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Renée Zellweger: da Tom Cruise a Judy Garland. E all’Oscar

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Judy, il film su Judy Garland che è valso a Renée Zellweger l’Oscar come miglior attrice protagonista, potrebbe rappresentare forse la quinta vita per l’attrice texana di origine svizzera. Con quello sguardo e quel fisico felino, probabilmente la Zellweger di vite ne ha sette. E allora siamo curiosi di capire quali saranno le prossime. Ma partiamo dall’inizio. Ricordate qual è stata la prima volta in cui avete visto Renée Zellweger? Ovviamente dipende da tante cose, ma in molti correrete indietro con il pensiero alla metà degli anni Novanta (era il 1996) e a Jerry Maguire di Cameron Crowe, un film diventato negli anni un piccolo cult, nel quale faceva innamorare Tom Cruise.

Si capiva subito che Renée Zellweger non era un’attrice qualsiasi. Gli occhi piccoli e stellati, le gote rotonde come quelle di una bambina, delle labbra che sembravano disegnate da un artista. E poi, soprattutto, quel modo così unico di essere attraente, sexy pur essendo impacciata, oppure sexy proprio nel suo essere impacciata, tenera ma anche orgogliosa e risoluta. In Jerry Maguire Renée Zellweger era una madre single, una timida segretaria che non si sentiva all’altezza dell’uomo a cui si era legata, ma in qualche modo riusciva a farlo innamorare di sé. Quella che, per il protagonista e quindi anche per il suo personaggio, era la storia di un nuovo inizio, è stato di fatto l’inizio della brillante carriera di Renée Zellweger. La sua prima vita è stata questa, quella dei film La voce dell’amore e Betty Love.

Ma proprio quel misto tra goffaggine e sex appeal ha dato inizio a quella che possiamo definire la seconda vita di Renée, quella dell’identificazione del personaggio di Bridget Jones, portata sullo schermo tre volte, ne Il diario di Bridget Jones (2001), Che pasticcio Bridget Jones (2004) e Bridget Jones’ Baby (2016). Ovviamente il mix, in questo caso, pende tutto verso il primo aspetto, e Renée Zellweger tira fuori tutta la sua verve comica per portare sullo schermo un’eroina in cui in tante si possono identificare: goffa, imbranata, combinaguai, con problemi di peso, di relazioni (a volte di bottiglia…) ma con un grande cuore e una grande carica. Per entrare in un personaggio che, in qualche modo, è entrato nella storia, Renée Zellweger ha lavorato molto sul corpo, ingrassando di diversi chili, e per ben due volte (meno in occasione del terzo capitolo): una scelta rischiosa per un’attrice in un mondo dove poi, ruolo a parte, devi apparire sempre in perfetta forma, senza il minimo difetto. Non è un caso che le oscillazioni di peso per entrare in un ruolo siamo abituate a vederle negli attori (Robert De Niro, Christian Bale), meno nelle attrici.

Ma Renée Zellweger, un passato da ginnasta, non ha lasciato nulla a caso. E solo un anno dopo il primo Bridget Jones la trovavamo tonica, atletica, il fisico nervoso e scattante nel ruolo di Roxie Hart nel musical Chicago, dove ha ricevuto una nomination all’Oscar. È la sua terza vita, quella dei ruoli di donna grintosa e combattiva, nemesi della sua Bridget, quella in cui dimostra che il mondo dell’Academy le è congeniale. Con l’epico Ritorno a Cold Mountain, del 2003, ha infatti vinto il suo primo Oscar, stavolta come attrice non protagonista (e, per la cronaca, anche un Golden Globe, uno Screen Actors Guild Award, un Critics Choice Award e un Premio BAFTA). Non male per una che voleva fare la giornalista, e che ha iniziato a studiare recitazione solamente per ampliare il curriculum… Sono gli anni in cui la ritroveremo anche nel ruolo della deliziosa scrittrice pseudo-femminista nella commedia vintage Abbasso l’amore (Down With Love) e nella scrittrice per bambini di Miss Potter.

