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No Time To Die. L’ultima volta di Daniel Craig, un Bond ironico e commovente

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“We Have All The Time In The World”. Vuol dire “abbiamo tutto il tempo che c’è al mondo”. Lo dice James Bond (Daniel Craig) a Madeleine Swann (Lèa Seydoux), mentre, innamorati, stanno viaggiando in macchina. È una delle prime sequenze di No Time To Die, l’attesissimo nuovo film della saga di James Bond, l’Agente 007, che arriva finalmente al cinema il 30 settembre 2021. “Abbiamo tutto il tempo che c’è al mondo” è la frase che due persone che si amano, e sentono di avere tutta la vita davanti, si dicono in certe occasioni. Ma We Have All The Time In The World è anche la famosa canzone di Louis Armstrong che chiudeva Al servizio segreto di Sua Maestà, il film del 1969, e che qui apre e chiude il film. No Time To Die, il film che conclude l’era di Daniel Craig come Agente 007, deve molto a quella pellicola, come l’intero ciclo con l’amato attore.

Al servizio segreto di Sua Maestà è stato uno dei Bond Movie più particolari, Quello che, per la prima volta, vedeva un Bond innamorato veramente di una donna, tanto da sposarla. Fino all’amaro finale. Non sono sposati James e Madeleine, ma è come se lo fossero. Sono innamorati, vivono insieme, e hanno in progetto di farlo a lungo. Arrivati in un paese dell’Italia (è Matera, con alcune scene che sono state girate a Gravina in Puglia), una volta a letto, i due cominciano a parlare. “A cosa pensavi, prima, al mare?” chiede Bond alla sua compagna. “Te lo dirò se mi parli di Vesper”, risponde lei. James Bond è lì per lasciare definitivamente andare il suo primo amore, per visitare la sua tomba all’acropoli, e chiudere per sempre con lei. È qui che, però, accade qualcosa. Cinque anni dopo, James Bond e Madeleine Swann non sono più insieme. Dietro c’è il peso di un tradimento che si è consumato in quei giorni in Italia. Ma è stato davvero così? Mentre a Londra un’arma batteriologica viene rubata da un laboratorio segreto dell’MI6, Bond è in Giamaica, dove si è ritirato lontano da tutto. Il suo amico Felix Leiter (Jeffrey Wright) e una donna di nome Nomi (Lashana Lynch) gli portano un messaggio che lo convince a tornare in pista.

Madeleine, Nomi. Ma ci sono anche Paloma (Ana De Armas), e Eve Moneypenny (Naomie Harris). Sono tutte donne. Le donne, lo sappiamo, ci sono sempre state nei film di James Bond. Le chiamavano Bond Girl. E si innamoravano di lui, o tentavano di ucciderlo, O a volte entrambe le cose. Ma qui siamo nel 2021, nell’era del #metoo e di un nuovo modo di intendere le donne. Anche un personaggio misogino e sessista come James Bond è cambiato: non lo ha fatto di colpo, ma con un’evoluzione, un percorso di crescita che, lungo tutti i film di Daniel Craig, è stata costante. Ma qui è tutto più evidente. Le prime due donne con cui James Bond viene a contatto non cadono ai suoi piedi né tra le sue braccia. Il tutto è raccontato con ironia, con Bond stesso, sorpreso o restio, che equivoca divertito. Nomi – che scopriremo essere il nuovo 007, l’agente con licenza di uccidere – e Paloma – un’agente d’appoggio cubana, impacciata e irresistibile – non sono più Bond Girl, oggetti di seduzione e pericolo. Sono a tutti gli effetti degli agenti operativi, sono al suo livello, sono accanto a lui. Eve Moneypenny è una sincera amica e fedele complice, senza complicazioni sentimentali o giochi di seduzione. E Madeleine è una donna di cui si innamora e per cui è disposto anche ad andare oltre dubbi e segreti, in un’unità di intenti che non ha precedenti nella storia di Bond. Per l’Agente 007, in questo film, c’è solo lei. Tutto questo è un cambio di prospettiva interessante, e fondamentale per raccontare i tempi che stiamo vivendo.

