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Gold Mass. La Nuova Goldfrapp è italiana.

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Chiudete gli occhi e ascoltate. Crederete di essere in un club di Bristol a metà degli anni Novanta. Invece siamo in Italia. Emanuela, in arte Gold Mass, in quegli anni era probabilmente giovanissima, ma è miracolosamente riuscita a ricreare un suono che credevamo non si potesse ascoltare più. Tantomeno in Italia. L’album di Gold Mass, Transitions, che uscirà in primavera, è prodotto da Paul Savage, già produttore di Mogwai, Franz Ferdinand, Arab Strap, che ha voluto lavorare sul suo progetto dopo aver ascoltato alcune demo che aveva inviato per mail. Avete presente quelle cose che si fanno, non sperando nemmeno in una risposta? Invece Savage ha risposto e insieme a lui hanno risposto altri grandi produttori, tra cui quell’Howie B che conosciamo tutti per il lavoro con Björk, gli U2 e Tricky. Emanuela è laureata in fisica e lavora nel reparto di ricerca e sviluppo di una multinazionale tedesca: si occupa di acustica e passa il suo tempo in laboratorio a fare misure e simulazioni virtuali. La sua vita è totalmente immersa nel suono, che siano rumori industriali o le eteree composizioni della sua musica. Dove finisce uno inizia l’altro. Il suo è un progetto completamente indipendente, completamente autofinanziato. E, questa è la cosa più bella, è tutto al femminile. In un mondo che sembra ancora restio a dare spazio alle donne, ci sono donne che se lo prendono da sole.

Ascoltare la musica di Gold Mass è impressionante. Sembra davvero di essere stati ibernati per vent’anni e ritrovarsi in quegli anni Novanta in cui c’è stata l’ultima rivoluzione musicale, dove si sperimentava. Erano gli anni della musica elettronica, del trip hop, di artisti come i Massive Attack, i Portishead e Goldfrapp. Emanuela riesce a creare un suono morbido, avvolgente, sinuoso e insinuante. A volte oscuro, a volte più solare, ma velato di malinconia. Our Reality è il classico che mancherebbe ai Portishead dopo Glory Box e All Mine. Happiness in A Way potrebbe essere uscita da un disco di Goldfrapp. May Love Make Us ha il beat potente di certi brani di Mezzanine dei Massive Attack. E su tutto c’è la sua voce: a volte eterea, a volte sensuale, a volte più potente, sempre pulita, mai virtuosistica ma sempre funzionale all’ambiente sonoro dove si trova. E tra i sintetizzatori c’è anche spazio per strumenti più classici, come il pianoforte.

IL PIANO, MOZART, POI I BEATLES E….

Sì, perché quello di Emanuela non è il lavoro di qualcuno che ha studiato un tipo di sound e lo ha riprodotto. Non sarebbe stato lo stesso. Il suo è un percorso che viene da lontano, e da altri mondi. “Come musicista sono pienamente classica: da quando ero bambina ho preso lezioni di pianoforte, il mio iter è stato quello di qualsiasi pianista, la musica che suoni e ascolti è prettamente classica” ci racconta. “Questo ti dà un bagaglio completo, perché conosci la musica che è successa centinaia di anni fa. Qualsiasi cosa ha lasciato una traccia, le leggi dell’armonia sono le stesse che funzionano oggi e che usava Mozart all’epoca. Capire questo è importante, altrimenti si è come uno scrittore senza aver mai letto i classici della letteratura”. “In casa giravano i dischi dei Beatles, e da lì ho poi straripato, tutto quello che era il rock anglosassone, e poi americano, l’ho divorato. È come una grammatica”.
Sembra che Emanuela sia cresciuta a pane e trip-hop, ma è arrivata alla musica elettronica solo recentemente, dopo aver ascoltato il post rock, il progressive. “E non mi è risultata piacevole da subito” ci confessa. “È stato ascoltando il lavoro di Nils Frahm che mi sono innamorata dell’elettronica, la sua è una musica raffinata, che unisce l’elettronica alla classica e per questo motivo mi ha in un certo senso accolto verso questo nuovo mondo sonoro”.
E l’elettronica è una confezione, un punto di arrivo per delle canzoni che hanno un’anima intima e acustica. “Il momento della scrittura per me è quasi sempre voce e pianoforte” ci racconta Emanuela. “Poi ricerco i suoni al sintetizzatore per creare l’atmosfera che vorrei avesse il pezzo”. “All’inizio non sapevo se questa cosa dovesse essere ridimensionata” continua. “Io scrivo al piano, è il mio strumento a cui sono inevitabilmente legata. Nel pezzo Mineral Love, ad esempio, questo legame con il pianoforte è parecchio evidente: quando l’ho fatto sentire a Savage gli ho detto che mi sembrava di aver scritto una melodia molto italiana, e gli chiesto di aiutarmi a ridimensionarla. Mi ha risposto: assolutamente no”. I riferimenti agli artisti che vi abbiamo citato non sono mai troppo voluti. “A me succede così” ci confida l’artista. “Non è mai una cosa esterna che mi fa scrivere. Sono affascinata dai Blonde Redhead, credo si senta molto nella musica che faccio: ma scrivere un testo pensando esplicitamente a un mondo musicale credo sia sbagliato. E’ tutto quello che ascolto che esce fuori, ma in una forma nuova”.

