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Brad Pitt: L’Oscar e l’elogio della follia

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Tanto tempo fa, in una città lontana lontana, entro in un cinema con amici. Il film che abbiamo scelto è Seven. Uno di loro ci chiede: “chi recita in questo film?” “Brad Pitt”, risponde una mia amica. “Ah, come dire Kim Rossi Stuart”, risponde lui. Detto che, a oggi, non sapremmo chi dei dovrebbe ringraziare per il complimento, all’epoca Rossi Stuart era ancora sinonimo dell’attore bello per eccellenza. E anche Brad Pitt, a quei tempi, era considerato ancora un gran figo e poco altro, quello che veniva da Thelma e Louise e Vento di passioni. Proprio grazie a Seven, dove veniva trascinato nel baratro delle ossessioni di David Fincher, cominciavamo a capire che era un attore di tutt’altro tipo, capace di mettersi in gioco, di giocare su registri al limite della follia. Più tardi avremmo capito che quell’insana follia poteva toccare corde ancora diverse, che sfioravano il brillante, il farsesco, il comico.

Brad Pitt, lo sapete ormai tutti, ha appena vinto il premio Oscar per il miglior attore non protagonista per il suo ruolo di Cliff Booth in C’era una volta a… Hollywood di Quentin Tarantino. Un regista che, non ha caso, ha valorizzato attori come John Travolta, Bruce Willis, Leonardo Di Caprio, utilizzandoli spesso contro ruolo, tirando fuori il loro lato nascosto e impensabile. Ma il nostro elogio della follia di Brad Pitt parte da lontano. Non tanto da Seven, dove era un uomo normale che provava a mantenere un minimo di senno in mezzo a una follia totale, né da Kalifornia, il suo primo ruolo da outsider, dove era un serial killer folle, ma recitato secondo stilemi tutto sommato tradizionali. La prima volta che Brad ci ha stupito davvero è stato L’esercito delle 12 scimmie (prima candidatura all’Oscar e vittoria al Golden Globe come miglior attore non protagonista). Non era certo una commedia, ma in quel film Pitt aveva un ruolo ben preciso, quello del fool shakespeariano, del matto shakespeariano, quello che nella sua pazzia rivela la verità. È stata la prima volta che lo abbiamo visto andare sopra le righe, con un’interpretazione che poteva essere tranquillamente uscita da Qualcuno volò sul nido del cuculo. Brad Pitt, con L’esercito delle 12 scimmie, ci ha fatto capire che non ci avrebbe quasi mai deluso.

Quell’interpretazione ha dettato una delle vie che Pitt, negli anni a venire, avrebbe seguito. Avrebbe continuato anche a fare film più tradizionali, dove ci avrebbe dato quello che ci aspettiamo, come Mr. & Mrs. Smith, mix di action e commedia brillante che verrà ricordato più per la sua vita privata (è avvenuto lì l’incontro con Angelina Jolie, che sarebbe stata la sua anima gemella per anni) che per l’effettiva qualità, in Ocean’s Eleven e i suoi seguiti, in Troy. Insomma è stato da un po’ di parti dove ci si aspetta di trovare un divo del cinema.

Ma la follia è continuata a vivere, sottotraccia, dietro al volto perfetto di Brad Pitt, dentro al suo corpo atletico. C’è stata la follia più drammatica, quella della schizofrenia, quella dell’indimenticabile Fight Club di David Fincher, un film geniale che anticipa quella scissione dell’Io, quello spaesamento tra reale e irreale che, vent’anni dopo, non ha fatto altro che aumentare. Fincher poi ha catapultato uno dei suoi attori feticcio in un incubo, o un sogno, quello de Il misterioso caso di Benjamin Button, un mistero che avrebbe portato alla follia qualsiasi personaggio. Un’altra grande interpretazione di Pitt, pur aiutato dalla computer grafica e dal trucco. Ma vedere, nel volto di un anziano, quegli occhi roteare di sorpresa come quelli di un bambino, è qualcosa di veramente speciale.