I nostri tempi sono anche quelli in cui “è difficile distinguere i buoni dai cattivi”. Sono gli anni del terrorismo senza nazione e senza bandiere, dei pirati informatici, del traffico di dati. Dare un volto o una casa al nemico è sempre più difficile. No Time To Die, come gli altri film di Craig, racconta bene tutto questo. E continua a raccontarci un mondo dove Bond è molto simile ai suoi nemici: in fondo fanno tutti lo stesso lavoro, quello di uccidere le persone. No Time To Die, come Skyfall e Spectre, ci mostra i villain non così distanti dall’agente che dà loro la caccia. Nel nuovo corso di 007, Blofeld e Bond sono come Joker e Batman ne Il cavaliere oscuro, due facce della stessa medaglia. E anche Safin, il cattivo di No Time To Die che evoca il Dr. No, il villain del primissimo Bond, Licenza di uccidere, vede le cose in questo modo. Ma starà a Bond smentire tutto questo con i fatti. E con le sue scelte. Se il Blofeld di Christoph Waltz agisce da dietro le sbarre, come l’Hannibal Lecter de Il silenzio degli innocenti, Safin è interpretato da Rami Malek, che crea un villain dal volto sfigurato, la voce bassa e inespressiva, gli occhi sbarrati, fissi. Un’interpretazione notevole e funzionale al film.

Ma, che sia stato Safin a costruire la minaccia o meno, quello che conta è che in questa storia la morte è qualcosa che, per diffondersi, passa attraverso il corpo delle persone, e, anche se non danneggia loro, può uccidere gli altri, chi ci viene a contatto. L’arma del progetto Heracles è a tutti gli effetti come un virus, in grado di diffondersi a grande velocità attraverso i nostri corpi. E il fatto che No Time To Die sia stato scritto ormai parecchi anni fa, prima della pandemia, non fa che accrescerne la sua attualità, il suo valore come segno dei tempi. No Time To Die è un film a suo modo profetico.

No Time To Die è il finale perfetto per la saga del Bond di Daniel Craig, iniziata nel 2006 con Casino Royale e proseguita con Quantum Of Solace, Skyfall e Spectre. È un film che completa gli altri – e in questo senso è mirabile per come collega tutti i tasselli – e se ne discosta, sorprendendo da tanti punti di vista. È un film che per tutta la prima parte punta a confondere, spiazzare, a ribaltare le carte, come in un episodio di Mission: Impossible. Ma poi, man mano che procede, diventa più intenso e appassionante. La vera tensione è tutta interiore, tutta psicologica. C’è in ballo qualcosa di più della missione, qualcosa che si interseca con essa, e rende a Bond tutto più complicato, Ma gli dà un motivo in più per portare a termine la sua missione.

La chiave del successo dei Bond Movie dell’era Craig è stato guardare James Bond da dentro, mentre tutti i Bond, prima, erano visti da fuori. Erano l’estetica, lo smoking, il vodka Martini, la Walther Ppk, il Dom Perignon. La scelta vincente di film come Skyfall e No Time To Die è riuscire a trovare il pericolo, il dolore, i fantasmi dentro James Bond, o in chi è vicino a lui. In questo modo tutto diventa più intenso. Rispetto ad altri film, No Time To Die punta meno a creare scene madri ad alto tasso estetico (ma l’azione è comunque tanta, e riuscita) e lavora molto sulle psicologie dei personaggi, sui loro legami, sugli affetti. We Have All The Time in The World torna qui proprio per questo, per ricordarci che un Bond innamorato è fragile e in pericolo. Ed è in pericolo la persona che ama.

Dopo aver spogliato di tutto – il glamour e tutti gli orpelli – il mondo di 007 all’inizio dell’era Craig, gli sceneggiatori hanno man mano reintrodotto molti degli elementi del Bond classico (Moneypenny, lo studio di M, l’Aston Martin, la Spectre) e qui, alla fine, hanno completato l’operazione aggiungendo un altro marchio di fabbrica: l’ironia. È quella più fredda e secca del Bond di Connery piuttosto che quella di Moore e Brosnan. Ma è un elemento nuovo in questo ciclo, e serve a stemperare il cuore intimo e doloroso del film. No Time To Die è un film commovente, e non ci era capitato mai, o quasi, di definire così un Bond Movie. Daniel Craig ci saluta nel migliore dei modi. E ci ricorda, come scriveva Jack London, che “la funzione di un uomo è vivere, non esistere”. Il James Bond di Daniel Craig i suoi anni li ha vissuti davvero. Ma il messaggio è anche per noi. Quello di vivere intensamente la nostra vita, anche se pensiamo di avere tutto il tempo del mondo.

di Maurizio Ermisino per DailyMood.it

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America Latina: Elio Germano è il nostro lato oscuro

