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La casa di carta. Cosa c’è (e chi) dietro allla serie del momento

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Una mattina, mi son svegliato, o Bella Ciao Bella Ciao Bella Ciao Ciao Ciao, una mattina mi sono svegliato e ho trovato l’invasor”. Una sera tutti noi abbiamo aperto la app di Netflix e abbiamo trovato questa serie tv, La casa di carta: prodotta in Spagna, partita in sordina e diventata uno dei fenomeni del momento. La prima volta che si ascolta Bella Ciao, la famosa canzone partigiana italiana, in una delle puntate, sembra un omaggio e basta. E invece è la chiave della serie. Sì, perché la storia del Professore e della sua banda di ultimi della società che decidono di fare una rapina alla Zecca di Stato, a Madrid, è molto più che un heist movie dilatato e spezzato ad arte secondo le regole della serialità contemporanea. Quella canzone, per tutti, significa una parola: Resistenza. Ma contro chi può essere la Resistenza oggi? È da anni, ormai, che si respira nell’aria un sentimento di sfiducia, per non dire ostilità, nei confronti delle banche. Almeno da quella crisi nata in America nel 2008, quella in cui migliaia di persone persero la casa. Per arrivare al fastidio verso la Banca Centrale Europea. Tutto questo mentre in Italia la forza politica che viene associata alle banche perde le elezioni. Dall’America all’Europa, da Occupy Wall Street a Podemos, nascono movimenti dal basso. E c’è un momento chiave, nello show, in cui capiamo tutto. Quando il Professore racconta di come, per più volte, la Banca Centrale Europea abbia stampato denaro, solamente per dare un’“iniezione di liquidità” alle banche. Ecco; il Professore e la sua banda, con la sua rapina, hanno pensato di dare un’iniezione di liquidità, ma a chi ne aveva più bisogno: ultimi, reietti, persone senza una seconda possibilità. Non a caso, mentre assistiamo alle gesta dei rapinatori, ci viene spesso detto che i cittadini, che stanno assistendo alla rapina grazie ai media, è dalla loro parte.

Alex, la mente
Ma chi è la mente di questo piano così ben architettato che è La casa di carta? Si chiama Àlex Pina, ed è il fondatore della casa di produzione Vancouver Media. Netflix ha appena siglato con lui un contratto globale in esclusiva, dopo il successo de La casa di carta, la serie non in lingua inglese più vista su Netflix. Le sue nuove serie saranno prodotte in esclusiva per i 125 milioni di abbonati a Netflix. Il primo progetto in cantiere, attesissimo, sarà la terza stagione de La casa di carta (sarà pronta nel 2019), ma anche Sky Rojo, dramma d’azione al femminile che sarà pronto sempre il prossimo anno. Conosciuto da noi per La casa di carta, Pina è la mente anche di Kamikaze, Fuga de cerebros e Tengo ganas de ti. Al suo attivo anche Tre metros sobre el cielo, versione spagnola di Tre metri sopra il cielo. Le sue sono storie di personaggi emblematici, magnetici, sensibili e adrenalinici, con una visione tutta personale della vita. “Lavorare per Netflix è un sogno che diventa realtà” ha dichiarato. “Viviamo in un’epoca in cui le serie tv sono considerate alla stregua dei movimenti culturali più influenti. La possibilità di raggiungere anche i luoghi più remoti del pianeta e di costruire un mondo in cui il contenuto in tutte le lingue può essere veicolato a livello globale significa far parte del sogno di migliaia di creativi. Oggi anche produzioni provenienti da piccole realtà possono arrivare al grande pubblico. Non potevamo perdere l’opportunità di collaborare con Netflix, partecipando a questa sfida rivoluzionaria”.

