Serie TV
La casa di carta. Cosa c’è (e chi) dietro allla serie del momento
“Una mattina, mi son svegliato, o Bella Ciao Bella Ciao Bella Ciao Ciao Ciao, una mattina mi sono svegliato e ho trovato l’invasor”. Una sera tutti noi abbiamo aperto la app di Netflix e abbiamo trovato questa serie tv, La casa di carta: prodotta in Spagna, partita in sordina e diventata uno dei fenomeni del momento. La prima volta che si ascolta Bella Ciao, la famosa canzone partigiana italiana, in una delle puntate, sembra un omaggio e basta. E invece è la chiave della serie. Sì, perché la storia del Professore e della sua banda di ultimi della società che decidono di fare una rapina alla Zecca di Stato, a Madrid, è molto più che un heist movie dilatato e spezzato ad arte secondo le regole della serialità
contemporanea. Quella canzone, per tutti, significa una parola: Resistenza. Ma contro chi può essere la Resistenza oggi? È da anni, ormai, che si respira nell’aria un sentimento di sfiducia, per non dire ostilità, nei confronti delle banche. Almeno da quella crisi nata in America nel 2008, quella in cui migliaia di persone persero la casa. Per arrivare al fastidio verso la Banca Centrale Europea. Tutto questo mentre in Italia la forza politica che viene associata alle banche perde le elezioni. Dall’America all’Europa, da Occupy Wall Street a Podemos, nascono movimenti dal basso. E c’è un momento chiave, nello show, in cui capiamo tutto. Quando il Professore racconta di come, per più volte, la Banca Centrale Europea abbia stampato denaro, solamente per dare un’“iniezione di liquidità” alle banche. Ecco; il Professore e la sua banda, con la sua rapina, hanno pensato di dare un’iniezione di liquidità, ma a chi ne aveva più bisogno: ultimi, reietti, persone senza una seconda possibilità. Non a caso, mentre assistiamo alle gesta dei rapinatori, ci viene spesso detto che i cittadini, che stanno assistendo alla rapina grazie ai media, è dalla loro parte.
Alex, la mente
Ma chi è la mente di questo piano così ben architettato che è La casa di carta? Si chiama Àlex Pina, ed è il fondatore della casa di produzione Vancouver Media. Netflix ha appena siglato con lui un contratto globale in esclusiva, dopo il successo de La casa di carta, la serie non in lingua inglese più vista su Netflix. Le sue nuove serie saranno prodotte in esclusiva per i 125 milioni di abbonati a Netflix. Il primo progetto in cantiere, attesissimo, sarà la terza stagione de La casa di carta (sarà pronta nel 2019), ma anche Sky Rojo, dramma d’azione al femminile che sarà pronto sempre il prossimo anno. Conosciuto da noi per La casa di carta, Pina è la mente anche di Kamikaze, Fuga de cerebros e Tengo ganas de ti. Al suo attivo anche Tre metros sobre el cielo, versione spagnola di Tre metri sopra il cielo. Le sue sono storie di personaggi emblematici, magnetici, sensibili e adrenalinici, con una visione tutta personale della vita. “Lavorare per Netflix è un sogno che diventa realtà” ha dichiarato. “Viviamo in un’epoca in cui le serie tv sono considerate alla stregua dei movimenti culturali più influenti. La possibilità di raggiungere anche i luoghi più remoti del pianeta e di costruire un mondo in cui il contenuto in tutte le lingue può essere veicolato a livello globale significa far parte del sogno di migliaia di creativi. Oggi anche produzioni provenienti da piccole realtà possono arrivare al grande pubblico. Non potevamo perdere l’opportunità di collaborare con Netflix, partecipando a questa sfida rivoluzionaria”.
La nave dei folli
Ma cos’altro c’è dietro al successo de La casa di carta? Una scrittura allo stesso tempo lucida, lucidissima, e folle. Lucida per come pensa a ogni dettaglio del colpo alla zecca, dall’idea di fondo (che, se non l’avete ancora vista, non vi sveliamo) alla previsione di ogni mossa dell’avversario, cioè la polizia. E la follia di entrare dentro alla testa di questo gruppo di Robin Hood, di immaginare le loro storie, i loro pensieri, le loro paure. La casa di carta è una nave dei folli, un circo di freak, di personaggi borderline, teneri e crudeli, coraggiosi e disperati, spietati e sentimentali. Capiamo dopo pochi minuti di stare dalla loro parte; ci vuole un po’ di più, ma quando accade è chiarissimo, per capire di amarli. Il Professore (Álvaro Morte), mente affascinante e raffinata, genio del crimine, eppure persona gentile e cortese, tanto da corteggiare quella che in quel momento è la sua peggior nemica, l’ispettore della polizia
Raquhel Murillo (Itziar Ituño). Berlino (Pedro Alonso), il luogotenente del professore dentro alla zecca, personaggio folle ed elegante, disperato e romantico, tiranno e martire. E poi, le donne: Nairobi (Alba Flores), risoluta e dolce come solo certe donne sanno essere (la sua frase “inizia il matriarcato” è una delle frasi cult del film) e con un segreto nel suo passato. E Tokyo (Úrsula Corberó), volto da bambina imbronciata e look alla Matilda di Leon, tanto sexy quanto pericolosa. Per gli altri e per se stessa. Guardando questi personaggi, che hanno scelto di chiamarsi con i nomi di città per garantirsi l’anonimato, così ben disegnati, tra scrittura e recitazione, ci chiediamo dove fossero finora, nel cinema spagnolo, tutti questi attori così carismatici.
Sindromi di Stoccolma
Personaggi che si dannano l’anima per la rapina, che è qualcosa di più del solo vil denaro. È prima di tutto rivalsa, un sentimento che tutti, prima o poi, proviamo nella vita. Ma non fanno solo questo. Si amano, si odiano, si tradiscono. Tra sindromi di Stoccolma vere o presunte, e passioni totali, dove non si capisce più chi siano i buoni e i cattivi. Forse perché al mondo non esistono più i buoni e i cattivi, ma solo persone che cercano di sopravvivere. La casa di carta riveste tutto questo con un impatto iconico notevole, con il look simbolico immediatamente irriconoscibile delle maschere di Dalì, che coprono il volto dei rapinatori ma anche degli ostaggi, e delle tute rosse, evidente simbolo di rivoluzione. È curioso, in proposito, che la divisa scarlatta sia l’elemento pittorico di due serie cult di questa stagione: La casa di carta e The Handmaid’s Tale. Qui significano resistenza e libertà, lì negazione dei diritti e oppressione.
Nessun limite all’immaginazione
La casa di carta procede per continui colpi di scena e cliffhanger. Il suo schema è creare una serie di ingranaggi perfetti che portano avanti il piano, per poi gettare continuamente sabbia in questi ingranaggi e farli bloccare, per poi costringere i protagonisti a trovare il modo di far ripartire il meccanismo. Come il piano del Professore e dei suoi, anche la storia de La casa di carta è fatta di continui arresti e ripartenze. Nata per essere trasmessa sulla rete spagnola Antena 3, doveva avere 15 episodi di 70 minuti. La rete spagnola ha fermato la messa in onda dopo i primi nove. La distribuzione su Netflix ha richiesto un diverso montaggio della serie: per i tempi americani, che poi sono ormai anche i nostri, sono state create delle puntate di 40-45 minuti, che così, da 9, sono diventate 13. Le rimanenti 6, sono diventate quella che conosciamo come la stagione 2, e sono diventate 9. Ora ci sarà una terza, e anche una quarta stagione. Come faranno Pina e il suo team a far ripartire una storia che sembrava chiusa alla perfezione? La chiave, dicono, sarà nella frammentazione della narrazione. Allora non ci resta che aspettare El Profesor e i suoi. Sempre nel nome di Salvador Dalì, un artista che parlava di creare confusione e non porre limiti alla propria immaginazione.
di Maurizio Ermisino per DailyMood.it
Sii il primo a lasciare una recensione.
Il tuo browser non supporta il caricamento delle immagini. Scegline uno più moderno.
You may like
-