LA FELICITÀ È UN ATTIMO.

La musica di Gold Mass è notturna, carezzevole, intima. Come lo sono i testi, introspettivi e personali. “Nascono tutti da un momento molto particolare” ci confida Emanuela. “Ho bisogno di scrivere: per me la musica è una terapia, scrivere mi fa stare meglio, la mia inquietudine si ritrova qua dentro. È un esorcismo, un tentativo di confessione, nascono tutte nello stesso periodo”. “Non ci sono momenti allegri o tristi” continua. “Happiness In A Way in realtà è un pezzo malinconico, perché la felicità sono piccoli momenti che ci capitano. La serenità è un’altra cosa. Nella canzone ho messo un pezzo di pianoforte, che mi ricorda di quando ero bambina. Tutti i pezzi, anche quelli che sono cupi, nei ritornelli hanno aperture più forti. Quando scrivi senza filtro viene fuori quello che sei”. Happiness In A Way è il primo singolo di Gold Mass, seguito da Our Reality e May Love Make Us. “Our Reality è l’ultimo pezzo che ho scritto, pochi giorni prima di entrare in studio con Savage” ci racconta l’artista. “È il più vicino a quello che ho in mente di fare. Ha un incedere ipnotico. L’ho scritto sul sintetizzatore, e non sul pianoforte: ho cercato un suono che fosse morbido, per l’arpeggio, e che avesse una sequenza di note ipnotica, che fosse un’altalena, che cullasse, come quei loop che non finiscono mai e ascolteresti sempre”. “Ho messo anche molta attenzione al suono iniziale cercavo un suono grave che descrivesse un sipario si apre. Mi ricorda di quando, da piccola, andavo a teatro con mio padre ed ero affascinata da tutto” continua. “La parte finale del pezzo è un po’ surreale: c’è un mio parlato, che non era per nulla voluto. Avevo preparato il progetto, la struttura del pezzo, ma la coda era qualcosa di indefinito: una volta finito di cantare ho iniziato a descrivere a parole al produttore le idee che avevo in mente per quella parte finale; ma lui non rispondeva. L’ho raggiunto in sala regia, e mi ha detto ‘qui lasciamo la tua descrizione di quello che volevi’”. “In questo i produttori sono magici” riflette. “Non avrei mai permesso che un produttore modificasse la mia natura. E non è stato il suo caso: ha cercato solo di tradurre quello che ero già io”. Our Reality è anche il pezzo che più rappresenta il periodo che sta vivendo Gold Mass. “È la sensazione di quando hai in mente degli obiettivi e li vuoi raggiungere” ci spiega. “Raggiungerli o meno non è scontano, non siamo in un film con l’happy end. Quando hai una tensione verso una meta e temi di non raggiungerla, ti crea una certa inquietudine. Ma a pensarci bene non è poi così importante: il mondo vive anche senza il mio disco… e assolutamente anch’io, potrei benissimo decidere di non pubblicarlo affatto. Quello che conta sono le relazioni umane. La nostra realtà è quella”.

VIVERE NEL SUONO.