La nave dei folli
Ma cos’altro c’è dietro al successo de La casa di carta? Una scrittura allo stesso tempo lucida, lucidissima, e folle. Lucida per come pensa a ogni dettaglio del colpo alla zecca, dall’idea di fondo (che, se non l’avete ancora vista, non vi sveliamo) alla previsione di ogni mossa dell’avversario, cioè la polizia. E la follia di entrare dentro alla testa di questo gruppo di Robin Hood, di immaginare le loro storie, i loro pensieri, le loro paure. La casa di carta è una nave dei folli, un circo di freak, di personaggi borderline, teneri e crudeli, coraggiosi e disperati, spietati e sentimentali. Capiamo dopo pochi minuti di stare dalla loro parte; ci vuole un po’ di più, ma quando accade è chiarissimo, per capire di amarli. Il Professore (Álvaro Morte), mente affascinante e raffinata, genio del crimine, eppure persona gentile e cortese, tanto da corteggiare quella che in quel momento è la sua peggior nemica, l’ispettore della polizia Raquhel Murillo (Itziar Ituño). Berlino (Pedro Alonso), il luogotenente del professore dentro alla zecca, personaggio folle ed elegante, disperato e romantico, tiranno e martire. E poi, le donne: Nairobi (Alba Flores), risoluta e dolce come solo certe donne sanno essere (la sua frase “inizia il matriarcato” è una delle frasi cult del film) e con un segreto nel suo passato. E Tokyo (Úrsula Corberó), volto da bambina imbronciata e look alla Matilda di Leon, tanto sexy quanto pericolosa. Per gli altri e per se stessa. Guardando questi personaggi, che hanno scelto di chiamarsi con i nomi di città per garantirsi l’anonimato, così ben disegnati, tra scrittura e recitazione, ci chiediamo dove fossero finora, nel cinema spagnolo, tutti questi attori così carismatici.

Sindromi di Stoccolma
Personaggi che si dannano l’anima per la rapina, che è qualcosa di più del solo vil denaro. È prima di tutto rivalsa, un sentimento che tutti, prima o poi, proviamo nella vita. Ma non fanno solo questo. Si amano, si odiano, si tradiscono. Tra sindromi di Stoccolma vere o presunte, e passioni totali, dove non si capisce più chi siano i buoni e i cattivi. Forse perché al mondo non esistono più i buoni e i cattivi, ma solo persone che cercano di sopravvivere. La casa di carta riveste tutto questo con un impatto iconico notevole, con il look simbolico immediatamente irriconoscibile delle maschere di Dalì, che coprono il volto dei rapinatori ma anche degli ostaggi, e delle tute rosse, evidente simbolo di rivoluzione. È curioso, in proposito, che la divisa scarlatta sia l’elemento pittorico di due serie cult di questa stagione: La casa di carta e The Handmaid’s Tale. Qui significano resistenza e libertà, lì negazione dei diritti e oppressione.

Nessun limite all’immaginazione
La casa di carta
procede per continui colpi di scena e cliffhanger. Il suo schema è creare una serie di ingranaggi perfetti che portano avanti il piano, per poi gettare continuamente sabbia in questi ingranaggi e farli bloccare, per poi costringere i protagonisti a trovare il modo di far ripartire il meccanismo. Come il piano del Professore e dei suoi, anche la storia de La casa di carta è fatta di continui arresti e ripartenze. Nata per essere trasmessa sulla rete spagnola Antena 3, doveva avere 15 episodi di 70 minuti. La rete spagnola ha fermato la messa in onda dopo i primi nove. La distribuzione su Netflix ha richiesto un diverso montaggio della serie: per i tempi americani, che poi sono ormai anche i nostri, sono state create delle puntate di 40-45 minuti, che così, da 9, sono diventate 13. Le rimanenti 6, sono diventate quella che conosciamo come la stagione 2, e sono diventate 9. Ora ci sarà una terza, e anche una quarta stagione. Come faranno Pina e il suo team a far ripartire una storia che sembrava chiusa alla perfezione? La chiave, dicono, sarà nella frammentazione della narrazione. Allora non ci resta che aspettare El Profesor e i suoi. Sempre nel nome di Salvador Dalì, un artista che parlava di creare confusione e non porre limiti alla propria immaginazione.

di Maurizio Ermisino per DailyMood.it

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Maniac. La nuova serie Netflix è qualcosa che non avete mai visto…

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È incredibile vedere i passi avanti che sta facendo il mondo della serialità. Dove una volta c’erano i telefilm, o le fiction, dove non si osava mai e si tendeva a una visione rassicurante della realtà, o al feuilleton, ora ci sono le serie tv (che poi non sono più nemmeno tv), prodotti seriali che sperimentano, che si spingono fino a dove neanche il cinema fa più, che parlano di cose che un tempo non avremmo mai immaginato di vedere su un piccolo schermo. Se tutto è cambiato prima con Twin Peaks, di David Lynch, che ha portato in tv il linguaggio cinematografico e lo sguardo d’autore, e poi con Lost, che ci aveva fatto capire come le cose più interessanti da vedere fossero quelle che vediamo quando guardiamo dentro di noi, Maniac, l’attesissima nuova serie di Netflix (disponibile dal 21 settembre) firmata Cary Fukunaga, raccoglie i frutti di questa evoluzione. Regalandoci qualcosa che raramente avevamo visto in tv, sia essa tradizionale, o in streaming, come in questo caso.

