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Laura Dern: David Lynch, Noah Baumbach, Netflix e l’Oscar

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Ci voleva Nora Fanshaw, il suo personaggio in Storia di un matrimonio di Noah Baumbach, prodotto da Netflix, per regalare a Laura Dern il suo primo Oscar come miglior attrice non protagonista. Un premio che è il coronamento di una carriera quarantennale, iniziata nel 1980 con A donne con gli amici di Adrian Lyne. Ma l’esordio che tutti ricordano è quello targato 1986. Stiamo parlando di Velluto blu di David Lynch, autore visionario che ha segnato questi ultimi quarant’anni di cinema. Per chi ama la Settima Arte è impossibile non legare Laura Dern al cinema di David Lynch. Anche se, di legami, ne ha avuti tanti. Artistici, con autori come Steven Spielberg, Clint Eastwood, Paul Thomas Anderson, Greta Gerwig. E sentimentali, dal musicista Ben Harper, con cui è stata sposata dal 2005 al 3013, e da cui ha avuto due figli, ai colleghi Kyle MacLachlan, Renny Harlin, Jeff Goldblum e Billy Bob Thornton, con cui ha avuto delle relazioni importanti.

Per Lynch Laura Dern è stata tutto. È stata Sandy in Velluto blu, la ragazza acqua e sapone di cui si innamora Jeffrey (Kyle MacLachlan), il contraltare perfetto per l’altra donna che entra nella sua vita, la problematica Dorothy Valens di Isabella Rossellini. È stata Lula, la protagonista assoluta di Cuore Selvaggio, Palma d’Oro a Cannes nel 1990, giovane donna innamorata del suo uomo, Sailor (Nicholas Cage) e in fuga con lui. Lula è un personaggio agli antipodi di Sandy, è disinibita, sfrenata. L’amore romantico tra Sandy e Jeffrey in Velluto blu diventa l’amore fisico, sensuale tra Sailor e Lula. In Cuore selvaggio, accanto a Laura Dern, recita anche la madre, Diane Ladd (il padre è Bruce Dern), protagonista di una prestazione folle e memorabile. È stata proprio lei ad accompagnare Laura Dern alla Notte degli Oscar che l’ha vista vincente. Per Lynch è stata anche la protagonista di Inland Empire, che nasce proprio da un monologo dell’attrice, poi espanso e costruito per diventare un vero e proprio film. In cui la Dern è un’attrice che viene scelta per un film che è il remake di un film maledetto. La vediamo divisa, sdoppiata: tra l’attore protagonista e il marito, tra il suo personaggio e la sua persona, tra questa vita e un’altra (precedente, futura?) vita. La vediamo disperata, in mezzo ad alcune prostitute, tumefatta mentre racconta alcune violenze subite. È una scena di un’intensità incredibile. A chiudere il cerchio con il cinema di Lynch c’è stato Twin Peaks – Il ritorno, l’attesissima terza stagione della serie tv di culto. Laura Dern non poteva entrarci se non con un personaggio molto atteso: con i capelli a caschetto biondo platino, poi rossi, è Diane, quel personaggio che, nelle prime due stagioni, l’agente dell’FBI Dale Cooper nomina sempre, rivolgendosi a lei quando annota le sue sensazioni sui suoi nastri. Fino alla terza stagione di Twin Peaks non avevamo mai capito chi fosse. E il corpo longilineo, il volto particolare di Laura Dern servono finalmente a far vivere questo personaggio, che fino ad allora era esistito solo nella nostra immaginazione.

Ne è passato del tempo da Sandy, Lula e da quella giovane Laura Dern, da quel corpo acerbo con cui, in Cuore Selvaggio, abbiamo fatto l’amore. Il corpo è diventato più statuario, nervoso, muscoloso, e quel volto allungato, così particolare, è diventato più duro nei tratti. E tutto questo ha permesso a Laura Dern, ormai adulta, di affrontare in modo per nulla banale una serie di ruoli che le attrici di solito fanno nella seconda fase della loro carriera. È stata una madre nella serie tv Big Little Lies, ed è stata ancora una volta indimenticabile. La sua Renata è uno dei motori della storia: madre di un bambino delle elementari, donna ricca e in carriera, finisce presto per scontrarsi con le altre madri dando vita a equivoci e risentimenti. Anche qui Laura Dern è perfetta nel ruolo. I tratti spigolosi del suo volto finiscono per rispecchiare gli spigoli di un carattere difficile.

