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Pronto, Raffaella?… ci mancherai!

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Raffaella Carrà ci ha lasciato. Senza alcun segno di preavviso, in silenzio. La notizia è arrivata come un colpo a ciel sereno, totalmente inattesa. Aveva tenuto nascosta la sua malattia, probabilmente per non intaccherà quel senso di gioia, freschezza, libertà ed eterna giovinezza che la sua figura pubblica portava con sé, agli occhi di tutti, nell’immaginario collettivo, italiano ed internazionale.

E’ soltanto di qualche mese fa, del novembre 2020, l’articolo del Guardian che la incoronava “icona culturale che ha rivoluzionato l’intrattenimento italiano e ha insegnato all’Europa la gioia del sesso”. Parole che descrivono perfettamente ciò che Raffaella ha rappresentato per la società italiana e non solo, il ruolo fondamentale del suo personaggio, che ha saputo rompere tabù, creare e anticipare tendenze, sdoganare pregiudizi, giocare divertita su sessualità e sensualità.

La sua forza era la naturalezza. Quella naturalezza che l’ha spinta ad affrontare con caparbietà e disincanto dei tempi che stentavano a cambiare. Negli anni Sessanta-Settanta appariva, soprattutto agli occhi conservatori e benpensati, come una provocatrice scandalosa. Ma era “semplicemente” una donna che riusciva a spingere il suo sguardo oltre gli schemi sociali dell’epoca, senza paura dei giudizi, senza timore della censura.

Soubrette per eccellenza, nel senso più nobile del termine – non come lo si intende oggi… –, Raffaella Carrà è stata un’artista poliedrica, capace di cantare, ballare, recitare, condurre, stando alla pari con tutti, se non un passo, anzi dieci, avanti. Amata da tutti e da tutte le generazioni che ha toccato con la sua irrefrenabile simpatia e la sua dolce sensualità, negli anni non ha mai smesso di reinventarsi, di sperimentare, di mettersi in gioco.

Pochi lo ricordano, ma ha iniziato come attrice, diplomandosi al Centro Sperimentale di Cinematografia e recitando per tanti registi, da Carlo Lizzani a Mario Mattoli, da Mario Monicelli a Steno, e poi è esplosa in televisione rendendo il suo caschetto biondo, insieme ai suoi vestiti attillati e coloratissimi, un vero simbolo di libertà e sfrontatezza.

Ha lavorato e duettato con i più grandi dello spettacolo italiano, da Corrado ad Alberto Sordi, da Alighiero Noschese a Renato Zero, soltanto per citarne alcuni, e poi ha travalicato i nostri confini, conquistando le vette delle classifiche internazionali con le sue canzoni, diventate ormai immortali. E’ stato il “primo ombelico” del piccolo schermo, scandalizzando l’opinione pubblica, ha fatto innervosire il Vaticano con il suo “Tuca Tuca”, la sua discografia è ancora oggi l’inno per eccellenza dell’amore libero, del divertimento senza freni. “Tanti auguri”, “Ballo ballo”, “Fiesta”, “Rumore” sono soltanto alcuni dei titoli che negli anni sono diventati la colonna sonora dell’appagamento, della felicità, facendo ballare e conquistando il mondo intero.

Una colonna sonora che sicuramente continuerà a cadenzare anche le prossime generazioni, con i suoi ritmi coinvolgenti e i suoi testi semplici ma unici. Esattamente come lei, come la stessa Raffaella, inimitabile icona pop, che con una “carrambata”, una risata, un balletto, è riuscita con tenerezza ed esplosività ad appassionare, divertire, coccolare il suo pubblico, ad entrare nelle nostre case, a farsi considerare una di famiglia. Da tutti. “Pronto, Raffaella?”, ci mancherai…

di Antonio Valerio Spera per DailyMood.it

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Duran Duran: Quei new romantic in cerca del suono della tv

