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Spider-Man: Brand New Day: l’Uomo Ragno entra nell’età adulta. E crescere non è facile
Da grandi poteri derivano grandi responsabilità. Da poteri sempre più grandi derivano responsabilità sempre più grandi. E così Spider-Man, che da 4 anni di fatto ha vissuto da solo, isolato, dedicandosi ai piccoli criminali della città, nel momento in cui si accorge che sta cambiando, dovrà capire che non potrà fare tutto da solo. E dedicarsi, come direbbe qualcuno, alle patate più grandi. Ed è solo l’inizio. È questo il senso di Spider-Man: Brand New Day, il nuovo capitolo della saga con Tom Holland protagonista nel ruolo di Peter Parker / Spider-Man, diretto da Destin Daniel Cretton (Shang-Chi e la leggenda dei Dieci Anelli), nelle sale italiane da mercoledì 29 luglio, prodotto da Sony Pictures e distribuito da Eagle Pictures. Nel cast ci sono Zendaya, Sadie Sink, Jacob Batalon, Jon Bernthal, Tramell Tillman, Michael Mando e Mark Ruffalo.
Spider-Man: Brand New Day, recita il titolo del quarto capitolo della saga con Tom Holland (nessun Uomo Ragno finora è durato di più, senza contare i film collettivi). Ed è davvero un “nuovo giorno” per Peter Parker. Combattere il crimine a tempo pieno nei panni di Spider-Man in un mondo che non si ricorda di lui — e la pressione di vedere i suoi vecchi amici andare avanti senza di lui — innesca in Peter un cambiamento che potrebbe non riuscire a controllare. Ma questa trasformazione potrebbe essere l’unica cosa in grado di fermare una nuova e sconvolgente minaccia per la città e per le persone che ama: un potente nemico impossibile da vedere. Il mondo può aver dimenticato Peter Parker, ma lui non ha dimenticato nessuno.
Spider-Man: Brand New Day è un film per nulla banale e scontato. Lo si può vedere come una storia di supereroi, certo, e questo è. Ma anche, dimenticando quello che è il “lavoro” di Peter Parker, come una storia su tutti noi. Quando vede le vite degli altri da lontano, sullo schermo di uno smartphone, senza partecipare alle loro esistenze, in fondo fa quello che facciamo in tanti, restare in qualche modo connessi solo tramite uno schermo e non dal vivo. Per alcuni è una scelta, per altri una necessità, per altri ancora l’unico modo. Per Spidey, che per proteggere MJ e i suoi amici ha chiesto a Dr. Strange di cancellare il suo ricordo, è davvero una scelta obbligata. Anche se, di tanto in tanto, prova ad avvicinarsi
Ancora, Spider-Man: Brand New Day è una riflessione sull’amore. Peter ama MJ perché lui non ha dimenticato niente, ricorda ogni momento, ogni bacio e ogni parola. Lei non sa che esiste. Ma, anche se dovesse incontrarlo, capire chi è, non potrebbe esserne innamorata perché non ricorda niente e, in fondo, non lo conosce. Questo elemento mèlo, l’impossibilità di un amore, già lanciato alla fine del terzo film, è uno dei motori della storia ed è gestito molto bene, con dei momenti struggenti. Ancora una volta parliamo di supereroi, ma con i problemi di ognuno di noi.
Ma tutto questo confluisce in quello che è il vero cuore del film. Peter Parker comincia a sentire dei nuovi poteri, delle nuove sensazioni. Ha i sensi più sviluppati, i riflessi più pronti, una nuova forza. E le famose ragnatele biologiche che spuntano dalle braccia. Ma questo lo porta anche ad avere degli istinti pericolosi, a fare delle scelte sbagliate. A volte l’ira e la violenza rischiano di sopraffarlo. E tutto questo è una metafora molto semplice. È il passaggio all’età adulta. Crescere, diventare grandi, comporta anche dei disagi, dei momenti di passaggio, un adattamento. Diventa spesso una sfida con se stessi. Ed è questo che è il racconto del nuovo film dell’Uomo Ragno. C’è una tesi che vuole che tutti e tre i film dello Spider-Man di Tom Holland siano una lunga, lunghissima origin story. E che la vera storia del supereroe cominci adesso. Probabilmente è proprio così.
