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La poetica del frammento nelle opere di Paride Ranieri come mood dell’arte

T. Chiochia Cristina

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L’arte è sempre più “mood in the mood” ovvero quasi “in-attesa” e spezzettata in tanti singoli frammenti.
Ne sono un valido esempio manifestazioni alcune internazionali come la Wopart- work on paper art fair di Lugano che da tre anni oramai, esplora il contemporaneo anche attraverso materiali, in questo caso della carta.
Ma anche in Italia le gallerie d’arte e location prestigiose sono sempre più interessate all’utilizzo di supporti e nuovi materiali come gesto artistico dell’ io che si esprime liberamente.
Ne sarà un esempio l’inagurazione l’8 novembre 2018 alle 18.30 della personale del pittore Paride Ranieri a Milano, artista celebre per la performance contro la guerra a Milano lo scorso anno, dove un piccolo carro armato è stato realizzato con bossoli usati di fucile.
Dunque a settembre, al Centro Esposizioni di Lugano , La “fiera internazionale” organizzata dal Lobo Swiss e diretta da Luigi Belluzzi, ha permesso a più di 100 espositori di cui ben 85 gallerie, provenienti da 16 paesi di offrire un confronto schietto su di un panorama dell’arte e del collezionismo sempre più ampio di opere realizzate con materiali differenti, come la carta ma esiste davvero un “mood dell’arte” come poetica del frammento al fine di poter padroneggiare la volontà attraverso le nostre emozioni?

Per rispondere a questo, incontriamo proprio Paride Ranieri nel suo studio, con quella voglia di capire se rendere la comprensione artistica più umana sia davvero un lusso e per chi.
Classe 1966, il pittore comincia il suo racconto tra la citazione del corso di Storia Contemporanea a Milano ed a Roma oltre che ai suoi studi artistici presso l’accademia di Brera dove ha avuto modo anche di seguire gli insegnamenti del maestro L. Fabro.

DailyMood.it:  Grazie per averci concesso questo tempo insieme. Ci racconti di Lei, da dove comincia il suo lavoro artistico in particolare la sua arte del finger painting?
Paride Ranieri: Grazie a voi per l’interessamento. Direi da molto lontano. Sicuramente dal mio lavoro. Perchè ho lavorato in uno studio di architettura, alla scenografia teatrale e cinematografica [con Dino de Laurentis Group Usa/Italy n.d.r], ho svolto una pluriennale collaborazione con la Pirelli Pneumatici per cui ho girato il mondo, allestendo eventi promozionali, nazionali ed internazionali dal 1999 al 2007, questo il mio prima.

DM: Ed il suo dopo? Quale e quando è stato il punto di svolta, se c’è stato per la sua poetica del frammento, dove appunto il luogo privilegiato è appunto la metropoli moderna che addirittura l’hanno portata a lavorare con la tecnica del finger painting con gli ossidi di ferro, ovvero lo smog, materiali inediti insomma e tanto cari al mondo dell’arte e delle gallerie?

P.R.: Gli anni 2000 sono stati molto importanti. Perchè nel 2000 ho aderito per esempio al gruppo di artisti chiamato “Arte inattesa” e da lì ho partecipato a molte performance e personali, mostre colletive in Spagna, Italia, America. E nel 2006 arrivano anche le collaboriazioni con le gallerie Fabrica Eos di Milano e Glauco Cavaciuti a Milano e nel 2010 sono assistente del maestro R.Nonas per una nota installazione. Nel 2014 ho partecipato addirittura ad una mostra collettiva chiamata “il ritratto di un gallerista”. La mia poetica del frammento ha in sè una sorta di contemplazione quasi necessitasse di un linguaggio immediato, creando per questo meraviglia. Un atto creativo che diventa realtà artistica in frammenti di volta in volta quasi “riscattati”, quasi fossero un “potenziale da emancipare” come i miei lavori di china colore e aria compressa o la china su carta, fino alle tecniche miste ed appunto alle mie tele di grandi dimensioni, interamente create con la tecnica del finger painting con ossidi di ferro e disinfettanti.

