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Food Mood

Quando il “Green” è Chic

Stefania Buscaglia

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Può la cucina etica e sostenibile essere anche chic? La risposta è un netto “sì”, nel momento in cui viene chiamato in causa lo Chef Pietro Leemann e il suo ristorante Joia di Milano, prima e unica realtà stellata vegetariana, non solo italiana, bensì europea.

Come recita il suo claim “Alta Cucina Naturale” – che lo chef di origini elvetiche ma ormai milanese di adozione porta avanti con convinzione, cultura e ricercata qualità dal lontano 1989 – il Joia si colloca come realtà unica nel suo settore e punto di riferimento assoluto per stile e per i palati più esigenti, non solo vegetariani.

Che la cucina “verde” –soprattutto vegana – sia una tendenza in forte ascesa, soprattutto nell’ultimo decennio, è ormai evidente a tutti. Il caso Leemann rappresenta però una questione emblematica e di inarrivabile qualità, maturata a fianco di grandi Maestri (un nome su tutti, l’indimenticato Gualtiero Marchesi) e grazie ai viaggi che lo hanno portato, anche per lunghi periodi, alla conoscenza delle principali culture orientali. Non ci si lasci dunque ingannare dall’aspetto più salutistico del Ristorante Joia: qui i piatti sono veramente buoni e al limite del goloso; altra nota importante, al Joia non si esce con la fame. Ragione per cui, nelle righe a venire, suggeriremo un ipotetico percorso di 5 portate di grande gusto ed eleganza (ovviamente preceduto da numerosi “benvenuti” e altrettante “coccole” di fine pasto), che ci hanno veramente colpito:

Tra gli antipasti, irrinunciabile Una porta per il paradiso, un uovo “apparente” (poiché attentamente ricreato nelle sue fattezze) servito con un delicato gazpacho di mais e anacardi, carciofi e fave, semi di zucca e girasole tostati al fuoco di legno di faggio e che ci mostra come l’elemento floreale torni spesso nella cucina di Leemann, non tanto come decoro, quanto piuttosto come principio di forza ed energia vibrante.

Una cucina riflessiva e meditata che evita accuratamente alimenti che possano compromettere l’evoluzione spirituale dell’uomo (non a caso, cipolla e aglio non appaiono mai in alcuna ricetta). Interessanti i primi con particolare attenzione a La rosa che non colsi, un cous-cous “come a Marakesh” (ma che in realtà viene prodotto proprio al Joia!) servito con un velo di peperoni, dashi all’Umeboshi, e completato da un sorbetto non dolce alle noci e fieno greco.

Il nirvana finalmente giunge con uno degli elementi preferiti da Pietro Leemann poiché capace di collegare e mettere in connessione tutto il mondo: il riso. Per questo sceglie di intitolare il piatto L’ombelico del mondo, che per l’occasione si presenta come un risotto con asparagi ed erbe, crema di carote, zafferano e arancia, salsa al pepe di Sarawak e burro veg profumato al limone che, intenzionalmente, viene servito a parte lasciando “diritto di mantecatura ” al cliente che, facendosi guidare unicamente dalla propria golosità, può abbandonarsi a gesti fanciulleschi giocando tra vortici e contrasti. Il riso scelto per l’occasione è una Zizzania Marina del Canada proposta sia nella classica mantecatura a risotto, che fritta e croccante, a chiusura del piatto.

Filosofia a parte, resta dunque il “gusto” il protagonista principale dell’intera degustazione che prosegue senza intoppi con i secondi piatti che continuano a mantenere alta l’attenzione: golosa Relazione Privilegiata, una finta pizza di crescenza nel cui nome ci rammenta come il Joia viva di relazioni – soprattutto con i fornitori – tra cui quella con Federica Baj (agricoltrice di asparagi del varesotto) rappresenta un esempio tangibile: troviamo dunque sulla crema di formaggio morbido proprio i suoi asparagi, cotti al barbecue che duettano con spinaci e si completano con olive taggiasche e pomodori confit.