Cary Fukunaga, proprio nel solco di Lost, ce lo aveva fatto capire già con True Detective: la

Maniac

vera indagine è quella dentro di noi, nei nostri fantasmi, nelle nostre debolezze. E Maniac, ispirato a una serie norvegese del 2014, è un viaggio nella mente di due persone. Annie Landsberg (Emma Stone) è una ragazza apparentemente come tante, ma vive nella depressione, conseguenza di un rapporto non risolto con la madre e la sorella. Owen Milgrim è il quinto figlio di una ricca famiglia di imprenditori di New York: è il più fragile, e vive lottando con la schizofrenia. I due si incontrano grazie a un test su una nuova e misteriosa cura per la mente, che mescola farmaci e tecnologia. È racchiusa in tre pillole: A, B e C. A ognuna corrisponde un effetto, e un progresso nel proprio stato di salute. Non dovrebbero esserci effetti collaterali. Eppure…

Ogni pillola è un viaggio, un’evasione dal reale, un’esperienza. Apparentemente assurda e lontana dalle vite di Annie e Owen, in realtà li riguarda profondamente, e va a toccare un nervo scoperto della loro vita. Maniac è un continuo andirivieni tra sogno e realtà. Ma è la realtà stessa che ci appare insolita. Siamo a New York, in un tempo non troppo lontano da noi – si direbbero gli anni Ottanta – ma è una realtà parallela. È come se il nostro mondo si fosse evoluto in modo diverso: ci sono i computer che c’erano trent’anni fa, ma anche robot – che ricordano il M-O di Wall-E – che puliscono le strade dai bisogni dei cani, Koala viola (dei robot?) che giocano a scacchi, e attori che impersonano vecchi amici per soddisfare persone sole. E una Statua della Libertà che non è proprio quella che conosciamo. È una New York grigia ma illuminata dalle famose “mille luci” al neon. Reale, eppure diversa, concreta, eppure straniante. Ed è solo il punto di partenza: ma è una partenza che alza già l’asticella della storia, creando un mood che si insinua nello spettatore e lo conquista.

E continua a conquistarlo man mano che, letteralmente, si entra nella storia. Il ritmo apparentemente lento, almeno rispetto agli standard della serialità attuale, è in realtà qualcosa che serve a ipnotizzarci, ad avvolgerci, a prepararci per altri viaggi. Già entrare nelle stanze della NPB, la Neberdine Pharmaceutical e Biotech, è un viaggio unico: la tecnologia retrofuturistica (cioè il futuro come lo avremmo immaginato trenta-quarant’anni fa) ci trasporta in un mondo che potrebbe essere la plancia di una nave di Star Trek (o, se preferite, di USS Callister, l’episodio di Black Mirror ispirato alla storica serie), con postazioni bianche ed enormi computer con intelligenze artificiali che ammantano di luce rosa la scena e ci fanno entrare ancora di più nel gioco. Da lì in poi, saremo pronti a tutto: a tuffarci con Annie e Owen in scenari sempre nuovi e imprevisti, a tornare indietro ed elaborare il tutto. In realtà, saremo sempre più nei meandri della loro mente, a scavare con loro per scoprire cosa li tormenta.

E qui il gioco si fa ancora più sfaccettato. Quello che ci sembrava un film drammatico assume via via i toni del grottesco, della black comedy in stile Fratelli Coen, del noir, o del fantasy. C’è una sorpresa dietro ogni angolo. Anzi, dentro ogni pillola. Sorprendono anche gli attori protagonisti. Conoscevamo le doti di Emma Stone, che parte senza trucco e apparentemente senza espressione, per dimostrarsi una tela bianca su cui riuscirà a dipingere ogni tipo di colore. Ma la vera sorpresa è un Jonah Hill (uno a cui avremmo dato già un Oscar per The Wolf Of Wall Street) notevolmente dimagrito, quasi irriconoscibile, che lavora per sottrazione e sulle sfumature, prima afasico e poi sempre diverso nei molti ruoli che gli riserva il copione. Accanto a loro Sally Field e un Justin Theroux in parrucchino, irresistibile, nei panni del Dr. James K. Mantleray, alla guida degli esperimenti, e sua volta alle prese con i suoi problemi familiari.

