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Gold Mass. La Nuova Goldfrapp è italiana.
Chiudete gli occhi e ascoltate. Crederete di essere in un club di Bristol a metà degli anni Novanta. Invece siamo in Italia. Emanuela, in arte Gold Mass, in quegli anni era probabilmente giovanissima, ma è miracolosamente riuscita a ricreare un suono che credevamo non si potesse ascoltare più. Tantomeno in Italia. L’album di Gold Mass, Transitions, che uscirà in primavera, è prodotto da Paul Savage, già produttore di Mogwai, Franz Ferdinand, Arab Strap, che ha voluto lavorare sul suo progetto dopo aver ascoltato alcune demo che aveva inviato per mail. Avete presente quelle cose che si fanno, non sperando nemmeno in una risposta? Invece Savage ha risposto e insieme a lui hanno risposto altri grandi produttori, tra cui quell’Howie B che conosciamo tutti per il lavoro con Björk, gli U2 e Tricky. Emanuela è laureata in fisica e lavora nel reparto di ricerca e sviluppo di una multinazionale tedesca: si occupa di acustica e passa il suo tempo in laboratorio a fare misure e simulazioni virtuali. La sua vita è totalmente immersa nel suono, che siano rumori industriali o le eteree composizioni della sua musica. Dove finisce uno inizia l’altro. Il suo è un
progetto completamente indipendente, completamente autofinanziato. E, questa è la cosa più bella, è tutto al femminile. In un mondo che sembra ancora restio a dare spazio alle donne, ci sono donne che se lo prendono da sole.
Ascoltare la musica di Gold Mass è impressionante. Sembra davvero di essere stati ibernati per vent’anni e ritrovarsi in quegli anni Novanta in cui c’è stata l’ultima rivoluzione musicale, dove si sperimentava. Erano gli anni della musica elettronica, del trip hop, di artisti come i Massive Attack, i Portishead e Goldfrapp. Emanuela riesce a creare un suono morbido, avvolgente, sinuoso e insinuante. A volte oscuro, a volte più solare, ma velato di malinconia. Our Reality è il classico che mancherebbe ai Portishead dopo Glory Box e All Mine. Happiness in A Way potrebbe essere uscita da un disco di Goldfrapp. May Love Make Us ha il beat potente di certi brani di Mezzanine dei Massive Attack. E su tutto c’è la sua voce: a volte eterea, a volte sensuale, a volte più potente, sempre pulita, mai virtuosistica ma sempre funzionale all’ambiente sonoro dove si trova. E tra i sintetizzatori c’è anche spazio per strumenti più classici, come il pianoforte.
IL PIANO, MOZART, POI I BEATLES E….
Sì, perché quello di Emanuela non è il lavoro di qualcuno che ha studiato un tipo di sound e lo ha riprodotto. Non sarebbe stato lo stesso. Il suo è un percorso che viene da lontano, e da altri mondi. “Come musicista sono pienamente classica: da quando ero bambina ho preso lezioni di pianoforte, il mio iter è stato quello di qualsiasi pianista, la musica che suoni e ascolti è prettamente classica” ci racconta. “Questo ti dà un bagaglio completo, perché conosci la musica che è successa centinaia di anni fa. Qualsiasi cosa ha lasciato una traccia, le leggi dell’armonia sono le stesse che funzionano oggi e che usava Mozart all’epoca. Capire questo è importante, altrimenti si è come uno scrittore senza aver mai letto i classici della letteratura”. “In casa giravano i dischi dei Beatles, e da lì ho poi straripato, tutto quello che era il rock anglosassone, e poi americano, l’ho divorato. È come una grammatica”.
Sembra che Emanuela sia cresciuta a pane e trip-hop, ma è arrivata alla musica elettronica solo recentemente, dopo aver ascoltato il post rock, il progressive. “E non mi è risultata piacevole da subito” ci confessa. “È stato ascoltando il lavoro di Nils Frahm che mi sono innamorata dell’elettronica, la sua è una musica raffinata, che unisce l’elettronica alla classica e per questo motivo mi ha in un certo senso accolto verso questo nuovo mondo sonoro”.
