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A Quiet Place 2: Silenzio, va in scena il grande cinema

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Silenzio. Perché siete al cinema: i grandi film sono tornati, e questa è finalmente è l’occasione per ritornare a gustare un film in una sala. Ma fate silenzio anche perché siete in A Quiet Place 2, sequel di A Quiet Place – Un posto tranquillo, che era stato uno dei grandi successi horror del 2018. Come saprete, nella storia del film diretto da John Krasinski si immagina che la Terra sia stata invasa da una razza aliena violenta e vorace, dei mostri che, se ci trovano, non ci lasciano scampo. Questi alieni non possono vederci né sentire il nostro odore, ma hanno un udito incredibilmente sviluppato. Sono intorno a noi, ovunque, non ci accorgiamo di loro fino a che non si muovono per cacciare. Ma, a ogni minimo rumore che facciamo, scattano e divorano la loro preda. Silenzio. Non dovete muovervi per non diventare il loro pasto. Silenzio. In sala il film sta per cominciare.

A Quiet Place 2 inizia con un flashback. Siamo nel drugstore, il piccolo negozio di alimentari e medicine in cui ci trovavamo nella prima scena del primo A Quiet Place. Lì era già un negozio abbandonato. Qui è ancora tutto a posto, compresi i proprietari, e capiamo che tutto deve ancora iniziare, la catastrofe deve ancora avvenire. Negli scaffali, ancora tutti pieni, scorgiamo anche quel giocattolo, quel razzo che, all’inizio del primo film, si era dimostrato fatale. La famiglia Abbott sta per ritrovarsi per assistere a una partita di baseball. Per qualche istante ancora assistiamo alle loro vite prima dello sbarco degli alieni. In una parola, uno dei vocaboli chiave dei nostri giorni, assistiamo a una cosa molto importante: la normalità. Poco dopo vedremo qualcosa che precipita, e gli alieni aggredire la piccola cittadina, come se fossimo in una scena de La guerra dei mondi. È il giorno 1 del disastro, come i spiega una didascalia.

Con un salto arriviamo al giorno 474. È qui che inizia davvero A Quiet Place 2, immediatamente dopo che si era concluso il primo. Dopo che, nello scantinato di casa, Evelyn (Emily Blunt) aveva sparato a un alieno ed era riuscita a ucciderlo. Insieme alla figlia Regan (Millicent Simmonds, un’attrice straordinaria), a un amplificatore e al suo apparecchio acustico per non udenti, forse avevano trovato un modo per neutralizzare, temporaneamente, le terribili creature e a eliminarle. È ancora uno stimolo sonoro, una vecchia canzone, Beyond The Sea di Bobby Darin, ascoltata su una piccola radio, a dare un indizio: forse c’è una speranza, al di là del mare (proprio come accadeva nel finale di Anna, la bellissima serie che abbiamo visto su Sky). Così la famiglia Abbot lascia la sua casa sicura e prova ad affrontare il mondo. Ma forse le creature a caccia del suono non sono le uniche minacce che si nascondono oltre la fattoria e quel sentiero di sabbia che faceva sentire gli Abbott al sicuro. Ma gli Abbott incontreranno anche persone amiche, come Emmett (Cillian Murphy) e quell’uomo sull’isola (Djimon Hounsou).

Creato un mondo, con le sue regole, nel primo film, A Quiet Place 2 ora può permettere ai protagonisti di muoversi lì dentro, trovando infinite possibili variazioni nell’interazione con gli alieni e nei comportamenti per evitare qualsiasi rumore e avere così salva la vita. Rimanere in vita in questo modo è qualcosa di difficilissimo, sfinente. Guardando i film capiamo come, ogni giorno, volontariamente o meno, diamo vita a una serie di piccoli o grandi rumori, anche solo le parole che ci diciamo, spesso ad alta voce. Tutte cose che diamo per scontate. Dover rinunciare ad emettere qualsiasi suono è un esercizio davvero difficile da mettere in atto di continuo. A tratti ci ricorda come, ogni giorno, qui da noi dobbiamo tenere alta la guardia su un’altra cosa, le misure di contenimento del virus, il distanziamento, le mascherine. È diverso, certo. Ma la sensazione di non poter mai abbassare l’attenzione è qualcosa di simile. Guardare A Quiet Place 2 è anche riflettere su un mondo dove la normalità non c’è più.