Cibo, salute, benessere ed equilibrio si ritrovano anche nella parentesi dolce dove è evidente l’attenzione maniacale affinché la trasformazione della natura avvenga nella maniera più legittima possibile, per preservarne essenza e freschezza. Freschezza che è evidente in Macondo, un pavé di cioccolato con terrina al mirtillo, mousse al caffé, salse di mango biologico di Sicilia e more di gelso, spuma soffice di armelline e gelato di fragola allo zenzero.

Una cucina dunque di alta qualità, raffinata e indiscutibilmente chic! Piatti che fanno bene al corpo e all’anima, e che attraverso un concetto quasi antroposofico, innalzano il cibo da elemento terreno a elemento spirituale, mostrando una nuova visione della cucina vegetariana a cui solo Pietro Leemann è riuscito a dare forma: un caso unico che conferma ancora una volta quanto l’Italia si distingua per stile e gran lusso – anche nel meraviglioso mondo della ristorazione – e come un’esperienza green-chic possa essere pura… Joia.

photo credits © Lucio Elio

di Stefania Buscaglia per DailyMood.it

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Food Mood

Roma: capitale della pizza gluten free

Polici Francesca

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Ci sono solo due cose a cui un italiano non può davvero rinunciare. Quelle per cui ogni volta che si ritrova all’estero, per un soggiorno breve o lungo che sia, soffre. Quelle per cui se si trasferisce a Londra rischia di cascare in depressione permanente e ha incubi notturni. Quelle cose che ti fanno tornare il sorriso e piangere di gioia. Le stesse per cui chiamiamo “vichinghi” gli americani che storpiano la più illustre delle nostre tradizioni e che a Napoli rischierebbero il linciaggio. Naturalmente, parliamo della pasta e della pizza. In assoluto, gli alimenti più amati da ogni italiano. Che diventano motivo di vanto e fanatismo in tutto il mondo.
Ma che succede se siete celiaci? No, non è la fine del mondo e non dovrete rinunciare alle pietanze che più amate. Almeno, non se vivete a Roma. E se vi trovate nella capitale per un weekend romantico, allora non potrete non approfittarne.

Qui trovate la nostra “Top 3” delle migliori pizze gluten free romane (con possibilità di gustarle anche nella versione lactose free).

1. MANGIAFUOCO
Pensavate di dover rinunciare per sempre alla vera pizza? Cioè, quella cotta naturalmente nel tradizionale forno a legna? Ecco, finalmente potrete ricredervi. Nel cuore del quartiere Trieste, infatti, troverete questo fantastico locale dotato di due cucine (quindi, senza alcun rischio di contaminazione) e con un personale impeccabile che vi consentirà di gustare un’ottima pizza completamente gluten free. Grazie al segretissimo impasto ideato da Mangiafuoco, infatti, nemmeno l’amante della pizza più ortodosso si renderà conto che è tutto senza glutine. Non solo. Avrete la possibilità di scegliere tra la cosiddetta pizza romana (quella fina, per capirci) e quella napoletana (ossia, più alta). Ma ci sono due pizze che davvero non troverete da nessun’altra parte: l’Iberica e l’Andalusa. La prima è una squisita margherita con l’aggiunta di Pata Negra e Chorizo, il prosciutto e il salame spagnoli più gustosi di tutti. La seconda, invece, è ancora più “grassa” e più buona: una pizza bianca con cicoria e lardo di Pata Negra. Sì, avete capito bene. E non dimenticatevi di prendere anche qualche delizioso fritto, il nostro preferito è senza dubbio il supplì ai quattro formaggi (l’espressione “food porn” è nata sicuramente dopo aver provato questo!).
Vi ricordiamo che ogni piatto che esce dalla cucina senza glutine è dotato di una bandierina. Così non vi potrete sbagliare.
Locale: Mangiafuoco
Indirizzo: via Chiana, 37
Sito: http://www.mangiafuoco.org/

 

 