E l’elettronica è una confezione, un punto di arrivo per delle canzoni che hanno un’anima intima e acustica. “Il momento della scrittura per me è quasi sempre voce e pianoforte” ci racconta Emanuela. “Poi ricerco i suoni al sintetizzatore per creare l’atmosfera che vorrei avesse il pezzo”. “All’inizio non sapevo se questa cosa dovesse essere ridimensionata” continua. “Io scrivo al piano, è il mio strumento a cui sono inevitabilmente legata. Nel pezzo Mineral Love, ad esempio, questo legame con il pianoforte è parecchio evidente: quando l’ho fatto sentire a Savage gli ho detto che mi sembrava di aver scritto una melodia molto italiana, e gli chiesto di aiutarmi a ridimensionarla. Mi ha risposto: assolutamente no”. I riferimenti agli artisti che vi abbiamo citato non sono mai troppo voluti. “A me succede così” ci confida l’artista. “Non è mai una cosa esterna che mi fa scrivere. Sono affascinata dai Blonde Redhead, credo si senta molto nella musica che faccio: ma scrivere un testo pensando esplicitamente a un mondo musicale credo sia sbagliato. E’ tutto quello che ascolto che esce fuori, ma in una forma nuova”.
LA FELICITÀ È UN ATTIMO.
La musica di Gold Mass è notturna, carezzevole, intima. Come lo sono i testi, introspettivi e personali. “Nascono tutti da un momento molto particolare” ci confida Emanuela. “Ho bisogno di scrivere: per me la musica è una terapia, scrivere mi fa stare meglio, la mia inquietudine si ritrova qua dentro. È un esorcismo, un tentativo di confessione, nascono tutte nello stesso periodo”. “Non ci sono momenti allegri o tristi” continua. “Happiness In A Way in realtà è un pezzo malinconico, perché la felicità sono piccoli momenti che ci capitano. La serenità è un’altra cosa. Nella canzone ho messo un pezzo di pianoforte, che mi ricorda di quando ero bambina. Tutti i pezzi, anche quelli che sono cupi, nei ritornelli hanno aperture più forti. Quando scrivi senza filtro viene fuori quello che sei”. Happiness In A Way è il primo singolo di Gold Mass, seguito da Our Reality e May Love Make Us. “Our Reality è l’ultimo pezzo che ho scritto, pochi giorni prima di entrare in studio con Savage” ci racconta l’artista. “È il più vicino a quello che ho in mente di fare. Ha un incedere ipnotico. L’ho scritto sul sintetizzatore, e non sul pianoforte: ho cercato un suono che fosse morbido, per l’arpeggio, e che avesse una sequenza di note ipnotica, che fosse un’altalena, che cullasse, come quei loop che non finiscono mai e ascolteresti sempre”. “Ho messo anche molta attenzione al suono iniziale cercavo un suono grave che descrivesse un sipario si apre. Mi ricorda di quando, da piccola, andavo a teatro con mio padre ed ero affascinata da tutto” continua. “La parte finale del pezzo è un po’ surreale: c’è un mio parlato, che non era per nulla voluto. Avevo preparato il progetto, la struttura del pezzo, ma la coda era qualcosa di indefinito: una volta finito di cantare ho iniziato a descrivere a parole al produttore le idee che avevo in mente per quella parte finale; ma lui non rispondeva. L’ho raggiunto in sala regia, e mi ha detto ‘qui lasciamo la tua descrizione di quello che volevi’”. “In questo i produttori sono magici” riflette. “Non avrei mai permesso che un produttore modificasse la mia natura. E non è stato il suo caso: ha cercato solo di tradurre quello che ero già io”. Our Reality è anche il pezzo che più rappresenta il periodo che sta vivendo Gold Mass. “È la sensazione di quando hai in mente degli obiettivi e li vuoi raggiungere” ci spiega. “Raggiungerli o meno non è scontano, non siamo in un film con l’happy end. Quando hai una tensione verso una meta e temi di non raggiungerla, ti crea una certa inquietudine. Ma a pensarci bene non è poi così importante: il mondo vive anche senza il mio disco… e assolutamente anch’io, potrei benissimo decidere di non pubblicarlo affatto. Quello che conta sono le relazioni umane. La nostra realtà è quella”.
VIVERE NEL SUONO.