A Quiet Place 2 è un film dove il suono ha un suo peso importantissimo. Negli horror il suono è sempre stato fondamentale, ma qui è usato in modo diametralmente opposto. A Quiet Place vive dell’assenza di suono, e quindi ogni piccolo rumore risalta al massimo. C’è da dire che, in questo secondo capitolo, John Krasinski usa il suono, alcune volte, secondo uno dei classici elementi dell’horror, il famoso jumpscare, il rumore improvviso che fa sobbalzare. La sua regia è molto attenta a ogni elemento, ed èperfettamente funzionale alla storia. E dimostra una grande capacità narrativa nelle scene finali, in cui assistiamo alle vicende di due gruppi distinti di persone in montaggio alternato. È una scelta che dà ritmo e aggiunge tensione alla narrazione, ma soprattutto collega due storie in un finale che riesce a dare un senso all’intera storia. E, probabilmente, prepara il terreno per A Quiet Place 3. Silenzio, va in scena il grande cinema.

di Maurizio Ermisino per DailyMood.it

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Robots: Ho visto il mio robot che bacia lui che bacia lei che bacia me…

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Sulla possibilità che l’uomo fosse in grado di costruire una copia artificiale di sé il cinema riflette praticamente da quando è nato. Méliès, uno dei primi, grandi, cineasti della storia, costruiva degli automi. E al centro di Metropolis di Fritz Lang, uno dei primi capolavori della fantascienza, c’era l’iconica donna robot. Li abbiamo chiamati in tanti modi: robot, replicanti, automi, cyborg, mecha, androidi, surrogati. E le storie che raccontavano di loro avevano ogni volta un tono diverso: inquietanti, poetiche, fantastiche, incantate, epiche, divertenti, beffarde. Da scriverci un libro, anzi un’enciclopedia. In Robots, il nuovo film in streaming su Prime Video, l’eterno tema del confronto uomo-robot ritorna sotto forma di commedia sentimentale, o degli equivoci. E, se volete, anche un po’ commedia di costume.

Siamo in un’America del prossimo futuro, intorno al 2030. Un donnaiolo, Charles (Jack Whitehall), e una cacciatrice di dote (in inglese una “gold digger”, cercatrice d’oro), Elaine (Shailene Woodley) hanno una cosa in comune: entrambi ingannano le persone nelle relazioni attraverso sosia illegali di loro stessi. Lui ama fare sesso con le ragazze, ma non vuole perdere tempo a corteggiarle (e neanche a lavorare, a dire il vero): così manda il suo alter ego, C2, in ufficio e agli appuntamenti con le donne, fino a quando non arriva il momento… Lei invece è tutto il contrario: ama gli appuntamenti, con uomini che non le interessano, perché le regalano gioielli, borse e tutto il resto, ma quando si tratta di andare a letto evita. E manda la sua copia, E2. Arriva però il momento in cui inconsapevolmente utilizzano questa truffa l’uno contro l’altra. E così capita che i loro sosia robot si innamorino e fuggano insieme. Charles ed Elaine, a prima vista, non si sopportano. Ma si troveranno a collaborare per dare la caccia ai loro replicanti prima che le autorità scoprano il loro segreto.

Potete vedere Robots come vi pare. Ci è venuto in mente un altro titolo, Palm Springs – Vivi come se non ci fosse un domani, perché utilizzava l’espediente del loop temporale (il vivere in continuazione lo stesso giorno, come in Ricomincio da capo) per fare essenzialmente una commedia sentimentale. Robots, in fondo, potrebbe essere questo: prendere un tema come quello dei replicanti/automi/robot, solitamente destinato alla fantascienza distopica, e farne una commedia sentimentale che rientra nel classico schema della Guerra dei Sessi Anni Quaranta, quello in cui i due protagonisti prima si detestano e poi sono destinati ad innamorarsi. Ma potreste vedere anche tutto questo al contrario: Robots potrebbe essere una commedia sentimentale piacevole e gradevole con dentro un film di fantascienza, ma anche una satira graffiante della nostra società.