L’attenzione per i suoni di Gold Mass è altissima. Perché Emanuela vive nel suono, lo respira, lo controlla, continuamente. Dove finisce il lavoro inizia l’arte. “Io ho la testa alle frequenze sempre: qualsiasi suono io ascolti cerco di rispiegarmelo per come viene emesso, anche quando sento piantare un chiodo” ci spiega. “Al lavoro, come funziona l’emissione di uno strumento musicale mi è stato molto utile per capire come funzionano l’emissione sonora di sorgenti che sono molto complicate, dove ci sono commistioni di meccanica e fluidodinamica, soprattutto quando la devi spiegare a qualcuno. Pensiamo a quando devi trovare una soluzione per una sorgente che è troppo rumorosa; in musica è esattamente il contrario: vuoi una cosa che, con la minima energia, dia il maggior volume. Io vivo in un trip completo. È come se stessi sempre al lavoro, o come se stessi sempre facendo musica”.

VI PRESENTO PAUL SAVAGE.

Ma come è nata la storia dell’incontro con un produttore internazionale come Paul Savage? “Avevo scritto questi pezzi ed ho pensato: ‘ho bisogno di trovare un produttore perchè il mio desiderio è fare le cose sul serio e nel modo più professionale’” racconta Emanuela. “Ho pensato agli album che mi avevano lasciato un segno. Ho conosciuto Savage soprattutto attraverso gli Arab Strap ed ho provato a cercare questi album su internet per capire chi li avesse prodotti. Ho trovato così i siti dei produttori ed ho preso a mandare le mie demo, pensando che non avrei neanche mai ricevuto risposte. A un certo punto invece ho cominciato a riceverne”. Ma quanto ha inciso il lavoro di Savage sulla sua musica? “La sua mano è su ogni pezzo dell’album, alcuni suoni li abbiamo trovati insieme nello studio c’erano altri sintetizzatori e li abbiamo utilizzati. “Savage è una persona veramente sensibile, io sono timida ed ero un po’ tesa, non sapevo che persona stavo per incontrare. È stato un incontro tra persone che non si pestavano i piedi”. L’album di Gold Mass è stato registrato a Pisa e mixato a Glasgow, mentre il mastering è stato fatto in America.

INDIPENDENTE, E FEMMINILE.

Oggi va di moda la parola “indie”, che sta per indipendente e ormai contraddistingue un genere, un cliché. Gold Mass è un progetto davvero indipendente ed un progetto tutto al femminile. “Io mi diverto moltissimo, sto lavorando intensamente e ricevo una grande gratificazione da quel che faccio” ci racconta l’artista. “In genere i musicisti sanno esclusivamente suonare e scrivere. Questo tipo di professionalità funzionava quando attorno c’erano ancora etichette discografiche con potere e soldi da investire sugli artisti. Ma oggi la realtà è ben diversa. Le etichette sono per lo più impoverite ed in genere investono solo su progetti già ben avviati, ossia da cui sono sicure che avranno un ritorno economico nell’immediato. Oggi un artista emergente è invitato a diventare anche imprenditore di sé stesso, a mettere il capitale, ad accollarsi il rischio che ne deriva e ad occuparsi dell’aspetto manageriale. Personalmente, l’idea di gestire pienamente la comunicazione al pubblico del mio lavoro, contattare giornalisti, studiare il funzionamento di una piattaforma digitale e gestire in modo autonomo il mio budget, è qualcosa che mi affascina. Io mi occupo anche di tutto questo. E la cosa bella è che mi dà soddisfazione. Se questo disco non arrivasse mai a un obiettivo, fa niente: nel frattempo ho goduto ogni momento del percorso”.

di Maurizio Ermisino per DailyMood.it

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4 motivi per cui l’amicizia è la prima palestra del dating secondo gli esperti di hinge

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6 utenti su 10 sostengono che le amicizie solide aiutano a essere più consapevoli a  livello emotivo

L’amore richiede pratica, e le amicizie sono il luogo in cui iniziamo il nostro training. Secondo i dati di uno studio condotto da Hinge, l’app di dating pensata per essere cancellata, le persone che hanno amicizie solide riferiscono benefici concreti nel modo in cui vivono la ricerca di una nuova relazione: il 64% afferma infatti che queste amicizie aiutano a essere più consapevoli a livello emotivo, il 56% a sentirsi più sicure e il 56% a comunicare meglio. Moe Ari Brown, Love and Connection Expert di Hinge, spiega 4 motivi per cui le amicizie rappresentano davvero una palestra per il dating e le relazioni.

Consapevolezza emotiva
Per costruire un’amicizia solida, probabilmente abbiamo già affrontato un momento difficile con un’altra persona e poi abbiamo ricostruito il rapporto. È proprio questo processo di riparazione a rendere le persone più consapevoli a livello emotivo.