Ed è spigolosa, senza dubbio, anche la Nora Fanshaw di Storia di un matrimonio, il personaggio che le è valso l’Oscar come miglior attrice non protagonista. E non protagonista, stavolta, lo è davvero. Laura è in poche scene, e rappresenta uno dei fattori decisivi della storia, quegli avvocati che pensano prima a se stessi che ai propri assistiti, che finiscono per erigere ulteriori muri tra chi sta affrontando un momento difficile come il divorzio. La Nora di Laura Dern è ancora un personaggio spigoloso, indurito, un ruolo che il suo corpo veste benissimo, ma l’ironia con cui è filtrato la rende irresistibile, empatica, affascinante. Nella sua bocca Noah Baumbach mette uno di quei monologhi esplosivi che potrebbero essere stati scritti da Woody Allen. In cui si parla di come  da sempre, in un sistema che si basa sul modello giudaico-cristiano, le madri non hanno il diritto ad essere imperfette, cosa che ai padri è concesso. Perché il modello è Maria, che ha dato alla luce Gesù essendo vergine e ha stretto a sé il suo corpo esanime. “E Dio non era lì, Dio è il padre e Dio non si è neanche presentato” recita il momento cult, il culmine del suo discorso. Sapido, tagliente, irriverente, tremendamente vero, il monologo di Laura Dern (se non lo avete fatto, recuperate Storia di un matrimonio, che è su Netflix) è una di quelle cose che, come si suol dire, vale il prezzo del biglietto. E ora vale anche un Oscar.

di Maurizio Ermisino per DailyMood.it

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Brad Pitt: L’Oscar e l’elogio della follia

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Tanto tempo fa, in una città lontana lontana, entro in un cinema con amici. Il film che abbiamo scelto è Seven. Uno di loro ci chiede: “chi recita in questo film?” “Brad Pitt”, risponde una mia amica. “Ah, come dire Kim Rossi Stuart”, risponde lui. Detto che, a oggi, non sapremmo chi dei dovrebbe ringraziare per il complimento, all’epoca Rossi Stuart era ancora sinonimo dell’attore bello per eccellenza. E anche Brad Pitt, a quei tempi, era considerato ancora un gran figo e poco altro, quello che veniva da Thelma e Louise e Vento di passioni. Proprio grazie a Seven, dove veniva trascinato nel baratro delle ossessioni di David Fincher, cominciavamo a capire che era un attore di tutt’altro tipo, capace di mettersi in gioco, di giocare su registri al limite della follia. Più tardi avremmo capito che quell’insana follia poteva toccare corde ancora diverse, che sfioravano il brillante, il farsesco, il comico.

Brad Pitt, lo sapete ormai tutti, ha appena vinto il premio Oscar per il miglior attore non protagonista per il suo ruolo di Cliff Booth in C’era una volta a… Hollywood di Quentin Tarantino. Un regista che, non ha caso, ha valorizzato attori come John Travolta, Bruce Willis, Leonardo Di Caprio, utilizzandoli spesso contro ruolo, tirando fuori il loro lato nascosto e impensabile. Ma il nostro elogio della follia di Brad Pitt parte da lontano. Non tanto da Seven, dove era un uomo normale che provava a mantenere un minimo di senno in mezzo a una follia totale, né da Kalifornia, il suo primo ruolo da outsider, dove era un serial killer folle, ma recitato secondo stilemi tutto sommato tradizionali. La prima volta che Brad ci ha stupito davvero è stato L’esercito delle 12 scimmie (prima candidatura all’Oscar e vittoria al Golden Globe come miglior attore non protagonista). Non era certo una commedia, ma in quel film Pitt aveva un ruolo ben preciso, quello del fool shakespeariano, del matto shakespeariano, quello che nella sua pazzia rivela la verità. È stata la prima volta che lo abbiamo visto andare sopra le righe, con un’interpretazione che poteva essere tranquillamente uscita da Qualcuno volò sul nido del cuculo. Brad Pitt, con L’esercito delle 12 scimmie, ci ha fatto capire che non ci avrebbe quasi mai deluso.

