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Mackenzie Davis: il paradiso è un luogo sulla terra

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Avete presente quando incontrate due ragazze, e notate prima la più appariscente, ma poi, pian piano, capite che l’altra è la più interessante? È capitato anche a noi guardando San Junipero, l’episodio più bello della terza stagione di Black Mirror. Tra Gugu Mbatha-Raw e Mackenzie Davis, amiche e amanti in un luogo di villeggiatura negli anni Ottanta, che in realtà è molto di più, avevamo notato immediatamente la prima. Mackenzie Davis era entrata nella nostra vita in punta di piedi, e vestita un po’ così, come una che non voleva farsi notare. Dei pantaloncini corti color beige, un maglioncino a righe di cotone a tinte pastello, e sotto una di quelle camicette a righe su toni del rosa, molto accollata, quelle che a scuola avevano le compagne un po’ morigerate, quelle che non ci filavamo poi troppo. E, soprattutto, un paio di occhialini tondi. Un altro modo per nascondersi, per restare un po’ anonima. Che sia la timida Yorkie di San Junipero, o Mariette, la replicante di Blade Runner 2049, o Tully, la tata notturna che cambia la vita a Margo, la protagonista di Tully, il film di Jason Reitman appena uscito nelle sale, ogni volta che Mackenzie Davis appare su uno schermo è una presenza discreta, sfuggente. Così anche quel nascondersi dietro agli occhialini tondi in San Junipero è un modo per mascherarsi, rendersi inafferrabile.

Mackenzie Davis non è la solita attrice Made In Hollywood. Non lo è prima di tutto perché è canadese, di Vancouver, e sappiamo che è tutto un altro mondo, più discreto, più modesto, più a misura d’uomo. Il volto pulito, la sua statura, la figura slanciata ed elegante avrebbero potuto fare di lei una modella. E Mackenzie, ai tempi del college, ha anche provato a farlo, per un periodo. Ma la cosa, e non avevamo dubbi, non faceva per lei. Non amava essere sballottata da una città all’altra. Ma, soprattutto, non le piaceva l’idea di dover essere bella per tutto il tempo. Anche il suo rapporto con la moda è singolare. Non fa uno shopping ragionato, ma dice di trovare, per caso, cose che parlino di lei. Quando si innamora di un capo lo indossa fino a distruggerlo.

Non è una ragazza appariscente, Mackenzie Davis. Ma, a guardarla con un po’ di attenzione, si rimane ipnotizzati. Prima di tutto da quegli occhi del colore del mare, tra l’azzurro e il verde acqua, piccoli ma profondi, brillanti come pietre preziose. La bocca piccola, sempre un po’ imbronciata, che si apre di rado a una serie di sorrisi, sempre molto misurati. Tutto, in Mackenzie Davis, è molto discreto. La sua carnagione candida, bianco latte; il fisico sottile e slanciato: tutti questi aspetti la rendono perfetta per i personaggi che fin qui ha portato sul grande e sul piccolo schermo. Personaggi eterei, quasi incorporei, quasi irreali. Prendiamo Blade Runner 2049. Una replicante non è umana, lo sappiamo, anche se è in grado di darci sensazioni umane, procurarci piacere, farci innamorare. E, a sua volta, di provare sentimenti. Così la Yorkie di San Junipero, la ragazza che vediamo con il suo corpo e il suo volto in quello che è un paradiso ammantato da luci al neon anni Ottanta, non è umana (non vogliamo svelarvi troppo, pena il mancato godimento della straordinaria trama del film), ma sono umanissimi, veri, profondi, i sentimenti e le passioni che prova. E che cos’è Tully, la tata notturna che viene in arrivo per assicurare qualche preziosa ora di sonno a una neomamma che ha avuto il terzo figlio? È una presenza incantata, fatata. E risolutrice. Come Yorkie, anche Tully, in qualche modo, arriva per cambiare la vita di qualcuno. “Vorrei interpretare delle persone attive, capaci di risolvere dei problemi, non persone che aspettino che altri risolvano dei problemi per loro” ha dichiarato Mackenzie Davis.