Tutto questo è il cuore di una storia raccontata in modo molto originale. A partire da un cattivo che, per gran parte del film, è senza volto. O meglio, ha mille volti. È infatti in grado di trasferire la sua mente in qualsiasi corpo riesce a raggiungere. Il pericolo, così, assume continuamente sembianze diverse e per l’eroe, e anche per noi che guardiamo, è impossibile capire da dove arrivi. Con tutt’altro tono e atmosfera, questo espediente ci ha ricordato quello di un thriller degli anni Novanta, Il tocco del male, in cui, con un semplice tocco di mano o di qualsiasi parte del corpo, sulle note di Time Is On My Side dei Rolling Stone, qualcuno che era probabilmente il Diavolo passava di corpo in corpo.
Qui la risposta arriverà. E avremo anche un volto. E segnerà l’entrata in scena di un personaggio di cui non vogliamo parlarvi, perché rovinerebbe la visione del film. Quello che possiamo dirvi, perché già reso noto, è che in scena ci sono personaggi storici come Mark Ruffalo nei panni del “mite” professore Bruce Banner (che, però, come sapete, è anche Hulk…), personaggi più recenti di cui ci siamo già innamorati, come la Vedova Nera di Florence Pugh (che riceve i suoi ospiti nel suo “ufficio”, nuda in una piscina, in uno dei momenti più sexy e divertenti del film) e nuovi ingressi come Frank Castle, alias The Punisher, eroe scorretto e complementare a Spider-Man.
La costruzione di Spider-Man: Brand New Day è molto interessante, perché permette di aprire molte porte. Trame e sottotrame, ma anche i personaggi entrati in scena, fanno sì che la storia possa continuare con il quinto film di Spider-Man, che arriverà, nei film collettivi degli Avengers (il primo Avengers: Doomsday, è in uscita a dicembre, e anche in nuovi film dedicati ai vari personaggi che vediamo in scena. Il nuovo Spider-Man è un continuo crossover tra storie e mondi. Che la storia andrà avanti ce lo dice la scena post-credit, che stavolta è una sola e poco significativa. Ma quello che conta è che continuerà nei prossimi film. Grandi poteri, grandi responsabilità. Grandissimi poteri, grandissime responsabilità. E, a quanto pare, grandi film.
di Maurizio Ermisino per DailyMood.it
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Venezia 83, l’estetica del contrasto: da Serena Rossi in rosso diva al glunge di Rick Owens e Fiorello
Published
2 giorni agoon
11 Settembre 2026
C’è un momento preciso, quando la Mostra del Cinema entra nelle sue ultime ventiquattro ore, in cui sta per calare il sipario e la luce di Venezia smette di essere un semplice riflesso sulla laguna e si trasforma in un’atmosfera sospesa, intrisa di una malinconia bellissima. Alla vigilia del gran finale, il red carpet di Venezia 83 cessa di essere una semplice passerella per diventare un grande romanzo visivo al suo capitolo più intenso. Un susseguirsi di desideri, citazioni d’autore e audacie stilistiche di chi vuole lasciare un segno indelebile prima che i riflettori si spengano definitivamente.
Nella serata che ha visto intrecciarsi il documentario Be Brave dedicato a Renzo Rosso e la magia teatrale di Scherzetto firmato da Mario Martone, la moda ha celebrato la sua ultima, grande festa. Dalle icone del grande schermo alle provocazioni dell’avanguardia, il tappeto rosso ha regalato un mosaico di stile in cui la grande sartorialità si è fusa con la spontaneità del pop, donandoci immagini destinate a rimanere nell’immaginario di questa edizione che si appresta a chiudere i battenti.