Quell’interpretazione ha dettato una delle vie che Pitt, negli anni a venire, avrebbe seguito. Avrebbe continuato anche a fare film più tradizionali, dove ci avrebbe dato quello che ci aspettiamo, come Mr. & Mrs. Smith, mix di action e commedia brillante che verrà ricordato più per la sua vita privata (è avvenuto lì l’incontro con Angelina Jolie, che sarebbe stata la sua anima gemella per anni) che per l’effettiva qualità, in Ocean’s Eleven e i suoi seguiti, in Troy. Insomma è stato da un po’ di parti dove ci si aspetta di trovare un divo del cinema.

Ma la follia è continuata a vivere, sottotraccia, dietro al volto perfetto di Brad Pitt, dentro al suo corpo atletico. C’è stata la follia più drammatica, quella della schizofrenia, quella dell’indimenticabile Fight Club di David Fincher, un film geniale che anticipa quella scissione dell’Io, quello spaesamento tra reale e irreale che, vent’anni dopo, non ha fatto altro che aumentare. Fincher poi ha catapultato uno dei suoi attori feticcio in un incubo, o un sogno, quello de Il misterioso caso di Benjamin Button, un mistero che avrebbe portato alla follia qualsiasi personaggio. Un’altra grande interpretazione di Pitt, pur aiutato dalla computer grafica e dal trucco. Ma vedere, nel volto di un anziano, quegli occhi roteare di sorpresa come quelli di un bambino, è qualcosa di veramente speciale.

Ma è con il tocco di Quentin Tarantino che l’elogio della follia di Brad Pitt arriva definitivamente a compimento. Perché, com’è nelle corde dell’autore di Pulp Fiction, ci troviamo in un cinema in cui Brad Pitt riesce a muoversi restando costantemente in bilico tra serio e faceto, senza far prevalere uno dei due aspetti sull’altro, cosa che avrebbe spostato personaggi e film verso un territorio ben preciso. Il tenente Aldo Raine, protagonista assoluto di Bastardi senza gloria, e lo stuntman Cliff Booth di C’era una volta a… Hollywood, riescono ad attraversare i loro film in maniera quasi magica. Restano completamente, e costantemente, dentro il film, e non ci fanno mai dimenticare quell’alone di pericolo e di morte che permea quelle storie. Eppure vivono su un livello appena appena diverso rispetto alla storia che raccontano. Aldo Raine è duro, parla con parole secche e scandite, ha la mascella quadrata, piena come quella di Marlon Brando ne Il padrino. Ha un seme di follia in quello sguardo, che per noi diventa immediatamente divertimento, ma anche empatia. Empatia che con Cliff Booth è ancora maggiore: tutti vorrebbero avere un amico come lui, è stato scritto. Tutti vorrebbero essere lui, potremmo aggiungere. Sicuro di sé, sempre la cosa giusta da fare, Cliff Booth è uno che risolve problemi, come il Mr. Wolf di Pulp Fiction, e in una scena, per questioni di copione, indossa anche uno smoking come lui. Anche se, nel resto del film, ha il suo look fatto di jeans e t-shirt colorate. Lo sguardo, l’espressione con cui Cliff Booth attraversa tutte le vicende di C’era una volta a… Hollywood è qualcosa di unico: strafottente, (auto)ironico, beffardo. Perfetto per scene che sono già nella storia del cinema, come il combattimento con Bruce Lee, la visita nel covo della Family di Charles Manson e l’incontro con alcuni seguaci nel finale.

Altri attori hanno fornito prove eccezionali con Quentin Tarantino. Ma Brad Pitt è stato diverso. Proviamo a spiegare: John Travolta, nei panni di Vincent Vega di Pulp Fiction, è straordinario, ma per esserlo è entrato in un personaggio estremamente caricaturale, carico, costruito. Lo stesso Leonardo Di Caprio, nel suo primo film con Tarantino, Django Unchained, per entrare nel suo Calvin J. Candie, fa una di quelle sue interpretazioni espressionistiche, cariche, potenti, si imbruttisce lordando i suoi denti. Brad Pitt, in Bastardi senza gloria, ma soprattutto in C’era una volta a… Hollywood, crea un personaggio memorabile restando prima di tutto un figo, non è mai eccessivo, mai caricaturale, mai sfigurato. Gli basta poco. È come se Brad Pitt abitasse il mondo di Tarantino (lo sapete, vero? I suoi film non sono ambientati nella realtà ma in un mondo parallelo, che è quello del cinema) da sempre, sia nato lì, e sia uscito solo talvolta per altri ruoli, o per venire nel mondo dove viviamo noi. Lo dimostrano anche i suoi discorsi ironici in occasione dei vari premi che ha vinto (memorabile quello ai BAFTA, dove ha detto che la Gran Bretagna ora è single come lui). Se avete visto C’era una volta a… Hollywood sapete di cosa parliamo. Se non lo avete fatto, vedetelo (è disponibile in dvd) e capirete. Basta guardare per qualche minuto Brad Pitt e il suo Cliff Booth e vi sentirete immediatamente a casa. Cioè nel mondo di Quentin Tarantino. È il mondo del cinema, e dentro non poteva che esserci anche questo Oscar.

