Connect with us

Mood Face

Brad Pitt: L’Oscar e l’elogio della follia

Published

on

Tanto tempo fa, in una città lontana lontana, entro in un cinema con amici. Il film che abbiamo scelto è Seven. Uno di loro ci chiede: “chi recita in questo film?” “Brad Pitt”, risponde una mia amica. “Ah, come dire Kim Rossi Stuart”, risponde lui. Detto che, a oggi, non sapremmo chi dei dovrebbe ringraziare per il complimento, all’epoca Rossi Stuart era ancora sinonimo dell’attore bello per eccellenza. E anche Brad Pitt, a quei tempi, era considerato ancora un gran figo e poco altro, quello che veniva da Thelma e Louise e Vento di passioni. Proprio grazie a Seven, dove veniva trascinato nel baratro delle ossessioni di David Fincher, cominciavamo a capire che era un attore di tutt’altro tipo, capace di mettersi in gioco, di giocare su registri al limite della follia. Più tardi avremmo capito che quell’insana follia poteva toccare corde ancora diverse, che sfioravano il brillante, il farsesco, il comico.

Brad Pitt, lo sapete ormai tutti, ha appena vinto il premio Oscar per il miglior attore non protagonista per il suo ruolo di Cliff Booth in C’era una volta a… Hollywood di Quentin Tarantino. Un regista che, non ha caso, ha valorizzato attori come John Travolta, Bruce Willis, Leonardo Di Caprio, utilizzandoli spesso contro ruolo, tirando fuori il loro lato nascosto e impensabile. Ma il nostro elogio della follia di Brad Pitt parte da lontano. Non tanto da Seven, dove era un uomo normale che provava a mantenere un minimo di senno in mezzo a una follia totale, né da Kalifornia, il suo primo ruolo da outsider, dove era un serial killer folle, ma recitato secondo stilemi tutto sommato tradizionali. La prima volta che Brad ci ha stupito davvero è stato L’esercito delle 12 scimmie (prima candidatura all’Oscar e vittoria al Golden Globe come miglior attore non protagonista). Non era certo una commedia, ma in quel film Pitt aveva un ruolo ben preciso, quello del fool shakespeariano, del matto shakespeariano, quello che nella sua pazzia rivela la verità. È stata la prima volta che lo abbiamo visto andare sopra le righe, con un’interpretazione che poteva essere tranquillamente uscita da Qualcuno volò sul nido del cuculo. Brad Pitt, con L’esercito delle 12 scimmie, ci ha fatto capire che non ci avrebbe quasi mai deluso.

Quell’interpretazione ha dettato una delle vie che Pitt, negli anni a venire, avrebbe seguito. Avrebbe continuato anche a fare film più tradizionali, dove ci avrebbe dato quello che ci aspettiamo, come Mr. & Mrs. Smith, mix di action e commedia brillante che verrà ricordato più per la sua vita privata (è avvenuto lì l’incontro con Angelina Jolie, che sarebbe stata la sua anima gemella per anni) che per l’effettiva qualità, in Ocean’s Eleven e i suoi seguiti, in Troy. Insomma è stato da un po’ di parti dove ci si aspetta di trovare un divo del cinema.

Ma la follia è continuata a vivere, sottotraccia, dietro al volto perfetto di Brad Pitt, dentro al suo corpo atletico. C’è stata la follia più drammatica, quella della schizofrenia, quella dell’indimenticabile Fight Club di David Fincher, un film geniale che anticipa quella scissione dell’Io, quello spaesamento tra reale e irreale che, vent’anni dopo, non ha fatto altro che aumentare. Fincher poi ha catapultato uno dei suoi attori feticcio in un incubo, o un sogno, quello de Il misterioso caso di Benjamin Button, un mistero che avrebbe portato alla follia qualsiasi personaggio. Un’altra grande interpretazione di Pitt, pur aiutato dalla computer grafica e dal trucco. Ma vedere, nel volto di un anziano, quegli occhi roteare di sorpresa come quelli di un bambino, è qualcosa di veramente speciale.

