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Omicidio a Easttown: Kate Winslet, una donna in un mondo di uomini. Su Sky e NOW

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La grandiosità è sopravvalutata. La gente si aspetta questo da noi, ogni giorno. Non si rende conto che siamo dei disperati come loro”. Sono le parole di Mare Sheehan, una grande Kate Winslet, nella nuova miniserie HBO Omicidio A Easttown (Mare Of Easttown in originale), in arrivo su su Sky e NOW il 9 giugno. Nella serie, in sette episodi, di cui è anche produttrice, Kate Winslet interpreta Mare Sheehan, una detective di una cittadina della Pennsylvania che indaga su un caso di omicidio mentre la sua vita va a rotoli. La chiave della vita, e del lavoro, di Mare è tutta in quelle parole. C’è dentro quel continuo senso di ansia per un’aspettativa delle persone verso il suo ruolo, qualcosa per cui non crede di essere all’altezza. Ma in quella ossessione per i casi da risolvere, che va al di là del normale impegno per il suo lavoro, c’è molto altro: è un nascondersi dietro la sofferenza di altre persone per non vedere la propria.

Siamo a Easttown, nei sobborghi di Philadelphia. Mare Sheehan è una disincantata detective che si ritrova a indagare sull’omicidio di una giovanissima ragazza madre.  Ma c’è un altro caso, vecchio ormai di un anno e mai risolto, la sparizione della figlia di una sua ex compagna di scuola, che la tormenta. Ma la vita privata di Mare non è più semplice. È divorziata, vive con la madre e con la figlia, e si prende anche cura del nipote. È anche una vecchia gloria del basket locale, grazie a un tiro da record durante una partita del liceo 25 anni prima, che le è valso il soprannome di Lady Hawke (le aquile è il nome della squadra).

Mare è una donna in un mondo di uomini. Fa un lavoro da uomini, il poliziotto, che era quello del padre, un lavoro che, insieme alle disgrazie che hanno attraversato la sua vita, l’ha indurita, stancata. Mare a volta zoppica, o ha comunque un’andatura goffa. Veste con camicioni a quadri, maglioni e giacconi da uomo. Il mondo di Easttown è quello del maschilismo tossico, quello che solo oggi abbiamo capito quanto sia pericoloso. Un mondo in cui le donne o decidono di rimanere in silenzio e subire, oppure devono in qualche modo diventare rudi per tenere testa agli uomini. Dove le ragazzine sono costrette a crescere e diventare amanti o madri troppo in fretta, e dove i figli restano spesso senza madri e senza padri. È un mondo dove tutti bevono, dalla mattina alla sera, per annegare i dispiaceri o magari solo per noia o per abitudine. E dove, è l’America, ognuno in qualche modo riesce ad avere, o a procurarsi, una dannata pistola con estrema facilità.

Kate Winslet attraversa questo mondo con la sua Mare, di cui riesce a fare un ritratto eccezionale. Lo avevamo già capito, pochi anni dopo Titanic, con film come Holy Smoke e molti altri, che sarebbe stata un’attrice che non si sarebbe fermata a Rose e ai ruoli romantici, ai boccoli e agli abiti sfarzosi. Come ha fatto molte volte nella sua carriera, Kate Winslet qui è capace di essere bella in modo diverso. Senza paura di mostrare dei chili in più, se servono a rendere reale e umano il suo personaggio. La regia si ferma spesso sui suoi primi piani. Ed è un piacere scrutare il suo volto, a partire dalla bocca, capace di infinite espressioni. Le labbra sono spesso serrate, e gli angoli della bocca increspati. Si aprono appena, in un sorriso timido, quando vede qualcuno che le piace, o in un sorriso più tagliente, quando deve liquidare qualcuno con la sua sottile ironia. Ma i suoi sorrisi sono sempre accennati, mai aperti, segno di una persona che non può mai lasciarsi andare completamente. I suoi occhi a volte sembrano vuoti, ma non lo sono. Dentro c’è tutta la stanchezza di anni faticosi, sul piano del lavoro e ancor di più su quello personale. A volte gli occhi sono lucidi, per le delusioni, le frustrazioni. E sono incorniciati da sottili rughe. Mare è una donna stanca, provata, sfinita. Ma con dentro un’anima ancora viva. È uno dei personaggi femminili più belli che abbiamo visto recentemente sul piccolo schermo.