L’attenzione per i suoni di Gold Mass è altissima. Perché Emanuela vive nel suono, lo respira, lo controlla, continuamente. Dove finisce il lavoro inizia l’arte. “Io ho la testa alle frequenze sempre: qualsiasi suono io ascolti cerco di rispiegarmelo per come viene emesso, anche quando sento piantare un chiodo” ci spiega. “Al lavoro, come funziona l’emissione di uno strumento musicale mi è stato molto utile per capire come funzionano l’emissione sonora di sorgenti che sono molto complicate, dove ci sono commistioni di meccanica e fluidodinamica, soprattutto quando la devi spiegare a qualcuno. Pensiamo a quando devi trovare una soluzione per una sorgente che è troppo rumorosa; in musica è esattamente il contrario: vuoi una cosa che, con la minima energia, dia il maggior volume. Io vivo in un trip completo. È come se stessi sempre al lavoro, o come se stessi sempre facendo musica”.
VI PRESENTO PAUL SAVAGE.
Ma come è nata la storia dell’incontro con un produttore internazionale come Paul Savage? “Avevo scritto questi pezzi ed ho pensato: ‘ho bisogno di trovare un produttore perchè il mio desiderio è fare le cose sul serio e nel modo più professionale’” racconta Emanuela. “Ho pensato agli album che mi avevano lasciato un segno. Ho conosciuto Savage soprattutto attraverso gli Arab Strap ed ho provato a cercare questi album su internet per capire chi li avesse prodotti. Ho trovato così i siti dei produttori ed ho preso a mandare le mie demo, pensando che non avrei neanche mai ricevuto risposte. A un certo punto invece ho cominciato a riceverne”. Ma quanto ha inciso il lavoro di Savage sulla sua musica? “La sua mano è su ogni pezzo dell’album, alcuni suoni li abbiamo trovati insieme nello studio c’erano altri sintetizzatori e li abbiamo utilizzati. “Savage è una persona veramente sensibile, io sono timida ed ero un po’ tesa, non sapevo che persona stavo per incontrare. È stato un incontro tra persone che non si pestavano i piedi”. L’album di Gold Mass è stato registrato a Pisa e mixato a Glasgow, mentre il mastering è stato fatto in America.
INDIPENDENTE, E FEMMINILE.
Oggi va di moda la parola “indie”, che sta per indipendente e ormai contraddistingue un genere, un cliché. Gold Mass è un progetto davvero indipendente ed un progetto tutto al femminile. “Io mi diverto moltissimo, sto lavorando intensamente e ricevo una grande gratificazione da quel che faccio” ci racconta l’artista. “In genere i musicisti sanno esclusivamente suonare e scrivere. Questo tipo di professionalità funzionava quando attorno c’erano ancora etichette discografiche con potere e soldi da investire sugli artisti. Ma oggi la realtà è ben diversa. Le etichette sono per lo più impoverite ed in genere investono solo su progetti già ben avviati, ossia da cui sono sicure che avranno un ritorno economico nell’immediato. Oggi un artista emergente è invitato a diventare anche imprenditore di sé stesso, a mettere il capitale, ad accollarsi il rischio che ne deriva e ad occuparsi dell’aspetto manageriale. Personalmente, l’idea di gestire pienamente la comunicazione al pubblico del mio lavoro, contattare giornalisti, studiare il funzionamento di una piattaforma digitale e gestire in modo autonomo il mio budget, è qualcosa che mi affascina. Io mi occupo anche di tutto questo. E la cosa bella è che mi dà soddisfazione. Se questo disco non arrivasse mai a un obiettivo, fa niente: nel frattempo ho goduto ogni momento del percorso”.
di Maurizio Ermisino per DailyMood.it
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Sonia Melt, il coraggio di rifiorire – Amore, rinascita e seconde possibilità in Cuore di loto
Published
3 giorni agoon
24 Agosto 2026By
DailyMood.it
Vincitrice del concorso Arkadia LOVER 2025, l’autrice veneziana racconta il romanzo nato da un percorso personale di trasformazione: una storia di ferite, verità nascoste e speranza.
Il fiore di loto affonda le radici nel fango, attraversa l’acqua e riesce comunque a schiudersi alla luce. Non è soltanto un’immagine poetica: è il cuore simbolico del nuovo romanzo di Sonia Melt e, in parte, anche della storia della sua autrice.
Sonia vive a Mira, in provincia di Venezia, insieme alla sua famiglia. Dopo alcune esperienze nella pubblicazione indipendente e un periodo particolarmente difficile, ha scelto di dedicarsi completamente alla scrittura. Da questo percorso è nato Cuore di loto, romanzo vincitore del concorso LOVER 2025 e pubblicato da Arkadia nel 2026.