Sono quasi sempre così, i suoi personaggi. Come il Mr. Wolf di Pulp Fiction, risolvono problemi. E hanno sempre una loro discrezione e una loro eleganza. Quello che l’attrice sta facendo nel cinema e nella tv di oggi è molto particolare. Da un lato i personaggi misteriosi e magici di San Junipero e Tully. Dall’altro, come se fosse la stessa Yorkie di San Junipero, che vive negli anni Ottanta, a scegliere i suoi ruoli, Mackenzie sembra essere l’attrice perfetta per dare nuova vita a dei classici della fantascienza anni Ottanta. In Blade Runner 2049 ha reso il ruolo di Mariette, androide dedita al piacere, meno volgare e più sfumato di quello che sarebbe stato lecito attendersi: gli occhi solamente un po’ più truccati del solito, i capelli rossi, un tubino arancione e un buffo copricapo. Ma vedremo Mackenzie Davis in un altro film che riprende un mito sci-fi anni Ottanta, quel Terminator 6 che si ricollegherà direttamente ai primi due Terminator di James Cameron. Le prime foto, che la vedono di nuovo con la zazzera bionda di Halt And Catch Fire (la serie tv che l’ha rivelata) e un corpo pieno di cicatrici, sembrano suggerirci che potrebbe essere ancora una figura artificiale. È curioso come molti dei suoi ruoli sembrano essere personaggi frutto della tecnologia, e che capiti proprio a lei che, in Halt And Catch Fire, era un personaggio che la tecnologia la creava: programmava computer.

Si toglie gli occhiali, e li abbandona sulla sabbia di una spiaggia, Yorkie, una volta che ha dato una svolta alla sua vita, e a quella della sua innamorata, in San Junipero. Non ne ha più bisogno. È sempre così in ogni film in cui appare: Mackenzie Davis entra con pudore in tutto quello che fa, ma poi si prende la scena, e il nostro cuore. E così, qualunque schermo abbia davanti, lo fa cadere. Per arrivare dritta a noi. Per ricordarci che Heaven Is A Place On Earth, il paradiso è un luogo sulla terra.

di Maurizio Ermisino per DailyMood.it

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Boldi-De Sica, il meglio della loro carriera insieme

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Dopo tredici anni di separazione, Massimo Boldi e Christian De Sica sono tornati a fare coppia sul grande schermo. L’offerta cinematografica natalizia non li vedrà più, dunque, sfidanti a contendersi il pubblico al botteghino, come è spesso successo nelle ultime stagioni, ma di nuovo insieme, l’uno al fianco dell’altro nello stesso film. E per prepararci ad Amici come prima, dal 19 dicembre in più di 500 sale grazie a Medusa, vogliamo ripercorrere i momenti più divertenti della loro smisurata filmografia. Perché se questa pellicola ci regala una nuova veste della coppia, quello che c’è stato tra gli anni Ottanta e l’inizio del Duemila, rimarrà per sempre una fonte inesauribile di risate e, che piaccia o meno, una pagina epocale del nostro cinema.

Il primo incontro
Sebbene il primo film che li vede insieme nel cast sia I pompieri (1985), la pellicola in cui per la prima volta Massimo Boldi e Christian De Sica fanno veramente coppia sul grande schermo è Yuppies – I giovani di successo (1986) di Carlo Vanzina. Al loro fianco ci sono anche Jerry Calà ed Ezio Greggio, ma nonostante la struttura corale, il comico milanese e l’attore romano regalano duetti e scambi indimenticabili che fanno subito capire che la loro è la nuova coppia del cinema comico italiano. Grande affiatamento, perfetta complementarietà. Del film del 1986, indimenticabile la sequenza che li vede organizzare, data l’assenza delle rispettive consorti, la scappatella con due “facili” ragazze (“te dico solo i nomi… Loredana e Moana”). D’altronde, come recita il dentista Sandro (interpretato da De Sica), “mogli in vacanza inizia la danza”.