Omicidio a Easttown è una serie HBO, una sicurezza. È una storia intensa, scritta benissimo prima ancora che recitata alla grande. Il modo in cui le indagini si intersecano alla vita privata della protagonista è perfetto. La piccola comunità fa sì che ogni aspetto dell’indagine porti sempre a qualcuno che è vicino a Mare, un parente, un amico, un conoscente. E l’approfondimento attento dei personaggi non toglie nulla alla trama gialla, che si snoda comunque avvincente e sorprendente. Ognuno potrebbe essere un sospettato, e ovviamente dobbiamo diffidare dalle soluzioni troppo facili. A ogni puntata c’è un colpo di scena, a volte più di uno, e non è mai banale. E il racconto sembra arrivare più volte alla conclusione, ma, anche quando il mistero sembra svelato, c’è ancora molto da scoprire. Vedrete che, anche quando il caso sembra risolto, c’è ancora una puntata intera in cui può accadere qualcosa. E solo vedendo fino all’ultima scena il racconto capiremo completamente il percorso di Mare. Quella di Mare Of Easttown è una sceneggiatura a orologeria che non ci fa staccare per un attimo dalla storia fino a che non siamo arrivati alla fine. La piccola città, la comunità ristretta, poi, è un classico nel mondo del noir e del giallo. Pensiamo a Twin Peaks, o al recente Sharp Objects. È un mondo chiuso, ristretto, dove la vicinanza tra le persone rende tutto altamente infiammabile.

Accanto a Kate Winslet, Omicidio a Easttown ha un grande cast. Guy Pearce (Memento, L.A. Confidential, The Hurt Locker), è Richard Ryan, un professore di scrittura creativa, Julianne Nicholson (vista in Masters Of Sex, The Outsider e Tonya) presta il suo volto enigmatico e diafano a Lori Ross, la migliore amica di una vita della protagonista, e Jean Smart (Watchmen) interpreta la madre di Mare, Helen. Ma è una sorpresa anche la giovane Angourie Rice (Spiderman: Homecoming, L’inganno, The Nice Guys) che è il volto pulito e sagace della figlia di Mare, Siobahn, ed è un piacere ritrovare Evan Peters (WandaVision, Pose, X-Men), nei panni di Colin Zabel, giovane detective che aiuterà Mare nelle indagini. Lo showrunner e produttore esecutivo è Brad Ingelsby (Tornare a vincere, Il fuoco della vendetta – Out of the furnace), e la regia è di Craig Zobel (The Hunt, Manglehorn, The Leftovers). Non vi resta che immergervi nella cittadina di Easttown, e passare qualche ora insieme a Mare e agli altri abitanti.

di Maurizio Ermisino per DailyMood.it

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Bridgerton 3: L’amore è finzione, è solo nei romanzi. O no?

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Carrozze trainate da cavalli, giardini in fiore, colori accesi, corsetti e crinoline. Bastano pochi fotogrammi per capire che siamo nel mondo di Bridgerton. La stagione 3 è finalmente arrivata su Netflix, rilasciata con una modalità tutto particolare: sarà divisa in due parti con la Parte 1 (episodi 1-4) disponibile dal 16 maggio 2024 e la Parte 2 (episodi 5-8) dal 13 giugno 2024. Siamo nel mondo di Bridgerton, dicevamo. Se una cosa si può dire di Shonda Rhimes e della sua factory Shondaland è che riesce a creare prodotti immediatamente riconoscibili. Piaccia o no, Bridgerton è un prodotto di questo tipo: è un brand, un format potenzialmente ripetibile all’infinito, anche se i libri di Julia Quinn da cui è tratta la serie sono limitati.

Come sapete, ogni storia di Bridgerton è parte di un mondo, è collegata alle altre, ma ogni storia è a sé stante, e riparte da capo. I protagonisti delle serie precedenti ritornano ma come guest star, per testimoniare che siamo sempre nello stesso mondo, come garanti di una storia che continua. Ma ogni volta la protagonista è nuova. Qui è Francesca Bridgerton, che nelle precedenti stagioni non avevamo visto, e che è appena arrivata da Bath. Bella, altera, misteriosa e anticonformista, innamorata della musica, Francesca ha il volto freddo, spigoloso, e l’aria algida. Fosse stata in un’altra era, e in altri costumi, Francesca sarebbe stata una classica bionda algida hitchcockiana. Le bionde algide hitchcockiane, in realtà, avevano il fuoco dentro. Sarò così anche per Francesca?

