del rock è qualcosa che in lui è convissuto con la continua voglia di cambiare e sperimentare. “Molti cambiamenti della mia carriera musicale sono stati una sfida con me stesso”. Tutto questo è evidente in tutta la sua vita artistica, ma soprattutto nella parte che riguarda la “Trilogia Berlinese”, i suoi album Low, “Heroes” e Lodger. Così come si sente la sorpresa per la mancanza di sperimentazione nel periodo di Let’s Dance, che però Brett Morgen, che ammette di non aver compreso appieno quel periodo, qui ci fa capire le sue ragioni, quella voglia di fare una musica più semplice e diretta di diventare semplicemente un performer.

Brett Morgen racconta tutto questo accostando immagini di epoche diverse, mescolando versioni diverse, eseguite in diversi periodi, della stessa canzone. Così una Space Oddity eseguita negli anni Novanta sfuma in una eseguita negli anni Settanta. Il montaggio di Brett Morgen non è mai scontato, non segue una logica prettamente cronologica, ma segue suggestioni, affinità elettive, influenze. A volte sembra che, grazie al montaggio, il Bowie più giovane e quello più maturo si guardino tra loro, si scambino dei cenni di intesa. È come se assistessimo a un Big Bang con migliaia di frammenti, quelli che formano l’eclettico universo di Bowie, a viaggiare sullo schermo per poi riunirsi, Le tante anime di Bowie, e le sue influenze musicali, cinematografiche, artistiche, alla fine si legano tra loro per dare vita a un artista unico e irripetibile.

Brett Morgen ha avuto accesso a un enorme archivio e ha scrutato per anni il materiale a disposizione, cercando di regalare ai fan il materiale più inedito, quello meno scontato, quello che probabilmente non avevano mai visto. Il risultato è strepitoso, è un’opera monumentale in cui ognuno di noi può scegliere il momento preferito, quello da cui farsi sorprendere. Ci sono dei frammenti del famoso documentario Cracked Actor, che coglie David Bowie, intervistato in un’auto, nel massimo della sua paranoia nel periodo americano, negli anni Settanta, da cui è stata tratta ispirazione per alcune scene de L’uomo che cadde sulla Terra (vediamo molte sequenze di quel film, insieme agli altri in cui ha recitato). Vediamo una straordinaria versione di “Heroes” dall’Isolar Tour, quello che seguì l’album in questione. Ascoltiamo World On A Wing mentre la voce di Bowie, da interviste di repertorio, racconta il suo incontro con Iman. È l’unico accenno alla sua vita privata, della prima moglie e del primo figlio non c’è menzione.

La sua vita si è tinta di rosa, racconta Bowie. Proprio lui che, fino a qualche anno prima, nelle interviste diceva di evitare l’amore per evitare distrazioni nella sua arte, di essersi costruito una corazza contro l’amore. Lui che aveva raccontato di non aver mai avuto un orsacchiotto da piccolo, che non gli erano mai piaciute le cose da bambini. Anche se non si racconta la sua vita privata, conosciamo comunque un Bowie intimo, spirituale, profondo. “Crede in Dio?” “Credo in una forma di energia a cui non vorrei dare il nome. Amo la vita, tanto”. In Moonage Daydream ci sono l’immagine, la musica, ma anche la spiritualità di David Bowie, la sua visione personale della fede e di Dio.

Ma David Bowie crede anche nel caos. “Il mondo ha deciso di rifiutare il caos, che invece fa parte delle nostre vite”. Il caos come ispirazione, come spinta creativa. E, se ci pensate, è quello che accade proprio in Moonage Daydream, un caos di immagini e di spunti dove, però, tutto trova magicamente senso, unità, coesione. È davvero un nuovo modo di raccontare i grandi della musica (l’idea di Morgen di un film di questo tipo inizialmente era destinata ai Beatles), senza racchiuderla negli stereotipi del biopic con le storie di caduta e redenzione, senza attori destinati a “imitare” e non “essere” gli artisti in questione, senza regole e paletti. Con Moonage Daydream Brett Morgen ha trovato il modo perfetto per raccontare David Bowie. E di film come questo ne vorremmo tanti altri.

di Maurizio Ermisino per DailyMood.it

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Venezia 79, Leone d’Oro a sorpresa e soddisfazione per Luca Guadagnino

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E anche questa Mostra di Venezia è terminata. Con le solite sorprese finali, qualche piccola immancabile polemica e una (meritata) soddisfazione italiana.