Gli anni Novanta e le nuove Vacanze di Natale
La vera epoca dei cinepanettoni inizia nel 1990, con Aurelio De Laurentiis che decide di riproporre il “format” vanziniano delle vacanze in montagna, che ebbe tanto successo nell’83. Alla regia c’è Enrico Oldoini, che dirige Vacanze di Natale 90 e poi Vacanze di Natale 91. Due film con diverse storie che si intrecciano (che vedono tra i protagonisti anche Ezio Greggio, Andrea Roncato, Diego Abatantuono nel primo, e addirittura Alberto Sordi nel secondo), dove però a spiccare sono proprio Boldi e De Sica, che recitano fianco a fianco e rafforzano la loro intesa. Con atmosfere più surreali e demenziali rispetto al passato, i due regalano momenti irresistibili, dalla sfida in Ferrari e la “cena delle sberle” del primo (con De Sica che si sbaglia e fa piedino a Boldi), alla condivisione forzata di una stanza d’albergo nel secondo (con inevitabile quanto improbabile scambio di coppie).

En travesti
Se in Amici come prima, De Sica si finge donna per ottenere il posto di badante del vecchio Boldi, in passato si sono ritrovati entrambi in panni femminili. Vero cult, ad esempio, è l’episodio di Anni 90 con i due attori che, travestiti da donna per carnevale, alla fine si ritrovano con la macchina in panne vicino da un gruppo di prostitute transessuali. Spassoso il momento che li vede cantare in macchina Donna del Quartetto Cetra. Se De Sica in abiti femminili riesce ad avere la consueta eleganza, il risultato di Boldi con pelliccia, body e parrucca è irresistibile. Sempre in abiti femminili li ritroviamo anche nell’antica Roma di S.P.Q.R. – 2000 e 1/2 anni fa, quando si presentano nei panni delle sgraziate cuoche Lella e Nella in casa del senatore Cinico (Leslie Nielsen).

Dall’antica Roma alla Firenze di Lorenzo il Magnifico
Si può ridere del presente anche immergendoci nel passato? Sì, si può, e grazie al genio ironico dei fratelli Vanzina, Boldi e De Sica, dopo la rivisitazione di Tangentopoli in “salsa” romana del citato S.P.Q.R., viaggiano dalla preistoria agli anni Sessanta, passando per la Firenze Rinascimentale e la Seconda guerra mondiali, nel dittico A spasso nel tempo. Indimenticabile l’episodio alla corte di Lorenzo il Magnifico, quando inventano il calcio e consigliano al mecenate fiorentino l’acquisto di Batistuta, così come la sfida contro il lucertolone che attacca le parti intime di Boldi.

La passione per la doccia…
Forse la scena più esilarante della storia cinematografica della coppia Boldi-De Sica è quella memorabile della doccia in Vacanze di Natale 95. Da quel momento in poi, la doccia è diventato un topos ricorrente nella loro filmografia. In Vacanze di Natale 2000, si ritrovano a condividerla con Megan Gale, in Natale sul Nilo rimangono incastrati nel box non riuscendo a fermare il flusso dell’acqua e finendo per sfondare il pavimento e travolgere i poveri Fichi d’India nella stanza al piano di sotto.

