Connect with us

Cine Mood

Supergirl: Milly Alcock è l’eroina che serve ai nostri tempi

Published

on

“Se tuo cugino è Superman, tu sei Supewoman?” “No, sono Supergirl”. “Ma quanti anni di differenza avete?” “Ci sono circa dieci anni di età di differenza tra me e lui”. “E allora perché lui è Superman e tu sei…”. Supergirl, alias Kara Zor-El, la cugina di Superman, tronca il discorso qui. Questa conversazione, tra Supergirl e una giovane orfana che ha preso sotto la sua protezione, porta alla luce uno dei tanti misteri di cui il mondo dei fumetti è pieno. Ma, soprattutto, dà un’idea di quello che è il tono di Supergirl, il nuovo film dei DC Studios, al cinema dal 25 giugno distribuito da Warner Bros. Pictures, con Milly Alcock nel doppio ruolo di Supergirl/Kara Zor-El. Alla regia c’è Craig Gillespie, con la sceneggiatura di Ana Nogueira. Ma il nume tutelare dell’operazione è ovviamente James Gunn, il regista de I Guardiani della Galassia che, lasciato l’universo Marvel, è a capo del nuovo DC Extended Universe, e lo scorso anno ha dato il via alle danze con il nuovo Superman. Il tono è quello di Gunn: ironico, irriverente, comico, non senza momenti che dovrebbero essere più intensi. E Craig Gillespie, il regista di Tonya, è un altro cineasta che sa maneggiare l’ironia.  Tutto, insomma, dovrebbe andare a dama in questo film. E invece non tutto funziona, e Supergirl è un passo indietro rispetto all’interessante Superman dell’anno scorso.

Quando un avversario inaspettato e spietato colpisce troppo vicino a casa, Kara Zor-El, alias Supergirl, è costretta a stringere un’improbabile alleanza intraprendendo un’epica avventura interstellare all’insegna della vendetta e della giustizia. Detta così, è una storia come tante. Quello che dovrebbe fare la differenza è il personaggio su Supergirl, disegnato in modo insolito. La Kara che vediamo in scena è una ragazza problematica, dedita all’alcool, disordinata e disagiata, senza amici, se non il fidato cane Krypto. La Supergirl che è in scena per tre quarti di film non indossa nemmeno la tua con la “S”, ma una t-shirt dei Blondie, uno spolverino di pelle, jeans e stivali, ha spesso gli occhiali scuri sul volto, come una sorta di rockstar in perenne hangover.

Supergirl, insomma, non è Superman. È questo il primo messaggio del film. Kara ha avuto una storia diversa, più dolorosa, più tormentata. E i traumi li porta ancora con sé. È scortese, rude. Non ha la fiducia, il senso estremo del bene di Superman. “Lui è un nerd, ha un cuore leggero” dice di lui Kara. La Supergirl che vediamo per gran parte del film è l’eroe per caso, quello che non crede che da grandi poteri derivino grandi responsabilità. È un po’ come il protagonista di Lo chiamavano Jeeg Robot: non crede che avere dei poteri implichi usarli per aiutare gli altri. I suoi genitori, prima di spedirla sulla Terra per salvarla da un pianeta morente, l’avevano avvisata. Lì avrai grandi poteri e dovrai usarli per chi ne ha bisogno. Questa frase, a un certo punto, tornerà in mente alla nostra eroina.

Da quando dirigeva I Guardiani della Galassia, James Gunn ha in mente un’idea: che il modo migliore per rendere efficace l’epica dei supereroi sia non prenderli sul serio, scherzarci su, conquistare il pubblico con il divertimento per poi farlo anche commuovere e riflettere. Il gioco, nei tre film dedicati al team di supereroi Marvel, funzionava piuttosto bene. Qui un po’ di meno. E funziona anche meno bene di Superman. Il problema del film è soprattutto di sceneggiatura. Ci sarebbero molti temi, da due ragazze orfane e diventate adulte troppo presto, al traffico delle spose bambine. Ma tutto rimane sullo sfondo per lasciare spazio a lunghi, interminabili combattimenti, forse anche per introdurre il personaggio di Lobo (Jason Momoa). La storia ci sarebbe, il personaggio anche, ma c’è pochissima introspezione. E poi c’è un problema di tono. Se per gran parte del film provi a farci sorridere finisci per uccidere tutto il pathos possibile. E, quando vorresti che il film fosse drammatico, o commovente, hai già allontanato e fatto uscire il pubblico dalla storia. Si dice, poi, che più riuscito il cattivo più riuscito è il film. E il cattivo di Supergirl è davvero poco interessante.