Ma è con il tocco di Quentin Tarantino che l’elogio della follia di Brad Pitt arriva definitivamente a compimento. Perché, com’è nelle corde dell’autore di Pulp Fiction, ci troviamo in un cinema in cui Brad Pitt riesce a muoversi restando costantemente in bilico tra serio e faceto, senza far prevalere uno dei due aspetti sull’altro, cosa che avrebbe spostato personaggi e film verso un territorio ben preciso. Il tenente Aldo Raine, protagonista assoluto di Bastardi senza gloria, e lo stuntman Cliff Booth di C’era una volta a… Hollywood, riescono ad attraversare i loro film in maniera quasi magica. Restano completamente, e costantemente, dentro il film, e non ci fanno mai dimenticare quell’alone di pericolo e di morte che permea quelle storie. Eppure vivono su un livello appena appena diverso rispetto alla storia che raccontano. Aldo Raine è duro, parla con parole secche e scandite, ha la mascella quadrata, piena come quella di Marlon Brando ne Il padrino. Ha un seme di follia in quello sguardo, che per noi diventa immediatamente divertimento, ma anche empatia. Empatia che con Cliff Booth è ancora maggiore: tutti vorrebbero avere un amico come lui, è stato scritto. Tutti vorrebbero essere lui, potremmo aggiungere. Sicuro di sé, sempre la cosa giusta da fare, Cliff Booth è uno che risolve problemi, come il Mr. Wolf di Pulp Fiction, e in una scena, per questioni di copione, indossa anche uno smoking come lui. Anche se, nel resto del film, ha il suo look fatto di jeans e t-shirt colorate. Lo sguardo, l’espressione con cui Cliff Booth attraversa tutte le vicende di C’era una volta a… Hollywood è qualcosa di unico: strafottente, (auto)ironico, beffardo. Perfetto per scene che sono già nella storia del cinema, come il combattimento con Bruce Lee, la visita nel covo della Family di Charles Manson e l’incontro con alcuni seguaci nel finale.

Altri attori hanno fornito prove eccezionali con Quentin Tarantino. Ma Brad Pitt è stato diverso. Proviamo a spiegare: John Travolta, nei panni di Vincent Vega di Pulp Fiction, è straordinario, ma per esserlo è entrato in un personaggio estremamente caricaturale, carico, costruito. Lo stesso Leonardo Di Caprio, nel suo primo film con Tarantino, Django Unchained, per entrare nel suo Calvin J. Candie, fa una di quelle sue interpretazioni espressionistiche, cariche, potenti, si imbruttisce lordando i suoi denti. Brad Pitt, in Bastardi senza gloria, ma soprattutto in C’era una volta a… Hollywood, crea un personaggio memorabile restando prima di tutto un figo, non è mai eccessivo, mai caricaturale, mai sfigurato. Gli basta poco. È come se Brad Pitt abitasse il mondo di Tarantino (lo sapete, vero? I suoi film non sono ambientati nella realtà ma in un mondo parallelo, che è quello del cinema) da sempre, sia nato lì, e sia uscito solo talvolta per altri ruoli, o per venire nel mondo dove viviamo noi. Lo dimostrano anche i suoi discorsi ironici in occasione dei vari premi che ha vinto (memorabile quello ai BAFTA, dove ha detto che la Gran Bretagna ora è single come lui). Se avete visto C’era una volta a… Hollywood sapete di cosa parliamo. Se non lo avete fatto, vedetelo (è disponibile in dvd) e capirete. Basta guardare per qualche minuto Brad Pitt e il suo Cliff Booth e vi sentirete immediatamente a casa. Cioè nel mondo di Quentin Tarantino. È il mondo del cinema, e dentro non poteva che esserci anche questo Oscar.

di Maurizio Ermisino per DailyMood.it

0 Users (0 voti)
Criterion 10
What people say... Leave your rating
Ordina per:

Sii il primo a lasciare una recensione.