2. MANFORTE
Un altro vero e proprio “must” del senza glutine romano è sicuramente Manforte. Lontano dal caos della città, a due passi dalla Nomentana, troverete questo splendido casale ristrutturato dove non potrete non sentirvi subito a casa. Il personale, giovane e sempre sorridente, vi accompagnerà con estrema professionalità nella scelta migliore dall’ottimo menù. Anche qui troverete ben due cucine, che vi proporranno un’offerta culinaria estremamente sfiziosa e capace di rinnovarsi costantemente. La pizza senza glutine, infatti, non è quella tonda e “tradizionale”, ma più una “pizza a taglio” che vi verrà servita già a spicchi, con una fragranza croccantissima (come difficilmente se ne trovano nella versione gluten free) e dai condimenti più svariati. Tra le più gustose, abbiamo scelto: la Bufalina, rossa con bufala e pachino, deliziosa e fresca; e la Paesana: bianca con provola e pancetta, per un’estasi delle nostre papille gustative e una bella botta di colesterolo. Il tutto, ovviamente, accompagnato dai migliori supplì tradizionali (non ce ne sono di più buoni in tutta la città), patatine fritte da intingere in una delle tante e buonissime salse (su tutte, la cacio e pepe) e le immancabili bruschette. Dimenticate il concetto “tradizionale” di bruschette e preparatevi ad assaggiare uno dei piatti più buoni della capitale. Anche qui, il senza glutine è facilmente riconoscibile dalla tovaglietta nera dalla dicitura “senza glutine” che accompagna ogni piatto.
Locale: Manforte
Indirizzo: via di San Tommaso D’Aquino, 121
Sito: http://www.manforte.eu/

3. CELIACHIAMO
Per chi vive a Roma e, soprattutto, per chi mangia senza glutine da tempo, Celiachiamo è davvero un’istituzione. E a Roma ce ne sono due, uno più buono dell’altro. Ma questa volta ci concentriamo sul fantastico forno di Tiburtina che oltre a deliziarci con squisitezze dolci e salate freschissime, offre anche la possibilità di acquistare prodotti gluten free con le ricette Asl. Se siete appena tornati a casa e non avete voglia di cucinare ma nemmeno di uscire, Celiachiamo fa al caso vostro e vi consegnerà a domicilio una buonissima pizza gluten free (assolutamente identica a quella tradizionale con glutine) e a prezzi stracciatissimi. La filosofia di questo piccolo angolo di paradiso, infatti, è proprio quella di offrire prodotti di alta qualità a prezzi assolutamente modici (possiamo definirlo come uno dei locali più competitivi del mercato). E non dimenticatevi di provare anche le buonissime pizzette rosse, un delitto non provarle.
Qui nessuna distinzione, tutto il locale è 100% gluten free.
Locale: Celiachiamo
Indirizzo: via Carlo Caneva, 40
Sito: https://www.facebook.com/celiachiamoilforno/

di Francesca Polici per DailyMood.it

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Tartufi a Milano

Stefania Buscaglia

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«Milan l’è un Gran Milan!»

È trascorso circa un secolo da quando si cantavano questi versi, a dimostrazione del fatto che – da sempre – il capoluogo lombardo primeggia come nessun’altra città italiana in fatto di grandezza e ambizione per ottenere sempre il meglio, in ogni ambito.

Discorso che vale ovviamente anche e soprattutto in campo gastronomico. Ricordate l’infinito dibattito secondo cui il pesce migliore si mangia solo a Milano?!
Mito? Realtà?
Nessuno può dirlo con certezza. Ciò che è indiscusso è che da sempre Milano brama il meglio, sia per i propri cittadini, sia per confermare il ruolo di modello internazionale che – dopo Expo 2015 – si è certamente guadagnata di diritto.

Ed è proprio da questa esperienza che nella città meneghina sono sorti locali che mettono al centro qualità ed eccellenza, oltrepassando il concetto di ristorante e costruendo un’avventura votata sì al gusto, ma anche alla conoscenza e alla consapevolezza di recarsi in un luogo in cui sia chiaro e centrale l’oggetto del proprio interesse.