Maniac potrebbe essere un episodio di Black Mirror preso ed espanso in dieci puntate da 40 minuti, che scorrono senza quasi accorgersene. Lo si guarda con curiosità, ma si finisce per venirne risucchiati. Da vedere senza soluzione di continuità: è un tipico prodotto da binge-watching. Maniac costruisce mondi insoliti e bizzarri, come certi film di Michel Gondry, gioca con l’attesa e la sorpresa come sapeva fare Ai confini della realtà, ribalta continuamente sogno e realtà come i film di David Lynch. Eppure è qualcosa che non somiglia a nessuno di questi modelli. Cary Fukunaga è riuscito a trovare un suo stile, lontanissimo anche dal suo True Detective. E Maniac, per come combina tutti i suoi ingredienti, è qualcosa di mai visto prima, in tivù o in qualunque piattaforma dove oggi si vedono le serie. Ma, soprattutto, è eccezionale per come riesce a prendere il disagio mentale e renderlo fantasia, libertà. Cioè prendere una debolezza e farne una forza. Qualcosa che la società rimuove, uno stigma, è portato all’attenzione. E i protagonisti non sono né gli eroi senza macchia, che vedevamo nei telefilm trent’anni fa, ma nemmeno gli eroi con qualche macchia, che ci piacevano una decina di anni fa. Sono una ragazza depressa e un ragazzo schizofrenico. Sono loro che ci interessano. Sono loro quelli a cui vogliamo bene.

di Maurizio Ermisino per DailyMood.it

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Sharp Objects. Amy Adams, le cicatrici del corpo e dell’anima

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L’inizio di Sharp Objects, la nuova serie firmata HBO in onda da lunedì, 17 settembre, su Sky Atlantic, sembra uscito da un film di David Lynch. Quella carrellata sulla vita di una provincia americana fuori dal tempo, bloccata in degli eterni anni Cinquanta, caramellati e idilliaci, ricorda tanto l’inizio di Velluto blu. E forse proprio per questo immaginiamo subito come quelle immagini siano solo la facciata, e siamo pronti ad aspettarci di tutto a proposito di quello che troveremo dietro. E infatti una ragazzina viene uccisa, e dopo pochi mesi un’altra scompare. Da St. Louis viene mandata sul posto una giornalista, Camille Preaker (Amy Adams), perché è nata proprio nel luogo dove avvengono i delitti. Siamo a Wind Gap, Missouri, “a uno sputo dal Tennesse”, duemila abitanti il macello di suini come principale attività commerciale. “O sei ricco di famiglia, o sei un morto di fame”, racconta Camille al suo direttore, dicendo di appartenere alla seconda tipologia.

Creata da Marti Noxon e diretta da Jean-Marc Vallée (Big Little Lies in tv, C.R.A.Z.Y. e Dallas Buyers Club al cinema), Sharp Objects è l’adattamento del romanzo Sulla pelle (2006) di Gillian Flynn, l’autrice di Gone Girl, un altro grande successo letterario e cinematografico (è stato adattato per il grande schermo da David Fincher). Ma è, soprattutto, un’alta storia di donne al limite. Al centro di Sharp Objects ci sono un delitto e una scomparsa da risolvere, e da raccontare. Ma c’è soprattutto l’anima tormentata della protagonista, Camille, un vissuto da alcolista e autolesionista, una donna che non ha chiuso i conti con il suo passato, la sua famiglia, la sua casa. L’indagine nei fatti di Wind Gap diventa così soprattutto un’indagine dentro di sé, ed è quella che ci affascina di più.

Ogni angolo di Wind Gap è una suggestione che porta a galla un ricordo, un tassello della vita di Camille che ritorna alla sua mente, e alla nostra vista. Come Lost, e come The Handmaid’s Tale, Sharp Objects è una serie che vive di flashback, e della dialettica tra presente e passato. Ma se in quelle due serie cult tra l’azione del presente e quella del passato c’era una cesura, un contrasto tra due mondi opposti, qui i due momenti si fondono l’uno nell’altro quasi senza soluzione di continuità, in modo sfumato, come in quei momenti in cui passiamo dal sonno alla veglia, dal sogno alla realtà, senza capire se siamo in uno o nell’altro. In fondo siamo in due tempi diversi, ma negli stessi luoghi. E in questo sono eccezionali la regia e il montaggio per come riescono a legare i due momenti: come nella scena del primo episodio, quando la Camille adulta si immerge in una vasca da bagno e la Camille ragazzina riemerge da uno specchio d’acqua.

