Connect with us

Mood Face

Mackenzie Davis: il paradiso è un luogo sulla terra

Published

on

Avete presente quando incontrate due ragazze, e notate prima la più appariscente, ma poi, pian piano, capite che l’altra è la più interessante? È capitato anche a noi guardando San Junipero, l’episodio più bello della terza stagione di Black Mirror. Tra Gugu Mbatha-Raw e Mackenzie Davis, amiche e amanti in un luogo di villeggiatura negli anni Ottanta, che in realtà è molto di più, avevamo notato immediatamente la prima. Mackenzie Davis era entrata nella nostra vita in punta di piedi, e vestita un po’ così, come una che non voleva farsi notare. Dei pantaloncini corti color beige, un maglioncino a righe di cotone a tinte pastello, e sotto una di quelle camicette a righe su toni del rosa, molto accollata, quelle che a scuola avevano le compagne un po’ morigerate, quelle che non ci filavamo poi troppo. E, soprattutto, un paio di occhialini tondi. Un altro modo per nascondersi, per restare un po’ anonima. Che sia la timida Yorkie di San Junipero, o Mariette, la replicante di Blade Runner 2049, o Tully, la tata notturna che cambia la vita a Margo, la protagonista di Tully, il film di Jason Reitman appena uscito nelle sale, ogni volta che Mackenzie Davis appare su uno schermo è una presenza discreta, sfuggente. Così anche quel nascondersi dietro agli occhialini tondi in San Junipero è un modo per mascherarsi, rendersi inafferrabile.

Mackenzie Davis non è la solita attrice Made In Hollywood. Non lo è prima di tutto perché è canadese, di Vancouver, e sappiamo che è tutto un altro mondo, più discreto, più modesto, più a misura d’uomo. Il volto pulito, la sua statura, la figura slanciata ed elegante avrebbero potuto fare di lei una modella. E Mackenzie, ai tempi del college, ha anche provato a farlo, per un periodo. Ma la cosa, e non avevamo dubbi, non faceva per lei. Non amava essere sballottata da una città all’altra. Ma, soprattutto, non le piaceva l’idea di dover essere bella per tutto il tempo. Anche il suo rapporto con la moda è singolare. Non fa uno shopping ragionato, ma dice di trovare, per caso, cose che parlino di lei. Quando si innamora di un capo lo indossa fino a distruggerlo.

Non è una ragazza appariscente, Mackenzie Davis. Ma, a guardarla con un po’ di attenzione, si rimane ipnotizzati. Prima di tutto da quegli occhi del colore del mare, tra l’azzurro e il verde acqua, piccoli ma profondi, brillanti come pietre preziose. La bocca piccola, sempre un po’ imbronciata, che si apre di rado a una serie di sorrisi, sempre molto misurati. Tutto, in Mackenzie Davis, è molto discreto. La sua carnagione candida, bianco latte; il fisico sottile e slanciato: tutti questi aspetti la rendono perfetta per i personaggi che fin qui ha portato sul grande e sul piccolo schermo. Personaggi eterei, quasi incorporei, quasi irreali. Prendiamo Blade Runner 2049. Una replicante non è umana, lo sappiamo, anche se è in grado di darci sensazioni umane, procurarci piacere, farci innamorare. E, a sua volta, di provare sentimenti. Così la Yorkie di San Junipero, la ragazza che vediamo con il suo corpo e il suo volto in quello che è un paradiso ammantato da luci al neon anni Ottanta, non è umana (non vogliamo svelarvi troppo, pena il mancato godimento della straordinaria trama del film), ma sono umanissimi, veri, profondi, i sentimenti e le passioni che prova. E che cos’è Tully, la tata notturna che viene in arrivo per assicurare qualche preziosa ora di sonno a una neomamma che ha avuto il terzo figlio? È una presenza incantata, fatata. E risolutrice. Come Yorkie, anche Tully, in qualche modo, arriva per cambiare la vita di qualcuno. “Vorrei interpretare delle persone attive, capaci di risolvere dei problemi, non persone che aspettino che altri risolvano dei problemi per loro” ha dichiarato Mackenzie Davis.