DM: Ed ora? E’ possibile essere liberi creatori di un’opera d’arte attraverso materiali anche inediti per l’arte è possibile? E’ possibile descrivere una dimensione progressiva della modernità così evocativa nel mood dell’arte?

P.R. : Si. Il mondo dei frammeti e della contemplazione diventano qualcosa di importante proprio grazie all’uso di materiali e tecniche molto differenti tra di loro come le polveri, le ossidazioni, i disinfettanti. Dico spesso che l’immagine deve poter dire qualcosa ma in un rapporto di identità o di differenziazione molto forte. E in questi tempi l’arte rinvia spesso alla propria immagine , a ciò che è o il suo esatto contrario. L’interesse c’è. Tanto che un Museo come il Mu.Sa di Salò per esempio, ha acquistato due mie opere per la loro collezione permamente, direi quindi che c’è molta attenzione a questo desiderio dell’arte del frammento.
I miei lavori con le polveri e con la china ad aria compressa, per esempio, sono sviluppati come ricomposti, nell’atto di emergere, in quel senso evidente di dover sacrificare un ordine prestabilito per una unità sintetica tra frammentarietà e precarietà che però permette in questo modo la creazione (e ri-produzione n.d.r.) di un pensiero infinito sempre nuovo.

DM. : Concludendo quindi Lei trova nei lavori di poetica del frammento ha senso parlare di una continuità con la tradizione come vero mood dell’arte?

P.R.: Cito spesso il ritrovamento della statua del Laocoonte nel 1506. La poetica del frammento diventa quel “succederà” possibile. L’opera ritrovata diventa valore superiore alla copia romana o alla copia in sè. Noi siamo e saremo sempre neoclassici. Posso solo dire questo.

Frammento essenziale dove la pittura viene usata sia per quadri di grandi dimensioni che per fogli di carta o per la scultura; così come i materiali: polveri di ferro, disinfettanti, proiettili, plastiche e molto altro. Non resta che aspettare l’inaugurazione della mostra dell’8 novembre p.v., nel celebre esercizio storico del Giamaica nella zona di Brera a Milano, che fu ritrovo indiscusso di intellettuali ed artisti che ben esprimevano questo mood dell’arte come “mood in the mood”.

di Cristina T. Chiochia per DailyMood.it

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Simone D’Angelo: The Next Italian Top Model?

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Many different paths born from the same icon, all made to see what’s next. This is the Wayfarer Family.

Nel corso dei suoi settantacinque anni di storia, Ray-Ban si è rivelato un accessorio indispensabile per le icone culturali che non vogliono semplicemente essere viste, ma vogliono essere notate. Ray-Ban ha lasciato un segno indelebile nella storia della cultura.

Il 1952 è l’anno del modello Ray-Ban Wayfarer, dall’iconica montatura squadrata che è stato disegnato da Raymond Stegeman e che ebbe un successo senza precedenti fin dagli esordi, capace di soddisfare i gusti glam della Hollywood del dopoguerra tanto da essere indossato da vere e proprie leggende del grande schermo. Nel tempo i Ray-Ban WAYFARER divengono uno degli accessori più inconfondibili nella storia della moda.

E proprio in questi giorni gli amanti dell’eyewear e i più accaniti fashion addict possono avere il piacere di ammirare l’ ultima campagna web di Ray-Ban #wayfarer.
Le atmosfere sono quelle a cui il brand di culto ci ha abituati: risate, corse, orgoglio, fiducia in sé in un’atmosfera urban dai colori soffusi.

DailyMood.it ha avuto il piacere di intervistare uno dei protagonisti di questa campagna web: Simone D’Angelo.

Ecco cosa ci ha raccontato.

DAILYMOOD.IT: Buongiorno Simone, innanzitutto grazie per la tua disponibilità. Partiamo subito chiedendoti di raccontarci di questa fantastica esperienza che, per un modello giovane come te, immaginiamo essere unica.