Sì, Robots è anche un film di fantascienza. Perché, in fondo, riprende il tema di Blade Runner, i replicanti che si ribellano ai propri creatori e prendono coscienza di sé. E anche quello di Westworld, in cui queste creature artificiali, appena diventate consapevoli di sé, sono delle creature vergini, pure, e quindi in grado di avere sentimenti puliti e sinceri al contrario degli umani, ormai presi da troppe sovrastrutture ed egoismi. Ancora una volta, quindi, il concetto è ribaltato: siamo noi umani ad essere diventati disumani. E chi umano non è, in fondo lo è più di noi.

Per questo Robots è anche satira sociale. Perché mette in scena il cinismo di oggi, l’utilitarismo che ci anima. Alla sua copia, il C2 che va al lavoro al posto suo, e che aiuta una mamma a piegare il passeggino e a metterlo nel bagagliaio, Charles rimprovera il fatto che non ha senso fare una buona azione per poi non postarla sui social. Ma anche i replicanti, C2 ed E2, una volta innamorati e sostituitisi agli originali, finiscono per prendere le loro stesse abitudini, e a celebrare la loro vita sui social media. Ma la satira sociale diventa anche politica, quando si vede quel muro tra gli Usa e il Messico di cui parlava Donald Trump e che in un futuro prossimo sembra diventato realtà. E quando ci mostra i robot dediti ai lavori pesanti che una volta facevano gli stranieri, che, nella realtà immaginata dal film, negli Stati Uniti non ci sono più.

Ecco che allora i messaggi arrivano potenti anche se racchiusi in una storia con i toni della farsa e con una recitazione leggermente sopra le righe. Quella che sarebbe potuta essere benissimo una puntata di Black Mirror allora diventa qualcosa di diverso, sceglie toni più leggeri, tra la farsa e la commedia rosa, lascia l’inquietudine in secondo piano: ma questo non vuol dire che non ci sia. Un film di questo tipo è anche una prova di bravura degli attori protagonisti, che si dividono tra il loro ruolo reale e quello robotico, con sfumature recitative non banali. Bravi entrambi, ma spicca Shailene Woodley, attrice versatile che qui tira fuori il suo lato più sexy e allo stesso tempo ciarliero. E che di ruoli ne fa addirittura tre. Ma il terzo lo lasciamo scoprire a voi.

di Maurizio Ermisino per DailyMood.it

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Wham!: la band che colse lo spirito degli anni Ottanta è su Netflix

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Avete presente Careless Whisper e Club Tropicana? Sono state delle hit, e noi le abbiamo sempre considerate in questo senso. Eppure ci fu chi, dalla scrivania di una casa discografica, mandò indietro quella cassettina in cui c’erano quei due brani. E disse a due giovanissimi George Michael ed Andrew Ridgeley: “tornate quando avrete una hit”. Certo, quelle canzoni erano ancora nella loro versione demo, una delle due aveva solo una strofa e un ritornello. Ma ci fu chi non riconobbe delle hit dietro a quelle versioni grezze. Capita anche questo nella storia della musica pop. Ed è una delle tante cose interessanti che racconta Wham!, il documentario di Chris Smith che ricostruisce la storia della famosa band degli anni Ottanta, che fu la prima vita artistica di George Michael, ma anche molto altro. Wham! è disponibile su Netflix dal 5 luglio.

“Funk socialmente consapevole”. Così una rivista definisce il primo singolo degli Wham!, Wham Rap!. Parlava di loro due, due giovani disoccupati, lontani da quel mondo di adulti in cui vivevano. Sì, anche grazie a un produttore che viveva vicino a casa loro, poi una casa discografica che li mettesse sotto contratto l’avevano trovata. George Michael ed Andrew Ridgeley, due ragazzi di origini straniere (i genitori del primo venivano da Creta, il padre del secondo era egiziano) erano amici già da giovanissimi, dai tempi della scuola, e da subito avevano in mente di formare una band. Una volta lanciato quel primo singolo, erano convinti che sarebbe stato una hit, ma non entrò neanche nella top 100. La casa discografica pensava che avrebbero dovuto costruirsi una fan base, così i due si lanciano in una serie di apparizioni in piccoli locali in tutta l’Inghilterra, una buona gavetta. Young Guns, il secondo singolo, va meglio, ma arriva al n. 32 della classifica inglese. Si trattava di fermarsi o andare avanti. La svolta arriva quando li chiama Top Of The Pops, al posto di un artista che aveva rinunciato. Gli Wham! adesso sono conosciuti. Provano a rifare la formula del rap impegnato con Bad Boys, ma la cosa non li soddisfa più.