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Some new romantics looking for a tv sound” recita, a un certo punto, il testo di Planet Earth, il primo successo dei Duran Duran, la band che ha caratterizzato gli anni Ottanta, e, questo non lo immaginava nessuno, è ancora viva, vegeta e in ottima salute. E, a quarant’anni dall’uscita del primo album, Duran Duran (arrivò nei negozi proprio il 15 giugno del 1981) continua a fare tendenza. Se negli anni Ottanta Simon Le Bon, Nick Rhodes, John Taylor, Andy Taylor e Roger Taylor, da Birmingham, UK, idoli delle ragazzine per la loro bellezza, erano considerati alla stregua di una boyband, oggi tutti li considerano una grande band, gli artefici di un suono che ancora oggi è attualissimo, e che ha ispirato decine di gruppi che sarebbero venuti dopo di loro. I Duran Duran sono forse tra i più famosi esponenti del genere new romantic, una variante della new wave, il movimento che, in varie sfaccettature, seguì il punk.

I Duran Duran nascono già nel 1978. Sono tre studenti d’arte, John Taylor alla chitarra, Nick Rhodes ai sintetizzatori e Stephen Duffy alla voce e al basso. I tre sono compagni di scuola e amano gli artisti glam e synth pop. È proprio John Taylor a suggerire il nome per la band: si chiamerà Duran Duran ispirandosi a Durand Durand, il cattivo del film Barbarella, famoso film di fantascienza con Jane Fonda. E, se ascoltate certe linee di tastiera del primo album dei Duran, sentirete che una certa atmosfera fantascientifica c’è tutta. Nella band entrerà poi Simon Colley, al clarinetto e al basso. Ma, già dopo il terzo concerto, Duffy e Colley se ne andranno. John Taylor lascerà la chitarra per imbracciare il basso, lo strumento con cui darà un groove inconfondibile al suono dei Duran Duran. Alla batteria ci sarà il secondo Taylor, Roger. Il terzo, Andy Taylor (i tre non sono parenti) entrerà nella band come chitarrista. Alla voce ci proverà Andy Wickett, che registrerà con la band alcune demo. Ma non saranno i Duran Duran che conosciamo fino a che, con la sua voce inconfondibile, non prenderà in mano il microfono Simon Le Bon.

Il biglietto da visita con cui i Duran Duran si sono presentati al mondo è il singolo Planet Earth, quello in cui si parla di new romantic in cerca del suono della televisione. È una canzone trascinante che, ancora oggi, sembra arrivare da un altro pianeta. Ci sono i synth spaziali di Nick Rhodes, il basso incalzante di John Taylor, il ritmo sincopato della batteria di Roger Taylor che si sposa alla perfezione con i salti del basso, la chitarra ritmica rockeggiante di Andy Taylor. E poi quegli effetti sonori che sembrano evocare l’atterraggio di un elicottero, o qualsiasi altro veicolo vogliate immaginare. Magari un’astronave. È qui che sentiamo già tutte le influenze che hanno reso quello dei Duran Duran un suono unico. In quella ritmica c’è, ad esempio, il groove di Giorgio Moroder, quello, per capirci, di I Feel Love di Donna Summer. L’influenza dei Roxy Music, una band che aveva dato una propria interpretazione del glam rock, la sentiamo tutta in Girls On Film, il brano che apre l’album. Ascoltate Love Is The Drug dei Roxy Music e poi questa canzone, e capirete quanto siano importanti. E poi, ancora, ci sono gli Chic, ci sono i Japan di David Sylvian, idolo di Nick Rhodes, tanto che i due sembrano due gemelli separati alla nascita. E ovviamente David Bowie, che in qualche modo aveva lanciato il movimento new romantic nel suo video Ashes To Ashes, in cu apparivano alcune comparse prese da quella scena, tra cui Steve Strange dei Visage. Nelle linee melodiche orientaleggianti di Tel Aviv, lo strumentale che chiude il disco, ci sono degli echi di alcune canzoni del Bowie della trilogia berlinese. E nella versione Deluxe di Duran Duran, del 2010, c’è una cover di Fame (che i Duran incisero come lato B di Careless Memories), il brano, tratto da Young Americans, che Bowie registrò a metà anni Settanta insieme a John Lennon. A proposito, Duran Duran fu registrato, agli AIR Studios di Londra, proprio nel dicembre del 1980, quando da New York arrivava la notizia dell’assassinio di Lennon. Più tardi i Duran confessarono quanto fu difficile portare a termine le registrazioni dopo aver sentito quella notizia. Ma in quei giorni in quello studio c’erano proprio i Japan, i loro idoli, che stavano registrando Gentlemen Take Polaroids in fondo alla sala dello studio.