Un oggetto prezioso che diviene protagonista di modelli di ispirazione internazionale, ma costruiti intorno a prodotti che più Made in Italy non potrebbero essere. È il caso del tartufo, emblema dell’eccellenza gastronomica del nostro Paese che, in meno di un lustro, è divenuto la big star di alcuni ristoranti e bistrot meneghini che hanno disegnato intorno a esso un modello accattivante e coinvolgente votato a un’esperienza sensoriale unica e irripetibile.

Ristoranti che non solo garantiscono una gamma di tartufi italiani nel corso delle differenti stagioni – rispettando la raccolta dei calendari regionali e facendo chiarezza sulla tracciabilità del prodotto – ma che assicurano la stessa trasparenza in fatto di prezzi, indicando esplicitamente nel menù il prezzo del piatto in abbinamento alla tipologia di tartufo prescelto, ed evitando così spiacevoli sorprese al momento del conto.

Trasparenza dunque, e la volontà di sensibilizzare il cliente intorno all’universo di questo fungo ipogeo che – a discapito delle comuni credenze – non è semplicemente “bianco” o “nero” ma comprende ben nove varietà che crescono e possono essere cavate solo in determinati periodi dell’anno.

Dal Bianco Pregiato al Tartufo Uncinato; dal Bianchetto all’Estivo. Scopriamo insieme gli indirizzi dal profumo più inebriante della città di Milano.

TARTUFI&FRIENDS
Pioniere di questa tendenza, un esponente storico della moda Italiana come Alberto Angelo Sermoneta che nel 2010 sceglie di portare il proprio gusto e le intuizioni messe in campo nel proprio settore, nel mondo della ristorazione, dando forma al primo locale al mondo dedicato alla vendita e alla degustazione del tartufo. Insieme alle altre quattro insegne presenti a Roma, Dubai Londra e Francoforte, Tartufi&Friends Truffle Lounge Milano è un locale dall’atmosfera confidenziale dal mood british, elegante ma non respingente in cui trascorrere ogni momento della giornata, godendo di un’esperienza unica che, oltre al cibo, propone esperienze di Cooking Class e vendita di prodotti.

Posizionato a pochi passi dalla centralissima Piazza San Babila a Milano, Tartufi&Friends accoglie il cliente a pranzo, aperitivo e cena in una formula di orario continuato dalle 11.00 del mattino sino alle 23.00, per garantire il massimo dell’accoglienza in una città sempre più dinamica e internazionale. La cucina è affidata alle sapienti mani dello Chef Luca Mauri, brianzolo classe ’75 che, a seguito di prestigiose esperienze a fianco di chef stellati del calibro di Enrico Crippa e Giancarlo Morelli e l’avventura di un’attività in proprio, sbarca nel 2017 – a soli due anni dall’apertura – alla direzione dei fuochi del locale di Corso Venezia. Una cucina la sua incentrata su pochi ingredienti (mai più di cinque per piatto) su cui ama sperimentare, giocando con le consistenze e armonizzandone l’unione. Un approccio che si manifesta ovviamente anche nel menu creato per Tartufi&Friends in cui Mauri conferma la propria cultura, osando accostamenti mai scontati, talvolta virtuosi e liberi da noiosi cliché. Applausi dunque per l’abbinamento salmastro dell’ostrica, o l’orgasmica Ricciola marinata con lamponi ghiacciati e carciofi che – uniti al profumo inebriante del Tuber magnatum (anche volgarmente detto tartufo bianco) di Alba confermano ogni voce relativa alle virtù afrodisiache di questo prodotto. Imperdibili i crudi, ottimi i primi – con particolare riguardo alle paste fresche e ripiene (i Tortelli di Vitello con carciofi croccanti, fumetto di mare e tartufo fresco sono esaltanti) e preziosi i secondi di carne, pesce o vegetariani: caldamente consigliata la selvaggina, cotta alla perfezione e accompagnata con abbinamenti raffinati. L’esperienza può essere degustata alla carta o affidandosi a uno dei tre menù degustazione. Ogni piatto può essere liberamente abbinato al tartufo bianco o nero, di cui sono apertamente esposti i prezzi sul menù.