Ma la vera protagonista è un’altra giovane donna al centro della storia, e lei la conosciamo. È Penelope Featherington (Nicola Coughlan), che, come avevamo capito durante la stagione 2, è la penna che si cela dietro all’identità di Lady Whistledown, l’autrice del letto e temuto foglio che racconta i retroscena della vita sentimentale delle persone più in vista. Ancora senza marito, alla sua terza stagione in società, si sente delusa ed emarginata: così chiede al suo amico Colin Bridgerton (Luke Newton) di farle da consigliere per trovare marito.  Ma non sarà questo il suo unico problema: c’è anche l’amicizia con Eloise, la piccola di casa Bridgerton, che è entrata in crisi.

A proposito di Eloise (Claudia Jessie) che, come andiamo dicendo da tempo, è il volto più interessante nella famiglia Bridgerton, non è ancora protagonista assoluta, non è ancora al centro di una storia d’amore. E speriamo che la prossima stagione sia il suo momento. Ma intanto, in questa stagione, ha molto più spazio. Ed è lei, la colta, la lettrice, l’anticonformista, a svelare uno dei modelli di Bridgerton. Accade quando dice di leggere un libro, che si chiama Emma: conferma così come Jane Austen sia uno dei numi tutelari di questa serie.

La terza stagione di Bridgerton punta su temi importanti. Entrando nel mondo di Penelope, capiamo che la scrittura acida e pungente di Lady Whistledown è un modo per rifarsi dalle sue delusioni, dalle sue frustrazioni, dalla solitudine. Si percepisce, in questa storia, l’ansia di una ragazza che non trova marito, il sentirsi etichettare come “zitella”. Era tipico di quella società; ma siamo sicuri che, in certi ambienti, non sia così ancora oggi? Lo chiamano così, “mercato” matrimoniale, e allora funzionava proprio in questo modo. Ma ancora oggi, tra social media e stampa scandalistica, intorno alle relazioni sentimentali c’è un giro di interessi non da poco.

L’attualità di Bridgerton è nel racconto della condizione della donna a quei tempi, che non è del tutto cambiata. È nel racconto del bodyshaming, perché i commenti sulla non conformità del corpo di Penelope, nel momento in cui pare non trovare marito, si fanno sentire. Ed è anche in quel correre del pettegolezzo, le voci che volano e arrivano ovunque e che un tempo erano il pane quotidiano dei giornali e oggi lo sono dei social. Come vi avevamo fatto notare, Lady Whistledown suona come “whistle”, fischio, cioè cinguettio, cioè “tweet”, cioè Twitter.

L’idea che lo charme si possa insegnare, e delle lezioni di fascino e seduzione è una novità nel mondo Bridgerton ma non è del tutto nuova. L’aveva già raccontata Volfango De Biasi in Come tu mi vuoi. Ma quella storia, con personaggi di età diverse, viene ancora più da lontano ed è quella di Pygmalion di George Bernard Shaw. La giovane interprete di Penelope, invece, ha trovato un altro riferimento: Penelope e Colin, secondo lei, sarebbero come Rachel e Ross di Friends.

Rispetto alla stagione 2, che era diventata più casta rispetto agli inizi, Bridgerton 3 promette di essere nuovamente più piccante. Anche se questi primi quattro episodi diffusi da Netflix sono solo un assaggio, solo la prima parte della storia. E – ma in fondo è stato così per tutte le stagioni di Bridgerton – ci hanno emozionato a corrente alternata. Vedremo dove ci porterà il prosieguo. Certo è che vorremmo vedere Penelope finalmente felice. Certo è che vorremmo vedere, come già detto, Eloise protagonista assoluta. Ed è anche certo che, su tutte, c’è una frase che ci ha colpito più di tutte, e che detta il segno di quei tempi (ma un po’ anche dei nostri. La pronuncia Lady Featherington rivolta alla figlia Penelope. “È questo il motivo per cui ti sconsigliavo di leggere. L’amore è finzione. È solo nei tuoi romanzi. Sai cos’è davvero romantico? L’agiatezza”.

di Maurizio Ermisino per DailyMood.it

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Dark Matter: Le vite che non abbiamo mai vissuto… con Joel Edgerton e Jennifer Connelly, su Apple Tv+