Supergirl, che in fondo è una space opera che ammicca in vari punti a Star Wars e a I Guardiani della Galassia (le parti girate sulla terra, a Metropolis e intorno alla base artica di Superman, sono pochissime, così come le apparizioni del supereroe di David Corenswet) sembra volutamente una continua citazione di un certo cinema degli anni Ottanta, da Mad Max a 1997: Fuga da New York fino ad Highlander, ma fuori tempo massimo. Una cosa è fare quei film allora, con l’ingenuità del tempo. Una cosa è farli oggi, senza attualizzarli e contestualizzarli.

C’è una cosa che spicca, però in questo Supergirl. È sbagliato il film, ma è riuscito il personaggio. Pur se i suoi traumi non escono a sufficienza, la Kara di Milly Alcock è un personaggio riuscito, e farà benissimo nei prossimi film della saga, a partire dal prossimo Superman. Quella dell’attrice australiana è una bellezza insolita, perfetta per il personaggio che deve interpretare. Ha gli occhi piccoli e uno sguardo di ghiaccio tagliente, il viso da bambina perennemente imbronciata, i capelli ricci e arruffati. È una donna che si muove in un mondo di uomini violenti e che non la dà mai vinta a loro, ma reagisce a ogni sopruso. È l’eroina che serve ai nostri tempi. E siamo curiosi di vederla nelle sue prove migliori.

di Maurizio Ermisino per DailyMood.it

0 Users (0 voti)
Criterion 10
What people say... Leave your rating
Ordina per:

Sii il primo a lasciare una recensione.

User Avatar
Verificato
{{{ review.rating_title }}}
{{{review.rating_comment | nl2br}}}

Di Più
{{ pageNumber+1 }}
Leave your rating

Il tuo browser non supporta il caricamento delle immagini. Scegline uno più moderno.

Continue Reading
Advertisement
Click to comment

Leave a Reply

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

nove + diciotto =

Cine Mood

Venezia 83, l’estetica del contrasto: da Serena Rossi in rosso diva al glunge di Rick Owens e Fiorello

Published

on

Serena Rossi al red carpet

C’è un momento preciso, quando la Mostra del Cinema entra nelle sue ultime ventiquattro ore, in cui sta per calare il sipario e la luce di Venezia smette di essere un semplice riflesso sulla laguna e si trasforma in un’atmosfera sospesa, intrisa di una malinconia bellissima. Alla vigilia del gran finale, il red carpet di Venezia 83 cessa di essere una semplice passerella per diventare un grande romanzo visivo al suo capitolo più intenso. Un susseguirsi di desideri, citazioni d’autore e audacie stilistiche di chi vuole lasciare un segno indelebile prima che i riflettori si spengano definitivamente.

Nella serata che ha visto intrecciarsi il documentario Be Brave dedicato a Renzo Rosso e la magia teatrale di Scherzetto firmato da Mario Martone, la moda ha celebrato la sua ultima, grande festa. Dalle icone del grande schermo alle provocazioni dell’avanguardia, il tappeto rosso ha regalato un mosaico di stile in cui la grande sartorialità si è fusa con la spontaneità del pop, donandoci immagini destinate a rimanere nell’immaginario di questa edizione che si appresta a chiudere i battenti.

La diva in rosso: la magia di Serena Rossi

A rubare ogni sguardo e a fermare il tempo in questi ultimi sprazzi di Mostra è stata Serena Rossi, protagonista assoluta della serata in occasione del conferimento del premio Campari Passion for Film. L’attrice ha sfilato in un abito rosso corsa firmato Vivienne Westwood dalla costruzione magistrale: la scollatura scultorea del bustino è un omaggio viscerale e bellissimo alla Sophia Loren che ballava il mambo in Pane, amore e…, un tributo alla carne e alla grazia del nostro cinema più autentico. Completavano la poesia una treccia morbida d’ispirazione romantica e gocce di diamante ai lobi. Semplicemente divina.