 Autostima
Le persone pensano che l’autostima sia semplicemente un’energia che si possiede, ma in realtà significa avere paura di mostrarsi autenticamente e scegliere di farlo comunque. È come per uno scrittore che condivide il proprio lavoro: si inizia da un diario, poi lo si mostra a una persona di fiducia, quindi si pubblica qualcosa perché chiunque possa leggerlo, aumentando gradualmente la propria capacità di tollerare l’esposizione davanti a un pubblico. L’amicizia fa la stessa cosa: ci prepara a un momento ad alta intensità emotiva, come il mostrarsi vulnerabili in una relazione.

 Capacità comunicative
Allenare la regolazione emotiva e l’empatia sviluppa anche ottime capacità comunicative. Tenere conto dei bisogni dell’altra persona, considerando allo stesso tempo i propri, aiuta a costruire una versione più integrata di noi stessi; più ci esercitiamo a farlo, meno ci sembrerà faticoso. Una buona comunicazione inizia così a diventare il nostro modo naturale di relazionarci, invece di qualcosa che dobbiamo mettere in scena.

L’ascolto attivo, poi, significa rivolgere il corpo verso l’altra persona, mantenere il contatto visivo e restituire ciò che abbiamo ascoltato, invece di spostare la conversazione su di noi. E quando ascoltiamo ed empatizziamo davvero, anziché formulare la nostra prossima risposta, comunichiamo più chiaramente perché non reagiamo in maniera impulsiva. Esercitandoci con le nostre amicizie, questo atteggiamento diventerà naturale durante un appuntamento, facendo la differenza tra chi affronta quel momento con curiosità e chi invece interpreta un ruolo.

 Le amicizie possono essere il nostro specchio
Le amicizie ci rimandano un’immagine di come ci si sente a stare in una relazione con noi. Ci aiutano a creare ritmi e abitudini insieme a un’altra persona, a uscire dalla nostra testa e a organizzarci anche intorno agli impegni di qualcun altro: tutti aspetti che il dating e le relazioni richiedono, e a cui normalmente non pensiamo. Le amicizie possono inoltre cogliere ciò che tendiamo a minimizzare, oppure individuare uno schema comportamentale che, essendo troppo vicini alla situazione, non riusciamo a vedere. La chiave per ricevere questo tipo di riflessione sincera da una persona amica dipende dal modo in cui la chiediamo. Possiamo individuare due categorie di domande da rivolgere agli amici: domande tattiche e domande orientate alla crescita. Una domanda tattica consiste nel chiedere alla persona di confermare un’ipotesi che abbiamo già formulato: «Ho torto a provare rabbia perché l*i non si è offert* di venirmi a prendere?» In realtà non è una vera domanda: è una richiesta di approvazione e rimane confinata al rapporto tra noi e la persona amica.

Una versione orientata alla crescita elimina completamente la narrativa tra ragione e torto e pone domande come: «Aiutami a vedere questa situazione da prospettive diverse» oppure «Aiutami a fare pratica su quello che voglio dire, così posso affrontare la situazione con curiosità invece che sulla difensiva». Il test da applicare è semplice: questa domanda mi avvicina all’altra persona oppure si limita a confermare una posizione che ho già assunto?

Le persone amiche possono essere anche ottimi interlocutori con cui confrontarsi sul proprio profilo, spesso perché vedono lati di noi che non mettiamo sempre in primo piano. Per esempio, il modo in cui ci comportiamo con le persone a cui vogliamo bene o un lato giocoso che non mostriamo sempre per primo. È qui che entra in gioco la funzione Friend’s Take di Hinge, che porta il punto di vista di una persona amica all’interno del proprio profilo senza permetterle di sostituire la propria voce. È anche per questo che il 69% delle persone che frequentano app di dating** e che hanno aggiunto un Friend’s Take afferma che questa funzione ha migliorato la capacità del proprio profilo di mostrare chi sono davvero.

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Intervista a Domenico Capponi- Il nuovo romanzo Tutto dice sì

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Storia di un no detto all’alba, e della vita che ne è venuta fuori

Un avvocato sale sul Monte Vettore all’alba di una mattina di giugno, arriva alla croce di ferro e urla. Poche ore dopo rifiuta la società nello studio legale dove ha lavorato per tre anni. Da quel rifiuto nasce un editore: dodici metri quadrati costruiti con le proprie mani, un mestiere imparato in una vecchia tipografia, i rifiuti collezionati, un tradimento, e ogni volta la decisione di ricominciare. In «Tutto dice sì» Domenico Capponi non spiega come si fanno i libri: racconta che cosa costa — e che cosa restituisce — seguire la voce interiore che conosce la nostra natura molto prima che la ragione se ne accorga. Lo abbiamo incontrato.