di Maurizio Ermisino per DailyMood.it

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Renée Zellweger: da Tom Cruise a Judy Garland. E all’Oscar

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Judy, il film su Judy Garland che è valso a Renée Zellweger l’Oscar come miglior attrice protagonista, potrebbe rappresentare forse la quinta vita per l’attrice texana di origine svizzera. Con quello sguardo e quel fisico felino, probabilmente la Zellweger di vite ne ha sette. E allora siamo curiosi di capire quali saranno le prossime. Ma partiamo dall’inizio. Ricordate qual è stata la prima volta in cui avete visto Renée Zellweger? Ovviamente dipende da tante cose, ma in molti correrete indietro con il pensiero alla metà degli anni Novanta (era il 1996) e a Jerry Maguire di Cameron Crowe, un film diventato negli anni un piccolo cult, nel quale faceva innamorare Tom Cruise.

Si capiva subito che Renée Zellweger non era un’attrice qualsiasi. Gli occhi piccoli e stellati, le gote rotonde come quelle di una bambina, delle labbra che sembravano disegnate da un artista. E poi, soprattutto, quel modo così unico di essere attraente, sexy pur essendo impacciata, oppure sexy proprio nel suo essere impacciata, tenera ma anche orgogliosa e risoluta. In Jerry Maguire Renée Zellweger era una madre single, una timida segretaria che non si sentiva all’altezza dell’uomo a cui si era legata, ma in qualche modo riusciva a farlo innamorare di sé. Quella che, per il protagonista e quindi anche per il suo personaggio, era la storia di un nuovo inizio, è stato di fatto l’inizio della brillante carriera di Renée Zellweger. La sua prima vita è stata questa, quella dei film La voce dell’amore e Betty Love.

Ma proprio quel misto tra goffaggine e sex appeal ha dato inizio a quella che possiamo definire la seconda vita di Renée, quella dell’identificazione del personaggio di Bridget Jones, portata sullo schermo tre volte, ne Il diario di Bridget Jones (2001), Che pasticcio Bridget Jones (2004) e Bridget Jones’ Baby (2016). Ovviamente il mix, in questo caso, pende tutto verso il primo aspetto, e Renée Zellweger tira fuori tutta la sua verve comica per portare sullo schermo un’eroina in cui in tante si possono identificare: goffa, imbranata, combinaguai, con problemi di peso, di relazioni (a volte di bottiglia…) ma con un grande cuore e una grande carica. Per entrare in un personaggio che, in qualche modo, è entrato nella storia, Renée Zellweger ha lavorato molto sul corpo, ingrassando di diversi chili, e per ben due volte (meno in occasione del terzo capitolo): una scelta rischiosa per un’attrice in un mondo dove poi, ruolo a parte, devi apparire sempre in perfetta forma, senza il minimo difetto. Non è un caso che le oscillazioni di peso per entrare in un ruolo siamo abituate a vederle negli attori (Robert De Niro, Christian Bale), meno nelle attrici.

Ma Renée Zellweger, un passato da ginnasta, non ha lasciato nulla a caso. E solo un anno dopo il primo Bridget Jones la trovavamo tonica, atletica, il fisico nervoso e scattante nel ruolo di Roxie Hart nel musical Chicago, dove ha ricevuto una nomination all’Oscar. È la sua terza vita, quella dei ruoli di donna grintosa e combattiva, nemesi della sua Bridget, quella in cui dimostra che il mondo dell’Academy le è congeniale. Con l’epico Ritorno a Cold Mountain, del 2003, ha infatti vinto il suo primo Oscar, stavolta come attrice non protagonista (e, per la cronaca, anche un Golden Globe, uno Screen Actors Guild Award, un Critics Choice Award e un Premio BAFTA). Non male per una che voleva fare la giornalista, e che ha iniziato a studiare recitazione solamente per ampliare il curriculum… Sono gli anni in cui la ritroveremo anche nel ruolo della deliziosa scrittrice pseudo-femminista nella commedia vintage Abbasso l’amore (Down With Love) e nella scrittrice per bambini di Miss Potter.