Sono quasi sempre così, i suoi personaggi. Come il Mr. Wolf di Pulp Fiction, risolvono problemi. E hanno sempre una loro discrezione e una loro eleganza. Quello che l’attrice sta facendo nel cinema e nella tv di oggi è molto particolare. Da un lato i personaggi misteriosi e magici di San Junipero e Tully. Dall’altro, come se fosse la stessa Yorkie di San Junipero, che vive negli anni Ottanta, a scegliere i suoi ruoli, Mackenzie sembra essere l’attrice perfetta per dare nuova vita a dei classici della fantascienza anni Ottanta. In Blade Runner 2049 ha reso il ruolo di Mariette, androide dedita al piacere, meno volgare e più sfumato di quello che sarebbe stato lecito attendersi: gli occhi solamente un po’ più truccati del solito, i capelli rossi, un tubino arancione e un buffo copricapo. Ma vedremo Mackenzie Davis in un altro film che riprende un mito sci-fi anni Ottanta, quel Terminator 6 che si ricollegherà direttamente ai primi due Terminator di James Cameron. Le prime foto, che la vedono di nuovo con la zazzera bionda di Halt And Catch Fire (la serie tv che l’ha rivelata) e un corpo pieno di cicatrici, sembrano suggerirci che potrebbe essere ancora una figura artificiale. È curioso come molti dei suoi ruoli sembrano essere personaggi frutto della tecnologia, e che capiti proprio a lei che, in Halt And Catch Fire, era un personaggio che la tecnologia la creava: programmava computer.

Si toglie gli occhiali, e li abbandona sulla sabbia di una spiaggia, Yorkie, una volta che ha dato una svolta alla sua vita, e a quella della sua innamorata, in San Junipero. Non ne ha più bisogno. È sempre così in ogni film in cui appare: Mackenzie Davis entra con pudore in tutto quello che fa, ma poi si prende la scena, e il nostro cuore. E così, qualunque schermo abbia davanti, lo fa cadere. Per arrivare dritta a noi. Per ricordarci che Heaven Is A Place On Earth, il paradiso è un luogo sulla terra.

di Maurizio Ermisino per DailyMood.it

0 Users (0 voti)
Criterion 10
What people say... Leave your rating
Ordina per:

Sii il primo a lasciare una recensione.

User Avatar
Verificato
{{{ review.rating_title }}}
{{{review.rating_comment | nl2br}}}

Di Più
{{ pageNumber+1 }}
Leave your rating

Il tuo browser non supporta il caricamento delle immagini. Scegline uno più moderno.

Continue Reading
Advertisement
Click to comment

Leave a Reply

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

cinque × quattro =

Mood Face

Darkness On The Edge of Town: quando Bruce Springsteen trovò il suono della solitudine

Published

on

Non c’era dolcezza, lo volevo nero come il caffè”. Questo doveva essere, e questo sarebbe stato, Darkness On The Edge Of Town, uno dei dischi più grandi del Boss, Bruce Springsteen, che ha appena compiuto quarant’anni. Doveva essere il suono della solitudine, avere un senso di implacabilità, una grandiosità apocalittica. Darkness On The Edge Of Town è stato definito un film sonoro per le storie che racconta e i paesaggi che disegna. Il capolavoro del Boss nasce in un momento molto particolare. Springsteen è reduce dal successo del suo terzo album, Born To Run. Si è legato a Martin Landau, giornalista rock che lo aveva visto suonare dal vivo, e aveva scritto “Ho visto il futuro del rock, e il suo nome è Bruce Springsteen”, salvando la carriera del Boss, e cambiando la sua, visto che sarebbe diventato il suo manager. Ma staccarsi dal vecchio manager, Mike Appel, a cui è legato con dei contratti che ne limitano ogni libertà, non è facile per Bruce, e inizia una battaglia legale che rende il Boss disilluso e frustrato. È anche da qui che nasce il suo disco più oscuro. Springsteen si rifugia in se stesso, nei suoi ricordi. Vuole raccontare la piccola città dove è cresciuto, perché prova un senso di responsabilità verso tutte le persone che ha lasciato lì. È da lì che viene la sua anima. Ed è importante fare i conti con il suo passato, elaborarlo per diventare adulto.