La diva in rosso: la magia di Serena Rossi
A rubare ogni sguardo e a fermare il tempo in questi ultimi sprazzi di Mostra è stata Serena Rossi, protagonista assoluta della serata in occasione del conferimento del premio Campari Passion for Film. L’attrice ha sfilato in un abito rosso corsa firmato Vivienne Westwood dalla costruzione magistrale: la scollatura scultorea del bustino è un omaggio viscerale e bellissimo alla Sophia Loren che ballava il mambo in Pane, amore e…, un tributo alla carne e alla grazia del nostro cinema più autentico. Completavano la poesia una treccia morbida d’ispirazione romantica e gocce di diamante ai lobi. Semplicemente divina.
L’avanguardia d’autore: Rick Owens e Michèle Lamy
Di segno opposto, ma con la medesima carica magnetica, l’apparizione di Rick Owens e Michèle Lamy. La coppia simbolo della moda concettuale ha portato in Laguna una lezione pura di estetica dark-chic e glunge, trasformando il carpet serale in una pellicola distopica. Con volumi scultorei, texture materiche e un’attitudine sfrontatamente aliena, sono l’avanguardia fatta persona che sfida la solennità della chiusura del festival.
La nonchalance parigina: Chiara Mastroianni
Pura classe senza sforzo quella mostrata da Chiara Mastroianni per la première di Un Peu Avant Minuit. L’attrice racchiude in sé il meglio di due mondi: l’eleganza parigina e la grande eredità del cinema italiano. Il suo abito nero dritto, impreziosito sul fondo da maxi fiori tridimensionali in tessuto, abbinato a slingback con tacco medio e un hairstyle volutamente imperfetto, è il manifesto del “less is more” che non passa mai di moda.
Dal pop alla grande tradizione teatrale
Non sono mancati i tocchi d’irriverenza per alleggerire la tensione dei giorni finali, come la presenza di Rosario Fiorello e Susanna Biondo. La coppia ha sfoderato una versione casual e brillante firmata Diesel. Giacca grigio ghiaccio su t-shirt e occhiali arancioni per l’entertainer, toni caldi del malva e del marrone per la moglie. Una parentesi di freschezza democratica che dimostra come il denim possa varcare con allegria anche le soglie più austere.
Alta moda e rockstar: Natasha Poly e Achille Lauro
Sul fronte dell’alta moda d’impatto, Natasha Poly ha trasformato l’essenzialità di una canottiera in jersey in un capolavoro di couture. Il modello si prolunga in uno strascico scultoreo e candido, illuminato solo dai diamanti Damiani. Poco distante, Achille Lauro ha confermato il suo status di rockstar sofisticata. Ha scelto pantaloni neri da smoking con fascia e una camicia in raso scivolata. Immancabile l’occhiale da sole, a schermare uno sguardo sempre scenografico.
Il sipario sul glamour: Toni Servillo e le star della Tv
Infine, la chiusura tra teatro e pop culture che accompagna la Mostra verso la proclamazione dei vincitori di domani. Da un lato la maestosità di Toni Servillo, impeccabile nello smoking d’ordinanza al fianco di Manuela Lamanna in completo azzurro cielo; dall’altro un tuffo nella memoria con Katherine Kelly Lang e Ronn Moss. I due volti storici di Beautiful, tra abiti gioiello e smoking d’altri tempi, hanno ricordato a tutti che la seduzione, a Venezia, non ha mai data di scadenza.