La giuria presieduta da Julianne Moore ha spiazzato tutti. Fino a qualche ora prima della cerimonia di chiusura sembrava non ci fossero dubbi: il Leone d’Oro era di No Bears di Jafar Panahi, regista nuovamente in carcere in Iran, accusato di propaganda contro il regime. Un film bellissimo, che ha emozionato e unito nel giudizio pubblico e critica e che sembrava destinato alla vittoria.

Per chi ha seguito il festival, la sfida era soltanto con un altro titolo, e cioè Saint-Omer di Alice Diop, la documentarista franco-senegalese per la prima volta alle prese con un’opera di finzione. E infatti questi due film sono entrati nel palmares, ma ad avere la meglio è stato un inaspettato terzo “incomodo”, All The Beauty and The Bloodshed di Laura Poitras, documentario incentrato sulla figura della fotografa Nan Goldin. La regista premio Oscar nel 2015 per Citizenfour si è aggiudicata a sorpresa il Leone d’Oro e, dopo le vittorie di Chloé Zhao e di Audrey Diwan, per il terzo anno consecutivo è una donna a trionfare al Lido.

Se a questo aggiungiamo che Saint-Omer alla fine ha ottenuto il Gran Premio della Giuria, quindi il secondo premio per importanza del palmares, non si può non affermare che questa sia stata un’edizione segnata dallo sguardo femminile.

Ed è proprio sul film della Diop che però è nata la polemica. O meglio, sui premi che le sono stati assegnati. Saint-Omer si è infatti aggiudicato anche il premio De Laurentiis per la miglior opera prima. Il problema non è nel merito del riconoscimento ma risiede altrove e cioè nel regolamento della Biennale, che considera ancora opere prime soltanto gli esordi nel cinema di finzione. Ma in un’epoca in cui ormai il documentario è considerato alla stregua del cinema di finzione, dove il cinema del reale ormai partecipa (e vince) nei concorsi ufficiali dei festival generalisti di tutto il mondo (e la vittoria di Laura Poitras ne è la dimostrazione), può una regista che ha alle spalle sedici anni di carriera nel cinema documentario considerarsi un’esordiente? Il direttore Barbera dovrà fare i suoi ragionamenti e – speriamo – mettere mano al regolamento.

Se il film della Diop si è portato a casa due premi, la “doppietta” è stata fatta anche da The Banshees of Inisherin di Martin McDonagh e Bones and All di Luca Guadagnino – in barba al regolamento che non lo permetterebbe (è stata chiesta una deroga). Il film dell’irlandese ha vinto per la miglior sceneggiatura ed è valso la Coppa Volpi a Colin Farrell, mentre il teen horror dell’italiano si è aggiudicato il Leone d’Argento per la miglior regia e la protagonista Taylor Russell ha vinto il premio Mastroianni come giovane rivelazione. Finalmente una bella soddisfazione per Guadagnino, i cui film avevano sempre diviso la Mostra e che invece adesso si è preso la sua meritata rivincita.

La miglior interprete femminile è stata, ovviamente, Cate Blanchett, straordinaria in Tar di Todd Field. E No Bears di Panahi? Come detto è entrato nella lista dei vincitori, ma si è dovuto accontentare del Premio Speciale della Giuria, accolto con una standing ovation dal pubblico presente alla cerimonia.

Qualcuno ha storto il naso per le scelte di Julianne Moore e della sua giuria. Ma in fondo i verdetti a sorpresa, che si sia d’accordo o meno, aggiungono sempre un po’ di brio alla fine di una manifestazione cinematografica. Anche questo è il bello dei festival, è il bello di Venezia. Al prossimo anno, con altissime aspettative per l’80esima edizione.
Photo Credits: @MatteoMignani per DailyMood.it

di Antonio Valerio Spera per DailyMood.it

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