Wham! Andrew Ridgeley and George Michael in Wham! Cr. Courtesy of Netflix © 2023

Così gli Wham! cambiano tutto, con Club Tropicana. È una nuova direzione, una nuova identità. Era il 1983. non c’era più la rabbia del punk. I problemi c’erano ancora, ma si preferiva pensare a ballare o alle vacanze in posti esotici per esorcizzarli. Con Club Tropicana George ed Andrew diventano i veri Wham!. Con quel pezzo, una di quelle canzoni che avevano scritto qualche tempo prima, senza essere mai stati nel posto che raccontavano, gli Wham! riescono a cogliere quello che era lo spirito nascente degli anni Ottanta, quel disimpegno e quella leggerezza di un decennio che voleva lasciarsi alle spalle la durezza di quello precedente. Gli Wham! cominciano a puntare anche decisamente sul loro aspetto fisico. Cosa che è naturale per Andrew, meno per George. “Non mi sono mai sentito un fotomodello come Andrew, ma la gente mi trova attraente come lui” racconta George Michael.

È proprio durante il soggiorno a Ibiza per girare il video di Club Tropicana che George confessa ad Andrew di essere gay. Avrebbe voluto dirlo anche ai suoi genitori ma gli dicono che non è una buona idea. “Quando hai 19 anni ti dicono di non dirlo a tuo padre, andrà su tutte le furie” confessa la popstar. George desidera davvero fare coming out ma poi perde il coraggio. Per necessità decide di dedicarsi anima e corpo all’ evoluzione degli Wham!, creando un nuovo personaggio, per forgiare un’identità attraverso il suo successo. Questa cosa ha influito per gran parte della sua carriera: quel suo sentirsi in gabbia, non poter rivelare la sua identità, lo spinge a volere sempre di più dalla sua carriera, come se uno status di superstar potesse definirlo, dargli quell’identità che non aveva.

Negli anni la capacità di scrittura di George si era sviluppata molto, quella di Andrew meno. Per lui era difficile Così capita qualche attrito: la questione viene chiusa in fretta e i due non devono più parlarne. Esce Fantastic, il loro primo album, va dritto al numero 1 e rimane in classifica due anni e mezzo. Alla critica gli Wham! cominciano a non piacere, perché, a detta loro, hanno perso quel tocco impegnato. Da un pubblico eterogeno passano a un’audience piena di ragazze innamorate di loro. George è infastidito perché non lo prendono sul serio come cantautore. I due si dividono i compiti. Andrew pensa al look, che deve essere giovanile, sportivo: così ecco le felpe della Fila gialle e rosse, i pantaloncini corti. George si occupa della musica. Ma diventa comunque quello che non aveva mai pensato: un teen idol. Per uno insicuro come lui diventa una droga.

In quella prima cassettina, insieme a Club Tropicana, c’era anche Careless Whisper. Ora si tratta di capire cosa fare con questa canzone. Così George va in Alabama per registrare con Jerry Wexler, il produttore di Aretha Franklin e Ray Charles. Ma quella canzone in qualche modo viene snaturata. Così George Michael la incide di nuovo, e la produce in prima persona: esamina 10 sassofonisti prima di scegliere Steve Gregory, che con il suo sax renderà quel brano indimenticabile. Fin dall’inizio sapevano che Careless Whisper sarebbe stato il loro singolo di maggior successo. Ed è proprio Andrew a proporre a George di lanciarlo come singolo da solista. Non c’è nessun litigio, ma la consapevolezza che ci sarebbe stata un’intestazione tra la carriera negli Wham! e la sua carriera solista. Negli Usa, però, la canzone viene lanciata come Wham! featuring George Michael perché lì non erano così famosi e volevano scalare l’America. Un biglietto lasciato a casa di Andy, un mattino in cui aveva dormito da lui, aveva un errore: c’era scritto “wake me up up before you go”. Allora viene aggiunta un’altra “go”. E così quelle parole diventano un titolo perfetto per una canzone: Wake Me Up Before You Go Go. George Michael era chiaramente un autore in grado di scrivere grandi hit, e ora anche un produttore di successo. Il secondo album viene lasciato produrre a loro. È Make It Big, e ora è tutto più grande. Anche il Big Tour, che li porta in tutto il mondo. La musica ha un altro sapore, è molto più soul, con la voce di George Michael in grande evidenza.