Per qualche anno non l’abbiamo vista più sulle scene, dopo la relazione con Bradley Cooper, durata dal 2009 al 2011. Per tutte le attrici arriva quel periodo in cui non sei più la giovane che può fare l’innamorata, e non è immediato prendere nuove strade. A volte, dopo una piccola pausa, cominciano a proporti ruoli da madre. Renee Zellweger ha fatto invece un percorso diverso. Siamo stati felici di ritrovarla, lo scorso anno, in What/If, la serie Netflix in cui interpreta la ricca e spietata Anne Montgomery. Nella prima scena del film la vediamo con la pelle avvizzita, i lineamenti induriti, il volto stanco. Quelle guance carnose e quegli occhi piccoli e scintillanti come diamanti che avevamo conosciuto in Jerry Maguire non brillano, ma sprizzano cattiveria. Ma nella serie la vediamo anche con un fisico tonico e muscoloso, le gambe affusolate, le spalle larghe e un vestito bianco che ricorda quello di Sharon Stone in Basic Instinct. Il ritorno di Renée è quello di una donna sexy, ma senza nascondere i segni del tempo.

Neanche il tempo di assaporare la quarta vita di Renée ed ecco la quinta. Parliamo di Judy, il biopic di Rupert Goold dedicato a Judy Garland che le è valso l’Oscar come miglior attrice protagonista. Judy coglie la diva – diventata famosa da bambina per Il mago di Oz – quando ha 46 anni, tre figli, è divorziata e senza una casa. Non mangia, non dorme, ha dipendenze da alcol e medicinali. Se in America nessuno la vuole più, a Londra è ancora una diva, e allora parte per l’Inghilterra per una serie di recital. Judy è in fondo un biopic classico, accademico e televisivo, sostenuto completamente dal corpo e dal volto di una Renée Zellweger brava, a volte troppo, a volte forse eccessiva nelle mossette e nella mimica facciale. Ma ha un sottotesto che è uno spietato spaccato dello star system. Uno star system che, però, stavolta le ha regalato un Oscar.

di Maurizio Ermisino per DailyMood.it

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Miriam Leone: Il rosso diventa biondo platino per Diabolik

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I capelli rossi, e dei bellissimi occhi verdi. I tratti distintivi di Miriam Leone sono quelli, ce ne siamo innamorati a prima vista. E li ha portati in tutti i personaggi che abbiamo visto finora, sul grande e sul piccolo schermo. Ma questo inverno arriverà, al cinema, in un look completamente diverso. In Diabolik, uno dei film evento italiani della prossima stagione, in uscita il 31 dicembre, sarà Eva Kant. E, come da copione, sarà una Miriam Leone biondo platino, con gli occhi azzurri. Colori diversi, look diverso, ma senza intaccare quell’aura unica, che oggi è quella della diva più importante del nostro cinema. Le prime foto arrivate dal set qualche tempo fa ce l’hanno presentata elegantissima, i capelli biondi raccolti in uno chignon, un vestito bianco e nero con una profonda scollatura a v sul davanti. In Diabolik, dei Manetti Bros., sarà in scena accanto a Luca Marinelli, antidivo per natura, ma uno dei migliori attori della sua generazione.

C’è da scommettere che la Eva Kant di Miriam Leone possa diventare uno di quei personaggi capaci di stamparsi nell’immaginario collettivo. Nella galleria di Miriam Leone uno di questi c’è già. È la Veronica Castello della trilogia seriale 1992, 1993 e 1994, andata in onda su Sky, la soubrette in cerca spasmodica di apparenza e successo. Quando Miriam diventa Veronica quegli occhi verdi si velano di dolore, disillusione, cinismo. Dark lady allo stesso tempo sensuale e dolente, Veronica Castello è un personaggio attualissimo, paradigmatico di un certo modo di intendere la politica e lo spettacolo, che finiranno per rivelarsi la stessa cosa. “La bellezza è potere” le dice il Leo Notte di Stefano Accorsi, in un episodio di 1994, la terza stagione, e sono parole che anticipano la politica che sarebbe venuta, gli scandali di Ruby e delle Olgettine, le politiche veline come Mara Carfagna e Nicole Minetti. 1994 è il momento in cui Veronica arriva al successo, alla consacrazione. Ma dietro quei luminosi occhi verdi c’è sempre quel costante velo di tristezza, la consapevolezza dell’impossibilità di fuggire dal suo passato e dal suo destino di donna oggetto. Veronica Castello è un personaggio indimenticabile.