Lo spirito dei tempi
Le registrazioni di Darkness On The Edge Of Town sono ossessive, faticose. Bruce e la E-Street Band suonano fino allo sfinimento quelle canzoni, prima ancora di registrarle, per capire in che direzione andranno. Perché, lo sappiamo, a volte sono le canzoni che decidono dove andare. Il Boss vuole che le canzoni siano qualcosa di essenziale, scarno, qualcosa che colga lo spirito dei tempi. Il rock è anche un lavoro certosino. È anche saper aspettare, attendere per sentire finalmente nell’aria quel qualcosa che è quello che cerchi. Il lavoro in studio è un lavoro di ricerca, lungo e faticoso. Ma è quello che ti permette di trovare il tuo linguaggio, quel tono intimo, profondo. Quello che sai che ti può far dialogare con il tuo pubblico che ti ha sostenuto fino a quel momento. Nel lungo lavoro di ricerca del suono perfetto c’è anche una riflessione sul sassofono di Clarence Clemons, Big Man, che aveva caratterizzato il disco precedente, Born To Run. Inizialmente è un problema, perché Darkness On The Edge Of Town ha un suono più “rurale”, più duro e scarno dei dischi precedenti. Ma è lo stesso Boss che trova la via perché ci sia anche il sax nel suono perfetto: gli canta le note, lo guida come se stesse raccontando una storia. Il Boss guida anche Max Weinberg, il suo batterista, gridandogli “bacchetta” al momento giusto. Sono giorni in cui la batteria viene spostata ovunque, fino a che viene trovato il suono migliore: finisce anche in ascensore.

Quella canzone che non riesce a finire
In quell’atmosfera creativa, sfrenata, escono canzoni di tutti i tipi. Anche dei brani “pop”, canzoni più allegre, d’amore. Ma il Boss le scarta, perché non possono entrare nel racconto che ha nella sua testa. Non ci devono essere pezzi in cui si sentano le influenze dei Beach Boys, di Roy Orbison, il Wall Of Sound di Phil Spector. Tutte cose che adora, ma per cui ora non c’è posto. Ora Bruce deve trovare un suono suo. Così Sherry Darling entrerà nel disco successivo, The River. E Talk To Me, insieme a un’altra ventina di pezzi finirà in The Promise, il disco uscito molti anni dopo. E poi c’è una canzone. Una canzone d’amore. Bruce ci sta lavorando, ma ha paura di lei. Sa che non riuscirà a completarla. Non è capace di scriverla, nel momento in cui sta cantando dell’oscurità al limite della città. E allora ne parla al produttore Jimmy Iovine, che in quel momento sta lavorando anche con una giovane cantautrice. Le fa ascoltare la canzone, lei se ne innamora e la fa sua: ne riscrive il testo e ne esce una splendida canzone d’amore, che racconta di lei e del suo amato, divisi e uniti dal telefono e dalla notte. Perché la notte appartiene agli amanti. Quella ragazza di chiama Patti Smith, e quella canzone diventa Because The Night.

Il country e John Ford
La storia di Darkness On The Edge Of Town è quella di una continua ricerca di un’anima, di un suono. In quel periodo Springsteen ascolta molta musica country, perché è una musica che affronta preoccupazioni da adulti. Comincia a interessarsi al periodo della Grande Depressione, alle figure del film Furore di John Ford, tratta dal libro di Steinbeck. I suoi testi trasudano delusione e rabbia. “Appena riesci ad avere qualcosa, loro mandano qualcuno a cercare di togliertela” ispira Something In The Night. Sono i giorni della morte di Elvis Presley, quelli in cui il Boss, Steve Van Zandt, cioè Little Steven, e Eric Meola, un fotografo, viaggiano sull’autostrada del serpente a sonagli, nello Utah, per raggiungere la Terra Promessa, la loro Promised Land.