Girls On Film, il terzo singolo estratto dall’album, è stato il salto definitivo dei Duran Duran verso la fama. Merito anche di un video ad effetto, arrivato proprio nel momento in cui, grazie a MTV, il videoclip diventava allo stesso tempo una forma ad arte a sé, e il miglior veicolo promozionale per lanciare un singolo e un artista in vetta alle classifiche. Girls On Film era uno di questi video: fatto per bucare lo schermo, scandalizzare, far discutere. Era stato girato dal duo Godley & Creme, musicisti e videomaker tra i più in voga al tempo, e due settimane dopo venne lanciato negli Stati Uniti da MTV. Nel video, i Duran Duran suonano di fronte a un ring, sul quale si avvicendano una serie di numeri da nightclub: una ragazza mima un combattimento con un lottatore di sumo, un’altra simula un salvataggio da parte di un bagnino, una un massaggio e una cowgirl cavalca un uomo con una testa di cavallo. La parte più spinta è quella in cui due donne, di cui una in topless, lottano nel fango. Il video fece scandalo e molte reti televisive finirono per mandare in onda la versione alleggerita, senza la scena incriminata. Ma il video integrale venne trasmesso nei nightclub dotati di schermi video, e sulle nostre tivù musicali spesso veniva tramesso. Ma è un video che ha una sua ironia e, nonostante sia spinto, non è mai volgare. A maggior ragione se visto oggi. La potenza del suono di Girls On Film e quel video così particolare portarono l’album la terza posizione nella Top 20 inglese.

La Duranmania doveva ancora iniziare, e le ragazze che avrebbero voluto sposare Simon Le Bon anche. Da lì a poco sarebbe arrivato Rio, il secondo album, e i video esotici girati da Russell Mulcahy. Sarebbero arrivate le loro canzoni più belle e più famose, quelle che avrebbero fissato per sempre nell’immaginario il suono e l’immagine dei Duran Duran. Ma il primo album aveva forse un suono ancora più sperimentale, coraggioso, innovativo. I Duran Duran, insieme a un’altra manciata di artisti, avevano lanciato il movimento dei new romantic. Un movimento fatto di musica, come detto, ma anche di look sgargianti e sfrontati. I Duran Duran, grazie alla collaborazione con stilisti come Perry Haines, Kahn & Bell e Anthony Price, a ogni video e ogni apparizione si distinguevano per il loro abiti. Se i pantaloni sono spesso quelli di pelle tipici del rock, a volte stretti, a volte più larghi e a vita alta, i nostri vestono spesso con camicioni dalle maniche larghe e dal collo a sbuffo che sembrano usciti da un film su Casanova. Hanno vistose sciarpe attorno al collo, o strette in vita a mò di cinture, e a volte portano delle fasce annodate sulla fronte. Nel loro guardaroba ci sono quelle giubbe militari che oggi vediamo molto spesso, e il tipico giubbetto del rock, il chiodo, magari è di colore bianco, come quello che indossa Simon Le Bon nel video di Girls On Film, o blu. Gli abiti sono speso di tinte pastello, ad esempio carta da zucchero. Un classico del periodo, poi, sono le t-shirt, colorate o bianche e nere, a righe orizzontali. Il trucco sul volto è spesso deciso, pesante. E i capelli sono colorati con meches, bionde o di altri colori, e spesso dalle forme molto voluminose.