Simone D’Angelo: Buongiorno. Vorrei innanzitutto ringraziarvi.
Confrontandomi con dei colleghi, ho capito che in questo lavoro non ci si prepara per essere i migliori bensì, per essere pronti nel momento giusto; allenamento, dieta e positività sono indispensabili tutti i giorni.
Per quanto riguarda questa mia ultima esperienza: qualche giorno dopo il casting ho ricevuto la chiamata dal booker con la quale mi ha comunicato di essere stato confermato per il lavoro. Non saprei dire chi dei due fosse più contento!
La consapevolezza di lavorare per un grosso brand, ha aumentato ulteriormente il mio impegno e la soglia della mia attenzione durante tutto il giorno di lavoro.

DAILYMOOD.IT: Il nome WAYFARER significa letteralmente VIANDANTE. Per il tuo stile di vita e per le esperienze che fai giornalmente, ti senti un po’ così anche tu?

Simone D’Angelo:
Sicuramente è un lavoro che ti porta a viaggiare molto e a fare diverse esperienze, quindi sì, direi che viandante è appropriato.

DAILYMOOD.IT: Ray ban è un brand diventato cool fin da subito, indossato da sempre da moltissime star . James Dean in Gioventù Bruciata, Robert De Niro nel film Taxi Driver, Clint Eastwood in Ispettore Callaghan: il caso scorpio è tuo, e ancora Tom Cruise in Top Gun, Denzel Washington in Malcolm x Will Smith e Tommy Lee Jones in Men in Black, Jonny Depp In paura e delirio a Las Vegas , solo per citarne alcuni.
A quale di queste star potresti sentirti piu vicino e perché?

Simone D’Angelo:
Degli attori appena citati ho solo gli occhiali simili a quelli indossati da Jonny Depp in Paura e delirio a Las Vegas (ride…). Per il resto preferisco ispirarmi ad icone di alto livello ma nel settore della moda.

DAILYMOOD.IT: Passando ad altro…come è nata la tua passione per la moda? E quando hai capito di voler fare il modello?

Simone D’Angelo: Qui rispondo a domande invertite. Ho capito di voler fare il modello quando ho capito che potevo farlo. Dopo che ricevi diversi feedback positivi da persone del settore, incominci a crederci. All’inizio era solo un gioco… la passione per la moda è nata con il passare del tempo, frequentando e soprattutto lavorando in questo settore.

DAILYMOOD.IT: Cosa pensi ti renda diverso da altri ragazzi che hanno intrapreso la tua stessa professione?

Simone D’Angelo:
La voglia, soprattutto in questo settore, fa la differenza. Ho visto tanti ragazzi che esteticamente avrebbero forse avuto più chances di me, mollare dopo qualche feedback negativo. La voglia ti porta ad essere determinato e costante.

DAILYMOOD.IT: Quanto è importante per te il benessere fisico e mentale e cosa fai per riuscire a mantenere entrambi?

Simone D’Angelo: Sono fondamentali, “mens sana in corpore sano”. Faccio sport da quando avevo 6 anni, è un ottimo antistress naturale. Dove non arriva lo sport subentra il pensiero positivo. Cerco di trovare del positivo in ogni esperienza, soprattutto in quelle negative.

DAILYMOOD.IT: Qual’ è l’esperienza lavorativa che ti ha appagato di più fin’ora?

Simone D’Angelo: Ray-ban è stato il raggiungimento di un obbiettivo, la consapevolezza di poter lavorare con grandi brand e paradossalmente, anche un ulteriore punto di partenza…ma la soddisfazione più grande, penso di averla avuta con la campagna uptobe.
E la maggior conferma l’ho avuta da mio padre che per mesi mi ha chiamato stupito per sapere se fossi io sul giornale(ride), sapendo soprattutto quanto tempo ci ho messo per fare credere anche lui in questo lavoro.

DAILYMOOD.IT: una recente ricerca ha evidenziato il fatto che il 65% circa delle griffe si affida all’influencer per le proprie campagne. Cosa pensi di questo binomio?

Simone D’Angelo: Se parliamo di “campagne social” secondo me è un binomio che funziona molto, anche perchè i social sono un mezzo di comunicazione molto veloce ed efficace. Magari inviterei i brand a fare un’indagine di mercato più approfondita per scegliere a chi affidare la propria immagine. Oggi non ci vuole molto a fare un investimento sbagliato che porta ad una pubblicità nulla.