La gioia di essere vivi non è un peccato
Il suo disco è un’indagine profonda. Canzoni che parlano di sfide, identità, scelte. Il Boss si chiede chi è, da dove viene, cosa significhi essere un padre, un figlio, un americano, dove sta andando la sua vita da musicista. I suoi sono personaggi isolati, invecchiati, logorati. Ma non dei perdenti. Badlands rifiuta la sconfitta e il senso di impotenza. “Voglio il controllo”, canta Bruce. Con la consapevolezza che “la gioia di essere vivi non è peccato”. Adam Raised A Cain e Factory sono canzoni in cui Springsteen cerca il dialogo con suo padre. La prima vuole dire che padri e figli non sono poi così diversi, nelle loro vene “scorre lo stesso sangue caldo”. Factory, con il suo ritmo lento, evoca lo scorrere delle giornate lavorative del padre in quella fabbrica che “si prende il suo udito e gli dà la vita”. Non c’è spazio per l’amore, al massimo per una notte con una prostituta: Candy’s Room è la stanza di una prostituta, dove “ci sono le foto dei suoi idoli alle pareti” e “per arrivarci devi attraversare le tenebre”: ma “c’è una tristezza nascosta in quel bel viso”. Racing In The Streets è ancora una storia on the road, lui e lei “che fissa il vuoto, con gli occhi di chi odia il solo fatto di essere nato”, ma corrono, corrono lungo quella strada, fino al mare, “per lavare via questi peccati”. “Faccio del mio meglio per vivere onestamente” racconta il protagonista di The Promised Land, ma all’orizzonte si stagliano nubi nere che potrebbero spazzare via tutto. Se Prove It All Night ci dice che l’etica del lavoro non finisce una volta usciti dalla fabbrica, Darkness On The Edge Of Town racchiude tutta la fatica e l’oscurità del disco. “Stanotte salirò su quella collina perché non posso fermarmi, salirò su quella collina con tutto quello che mi è rimasto” sono le indelebili parole della title-track, quelle che tutti abbiamo fissato nella mente.

Gli addetti alle riparazioni
Uscito il 2 giugno del 1978, Darkness On The Edge Of Town entra nella top ten di Billboard, ma non ci rimane a lungo. Prove It All Night, il singolo scelto per il lancio, non è certo un successo come Born To Run. Inizialmente, Springsteen decide di non promuovere il disco. Ma poi la strategia cambia. Le radio cominciano a trasmette i concerti, viene preparato uno spot. Springsteen finisce per la prima volta sulla copertina di Rolling Stone. E il Darkness Tour, che segue al disco, entra nel mito, con concerti di più di tre ore. La band suona finché non crolla, come ricorderà il pianista Roy Bittan. Bruce Springsteen aveva trovato la sua strada. Aveva trovato la sua voce adulta. Ancora oggi quelle canzoni sono un pugno nello stomaco, accordi affilati come coltellate, strofe cantate con rabbia come pietre tirate addosso a qualcuno. Il Boss racconta che da giovane era molto confuso. E questo è stato il modo che ha trovato per cercare di risolvere e riparare le cose. In fondo, tutti in questo mestiere – musicisti, scrittori, pittori, registi – non sono che questo, sono degli addetti alle riparazioni. È questo quello che fanno: riparano.

di Maurizio Ermisino per DailyMood.it

0 Users (0 voti)
Criterion 10
What people say... Leave your rating
Ordina per:

Sii il primo a lasciare una recensione.

User Avatar
Verificato
{{{ review.rating_title }}}
{{{review.rating_comment | nl2br}}}

Di Più
{{ pageNumber+1 }}
Leave your rating

Il tuo browser non supporta il caricamento delle immagini. Scegline uno più moderno.