User Avatar
Verificato
{{{ review.rating_title }}}
{{{review.rating_comment | nl2br}}}

Di Più
{{ pageNumber+1 }}
Leave your rating

Il tuo browser non supporta il caricamento delle immagini. Scegline uno più moderno.

Continue Reading
Advertisement
Click to comment

Leave a Reply

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

tre × 2 =

Mood Face

Patti Smith. La poetessa punk è vicina a noi anche in questi giorni

Published

on

Siamo isolati, ma sempre insieme” è il messaggio che, con la voce della figlia Jesse Paris, Patti Smith ha voluto mandare all’Italia lo scorso 17 marzo, prima di intonare, dalla sua casa di New York, una toccante versione di Wing. La poetessa punk, da sempre vicina all’Italia, ha dato un altro appuntamento. La figlia Jesse Paris Smith terrà un vero e proprio mini concerto, sabato 28 marzo, alle 18, in diretta Facebook dalla pagina di Germi, il locale di Manuel Agnelli. È importante che personaggi così carismatici, leader in grado di ispirarci, ci siano vicini in momenti come questo. Perché, come canta nella sua canzone del 1988, le persone hanno il potere. Ma è importante che, a ispirarle, a risvegliarle, siano leader e artisti come Patti Smith.

Cantante, poetessa, musa, pioniera del punk, Patricia Lee Smith, per tutti Patti Smith, nata a Chicago il 30 dicembre 1946, ha sempre rotto gli schemi, bruciato le tappe, è sempre andata controcorrente. Entrata quasi in punta di piedi nel mondo del rock, con reading di poesia e suoni (accompagnata dal chitarrista Lenny Kaye) è esplosa nel 1975 con il disco Horses, considerato uno dei capisaldi del punk, uscito quando il punk ancora non esisteva (sarebbe esploso qualche anno dopo, in Inghilterra). È il disco di “Jesus died for somebody’s sins but not mine”, “Gesù è morto per i peccati di qualcuno, ma non i miei”, come recita il testo di Gloria. Horses, considerato uno dei dischi storici del rock, consegna anche immediatamente Patti Smith al mondo come icona. La foto della storica cover dell’album, di Robert Mapplethorpe, cita una posa di Frida Khalo, e vede Patti vestita da uomo, pantaloni neri e camicia bianca, una sottile cravatta nera slacciata sul petto, e la giacca portata con nonchalance su una spalla. I capelli sono a caschetto, spettinati. È una foto che fa il giro del mondo e che, ancora oggi, detta uno stile.

Gli anni Settanta sono quelli dei successi dei dischi Radio Ethiopia e Easter. La leggenda narra che Patti Smith stesse registrando questo disco con Jimmy Iovine, il produttore che in quel momento lavorava anche con un certo Bruce Springsteen. Che aveva scritto una canzone d’amore, una canzone che non riusciva a finire, e per cui probabilmente non c’era posto nel suo Darkness On The Edge Of Town. Così chiese a Iovine se quel pezzo interessasse a Patti. Che la fece sua, ne riscrisse il testo, una storia d’amore tra due persone lontane, che si sentono solo la notte, al telefono, “perché la notte appartiene agli amanti”. È così che nacque Because The Night.

L’amore della vita di Patti è Fred “Sonic” Smith, il chitarrista degli MC5, a cui dedicherà una delle sue canzoni più belle, Frederick, il brano che apre Wave, il suo quarto album, quello di Dancing Barefoot. L’amore per Fred la porterà, per un periodo, a lasciare le scene, ancora una volta una scelta controcorrente, all’apice del successo. Insieme i due hanno due figli, Jackson e Jessica. Patti Smith non incide più fino al 1988, l’anno di Dream Of Life. Forse non è il miglior disco di Patti Smith, ma è quello di People Have The Power, forse il suo più grande successo. Una serie di lutti, poi, colpirà l’artista: nel 1989 scompare l’amico fotografo Robert Mapplethorpe, e poi il pianista Richard Sold e il fratello Tod. Ma, soprattutto, l’amato marito Fred. Questi fatti la spingeranno a tornare a lavorare sul disco che stava preparando con Fred: uscirà nel 1996, con il titolo Gone Again. È sempre una scomparsa, quella dell’attore River Phoenix, a ispirare il pezzo E-Bow The Letter dei R.EM., dove, alla fine della canzone, entra prepotente la voce di Patti Smith. Un lamento, un urlo di dolore, un suono commovente.