Gli Wham!, in quel 1984, sono arrivati già tre volte al numero 1. E sta per arrivare il quarto n. 1 in classifica. In un pomeriggio, a casa dei suoi genitori, George Michael, scrive Last Christmas, una canzone perfetta per andare in testa alla classifica nella settimana di Natale. Il Natale è sempre stato importante per lui, un mondo incantato, fantastico, e quella canzone doveva trasmettere tutto questo. Il video, perfetto per la canzone e passato alla storia, viene girato a Saas-Fee, sulle Alpi svizzere. In quella gita in c’erano tutti i suoi amici. Durante le riprese il regista fa riempire i bicchieri, e l’alcool scorre a fiumi il loro umorismo gioca un ruolo importante. Le cose precipitano e si ubriacano sempre di più, ma il risultato è perfetto.  Tutto è pronto per arrivare al numero uno. Ma, quando tornano dalla Svizzera, arriva una richiesta. Bob Geldof sta registrando una canzone contro la carestia in Etiopia, in Africa. Anche gli Wham! partecipano a quelle registrazioni. Nasce Do They Know It’s Christmas dei Band Aid, che va al numero uno e ci resta per due settimane. Anche i proventi di Last Christmas verranno donati alla causa dell’Etiopia. George è contento. “Ma quel piccolo bastardo insicuro voleva quattro primi posti” dice di sé il cantante.

Wham! è un documento molto importante, non solo perché racconta la storia di una band sottovalutata, e che in Italia è stata raccontata soprattutto dai video e dalle canzoni, spesso trascurando quello che c’era dietro. Ma racconta anche uno show business, quello degli anni Ottanta, in cui il successo era una sbornia, una droga, qualcosa di cui si voleva sempre di più. A George Michael gli Wham! non bastavano più, si vedeva in grado di competere con Michael Jackson, Prince, Madonna. Si considerava un grande autore e un grande interprete. E aveva ragione, lo era. D’altro canto, si parla sempre di George Michael come leader degli Wham!, ma all’inizio è stato Andrew quello più forte, più deciso, quello in grado di dare sicurezza. Quella degli Wham!, se ci pensiamo, è una storia archetipica: quella in cui un amico aiuta l’altro, ne diventa il mentore, gli dà forza lo fa crescere. E poi, quando capisce che è destinato ad altro, deve lasciarlo andare, a malincuore. È un classico.  Il documentario vede Andy scivolare sempre più indietro. Le immagini del Live Aid, dove George canta Don’t Let The Sun Go Down On Me insieme ad Elton John ed Andrew è dietro, a fare i cori, è simbolica. Andrew era stanco di essere considerato il ragazzo fortunato che era capitato vicino a George. È inevitabile per gli Wham! separarsi. Dopo uno storico concerto in Cina e un fortunato tour in America, il 26 giugno del 1986 gli Wham! mettono in scena The Final, il loro ultimo concerto, a Londra, allo stato di Wembley. È la fine di una storia. E un’altra sta per cominciare. George Michael avrebbe venduto 120 milioni di dischi. E nel 2020 Last Christmas sarebbe arrivata finalmente al numero 1 nella classifica inglese.  Gli Wham! non sarebbero mai stati cinquantenni. Sarebbero rimasti l’incarnazione di loro due da giovani.

Ed è anche questa la forza di un documentario senza interviste in primo piano, ma solo con immagini di repertorio, e molte dichiarazioni prese ai tempi del loro successo. George Michael, purtroppo, ci ha lasciato qualche anno fa. Ma questo film viaggia indietro nel tempo, fissa lui e la band in uno stato di grazia. E ci lascia quel senso di spensieratezza che si respirava a quei tempi, senza che nulla faccia pensare alla tragedia che sarebbe arrivata anni dopo. C’è lo spirito degli anni Ottanta, che pochi come gli Wham! hanno saputo incarnare. C’è solo gioia, ottimismo, ritmo e soul.

di Maurizio Ermisino per DailyMood.it

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Blitzed: Quando a Londra nacque il New Romantic (su Netflix)

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Gli Spandau Ballet, Boy George, Steve Strange, Mide Ure e Rusty Egan dei Visage, Adam Ant, Marilyn, che sarebbero diventati tutti, chi più chi meno, delle popstar. Princess Julia, dj e promoter. Le stiliste Fiona Dealey, Darla-Jane Gilroy e Michele Clapton. C’era un mondo che, negli anni Ottanta, stava nascendo a Londra. Si chiamava New Romantic e il posto dove è nata quella moda è il Blitz. Un locale che durò solo 18 mesi. Ma che tutti ricordano. La sua storia, e quella di una moda, di un genere musicale, è raccontata da un documentario, Blitzed, che trovate su Netflix.