Oltre al ristorante, un suggestivo Cocktail Bar con giardino verticale nel quale si può godere di una Truffle & food pairing experience senza pari: è infatti possibile sorseggiare dei miscelati indimenticabili proposti in abbinamento a stuzzichini o pasti veri e propri. Oltre alle proposte classiche o ad alcune variazioni sul tema, da non perdere i quattro cocktail al tartufo: tra questi, segnatevi il Truffle Disaronno Sour (Amaretto Disaronno, miele al tartufo, succo di limone, albume d’uovo, scaglie di tartufo) che merita sicuramente la visita. In alternativa ai cocktail, una delle numerose e valide etichette proposte dal giovane e talentuoso Vincenzo Teti che gestisce con grande professionalità la Sala.

tartufiandfriends.it

TARTUFOTTO
Vi è sempre una storicità profonda e la radicata tradizione di una famiglia unita e lungimirante, alla regia di Tartufotto, un accogliente bistrot nel cuore di Milano a pochi passi dall’elegante quartiere di Brera, perfetto per una pausa pranzo, un aperitivo o una serata speciale.

La famiglia in questione è quella dei Savini, tartufai toscani da quattro generazioni e una storia imprenditoriale di quelle belle: dal nonno Zelindo guardiacaccia, al papà Luciano cuoco, ai giorni nostri con Cristiano che – in concomitanza con Expo 2015 – comprende che Milano non è semplicemente pronta, ma necessita, di un locale in cui acquistare tartufi e prodotti tartufati (dalle salse, al burro; dalle acciughe del Cantabrico alle indimenticabili peschiole, sino ad arrivare al peccaminoso Tonno del Chianti realizzato dal macellaio più noto d’Italia ovvero Dario Cecchini), oltre a vivere un’esperienza gastronomica di assoluto livello attraverso cui diffondere la cultura relativa alla tartuficoltura.

Una cultura che tende a sfatare le comuni credenze che circoscrivono la raccolta dei pregiati funghi ipogei a territori come quello umbro o piemontese e che fa luce sulla Toscana (e le zone limitrofe), terra originaria di Savini Tartufi dal 1920; è così che, grazie all’aiuto di circa 650 cavatori, vengono cavati nel rispetto delle stagionalità otto delle nove specie disponibili: dal bianchetto allo scorzone; dal bianco nero pregiato, passando per l’estivo, l’uncinato, il brumale o il moscato. Varietà che Savini Tartufi distribuisce in alcuni dei migliori ristoranti stellati, che utilizza per la realizzazione delle ricette dei prodotti distribuiti in circa quaranta Paesi e che ovviamente propone al civico 8 di via Cusani a Milano (da qui, il nome Tartufotto), attraverso una cucina dalle sfumature pop.

Il menu offre piatti elaborati ma dalla lettura semplice, accessibili a tutti, che si rinnovano secondo la disponibilità delle materie prime fresche, selezionate con massima attenzione alla qualità. I sapori sono poi abilmente accostati per esaltare l’unicità di ogni piatto, studiato per regalare una vera esperienza gastronomica. Carta alla mano, il cliente ha la possibilità di scegliere se “tartufare” o meno il proprio piatto e quale tipologia utilizzare a seconda della stagione. Tutto questo è di facile comprensione nella colonna di destra della carta dove i prezzi indicano le varie opzioni. Oltre agli abbinamenti più classici, come i tagliolini mantecati al burro, la tradizionale tartare di Fassona o l’uovo poché cotto a 62°, stupiscono le audaci creazioni nate intorno ai dessert: degno di nota, il miele al tartufo, nato dal ricordo proustiano del nonno Zelindo che, da bambini, era solito consumare nelle sue merende una fetta di pane con tartufo e miele e che oggi i commensali possono assaporare in abbinamento a un delicato gelato alla crema.
tartufotto.it

di Stefania Buscaglia per DailyMood.it

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Alta Cucina e Oriente: il caso della Famiglia Liu

Stefania Buscaglia

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Claudio, Giulia e Marco.
In comune hanno il cognome.
Liu. Uno tra i cognomi più altisonanti nel panorama della ristorazione di Milano.