DAILYMOOD.IT : Si è da poco conclusa la Milano Fashion Week Men’s. Potendo scegliere, per quale stilista ti piacerebbe sfilare?

Simone D’Angelo: Mi sarebbe piaciuto sfilare per Diesel, è uno dei miei brand preferiti. Di quelli presenti ora in FW penso che Armani sia uno dei pochi se non l’unico, che può farti fare un ulteriore salto di qualità, ma ad essere onesto ambisco a lavorare per altri brand, diciamo fuori dalla dimensione sartoriale e più vicini al mondo dello street style.

DAILYMOOD.IT: Stai per laurearti in Scienze Motorie. Innanzitutto complimenti! Dopo questo importante traguardo, come vedi il tuo futuro e in quale campo?

Simone D’Angelo: Cerco di tenermi più strade aperte. In questo momento c’è la moda ma la voglia di diventare professore di educazione fisica non è tramontata. Con il tempo capirò meglio quale è il ruolo più giusto per me.

DAILYMOOD.IT: chi è Simone nel privato? I tuoi hobbies e le tue passioni?

Simone D’Angelo: Negli ultimi due anni penso di essere cambiato molto, ho avuto diversi impegni che mi hanno spinto ad una continua ricerca della tranquillità, ma so benissimo che con l’andare avanti degli anni il tempo libero sarà sempre meno. Do tutto me stesso in ogni strada che decido di percorrere o in ogni obbiettivo che voglio raggiungere. Ho capito che stavo dando troppa importanza ai social e ho cambiato anche il modo di usarli, i bei momenti e quelli meno, con le persone a cui tengo preferisco tutelarli in una dimensione privata. Evito di far arrivare messaggi in maniera indiretta, la reputo immatura come cosa. Sono abituato ad organizzarmi seguendo degli schemi e se qualcosa va storto i piani di riserva esistono apposta. Dico sempre quello che penso, a molti può non piacere, non m’importa, è una cosa che amo di me. Per capire cosa voglio o non voglio ci metto poco. Se sussiste un problema, in ogni ambito, preferisco risolverlo subito. Per il resto, le mie giornate sono suddivise tra sport, studio, casting, lavoro, amici e miei genitori ai quali mi rivolgo spesso per chiedere consigli. In tutto questo trovo sempre il tempo di mangiare (ride..), inserisco il cibo tra le mie passioni, insieme al calcio, la moda ovviamente e gli “anime”.

DAILYMOOD.IT: progetti a breve termine?

Simone D’Angelo: Ora la mia priorità è la laurea. Una volta raggiunto questo importante traguardo, credo sia arrivato il momento di confrontarmi, come modello, con esperienze internazionali e non solo italiane.

DAILYMOOD.IT: A breve tornerà il consueto appuntamento con uno degli eventi cinematografici più importanti: Il festival del Cinema di Venezia.
In quanto testata che si occupa anche di cinema, non possiamo esimerci dal chiederti: film e attore preferito?

Simone D’Angelo: Non ho esattamente un film preferito, ma ne ho diversi che ho rivisto più volte come ad esempio Shutter Island (Di Caprio ha sempre il suo perché!), Cambia la tua vita con un click, Southpaw, Cinquanta volte il primo bacio. Amo molto i film della Marvel…. Jake Gyllenhaal in questo periodo, è il mio attore preferito.

Simone D’Angelo: Vorrei rubare qualche secondo per ringraziare i miei genitori che mi sostengono da sempre, la mia agenzia (Brave Model Management) che mi supporta e sopporta (ride…). Colgo anche l’occasione per salutare i miei amici più cari e la redazione e i lettori di DailyMood.it che hanno speso 5 minuti di tempo per conoscermi meglio.

DAILYMOOD.IT: Grazie a te per averci dedicato il tuo tempo e in bocca al lupo per i tuoi progetti futuri.

Instagram: @simondangel
Faceboock: https://www.facebook.com/simone.dangelo.58

 

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Gold Mass. La Nuova Goldfrapp è italiana.