Ma è con il tocco di Quentin Tarantino che l’elogio della follia di Brad Pitt arriva definitivamente a compimento. Perché, com’è nelle corde dell’autore di Pulp Fiction, ci troviamo in un cinema in cui Brad Pitt riesce a muoversi restando costantemente in bilico tra serio e faceto, senza far prevalere uno dei due aspetti sull’altro, cosa che avrebbe spostato personaggi e film verso un territorio ben preciso. Il tenente Aldo Raine, protagonista assoluto di Bastardi senza gloria, e lo stuntman Cliff Booth di C’era una volta a… Hollywood, riescono ad attraversare i loro film in maniera quasi magica. Restano completamente, e costantemente, dentro il film, e non ci fanno mai dimenticare quell’alone di pericolo e di morte che permea quelle storie. Eppure vivono su un livello appena appena diverso rispetto alla storia che raccontano. Aldo Raine è duro, parla con parole secche e scandite, ha la mascella quadrata, piena come quella di Marlon Brando ne Il padrino. Ha un seme di follia in quello sguardo, che per noi diventa immediatamente divertimento, ma anche empatia. Empatia che con Cliff Booth è ancora maggiore: tutti vorrebbero avere un amico come lui, è stato scritto. Tutti vorrebbero essere lui, potremmo aggiungere. Sicuro di sé, sempre la cosa giusta da fare, Cliff Booth è uno che risolve problemi, come il Mr. Wolf di Pulp Fiction, e in una scena, per questioni di copione, indossa anche uno smoking come lui. Anche se, nel resto del film, ha il suo look fatto di jeans e t-shirt colorate. Lo sguardo, l’espressione con cui Cliff Booth attraversa tutte le vicende di C’era una volta a… Hollywood è qualcosa di unico: strafottente, (auto)ironico, beffardo. Perfetto per scene che sono già nella storia del cinema, come il combattimento con Bruce Lee, la visita nel covo della Family di Charles Manson e l’incontro con alcuni seguaci nel finale.

Altri attori hanno fornito prove eccezionali con Quentin Tarantino. Ma Brad Pitt è stato diverso. Proviamo a spiegare: John Travolta, nei panni di Vincent Vega di Pulp Fiction, è straordinario, ma per esserlo è entrato in un personaggio estremamente caricaturale, carico, costruito. Lo stesso Leonardo Di Caprio, nel suo primo film con Tarantino, Django Unchained, per entrare nel suo Calvin J. Candie, fa una di quelle sue interpretazioni espressionistiche, cariche, potenti, si imbruttisce lordando i suoi denti. Brad Pitt, in Bastardi senza gloria, ma soprattutto in C’era una volta a… Hollywood, crea un personaggio memorabile restando prima di tutto un figo, non è mai eccessivo, mai caricaturale, mai sfigurato. Gli basta poco. È come se Brad Pitt abitasse il mondo di Tarantino (lo sapete, vero? I suoi film non sono ambientati nella realtà ma in un mondo parallelo, che è quello del cinema) da sempre, sia nato lì, e sia uscito solo talvolta per altri ruoli, o per venire nel mondo dove viviamo noi. Lo dimostrano anche i suoi discorsi ironici in occasione dei vari premi che ha vinto (memorabile quello ai BAFTA, dove ha detto che la Gran Bretagna ora è single come lui). Se avete visto C’era una volta a… Hollywood sapete di cosa parliamo. Se non lo avete fatto, vedetelo (è disponibile in dvd) e capirete. Basta guardare per qualche minuto Brad Pitt e il suo Cliff Booth e vi sentirete immediatamente a casa. Cioè nel mondo di Quentin Tarantino. È il mondo del cinema, e dentro non poteva che esserci anche questo Oscar.

di Maurizio Ermisino per DailyMood.it

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The Bowie Years: il boxset con 7 cd ci racconta l’incredibile storia di Iggy Pop a Berlino

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È lunedì sera, siamo lungo le strade di Berlino, e David Bowie sfreccia su una Mercedes Ponton Coupé. Accanto a lui c’è Iggy Pop, l’ex leader degli Stooges: siamo a metà degli anni Settanta ed entrambi sono in fuga da Los Angeles, dalla dipendenza da cocaina di Bowie e dal ricovero psichiatrico di Iggy. I due sono alla ricerca di qualcosa da fare, girano in tondo, arrivano sul Kurfürstendamm, un grande viale di Berlino, dove incontrano uno spacciatore che doveva averli fregati. Che fare? Con il radiatore della loro Mercedes vanno a sbattere sul retro dell’auto del pusher. Poi tornano indietro, e lo fanno di nuovo. E vanno avanti così per 5-10 minuti. Da questa esperienza nascerà Alway Crashing In The Same Car, che finirà su Low, il primo album “berlinese” di Bowie. Quella sera, i due finiranno a girare in tondo nel parcheggio sotterraneo del loro hotel, con l’idea di andarsi a schiantare contro un muro. Per fortuna la benzina finirà in tempo. È un episodio che racconta bene che cos’erano, all’inizio, gli anni di Bowie a Berlino. Che sono famosi per la sua “Trilogia Berlinese”, ma hanno dato vita anche a due grandi dischi di Iggy Pop. Il cofanetto di 7 CD The Bowie Years esplora gli album dell’era berlinese di Iggy Pop: ci sono le versioni rimasterizzate di The Idiot e Lust For Life e del live TV Eye, con registrazioni del tour del 1977 a Cleveland, Chicago e Kansas City, con ospite David Bowie alle tastiere. Ci sono inoltre altri tre dischi di registrazioni live del marzo 1977 che vengono pubblicate ufficialmente per la prima volta: al Rainbow Theatre di Londra, all’Agora di Cleveland e al Mantra Studio di Chicago. E poi una serie di rari outtake, mix alternativi ed un libro di 40 pagine. Dal 29 maggio Lust For Life e The Idiot sono stati pubblicati anche separatamente in edizione doppio CD Deluxe con un CD live bonus.