Questo andirivieni tra passato e presente è riuscito anche per la scelta perfetta delle attrici: Amy Adams mortifica e normalizza la sua bellezza per entrare nei panni anonimi di Camille, regalando una prova intensa che mescola dolore e dolcezza, mentre Sophia Lillis (una che, nel dittico di It, tratto da Stephen King, interpreta Jessica Chastain da giovane) è perfetta per dare il volto alla giovane Camille, curiosa, fiera e ribelle. Nel ruolo di Adora, la madre di Camille, c’è Patricia Clarkson, una di quelle attrici che non deludono mai.

Insieme a loro ci immergiamo nel mondo di Wind Gap, accompagnati dalla musica diegetica (quella che ascoltano i personaggi che vediamo nell’inquadratura) scelta da Vallè. I vinili, sul giradischi, o l’iPod, in cuffia o sugli altoparlanti della macchina. La ascoltano il marito di Adora o la stessa Camille, che la usa per estraniarsi e calmarsi. Tra Twin Peaks e True Detective, ma con una sensibilità tutta al femminile, Sharp Objects è un’opera che ci parla delle nostre cicatrici, quelle del corpo e quelle dell’anima. È una storia sull’impossibilità di lenire il dolore, di lasciarsi alle spalle il proprio passato e le proprie radici. Tra case borghesi del Midwest e roadhuose scalcinati, tra vodke, whisky e inevitabili hangover, attraversiamo con Camille un mondo dove le ragazzine giocano con le case delle bambole (o ci vivono dentro…) e girano agghindate come tali, in casa, e in tutt’altro modo fuori. Attraversiamo gli interni piccolo borghesi con le loro carte da parati verdi e operate, respiriamo davvero quell’aria opprimente e sinistra. Viviamo con Camille, a un passo da lei, ci entriamo subito in empatia. Abbiamo voglia di stringerla, abbracciarla e dirle “andrà tutto bene”. Sì, in questa storia ci siamo dentro fino al collo. Ed è anche da questi particolari che si giudica una grande serie.

di Maurizio Ermisino per DailyMood.it

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Insatiable, ovvero: la serie tv Netflix più controversa dell’estate

Marta Nozza Bielli

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insatiable

Nel bene o nel male purché se ne parli” starà pensando il signor Netflix in questo momento. E noi ce lo immaginiamo così il leader dello streaming mondiale, intento a sfregarsi le mani mentre legge i commenti che da più di un mese impazzano sul web. Colpevole di tanto scompiglio è la sua ultima serie originale approdata sulla piattaforma il 10 agosto scorso.

insatiableDi Insatiable si era cominciato a parlare ancora prima della messa in onda. Il trailer pubblicato per la promozione aveva creato grande scalpore, tanto che nel giro di poche ore dalla diffusione online il sito Change.org ha raccolto più di 200 mila firme che ne richiedevano la cancellazione. Le motivazioni di tanto fragore scaturivano dalla sensazione che la storia raccontata dalla serie potesse istigare al body shaming (bullismo che attacca l’aspetto fisico) e all’oggettivazione del corpo femminile, alimentando la convinzione che per essere popolare e piacere agli altri sia indispensabile un fisico perfetto. Al centro delle vicende di Insatiable infatti c’è Patty, una liceale da sempre presa di mira dagli insulti dei suoi compagni a causa del suo peso tornata a scuola dopo la pausa estiva con parecchi chili in meno e pronta a vendicarsi contro chi si è preso gioco di lei.
A difesa della serie erano intervenute le protagoniste (la giovane Debby Ryan conosciuta per i suoi ruoli nei telefilm di Disney Channel e Alyssa Milano, l’indimenticabile Phoebe Halliwell di Streghe) e la creatrice Lauren Gussis, la quale ha dichiarato che lo show prendeva ispirazione da alcuni fatti che l’avevano coinvolta in prima persona durante l’adolescenza.
Lungi da me la volontà di cadere in giudizi affrettati ho aspettato l’arrivo della prima stagione, incuriosita più dalla baraonda scatenata che dalla trama.