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Massimo (Elio Germano) è un dentista di successo, con uno studio affermato e una grande villa con piscina fuori città, nel nulla. È una di quelle ville che denotano ricchezza, ma anche impersonalità e poco gusto. È una villa forse fuori moda e fuori tempo. Lì dentro vive con la sua famiglia, la moglie e due figlie, tutte bellissime, in stanze con la moquette, il pianoforte e i divani di velluto azzurro. È qui che passa gran parte del tempo, quando non è allo studio, o quando non esce – una volta alla settimana – insieme a un amico, il suo unico amico, per alzare il gomito. A volte fin troppo. Ma quella casa, due piani più uno scantinato, ha due volti. Sopra c’è il paradiso, sotto c’è l’inferno. Ed è nello scantinato che il protagonista fa una scoperta che cambia il corso degli eventi.

Quel colpo di scena i Fratelli D’Innocenzo se lo giocano subito, dopo dieci minuti, e in questo modo muovono subito il film nella direzione del thriller, della storia del mistero. E così America Latina tiene incollati allo schermo con la sua atmosfera sospesa, ansiogena, disturbante. C’è un che di ipnotico in un film che, come detto, vive di dicotomie: esterno e interno, sopra e sotto, pulito e sporco, ideale e sordido, controllo e incontrollabile. America Latina è uno di quei film in cui la casa è un vero e proprio personaggio della storia, nasconde qualcosa, vive di vita propria. Quando, per un momento, vediamo la villa che viene inquadrata da lontano, sfocata, come se fosse ripresa da qualcuno, ci vengono in mente Caché e Strade perdute. È solo una suggestione: il film andrà da un’altra parte. Ma del cinema di Haneke e di David Lynch i Fratelli D’Innocenzo hanno in comune il senso del perturbante, quello che i tedeschi chiamano “unheimlich”, la negazione di ciò che è familiare in un contesto familiare, un elemento di inquietudine che si inserisce in un contesto rassicurante finisce per diventare ancora più disturbante, spiazzante, doloroso.

Quella di America Latina è una casa impersonale, nel nulla. E conferma la passione dei D’Innocenzo per i non luoghi, per le periferie, per quegli ampi spazi vuoti e desolati, che possiamo intendere come una sorta di paesaggi stato d’animo, in grado di rispecchiare enormi, incolmabili vuoti interiori. America Latina è una storia di desolazione, di solitudine, di insicurezze.

Elio Germano è il centro del film, in tutti i sensi. È il protagonista, è l’elemento che catalizza su di sé l’attenzione dall’inizio alla fine. Il cranio rasato e lucido, una barba disegnata e curata a incorniciare il volto, pulito, impassibile, apparentemente inespressivo. Solo quegli occhi diventano all’improvviso liquidi, inquieti, sono acqua e sono fuoco. Il suo Massimo è un uomo che ci appare controllato, inscalfibile, insondabile. Eppure è in affanno, in debito d’ossigeno, in ansia. Ma quando diciamo che Germano è il centro del film è anche a livello visivo. Quel suo cranio rasato è una sfera perfetta, riluce come un sole e come un sole è l’elemento attorno al quale tutto ruota. È come una luna, che ha un lato chiaro e un lato oscuro. E per i D’Innocenzo è un elemento chiave, è il centro attorno al quale costruiscono l’inquadratura, ciò che divide e definisce gli spazi attorno. È un oggetto che spicca, come un monolite nero sugli sfondi rossi della cucina, creando contrasti geometrici e cromatici.

Accanto a Elio Germano, i Fratelli D’Innocenzo sono bravissimi a scegliere gli attori, ma soprattutto a dirigerli. Detto di un grande Massimo Wertmuller che appare in un breve cameo, pochi minuti ma di quelli che non si scordano, spiccano le “tre grazie”, la moglie Alessandra e le figlie Laura e Ilenia, interpretate da Astrid Casali, Carlotta Gamba e Federica Pala. che compongono la famiglia di Massimo. Bionde, candide, angelicate, sono una vera e propria rivelazione del film, e un elemento fondamentale per la sua riuscita. Ma la bravura dei D’Innocenzo non è solo la scelta di questi volti perfetti, ma anche la direzione di attori e attrici. Guardate la scena del compleanno di Massimo, con quella torta di ciliegie che ricorda tanto quella de I segreti di Twin Peaks e guardate come il contegno, il tono della recitazione delle tre donne, cambia, in modo lieve, graduale, ma deciso.