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“E se quel giorno, invece di aver fatto quella scelta, avessi…”. Quante volte nella vita ci siamo fatti questa domanda? E quante volte, al cinema, abbiamo visto personaggi in qualche modo sdoppiarsi in due, tra quella che è la loro vita e quella che sarebbe potuta essere? Dark Matter, la nuova serie Apple Original, disponibile dall’8 maggio su Apple Tv+, con i primi due episodi (seguiti da un nuovo capitolo settimanale fino al 26 giugno) ripropone ancora una volta questo tema, ma lo fa con un thriller oscuro e misterioso, intrigante ed ipnotico che tiene incollati allo schermo. Forse è il nuovo Lost, forse non lo è, perché siamo in territori, colori e interrogativi, ma è dalla serie di J.J. Abrams (e, volendo, dalla prima stagione di Westworld) che una serie non ci emozionava in questa maniera. Definito come uno dei migliori romanzi di fantascienza del decennio, Dark Matter è una storia sulla strada non percorsa. La serie Apple lo rende in una forma visiva sublime e con delle prestazioni attoriali estremamente intense. Dark Matter è una delle serie dell’anno.

Jason Dessen (Joel Edgerton) è un fisico, un professore e un padre di famiglia che vive una vita serena e felice a Chicago. Una notte, mentre torna a casa per le strade della città viene rapito da un misterioso uomo con una maschera bianca sul volto. Quando si risveglia, si rende conto di avere a che fare con delle persone che conosce. Tutti lo riconoscono, lui non riconosce tutti. Non riconosce il posto in cui si trova: sono stanze e corridoi grigi, ambulatori e laboratori di quella che sembra essere una grande azienda. Presto si rende conto di trovarsi in una versione alternativa della sua vita. Cerca di tornare alla sua realtà, ma non è affatto facile. Non ce n’è solo una, ma una serie di vite che avrebbe potuto vivere. Nel frattempo vediamo Jason tornare a casa, seppure in ritardo, dall’amata moglie Daniela (Jennifer Connelly). Come è possibile? Presto Jason capisce che dovrà salvare la sua famiglia dal nemico più terrificante e imbattibile che si possa immaginare: se stesso.

C’è una scatola. Dentro c’è un gatto. E un meccanismo che potrebbe farlo morire. Secondo una teoria c’è una possibilità, che il gatto sia vivo e morto allo stesso tempo. È il paradosso del gatto di Schrödinger che, tramite un disegno alla lavagna, Jason spiega ai suoi studenti. Secondo un’affascinante teoria di fisica quantistica le nostre scelte possono scatenare ogni volte infinite vite parallele, infiniti mondi. Proprio come quei videogame a scelta multipla, in cui, a ogni svolta, prende vita una strada diversa. La teoria al centro di Dark Matter è che questi mondi alternativi non siano teorici ma reali. E che qualcuno abbia trovato il modo per muoversi tra di essi. Sì, Dark Matter parla di multiverso. Ma non nella maniera in cui il cinema ne ha parlato finora.

Si tratta di fare una grande sospensione dell’incredulità e di farsi avvolgere dal racconto fino a precipitarvi inesorabilmente dentro. Non sarà difficile sospendere l’incredulità – in fondo non lo facciamo sempre di fronte a una serie o a un film? – e non vi preoccuperete molto di capire la teoria di fisica quantistica alla base del racconto. Perché Dark Matter è estremamente convincente sia per i mondi che costruisce, sia per la tensione e il dramma che provano i personaggi e arrivano dritti allo spettatore.

La regia e la fotografia disegnano un mondo grigio antracite, oscuro e misterioso. È un mondo di strutture metalliche fredde, levigate, di una tecnologia che ci sembra ostica, nemica. I toni dell’immagine poi cambiano, diventando più caldi o più freddi, a seconda della vita che stiamo seguendo. Il centro di gravità permanente della storia è quella scatola, quel cubo nero imponente come il monolite di Kubrick ed enigmatico come il cubo di Rubik. Lasciate ogni speranza voi che entrate, scriverebbe il poeta. Una volta dentro c’è un corridoio – sempre buio, sempre grigio – potenzialmente infinito. È un corridoio doloroso, perché dentro ci sono tutte le nostre occasioni perdute e forse quelle evitate. Ci sono i nostri rimorsi e i nostri rimpianti. Ci sono le nostre paure e le nostre incertezze. E anche le catastrofi.