Continue Reading

Mood Face

Jennifer Lawrence e il potere di prendere delle decisioni

Published

on

Chi di voi non uscirebbe con Jennifer Lawrence? Dite la verità, ci avete pensato già un paio d’anni fa, quando disse che non aveva nessuno con cui uscire il sabato sera. E, confessatelo, avete seguito con un po’ di apprensione la sua storia con Chris Martin, senza mai essere convinti che fosse il tipo giusto. E Darren Aronofsky? Sì, un grande autore, ma forse un po’ troppo più grande di lei, un po’ troppo ossessivo come i suoi film. Che poi, Madre!, non è andato neanche troppo bene. Sì, poi si sono lasciati. Il punto è che Jennifer Lawrence, diventata in poco tempo un simbolo per molte ragazze e la donna ideale di tanti maschietti, è sì, bellissima, ma non sembra quella star così lontana da tutto e tutti. La sua caduta (in abito Dior!) al momento di ritirare l’Oscar per Il lato positivo, e il saperci ridere su, e tanti altri comportamenti di questo tipo, la avvicinano a noi tanto quanto il suo ruolo in Hunger Games, una donna artefice del suo destino, che non si piega, quella che molte vorrebbero essere. E anche la nuova donna che sta prendendo vita a Hollywood, nell’era del #metoo, e della rivolta a un sistema fatto di molesti e ricatti. Non a caso, Jennifer Lawrence è una delle paladine del movimento.

Sembra davvero una ragazza interessante, Jennifer. È anche impegnata. Nel sociale, intendiamo. Ha appena annunciato che lascerà il cinema per un anno, per dedicarsi all’organizzazione senza scopo di lucro Represent.Us, che si occupa di combattere la corruzione (ma girerà presto anche il nuovo film del nostro Luca Guadagnino, Burial Rites, che racconta la storia dell’ultima donna ad essere giustiziata pubblicamente in Islanda nel 1830).

Bella, giovane, simpatica, impegnata, e anche spigliata. Con lei non credo ci si possa annoiare. Non è una che le manda a dire. Sì, perché Jennifer ha fatto recentemente notizia per aver risposto per le rime sui social network a chi l’ha criticata per un abito nero indossato alla presentazione del film Red Sparrow a Londra, per la precisione un longdress Versace, con profonda scollatura e ampio spacco, per di più indossato con i sandali ai piedi. La critica? Un’accusa, a tutto il mondo del cinema, per cui le donne, a differenza degli uomini che erano ben coperti, sarebbero costrette a mettere sempre il proprio corpo in mostra. Ma con un post su Instagram Jennifer ha spiegato chiaramente di essere stata lei a scegliere il vestito. E che un Versace era troppo bello per essere coperto da un cappotto.

Jennifer è anche una donna consapevole. Una che sceglie lei cosa fare. Anche con il nudo, il primo nudo della sua carriera, una scena chiave del suo ultimo film, Red Sparrow, è andata così. Dice di essersi sentita più forte dopo aver girato quella scena, anche se non ci ha dormito la notte prima. È una scena in cui si materializza un incubo ricorrente per molti, quello di essere nudi in mezzo a molta gente, in questo caso una classe intera. La differenza, ha detto Jennifer, stava tutta tra l’essere nudi con il proprio consenso o senza il proprio consenso. Si è presentata sul set, e l’ha fatto. E così, dice, le è stato restituito il potere di prendere delle decisioni. Si è ripresa quello che le era stato tolto. Il riferimento è alle foto senza veli rubate da un hacker e messe in rete nel 2014.

E forse è proprio per questo che il suo nudo, nella fatidica scena – un addestramento tra spie che devono imparare a usare il sesso come arma – è un nudo fiero, fatto a testa alta. Un atto di sfida. È quello che fa il suo personaggio, ma in fondo è quello che ha fatto lei. Molto più sicura e consapevole di quella volta che, prima di girare una scena d’amore con Chris Pratt in Passengers, ha ammesso di essersi ubriacata.