Quelle parole di Planet Earth possono suonare come “qualche nuovo romantico in cerca del segnale della tv”, o “in cerca di una sigla per la tv”. Ma ci piace leggere, in quei versi, che quei new romantic stessero cercando il suono della tv, cioè il prodotto perfetto per le nuove tivù musicali che stavano nascendo, una forma d’arte che unisse musica e immagini, canzoni e videoclip perfetti e inscindibili da essere una cosa sole nell’immaginario collettivo, suoni all’avanguardia e un look all’altezza di essi. A quarant’anni da Duran Duran, se oggi vi guardate e attorno e tenete le orecchie aperte, vedrete ancora in giro tracce del look new romantic. E, se le hit dei Duran risuonano ancora, hanno lasciato anche molte tracce sonore in canzoni di oggi e in band che, da almeno vent’anni o forse di più, in qualche modo provano a recuperare il loro suono.

di Maurizio Ermisino per DailyMood.it

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Io volevo essere eterna – La biografia di Krizia

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«Chi sceglie Krizia, ha scelto un modo di pensare, di presentarsi agli altri, di essere» Umberto Eco.

Krizia è un nome preso in prestito da un dialogo di Platone sulla vanità femminile, lo scelse Mariuccia Mandelli (Bergamo 1925 – Milano 2015) per la sua casa di moda. E per se stessa. Icona di stile nel mondo intero, in America era soprannominata «Crazy Krizia» e in Asia veniva trattata come una regina. Ha contribuito alla nascita del prêt-à-porter italiano e a plasmare la donna moderna a suon di plissé, hot pants, animali e materiali inediti. Dismessi i panni di maestra elementare, dopo un’infanzia trascorsa a cucire vestiti per le sue bambole, Mariuccia parte con una valigia piena di abiti da vendere alle boutique in giro per l’Italia: ha con sé idee innovative, un sorriso genuino e la tempra di una pantera. Nel giro di pochi anni costruisce un impero, alla sua corte tra i primi collaboratori ci sono Walter Albini e Karl Lagerfeld, e di fatto scrive la storia della moda con sessant’anni di collezioni.

Questa biografia si costruisce attraverso le sue stesse dichiarazioni – estratte da centinaia di interviste rilasciate dalla stilista e conservate negli archivi di «Corriere della Sera», «la Repubblica», «Vogue», «Amica», «Elle» – e la compenetrazione dell’autrice nelle sue pieghe di donna, nelle sue contraddizioni, nelle idee che l’hanno ispirata fino ai novant’anni. E nel temperamento, schietto e feroce proprio come i suoi abiti, che l’ha portata a difendere dai pregiudizi la morte di persone a lei care, come Gianni Versace e Lady Diana, a guerreggiare con la storica direttrice di «Vogue America», Anna Wintour, e a difendere con determinazione la sua innocenza nella celebre inchiesta del pool Mani Pulite sugli stilisti italiani.

Anna Marchitelli (1982) è nata, vive e lavora a Napoli. Scrive dal 2016 per il «Corriere del Mezzogiorno», dorso del «Corriere della Sera», e collabora con gli inserti speciali. Dal 2010 al 2016 ha scritto per «la Repubblica Napoli». Suoi articoli sono apparsi su «Grazia», «Vanity Fair», «D di Repubblica», «I’M Magazine», «Casa Mia Decor». Nel 2017 ha pubblicato la raccolta di poesie Certe stanze (Manni Editori), aggiudicandosi il premio «L’Iguana» dedicato ad Anna Maria Ortese. Nel 2018 ha pubblicato Tredici canti (12+1) (Neri Pozza), riscrittura delle cartelle cliniche custodite nell’archivio dell’ex manicomio di Napoli Leonardo Bianchi. Nel 2020 ha scritto per il teatro i monologhi su Emilio Caporali e Maria Amalia di Sassonia per la rassegna «Racconti per ricominciare». Sempre per il teatro ha lavorato al monologo su Krizia. Nel 2021 ha firmato i componimenti poetici per il libro d’artista del pittore Ciro Palumbo ispirato a L’Infinito di Leopardi.