Michael Stipe e i suoi R.E.M, Bono e gli U2, che nel 2015 fanno suonare People Have The Power nelle arene ogni sera prima dei concerti del loro Innocence + Experience Tour. I Marlene Kuntz che la chiamano a duettare con loro a Sanremo. Patti Smith è considerata un modello da intere generazioni di musicisti. Nelle sue canzoni ha continuato a parlare di temi importanti come l’invasione cinese del Tibet, il Vietnam, la guerra in Iraq. E non stupisce il recente endorsing verso Greta Thunberg, giovanissima leader della battaglia per salvare l’ambiente. Patti Smith ha deciso di festeggiare il compleanno di Greta dedicandole una poesia. “Questa è / Greta Thunberg, che compie / 17 anni oggi, senza chiedere / feste o regali / solo che non restiamo neutrali. / La Terra conosce quelle come lei / così come le divinità, così come / gli animali e le fonti / curative. Buon compleanno / a Greta, che oggi ha scioperato / come ogni venerdì, rifiutandosi / di rimanere neutrale”.

E in fondo, se pensiamo a quella foto di Mapplethorpe per la copertina di Horses, non stupisce che sia stata scelta come testimonial dalla casa di moda Saint Laurent per la campagna della collezione primavera 2020, fotografata da Steven Sebring. È una scelta coraggiosa, quella di puntare su una donna di 72 anni, che non è mai stata una modella. È un messaggio potente, quello di considerare la bellezza come qualcosa che va al di là del mero aspetto fisico, ma come qualcosa che ha a che fare con la personalità. E di personalità Patti Smith ne ha da vendere.

di Maurizio Ermisino per DailyMood.it

0 Users (0 voti)
Criterion 10
What people say... Leave your rating
Ordina per:

Sii il primo a lasciare una recensione.

User Avatar
Verificato
{{{ review.rating_title }}}
{{{review.rating_comment | nl2br}}}

Di Più
{{ pageNumber+1 }}
Leave your rating

Il tuo browser non supporta il caricamento delle immagini. Scegline uno più moderno.

Continue Reading

Mood Face

Laura Dern: David Lynch, Noah Baumbach, Netflix e l’Oscar

Published

on

Ci voleva Nora Fanshaw, il suo personaggio in Storia di un matrimonio di Noah Baumbach, prodotto da Netflix, per regalare a Laura Dern il suo primo Oscar come miglior attrice non protagonista. Un premio che è il coronamento di una carriera quarantennale, iniziata nel 1980 con A donne con gli amici di Adrian Lyne. Ma l’esordio che tutti ricordano è quello targato 1986. Stiamo parlando di Velluto blu di David Lynch, autore visionario che ha segnato questi ultimi quarant’anni di cinema. Per chi ama la Settima Arte è impossibile non legare Laura Dern al cinema di David Lynch. Anche se, di legami, ne ha avuti tanti. Artistici, con autori come Steven Spielberg, Clint Eastwood, Paul Thomas Anderson, Greta Gerwig. E sentimentali, dal musicista Ben Harper, con cui è stata sposata dal 2005 al 3013, e da cui ha avuto due figli, ai colleghi Kyle MacLachlan, Renny Harlin, Jeff Goldblum e Billy Bob Thornton, con cui ha avuto delle relazioni importanti.