Il libro comincia con un’ascesa e un urlo: una mattina di giugno, da Forca di Presta fino alla croce di ferro del Vettore. Cosa è successo lassù, e perché quel grido è stato il vero inizio di tutto?

DC:   La montagna da sempre mi ha accolto, ogni volta che ho avuto un momento difficile non ho mai guardato la luna, ma la vetta di una montagna. Questo perché a momenti difficili spesso si associano pensieri insistenti, confusi, stati di incertezza allora, io cammino, o meglio io inizio a salire e, durante la salita, quei pensieri si fanno meno insistenti, la loro voce meno forte poi, pian piano svaniscono e arriva il vuoto. È in quel vuoto che riesco a entrare in contatto con me stesso, lassù, su quella vetta, è accaduto questo e da quel vuoto ho capito che era inutile oppormi alla vita, quella vera, quella che sentivo ma, dovevo accettare quel sentimento, quello che sentivo e cioè che dovevo cambiare.

Poche ore dopo, al telefono, rifiuti di entrare in società nello studio legale in cui avevi passato tre anni. Quanto è costato pronunciare quel no e quanto, invece, ti ha restituito?
DC: 
Quel no è in realtà il frutto del sì che avevo pronunciato in vetta. Non è stato difficile per me pronunciare quel no, ma, come ho detto, accettare il sì. È stato proprio quel sì a mettermi in connessione con me stesso e, in virtù di quel sì, nel momento in cui ho pronunciato quel no, ho avuto l’impressione di trovarmi dalla parte opposta di un ponte e di averlo fatto saltare dietro di me. Non sarei più tornato indietro, mi ero tolto ogni minima possibilità di tornare indietro. Solo così poteva essere fatta la scelta che ho fatto: in modo totale.

Scrivi che decidi di diventare Editore senza sapere nulla del mestiere. Da dove arriva una certezza così netta quando mancano tutte le competenze — e come si distingue la vocazione dal capriccio?
DC
: Il mio non era un capriccio, ma un atto di riconoscimento, un grazie, un atto dovuto nei confronti dei libri che mi hanno cambiato letteralmente la vita e nei confronti della mia natura intima, che ama le sfide. Tutto quello di cui avevo bisogno ero certo che lo avrei imparato

Ti sei costruito da solo una sede di dodici metri quadrati. Che cosa ti ha insegnato quello spazio minimo, e quanto conta cominciare da un luogo fatto con le proprie mani?
DC:   
È stato fondamentale, le difficoltà si affrontano con i pensieri ma anche con le mani. In quella prima sede sono stato per dodici anni, e ancora oggi, la tengo. Anzi ancora oggi a dire il vero ci vado, entro e mi siedo. Tutto è rimasto come prima, ogni cosa, questo perché devo ricordarmi da dove sono partito e quanto ho amato quel luogo. Qui sta la ricchezza di quello che sto dicendo, io non ho sofferto a stare lì, io ho amato ogni giorno quel piccolo spazio perché ero sicuro che pur stando lì avrei dato alla casa editrice una valenza nazionale. Cosa che ho fatto e, per essere sincero fino alla fine, ti dirò che, oltre all’amore, c’è stata sempre con me una convinzione che non mi ha mai e poi mai abbandonato: non ho mai dubitato che ci sarei riuscito, mai, nemmeno una volta. La mia fiducia nella mia intuizione iniziale è stata totale.

Hai imparato a fare libri in una vecchia tipografia. Che cosa si capisce dell’editoria quando la si impara dall’odore dell’inchiostro e dal peso della carta, e non dai manuali o dai master?
DC: 
Durante i miei anni di studio per mantenermi ho sempre lavorato, veramente ho iniziato a lavorare a dodici anni, non tanto per bisogno ma per necessità di indipendenza dai miei genitori, non volevo pesare sulle loro finanze. Poi ho continuato. Lavorare era per me stare nel mondo, vivere a contatto con tante realtà diverse. Questo mi ha aiutato perché poi quando ho intrapreso questa sfida imprenditoriale, mi è venuto facile partire dalla base, dall’inchiostro e dal rumore delle macchine.