E dentro questo limbo ci sono le persone, con i loro legami, i nostri sentimenti. Un uomo che vuole tornare dalla donna amata, dal figlio, da quella storia costruita con fatica, compromessi e rinunce, ma che è diventata una casa solida. Torniamo ancora a Lost, sperando di non nominare la parola invano, perché le storie tra Penny e Desmond e Jack e Kate si inserivano nel contesto del mistero, contribuendo e renderlo tutto ancora più intenso e caldo. Se Dark Matter è una serie riuscita lo dobbiamo anche alla trama sentimentale e agli attori che la mettono in scena. Joel Edgerton non è mai stato così a fuoco, così perfetto in una parte in tutta la sua carriera, e questa serie è la sua consacrazione: volto duro, spigoloso, ferito, ma con due occhi che possono essere ghiaccio o sciogliersi in sguardi dolenti e teneri. A tratti sembra di vedere il miglior Kurt Russell. Jennifer Connelly è al solito affascinante, e diversa a seconda dei mondi in cui si trova: moglie semplice e intrigante, con i capelli corti a caschetto e vestiti comodi, o artista irresistibilmente sexy con abiti da sera e capelli lunghi. Un’altra attrice che abbina bellezza e intensità e che, più di vent’anni dopo l’Oscar per A Beautiful Mind, si ritrova in una storia fatta di labirinti della mente.

Che sia il nuovo Lost o meno (quello che scriviamo è rischiosissimo, e ne siamo consci) Dark Matter è una grande serie, una delle serie dell’anno. È un racconto potente, intenso, e originale, pur contenendo in sé una serie di rimandi. L’architettura tecnologica, la famosa scatola dove si muovono i protagonisti (non dimentichiamo la bravissima e affascinante Alice Braga), ci rimanda alla fantascienza di The Cube, non solo per il marchingegno al centro del racconto, ma anche perché la serie, come in quel film, si pone interrogativi chiave delle nostre esistenze, il fondamentale che ci facciamo in questo mondo e dove stiamo andando”. Tra i riferimenti di Dark Matter ci sono anche i film che hanno parlato di realtà parallele, come Smoking/No Smoking e Sliding Doors (per non parlare dei paradossi temporali da Ricomincio da capo a Questione di tempo che finiscono, a loro modo, per creare mondi paralleli), ma l’originalità di Dark Matter è togliere tutto quello che di pop e di commedia ci fosse in quei film per portarci in un mondo angosciante. È c’è anche Face/Off. Pensate all’idea di guardare un uomo in volto, sapendo che dietro quel volto, in fondo, c’è qualcun altro. Altro non possiamo dirvi, non vi resta che sprofondare nel buio di Dark Matter.

di Maurizio Ermisino per DailyMood.it

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Loro: La paura, il terrore e il razzismo arrivano su Prime Video

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Pam Grier appare subito, in una delle prime scene di Loro: La paura (Them: The Scare), seconda stagione della serie antologica horror creata da Little Marvin, disponibile in streaming su Prime Video. La presenza della famosa attrice afroamericana ci vuole dire subito una cosa: la nuova stagione di Loro, ambientata nel 1991, è un omaggio al cinema Blaxploitation degli anni Settanta e a quel cinema degli anni Novanta che lo ha riportato in auge. Ricorderete tutti Jackie Brown di Quentin Tarantino, che aveva scelto Pam Grier come protagonista proprio per riprendere quel mondo. Per questo Loro: La paura è un viaggio tra i Settanta e i Novanta, una nuova storia che rimane perfettamente coerente con quella della prima stagione di Loro.

Loro: La paura è ambientato ancora una volta nella contea di Los Angeles. La prima stagione, Loro: Covenant, era ambientata a Compton nel 1952. Adesso siamo nel 1991. La detective della squadra omicidi di Los Angeles Dawn Reeve (Deborah Ayorinde) è alle prese con un nuovo caso: il raccapricciante omicidio di una madre affidataria che ha lasciato scossi anche i detective più esperti. Nel pieno di un tumultuoso periodo a Los Angeles, con una città sul filo del caos, Dawn è determinata a fermare l’assassino. Mentre si avvicina alla verità, qualcosa di sinistro attanaglia lei e la sua famiglia…

Il senso di Loro, sin dalla prima stagione, è stato quello di sublimare attraverso l’horror l’orrore. Il genere, il soprannaturale, lo spaventoso erano un veicolo per raccontare qualcos’altro di molto raccapricciante: il comportamento dei bianchi verso le persone afroamericane. Così, in Loro: Covenant, seguivamo, sconvolti, quello che accadeva a una famiglia di neri che si era appena trasferita in un quartiere benestante. L’horror arrivava in un secondo momento, era spaventoso, certo. Eppure a lasciarci sconvolti era il comportamento quotidiano delle persone.