Per qualche anno non l’abbiamo vista più sulle scene, dopo la relazione con Bradley Cooper, durata dal 2009 al 2011. Per tutte le attrici arriva quel periodo in cui non sei più la giovane che può fare l’innamorata, e non è immediato prendere nuove strade. A volte, dopo una piccola pausa, cominciano a proporti ruoli da madre. Renee Zellweger ha fatto invece un percorso diverso. Siamo stati felici di ritrovarla, lo scorso anno, in What/If, la serie Netflix in cui interpreta la ricca e spietata Anne Montgomery. Nella prima scena del film la vediamo con la pelle avvizzita, i lineamenti induriti, il volto stanco. Quelle guance carnose e quegli occhi piccoli e scintillanti come diamanti che avevamo conosciuto in Jerry Maguire non brillano, ma sprizzano cattiveria. Ma nella serie la vediamo anche con un fisico tonico e muscoloso, le gambe affusolate, le spalle larghe e un vestito bianco che ricorda quello di Sharon Stone in Basic Instinct. Il ritorno di Renée è quello di una donna sexy, ma senza nascondere i segni del tempo.

Neanche il tempo di assaporare la quarta vita di Renée ed ecco la quinta. Parliamo di Judy, il biopic di Rupert Goold dedicato a Judy Garland che le è valso l’Oscar come miglior attrice protagonista. Judy coglie la diva – diventata famosa da bambina per Il mago di Oz – quando ha 46 anni, tre figli, è divorziata e senza una casa. Non mangia, non dorme, ha dipendenze da alcol e medicinali. Se in America nessuno la vuole più, a Londra è ancora una diva, e allora parte per l’Inghilterra per una serie di recital. Judy è in fondo un biopic classico, accademico e televisivo, sostenuto completamente dal corpo e dal volto di una Renée Zellweger brava, a volte troppo, a volte forse eccessiva nelle mossette e nella mimica facciale. Ma ha un sottotesto che è uno spietato spaccato dello star system. Uno star system che, però, stavolta le ha regalato un Oscar.

di Maurizio Ermisino per DailyMood.it

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Joaquin Phoenix: l’uomo dietro la maschera del Joker

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La notte degli Oscar è stata l’occasione per vedere, finalmente, l’uomo dietro la maschera. E non è una maschera qualsiasi. È quella di Joker, il personaggio e il film che hanno fatto vincere a Joaquin Phoenix il premio Oscar come miglior attore protagonista. Sul palco, durante la premiazione, e nei momenti immediatamente successivi abbiamo avuto modo, forse per la prima volta, di vedere chi è Joaquin Phoenix. O meglio, chi è diventato l’uomo che, nella sua carriera, di maschere ne ha indossate molte. È stato il perfido imperatore Commodo, è stato Johnny Cash, è stato Gesù, è stato Joker. La scorsa notte degli Oscar è stato semplicemente Joaquin.

Chiamiamolo solo così, per una volta. Lasciamo, per un attimo, quel cognome che lo ha condizionato per molto tempo. Perché l’attore di Joker, terzo di cinque figli, è stato noto a lungo come il fratello di River Phoenix, il fratello maggiore, ed è stato segnato dalla sua tragica scomparsa, nella notte di Halloween del 1993, che finì per allontanarlo da Hollywood per qualche anno. Il ritorno, e il primo film in cui lo ricordiamo, è Da morire (To Die For) di Gus Van Sant, del 1995.

Joaquin, lo abbiamo capito subito, non era River Phoenix, l’attore bello, solare, espansivo (almeno in apparenza, a giudicare da quanto è poi successo). Joaquin aveva una bellezza meno immediata, più sghemba, con quella bocca così particolare, quello sguardo capace di esprimere così bene tanto l’ira o la follia, quanto la fragilità. Joaquin Phoenix, da subito, era quello destinato a diventare l’outsider. O il villain. Il suo Commodo, lo spietato, sprezzante antagonista del Russell Crowe de Il gladiatore è da antologia, e avrebbe potuto ingabbiarlo in un destino da eterno cattivo al cinema. Ma Joaquin Phoenix, in realtà, è molto altro.