Protagonista è Dafne, una giovane scrittrice segnata dalla tragica perdita dei genitori. Quando il suo manoscritto attira l’attenzione della Clyre House Publishing, incontra Noah Clyre, un editore affascinante e inaccessibile. Tra loro nasce un sentimento profondo, minacciato da una verità che lega la famiglia di Noah al passato della ragazza. Cuore di loto intreccia romance, suspense e segreti familiari, interrogandosi sulla possibilità di tornare ad amare quando la fiducia è stata spezzata.
DAILYMOOD.IT: Ricordi il momento esatto in cui hai saputo che Cuore di loto aveva vinto il concorso Arkadia LOVER? Qual è stata la tua prima reazione?
SONIA MELT: È passato quasi un anno, ma ricordo ancora bene la telefonata di Giovanni Lucchese, direttore della collana Lover. Mi disse: “Sonia, senti questo rumore?”. Io pensavo si riferisse al mio cuore, che ormai viaggiava oltre i centocinquanta battiti al minuto. Poi aggiunse: “È il suono delle trombe, il rullo dei tamburi! Annunciano la tua vittoria al concorso”. Per qualche secondo sono rimasta senza parole. Poi ho urlato e subito dopo è arrivato un bel pianto liberatorio. Avrei voluto abbracciare qualcuno, ma in casa c’era solo il mio cane, che probabilmente non aveva mai ricevuto così tante attenzioni tutte insieme! Se Cuore di loto è arrivato fin qui, lo devo anche a Giovanni e ad Arkadia. A quella telefonata che, ancora oggi, quando ci penso, mi fa battere forte il cuore.
DM: Arrivavi da diverse esperienze come autrice indipendente. Che cosa ti ha spinta a presentare proprio questo romanzo al concorso e quanto credevi davvero nella possibilità di vincere?
SM: Venire dal mondo dell’autopubblicazione ti insegna una grande indipendenza, ma anche quanto possa essere faticoso fare tutto da sola. Cuore di loto è un romanzo viscerale, al quale ho affidato parti molto profonde di me. Sentivo che aveva raggiunto una maturità diversa rispetto ai miei lavori precedenti e che meritasse una casa editrice solida e prestigiosa come Arkadia. Quanto ci credevo? A dire il vero, non abbastanza da aspettarmi di vincere. Ma ci speravo con tutta me stessa.
DM: La scrittura è diventata centrale dopo un periodo difficile della tua vita. Senza entrare in ciò che preferisci custodire, che cosa ti ha dato la pagina bianca quando tutto il resto sembrava più fragile?
SM:La pagina bianca non giudica, non fa domande e non pretende nulla. È uno spazio sicuro in cui posso riversare il dolore, la confusione, le paure e tutte le emozioni che faccio fatica a esprimere, trasformandole in una storia. Leggere è sempre stato un rifugio, ma scrivere è la mia cura. Quando ho bisogno di mettere ordine dentro di me, lo faccio attraverso le parole.
DM: Il fiore di loto nasce in acque torbide, ma riesce a emergere e a rifiorire. Quando hai capito che sarebbe stato il simbolo e il titolo perfetto per questa storia?
SM: Quasi subito, mentre delineavo il percorso emotivo di Dafne. Il loto racchiude una metafora potentissima: la bellezza e la purezza non nascono dal nulla, ma possono emergere proprio dal fango, dalle esperienze dolorose e dalle difficoltà che ci segnano. Per me rappresentava perfettamente il viaggio dei personaggi: attraversare il buio più fitto senza rimanerne intrappolati, trovare la forza di risalire verso la luce e, infine… rifiorire.
DM: Dafne affronta il dolore rifugiandosi nella scrittura e sta lavorando, a sua volta, a un libro intitolato Cuore di loto. Quanto c’è di Sonia in lei e perché hai scelto questo gioco di specchi tra autrice, protagonista e romanzo?