Eppure, penserete, quel nome sembra non portare con sé nulla della tradizione meneghina. E così del resto è: Liu racconta infatti la storia di una famiglia proveniente dal sud della Cina che – giunta in Italia oltre trent’anni addietro – attraverso duro lavoro, sacrifici, spostamenti repentini e il caso di un’integrazione genuina e positiva, agli inizi del nuovo millennio mette radici nel capoluogo lombardo aprendo un ristorante in quella che un tempo era considerata la zona delle pizzerie “fighette” di Milano. Ma c’è di più. Liu racconta infatti la storia di Xue Zhen e di Hu, bravi genitori che attraverso un esempio virtuoso di dedizione a un lavoro votato alla qualità, crescono quella che oggi è considerata la generazione “d’oro” della Cucina Orientale in Italia: Claudio, Giulia e Marco Liu.

Tre fratelli, rappresentanti della ristorazione etnica milanese e non solo che – con un occhio rivolto a Oriente e uno all’attitudine cosmopolita delle maggiori capitali europee – hanno saputo dare forma a tre ristoranti che, per qualità ed eccellenza, se la giocano ad armi pari con i protagonisti dell’Alta ristorazione italiana.

Un esempio unico quello dei Liu: da un lato perché – a dispetto delle grandi famiglie della tradizione italiana – come i Cerea o i Santini per intenderci – vi è la scelta di “dividersi” sotto insegne differenti, rimanendo però saldamenti uniti da un forte legame di sangue e dal fil-rouge dell’eccellenza. Dall’altro perché, a differenza della nutrita comunità cinese meneghina – solita a concentrarsi in un quartiere tematico (si pensi alla Chinatown di via Paolo Sarpi), scelgono di gestire tre ristoranti, in tre zone differenti della città, così da riuscire a “dominare” Milano in tre epicentri di infinita rilevanza strategica.

Il risultato: un successo oltre a ogni possibile immaginazione! Ristoranti perfetti dalla cucina, alla location al servizio, sempre pieni e dagli incassi mirabolanti! Un esempio unico e virtuoso che, senza esitazione, può indurci a parlare di “modello Liu”.

Un modello che decolla nel 2006 e – all’insegna di continui miglioramenti – suggella il successo dei ristoranti della famiglia Liu come le esperienze gourmet più cool della città di Milano.

CLAUDIO E IYO
È il 2006 quando Claudio Liu, classe ’82 e maggiore dei tre fratelli, sceglie di dare forma al suo sogno, staccandosi dall’attività di famiglia e aprendo Iyo, ristorante pioneristico in Italia, di alta cucina giapponese con richiami alla cultura occidentale. Come zona sceglie via Pier della Francesca, strada che negli stessi anni, vede sorgere locali come il Roialto e il Gattopardo, divenendo punto di riferimento di stile e piacere dei milanesi più curiosi ed esigenti. Uno stile che non resta mai immobile e che comprende quanto il cambiamento sia naturale in una città come Milano: via via, i piatti ispirati alla cucina nipponica subiscono l’influenza della contaminazione nazionale, imprimendo indelebile il marchio di fabbrica dello stile Iyo che – nel 2015 – consacra il suo successo con l’ottenimento della Stella Michelin, la prima e l’unica per un ristorante etnico in Italia. L’atmosfera, di evidente ispirazione orientale, si concretizza in un ambiente raffinato e al contempo accogliente. I piatti sono eleganti ed emozionanti e mostrano come i più classici sushi, sashimi, uramaki e nigiri possano raggiungere vette altissime ed essere affiancati da ricette imperdibili e indimenticabili come lo Yka Somen (“spaghetto” di calamaro crudo, caviale Kaluga Amur, verdure croccanti, uovo di quaglia e salsa soba dashi) o l’Asado (un manzo nobile italiano marinato in soia e mirin, cotto sous-vide a bassa temperatura e servito con crema di mais abbrustolito, funghi cardoncelli affumicati in legno di sakura giapponese e salvia in tempura). Piatti che – da quest’anno – potranno per lo più essere gustati anche a casa, grazie ad Aji, ultima creatura di Claudio Liu, aperta in società lo Chef Lin Yin Lu e il Restaurant Manager Federico Zhu. L’idea è quella di un delivery di altissima qualità che parte da Milano, sia destinata a crescere anche oltre confine. Un’idea che – oltre all’importante continuità votata all’eccellenza – porta in sé un messaggio etico e virtuoso attento all’ambiente, grazie ai packaging biodegradabili e ai mezzi elettrici utilizzati per le consegne a domicilio. Una novità da sperimentare anche in loco, comodamente seduti al tavolo esclusivo all’interno del locale. Dove? A pochi passi da Iyo, sempre in Pier della Francesca.
iyo.it