Ma Miriam Leone riesce a sorprenderci sempre. Al cinema, quasi per una sorta di compensazione, è sempre apparsa in ruoli più leggeri. Pensiamo all’apparizione in Per guerra o per amore, di Pif, o a Metti la nonna in freezer, di Giancarlo Fontana e Giuseppe G. Stasi, in cui è davvero una bellezza acqua e sapone, una ragazza della porta accanto (per quanto Miriam Leone possa essere una ragazza della porta accanto), in un film in cui il rosso dei capelli e il verde dei suoi occhi si compongono alla perfezione con gli altri colori vividi della messa in scena di Fontana e Stasi. E ancora, Miriam Leone è sorprendente e inedita nel ruolo di Anna, la protagonista del film Amore a domicilio, di Emiliano Corapi, uscito quest’estate direttamente su Prime Video, dove riesce a mettere da parte la sua innata eleganza per entrare nel personaggio di una ragazza qualunque, agli arresti domiciliari, senza rinunciare a un briciolo della sua sensualità. Il suo è anche un grande lavoro sul personaggio. È sua l’idea di farla parlare con l’accento siciliano: per raccontare un personaggio immaturo sentimentalmente l’attrice ha pensato di tornare al suo passato, alla sua incompiutezza, ispirandosi a dei personaggi incontrati ai tempi dell’università.

Miriam Leone è nata a Catania il 14 aprile 1985, e ha vissuto ad Acireale. È entrata nello show business da una di quelle porte principali che, però, spesso, rischiano di portare a un’eterna anticamera: è stata Miss Italia (ma anche Miss Cinema, e mai titolo fu così profetico…) nel 2008, ma, come pochissime altre, è riuscita da subito a togliersi di doso quella corona e quella fascia che spesso rischiano di caratterizzare un personaggio per sempre. Quante ragazze sono rimaste alla definizione “Miss Italia dell’anno…”? Di Miriam Leone come reginetta di bellezza non ci ricordiamo quasi più. Ci ricordiamo di averla vista come co-conduttrice qualche anno fa di una serata di presentazione dei palinsesti della Rai, e sembrava avviata a una carriera come tante, qualche servizio, qualche programma in tv. E invece ha saputo stupirci. Come tutti i suoi personaggi, ha saputo prendere in mano il suo destino, costruire una carriera impeccabile, che oggi l’hanno portata ad essere una star del nostro cinema e della nostra serialità. Bellezza unica, è stata anche testimonial di Gucci. E chissà dove potrà arrivare in futuro.

di Maurizio Ermisino per DailyMood.it

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Claudio Santamaria: quello di Freaks Out diventerà il nostro nuovo eroe?

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È stato Batman almeno sei volte (la voce dei tre film di Nolan e dei tre film Lego), ma il supereroe che ha fatto innamorare tutti non viene da Gotham City, ma da Tor Bella Monaca. Parliamo di Claudio Santamaria e di Enzo Ceccotti, il protagonista di Lo chiamavano Jeeg Robot. Un cinecomic potente, che segue tutte le regole del genere, ma anche carico di empatia. Il merito è della regia di Gabriele Mainetti e della penna di Nicola Guaglianone. Con la premiata ditta Claudio Santamaria è tornato sul set di quello che è uno dei film italiani più attesi dell’anno, Freaks Out, finalmente pronto e nelle nostre sale dal 16 dicembre. La storia è quella di un gruppo di ragazzi che vivono e lavorano in un circo, ma che, nella Roma del 1943, sono costretti ad abbandonarlo e a perdersi nella città a ferro e fuoco tra i nazisti e i partigiani. Ma quei ragazzi hanno dei poteri. Freaks Out promette di essere una sorta di X-Men all’italiana, con molti rimandi a Freaks di Tod Browning, La ballata dell’odio e dell’amore di Álex de la Iglesia, Big Fish di Tim Burton. Claudio Santamaria sarà, a suo modo, ancora un eroe, con superpoteri e superproblemi, come ci insegna il mondo Marvel. “Sono un personaggio ipertricotico, una specie di uomo lupo” ci aveva svelato qualche tempo fa.

Un mostro, o un supereroe, dipende da dove lo si guarda. Come l’Enzo Ceccotti di Lo chiamavano Jeeg Robot, una forza sovraumana fuori, grazie all’incontro con una misteriosa sostanza trovata in dei barili nel Tevere, una fragilità incredibile dentro, fatta di solitudine e di un passato non facile. Eroe per caso, anzi eroe per niente, visto che il primo modo di usare i poteri è per il proprio tornaconto. Eroe per scelta, ma non sua, poi, visto che è una ragazza, Alessia, che in lui vede un eroe, e che lo convince ad essere quello che è.