A proposito di Passengers: avete presente il loro appuntamento in cui si presenta in tubino nero e sandali? Se si presentasse così al momento di uscire con voi? Jennifer Lawrence sembra essere una donna perfetta da portare a cena fuori, sexy, spigliata e divertente. Però… Se poi doveste portarla al cinema, magari a vedere Il filo nascosto di Paul Thomas Anderson? E se lei se ne volesse uscire dopo tre minuti? Sì, Jennifer Lawrence, in periodo di grandi esternazioni (è una tipa senza peli sulla lingua, l’avrete capito), ha ammesso anche questo. Non è durata più di tre minuti davanti a quel film, poi ha abbandonato. E voi, la seguireste fuori o finireste di vedere il film? Ok, non si può avere tutto dalla vita. Resta il fatto che Jennifer Lawrence, la diva con i piedi per terra, è cresciuta. E non ha più paura di niente. E allora, da qui in poi, ne vedremo delle belle.

di Maurizio Ermisino per DailyMood.it

Immagini:@GettyImages

0 Users (0 voti)
Criterion 10
What people say... Leave your rating
Ordina per:

Sii il primo a lasciare una recensione.

User Avatar
Verificato
{{{ review.rating_title }}}
{{{review.rating_comment | nl2br}}}

Di Più
{{ pageNumber+1 }}
Leave your rating

Il tuo browser non supporta il caricamento delle immagini. Scegline uno più moderno.

Continue Reading

Mood Face

Daniel Day-Lewis. Entrare in un personaggio, non uscirne più

Published

on

home

il filo nascostoManiacale in ogni aspetto del suo lavoro. E anche nella vita? E se la sua vita, in fondo, fosse tutt’uno con il suo lavoro? Daniel Day-Lewis, tre Oscar all’attivo, ha annunciato che Il filo nascosto, il film di Paul Thomas Anderson per cui è candidato, ancora una volta, all’Academy Award, sarebbe stato il suo canto del cigno. Il suo ultimo film. Non è la prima volta che annuncia di voler lasciare il cinema, ma stavolta è sembrato più serio. Forse ne beneficerà la sua salute mentale. È noto come Daniel Day-Lewis entri talmente nei personaggi da non riuscirne più ad uscirne una volta a casa, lontano dal set. Un mese, forse più, di decompressione è quello che gli serve, ha raccontato.

Il suo ingresso in scena ne Il filo nascosto è proprio così: maniacale. Prestate attenzione a come si rade, come si pettina, come si cura, come si veste. È Reynolds Woodcock, un grande sarto nella Londra degli anni Cinquanta, quella che non è ancora swinging’, ma è ancora rigida e formale. Un sarto per cui l’eleganza e la perfezione sono una religione, e che non vuole sentire parlare di mode, o dell’aggettivo “chic”. Il suo Reynolds, a prima vista, è come il Newland Archer de L’età dell’innocenza, elegante e compito, trattenuto. Ma solo in superficie…

Forse non è un caso che Daniel Day-Lewis abbia scelto questo ruolo come il suo “testamento”. In fondo, il lavoro del sarto e quello dell’attore non sono così lontani. Si tratta di cucirsi addosso, su misura, un ruolo che, per funzionare, deve calzare a pennello, come se fosse un abito. Woodcock è a tutti gli effetti un artista. Ha bisogno di lavorare in silenzio, di lasciare tutto al di fuori. Non ha tempo e forze per affrontare una discussione se deve disegnare un abito. Come il suo personaggio, Daniel Day-Lewis ha lasciato spesso fuori, o indietro, la sua vita, sacrificato relazioni (è celebre la rottura con Isabelle Adjani, negli anni Novanta, con cui ebbe un figlio che non volle riconoscere).

Guardate attentamente la meticolosità con cui, un mattino, ordina la colazione. È uno dei rari momenti in cui, ne Il filo nascosto, lo vediamo sorridere. E ci colpisce quella mascella che siamo abituati a vedere serrata, quelle labbra sottili e nervose, che nel “macellaio” di Gangs Of New York schiumavano rabbia, schiudersi per un attimo nel più dolce ed educato dei sorrisi. Sarà un fuoco fatuo, e presto quelle labbra torneranno a chiudersi, a tremare nervose, ora insicure, ora violente. O solamente impegnate, per stringere gli spilli, i suoi ferri del mestiere. I capelli che erano neri e lunghi ne L’ultimo dei Mohicani e Nel nome del padre, oggi sono più corti, grigi ed elegantemente pettinati all’indietro. Il Daniel Day-Lewis de Il filo nascosto è sempre impeccabile, che indossi uno smoking e un papillon a microquadri ton sur ton, o giacche di tweed a quadroni. O anche nella giacca bianca, la sua tenuta da lavoro, indossata su una camicia nera, corredata da un ascot fantasia.