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Chiudete gli occhi e ascoltate. Crederete di essere in un club di Bristol a metà degli anni Novanta. Invece siamo in Italia. Emanuela, in arte Gold Mass, in quegli anni era probabilmente giovanissima, ma è miracolosamente riuscita a ricreare un suono che credevamo non si potesse ascoltare più. Tantomeno in Italia. L’album di Gold Mass, Transitions, che uscirà in primavera, è prodotto da Paul Savage, già produttore di Mogwai, Franz Ferdinand, Arab Strap, che ha voluto lavorare sul suo progetto dopo aver ascoltato alcune demo che aveva inviato per mail. Avete presente quelle cose che si fanno, non sperando nemmeno in una risposta? Invece Savage ha risposto e insieme a lui hanno risposto altri grandi produttori, tra cui quell’Howie B che conosciamo tutti per il lavoro con Björk, gli U2 e Tricky. Emanuela è laureata in fisica e lavora nel reparto di ricerca e sviluppo di una multinazionale tedesca: si occupa di acustica e passa il suo tempo in laboratorio a fare misure e simulazioni virtuali. La sua vita è totalmente immersa nel suono, che siano rumori industriali o le eteree composizioni della sua musica. Dove finisce uno inizia l’altro. Il suo è un progetto completamente indipendente, completamente autofinanziato. E, questa è la cosa più bella, è tutto al femminile. In un mondo che sembra ancora restio a dare spazio alle donne, ci sono donne che se lo prendono da sole.

Ascoltare la musica di Gold Mass è impressionante. Sembra davvero di essere stati ibernati per vent’anni e ritrovarsi in quegli anni Novanta in cui c’è stata l’ultima rivoluzione musicale, dove si sperimentava. Erano gli anni della musica elettronica, del trip hop, di artisti come i Massive Attack, i Portishead e Goldfrapp. Emanuela riesce a creare un suono morbido, avvolgente, sinuoso e insinuante. A volte oscuro, a volte più solare, ma velato di malinconia. Our Reality è il classico che mancherebbe ai Portishead dopo Glory Box e All Mine. Happiness in A Way potrebbe essere uscita da un disco di Goldfrapp. May Love Make Us ha il beat potente di certi brani di Mezzanine dei Massive Attack. E su tutto c’è la sua voce: a volte eterea, a volte sensuale, a volte più potente, sempre pulita, mai virtuosistica ma sempre funzionale all’ambiente sonoro dove si trova. E tra i sintetizzatori c’è anche spazio per strumenti più classici, come il pianoforte.

IL PIANO, MOZART, POI I BEATLES E….

Sì, perché quello di Emanuela non è il lavoro di qualcuno che ha studiato un tipo di sound e lo ha riprodotto. Non sarebbe stato lo stesso. Il suo è un percorso che viene da lontano, e da altri mondi. “Come musicista sono pienamente classica: da quando ero bambina ho preso lezioni di pianoforte, il mio iter è stato quello di qualsiasi pianista, la musica che suoni e ascolti è prettamente classica” ci racconta. “Questo ti dà un bagaglio completo, perché conosci la musica che è successa centinaia di anni fa. Qualsiasi cosa ha lasciato una traccia, le leggi dell’armonia sono le stesse che funzionano oggi e che usava Mozart all’epoca. Capire questo è importante, altrimenti si è come uno scrittore senza aver mai letto i classici della letteratura”. “In casa giravano i dischi dei Beatles, e da lì ho poi straripato, tutto quello che era il rock anglosassone, e poi americano, l’ho divorato. È come una grammatica”.
Sembra che Emanuela sia cresciuta a pane e trip-hop, ma è arrivata alla musica elettronica solo recentemente, dopo aver ascoltato il post rock, il progressive. “E non mi è risultata piacevole da subito” ci confessa. “È stato ascoltando il lavoro di Nils Frahm che mi sono innamorata dell’elettronica, la sua è una musica raffinata, che unisce l’elettronica alla classica e per questo motivo mi ha in un certo senso accolto verso questo nuovo mondo sonoro”.
E l’elettronica è una confezione, un punto di arrivo per delle canzoni che hanno un’anima intima e acustica. “Il momento della scrittura per me è quasi sempre voce e pianoforte” ci racconta Emanuela. “Poi ricerco i suoni al sintetizzatore per creare l’atmosfera che vorrei avesse il pezzo”. “All’inizio non sapevo se questa cosa dovesse essere ridimensionata” continua. “Io scrivo al piano, è il mio strumento a cui sono inevitabilmente legata. Nel pezzo Mineral Love, ad esempio, questo legame con il pianoforte è parecchio evidente: quando l’ho fatto sentire a Savage gli ho detto che mi sembrava di aver scritto una melodia molto italiana, e gli chiesto di aiutarmi a ridimensionarla. Mi ha risposto: assolutamente no”. I riferimenti agli artisti che vi abbiamo citato non sono mai troppo voluti. “A me succede così” ci confida l’artista. “Non è mai una cosa esterna che mi fa scrivere. Sono affascinata dai Blonde Redhead, credo si senta molto nella musica che faccio: ma scrivere un testo pensando esplicitamente a un mondo musicale credo sia sbagliato. E’ tutto quello che ascolto che esce fuori, ma in una forma nuova”.