I capelli ricci e neri, il fisico prestante, i tratti del viso decisi e quegli occhi blu, che sanno, a seconda delle esigenze di copione, diventare freddi e magnetici, o profondi e pieni di sentimento. Claudio Santamaria, sul grande schermo, sa essere affascinante e ambiguo, ma anche spaesato, tenero e depresso. Non a caso, in uno dei film che l’ha consacrato star del nostro cinema a metà degli anni “zero”, Romanzo criminale, è stato il Dandi, criminale che, come dice il nome, oltre che spietato è anche un rubacuori. È sempre in quegli anni che, in una sorprendente sortita nel cinema internazionale, ha interpretato Carlos, un killer spietato nel film di 007 che inaugurava l’era di Daniel Craig: un ruolo senza parole, ma riuscitissimo.

Il rovescio della medaglia è il percorso con Gabriele Muccino, che in lui ha saputo trovare un altro lato: la fragilità, la sensibilità, l’estrema insicurezza. La avevamo saggiata nel suo memorabile ruolo ne Il primo bacio, dov’era un ragazzo geloso e iracondo da un lato, e schiacciato dalla famiglia dall’altro. Quella insicurezza, lo avremmo scoperto nel seguito, Baciami ancora, sarebbe sfociata nella depressione e in un tragico finale. Con toni meno tragici, il Santamaria fragile è tornato anche nell’ultimo film di Gabriele Muccino, Gli anni più belli. Claudio Santamaria è Riccardo, chiamato da tutti il “sopravvissuto” (ma, in fondo, anche Enzo Ceccotti lo è), per essersi ripreso dopo essere stato colpito da una pallottola della polizia a una manifestazione. “Il mio personaggio cerca una sua identità, è un personaggio smarrito” ci aveva raccontato l’attore in occasione del lancio del film. “Rappresenta una generazione smarrita, cerca la sua strada in politica, in un movimento di pancia. Ma la sua onestà non è sufficiente per fare politica: serve una competenza che lui non ha. Quando parla della libertà di opinione che ha dato internet si sente che non ha mai avuto modo di esprimersi”.

Claudio Santamaria ancora una volta non ha paura di mettersi in discussione. Con la sua avvenenza, con il suo volto, potrebbe fare sempre il bello, l’eroe. E invece è bravissimo a fare il fragile, l’incompreso, l’incompiuto. Se torniamo a Batman, in particolare a quello fatto di mattoncini di plastica dei due Lego Movie e di Lego Batman, a cui Santamaria presta la voce, troviamo un altro personaggio incompiuto. “Viene fuori quel Bruce Wayne rimasto bambino, a cui hanno ucciso i genitori: che è rimasto solo, viziato, miliardario pieno di sé, conscio del fatto che lui, avendo conquistato il suo essere eroe con la fatica e la dedizione, si prende tutti i meriti. Superman è un alieno e non fa nessuno sforzo, lui invece sì”.

Nato a Roma il 22 luglio 1974, cresciuto nel quartiere Prati, Claudio Santamaria non è solo un attore e un doppiatore, ma sa anche cantare benissimo. Non dimentichiamo il suo ruolo nella fiction dedicata a Rino Gaetano, Rino Gaetano – Ma il cielo è sempre più blu, dove ha cantato tutte le canzoni. E non dimentichiamo anche la canzone dei titoli di coda di Lo chiamavano Jeeg Robot, che è la sigla dei cartoni animati che guardavamo da bambini, cantata in un’intensa versione intima, chitarra acustica e voce. Una canzone che Santamaria ha provato una sera, un po’ per gioco, e che è diventata un momento importante del film, la canzone che chiude la storia. Lo chiamavano Jeeg Robot è il film che gli ha regalato, alla terza candidatura, il David di Donatello come miglior attore protagonista. Dal 2017 Santamaria è legato alla giornalista Francesca Barra, con cui si è sposato nello stesso anno.