SM: C’è molto di me in Dafne, soprattutto nel suo modo di elaborare il dolore attraverso le parole. Anche lei si rifugia nella scrittura quando la realtà fa troppo male e il fatto che, all’interno della storia, stia scrivendo un libro intitolato Cuore di loto crea un piccolo cortocircuito metaletterario che mi divertiva moltissimo. Come hai ben detto tu, è un gioco di specchi: io guardo lei, lei guarda me e, alla fine, nessuna delle due sa più davvero chi sia l’autrice e chi la protagonista. Volevo esplorare quel confine sottile tra realtà e finzione, e l’idea che la scrittura non sia soltanto un modo per evadere, ma anche uno specchio nel quale guardarsi e, forse, imparare ad accettarsi. In fondo, è stato il mio modo di stringere la mano a Dafne e dirle “Non sei sola. Ci sono io qui con te. E insieme rimetteremo a posto i pezzi”.
DM: Noah custodisce una verità capace di distruggere il rapporto con Dafne. Secondo te, l’amore può sopravvivere a qualsiasi segreto oppure esistono verità che arrivano troppo tardi per essere perdonate?
SM: Questa è una domanda molto difficile! No, secondo me l’amore non riesce a superare qualsiasi segreto. A fare la differenza non è solo ciò che viene nascosto, ma soprattutto perché lo si nasconde. Se Noah ha taciuto per paura di perdere Dafne, forse il suo silenzio nasce proprio dall’amore. Se invece lo ha fatto per proteggere sé stesso dalle conseguenze, allora diventa qualcosa di diverso, che forse non merita il perdono. (E qui mi fermo, senza fare spoiler!) Poi ci si dovrebbe porre la domanda fondamentale: quando una verità cambia tutto, quanto deve essere forte un amore per meritare una seconda possibilità? E forse è proprio qui che la storia lascia spazio a chi legge, perché non esiste mai una scelta giusta per tutti.
DM: Accanto alla storia d’amore troviamo il legame di Dafne con il fratello Jordan e con la nonna Susy. Quale idea di famiglia e di cura volevi raccontare attraverso questi personaggi?
SM:Per Dafne, Jordan e la nonna rappresentano la cura silenziosa, quella fatta di presenze stabili, di sguardi che comprendono senza giudicare e di radici profonde. Sono l’idea di una famiglia che non ha bisogno di grandi gesti per esserci, basta sapere che, nelle difficoltà, c’è qualcuno che resta. In particolare, Jordan sarà la vera bussola. È uno di quei personaggi che, mentre scrivi, smettono quasi di essere tuoi. A un certo punto ho avuto la sensazione che fosse lui a decidere cosa dovevo raccontare. E forse è proprio questo che amo dei personaggi, quando prendono la loro strada e ti sorprendono. Jordan, per me, è stato proprio così.
DM: Hai ambientato la vicenda tra Epsom, Londra e il mondo dell’editoria inglese, mescolando romance, mistero e segreti familiari. Che cosa ti affascinava di questo scenario e come hai lavorato sull’equilibrio tra sentimento e suspense?
SM: L’Inghilterra, con le sue atmosfere suggestive e a tratti malinconiche, era lo scenario perfetto per questa storia. Adoro il contrasto tra la quiete verde e protettiva di Epsom, il rifugio sicuro, e la vivacità di Londra, con le luci della città e quel mondo dell’editoria che mi affascina tanto. Ho cercato il giusto equilibrio tra le emozioni, la forza di un amore che nasce piano, e le ombre di una verità difficile da svelare. Ho voluto che la suspense crescesse poco alla volta, insieme ai segreti che vengono a galla, portando Dafne e Noah a confrontarsi con le proprie paure e con le conseguenze delle loro scelte.
DM: Che cosa è cambiato nel tuo modo di scrivere passando dalla pubblicazione indipendente al lavoro con Arkadia? E questa vittoria ti ha già indicato la direzione del prossimo progetto?
SM: Il passaggio a una casa editrice strutturata come Arkadia è stato sicuramente un’esperienza preziosa. Ho trovato non solo professionalità e competenza, ma anche una grande famiglia, fatta di persone con cui confrontarmi, crescere e sentirmi accompagnata in questo nuovo percorso. Mi ha fatto scoprire il bello di costruire un libro insieme, senza perdere la parte più personale della storia. Quanto al prossimo progetto, questa vittoria mi ha dato sicuramente una grande dose di fiducia. Mi ha confermato che voglio continuare a raccontare storie intense ed emotive, in cui i sentimenti complessi, le fragilità dei personaggi e il percorso di rinascita personale restino sempre al centro.