il filo nascosto_1Daniel Day-Lewis, attore di solida estrazione teatrale, figlio di un poeta e un’attrice, attento a selezionare pochi ruoli e molto particolari (meno di venti ruoli in trent’anni di carriera, e solo sei dal 1997 a oggi), è noto per il temperamento particolare, per le sue scelte singolari. Il ritiro delle scene annunciato non è il primo: ha fatto discutere un lungo periodo (tra il 1997 e il 2001) lontano dai set per ritirarsi a Firenze, nella bottega di un calzolaio, per apprenderne l’arte come apprendista.

A proposito di arte, nel mondo di Daniel Day-Lewis questa si allarga a dismisura fino ad invadere la vita. C’è un aneddoto che racconta come l’attore britannico (ha cittadinanza inglese e irlandese) affronti i suoi ruoli. Nel nome del padre lo vede nei panni di Gerry Conlon, accusato ingiustamente per un attentato, attribuito all’IRA, negli anni Settanta. È una storia vera. Le scene più forti sono quelle della detenzione e dell’interrogatorio. L’attore ha voluto dormire in una vera cella, prima di quella scena, e ha chiesto di essere svegliato più volte, a distanza di pochi minuti, con una serie di calci alla porta della cella. In questo modo, dopo una notte insonne e carica di tensione, al momento del ciak l’attore è crollato, è scoppiato in lacrime, distrutto. Signore e signori, questo è Daniel Day-Lewis.

Che vinca (noi ce lo auguriamo) o meno, il suo quarto Oscar, l’uscita di scena di Day-Lewis è un ruolo ambiguo, sfaccettato, ricco di sfumature, di lavoro di sottrazione. Che arriva dopo un altro ruolo mimetico e introspettivo, quello in Lincoln di Steven Spielberg. Ma di Daniel Day-Lewis ricorderemo anche, e soprattutto, i ruoli furibondi, spaventosi. Come quello di Bill il Macellaio, in Gangs Of New York di Scorsese, per il quale – e non poteva essere altrimenti – imparò il mestiere del macellaio e a lanciare coltelli. Anche qui c’è una storia che ci spiega chi è Daniel, entrato ancora una volta in modo totale nel ruolo tanto da rifiutare inizialmente i trattamenti medici proposti quando gli viene diagnosticata una polmonite. Quei trattamenti non sono in linea con il periodo storico in cui il film è ambientato… Daniel Day-Lewis chiude la sua carriera ancora una volta insieme a Paul Thomas Anderson, che gli aveva già regalato un ruolo indimenticabile ne Il petroliere. Il suo Daniel Plainview sembra un gemello separato alla nascita di Bill il Macellaio di Gangs Of New York: i baffi a fare da quinta tenebrosa a una mascella deformata dall’odio, uno sguardo obliquo e tagliente, furioso e carico di rancore, gli occhi carichi d’ira che escono dalle orbite, le vene che sembrano scoppiare. E la postura, storta come quella di una persona piegata dalla fatica, ma anche dal peso dei rimorsi (come quello di aver abbandonato un figlio) e della propria cattiveria. Sono tutti dei grandi ritratti, che, se davvero la carriera di Daniel Day-Lewis dovesse finire qui, rimarranno esposti per sempre nella sua ideale galleria d’arte.

Di Maurizio Ermisino per DailyMood.it

Questo slideshow richiede JavaScript.

0 Users (0 voti)
Criterion 10
What people say... Leave your rating
Ordina per:

Sii il primo a lasciare una recensione.

User Avatar
Verificato
{{{ review.rating_title }}}
{{{review.rating_comment | nl2br}}}

Di Più
{{ pageNumber+1 }}
Leave your rating

Il tuo browser non supporta il caricamento delle immagini. Scegline uno più moderno.

Continue Reading

Trending