di Cristina Siciliano per DailyMood.it
Crediti copertina: RED_CARPET_-_SCHERZETTO__TRICK__-_Actress_Serena_Rossi__Ph._Aleksander_Kalka_-_Courtesy_Archivio_Storico_la_Biennale_di_Venezia
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Venezia 83: Toni Servillo è un nonno per Mario Martone, mentre al Lido irrompe la tragedia di Gaza
Published
2 giorni agoon
11 Settembre 2026
Da dove iniziare per raccontare la penultima giornata del Festival di Venezia? È stata una giornata di emozioni contrastanti. Da un lato c’è stato il piacere di rivedere un grande attore italiano, uno di quelli più amati, come Toni Servillo, nei panni di un nonno in Scherzetto di Mario Martone, tratto dal libro di Domenico Starnone. Un ruolo leggero, divertente, che gli ha fatto scoprire alcuni lati di sé. Dall’altro lo sconvolgente NAZA di Yuval Abraham e Rachel Szor, due degli autori di No Other Land, che racconta la tragedia di Gaza da un punto di vista inedito, che ha lasciato ammutoliti i giornalisti alla proiezione per la stampa e ha ottenuto 25 minuti di applausi alla proiezione ufficiale in Sala Grande.
Scherzetto è una storia piccola, intimista, girata tra quattro mura. E un balcone, il vuoto, le voci della strada che risalgono con la loro oscena vitalità, e poi la sfida tra un nonno e un nipotino. Il nonno, Daniele Mallarico (Toni Servillo), ha superato i settant’anni, è un noto illustratore che, ormai vedovo, vive da solo a Milano. Il nipote si chiama Mario, cinque anni, una peste che parla come un libro stampato, conosce tutto, sa fare tutto, spiega ogni cosa. I suoi genitori sono orgogliosissimi di lui. È stata proprio la figlia Betta a chiedere a Daniele di tornare a Napoli, nella casa di famiglia, per tenere per qualche giorno Mario mentre lei e il marito, Saverio, sono fuori per un convegno, ma certo non poteva immaginare… Tra quattro mura e un balcone, si consuma un vero e proprio duello che mette Daniele di fronte ai suoi fantasmi. Martone ha voluto fortemente dirigere questo film, che doveva essere affidato a un giovane regista, per quanto aveva amato il libro di Starnone. E ha voluto girarlo in una vera casa, e non ricostruire i set in studio, perché tutto fosse più reale e si sentisse il senso del luogo chiuso, un luogo che ha una storia, un passato, che spaventa. E poi il balcone, qualcosa che fa paura. “Io soffro di vertigini, come credo Mario Martone” ha raccontato Toni Servillo. “Trovo efficace la metafora del balcone come immagine della paura di fronte non tanto all’altezza, ma al vuoto. Il mio Daniele sente che è il vuoto che ha dentro di sé”. “Mi affascina che il mio personaggio si interroghi sul suo valore” ha aggiunto. “A un certo punto si domanda: io corrispondo alle cose che faccio? O mi sono costruito un’immagine di me sulla base del credito che gli altri mi hanno dato?”. Sono interrogativi che, se ci pensiamo, sono universali.
Si cambia completamente registro se si pensa a NAZA di Yuva Abraham e Rachel Szor, che, come si può immaginare, è un film che ha sconvolto Venezia e che probabilmente dirà la sua quando si tratterà di assegnare i premi. Il film è un documento importante e scomodo: sono state raccolte le testimonianze di 24 membri dei servizi segreti e dell’esercito israeliano che dopo il 7 ottobre del 2023 hanno partecipato alla distruzione di Gaza. Il documentario è breve (solo 80 minuti), freddo, incisivo e non arriva a conclusioni. Vuole solo raccontare come vengono sacrificati uomini, donne e bambini: NAZA è proprio l’acronimo che viene usato in Israele per definire i danni collaterali. Ecco cosa hanno spiegato gli autori nelle note di regia. “Molte delle rivelazioni contenute nel film sono state pubblicate quasi subito dopo che ne siamo venuti a conoscenza, nei mesi successivi agli attacchi del 7 ottobre, da The Guardian (tra i produttori di NAZA), in collaborazione con i partner d’inchiesta +972 Magazine e Local Call. Il film ci permette di esplorare qualcosa di più profondo rispetto al solo giornalismo d’inchiesta: non solo le parole pronunciate, ma anche quelle non dette, il silenzio. Spetta a tutti noi rompere quel silenzio”. Vedremo l’impatto che un film di questo tipo avrà tra i premi del Festival di Venezia.