 DAVID E IGGY NEL CASTELLO.
Alla fine dello Station To Station Tour, Bowie e Iggy si trasferirono allo Château d’Hérouville, un antico castello in Francia diventato uno studio di registrazione, dove Bowie aveva registrato il suo disco Pin Ups nel 1973. Bowie, innamorato del posto, decise che il primo album di Iggy dopo tre anni sarebbe stato registrato lì. Laurent Thibault, ex bassista del gruppo prog rock dei Magma, e proprietario dello studio, sarebbe stato l’ingegnere del suono e avrebbe suonato il basso. Alla batteria ci sarebbe stato Michel Santangeli. Bowie e Iggy arrivarono nel castello alla fine di giugno del 1976. Bowie entrava in studio con delle tracce di canzoni, degli arrangiamenti molto scarni. Si sedeva al piano elettrico e dava delle indicazioni piuttosto vaghe a Santangeli. Una volta che la parte ritmica lo aveva soddisfatto, passava a un altro pezzo. Fu un lavoro piuttosto veloce, giusto un paio di giorni. The Idiot, quello che sarebbe diventato il nuovo disco di Iggy Pop, nacque così. E questo sarebbe stato il metodo di lavoro di tutti gli altri dischi del periodo berlinese (che iniziò proprio qui, in Francia) di David Bowie, Low, “Heroes” e Lodger, vennero registrati con questo metodo. Una volta registrata la sessione ritmica, Bowie suonò la chitarra (anche se poi chiamò Phil Palmer per risuonare alcune parti). The Idiot è uno dei dischi dove è più presente il Bowie musicista: oltre alla chitarra suonò i sintetizzatori, il piano elettrico, il sassofono e realizzò anche i cori. Poi fu la volta di Thibault al basso, le cui parti furono registrate, ancora una volta, con poche indicazioni da parte di Bowie. Il sound che avrebbe avuto The Idiot era quasi pronto. Arrivarono poi due fidati collaboratori di Bowie, George Murray e Dennis Davis, per registrare la sezione ritmica di Sister Midnight, che avevano già suonato con Bowie nello Station To Station Tour, e che per questo suona diversa rispetto alle altre del disco: più funky e rilassata, è stata definita “una Golden Years più scura e inquieta”. L’altro brano a cui suonarono i due è Mass Production, che chiude l’album.

CHINA GIRL.
In tutto questo, Iggy Pop stava ancora partecipando poco a quello che, a tutti gli effetti, sarebbe stato il suo nuovo album, anche se tutta la musica era di Bowie. Iggy girava per lo studio, si sedeva in regia ad ascoltare e prendere appunti per i testi. Ma spesso li improvvisava al momento, davanti al microfono. È una modalità che affascinava Bowie, tanto che avrebbe lavorato così in uno dei dischi seguenti, il famoso “Heroes”. Spesso i testi nascevano su suggerimento di Bowie: Dum Dum Boys, ad esempio, era il racconto delle giornate di Iggy con gli Stooges. Ma il testo più famoso nacque proprio in quel castello, che era anche un rifugio per le celebrità. E dove Iggy incontrò la ragazza dell’attore Francese Jacques Higelin, Kuelan Nguyen, vietnamita, con cui scattò un’immediata intesa e nacque una relazione. La loro storia finì presto, ma diede a Iggy l’idea per una canzone d’amore romantica e apocalittica. È così che prese vita China Girl. Finita l’esperienza al castello, Bowie e Iggy si spostarono al Musicland di Monaco, lo studio di proprietà di Giorgio Moroder, dove vennero registrate le voci e dove vennero messi a punto alcuni brani. Per Mass Production, ad esempio, Thibault creò un nastro gigantesco, grazie al quale mandava in loop ondate di suono, in modo da ricreare l’effetto della sirena di una fabbrica: un’anticipazione di quella che, anni dopo, sarebbe diventata la musica industrial.