America Latina (il titolo gioca sul fatto che ci troviamo nei dintorni di Latina, ma luoghi e vicende potrebbero essere quelli di una storia americana, drammi di periferie che sono uguali ovunque) è proprio il controcampo di Favolacce. Mentre quel film mostrava una famiglia puntando i riflettori sulla moglie e i figli, qui la luce è tutta sul padre; se lì c’era una comunità ampia e variopinta qui ci sono pochi personaggi soli e isolati. E anche il dipanarsi del finale va in un senso opposto di quello di Favolacce.

Non piacerà a tutti, America Latina, come non piace a tutti il cinema dei D’Innocenzo. Ma è quel cinema non conciliante, non rassicurante di cui c’è bisogno, oggi sempre di più, per capire i mostri che sono in noi, quello che c’è dietro i fatti di cronaca. È un cinema che prova a sondare l’insondabile, che non dà risposte ma cerca di evocare sensazioni, di dare un volto e un’immagine al disagio. È un cinema che ci mette in difficoltà e ci disturba, perché ci sbatte in faccia the dark side of the moon, il lato buio della luna, la metà oscura che c’è in ognuno di noi.

di Maurizio Ermisino per DailyMood.it

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Spider-Man: No Way Home: Da grandi poteri derivano grandi responsabilità. E grandi film

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Da grandi poteri derivano grandi responsabilità. Queste parole le sentiamo forti e chiare a un certo punto di Spider-Man: No Way Home, il nuovo film dell’Uomo Ragno con Tom Holland e Zendaya, al cinema dal 15 dicembre. è un motto che va letto a più livelli: Peter Parker si troverà a usare i suoi poteri per affrontare sfide sempre più difficili, come eroe e come uomo. E la produzione della Marvel e la regia di Jon Watts si trovano ad affrontare con questo film un’aspettativa altissima. Si tratta di lanciare la tela al di là del vuoto e di lanciarsi in volo, anche in modo incosciente, e di raggiungere l’altro lato. Spider-Man: No Way Home ce la fa. È un film spassoso, commovente, spettacolare, denso come non mai di eventi, personaggi, storyline che miracolosamente trovano una loro coesione, una loro unità e un loro senso. Spider-Man: No Way Home è probabilmente il punto più alto raggiunto dal Marvel Cinematic Universe, da quando esiste, e, al netto dei supereroi d’autore di Tim Burton e Christopher Nolan, uno dei migliori cinecomic. È un film da non perdere, il film che può, finalmente, riportare tutti nelle sale.

Il nuovo film inizia dove finiva il precedente, con Mysterio che svela al mondo che Spider-Man è Peter Parker. Peter (Tom Holland) e MJ (Zendaya) hanno capito che la loro vita è cambiata. Lui è definito, con i modi tranchant che oggi sono propri della società dei social media, il nemico pubblico numero 1, si sente chiedere dalla gente se ha ucciso Mysterio, ed è tormentato dalla gente che crede a quest’ultimo, che arriva anche a gettargli i mattoni in casa attraverso le finestre. Ma il peggio deve ancora arrivare. Peter chiama in causa Dr. Strange (Benedict Cumberbatch) per un incantesimo che faccia sì che tutti quelli che sanno che Peter è Spider-Man se lo dimentichino. Tranne che già lo sapeva prima della rivelazione di Mysterio. E questo attira nemici di Spider-Man dagli altri universi.

Peter è braccato giorno e note da mass media, polizia e cittadini. È come il Batman de Il cavaliere oscuro, che per combattere il nemico finisce per somigliargli ed essere ritenuto un pericolo. Ad ogni mossa, Peter si vede ripreso da chiunque sia lì attorno con un cellulare. È una curiosa nemesi. Nelle classiche storie dell’Uomo Ragno – non in questo nuovo ciclo con Tom Holland – Peter Parker è un reporter, e il suo lavoro è fotografare, “rubare” immagini. Qui la sua immagine viene costantemente rubata da chiunque sia intorno a lui.

Tutto questo viene raccontato con un ritmo altissimo, un montaggio mozzafiato. A guardare Spider-Man: Out Of Home diventiamo tutti come la MJ di Zendaya, trasportata in volo dall’Uomo Ragno tra discese ardite e le risalite, come diceva la canzone. Il nuovo film dell’Uomo Ragno vive spesso su momenti da commedia teen – il momento in cu i due innamorati si videochiamano di notte è meraviglioso – che sono quasi un film nel film. In questo senso Zendaya, cresciuta esponenzialmente da quando è iniziata la nuova saga di Spider-Man, anche attraverso serie come Euphoria, è un vero valore aggiunto. E la chimica tra lei Tom Holland e Zendaya, compagni anche nella vita, è altissima.