Dall’Egitto all’India, i duetti “esotici”
Dopo i risultati al botteghino un po’ deludenti di fine anni Novanta, la resurrezione del cinepanettone arriva con Merry Christmas, che vede Boldi e De Sica in vacanza ad Amsterdam (cult la scena dei piercing). Da quel successo, i due iniziano a viaggiare il mondo con i loro film natalizi. Natale sul Nilo, Natale in India e Natale a Miami (escludendo la parentesi Christmas in Love) sono gli ultimi grandissimi successi della coppia. Qualche volgarità di troppo, ma tante tante risate. Nel primo da ricordare la scena sull’aereo nel deserto egiziano, nel secondo la gita sull’elefante, nel terzo il travolgente momento in cui i due, a casa di un killer, si ritrovano a mangiare testicoli umani. Esageratamente scorretto, per alcuni trash puro, ma in ogni caso l’ultima scena veramente comica della loro lunga carriera insieme. Prima di questo Natale, ovviamente.

di Antonio Valerio Spera per DailyMood.it

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Amy Adams. Infinite sfumature di rosso

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Era già stata una giornalista, sullo schermo, Amy Adams. Era stata Lois Lane, in Superman: Man Of Steel di Zack Snyder. Ma lì eravamo a tutti gli effetti in un altro mondo, quello dei fumetti, e, pur essendo un personaggio umano, la sua Lois era indubbiamente un carattere stilizzato. In Sharp Objects, la nuova serie cult HBO, in onda su Sky Altantic, la sua Camille Preaker è un personaggio reale e pulsante. È una giornalista di secondo piano, una che non vincerà mai il Pulitzer, una che viene mandata in provincia solo perché una serie di delitti sono stati commessi nella sua città natale, Wind Gap. E il suo direttore le chiede di scrivere un pezzo di colore, “un quadretto suggestivo”.

Era la ragazza più bella di Wind Gap, Camille. Oggi non è certo una numero uno. Se non sapessimo, fin dalle prime scene, che è una giornalista, potrebbe sembrarci una detective privata. Sbiadita, stropicciata, sfinita, la Camille di Amy Adams sembra la versione attuale e femminile dei tanti loser dei noir anni Quaranta. I suoi capelli rossi sembrano più sbiaditi, lei appare spenta. Il suo è un lavoro di sottrazione, di understatement. Difficile, per una come lei, che ci ha abituato a illuminare lo schermo. Ma Amy Adams ci riesce alla grande. E allora tocca andare dietro alla patina ovattata che ricopre Sharp Objects, dietro la sua recitazione sottotono, dietro a tutto questo per ritrovare quei suoi occhi vispi, svegli, quella carnagione rosa pallido, i tratti del viso morbidi che qui fa di tutto per indurire. Una sigaretta dietro l’altra, un whisky (o una vodka) dietro l’altro, ogni gesto fa di Camille/Amy Adams una Philip Marlowe al femminile. È una figura nera – i jeans attillati, gli stivali, le felpe infeltrite – che si staglia sul verde umido del Midwest, e attraversa, come un fantasma, i luoghi del suo passato.

È il punto più lontano di un’evoluzione che non potevamo immaginare, siamo agli antipodi del punto di partenza con il quale l’avevamo conosciuta, quel Come d’incanto, prodotto dalla Disney, in cui ironizzava sulla classica principessa disneyana, una Cenerentola, che, però, dalle favole, veniva bruscamente portata nella realtà, nella New York di oggi. I capelli rosso vivo, gli occhi azzurri, il sorriso smagliante e l’espressione sognante: Amy era una principessa così perfetta da sembrare disegnata (e lo era, nella prima parte del film, quella ambientata nel mondo dei cartoni), così come lo era la sua Amelia Earhart in Una notte al museo 2, altra sorta di cartoon per attori in carne ed ossa. La Amy che avevamo conosciuto era gradevole, fresca, perfetta per quei ruoli. Ma nessuno pensava che l’attrice nata in Italia, a Vicenza (nel 1974) e cresciuta per i primi anni di vita ad Aviano (Pordenone, dove il padre, militare, lavorava), fosse capace di dare profondità, e aspetti di volta in volta diversi, a quel volto carino.