AVVOLTO DA UNA NEBBIA E UNO STORDIMENTO ALCOLICO.
The Idiot, che uscirà nel marzo del 1977, è da molti considerato una sorta di prototipo per Low, il primo disco della nuova vita di Bowie. In un certo senso lo stesso Bowie lo ammise, dicendo di aver usato Iggy “come cavia per il suono che volevo ottenere”. È comunque un grande disco, spesso sottovalutato, che segna un momento di passaggio per entrambi gli artisti. Se Low sarà il disco con cui Bowie riemergerà dalle sue dipendenze, The Idiot è ancora “avvolto da una nebbia e uno stordimento alcolico e di droghe, ma proprio per questo è più ostico e sicuro di sé” come scrive Thomas Jerome Seabrook nel libro Bowie – La Trilogia Berlinese. Per Iggy è il primo disco in quattro anni, ed è un nuovo inizio a tutti gli effetti, lontanissimo dal suono grezzo e furibondo, dalla “raw power” degli Stooges. The Idiot è gelido, controllato, notturno, è un suono fatto di bassi rimbombanti, batteria motorik e di sintetizzatori. È, in tutta la carriera di Iggy, il disco più distante dai suoni a cui viene associato. E in cui Iggy, su richiesta di Bowie, rinuncia alle sue urla, e canta su un registro baritonale, quasi da crooner. The Idiot sarebbe uscito qualche mese dopo il prossimo disco di Bowie, Low. Con una mossa astuta, Bowie scelse di far uscire prima la sua opera, in modo che non si pensasse che, in qualche modo, fosse lui a seguire la scia di Iggy.

PARLANDO CON DRACULA E LA SUA CIURMA.
Se Sister Midnight, la canzone che apre il disco, è ancora debitrice del suono precedente di Bowie, ed è nata durante il tour di Station To Station, con il suo stile kraut funk, ma con un nuovo testo di Iggy che le fa assumere un nuovo significato edipico, Nightclubbing è il primo brano nella storia di Bowie, e anche in quella di Iggy, in cui viene usata la batteria elettronica, probabile influenza del lavoro negli studi di Moroder. Il testo è autobiografico, e sarà un’influenza importante nelle future composizioni di Bowie, che si sposteranno verso uno stile di racconto più crudo e diretto. Funtime è forse il pezzo del disco più vicino al suono degli Stooges, ma è carico di effetti spaziali e ricorda alcuni suoni che ritroveremo su Fashion, la canzone di Bowie che uscirà su Scary Monsters. Anche questo è un brano autobiografico: cantato in prima persona plurale, come Nightclubbing, è evidentemente il racconto di due persone: e rievoca gli ultimi, inquietanti, giorni di Bowie e Iggy a Los Angeles (“parlando con Dracula e la sua ciurma”). E poi c’è China Girl. È il brano più famoso del disco: la conosciamo tutti per la rilettura pop che ne fece Bowie negli anni Ottanta (per far guadagnare all’amico qualche diritto d’autore) con quelle chitarre funky finto-orientali create da Nile Rodgers, i cori dolciastri e quel famoso “shhh”. Senza tutto questo, la canzone che appare su The Idiot, con quella “chitarra raddoppiata ed esuberante, quei sintetizzatori che sbucano fuori dal nulla”, di cui parla Seabrook nel suo libro, riesce a catturare e a ipnotizzare a ogni ascolto. È una canzone disperata e struggente. Iggy canta, declamando (Bowie gli chiese di cantare “come se fosse Mae West”), una storia d’amore e rinuncia, conscio che, la sua ragazza orientale, in fondo, dovesse stargli lontano perché i suoi costumi occidentali avrebbero finito per corromperla. Bowie disse che China Girl è una canzone che parla di “invasione e sfruttamento”.

QUEL RIFF SCRITTO ALL’UKULELE, SUL SUONO DI UN TELEGRAFO.
Dopo un tour di successo di Iggy Pop in Inghilterra e negli Stati Uniti, dove Bowie rimase in disparte a suonare le tastiere (ma in cui almeno metà del pubblico accorreva per vedere lui), Iggy Pop e David Bowie si misero a lavorare al nuovo disco di Iggy. The Idiot non era andato oltre il 30esimo posto delle classifiche inglesi, ma era esploso il punk, e Iggy, che con gli Stooges suonava quella musica molti anni prima, era diventato per tutti il capostipite del punk, uno dei re del rock’n’roll. Ma era anche vero che, ovunque andasse, il nome di Bowie alleggiava sempre intorno a lui. Lust For Life, il disco che avrebbe seguito The Idiot, sarebbe stato un disco molto diverso. Ai due, nell’appartamento berlinese di Iggy, si unì Ricky Gardiner, un chitarrista che tirò fuori il riff di The Passenger, che diventerà uno dei più famosi degli anni Settanta, e di tutta la storia del rock. Un altro celebre riff, quello tambureggiante di Lust For Life, lo scrisse Bowie all’ukulele, seguendo il ritmo del messaggio su un telegrafo morse ascoltato nel tema del network televisivo dell’esercito.