Ma il nuovo Spider-Man è anche un film che passa, con estrema naturalezza, verso toni più cupi e dolorosi. In fondo è una sorta di Ghost Story, quella del ritorno di personaggi che credevamo morti, appartenenti ad altri universi, e che invece sono ancora tra noi. È un film in cui si può viaggiare da un universo all’altro, in cui ci sono incantesimi in grado di cambiare la memoria delle persone, in cui si violano le leggi della logica e della fisica. Guardate la dimensione specchio, che viene dal mondo di Dr. Strange e che sembra portare al cinema le visioni di mondi che si riavvolgono su se stessi, come nei quadri di M. C. Escher. C’è la spirale di Archimede, la matematica, la geometria, è il caleidoscopio che diventa cinema.

Spider-Man: No Way Home è qualcosa che da tempo non vedevamo al cinema. È quel potere che aveva il cinema di far sognare, di far vedere cose che vanno al di là della nostra immaginazione, oggi un po’ frenata dal fatto di aver visto tutto. Invece qualcosa che ancora non abbiamo visto c’è: eccola qui. È un film immaginifico e spettacolare, ma anche rivoluzionario per come racconta il rapporto tra buoni e cattivi. “Avresti potuto lasciarci morire. Perché non l’hai fatto” dice uno dei villain del film. “Perché lui è diverso” risponde Zendaya a proposito di Spider-Man. È possibile “riparare” le persone invece di combatterle? La fiducia negli altri viene ripagata? La seconda possibilità promessa dal Sogno Americano è possibile? O dobbiamo essere tutti noi a fare il primo passo, a concederla a chi abbiamo di fronte?

Spider-Man: No Way Home prende da Spider-Man: Un nuovo universo l’idea del multiverso, ma se lì l’animazione dava al film la possibilità di spaziare in personaggi potenzialmente infiniti, questo film live action coglie l’occasione di essere un All Star Game, un’enciclopedia che riunisce in sé vent’anni di storia di Spider-Man, diverse visioni che, miracolosamente, qui diventano una, in un finale alla Statua della Libertà come in Sabotatori di Hitchcock. Un finale che ci spiega come in noi ci possano essere diverse anime che lottano per prendere il sopravvento, e sta a noi lasciare il controllo alla nostra parte migliore. E ci spiega quanto sia importante lasciare una traccia, un ricordo delle proprie azioni. Una memoria. Ma questo è un altro film. Il prossimo, che non vediamo l’ora di vedere.

di Maurizio Ermisino per DailyMood.it

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House Of Gucci: La dinastia della moda sembra una tragedia di Shakespeare girata dai Vanzina

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“Il Vaticano della moda”. Siamo negli anni Novanta e un ambizioso Maurizio Gucci, impersonato da Adam Driver, definisce così quelle che sono le nuove grandi aspirazioni del marchio Gucci. Che riuscirà ad arrivare in alto, forse grazie a lui, o nonostante lui, forse proprio perché senza di lui. Stiamo parlando del pirotecnico film House Of Gucci di Ridley Scott con un cast stellare – Lady Gaga, Adam Driver, Al Pacino, Jeremy Irons, Jared Leto, Salma Hayek e Camille Cottin – che arriva al cinema dal 16 dicembre. Eccessivo, grottesco, farsesco – e non si capisce quanto tutto sia voluto e quanto no – House Of Gucci è un film a suo modo irresistibile e divertente. In due ore e mezza non ci si annoia mai. A patto, ovviamente, di non prenderlo – e non prendersi – sul serio.

I Gucci. Chi davvero di noi può dire di conoscerli? Conosciamo molto probabilmente la storia che ha inizio dalla metà degli anni Novanta, quando, un po’ per rinunce (pare che Maurizio Gucci, una volta a capo del suo impero, volesse Armani e Versace a disegnare le sue linee, solo che loro avevano già le loro aziende) un po’ per intuizione di Domenico De Sole, uno sconosciuto stilista americano fu chiamato a disegnare le collezioni del gruppo. Si chiamava Tom Ford e cambiò per sempre la sua storia. Ma prima i Gucci erano dei sellai, e poi uno dei capostipiti, che faceva il fattorino a Londra, ebbe l’idea della pelletteria di lusso. A un certo punto della sua vita, Gucci era considerato un marchio elegante, ma superato. Domenico De Sole e Tom Ford ne fecero un impero, ma forse in pochi di noi si sono soffermati a pensare al fatto che, dopo la morte di Maurizio Gucci, nessuno della famiglia faccia più parte di un marchio che ormai vive di vita propria, fattura miliardi, e ha spiccato il volo proprio quando ha tagliato il cordone ombelicale con la famiglia da cui è nato. House Of Gucci racconta la storia dall’incontro tra Patrizia Reggiani e Maurizio Gucci fino all’assassinio di quest’ultimo, di cui lei fu il mandante.