L’avanguardia d’autore: Rick Owens e Michèle Lamy

Di segno opposto, ma con la medesima carica magnetica, l’apparizione di Rick Owens e Michèle Lamy. La coppia simbolo della moda concettuale ha portato in Laguna una lezione pura di estetica dark-chic e glunge, trasformando il carpet serale in una pellicola distopica. Con volumi scultorei, texture materiche e un’attitudine sfrontatamente aliena, sono l’avanguardia fatta persona che sfida la solennità della chiusura del festival.

La nonchalance parigina: Chiara Mastroianni

Pura classe senza sforzo quella mostrata da Chiara Mastroianni per la première di Un Peu Avant Minuit. L’attrice racchiude in sé il meglio di due mondi: l’eleganza parigina e la grande eredità del cinema italiano. Il suo abito nero dritto, impreziosito sul fondo da maxi fiori tridimensionali in tessuto, abbinato a slingback con tacco medio e un hairstyle volutamente imperfetto, è il manifesto del “less is more” che non passa mai di moda.

Dal pop alla grande tradizione teatrale

Non sono mancati i tocchi d’irriverenza per alleggerire la tensione dei giorni finali, come la presenza di Rosario Fiorello e Susanna Biondo. La coppia ha sfoderato una versione casual e brillante firmata Diesel. Giacca grigio ghiaccio su t-shirt e occhiali arancioni per l’entertainer, toni caldi del malva e del marrone per la moglie. Una parentesi di freschezza democratica che dimostra come il denim possa varcare con allegria anche le soglie più austere.

Alta moda e rockstar: Natasha Poly e Achille Lauro

Sul fronte dell’alta moda d’impatto, Natasha Poly ha trasformato l’essenzialità di una canottiera in jersey in un capolavoro di couture. Il modello si prolunga in uno strascico scultoreo e candido, illuminato solo dai diamanti Damiani. Poco distante, Achille Lauro ha confermato il suo status di rockstar sofisticata. Ha scelto pantaloni neri da smoking con fascia e una camicia in raso scivolata. Immancabile l’occhiale da sole, a schermare uno sguardo sempre scenografico.

Il sipario sul glamour: Toni Servillo e le star della Tv

Infine, la chiusura tra teatro e pop culture che accompagna la Mostra verso la proclamazione dei vincitori di domani. Da un lato la maestosità di Toni Servillo, impeccabile nello smoking d’ordinanza al fianco di Manuela Lamanna in completo azzurro cielo; dall’altro un tuffo nella memoria con Katherine Kelly Lang e Ronn Moss. I due volti storici di Beautiful, tra abiti gioiello e smoking d’altri tempi, hanno ricordato a tutti che la seduzione, a Venezia, non ha mai data di scadenza.

di Cristina Siciliano per DailyMood.it

Crediti copertina: RED_CARPET_-_SCHERZETTO__TRICK__-_Actress_Serena_Rossi__Ph._Aleksander_Kalka_-_Courtesy_Archivio_Storico_la_Biennale_di_Venezia

 

 

0 Users (0 voti)
Criterion 10
What people say... Leave your rating
Ordina per:

Sii il primo a lasciare una recensione.

User Avatar
Verificato
{{{ review.rating_title }}}
{{{review.rating_comment | nl2br}}}

Di Più
{{ pageNumber+1 }}
Leave your rating

Il tuo browser non supporta il caricamento delle immagini. Scegline uno più moderno.

Continue Reading

Cine Mood

Venezia 83: Toni Servillo è un nonno per Mario Martone, mentre al Lido irrompe la tragedia di Gaza

Published

on

Da dove iniziare per raccontare la penultima giornata del Festival di Venezia? È stata una giornata di emozioni contrastanti. Da un lato c’è stato il piacere di rivedere un grande attore italiano, uno di quelli più amati, come Toni Servillo, nei panni di un nonno in Scherzetto di Mario Martone, tratto dal libro di Domenico Starnone. Un ruolo leggero, divertente, che gli ha fatto scoprire alcuni lati di sé. Dall’altro lo sconvolgente NAZA di Yuval Abraham e Rachel Szor, due degli autori di No Other Land, che racconta la tragedia di Gaza da un punto di vista inedito, che ha lasciato ammutoliti i giornalisti alla proiezione per la stampa e ha ottenuto 25 minuti di applausi alla proiezione ufficiale in Sala Grande.