IGGY SI LIBERA DALLE CATENE.
Lust For Life è stato registrato agli Hansa Studios di Berlino, dove ai tre musicisti si unirono Carlos Alomar, alla chitarra, e Hunt e Tony Sales: la batteria e il basso dei due fratelli sono trascinanti, danno una marcia in più, un tocco inconfondibile al suono di Lust For Life. Che è a tutti gli effetti un disco rock, in cui ogni strumento suona come se fosse stato appena collegato all’amplificatore, diretto e senza effetti. In The Idiot Bowie aveva lavorato a lungo ad atmosfere e sovraincisioni, ma stavolta tutto questo non serviva. Lust For Life è il disco rock che tutti si sarebbero aspettati da Iggy Pop nel 1977, quello più vicino a Funhouse e Raw Power degli Stooges. È il disco che lui voleva fare, quello con cui prendersi quel successo che sentiva di meritare. È Iggy che si libera delle catene. È un disco diretto, registrato in due settimane, lontano dai lavori di Bowie dell’epoca. Iggy non fa più il crooner ma tira fuori il suo “urlo”. Per vari motivi, ma soprattutto per il bisogno di Iggy di camminare con le sue gambe, non ci sarà un terzo disco dei due insieme, anche se era previsto. Iggy e Bowie non lavoreranno più insieme fino a metà degli anni Ottanta. Lust For Life sarebbe uscito il 9 settembre del 1977 per la RCA, in un periodo molto delicato: Elvis Presley, il Re del Rock, era morto da tre settimane e la casa discografica era presa da altri pensieri per dedicarsi alla promozione del disco. Anche la stampa, che aveva acclamato Iggy in occasione di The Idiot, era stata piuttosto tiepida con Lust For Life.

CHI È IL PASSEGGERO?
Ma il responso definitivo sul disco lo avrebbe detto la Storia. Lust For Life è il disco che contiene le canzoni più famose del repertorio di Iggy, quelle che dureranno per sempre. La title-track, nata da quell’intuizione di Bowie all’ukulele, seguendo il messaggio in codice morse di un bollettino dell’esercito americano, sarebbe tornata in auge vent’anni dopo la sua uscita, grazie a Danny Boyle e al suo Trainspotting, e al famoso monologo “choose life” di Ewan McGregor. Quel giro di ukulele, con l’apporto di Hunt Sales e Tony Sales, sarebbe diventato un magnifico pezzo di stomp rock’n’roll, una versione punk e devastata di You Can’t Hurry Love delle Supremes, che ricorda molto per il suo incedere ritmico. Iggy, improvvisando al microfono come nel suo stile dei tempi, canta della sua nuova vita, dell’addio alle vecchie abitudini sue e di Bowie (“basta spaccarsi con liquori e droghe”) e si lancia in riflessioni su striptease e film di tortura. I cori di Bowie e dei fratelli Sales arrivano ad arricchire il ritornello. Ma Lust For Life è anche il disco di The Passenger, una canzone che non uscì come singolo – avrebbe fatto venire giù il mondo – ma solo come lato b di Success: sarebbe entrata nella leggenda con il tempo, grazie alle cover di Siouxsie And The Banshees e di Michael Hutchence, allo spot di una nota casa automobilistica e, da noi, alla sigla di Tempi moderni, storica trasmissione di Daria Bignardi. Ricky Gardiner, autore di uno dei riff di chitarra più famosi della storia del rock, ricorda di averlo composto in un momento di ispirazione “wordsworthiana” (il riferimento è al poeta romantico inglese William Wordsworth, secondo cui la poesia nasce dai ricordi rielaborati in momenti di tranquillità) mente era in giardino, circondato da un muro. Appena sentì il riff, Iggy Pop ne intuì subito il potenziale. E allora cominciò immediatamente a cantare la prima strofa, presa dalla poesia di Jim Morrison, Notes On A Vision, in cui la vita moderna viene descritta nel contesto di un viaggio in macchina. C’è che dice che “il passeggero” sia lo stesso Iggy, intento a percorrere su e giù Berlino in metropolitana, lungo la S-Bahn, altri che sia proprio David Bowie, passeggero intento a scovare nuove influenze musicali ovunque andasse. Il fascino della canzone, oltre all’irresistibile riff di Gardiner e al monologo di Iggy Pop, è in quel coro del ritornello, quel “la la la”, che Seabrook definisce “nihilista e incredibilmente accattivante allo stesso tempo”.