Info tecniche:
Collana Beaubourg – Varia
Data di uscita: 15 giugno 2021
Pagine: 180
€ 17,00
Isbn 978-88-6799-803-6

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Jared Leto: Professione Joker, Professione outsider

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Jared Leto era stato scelto da James Cameron per il ruolo di Jack Dawson. Sì, avete capito bene, Jack Dawson, il protagonista di Titanic, il ruolo che diede la gloria e l’ingresso definitivo nello star system a Leonardo DiCaprio. Ma Jared Leto non si presentò al provino. Evidentemente era nel destino che l’attore americano non dovesse diventare famoso con quel ruolo. Ce l’avete presente il Jack di DiCaprio? Una bellezza scintillante, cristallina, la patina di un eroe. Ecco, Jared Leto non è fatto per questi ruoli. Bellissimo anche lui, a differenza del suo glorioso look da rockstar (è il leader della band 30 Seconds To Mars), nei suoi ruoli al cinema ha sempre dovuto sporcare la propria bellezza, mutare forma, spingere il suo corpo all’estremo. Non è un caso che, dopo alcuni ottimi ruoli, sarebbe diventato famoso qualche anno dopo Titanic, con Requiem For A Dream di Darren Aronofsky, nella parte di un tossicodipendente autodistruttivo. Ma di questo parleremo dopo.

In questi giorni abbiamo tutti negli occhi il suo Joker, un’apparizione fugace ma di quelle che restano impresse, in Zack Snyder’s Justice League, la nuova versione del film come la voleva Snyder. Il suo Joker non è centrale nella storia, appare solo verso la fine, in un incubo, ma Snyder non voleva perdere l’occasione di far interagire il Batman di Ben Affleck con il suo peggior nemico. Nel film il Joker di Jared Leto appare di schiena, in controluce, i capelli lunghi e colorati, il rosso delle labbra completamente sbavato. Il Joker ha la parlata saccente, tagliente, la voce sottile, cantilenante, beffarda. fastidiosa. “Io sono il tuo migliore amico, hai bisogno di me” dice a Batman. Vediamo la sua faccia sgranata, in primo piano, di profilo, stagliarsi su uno sfondo assolato, infuocato. I lineamenti perfetti, quasi femminili, di Leto ci sono sempre, ma sono trasfigurati: gli occhi sono affossati, persi nel trucco nero, i colori del viso sono quelli del Joker – il bianco, il rosso e il verde – ma sono sfumati, sfigurano il suo volto. Il rosso sangue delle labbra è sbavato e incrostato, l’occhio è folle è disperato. Il Joker è vestito con un giubbotto antiproiettile di un corpo Swat sopra quella che sembra essere una camicia di forza. L’occhio è fisso, umido, la mano trema. E poi quella risata, Quella risata che in fondo è un lamento.

Jared Leto è così. Se affronta un ruolo è per non passare inosservato. Che sia un film intero o che siano 10 minuti. Se entra in un ruolo è per viverlo completamente, corpo e spirito, a costo di non uscirne facilmente. Il suo primo ruolo estremo, come dicevamo, è quello di Harry Goldfarb in Requiem For A Dream, un tossicodipendente, un ragazzo che vede nella droga un possibile business, l’occasione per svoltare: ma l’eroina viene tolta dal mercato dai fornitori, crollano gli affari e inizia l’astinenza. Darren Aronofsky, com’è nella sua poetica, prende corpi bellissimi e li sfianca, li devasta, li spinge al limite. Jared Leto si offre completamente a questo gioco, quasi che la sua bellezza sia qualcosa da cui liberarsi, qualcosa da eliminare a forza per dimostrare chi è. In questo film, come in altri, Leto allo stesso tempo scompare nel personaggio (non è più il divo, non è più la rockstar) e lo rende evidentissimo, qualcuno da cui non puoi staccare gli occhi di dosso.