Lady Gaga è straordinaria nel ruolo di Patrizia Reggiani, una donna che non distingue un Klimt da un Picasso e che sente tutto il gap tra il mondo prosaico da cui proviene e il mondo nobile in cui sta entrando. Nei suoi occhi c’è tutto lo stupore di chi sente di entrare in un mondo da sogno, come le cenerentole delle favole che entrano nelle case dei principi azzurri. C’è, negli occhi della Patrizia di Lady Gaga, un senso di imbarazzo misto all’aspirazione di una vita più agiata ed elegante, e poi, man mano che il tempo passa, all’ambizione di poter arrivare fino a dove non avrebbe mai potuto immaginare. Fino allo sguardo inconfondibile di chi sente il suo amore tradito, quel sentimento di vendetta ineluttabile che arriva dalle tragedie greche, quelle elisabettiane, da Shakespeare ma anche dalla tradizione del nostro melodramma. Tutto il film, ma in particolare le scene con Lady Gaga, sono una continua sfilata di abiti incredibili, dal vestito rosso scollato che indossa la sera in cui incontra Maurizio Gucci, fino a un altro vestito di pizzo bianco che lascia le spalle scoperte. Ma sono centinaia gli abiti da antologia.

House Of Gucci alterna immagini patinate (il famoso uso della luce che Ridley Scott, regista pubblicitario negli anni Ottanta, qui ripropone in modo funzionale al racconto) ad altre a tinte forti, fino a immagini da cartolina e retrò di bei tempi e Belpaese, dorate e seppiate. Altrove le immagini virano in bianco e nero per poi fossilizzarsi in quelle delle foto che apparivano su giornali e rotocalchi. È così che Maurizio e Patrizia, dopo il loro matrimonio, da immagini in movimento diventano immagini fisse, perché è così che venivano immortalate le celebrità sulla carta stampata. E così è in divenire anche la musica: l’organo che introduce Patrizia all’altare sembra quello della marcia nuziale, ma non è che l’intro di Faith di George Michael, che dà alle nozze un aspetto rock, rétro, pop. È questa la chiave, perché in House Of Gucci tutto è tragico e tutto è pop, tutto è nero e rosso sangue, ma è anche tutto colorato, tutto è incredibilmente grave e tutto è farsesco e irresistibilmente divertente. House Of Gucci è una tragedia di William Shakespeare girata dai Vanzina – non quelli di Vacanze di Natale ma quelli di Via Montenapoleone e Sotto il vestito niente – e non è affatto una critica, quanto un modo di essere.

House Of Gucci è questo. è un film eccessivo, teatrale, melodrammatico e pop. È La Traviata e Il Rigoletto, Caterina Caselli e gli Eurythmics, Blondie e Donna Summer (I Feel Love, prodotta da Giorgio Moroder, l’Italia che incontrava l’America, proprio come nella storia di Gucci) David Bowie e Tracy Chapman (Baby Can I Hold You nella versione con Luciano Pavarotti). Ridley Scott, evidentemente, vede così il mondo del lusso e della moda, vede così l’Italia, un po’ opera lirica, melodramma, un po’ il solito film di mafia con gli italiani stereotipati. Guardate l’interpretazione di Al Pacino, nel ruolo di Aldo Gucci, e diteci se non vi sembra uscita da qualche film di questo tipo. O quella di Jared Leto, nel ruolo di Paolo Gucci , che, in originale, lavora sulla lingua per un misto tra inglese e italiano che finisce per sembrare un accento russo, ma è un lavoro interessante. House Of Gucci va preso per quello che è, per l’intrattenimento che ci regala, e passando avanti sulle tante libertà che si prende Ridley Scott. Come quella sull’assassinio di Maurizio Gucci, che fu ucciso in via Palestro, a Milano, e nel film perde la vita nel suggestivo quartiere Coppedè, a Roma, nel mondo di Dario Argento.

di Maurizio Ermisino per DailyMood.it

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