ANDRÀ TUTTO BENE.
Tra i brani di Lust For Life c’è anche Tonight, che arriva dopo 4 brani uptempo, un brano cupo in cui, tra lamenti di chitarra, Iggy racconta la storia di un’amante eroinomane che aveva trovato nel suo letto mentre stava diventando blu. Quando entra in scena la melodia, tra chitarre funky alla Sound And Vision, e quel ritornello “Andrà tutto bene stanotte”, il tutto suona beffardo, una presa in giro, un po’ come le parole del testo di “Heroes” di Bowie. Sette anni più tardi, come accadde con China Girl, diventata una hit pop, Bowie trasformò anche questa canzone in un pezzo reggae dolciastro e plastificato, che diede il titolo al suo album del 1984. Bowie chiamò, secondo la moda del periodo, anche Tina Turner a duettare con lui, togliendo però la parte iniziale del monologo di Iggy, che rendeva così cupa la canzone, e di fatto, togliendole tutto il significato. I “Bowie Years” di Iggy Pop si sarebbero fermati qui, ma solo per il momento. Bowie avrebbe suonato con quasi tutti i componenti della band di Lust For Life: Carlos Alomar sarebbe diventato uno dei chitarristi principali della sua band, Hunt e Tony Sales sarebbero diventati la sezione ritmica dei Tin Machine alla fine degli anni Ottanta. Bowie avrebbe scritto una canzone per il successivo album di Iggy, Soldier, del 1980, Play It Safe. Ma, soprattutto, sarebbe venuto in soccorso dell’amico incidendo le sue versioni pop di China Girl, Neighbourhood Threat e Tonight, e producendo e co-scrivendo il suo album del 1986, Blah Blah Blah. Si è trattato ogni volta di una mano tesa da Bowie verso il suo amico, per salvarlo dal baratro, dargli un po’ d’ossigeno con i diritti d’autore e rimetterlo in pista. E contribuendo così a farlo diventare una leggenda. Una delle ultime grandi leggende viventi del rock’n’roll.

di Maurizio Ermisino per DailyMood.it

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Patti Smith. La poetessa punk è vicina a noi anche in questi giorni

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Siamo isolati, ma sempre insieme” è il messaggio che, con la voce della figlia Jesse Paris, Patti Smith ha voluto mandare all’Italia lo scorso 17 marzo, prima di intonare, dalla sua casa di New York, una toccante versione di Wing. La poetessa punk, da sempre vicina all’Italia, ha dato un altro appuntamento. La figlia Jesse Paris Smith terrà un vero e proprio mini concerto, sabato 28 marzo, alle 18, in diretta Facebook dalla pagina di Germi, il locale di Manuel Agnelli. È importante che personaggi così carismatici, leader in grado di ispirarci, ci siano vicini in momenti come questo. Perché, come canta nella sua canzone del 1988, le persone hanno il potere. Ma è importante che, a ispirarle, a risvegliarle, siano leader e artisti come Patti Smith.

Cantante, poetessa, musa, pioniera del punk, Patricia Lee Smith, per tutti Patti Smith, nata a Chicago il 30 dicembre 1946, ha sempre rotto gli schemi, bruciato le tappe, è sempre andata controcorrente. Entrata quasi in punta di piedi nel mondo del rock, con reading di poesia e suoni (accompagnata dal chitarrista Lenny Kaye) è esplosa nel 1975 con il disco Horses, considerato uno dei capisaldi del punk, uscito quando il punk ancora non esisteva (sarebbe esploso qualche anno dopo, in Inghilterra). È il disco di “Jesus died for somebody’s sins but not mine”, “Gesù è morto per i peccati di qualcuno, ma non i miei”, come recita il testo di Gloria. Horses, considerato uno dei dischi storici del rock, consegna anche immediatamente Patti Smith al mondo come icona. La foto della storica cover dell’album, di Robert Mapplethorpe, cita una posa di Frida Khalo, e vede Patti vestita da uomo, pantaloni neri e camicia bianca, una sottile cravatta nera slacciata sul petto, e la giacca portata con nonchalance su una spalla. I capelli sono a caschetto, spettinati. È una foto che fa il giro del mondo e che, ancora oggi, detta uno stile.