Ci ha stupito più volte, Amy Adams, in questo suo percorso che l’ha portata fino a Sharp Objects, in cui il rosso dei suoi capelli ha attraversato un’infinità di sfumature. La prima volta è stata in The Fighter, un primo tentativo di sporcare quella bellezza da favola, nel ruolo di una barista: una ragazza comune, jeans e canotta scollata, ma con una dose di sensualità che fino ad allora non le avevamo mai associato, donatale da qualche chilo e qualche forma in più, dovuti alla gravidanza in stato iniziale. Percorso inverso, ma stesso risultato: qualche anno dopo abbiamo ritrovato Amy irresistibile come non mai in American Hustle, ancora diretta da David O. Russell, un film ambientato negli anni Settanta. Perfetto contraltare di un Christian Bale sovrappeso e grottesco, Amy Adams appare tonica, il fisico nervoso e tirato a lucido, nei succinti abiti Seventies, scollati davanti e sulla schiena, fermando il tempo ogni volta che attraversa la scena, con i suoi capelli che diventano ricci e più tendenti a un luminoso castano.

Se American Hustle è azione e muscoli, e interpretazioni sopra le righe, Amy Adams è tornata a lavorare di sottrazione nella doppia interpretazione che l’ha finalmente consacrata come star del cinema d’autore, in quell’anno di grazia, il 2016, che l’ha vista protagonista di Animali notturni, di Tom Ford, e Arrival, di Denis Villeneuve. Tom Ford riveste Amy di abiti eleganti e di colori laccati che sembrano uscire da una tela di Hopper, i capelli lisci ramati, il rossetto rosso, gonne attillate e stivali sotto al ginocchio, fissandola in un’immagine iconica da cui è ancora più difficile far trasparire il dolore, il rimpianto, la perdita. Che però ci arrivano tutti. È il contrario di quello che accade in Sharp Objects, dove il dolore trasuda dalla pelle senza luce e senza trucco, mentre qui è ingabbiato da rossetti e mascara. Villeneuve invece lascia spesso la sua carnagione chiara e i capelli rossi liberi, illuminati dalla luce del sole, alla natura, quando non la ingabbia nella tuta da astronauta.

Capace di sembrare una diva d’altri tempi come una tipica ragazza di oggi, una principessa delle favole come una donna determinata e volitiva, Amy è entrata anche nel mondo di Tim Burton, dove l’incanto non è propriamente quello di una classica favola, ma contiene sempre qualcosa di insolito. È interessante che la Adams, nota per i suoi grandi occhi blu, abbia finito per interpretare Margaret Keane, la donna dietro i famosi ritratti con i grandi occhi in Big Eyes. Ogni volta che recitga in un film, immaginiamo sia difficile non chiederle di spalancarli, di non aprire il suo sorriso brillante. In Sharp Objects Amy Adams tiene a freno tutto questo, tutti i suoi punti di forza. E, nonostante tutto, o forse proprio per questo, è ancora una volta irresistibile.

di Maurizio Ermisino per DailyMood.it

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Darkness On The Edge of Town: quando Bruce Springsteen trovò il suono della solitudine

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Non c’era dolcezza, lo volevo nero come il caffè”. Questo doveva essere, e questo sarebbe stato, Darkness On The Edge Of Town, uno dei dischi più grandi del Boss, Bruce Springsteen, che ha appena compiuto quarant’anni. Doveva essere il suono della solitudine, avere un senso di implacabilità, una grandiosità apocalittica. Darkness On The Edge Of Town è stato definito un film sonoro per le storie che racconta e i paesaggi che disegna. Il capolavoro del Boss nasce in un momento molto particolare. Springsteen è reduce dal successo del suo terzo album, Born To Run. Si è legato a Martin Landau, giornalista rock che lo aveva visto suonare dal vivo, e aveva scritto “Ho visto il futuro del rock, e il suo nome è Bruce Springsteen”, salvando la carriera del Boss, e cambiando la sua, visto che sarebbe diventato il suo manager. Ma staccarsi dal vecchio manager, Mike Appel, a cui è legato con dei contratti che ne limitano ogni libertà, non è facile per Bruce, e inizia una battaglia legale che rende il Boss disilluso e frustrato. È anche da qui che nasce il suo disco più oscuro. Springsteen si rifugia in se stesso, nei suoi ricordi. Vuole raccontare la piccola città dove è cresciuto, perché prova un senso di responsabilità verso tutte le persone che ha lasciato lì. È da lì che viene la sua anima. Ed è importante fare i conti con il suo passato, elaborarlo per diventare adulto.