Sembra quasi che sia uno scotto da pagare per la troppa bellezza. Non è un caso che, in altri due ruoli all’inizio della sua carriera, Leto abbia scelto sempre dei personaggi la cui bellezza veniva martoriata, devastata. In Fight Club, di David Fincher, basato sul romanzo di Chuck Palahniuk, Leto è Angel Face, uno dei membri del club e dei seguaci di Tyler Durden, un ragazzo che viene picchiato a sangue fino a diventare irriconoscibile. In American Psycho di Mary Harron, un altro film tratto da un romanzo cult e controverso, quello di Bret Easton Ellis, è Paul Allen, uno yuppie, un altro uomo brillante e bellissimo, un rivale del protagonista Patrick Bateman, che viene ucciso brutalmente (anche se in una scena comica dove si parla della band Huey Lewis and the News).

Ma non sono solo i suoi personaggi a risultare provati, violati, distrutti dalle vicende che affrontano. È lo stesso attore che chiede moltissimo al suo corpo e alla sua testa, che affronta sfide non facili per entrare nel personaggio, con il rischio che poi fatichi ad uscirne. Per entrare nel ruolo di Harry Goldfarb in Requiem for a Dream scelse di vivere per le strade di New York e di non avere rapporti sessuali per due mesi prima di girare il film, in modo da provare a capire in qualche modo cosa può comportare l’astinenza dall’eroina. Il ruolo di Harry è una delle sue grandi trasformazioni, delle sue sfide che spingono oltre il limite il suo corpo: perse quasi 13 chili di peso, diventando quasi scheletrico. Mentre in Chapter 27, in cui dava corpo e anima a Mark David Chapman, l’assassino di John Lennon, aumentò il suo peso di circa 30 chili.  È stata una sfida ancora più impegnativa, che gli procurò la gotta e lo costrinse a usare una sedia a rotelle. Per tornare alla normalità, Leto si affidò a una dieta di soli liquidi, a base di limonata, pepe di Caienna e acqua.

Molti anni dopo Jared Leto avrebbe ritentato una di queste imprese. In Dallas Buyers Club,   in cui appare in un ruolo di supporto accanto al protagonista Matthew McConaughey, quello di Rayon, Leto si spoglia ancora della sua aura da rockstar, ormai affermata, per donare i suoi lineamenti delicati a un uomo che si sente donna e vorrebbe esserlo. Il suo look è ispirato in parte a Marc Bolan, star del glam rock degli anni Settanta. Ancora una volta è dimagrito notevolmente, quasi 14 chili. E, per entrare nel personaggio, durante le riprese girava vestito da donna anche fuori dal set.

Attraverso una lunga galleria di ruoli, che comprendono l’eclettico protagonista di Mr. Nobody di Jaco Van Dormael, quello in Blade Runner 2049, ma anche altri rifiuti (Flags Of Our Fathers di Clint Eastwood, e Awake – Anestesia cosciente, tra gli altri) arriviamo ai giorni nostri. Accanto al Joker di Snyder, criminale eccessivo e appariscente, ce n’è un altro, anonimo e grigio, quello che vediamo in Fino all’ultimo indizio (The Little Things), di John Lee Hancock. Non sappiamo se è proprio un criminale. Certo, è uno degli indiziati per i delitti su cui i poliziotti Denzel Washington e Rami Malek stanno indagando. È un uomo qualunque, dall’aspetto trascurato, smunto, unto, ha lo sguardo folle e affebbrato. Ancora una volta, come il suo Joker, ma in modo completamente diverso, è irridente, indisponente. È uno di quei personaggi che ami odiare. Ancora una volta Jared Leto è andato agli antipodi della sua immagine, si è mimetizzato, è mutato. Qualsiasi sia il suo ruolo, lui ogni volta è l’outsider. È il Joker. Nel senso che è la carta che scompagina il mazzo.

di Maurizio Ermisino per DailyMood.it

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