Gli anni Settanta sono quelli dei successi dei dischi Radio Ethiopia e Easter. La leggenda narra che Patti Smith stesse registrando questo disco con Jimmy Iovine, il produttore che in quel momento lavorava anche con un certo Bruce Springsteen. Che aveva scritto una canzone d’amore, una canzone che non riusciva a finire, e per cui probabilmente non c’era posto nel suo Darkness On The Edge Of Town. Così chiese a Iovine se quel pezzo interessasse a Patti. Che la fece sua, ne riscrisse il testo, una storia d’amore tra due persone lontane, che si sentono solo la notte, al telefono, “perché la notte appartiene agli amanti”. È così che nacque Because The Night.

L’amore della vita di Patti è Fred “Sonic” Smith, il chitarrista degli MC5, a cui dedicherà una delle sue canzoni più belle, Frederick, il brano che apre Wave, il suo quarto album, quello di Dancing Barefoot. L’amore per Fred la porterà, per un periodo, a lasciare le scene, ancora una volta una scelta controcorrente, all’apice del successo. Insieme i due hanno due figli, Jackson e Jessica. Patti Smith non incide più fino al 1988, l’anno di Dream Of Life. Forse non è il miglior disco di Patti Smith, ma è quello di People Have The Power, forse il suo più grande successo. Una serie di lutti, poi, colpirà l’artista: nel 1989 scompare l’amico fotografo Robert Mapplethorpe, e poi il pianista Richard Sold e il fratello Tod. Ma, soprattutto, l’amato marito Fred. Questi fatti la spingeranno a tornare a lavorare sul disco che stava preparando con Fred: uscirà nel 1996, con il titolo Gone Again. È sempre una scomparsa, quella dell’attore River Phoenix, a ispirare il pezzo E-Bow The Letter dei R.EM., dove, alla fine della canzone, entra prepotente la voce di Patti Smith. Un lamento, un urlo di dolore, un suono commovente.

Michael Stipe e i suoi R.E.M, Bono e gli U2, che nel 2015 fanno suonare People Have The Power nelle arene ogni sera prima dei concerti del loro Innocence + Experience Tour. I Marlene Kuntz che la chiamano a duettare con loro a Sanremo. Patti Smith è considerata un modello da intere generazioni di musicisti. Nelle sue canzoni ha continuato a parlare di temi importanti come l’invasione cinese del Tibet, il Vietnam, la guerra in Iraq. E non stupisce il recente endorsing verso Greta Thunberg, giovanissima leader della battaglia per salvare l’ambiente. Patti Smith ha deciso di festeggiare il compleanno di Greta dedicandole una poesia. “Questa è / Greta Thunberg, che compie / 17 anni oggi, senza chiedere / feste o regali / solo che non restiamo neutrali. / La Terra conosce quelle come lei / così come le divinità, così come / gli animali e le fonti / curative. Buon compleanno / a Greta, che oggi ha scioperato / come ogni venerdì, rifiutandosi / di rimanere neutrale”.

E in fondo, se pensiamo a quella foto di Mapplethorpe per la copertina di Horses, non stupisce che sia stata scelta come testimonial dalla casa di moda Saint Laurent per la campagna della collezione primavera 2020, fotografata da Steven Sebring. È una scelta coraggiosa, quella di puntare su una donna di 72 anni, che non è mai stata una modella. È un messaggio potente, quello di considerare la bellezza come qualcosa che va al di là del mero aspetto fisico, ma come qualcosa che ha a che fare con la personalità. E di personalità Patti Smith ne ha da vendere.

di Maurizio Ermisino per DailyMood.it

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Laura Dern: David Lynch, Noah Baumbach, Netflix e l’Oscar

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Ci voleva Nora Fanshaw, il suo personaggio in Storia di un matrimonio di Noah Baumbach, prodotto da Netflix, per regalare a Laura Dern il suo primo Oscar come miglior attrice non protagonista. Un premio che è il coronamento di una carriera quarantennale, iniziata nel 1980 con A donne con gli amici di Adrian Lyne. Ma l’esordio che tutti ricordano è quello targato 1986. Stiamo parlando di Velluto blu di David Lynch, autore visionario che ha segnato questi ultimi quarant’anni di cinema. Per chi ama la Settima Arte è impossibile non legare Laura Dern al cinema di David Lynch. Anche se, di legami, ne ha avuti tanti. Artistici, con autori come Steven Spielberg, Clint Eastwood, Paul Thomas Anderson, Greta Gerwig. E sentimentali, dal musicista Ben Harper, con cui è stata sposata dal 2005 al 3013, e da cui ha avuto due figli, ai colleghi Kyle MacLachlan, Renny Harlin, Jeff Goldblum e Billy Bob Thornton, con cui ha avuto delle relazioni importanti.