Lo spirito dei tempi
Le registrazioni di Darkness On The Edge Of Town sono ossessive, faticose. Bruce e la E-Street Band suonano fino allo sfinimento quelle canzoni, prima ancora di registrarle, per capire in che direzione andranno. Perché, lo sappiamo, a volte sono le canzoni che decidono dove andare. Il Boss vuole che le canzoni siano qualcosa di essenziale, scarno, qualcosa che colga lo spirito dei tempi. Il rock è anche un lavoro certosino. È anche saper aspettare, attendere per sentire finalmente nell’aria quel qualcosa che è quello che cerchi. Il lavoro in studio è un lavoro di ricerca, lungo e faticoso. Ma è quello che ti permette di trovare il tuo linguaggio, quel tono intimo, profondo. Quello che sai che ti può far dialogare con il tuo pubblico che ti ha sostenuto fino a quel momento. Nel lungo lavoro di ricerca del suono perfetto c’è anche una riflessione sul sassofono di Clarence Clemons, Big Man, che aveva caratterizzato il disco precedente, Born To Run. Inizialmente è un problema, perché Darkness On The Edge Of Town ha un suono più “rurale”, più duro e scarno dei dischi precedenti. Ma è lo stesso Boss che trova la via perché ci sia anche il sax nel suono perfetto: gli canta le note, lo guida come se stesse raccontando una storia. Il Boss guida anche Max Weinberg, il suo batterista, gridandogli “bacchetta” al momento giusto. Sono giorni in cui la batteria viene spostata ovunque, fino a che viene trovato il suono migliore: finisce anche in ascensore.

Quella canzone che non riesce a finire
In quell’atmosfera creativa, sfrenata, escono canzoni di tutti i tipi. Anche dei brani “pop”, canzoni più allegre, d’amore. Ma il Boss le scarta, perché non possono entrare nel racconto che ha nella sua testa. Non ci devono essere pezzi in cui si sentano le influenze dei Beach Boys, di Roy Orbison, il Wall Of Sound di Phil Spector. Tutte cose che adora, ma per cui ora non c’è posto. Ora Bruce deve trovare un suono suo. Così Sherry Darling entrerà nel disco successivo, The River. E Talk To Me, insieme a un’altra ventina di pezzi finirà in The Promise, il disco uscito molti anni dopo. E poi c’è una canzone. Una canzone d’amore. Bruce ci sta lavorando, ma ha paura di lei. Sa che non riuscirà a completarla. Non è capace di scriverla, nel momento in cui sta cantando dell’oscurità al limite della città. E allora ne parla al produttore Jimmy Iovine, che in quel momento sta lavorando anche con una giovane cantautrice. Le fa ascoltare la canzone, lei se ne innamora e la fa sua: ne riscrive il testo e ne esce una splendida canzone d’amore, che racconta di lei e del suo amato, divisi e uniti dal telefono e dalla notte. Perché la notte appartiene agli amanti. Quella ragazza di chiama Patti Smith, e quella canzone diventa Because The Night.