LA FELICITÀ È UN ATTIMO.

La musica di Gold Mass è notturna, carezzevole, intima. Come lo sono i testi, introspettivi e personali. “Nascono tutti da un momento molto particolare” ci confida Emanuela. “Ho bisogno di scrivere: per me la musica è una terapia, scrivere mi fa stare meglio, la mia inquietudine si ritrova qua dentro. È un esorcismo, un tentativo di confessione, nascono tutte nello stesso periodo”. “Non ci sono momenti allegri o tristi” continua. “Happiness In A Way in realtà è un pezzo malinconico, perché la felicità sono piccoli momenti che ci capitano. La serenità è un’altra cosa. Nella canzone ho messo un pezzo di pianoforte, che mi ricorda di quando ero bambina. Tutti i pezzi, anche quelli che sono cupi, nei ritornelli hanno aperture più forti. Quando scrivi senza filtro viene fuori quello che sei”. Happiness In A Way è il primo singolo di Gold Mass, seguito da Our Reality e May Love Make Us. “Our Reality è l’ultimo pezzo che ho scritto, pochi giorni prima di entrare in studio con Savage” ci racconta l’artista. “È il più vicino a quello che ho in mente di fare. Ha un incedere ipnotico. L’ho scritto sul sintetizzatore, e non sul pianoforte: ho cercato un suono che fosse morbido, per l’arpeggio, e che avesse una sequenza di note ipnotica, che fosse un’altalena, che cullasse, come quei loop che non finiscono mai e ascolteresti sempre”. “Ho messo anche molta attenzione al suono iniziale cercavo un suono grave che descrivesse un sipario si apre. Mi ricorda di quando, da piccola, andavo a teatro con mio padre ed ero affascinata da tutto” continua. “La parte finale del pezzo è un po’ surreale: c’è un mio parlato, che non era per nulla voluto. Avevo preparato il progetto, la struttura del pezzo, ma la coda era qualcosa di indefinito: una volta finito di cantare ho iniziato a descrivere a parole al produttore le idee che avevo in mente per quella parte finale; ma lui non rispondeva. L’ho raggiunto in sala regia, e mi ha detto ‘qui lasciamo la tua descrizione di quello che volevi’”. “In questo i produttori sono magici” riflette. “Non avrei mai permesso che un produttore modificasse la mia natura. E non è stato il suo caso: ha cercato solo di tradurre quello che ero già io”. Our Reality è anche il pezzo che più rappresenta il periodo che sta vivendo Gold Mass.È la sensazione di quando hai in mente degli obiettivi e li vuoi raggiungere” ci spiega. “Raggiungerli o meno non è scontano, non siamo in un film con l’happy end. Quando hai una tensione verso una meta e temi di non raggiungerla, ti crea una certa inquietudine. Ma a pensarci bene non è poi così importante: il mondo vive anche senza il mio disco… e assolutamente anch’io, potrei benissimo decidere di non pubblicarlo affatto. Quello che conta sono le relazioni umane. La nostra realtà è quella”.