Qui sopra vi abbiamo parlato di quegli occhi. In un film come Freaks Out, in cui recita con il volto coperto da un vistoso trucco per creare il volto peloso del suo personaggio, gli occhi saranno ancora più importanti, fondamentali, per raccontarlo. E per creare con noi che guardiamo quell’empatia con i personaggi che, lo sappiamo da Lo chiamavano Jeeg Robot, è una delle caratteristiche vincenti della premiata ditta Mainetti, Guaglianone, Santamaria. L’appuntamento è per il 16 dicembre.

di Maurizio Ermisino per DailyMood.it

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The Bowie Years: il boxset con 7 cd ci racconta l’incredibile storia di Iggy Pop a Berlino

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È lunedì sera, siamo lungo le strade di Berlino, e David Bowie sfreccia su una Mercedes Ponton Coupé. Accanto a lui c’è Iggy Pop, l’ex leader degli Stooges: siamo a metà degli anni Settanta ed entrambi sono in fuga da Los Angeles, dalla dipendenza da cocaina di Bowie e dal ricovero psichiatrico di Iggy. I due sono alla ricerca di qualcosa da fare, girano in tondo, arrivano sul Kurfürstendamm, un grande viale di Berlino, dove incontrano uno spacciatore che doveva averli fregati. Che fare? Con il radiatore della loro Mercedes vanno a sbattere sul retro dell’auto del pusher. Poi tornano indietro, e lo fanno di nuovo. E vanno avanti così per 5-10 minuti. Da questa esperienza nascerà Alway Crashing In The Same Car, che finirà su Low, il primo album “berlinese” di Bowie. Quella sera, i due finiranno a girare in tondo nel parcheggio sotterraneo del loro hotel, con l’idea di andarsi a schiantare contro un muro. Per fortuna la benzina finirà in tempo. È un episodio che racconta bene che cos’erano, all’inizio, gli anni di Bowie a Berlino. Che sono famosi per la sua “Trilogia Berlinese”, ma hanno dato vita anche a due grandi dischi di Iggy Pop. Il cofanetto di 7 CD The Bowie Years esplora gli album dell’era berlinese di Iggy Pop: ci sono le versioni rimasterizzate di The Idiot e Lust For Life e del live TV Eye, con registrazioni del tour del 1977 a Cleveland, Chicago e Kansas City, con ospite David Bowie alle tastiere. Ci sono inoltre altri tre dischi di registrazioni live del marzo 1977 che vengono pubblicate ufficialmente per la prima volta: al Rainbow Theatre di Londra, all’Agora di Cleveland e al Mantra Studio di Chicago. E poi una serie di rari outtake, mix alternativi ed un libro di 40 pagine. Dal 29 maggio Lust For Life e The Idiot sono stati pubblicati anche separatamente in edizione doppio CD Deluxe con un CD live bonus.

 DAVID E IGGY NEL CASTELLO.
Alla fine dello Station To Station Tour, Bowie e Iggy si trasferirono allo Château d’Hérouville, un antico castello in Francia diventato uno studio di registrazione, dove Bowie aveva registrato il suo disco Pin Ups nel 1973. Bowie, innamorato del posto, decise che il primo album di Iggy dopo tre anni sarebbe stato registrato lì. Laurent Thibault, ex bassista del gruppo prog rock dei Magma, e proprietario dello studio, sarebbe stato l’ingegnere del suono e avrebbe suonato il basso. Alla batteria ci sarebbe stato Michel Santangeli. Bowie e Iggy arrivarono nel castello alla fine di giugno del 1976. Bowie entrava in studio con delle tracce di canzoni, degli arrangiamenti molto scarni. Si sedeva al piano elettrico e dava delle indicazioni piuttosto vaghe a Santangeli. Una volta che la parte ritmica lo aveva soddisfatto, passava a un altro pezzo. Fu un lavoro piuttosto veloce, giusto un paio di giorni. The Idiot, quello che sarebbe diventato il nuovo disco di Iggy Pop, nacque così. E questo sarebbe stato il metodo di lavoro di tutti gli altri dischi del periodo berlinese (che iniziò proprio qui, in Francia) di David Bowie, Low, “Heroes” e Lodger, vennero registrati con questo metodo. Una volta registrata la sessione ritmica, Bowie suonò la chitarra (anche se poi chiamò Phil Palmer per risuonare alcune parti). The Idiot è uno dei dischi dove è più presente il Bowie musicista: oltre alla chitarra suonò i sintetizzatori, il piano elettrico, il sassofono e realizzò anche i cori. Poi fu la volta di Thibault al basso, le cui parti furono registrate, ancora una volta, con poche indicazioni da parte di Bowie. Il sound che avrebbe avuto The Idiot era quasi pronto. Arrivarono poi due fidati collaboratori di Bowie, George Murray e Dennis Davis, per registrare la sezione ritmica di Sister Midnight, che avevano già suonato con Bowie nello Station To Station Tour, e che per questo suona diversa rispetto alle altre del disco: più funky e rilassata, è stata definita “una Golden Years più scura e inquieta”. L’altro brano a cui suonarono i due è Mass Production, che chiude l’album.