Il big bang: David Bowie a Top Of The Pops
Prima che tutto cambiasse, con il punk e poi con il New Romantic, Londra era una città totalmente diversa. Un posto desolato, una città razzista, omofoba e sessista. La Gran Bretagna, sentiamo dire nel documentario, era come un vecchio paio di calzini sporchi e maleodoranti. Ma Londra, e la Gran Bretagna, erano destinati a cambiare. Tutto, in realtà, partì molto prima di quegli anni. Il big bang che tutti raccontano fu l’esibizione di David Bowie a Top Of The Pops. Era il 1972, e la canzone era Starman. I capelli arancioni, scalati e alzati davanti, una tuta androgina dai mille colori. Fu una deflagrazione, l’inizio dell’ispirazione per tanti. Fu visto da un quarto della popolazione britannica: qualcosa come 12 o 15 milioni di persone. Al concerto alla Wembley Arena di David Bowie del 1976 c’erano molti proto-punk e molte delle persone che sarebbero poi state al Blitz.

Il punk e il negozio Sex di Vivienne Westwood
Poi arrivò il punk. Che all’inizio era incentrato soprattutto sui vestiti, era una questione di moda. Era il negozio Sex di Vivienne Westwood a King’s Road. Lì dentro c’erano i Sex Pistols, Boy George, Adam Ant, “il cast di una soap opera britannica che stava per svolgersi”. Ma c’era anche un altro negozio, PX, a Covent Garden, che aveva i vestiti più strani dopo quelli di Sex. Lì dentro si potevano comprare maglie da “cosacco spaziale”, come le definiva Steve Strange: spalle imbottite e una specie di fascia diagonale di diamanti sul davanti.

Tre accordi e sei un musicista
Poi arrivò la musica: i Sex Pistols, i Buzzcocks e i Clash. Gary Kemp, nell’agosto del 1976, andò a un concerto in cui suonavano questi gruppi. Il giorno dopo lasciò la sua band. E a settembre, tornato a scuola, insieme a Steve Norman fondò gli Spandau Ballet (si chiamavano The Genrty, poi decisero di cambiare il nome: quello nuovo veniva da una scritta su un muro di una discoteca in Germania). Il punk durò poco, ma lasciò un messaggio: ce la puoi fare, non devi essere un musicista incredibile, uno scrittore famoso o un noto stilista di moda. Puoi farcela: tre accordi e sei un musicista. E, benché chi arrivò dopo sapeva suonare eccome, questo fu il messaggio che sostenne la cultura giovanile britannica da quel momento in poi.

Tutto ha inizio al Billy’s
Il via a tutto lo diede una festa organizzata da Steve Strange e Rusty Egan, che era il batterista dei Rich Kids, la band di Midge Ure, e che insieme a loro fondò i Visage. Egan diede una festa a casa sua e arrivarono 200 persone. E andò avanti fino alle 4 del mattino. Così si chiese: perché non portiamo tutte quelle persone in un locale? Perché non mettere per loro la musica che volevano? Era quella di Bowie, di Siouxsie And The Banshees, dei Roxy Music, dei Kraftwerk. Si trattava allora di trovare il locale, un posto dove portare 200 persone, che però erano tutti al verde. E fare l’happy hour tutta la notte, al martedì. Così, in una notte di novembre del 1979, in piena depressione, tutto ebbe inizio. Quel locale era il Billy’s, e si pagavano 50 pence per entrare. Lì dentro c’era un dj set con la musica che quelle persone amavano. Ma tutti sentivano che in quella musica c’era un messaggio artistico, e che gli abiti erano un tutt’uno con la musica. Ogni canzone aveva un messaggio per qualcuno.