VIVERE NEL SUONO.

L’attenzione per i suoni di Gold Mass è altissima. Perché Emanuela vive nel suono, lo respira, lo controlla, continuamente. Dove finisce il lavoro inizia l’arte. “Io ho la testa alle frequenze sempre: qualsiasi suono io ascolti cerco di rispiegarmelo per come viene emesso, anche quando sento piantare un chiodo” ci spiega. “Al lavoro, come funziona l’emissione di uno strumento musicale mi è stato molto utile per capire come funzionano l’emissione sonora di sorgenti che sono molto complicate, dove ci sono commistioni di meccanica e fluidodinamica, soprattutto quando la devi spiegare a qualcuno. Pensiamo a quando devi trovare una soluzione per una sorgente che è troppo rumorosa; in musica è esattamente il contrario: vuoi una cosa che, con la minima energia, dia il maggior volume. Io vivo in un trip completo. È come se stessi sempre al lavoro, o come se stessi sempre facendo musica”.

VI PRESENTO PAUL SAVAGE.

Ma come è nata la storia dell’incontro con un produttore internazionale come Paul Savage? “Avevo scritto questi pezzi ed ho pensato: ‘ho bisogno di trovare un produttore perchè il mio desiderio è fare le cose sul serio e nel modo più professionale’” racconta Emanuela. “Ho pensato agli album che mi avevano lasciato un segno. Ho conosciuto Savage soprattutto attraverso gli Arab Strap ed ho provato a cercare questi album su internet per capire chi li avesse prodotti. Ho trovato così i siti dei produttori ed ho preso a mandare le mie demo, pensando che non avrei neanche mai ricevuto risposte. A un certo punto invece ho cominciato a riceverne”. Ma quanto ha inciso il lavoro di Savage sulla sua musica? “La sua mano è su ogni pezzo dell’album, alcuni suoni li abbiamo trovati insieme nello studio c’erano altri sintetizzatori e li abbiamo utilizzati. “Savage è una persona veramente sensibile, io sono timida ed ero un po’ tesa, non sapevo che persona stavo per incontrare. È stato un incontro tra persone che non si pestavano i piedi”. L’album di Gold Mass è stato registrato a Pisa e mixato a Glasgow, mentre il mastering è stato fatto in America.

INDIPENDENTE, E FEMMINILE.

Oggi va di moda la parola “indie”, che sta per indipendente e ormai contraddistingue un genere, un cliché. Gold Mass è un progetto davvero indipendente ed un progetto tutto al femminile. “Io mi diverto moltissimo, sto lavorando intensamente e ricevo una grande gratificazione da quel che faccio” ci racconta l’artista. “In genere i musicisti sanno esclusivamente suonare e scrivere. Questo tipo di professionalità funzionava quando attorno c’erano ancora etichette discografiche con potere e soldi da investire sugli artisti. Ma oggi la realtà è ben diversa. Le etichette sono per lo più impoverite ed in genere investono solo su progetti già ben avviati, ossia da cui sono sicure che avranno un ritorno economico nell’immediato. Oggi un artista emergente è invitato a diventare anche imprenditore di sé stesso, a mettere il capitale, ad accollarsi il rischio che ne deriva e ad occuparsi dell’aspetto manageriale. Personalmente, l’idea di gestire pienamente la comunicazione al pubblico del mio lavoro, contattare giornalisti, studiare il funzionamento di una piattaforma digitale e gestire in modo autonomo il mio budget, è qualcosa che mi affascina. Io mi occupo anche di tutto questo. E la cosa bella è che mi dà soddisfazione. Se questo disco non arrivasse mai a un obiettivo, fa niente: nel frattempo ho goduto ogni momento del percorso”.

di Maurizio Ermisino per DailyMood.it

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OUT OF THE BOX Maria Elena Savini Jewels

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PITTI IMMAGINE UOMO
95° edizione
Salon of Excellence

Scatoloni, immagini, sguardi sulla natura, il fil rouge della 95 esima edizione di Pitti Immagine con dieci enormi immagini fotografiche posizionate in dieci punti prospettici della Fortezza da Basso.
Dieci sguardi sulla natura, la ricerca all’urban culture, racconti di anni in cui l’abbigliamento ha fatto da connettore tra singoli e comunità animati dalla stesso interesse per arte, musica e moda, scatole chiuse, pronte ad aprirsi per mostrare ognuna delle immagini per portare l’attenzione sul legame profondo con la natura che l’uomo e la società devono preservare come uno dei doveri irrimandabili.