CHINA GIRL.
In tutto questo, Iggy Pop stava ancora partecipando poco a quello che, a tutti gli effetti, sarebbe stato il suo nuovo album, anche se tutta la musica era di Bowie. Iggy girava per lo studio, si sedeva in regia ad ascoltare e prendere appunti per i testi. Ma spesso li improvvisava al momento, davanti al microfono. È una modalità che affascinava Bowie, tanto che avrebbe lavorato così in uno dei dischi seguenti, il famoso “Heroes”. Spesso i testi nascevano su suggerimento di Bowie: Dum Dum Boys, ad esempio, era il racconto delle giornate di Iggy con gli Stooges. Ma il testo più famoso nacque proprio in quel castello, che era anche un rifugio per le celebrità. E dove Iggy incontrò la ragazza dell’attore Francese Jacques Higelin, Kuelan Nguyen, vietnamita, con cui scattò un’immediata intesa e nacque una relazione. La loro storia finì presto, ma diede a Iggy l’idea per una canzone d’amore romantica e apocalittica. È così che prese vita China Girl. Finita l’esperienza al castello, Bowie e Iggy si spostarono al Musicland di Monaco, lo studio di proprietà di Giorgio Moroder, dove vennero registrate le voci e dove vennero messi a punto alcuni brani. Per Mass Production, ad esempio, Thibault creò un nastro gigantesco, grazie al quale mandava in loop ondate di suono, in modo da ricreare l’effetto della sirena di una fabbrica: un’anticipazione di quella che, anni dopo, sarebbe diventata la musica industrial.

AVVOLTO DA UNA NEBBIA E UNO STORDIMENTO ALCOLICO.
The Idiot, che uscirà nel marzo del 1977, è da molti considerato una sorta di prototipo per Low, il primo disco della nuova vita di Bowie. In un certo senso lo stesso Bowie lo ammise, dicendo di aver usato Iggy “come cavia per il suono che volevo ottenere”. È comunque un grande disco, spesso sottovalutato, che segna un momento di passaggio per entrambi gli artisti. Se Low sarà il disco con cui Bowie riemergerà dalle sue dipendenze, The Idiot è ancora “avvolto da una nebbia e uno stordimento alcolico e di droghe, ma proprio per questo è più ostico e sicuro di sé” come scrive Thomas Jerome Seabrook nel libro Bowie – La Trilogia Berlinese. Per Iggy è il primo disco in quattro anni, ed è un nuovo inizio a tutti gli effetti, lontanissimo dal suono grezzo e furibondo, dalla “raw power” degli Stooges. The Idiot è gelido, controllato, notturno, è un suono fatto di bassi rimbombanti, batteria motorik e di sintetizzatori. È, in tutta la carriera di Iggy, il disco più distante dai suoni a cui viene associato. E in cui Iggy, su richiesta di Bowie, rinuncia alle sue urla, e canta su un registro baritonale, quasi da crooner. The Idiot sarebbe uscito qualche mese dopo il prossimo disco di Bowie, Low. Con una mossa astuta, Bowie scelse di far uscire prima la sua opera, in modo che non si pensasse che, in qualche modo, fosse lui a seguire la scia di Iggy.

PARLANDO CON DRACULA E LA SUA CIURMA.
Se Sister Midnight, la canzone che apre il disco, è ancora debitrice del suono precedente di Bowie, ed è nata durante il tour di Station To Station, con il suo stile kraut funk, ma con un nuovo testo di Iggy che le fa assumere un nuovo significato edipico, Nightclubbing è il primo brano nella storia di Bowie, e anche in quella di Iggy, in cui viene usata la batteria elettronica, probabile influenza del lavoro negli studi di Moroder. Il testo è autobiografico, e sarà un’influenza importante nelle future composizioni di Bowie, che si sposteranno verso uno stile di racconto più crudo e diretto. Funtime è forse il pezzo del disco più vicino al suono degli Stooges, ma è carico di effetti spaziali e ricorda alcuni suoni che ritroveremo su Fashion, la canzone di Bowie che uscirà su Scary Monsters. Anche questo è un brano autobiografico: cantato in prima persona plurale, come Nightclubbing, è evidentemente il racconto di due persone: e rievoca gli ultimi, inquietanti, giorni di Bowie e Iggy a Los Angeles (“parlando con Dracula e la sua ciurma”). E poi c’è China Girl. È il brano più famoso del disco: la conosciamo tutti per la rilettura pop che ne fece Bowie negli anni Ottanta (per far guadagnare all’amico qualche diritto d’autore) con quelle chitarre funky finto-orientali create da Nile Rodgers, i cori dolciastri e quel famoso “shhh”. Senza tutto questo, la canzone che appare su The Idiot, con quella “chitarra raddoppiata ed esuberante, quei sintetizzatori che sbucano fuori dal nulla”, di cui parla Seabrook nel suo libro, riesce a catturare e a ipnotizzare a ogni ascolto. È una canzone disperata e struggente. Iggy canta, declamando (Bowie gli chiese di cantare “come se fosse Mae West”), una storia d’amore e rinuncia, conscio che, la sua ragazza orientale, in fondo, dovesse stargli lontano perché i suoi costumi occidentali avrebbero finito per corromperla. Bowie disse che China Girl è una canzone che parla di “invasione e sfruttamento”.