La buona notizia è che in Insatiable il body shaming propriamente detto non c’è al contrario di quello che i disertori credevano. La brutta notizia è che quello che si vede è molto, molto peggio.
Mai fino ad ora mi era capitato di faticare così tanto per terminare la visione di una serie tv: è successo che abbandonassi senza rimpianto la visione di programmi che fino a poco prima mi avevano entusiasmato, che continuassi a guardare show dall’indubbia qualità che entravano così direttamente nella lista dei guilty pleasure ma mai che continuassi imperterrita una serie che non mi stava convincendo per niente. Qual è allora il motivo di tanta ostinazione? Semplicemente il fatto di non riuscire a credere a quello che stavo guardando. La speranza che un qualsiasi elemento positivo facesse capolino anche solo per una frazione di secondo era forte, e invece dopo aver atteso per dodici episodi, quello che rimane è solo un pugno di mosche. Ma partiamo con ordine.

insatiableInnanzitutto, è bene precisare che la trama descritta qualche riga sopra non esiste, o meglio Patty (Debby Ryan) c’è e ha perso davvero tanti chili, ma la nostra giovane studentessa è solo uno dei tanti volti che si alternano al ruolo da protagonista contribuendo a creare un miscuglio grottesco e (in molti casi) anche imbarazzante.
Al fianco della liceale c’è Bob (Dallas Roberts) avvocato di giorno e coach di reginette di bellezza la sera, accusato di molestie da una sua protetta che vede in Patty – in versione skinny – la possibilità di vincere finalmente uno dei tanti concorsi a cui partecipa. C’è poi Coralee (Alyssa Milano), moglie di Bob che scopre da un giorno all’altro di amare davvero il marito dopo che lo aveva sposato solo per convenienza, Nonnie (Kimmy Shields) miglior amica di Patty e segretamente innamorata di lei e una lunga lista di altri personaggi che compaiono e scompaiono ad intermittenza mostrandosi tanto fondamentali quanti inutili all’evenienza.

Per quanto si poteva pensare che la vendetta di Patty potesse essere spietata, mai avremmo pensato che potesse risolversi in azioni quali dare fuoco a un senzatetto o ammazzare a sangue freddo l’ex fidanzato (entrambi dall’atteggiamento deplorevole certo, ma qual è il tipo di messaggio che si vuole dare trovando soluzione nella violenza?) il tutto svolto con un’inspiegabile leggerezza. E mentre la giovane si ricorda ogni tanto di domandarsi perché nonostante sia magra non sia felice, gli altri personaggi si destreggiano tra triangoli amorosi, bisessualità, adulti che intrattengono relazioni con adolescenti e tanto altro. Narcisisti che non riescono a guardare aldilà del loro naso scadono nella perfidia, senza distinzione tra buoni e cattivi. E se questa assenza di dualismo poteva risultare interessante all’inizio, a lungo andare i personaggi si intrappolano con le loro stesse mani in un limbo di mediocrità dal quale non traggono nessun insegnamento per provare a migliorarsi. La volontà della sceneggiatura di parodiare i cliché visti nelle commedie pop anni 80/90 gli si ritorce contro, dando vita a macchiette ancora più scadenti degli originali.insatiable

La critica internazionale non si è di certo risparmiata: chi ha definito Insatiable un disastro, chi il peggior prodotto originale Netflix, e il 23% di Metacritic e l’11% di Rotten Tomatoes non vanno ad indorare la pillola. L’aspetto più problematico di Insatiable è quello di fallire miseramente nei suoi intenti. Il suo voler essere una denuncia alla superficialità della società contemporanea attraverso un linguaggio volutamente sopra le righe finisce per portare sullo schermo situazioni grottesche che si ripetono in un loop ridondante, noioso e insensato che non innesca né ilarità né tantomeno alcuna riflessione critica. Nessuna tematica (e quelle tirate in ballo sono tante ed importanti) viene affrontata con la giusta sensibilità o con l’irriverenza dissacrante della satira – quella fatta bene.
E i tentativi di chi cerca di difendere Instatiable appellandosi al black humor o alla parodia non bastano per far cambiare idea, soprattutto se si paragona lo show in questione con quel gioiellino che fu Popular, vero esempio di genialità ai limiti del demenziale che utilizzava solo paradossi per raccontare la realtà.
Insatiable è solo uno show che fa acqua da tutte le parti. E che naturalmente Netflix – facendosi beffa di tutte le critiche – ha rinnovato per una seconda stagione.

di Marta Nozza Bielli per DailyMood.it

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