di Maurizio Ermisino per DailyMood.it
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Venezia 83: Vanessa Scalera e Alba Rohrwacher protagoniste di due storie forti
Published
3 giorni agoon
10 Settembre 2026
Giornata di donne, ieri a Venezia, e anche di grandi autori. Le protagoniste della giornata di mercoledì 9 settembre al Lido sono state due attrici diversissime, Vanessa Scalera e Alba Rohrwacher. Così come sono due mondi diversi i registi che le hanno volute come protagoniste per i loro film: Edoardo De Angelis con Il fuoco che ti porti dentro e Stephane Brizé con Un bon petit soldat. Sono stati questi film, insieme a Dau del regista dissidente russo Il’ja Chržanovskij, ad animare il concorso di ieri. E sono stati tutti piuttosto apprezzati. Come è stata particolarmente apprezzata, sul red carpet, Alba Rohwacher per la sobria eleganza, nel suo completo composto da blusa bianca e gonna lunga nera di Prada, che cita un famoso look degli anni Novanta di Carolyn Bessette.
Il fuoco che ti porti dentro di Edoardo De Angelis è la storia di una madre autoritaria e invadente, interpretata da Vanessa Scalera, che da Napoli sale a Milano per passare le feste con il figlio (Lino Musella). Lui non ne è felice, non la sopporta, ma prova a contenersi in nome della moglie e dei figli. Ma lei è molto determinata, ha una buona parola per tutti, non molla di un millimetro. Così come non lascia un attimo di respiro la macchina da presa, sempre addosso agli attori per provare a scrutare dentro di loro mentre la regia li costringe in uno di quegli spazi chiusi dove le situazioni sono destinate ad esplodere. I riferimenti del film che sono stati fatti vanno da Parenti serpenti a Natale in casa Cupiello fino a Festen, ovviamente nello stile diverso e personale di De Angelis. Vanessa Scalera ha definito questo “il ruolo della vita”. “Io l’ho dovuto immaginare, perché non sono madre” ha aggiunto. “Il mio personaggio è una madre non madre, quasi sprovvista di empatia. Forse mi ha aiutata non avere figli. In lei c’è il godimento di dire parole altisonanti… è profondamente attrice, come scrive anche Franchini nel libro da cui è tratto il film”. Per l’attrice di Imma Tataranni è un passo avanti, una svolta nella carriera. “Se avessi continuato con quel personaggio non avrei incontrato questo” ha detto. “Ho cercato questa strada, dandomi un obiettivo circa la serialità: 5 anni. Poi mi sono buttata”.
Un bon petit soldat di Stephane Brizé è un discorso che continua ormai da molti film, un viaggio nell’alienante e crudele mondo del lavoro di oggi. Alba Rohrwacher è Carla, responsabile delle risorse umane in una società di assicurazioni guidata da un capo autoritario, interpretato da Vincent Lindon. Quella competitività è stata recepita in qualche modo da Carla, e lei cerca di trasmetterla al figlio, cosa che non piace al marito, separato. E Carla, a un certo punto, si trova davanti a una scelta che la farà riflettere su se stessa. “Il mio è un atto politico” ha raccontato. “Questa donna è parte di un sistema costruito su meccanismi di sopraffazione violenti a cui, senza neanche rendersene conto, ha aderito, al punto di replicarli nella vita privata con il figlio. Si trova a scendere a compromessi che mettono in discussione la sua integrità, la sua scala di valori”. La scelta difficile avviene quando esplode un caso di mobbing. E si deve confrontare con il suo capo, scaltro e spietato. “È un film politico e in qualche modo anche femminista” ha dichiarato l’attrice. “Ci dice che il sistema è malato e chi prova a preservare la propria integrità è destinato a soccombere”.
di Maurizio Ermisino per DailyMood.it
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