Scherzetto è una storia piccola, intimista, girata tra quattro mura.  E un balcone, il vuoto, le voci della strada che risalgono con la loro oscena vitalità, e poi la sfida tra un nonno e un nipotino. Il nonno, Daniele Mallarico (Toni Servillo), ha superato i settant’anni, è un noto illustratore che, ormai vedovo, vive da solo a Milano. Il nipote si chiama Mario, cinque anni, una peste che parla come un libro stampato, conosce tutto, sa fare tutto, spiega ogni cosa. I suoi genitori sono orgogliosissimi di lui. È stata proprio la figlia Betta a chiedere a Daniele di tornare a Napoli, nella casa di famiglia, per tenere per qualche giorno Mario mentre lei e il marito, Saverio, sono fuori per un convegno, ma certo non poteva immaginare… Tra quattro mura e un balcone, si consuma un vero e proprio duello che mette Daniele di fronte ai suoi fantasmi. Martone ha voluto fortemente dirigere questo film, che doveva essere affidato a un giovane regista, per quanto aveva amato il libro di Starnone. E ha voluto girarlo in una vera casa, e non ricostruire i set in studio, perché tutto fosse più reale e si sentisse il senso del luogo chiuso, un luogo che ha una storia, un passato, che spaventa. E poi il balcone, qualcosa che fa paura. “Io soffro di vertigini, come credo Mario Martone” ha raccontato Toni Servillo. “Trovo efficace la metafora del balcone come immagine della paura di fronte non tanto all’altezza, ma al vuoto. Il mio Daniele sente che è il vuoto che ha dentro di sé”. “Mi affascina che il mio personaggio si interroghi sul suo valore” ha aggiunto. “A un certo punto si domanda: io corrispondo alle cose che faccio? O mi sono costruito un’immagine di me sulla base del credito che gli altri mi hanno dato?”. Sono interrogativi che, se ci pensiamo, sono universali.

Si cambia completamente registro se si pensa a NAZA di Yuva Abraham e Rachel Szor, che, come si può immaginare, è un film che ha sconvolto Venezia e che probabilmente dirà la sua quando si tratterà di assegnare i premi. Il film è un documento importante e scomodo: sono state raccolte le testimonianze di 24 membri dei servizi segreti e dell’esercito israeliano che dopo il 7 ottobre del 2023 hanno partecipato alla distruzione di Gaza. Il documentario è breve (solo 80 minuti), freddo, incisivo e non arriva a conclusioni. Vuole solo raccontare come vengono sacrificati uomini, donne e bambini: NAZA è proprio l’acronimo che viene usato in Israele per definire i danni collaterali. Ecco cosa hanno spiegato gli autori nelle note di regia. “Molte delle rivelazioni contenute nel film sono state pubblicate quasi subito dopo che ne siamo venuti a conoscenza, nei mesi successivi agli attacchi del 7 ottobre, da The Guardian (tra i produttori di NAZA), in collaborazione con i partner d’inchiesta +972 Magazine e Local Call. Il film ci permette di esplorare qualcosa di più profondo rispetto al solo giornalismo d’inchiesta: non solo le parole pronunciate, ma anche quelle non dette, il silenzio. Spetta a tutti noi rompere quel silenzio”. Vedremo l’impatto che un film di questo tipo avrà tra i premi del Festival di Venezia.

di Maurizio Ermisino per DailyMood.it

0 Users (0 voti)
Criterion 10
What people say... Leave your rating
Ordina per:

Sii il primo a lasciare una recensione.

User Avatar
Verificato
{{{ review.rating_title }}}
{{{review.rating_comment | nl2br}}}

Di Più
{{ pageNumber+1 }}
Leave your rating

Il tuo browser non supporta il caricamento delle immagini. Scegline uno più moderno.