Nel libro “collezioni rifiuti”. Come si tiene insieme una persona dopo il decimo, il ventesimo no? Esiste un modo sano di stare dentro il fallimento senza farne un’identità?
DC: 
 I no credo siano stati molti di più. Non ho una ricetta segreta. Quello che ha tenuto in piedi me, quello che mi ha fatto vivere con gioia anche i rifiuti, è stata la convinzione di stare seguendo la mia strada e che sarei riuscito a portare avanti la mia visione. Non ho mai accettato un rifiuto senza cercare di capire come migliorarmi, quale indicazione mi stesse dando, ma non ho mai permesso a un rifiuto di definirmi, mai. La mia visione era ed è più grande. In questi casi capita spesso che ci si avvicini a situazioni o persone per avere delle garanzie. Io non l’ho mai fatto. Quando ho deciso di aprire la casa editrice, mi dissi che avrebbe dovuto reggersi da sola, senza strani favori o appartenenze. Idee, studio, formazione, mercato, null’altro.

C’è una ferita precisa nel racconto: essere traditi da chi si credeva un compagno di viaggio. Che cosa ti ha tolto e che cosa, a distanza di tempo, ti ha lasciato?
DC
: Non mi ha tolto nulla, anzi mi ha insegnato tanto. Innanzitutto mi ha messo di fronte a una scelta: continuare a fidarmi delle persone oppure smettere e pensare che tutti, nessuno escluso, visto quello che era successo, potessero essere dei potenziali nemici. Io ho scelto di continuare a fidarmi. Vivo quindi fidandomi delle persone che mi circondano e di quelle con cui stabilisco dei rapporti.

L’altra cosa, ancora più importante, è che, nella situazione in cui ero, ma anche oggi, non potevo permettermi di dedicare tempo ed energie alla negatività, al rancore, all’odio. Sono sentimenti che chi gestisce un’azienda che si muove in base al flusso delle energie non può permettersi, sì, perché le idee sono, a mio avviso, energia.

Fai editoria in una città di provincia, lontano dai circuiti che contano, e talvolta regali il tuo lavoro a chi non può pagarlo. È una scelta romantica o una strategia — e quanto è sostenibile oggi restare indipendenti?
DC
:  Noi siamo una casa editrice non a pagamento, lavoriamo in tutta Italia e collaboriamo con il più grande distributore nazionale. La logistica si trova a Milano e la promozione a Bologna. Io vivo qui, ad Ascoli Piceno, salutando le persone per strada, fermandomi a parlare con il mio edicolante di sempre, prendendo il caffè immerso nella bellezza rinascimentale di Piazza del Popolo. E faccio vivere le stesse emozioni ai miei collaboratori.
Non è mai stata una scelta strategica, ma il frutto di una precisa visione romantica. Restare indipendenti oggi è molto complesso, perché i nostri partner sono molto grandi e seguono le logiche delle società quotate in Borsa. Ma è possibile, avendo un pensiero trasversale e creativo e, soprattutto, lavorando con tanta immaginazione. In fondo, l’editore dovrebbe fare proprio questo, con i suoi autori e con se stesso: vivere nel mondo delle possibilità e del possibile. Le possibilità dobbiamo cercarle noi, mentre il possibile deve quasi sempre scontrarsi con quella voce comune che direbbe: “È impossibile”. Allora va tutto bene.

Hai raccontato Ascoli Piceno, il Piceno, Meletti, Scandolara, Offida: storie di pietra, di persone e di travertino. Che cosa cambia quando l’editore smette di custodire le storie degli altri e mette in pagina la propria?
DC:
Scrivere le storie di grandi aziende è un lavoro molto complesso e arricchente per me. Per farlo seguo delle regole molto rigide. In primo luogo scrivo solo quando con l’azienda o con i fondatori sento un’affinità, non sarei in grado di scrivere a comando, non l’ho mai fatto. Questo è il prerequisito fondamentale affinché io accetti di scrivere la storia di qualcun altro. Quando questa scintilla accade allora scrivere diventa uno scambio e anche io mi arricchisco perché, in realtà, dentro quelle storie fatte di coraggio, visione o difficoltà rivedo sempre qualcosa di me.