L’8 gennaio, durante la 94a edizione di Pitti Immagine Uomo, si è tenuta la 10a edizione di Salon of Excellence, nell’elegantissimo Hotel Excelsior. Quest’anno la DeGorsi Luxury Consulting, ente organizzatore di Alex Djordjevic e Cris Egger, propone un Salon of excellence in versione innovativa in cui l’importanza ed il loro ruolo di «scouting» di nuovi talenti avviene anche grazie ad aziende accuratamente scelte dove il primo attore è il Made in Italy. Per cui, nell’edizione 95, come in Alice nel Paese delle Meraviglie, dai box che rappresentano il tema di Pitti Immagine, come un giocoliere, sono usciti una selezione di oggetti e capi di abbigliamento con le immagini di un’artista che per la prima volta collabora con la Maison, il Caleidoscopio di colori della Puglia che ispirano i gioielli di Maria Elena Savini Jewels, un legame indissolubile tra l’artista e le sue radici.

Maria Elena ha coltivato il suo amore per l’arte studiando scenografia all’Accademia di Belle Arti e ha scoperto la sua vera vocazione, la ceramica, quasi per gioco, e ne ha fatto oggi il suo successo: una originalissima linea di gioielli dal carattere deciso e femminile.

I suoi sono pezzi unici, artigianali, dove il primo attore è l’uso della ceramica, dove la materia inizia a danzare, lieve, allegra, affascinante, rappresentando tendenze ed espressioni nei gioielli che hanno un anima, la narrativa della storia di Maria Elena, che vuole essere espressa, di volta in volta, in oggetti nuovi, prima in un nuovo gioiello, e poi in un altro, senza fine, creatività e fantasia abbinate in storie nuove e diverse, dove il colore e la forma danno emozioni, in una gara senza tempo, la stilista sa cogliere l’essenza stessa della natura del suo mare, il Mediterraneo, la Puglia, i suoi sottili e quasi impercettibili movimenti per tradurli in un design davvero unico e delicato, leoni, fenicotteri e sinuose bestie marine, ciliegie e olive glassate di oro e di bianco, deliziosi ricci di mare puntellati d’oro, incantevoli mezzelune che riflettono i tramonti mediterranei.

Collane, orecchini, bracciali, anelli, tutte sculture originali, proponendo l’oro e la ceramica nei colori più ricercati ed insoliti, esaltando nei singolari giochi di luce ed ombra la raffinata originalità delle forme. l’armonia soffusa tra luci e colori e la cura certosina per i dettagli che rende ogni gioiello assolutamente unico ed inconfondibile. Ogni gioiello è un racconto, contaminato da pietre preziose, per contemporanee testimonianze di donne senza tempo all’insegna della seduzione, è estrapolata dalla fantastica collezione di immagini che uniscono la pittura alla vita vera, la fantasia alla realtà, oltre ad grande ironia e capacità in ogni lavoro, una delicatezza che è imposta dall’arte di chi è “dietro” la macchina fotografica, capace di dare un’anima, capace di trasformare le donne meravigliose che li indossano a strumenti per parlare di noi, delle nostre sensazioni, dei ricordi, dei nostri sguardi, le nostre suggestioni fantastiche, in una location sognante come l’Excelsior Hotel con Firenze ai piedi, la design Maria Elena Savini Jewels si trova, come Alice nel “Paese delle Meraviglie” ad essere circondata da friends…..persone che le fanno sorridere il cuore, come dice il Cappellaio Matto, dirigendo con perizia un concerto fatto di suoni, tocchi leggeri e delicatezza di immagini, dunque arte vera, capace di superare i confini tra lavoro e design, creatività, sogno e ispirazione creativa ……altrimenti che cosa è un gioiello?

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