DM: Hai detto di desiderare che Cuore di loto possa raggiungere soprattutto chi sta attraversando un momento difficile. Quale speranza vorresti lasciare a quella persona quando chiuderà l’ultima pagina?
SM: Vorrei soprattutto che il lettore chiudesse il libro con un po’ più di speranza di quando lo ha aperto. Con la certezza che, per quanto ci si possa sentire spezzati e persi, non è mai troppo tardi per rialzarsi. Il dolore non definisce chi siamo, è solo una parte del nostro viaggio. Dafne e Noah, in fondo, ci ricordano proprio questo, a volte bisogna perdersi per ritrovarsi, soprattutto per ritrovare la strada verso se stessi. Se Cuore di loto riuscirà a lasciare questa consapevolezza in chi lo leggerà, allora sentirò di aver raccontato qualcosa che va oltre la mia storia.
Redazione DailyMood.it
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Il 19 agosto 1883 nasceva Coco Chanel: White Star le dedica un nuovo volume
Published
1 mese agoon
22 Luglio 2026By
DailyMood.it
Questo volume non racchiude solo la storia di una maison leggendaria. È il racconto di una donna che ha riscritto le regole della moda con la sua filosofia. Gabrielle “Coco” Chanel ha cambiato per sempre il modo in cui le donne si vestono, si muovono e percepiscono sé stesse. Indipendente, rivoluzionaria e audace, ha creato uno stile senza tempo, dando vita a capi e accessori diventati vere e proprie icone. Chanel Philosophy va oltre la moda: esplora la visione innovativa della stilista nel campo degli accessori, dei bijoux e della gioielleria, ambiti in cui ha osato più dei gioiellieri tradizionali. Attraverso materiali d’archivio, modelli storici e interviste esclusive, il libro svela il segreto di un lusso che non è solo esclusività, ma anche eleganza pratica e senza tempo.
Chanel Philosophy di Mara Cappelletti
White Star
240 pagine
27 x 31 cm
ISBN 9788854064225
€ 50,00
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- 02 Cover e bordo del volume Chanel Philosophy ©White Star s.r.l. Tim Graham Photo Library/Getty Images
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- 03 Cover e retro del volume Chanel Philosophy ©White Star s.r.l. Tim Graham Photo Library/Getty Images
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- Immagine pagine 34-35 Pag. 34 © Hulton-Deutsch Collection/Corbis Historical/Getty Images Pag. 35 Bridgeman Images
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- Immagine pagine 40-41 Pag. 40 © The Andy Warhol Foundation for the Visual Arts, Inc/Alamy Foto Stock Pag. 41 Retro AdArchives/Alamy Foto Stock
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- Immagine pagine 106-107 Pag. 106 Reg Burkett/Daily Express/Hulton Archive/Getty Images Pag. 107 Fabio Petroni
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- Immagine pagine 150-151 Pag. 150 Immagine gentilmente fornita da Sotheby’s Pag. 151 Boris Lipnitzki/Roger-Viollet
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- Immagine pagine 194-195 Pag. 194 Immagine gentilmente fornita da Christie’s Images Ltd. 2025 Pag. 195 Immagine gentilmente fornita da Sotheby’s
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La trappola dell’iperconnessione di Barbara Fabbroni
Published
2 mesi agoon
6 Luglio 2026By
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Nasce un nuovo movimento: gli anarchici digitali. Non un ritorno al medioevo, ma una ribellione psicologica contro il capitalismo della sorveglianza.
C’è un momento preciso, nella vita di un adolescente iperconnesso, in cui il pollice si ferma. Non per stanchezza fisica, ma per una specie di saturazione interiore: lo schermo continua a offrire stimoli, ma qualcosa dentro non risponde più. È lì, in quella micro-pausa, che psicologicamente nasce la ribellione.
L’intelligenza artificiale e gli algoritmi predittivi hanno spostato il confine dell’anarchia digitale: non più assenza di regole, ma eccesso di potere invisibile. Piattaforme che sanno cosa desidereremo prima di noi, sistemi di raccomandazione costruiti sui bias della dopamina, un disordine informativo che genera ansia cronica più che libertà. In questo scenario di sorveglianza soft, dove ogni clic diventa dato e ogni dato diventa profitto, cresce un contro movimento silenzioso: i cosiddetti anarchici digitali.