«Non esiste il giro perfetto, esiste il giocatore migliore»: è forse la frase più esposta del libro. A chi oggi ha un no da pronunciare e non trova il coraggio, che cosa diresti — senza dargli una lezione, visto che il libro dichiara di non volerne dare?
DC:
Non voglio dare lezioni, non mi rispecchio in questo. La mia è solo una condivisione, nella speranza che questo libro possa essere di aiuto a chiunque, anche fosse una sola persona che si trova nella difficile condizione di dover trovare la propria strada.
Vedi, nel libro dico che c’è una fase in cui si condivide, in cui si parla con gli amici, ci si confronta, ci si prende o si viene tenuti per mano, ma poi, alla fine, si arriva a un punto preciso della propria vita in cui si deve saltare e, in quel momento preciso, in quell’atto specifico, si è soli e non può essere altrimenti. Si salta da soli.
Molti, in quello specifico punto, ci rimangono giorni, anni, o per sempre, e poi finiscono per vivere di rimpianti, per lamentarsi di tutto. Quindi la risposta esatta non c’è, credo che ognuno debba trovarla dentro di sé.

Dalla quarta di copertina

«La nostra missione è quella di fiorire qui e ora, su questa terra, senza se e senza ma, con il giro di carte che ci è capitato in sorte: non esiste il giro perfetto, esiste il giocatore migliore. È con quelle carte che dobbiamo diventare quello che siamo destinati a essere, dando seguito e vita alla nostra essenza più vera».

«Era di questo che avevo bisogno, volevo il mare aperto, le rotte e le direzioni non le conoscevo, ma le onde non mi facevano paura. Avevo scelto l’ignoto, l’inquietudine, l’insicurezza, il pericolo e la caduta certa, l’errore e il fallimento».

Tutto dice sì – Disponibile dal 25 settembre

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I racconti del Bergamotto di Reggio Calabria: la nuova ricerca di Filippo Arillotta

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Il nuovo libro dello storico reggino è stato presentato l’8 settembre al Circolo Polimeni. Dieci testimonianze hanno raccontato due secoli di storia, tra viaggiatori, industria, scienza, politica e letteratura

Ci sono prodotti che appartengono a un territorio. E poi ci sono prodotti capaci di raccontare quel territorio al mondo. E, come documenta lo storico Filippo Arillotta il Bergamotto è passato anche da Firenze prima di arrivare a Reggio Calabria…..

Il Bergamotto di Reggio Calabria appartiene certamente alla seconda categoria. Lo dimostra ancora una volta il professor Filippo Arillotta, storico e scrittore reggino, che è tornato a dedicare la propria capacità di ricerca a quella che è ormai diventata una delle grandi chiavi di lettura della storia economica, sociale e culturale della città dello Stretto.

Dopo il successo di Storia fantastica del Bergamotto di Reggio Calabria, pubblicato da Kaleidon Editrice e già approdato alla ristampa, Arillotta ha presentato il suo nuovo lavoro, “I racconti del Bergamotto di Reggio Calabria”, presentato l’8 settembre al Circolo del tennis “Rocco Polimeni” di Reggio Calabria.

Un nuovo libro che conferma una caratteristica fondamentale del lavoro dello storico reggino: la capacità di andare oltre la narrazione tradizionale per cercare, nei documenti e nelle testimonianze, quelle tracce apparentemente secondarie che finiscono invece per restituire una storia molto più grande.

Dieci testimonianze per raccontare una storia internazionale

Il volume è costruito attraverso dieci racconti, dieci testimonianze provenienti da epoche e contesti differenti, accomunate dall’incontro con il Bergamotto di Reggio Calabria.

Non è dunque soltanto la storia di un agrume e della sua essenza. È la storia di come quell’essenza abbia attraversato confini, professioni, mercati e culture, entrando nella vita quotidiana di popolazioni europee e mondiali e contribuendo, al tempo stesso, a proiettare Reggio Calabria in una dimensione internazionale.

Nel libro compaiono relazioni di viaggiatori arrivati a Reggio per conoscere direttamente i luoghi della coltivazione, indagini di mercato, analisi chimiche, relazioni industriali, documenti e riflessioni di carattere politico, fino ad arrivare alla letteratura.

È proprio questa pluralità di fonti a rendere particolarmente interessante la ricerca di Arillotta.

Lo storico non si limita infatti a raccontare ciò che è già noto, ma va alla ricerca di testimonianze capaci di ricomporre, tassello dopo tassello, un’immagine diversa e più ampia della città e del suo patrimonio.