Per Lynch Laura Dern è stata tutto. È stata Sandy in Velluto blu, la ragazza acqua e sapone di cui si innamora Jeffrey (Kyle MacLachlan), il contraltare perfetto per l’altra donna che entra nella sua vita, la problematica Dorothy Valens di Isabella Rossellini. È stata Lula, la protagonista assoluta di Cuore Selvaggio, Palma d’Oro a Cannes nel 1990, giovane donna innamorata del suo uomo, Sailor (Nicholas Cage) e in fuga con lui. Lula è un personaggio agli antipodi di Sandy, è disinibita, sfrenata. L’amore romantico tra Sandy e Jeffrey in Velluto blu diventa l’amore fisico, sensuale tra Sailor e Lula. In Cuore selvaggio, accanto a Laura Dern, recita anche la madre, Diane Ladd (il padre è Bruce Dern), protagonista di una prestazione folle e memorabile. È stata proprio lei ad accompagnare Laura Dern alla Notte degli Oscar che l’ha vista vincente. Per Lynch è stata anche la protagonista di Inland Empire, che nasce proprio da un monologo dell’attrice, poi espanso e costruito per diventare un vero e proprio film. In cui la Dern è un’attrice che viene scelta per un film che è il remake di un film maledetto. La vediamo divisa, sdoppiata: tra l’attore protagonista e il marito, tra il suo personaggio e la sua persona, tra questa vita e un’altra (precedente, futura?) vita. La vediamo disperata, in mezzo ad alcune prostitute, tumefatta mentre racconta alcune violenze subite. È una scena di un’intensità incredibile. A chiudere il cerchio con il cinema di Lynch c’è stato Twin Peaks – Il ritorno, l’attesissima terza stagione della serie tv di culto. Laura Dern non poteva entrarci se non con un personaggio molto atteso: con i capelli a caschetto biondo platino, poi rossi, è Diane, quel personaggio che, nelle prime due stagioni, l’agente dell’FBI Dale Cooper nomina sempre, rivolgendosi a lei quando annota le sue sensazioni sui suoi nastri. Fino alla terza stagione di Twin Peaks non avevamo mai capito chi fosse. E il corpo longilineo, il volto particolare di Laura Dern servono finalmente a far vivere questo personaggio, che fino ad allora era esistito solo nella nostra immaginazione.

Ne è passato del tempo da Sandy, Lula e da quella giovane Laura Dern, da quel corpo acerbo con cui, in Cuore Selvaggio, abbiamo fatto l’amore. Il corpo è diventato più statuario, nervoso, muscoloso, e quel volto allungato, così particolare, è diventato più duro nei tratti. E tutto questo ha permesso a Laura Dern, ormai adulta, di affrontare in modo per nulla banale una serie di ruoli che le attrici di solito fanno nella seconda fase della loro carriera. È stata una madre nella serie tv Big Little Lies, ed è stata ancora una volta indimenticabile. La sua Renata è uno dei motori della storia: madre di un bambino delle elementari, donna ricca e in carriera, finisce presto per scontrarsi con le altre madri dando vita a equivoci e risentimenti. Anche qui Laura Dern è perfetta nel ruolo. I tratti spigolosi del suo volto finiscono per rispecchiare gli spigoli di un carattere difficile.