Il country e John Ford
La storia di Darkness On The Edge Of Town è quella di una continua ricerca di un’anima, di un suono. In quel periodo Springsteen ascolta molta musica country, perché è una musica che affronta preoccupazioni da adulti. Comincia a interessarsi al periodo della Grande Depressione, alle figure del film Furore di John Ford, tratta dal libro di Steinbeck. I suoi testi trasudano delusione e rabbia. “Appena riesci ad avere qualcosa, loro mandano qualcuno a cercare di togliertela” ispira Something In The Night. Sono i giorni della morte di Elvis Presley, quelli in cui il Boss, Steve Van Zandt, cioè Little Steven, e Eric Meola, un fotografo, viaggiano sull’autostrada del serpente a sonagli, nello Utah, per raggiungere la Terra Promessa, la loro Promised Land.

La gioia di essere vivi non è un peccato
Il suo disco è un’indagine profonda. Canzoni che parlano di sfide, identità, scelte. Il Boss si chiede chi è, da dove viene, cosa significhi essere un padre, un figlio, un americano, dove sta andando la sua vita da musicista. I suoi sono personaggi isolati, invecchiati, logorati. Ma non dei perdenti. Badlands rifiuta la sconfitta e il senso di impotenza. “Voglio il controllo”, canta Bruce. Con la consapevolezza che “la gioia di essere vivi non è peccato”. Adam Raised A Cain e Factory sono canzoni in cui Springsteen cerca il dialogo con suo padre. La prima vuole dire che padri e figli non sono poi così diversi, nelle loro vene “scorre lo stesso sangue caldo”. Factory, con il suo ritmo lento, evoca lo scorrere delle giornate lavorative del padre in quella fabbrica che “si prende il suo udito e gli dà la vita”. Non c’è spazio per l’amore, al massimo per una notte con una prostituta: Candy’s Room è la stanza di una prostituta, dove “ci sono le foto dei suoi idoli alle pareti” e “per arrivarci devi attraversare le tenebre”: ma “c’è una tristezza nascosta in quel bel viso”. Racing In The Streets è ancora una storia on the road, lui e lei “che fissa il vuoto, con gli occhi di chi odia il solo fatto di essere nato”, ma corrono, corrono lungo quella strada, fino al mare, “per lavare via questi peccati”. “Faccio del mio meglio per vivere onestamente” racconta il protagonista di The Promised Land, ma all’orizzonte si stagliano nubi nere che potrebbero spazzare via tutto. Se Prove It All Night ci dice che l’etica del lavoro non finisce una volta usciti dalla fabbrica, Darkness On The Edge Of Town racchiude tutta la fatica e l’oscurità del disco. “Stanotte salirò su quella collina perché non posso fermarmi, salirò su quella collina con tutto quello che mi è rimasto” sono le indelebili parole della title-track, quelle che tutti abbiamo fissato nella mente.

Gli addetti alle riparazioni
Uscito il 2 giugno del 1978, Darkness On The Edge Of Town entra nella top ten di Billboard, ma non ci rimane a lungo. Prove It All Night, il singolo scelto per il lancio, non è certo un successo come Born To Run. Inizialmente, Springsteen decide di non promuovere il disco. Ma poi la strategia cambia. Le radio cominciano a trasmette i concerti, viene preparato uno spot. Springsteen finisce per la prima volta sulla copertina di Rolling Stone. E il Darkness Tour, che segue al disco, entra nel mito, con concerti di più di tre ore. La band suona finché non crolla, come ricorderà il pianista Roy Bittan. Bruce Springsteen aveva trovato la sua strada. Aveva trovato la sua voce adulta. Ancora oggi quelle canzoni sono un pugno nello stomaco, accordi affilati come coltellate, strofe cantate con rabbia come pietre tirate addosso a qualcuno. Il Boss racconta che da giovane era molto confuso. E questo è stato il modo che ha trovato per cercare di risolvere e riparare le cose. In fondo, tutti in questo mestiere – musicisti, scrittori, pittori, registi – non sono che questo, sono degli addetti alle riparazioni. È questo quello che fanno: riparano.

di Maurizio Ermisino per DailyMood.it

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