E così il Bergamotto diventa un osservatorio privilegiato attraverso il quale guardare a duecento anni di storia.

La capacità di cercare dove la storia sembra nascondersi

La cifra distintiva di Filippo Arillotta è proprio questa: trasformare la ricerca storica in una scoperta.

Un documento commerciale può raccontare un mercato. Un’analisi chimica può testimoniare il livello raggiunto dalla ricerca scientifica. La relazione di un viaggiatore può restituire l’immagine di un territorio. Una testimonianza industriale può spiegare la nascita di una filiera. Un testo letterario può, infine, trasformare tutto questo in memoria collettiva.

Mettendo insieme queste tessere, Arillotta mostra quanto il Bergamotto di Reggio Calabria sia stato, per generazioni, molto più di una produzione agricola, ma è scienza, economia, industria, profumo, commercio, cultura e immaginario.

E soprattutto è stato un ponte tra Reggio Calabria e il mondo.

L’inedito incontro con Corrado Alvaro

Tra le pagine più sorprendenti del nuovo volume trova posto anche un testo di Corrado Alvaro, poco conosciuto al grande pubblico, nel quale il Bergamotto assume una funzione del tutto particolare: diventa strumento per leggere la realtà politica del proprio tempo.

È un finale che porta il libro su un piano quasi inatteso.

Dalla terra e dagli agrumeti si arriva alla letteratura; dalla storia economica si approda alla dimensione politica e, infine, a quella simbolica.

Nella conclusione, infatti, il Bergamotto sembra quasi liberarsi dalla sua dimensione materiale per diventare profumo, atmosfera, memoria e immaginazione.

Un racconto nel quale la sua fragranza si inserisce in un’Europa attraversata dai venti di guerra, restituendo per un istante una dimensione quasi onirica: la potenza del profumo come possibilità di attenuare, almeno simbolicamente, le tensioni della storia.

Una presentazione che mette insieme storia, agricoltura e cucina

A dialogare con l’autore, nella serata dell’8 settembre, ci sono state personalità provenienti da mondi diversi ma profondamente legati al territorio.

Sono intervenuti Filippo Cogliandro, chef patron del ristorante L’Accademia Gourmet di Reggio Calabria; Rosario Previtera, agronomo e docente di Biotecnologie agrarie; Giuseppe Bombino, docente dell’Università Mediterranea di Reggio Calabria, Dipartimento di Agraria, e presidente del GAL “Area Grecanica”.

A moderare l’incontro è stato Luigi Caminiti, docente del Liceo Scientifico “Leonardo da Vinci” di Reggio Calabria.

Una scelta di relatori che ha restituito  perfettamente lo spirito del libro: il Bergamotto può essere studiato attraverso la storia, analizzato attraverso la scienza agraria, interpretato nella sua dimensione territoriale e culturale e, naturalmente, raccontato anche attraverso la cucina.

Ed è proprio quest’ultimo passaggio a rendere particolarmente significativo il contributo di uno chef come Filippo Cogliandro, da anni impegnato nella valorizzazione delle eccellenze identitarie della Calabria e nella trasformazione della materia prima del territorio in linguaggio gastronomico contemporaneo.

Reggio Calabria e quella dimensione internazionale spesso dimenticata

Il lavoro di Arillotta compie, in definitiva, un’operazione che va oltre il semplice racconto del Bergamotto.

Attraverso dieci testimonianze, restituisce alla città una parte della propria storia internazionale.

Una storia che spesso rimane nascosta dietro le immagini più conosciute di Reggio Calabria, ma che i documenti sono ancora capaci di raccontare: una città osservata da viaggiatori stranieri, studiata dalla scienza, attraversata dai commerci, collegata ai mercati internazionali e capace di lasciare una traccia persino nella letteratura.

È questo, forse, il risultato più interessante della ricerca di Filippo Arillotta: dimostrare che per comprendere la storia di un territorio non sempre bisogna cercare grandi eventi. A volte basta seguire il profumo di un agrume.

E quello del Bergamotto di Reggio Calabria, da oltre due secoli, ha viaggiato molto lontano.

“I racconti del Bergamotto di Reggio Calabria”, edito da Kaleidon, è stato presentato l’8 settembre al Circolo Polimeni di Reggio Calabria.

Il libro è disponibile online su https://www.kaleidoneditrice.it/shop/i-racconti-del-bergamotto-di-reggio-calabria/

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