Per Lynch Laura Dern è stata tutto. È stata Sandy in Velluto blu, la ragazza acqua e sapone di cui si innamora Jeffrey (Kyle MacLachlan), il contraltare perfetto per l’altra donna che entra nella sua vita, la problematica Dorothy Valens di Isabella Rossellini. È stata Lula, la protagonista assoluta di Cuore Selvaggio, Palma d’Oro a Cannes nel 1990, giovane donna innamorata del suo uomo, Sailor (Nicholas Cage) e in fuga con lui. Lula è un personaggio agli antipodi di Sandy, è disinibita, sfrenata. L’amore romantico tra Sandy e Jeffrey in Velluto blu diventa l’amore fisico, sensuale tra Sailor e Lula. In Cuore selvaggio, accanto a Laura Dern, recita anche la madre, Diane Ladd (il padre è Bruce Dern), protagonista di una prestazione folle e memorabile. È stata proprio lei ad accompagnare Laura Dern alla Notte degli Oscar che l’ha vista vincente. Per Lynch è stata anche la protagonista di Inland Empire, che nasce proprio da un monologo dell’attrice, poi espanso e costruito per diventare un vero e proprio film. In cui la Dern è un’attrice che viene scelta per un film che è il remake di un film maledetto. La vediamo divisa, sdoppiata: tra l’attore protagonista e il marito, tra il suo personaggio e la sua persona, tra questa vita e un’altra (precedente, futura?) vita. La vediamo disperata, in mezzo ad alcune prostitute, tumefatta mentre racconta alcune violenze subite. È una scena di un’intensità incredibile. A chiudere il cerchio con il cinema di Lynch c’è stato Twin Peaks – Il ritorno, l’attesissima terza stagione della serie tv di culto. Laura Dern non poteva entrarci se non con un personaggio molto atteso: con i capelli a caschetto biondo platino, poi rossi, è Diane, quel personaggio che, nelle prime due stagioni, l’agente dell’FBI Dale Cooper nomina sempre, rivolgendosi a lei quando annota le sue sensazioni sui suoi nastri. Fino alla terza stagione di Twin Peaks non avevamo mai capito chi fosse. E il corpo longilineo, il volto particolare di Laura Dern servono finalmente a far vivere questo personaggio, che fino ad allora era esistito solo nella nostra immaginazione.

Ne è passato del tempo da Sandy, Lula e da quella giovane Laura Dern, da quel corpo acerbo con cui, in Cuore Selvaggio, abbiamo fatto l’amore. Il corpo è diventato più statuario, nervoso, muscoloso, e quel volto allungato, così particolare, è diventato più duro nei tratti. E tutto questo ha permesso a Laura Dern, ormai adulta, di affrontare in modo per nulla banale una serie di ruoli che le attrici di solito fanno nella seconda fase della loro carriera. È stata una madre nella serie tv Big Little Lies, ed è stata ancora una volta indimenticabile. La sua Renata è uno dei motori della storia: madre di un bambino delle elementari, donna ricca e in carriera, finisce presto per scontrarsi con le altre madri dando vita a equivoci e risentimenti. Anche qui Laura Dern è perfetta nel ruolo. I tratti spigolosi del suo volto finiscono per rispecchiare gli spigoli di un carattere difficile.

Ed è spigolosa, senza dubbio, anche la Nora Fanshaw di Storia di un matrimonio, il personaggio che le è valso l’Oscar come miglior attrice non protagonista. E non protagonista, stavolta, lo è davvero. Laura è in poche scene, e rappresenta uno dei fattori decisivi della storia, quegli avvocati che pensano prima a se stessi che ai propri assistiti, che finiscono per erigere ulteriori muri tra chi sta affrontando un momento difficile come il divorzio. La Nora di Laura Dern è ancora un personaggio spigoloso, indurito, un ruolo che il suo corpo veste benissimo, ma l’ironia con cui è filtrato la rende irresistibile, empatica, affascinante. Nella sua bocca Noah Baumbach mette uno di quei monologhi esplosivi che potrebbero essere stati scritti da Woody Allen. In cui si parla di come  da sempre, in un sistema che si basa sul modello giudaico-cristiano, le madri non hanno il diritto ad essere imperfette, cosa che ai padri è concesso. Perché il modello è Maria, che ha dato alla luce Gesù essendo vergine e ha stretto a sé il suo corpo esanime. “E Dio non era lì, Dio è il padre e Dio non si è neanche presentato” recita il momento cult, il culmine del suo discorso. Sapido, tagliente, irriverente, tremendamente vero, il monologo di Laura Dern (se non lo avete fatto, recuperate Storia di un matrimonio, che è su Netflix) è una di quelle cose che, come si suol dire, vale il prezzo del biglietto. E ora vale anche un Oscar.

di Maurizio Ermisino per DailyMood.it

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