MARCO E BA ASIAN MOOD
Marco è il più piccolo di casa ed è l’unico dei fratelli Liu ad essere nato in Italia. E qui i numeri fanno davvero impressione, considerando che nel 2011, all’età di soli vent’anni, è lui a prendere in mano le redini del cambiamento del ristorante di famiglia, trasformando quella che era una pizzeria e un luogo in cui gustare la cucina della tradizione italiana in un ristorante che potesse colmare tutte le lacune dei (troppo) numerosi ristoranti cinesi presenti in città: dalla qualità della proposta, all’ambiente; dalla cantina al servizio. Un esperimento che risulta vincente sin da subito, onorando la sincera tradizione della cucina cinese, e liberandola da quei fastidiosi cliché fatti di lanterne, gattini del benvenuto e polli alle mandorle che per anni hanno offuscato la bellezza e l’assoluta qualità di una cultura vasta e articolata come quella cinese. Una cultura che al Ba viene esaltata e reinterpretata incessantemente attraverso visioni contemporanee che ne esaltino il carattere sempre contemporaneo. Stile che non si ritrova solo nei piatti ma anche in un ambiente di rara suggestione, in cui la linearità e i toni neutri della Sala sono piacevolmente contrastati da scenografiche macchie di colore rosso rappresentate da elementi di design di grande pregio. Cosa mangiare? Imperdibile la variazione di Dim Sum, la giocosità del Porcino nel Bosco (un bun ripieno di funghi, pepe di Sichuan e tartufo) e la variazione del Singapore Chilli Crab.
ba-restaurant.com

 

GONG E GIULIA
Il 2015 è un anno fondamentale per la famiglia Liu: non solo Claudio viene consacrato nell’universo Michelin, grazie all’ottenimento della Stella; Giulia – la sorella “di mezzo” – apre Gong, arricchendo il ventaglio di ristoranti di famiglia e donando alla città di Milano un locale unico, capace di mettere in relazione la cultura orientale e l’inconfondibile stile della cucina mediterranea. Uno stile peculiare in cui l’equilibrio tra tradizione e innovazione e tra le differenti culture sappiano armonizzarsi in un gioco di incastri e contaminazioni: l’esperimento, perfettamente riuscito, nasce dal desiderio di Giulia di sottolineare con efficacia sia l’aspetto culturale della cucina, che la sua attinenza intrinseca con il concetto di creatività. Attitudine che risulta naturale a Giulia Liu, grazie alla formazione artistica e agli studi nel settore moda: «Da ragazza volevo fare la stilista», ammette Giulia; «penso di aver ereditato la vena artistica da papà che da giovane era intagliatore del legno; credo che questa formazione e predisposizione mi abbia guidato nell’individuare un filo conduttore per quello che dovrebbe rappresentare per me un ristorante al giorno d’oggi». E cos’è dunque il ristorante di Giulia Liu se non un “ponte” capace di unire culture e dimensioni differenti? Un luogo di cui, vi è da crederci, sentiremo sempre più parlare. Tra i piatti imperdibili la Ceviche di spigola all’asiatica, il Raviolo di Wagyu e il Calamaro all’onda asiatica.
gongmilano.it

photo credits © Lucio Elio, ristorante Iyo, ristorante BA, ristorante Gong

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