Dietro a quelle smorfie che abbiamo imparato a vedere sul suo volto si nascondono soprattutto disagio e vulnerabilità. Così è stata soprattutto questa la cifra delle grandi interpretazioni di Joaquin Phoenix. A partire da Johnny Cash in Walk The Line – Quando l’amore brucia l’anima, eroe della musica americana, ma soprattutto artista fragile, minato da dipendenze, che Phoenix ha portato sullo schermo con un grande lavoro sul corpo, sulla postura e sulle movenze. Per passare al ragazzo depresso e a rischio suicidio del bellissimo Two Lovers di James Gray (regista con cui ha lavorato in quattro film). E a uno dei suoi ruoli più amati, quello del protagonista di Lei (Her), un moderno Cyrano De Bergerac che scrive parole d’amore e di sentimenti per altri, ma non riesce ad amare nella vita reale, tanto da innamorarsi di un sistema operativo. Un film che è fatto da una voce (quella di Scarlett Johansson, in originale) e di un volto, quello di Phoenix, che comunica solitudine, spaesamento, poi innamoramento e dolore. Ed è un uomo spaesato, insicuro, anche il protagonista di The Master, di P.T. Anderson.

L’altro lato della medaglia è quella depressione, quella follia che, se non assistita e curata, sfocia nella violenza. Quello tra il Joker e Joaquin Phoenix è un matrimonio annunciato, che non poteva non portare a un personaggio e un film di grande intensità. Una volta deciso di togliere Joker dal tipico mondo dei film di supereroi e di immergerlo in un altro universo, quello del cinema americano degli anni Settanta, quello dei Taxi Driver e dei Re per una notte di Scorsese, Joaquin Phoenix è stato perfetto nel raccontare un personaggio cresciuto da solo con la madre malata di nervi, senza padre, vittima di abusi; un clown che vorrebbe fare lo stand up comedian, un uomo il cui disagio si manifesta in una risata che gli esce da sola, anche quando non vorrebbe ridere affatto. Joaquin Phoenix, che ha perso 15 chili per il ruolo, si è ispirato a L’uomo che ride, il film del 1928 tratto da Victor Hugo. Quel volto smunto e quello sguardo affebbrato, quello che c’è dietro al trucco da Joker, sono difficili da dimenticare.

Ma il disagio di Joaquin Phoenix si è manifestato più volte, in tutti questi anni, anche nella vita reale, nei rapporti con la stampa, ad esempio. Per anni si è parlato di conferenze stampa con risposte a monosillabi, di interviste saltate. È famoso l’episodio al David Letterman Show del 2009, in cui, con una folta barba e dei grossi occhiali neri a coprire il volto, rispose tra mugugni e borbottii alle domande del celebre conduttore, che chiuse la serata con un “Mi dispiace che tu non sia potuto essere qui stasera”. Nel 2010 spiegò poi, sempre a Letterman, che quel look e quel comportamento (e uno sbandierato ritiro dal mondo del cinema) erano per un mockumentary sulla sua vita, Joaquin Phoenix – Io sono qui! (I’m Still Here).

Domenica sera, sul palco degli Oscar, sembra che Phoenix (fotografato poi insieme alla compagna Rooney Mara mentre mangiava un panino, con l’Oscar poggiato a terra, uno scatto che ha fatto già il giro del mondo) abbia voluto chiudere un cerchio con il passato, scusarsi di certi comportamenti. È per questo che diciamo di aver visto l’uomo dietro la maschera. “Ho fatto un sacco di cose terribili nella mia vita: sono stato egoista, sono stato cattivo e crudele a volte, sono stato un collega difficile con cui lavorare, ma molte persone, anche molte che sono in questa sala, mi hanno dato una seconda opportunità ed è qui che facciamo al meglio il nostro lavoro di esseri umani” ha detto l’attore nel lungo discorso di ringraziamento. “Quando ci sosteniamo gli uni con gli altri, non quando ci diamo contro perché abbiamo fatto degli errori, ma quando cerchiamo di crescere insieme, quando ci guidiamo verso la redenzione assieme. Ed è qui che viene il meglio dell’umanità”. E ha ricordato le parole che il fratello River Phoenix aveva scritto a 17 anni. “Corri verso il rifugio con amore e giungerà anche la pace”. Quella pace, oggi, River Phoenix sembra averla raggiunta.

di Maurizio Ermisino per DailyMood.it

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