Continue Reading

Cine Mood

Venezia 83: Vanessa Scalera e Alba Rohrwacher protagoniste di due storie forti

Published

on

Giornata di donne, ieri a Venezia, e anche di grandi autori. Le protagoniste della giornata di mercoledì 9 settembre al Lido sono state due attrici diversissime, Vanessa Scalera e Alba Rohrwacher. Così come sono due mondi diversi i registi che le hanno volute come protagoniste per i loro film: Edoardo De Angelis con Il fuoco che ti porti dentro e Stephane Brizé con Un bon petit soldat. Sono stati questi film, insieme a Dau del regista dissidente russo Il’ja Chržanovskij, ad animare il concorso di ieri. E sono stati tutti piuttosto apprezzati. Come è stata particolarmente apprezzata, sul red carpet, Alba Rohwacher per la sobria eleganza, nel suo completo composto da blusa bianca e gonna lunga nera di Prada, che cita un famoso look degli anni Novanta di Carolyn Bessette.

Il fuoco che ti porti dentro di Edoardo De Angelis è la storia di una madre autoritaria e invadente, interpretata da Vanessa Scalera, che da Napoli sale a Milano per passare le feste con il figlio (Lino Musella). Lui non ne è felice, non la sopporta, ma prova a contenersi in nome della moglie e dei figli. Ma lei è molto determinata, ha una buona parola per tutti, non molla di un millimetro. Così come non lascia un attimo di respiro la macchina da presa, sempre addosso agli attori per provare a scrutare dentro di loro mentre la regia li costringe in uno di quegli spazi chiusi dove le situazioni sono destinate ad esplodere. I riferimenti del film che sono stati fatti vanno da Parenti serpenti a Natale in casa Cupiello fino a Festen, ovviamente nello stile diverso e personale di De Angelis. Vanessa Scalera ha definito questo “il ruolo della vita”. “Io l’ho dovuto immaginare, perché non sono madre” ha aggiunto. “Il mio personaggio è una madre non madre, quasi sprovvista di empatia. Forse mi ha aiutata non avere figli. In lei c’è il godimento di dire parole altisonanti… è profondamente attrice, come scrive anche Franchini nel libro da cui è tratto il film”. Per l’attrice di Imma Tataranni è un passo avanti, una svolta nella carriera. “Se avessi continuato con quel personaggio non avrei incontrato questo” ha detto. “Ho cercato questa strada, dandomi un obiettivo circa la serialità: 5 anni. Poi mi sono buttata”.

Un bon petit soldat di Stephane Brizé è un discorso che continua ormai da molti film, un viaggio nell’alienante e crudele mondo del lavoro di oggi. Alba Rohrwacher è Carla, responsabile delle risorse umane in una società di assicurazioni guidata da un capo autoritario, interpretato da Vincent Lindon. Quella competitività è stata recepita in qualche modo da Carla, e lei cerca di trasmetterla al figlio, cosa che non piace al marito, separato. E Carla, a un certo punto, si trova davanti a una scelta che la farà riflettere su se stessa. “Il mio è un atto politico” ha raccontato. “Questa donna è parte di un sistema costruito su meccanismi di sopraffazione violenti a cui, senza neanche rendersene conto, ha aderito, al punto di replicarli nella vita privata con il figlio. Si trova a scendere a compromessi che mettono in discussione la sua integrità, la sua scala di valori”. La scelta difficile avviene quando esplode un caso di mobbing. E si deve confrontare con il suo capo, scaltro e spietato. “È un film politico e in qualche modo anche femminista” ha dichiarato l’attrice. “Ci dice che il sistema è malato e chi prova a preservare la propria integrità è destinato a soccombere”.

di Maurizio Ermisino per DailyMood.it

0 Users (0 voti)
Criterion 10
What people say... Leave your rating
Ordina per:

Sii il primo a lasciare una recensione.

User Avatar
Verificato
{{{ review.rating_title }}}
{{{review.rating_comment | nl2br}}}

Di Più
{{ pageNumber+1 }}
Leave your rating

Il tuo browser non supporta il caricamento delle immagini. Scegline uno più moderno.

Continue Reading

Trending