Ed è spigolosa, senza dubbio, anche la Nora Fanshaw di Storia di un matrimonio, il personaggio che le è valso l’Oscar come miglior attrice non protagonista. E non protagonista, stavolta, lo è davvero. Laura è in poche scene, e rappresenta uno dei fattori decisivi della storia, quegli avvocati che pensano prima a se stessi che ai propri assistiti, che finiscono per erigere ulteriori muri tra chi sta affrontando un momento difficile come il divorzio. La Nora di Laura Dern è ancora un personaggio spigoloso, indurito, un ruolo che il suo corpo veste benissimo, ma l’ironia con cui è filtrato la rende irresistibile, empatica, affascinante. Nella sua bocca Noah Baumbach mette uno di quei monologhi esplosivi che potrebbero essere stati scritti da Woody Allen. In cui si parla di come  da sempre, in un sistema che si basa sul modello giudaico-cristiano, le madri non hanno il diritto ad essere imperfette, cosa che ai padri è concesso. Perché il modello è Maria, che ha dato alla luce Gesù essendo vergine e ha stretto a sé il suo corpo esanime. “E Dio non era lì, Dio è il padre e Dio non si è neanche presentato” recita il momento cult, il culmine del suo discorso. Sapido, tagliente, irriverente, tremendamente vero, il monologo di Laura Dern (se non lo avete fatto, recuperate Storia di un matrimonio, che è su Netflix) è una di quelle cose che, come si suol dire, vale il prezzo del biglietto. E ora vale anche un Oscar.

di Maurizio Ermisino per DailyMood.it

0 Users (0 voti)
Criterion 10
What people say... Leave your rating
Ordina per:

Sii il primo a lasciare una recensione.

User Avatar
Verificato
{{{ review.rating_title }}}
{{{review.rating_comment | nl2br}}}

Di Più
{{ pageNumber+1 }}
Leave your rating

Il tuo browser non supporta il caricamento delle immagini. Scegline uno più moderno.

Continue Reading

Mood Face

Renée Zellweger: da Tom Cruise a Judy Garland. E all’Oscar

Published

on

Judy, il film su Judy Garland che è valso a Renée Zellweger l’Oscar come miglior attrice protagonista, potrebbe rappresentare forse la quinta vita per l’attrice texana di origine svizzera. Con quello sguardo e quel fisico felino, probabilmente la Zellweger di vite ne ha sette. E allora siamo curiosi di capire quali saranno le prossime. Ma partiamo dall’inizio. Ricordate qual è stata la prima volta in cui avete visto Renée Zellweger? Ovviamente dipende da tante cose, ma in molti correrete indietro con il pensiero alla metà degli anni Novanta (era il 1996) e a Jerry Maguire di Cameron Crowe, un film diventato negli anni un piccolo cult, nel quale faceva innamorare Tom Cruise.

Si capiva subito che Renée Zellweger non era un’attrice qualsiasi. Gli occhi piccoli e stellati, le gote rotonde come quelle di una bambina, delle labbra che sembravano disegnate da un artista. E poi, soprattutto, quel modo così unico di essere attraente, sexy pur essendo impacciata, oppure sexy proprio nel suo essere impacciata, tenera ma anche orgogliosa e risoluta. In Jerry Maguire Renée Zellweger era una madre single, una timida segretaria che non si sentiva all’altezza dell’uomo a cui si era legata, ma in qualche modo riusciva a farlo innamorare di sé. Quella che, per il protagonista e quindi anche per il suo personaggio, era la storia di un nuovo inizio, è stato di fatto l’inizio della brillante carriera di Renée Zellweger. La sua prima vita è stata questa, quella dei film La voce dell’amore e Betty Love.

Ma proprio quel misto tra goffaggine e sex appeal ha dato inizio a quella che possiamo definire la seconda vita di Renée, quella dell’identificazione del personaggio di Bridget Jones, portata sullo schermo tre volte, ne Il diario di Bridget Jones (2001), Che pasticcio Bridget Jones (2004) e Bridget Jones’ Baby (2016). Ovviamente il mix, in questo caso, pende tutto verso il primo aspetto, e Renée Zellweger tira fuori tutta la sua verve comica per portare sullo schermo un’eroina in cui in tante si possono identificare: goffa, imbranata, combinaguai, con problemi di peso, di relazioni (a volte di bottiglia…) ma con un grande cuore e una grande carica. Per entrare in un personaggio che, in qualche modo, è entrato nella storia, Renée Zellweger ha lavorato molto sul corpo, ingrassando di diversi chili, e per ben due volte (meno in occasione del terzo capitolo): una scelta rischiosa per un’attrice in un mondo dove poi, ruolo a parte, devi apparire sempre in perfetta forma, senza il minimo difetto. Non è un caso che le oscillazioni di peso per entrare in un ruolo siamo abituate a vederle negli attori (Robert De Niro, Christian Bale), meno nelle attrici.