Non sono luddisti. Non spaccano server, non demonizzano la tecnologia in sé. La loro è una rivolta psicologica prima ancora che ideologica: il rifiuto di un sistema di ricompense variabili — lo stesso meccanismo neurobiologico delle slot machine — che tiene agganciata l’attenzione attraverso il rilascio intermittente di dopamina. Skinner lo aveva già dimostrato negli anni Trenta con i suoi esperimenti sul rinforzo intermittente: è la ricompensa incerta, non quella certa, a generare dipendenza comportamentale. I social network ne sono l’applicazione perfetta.
Non ci si confronta più con i pari reali, ma con versioni curate e algoritmicamente premiate dell’esistenza altrui.
Il prezzo psichico di questa architettura si vede nei numeri clinici che arrivano dagli studi sui giovani: aumento dei disturbi d’ansia, fenomeni di ritiro sociale che in Giappone hanno un nome preciso, hikikomori, e che oggi si osservano anche nei contesti occidentali con forme più sfumate ma altrettanto preoccupanti. Il confronto sociale continuo, teorizzato già da Festinger negli anni Cinquanta come meccanismo naturale dell’identità, trova online un’amplificazione patogena. Il risultato è un vissuto cronico di inadeguatezza che la letteratura definisce comparazione sociale ascendente disfunzionale.
A questo si aggiunge il vamping, la veglia digitale notturna che frammenta il sonno REM proprio nella fascia di età in cui la consolidazione mnestica e la regolazione emotiva dipendono in modo critico dal riposo. Non stupisce che irritabilità, difficoltà attentive e labilità dell’umore siano tra i sintomi più frequenti riportati nei colloqui clinici con adolescenti fortemente esposti.
Il rifiuto del diktat algoritmico
Notifiche disattivate, dumbphone, il passaggio dalla FOMO alla JOMO. È riappropriazione del locus of control: lo spostamento dell’origine percepita delle proprie azioni dall’algoritmo alla scelta consapevole.
La tutela radicale della privacy
Sistemi crittografati, browser anonimi, rifiuto della mercificazione del sé digitale. Sottrarsi al tracciamento come forma di autodeterminazione.
Comunità alternative
Micro-comunità orizzontali, non mediate da logiche di monetizzazione della rabbia. Un ritorno a quello che Winnicott chiamava spazio transizionale.
Non è un movimento nostalgico. È una risposta adattiva a un ambiente che, nel tentativo di connettere tutti, ha finito per isolare i singoli dentro bolle di validazione artificiale. E forse la domanda più interessante non è se questi giovani abbiano ragione a disconnettersi, ma cosa ci dice della nostra epoca il fatto che disconnettersi sia oggi percepito come un atto di coraggio.
La disconnessione come atto clinico
Forse è qui che dobbiamo tornare a quel pollice fermo sullo schermo. Non è resa, non è sconfitta della tecnologia sull’attenzione: è il primo gesto di un organismo che si difende. In termini clinici, potremmo chiamarlo un tentativo di riregolazione — il sistema nervoso che, esausto da uno stato di allerta perenne, cerca la via più semplice per tornare a uno stato di quiete: interrompere lo stimolo.
I ribelli digitali non stanno inventando nulla che la psicologia non sapesse già. Stanno semplicemente agendo, su scala generazionale, un principio che ogni terapeuta conosce bene: quando un ambiente diventa strutturalmente incapace di rispettare i bisogni di chi lo abita, l’unica risposta sana è ridefinire i confini. Non è patologia il ritiro — è patologico, semmai, il sistema che lo rende necessario.
C’è però un rischio da non ignorare, ed è forse la nota più scomoda di questa analisi: la disconnessione volontaria, per essere davvero liberatoria, richiede risorse. Tempo, consapevolezza, un contesto familiare e sociale che sostenga la scelta invece di isolarla ulteriormente. Chi non ha gli strumenti per teorizzare la propria ribellione rischia di restare semplicemente intrappolato, senza nemmeno il lessico per nominare la propria sofferenza. L’anarchia digitale, in questo senso, è anche una questione di classe psicologica: chi può permettersi di disconnettersi, e chi no.
Resta la domanda che chiude davvero il cerchio, quella che il pezzo pone nel finale: se il coraggio, oggi, si misura nella capacità di spegnere una notifica, forse non è la generazione che va analizzata. È l’architettura che l’ha costretta a considerare la quiete come un atto di resistenza.
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