QUEL RIFF SCRITTO ALL’UKULELE, SUL SUONO DI UN TELEGRAFO.
Dopo un tour di successo di Iggy Pop in Inghilterra e negli Stati Uniti, dove Bowie rimase in disparte a suonare le tastiere (ma in cui almeno metà del pubblico accorreva per vedere lui), Iggy Pop e David Bowie si misero a lavorare al nuovo disco di Iggy. The Idiot non era andato oltre il 30esimo posto delle classifiche inglesi, ma era esploso il punk, e Iggy, che con gli Stooges suonava quella musica molti anni prima, era diventato per tutti il capostipite del punk, uno dei re del rock’n’roll. Ma era anche vero che, ovunque andasse, il nome di Bowie alleggiava sempre intorno a lui. Lust For Life, il disco che avrebbe seguito The Idiot, sarebbe stato un disco molto diverso. Ai due, nell’appartamento berlinese di Iggy, si unì Ricky Gardiner, un chitarrista che tirò fuori il riff di The Passenger, che diventerà uno dei più famosi degli anni Settanta, e di tutta la storia del rock. Un altro celebre riff, quello tambureggiante di Lust For Life, lo scrisse Bowie all’ukulele, seguendo il ritmo del messaggio su un telegrafo morse ascoltato nel tema del network televisivo dell’esercito.

IGGY SI LIBERA DALLE CATENE.
Lust For Life è stato registrato agli Hansa Studios di Berlino, dove ai tre musicisti si unirono Carlos Alomar, alla chitarra, e Hunt e Tony Sales: la batteria e il basso dei due fratelli sono trascinanti, danno una marcia in più, un tocco inconfondibile al suono di Lust For Life. Che è a tutti gli effetti un disco rock, in cui ogni strumento suona come se fosse stato appena collegato all’amplificatore, diretto e senza effetti. In The Idiot Bowie aveva lavorato a lungo ad atmosfere e sovraincisioni, ma stavolta tutto questo non serviva. Lust For Life è il disco rock che tutti si sarebbero aspettati da Iggy Pop nel 1977, quello più vicino a Funhouse e Raw Power degli Stooges. È il disco che lui voleva fare, quello con cui prendersi quel successo che sentiva di meritare. È Iggy che si libera delle catene. È un disco diretto, registrato in due settimane, lontano dai lavori di Bowie dell’epoca. Iggy non fa più il crooner ma tira fuori il suo “urlo”. Per vari motivi, ma soprattutto per il bisogno di Iggy di camminare con le sue gambe, non ci sarà un terzo disco dei due insieme, anche se era previsto. Iggy e Bowie non lavoreranno più insieme fino a metà degli anni Ottanta. Lust For Life sarebbe uscito il 9 settembre del 1977 per la RCA, in un periodo molto delicato: Elvis Presley, il Re del Rock, era morto da tre settimane e la casa discografica era presa da altri pensieri per dedicarsi alla promozione del disco. Anche la stampa, che aveva acclamato Iggy in occasione di The Idiot, era stata piuttosto tiepida con Lust For Life.