Loro: La paura continua sulla sua strada di denuncia sociale, ma l’horror vira più sul thriller. La protagonista, infatti, è un’investigatrice che segue il caso di un serial killer. L’atmosfera funziona, tra colori chiari e omogenei, che ci riportano allo stile di un certo cinema indie anni Novanta, accesi da toni di rosso e nero che sono indispensabili al racconto. C’è molto David Fincher in questa storia. Guardate l’arrivo della polizia sul primo luogo del delitto, e vi verrà in mente l’incipit di Seven, in cui la polizia squarcia il buio con la sola luce delle sue torce. Più tardi, parlando delle modalità di comportamento del killer, si fa riferimento al caso Zodiac, che era stato raccontato da David Fincher nell’omonimo film.

Gli anni Novanta in cui si muove Loro: La paura sono anche quelli del famoso caso di Rodney King, il tassista afroamericano che fu pestato violentemente della polizia nel marzo del 1991, mentre qualcuno stava riprendendo la scena per un video che fece il giro del mondo, denunciando il razzismo e gli abusi della polizia sui neri americani (un caso simile, tristemente, è accaduto di nuovo proprio pochi giorni fa). Il pestaggio a King scatenò violenti disordini a Los Angeles nei giorni successivi alla diffusione del video e ad una grande sommossa un anno dopo, quando i poliziotti accusati vennero assolti. È in questa atmosfera che vive la nuova stagione di Loro. Ed è una grande scelta, perché è un momento chiave del razzismo in America.

Un razzismo che, in Loro: La paura, viviamo però in ogni sequenza. Seguiamo Dawn, che è una donna realizzata, emancipata, una stimata detective del LAPD, ma che è continuamente sminuita in tutta una serie di modi. È razzismo se Dawn viene affiancata da un altro collega (maschio, bianco, più anziano) per un’indagine, e se non viene dato credito alle sue piste. È razzismo se, chiedendo di poter parcheggiare nel cortile del dipartimento, viene apostrofata con epiteti che potete immaginare. È razzismo se, a ogni sua mossa, viene liquidata con delle battute. Se anche una poliziotta viene discriminata, figuratevi chi è al di fuori della polizia.

Dawn è interpretata da Deborah Ayorinde (già nel cast della prima stagione, in un altro ruolo), una vera rivelazione: un volto fiero, un piglio orgoglioso, una personalità notevole e anche una dose di sex appeal che ne fa una protagonista perfetta, un personaggio definito a tutto tondo. L’attrice storica Pam Grier interpreta la madre Athena. I bianchi, e il loro razzismo, sono interpretati da Wayne Knight, caratterista visto in molti film di Hollywood, che è il capo della polizia, Schiff, e da Jeremy Bobb, che è il viscido detective Ronald McKinney, che segue le indagini insieme a Dawn. Ma l’altra rivelazione della serie è Luke James, nel ruolo di Edmund, un ragazzo che lavora in un ristorante – parco giochi per bambini, e che è un aspirante attore. Quando, per prepararsi al provino per il ruolo di un serial killer, comincia a entrare nel ruolo, assistiamo a una serie di trasformazioni, prima goffe e poi sempre più inquietanti.

Loro: La paura viaggia tra gli anni Ottanta e Novanta anche attraverso la musica, black e non solo. C’è il pop di Rockwell con Somebody’s Watching Me (la canzone che era nata come risposta a Thriller di Michael Jackson), il rap dei Run DMC con gli Aerosmith di Walk This Way, il cool jazz di Sade e Your Love Is King. E anche un po’ di sano hard rock, con i Guns’n’Roses e Welcome To The Jungle. Little Marvin, ancora una volta, riesce a colpirci con il perturbante, con la paura che nasce da quelli che dovrebbero essere i luoghi più sicuri, gli angoli della casa. Ma che cos’è dunque la paura? “La paura è il dolore che sorge dall’anticipazione del Male”. Lo diceva Aristotele.

di Maurizio Ermisino per DailyMood.it

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