Ma Renée Zellweger, un passato da ginnasta, non ha lasciato nulla a caso. E solo un anno dopo il primo Bridget Jones la trovavamo tonica, atletica, il fisico nervoso e scattante nel ruolo di Roxie Hart nel musical Chicago, dove ha ricevuto una nomination all’Oscar. È la sua terza vita, quella dei ruoli di donna grintosa e combattiva, nemesi della sua Bridget, quella in cui dimostra che il mondo dell’Academy le è congeniale. Con l’epico Ritorno a Cold Mountain, del 2003, ha infatti vinto il suo primo Oscar, stavolta come attrice non protagonista (e, per la cronaca, anche un Golden Globe, uno Screen Actors Guild Award, un Critics Choice Award e un Premio BAFTA). Non male per una che voleva fare la giornalista, e che ha iniziato a studiare recitazione solamente per ampliare il curriculum… Sono gli anni in cui la ritroveremo anche nel ruolo della deliziosa scrittrice pseudo-femminista nella commedia vintage Abbasso l’amore (Down With Love) e nella scrittrice per bambini di Miss Potter.

Per qualche anno non l’abbiamo vista più sulle scene, dopo la relazione con Bradley Cooper, durata dal 2009 al 2011. Per tutte le attrici arriva quel periodo in cui non sei più la giovane che può fare l’innamorata, e non è immediato prendere nuove strade. A volte, dopo una piccola pausa, cominciano a proporti ruoli da madre. Renee Zellweger ha fatto invece un percorso diverso. Siamo stati felici di ritrovarla, lo scorso anno, in What/If, la serie Netflix in cui interpreta la ricca e spietata Anne Montgomery. Nella prima scena del film la vediamo con la pelle avvizzita, i lineamenti induriti, il volto stanco. Quelle guance carnose e quegli occhi piccoli e scintillanti come diamanti che avevamo conosciuto in Jerry Maguire non brillano, ma sprizzano cattiveria. Ma nella serie la vediamo anche con un fisico tonico e muscoloso, le gambe affusolate, le spalle larghe e un vestito bianco che ricorda quello di Sharon Stone in Basic Instinct. Il ritorno di Renée è quello di una donna sexy, ma senza nascondere i segni del tempo.

Neanche il tempo di assaporare la quarta vita di Renée ed ecco la quinta. Parliamo di Judy, il biopic di Rupert Goold dedicato a Judy Garland che le è valso l’Oscar come miglior attrice protagonista. Judy coglie la diva – diventata famosa da bambina per Il mago di Oz – quando ha 46 anni, tre figli, è divorziata e senza una casa. Non mangia, non dorme, ha dipendenze da alcol e medicinali. Se in America nessuno la vuole più, a Londra è ancora una diva, e allora parte per l’Inghilterra per una serie di recital. Judy è in fondo un biopic classico, accademico e televisivo, sostenuto completamente dal corpo e dal volto di una Renée Zellweger brava, a volte troppo, a volte forse eccessiva nelle mossette e nella mimica facciale. Ma ha un sottotesto che è uno spietato spaccato dello star system. Uno star system che, però, stavolta le ha regalato un Oscar.

di Maurizio Ermisino per DailyMood.it

0 Users (0 voti)
Criterion 10
What people say... Leave your rating
Ordina per:

Sii il primo a lasciare una recensione.

User Avatar
Verificato
{{{ review.rating_title }}}
{{{review.rating_comment | nl2br}}}

Di Più
{{ pageNumber+1 }}
Leave your rating

Il tuo browser non supporta il caricamento delle immagini. Scegline uno più moderno.

Continue Reading

Trending