CHI È IL PASSEGGERO?
Ma il responso definitivo sul disco lo avrebbe detto la Storia. Lust For Life è il disco che contiene le canzoni più famose del repertorio di Iggy, quelle che dureranno per sempre. La title-track, nata da quell’intuizione di Bowie all’ukulele, seguendo il messaggio in codice morse di un bollettino dell’esercito americano, sarebbe tornata in auge vent’anni dopo la sua uscita, grazie a Danny Boyle e al suo Trainspotting, e al famoso monologo “choose life” di Ewan McGregor. Quel giro di ukulele, con l’apporto di Hunt Sales e Tony Sales, sarebbe diventato un magnifico pezzo di stomp rock’n’roll, una versione punk e devastata di You Can’t Hurry Love delle Supremes, che ricorda molto per il suo incedere ritmico. Iggy, improvvisando al microfono come nel suo stile dei tempi, canta della sua nuova vita, dell’addio alle vecchie abitudini sue e di Bowie (“basta spaccarsi con liquori e droghe”) e si lancia in riflessioni su striptease e film di tortura. I cori di Bowie e dei fratelli Sales arrivano ad arricchire il ritornello. Ma Lust For Life è anche il disco di The Passenger, una canzone che non uscì come singolo – avrebbe fatto venire giù il mondo – ma solo come lato b di Success: sarebbe entrata nella leggenda con il tempo, grazie alle cover di Siouxsie And The Banshees e di Michael Hutchence, allo spot di una nota casa automobilistica e, da noi, alla sigla di Tempi moderni, storica trasmissione di Daria Bignardi. Ricky Gardiner, autore di uno dei riff di chitarra più famosi della storia del rock, ricorda di averlo composto in un momento di ispirazione “wordsworthiana” (il riferimento è al poeta romantico inglese William Wordsworth, secondo cui la poesia nasce dai ricordi rielaborati in momenti di tranquillità) mente era in giardino, circondato da un muro. Appena sentì il riff, Iggy Pop ne intuì subito il potenziale. E allora cominciò immediatamente a cantare la prima strofa, presa dalla poesia di Jim Morrison, Notes On A Vision, in cui la vita moderna viene descritta nel contesto di un viaggio in macchina. C’è che dice che “il passeggero” sia lo stesso Iggy, intento a percorrere su e giù Berlino in metropolitana, lungo la S-Bahn, altri che sia proprio David Bowie, passeggero intento a scovare nuove influenze musicali ovunque andasse. Il fascino della canzone, oltre all’irresistibile riff di Gardiner e al monologo di Iggy Pop, è in quel coro del ritornello, quel “la la la”, che Seabrook definisce “nihilista e incredibilmente accattivante allo stesso tempo”.

ANDRÀ TUTTO BENE.
Tra i brani di Lust For Life c’è anche Tonight, che arriva dopo 4 brani uptempo, un brano cupo in cui, tra lamenti di chitarra, Iggy racconta la storia di un’amante eroinomane che aveva trovato nel suo letto mentre stava diventando blu. Quando entra in scena la melodia, tra chitarre funky alla Sound And Vision, e quel ritornello “Andrà tutto bene stanotte”, il tutto suona beffardo, una presa in giro, un po’ come le parole del testo di “Heroes” di Bowie. Sette anni più tardi, come accadde con China Girl, diventata una hit pop, Bowie trasformò anche questa canzone in un pezzo reggae dolciastro e plastificato, che diede il titolo al suo album del 1984. Bowie chiamò, secondo la moda del periodo, anche Tina Turner a duettare con lui, togliendo però la parte iniziale del monologo di Iggy, che rendeva così cupa la canzone, e di fatto, togliendole tutto il significato. I “Bowie Years” di Iggy Pop si sarebbero fermati qui, ma solo per il momento. Bowie avrebbe suonato con quasi tutti i componenti della band di Lust For Life: Carlos Alomar sarebbe diventato uno dei chitarristi principali della sua band, Hunt e Tony Sales sarebbero diventati la sezione ritmica dei Tin Machine alla fine degli anni Ottanta. Bowie avrebbe scritto una canzone per il successivo album di Iggy, Soldier, del 1980, Play It Safe. Ma, soprattutto, sarebbe venuto in soccorso dell’amico incidendo le sue versioni pop di China Girl, Neighbourhood Threat e Tonight, e producendo e co-scrivendo il suo album del 1986, Blah Blah Blah. Si è trattato ogni volta di una mano tesa da Bowie verso il suo amico, per salvarlo dal baratro, dargli un po’ d’ossigeno con i diritti d’autore e rimetterlo in pista. E contribuendo così a farlo diventare una leggenda. Una delle ultime grandi leggende viventi del rock’n’roll.

di Maurizio Ermisino per DailyMood.it

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