Questa è la prossima ondata di cultura: nascono gli Spandau Ballet
Steve Strange, che sarebbe diventato il leader dei Visage, era all’ingresso del Billy’s, con un cappello a tamburello e una giacca a collo alto e molto corta in vita: una via di mezzo tra un portiere e un astronauta. In quelle serate c’era Gary Kemp degli Spandau Ballet. “Entrai e sentii una musica mai sentita in un club” racconta. “Non era rock, non era disco. Era un suon lento, palpitante, germanico”. Le influenze ritmiche della musica tedesca, del krautrock e dell’elettronica avrebbero dato un nuovo ritmo alla musica che stava nascendo dal punk. Gary Kemp ricorda che Steve Dagger, il manager degli Spandau Ballet, disse. “È quello che stavamo aspettando. È il nostro mondo”. “Questa è la prossima ondata di cultura” disse Dagger alla band. Non c’è ancora nessun gruppo, è troppo presto. Dovreste essere voi il gruppo. È l’opportunità di una vita”. Il giorno dopo Gary Kemp comprò un sintetizzatore. E il resto della storia è nota.

Il Blitz: decadente come un locale anni Trenta a Berlino
Ma il Billy’s voleva raddoppiare il prezzo dei drink. E allora la community New Romantic lo abbandonò. E Steve Strange trova il Blitz. È un locale decadente come quelli degli anni Trenta a Barlino. Era un bistrot con tavoli e tovaglie a quadretti rossi, candele sciolte e manifesti del periodo della guerra. Ma era completamente in contrasto con le persone che ci venivano, vestite in maniera estrosa e futuristica. Lì dentro tutti ballavano sulla musica sintetica dei Kraftwerk come dei manichini. Coppie dello stesso sesso danzavano insieme su questo ritmo lento come se fosse una riproduzione della Germania di Weimar. Era tutto molto decadente. Tutti giocavano con la propria sessualità, con il proprio abbigliamento, la propria identità.

Un posto per proteggere chi vuole essere se stesso
Lì dentro, la gente vestiva con abiti futuristi e rétro allo stesso tempo. Quando si entrava là dentro si voleva essere favolosi, creativi. “È il senso della discoteca: moda e immagine” ricorda Steve Strange. “Gli uomini vestono in stile edoardiano, dickensiano o qualunque sia il loro stile”. I ragazzi che vanno al Blitz si impegnano per vestirsi. “Ma non ci mettono mezz’ora, ci mettono tre o quattro ore” racconta Strange. “E quando entrano da quella porta, vogliono sentirsi al sicuro”. Il Blitz è questo: è un posto che vuole proteggere chi vuole essere se stesso.

Essere favolosi senza soldi significa essere creativi
Spesso i vestiti venivano da mercatini dell’usato, dove venivano presi e completamente reinventati. “Uscivo e indossavo abiti e cravatte degli Anni Quaranta” ricorda Rusty Egan. “Foulard e blazer, un po’ come il cinema noir”. “Essere sempre favolosi senza avere soldi significa essere creativi” ricorda Fiona Dealey, costumista. “Mia nonna aveva dei bellissimi cappotti lunghi e neri, e li indossavo al contrario. Trasformavamo una cosa in qualcos’altro”.

David Bowie e Ashes To Ashes: un cerchio che si chiude
Lì dentro erano tutti fan di David Bowie. Erano nati da quel big bang che erano stati la sua apparizione a Top Of The Pops e il suo concerto del 1976. Così il cerchio si chiuse quando venne al Blitz. E tutti persero la testa. Stava per girare il video di Ashes To Ashes e cercava delle comparse. Arrivando prima di tutti, come al solito, aveva capito che in quella scena c’era qualcosa, c’era un’immagine, c’era un mondo. Volti pallidi, coperti di cerone, gli occhi truccati, i capelli vaporosi e dal taglio asimmetrico. Strani cappelli con il velo o cilindrici, vestiti scuri. O tutù di tulle. Il mondo del New Romantic entrò nel video di Bowie ed ebbe la prima consacrazione. “Il punk era come un’uniforme, è diventato vecchio e noioso” racconta un ragazzo del Blitz. “Invece qui l’idea è di un cambiamento totale, continuo, nella musica, nei vestiti e negli stili”. Bisognava far parte di quel mondo per entrare al Blitz. Mick Jagger, che una sera venne al club, evidentemente non era abbastanza cool. Così Steve Strange lo lasciò fuori. “No, non sei vestito abbastanza bene”.

di Maurizio Ermisino per DailyMood.it

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