Nord Sud Ovest Est – La leggendaria storia degli 883: Quei favolosi anni Novanta
-

Dark Matter: Taron Edgerton e Jennifer Connelly dentro a oscure materie. È la serie dell’anno?
-

Brothers: Matthew McConaughey e Woody Harrelson sono Fratelli? Su Apple TV
-

The Shards: L’America dei primi anni Ottanta di Bret Easton Ellis diventa una serie su Disney+
-

Lucky: Anya Taylor-Joy in una fuga senza fiato su Apple Tv
-

Elle: Se La rivincita delle bionde torna agli anni Novanta, tra Beverly Hills e il grunge
Serie TV
Nord Sud Ovest Est – La leggendaria storia degli 883: Quei favolosi anni Novanta
Published
2 giorni agoon
9 Ottobre 2026
Max Pezzali e Mauro Repetto stanno per girare un video, il loro primo, vero, videoclip. Sono in una sorta di hangar e Claudio Cecchetto ha chiamato un regista di grido e una dozzina di modelle tra le più affascinanti sulla scena. Per vestire i nostri eroi ha chiamato lo stilista dei Take That. I due sono vestiti con canotte di rete o di velo nero, trasparenti, hanno delle catene al collo, dei pantaloni larghi. È uno dei grandi momenti – ma ce ne sono tantissimi – di Nord Sud Ovest Est – La leggendaria storia degli 883, seconda stagione della serie di successo Hanno ucciso l’uomo ragno – La leggendaria storia degli 883, su Sky e NOW dal 9 ottobre con i primi due episodi e poi con un episodio alla settimana. Come è andata con quel video e quegli abiti? Max e Mauro hanno deciso di fare di testa loro. Sono andati dal loro negoziante di fiducia a Pavia e hanno scelto i loro costumi di scena. Un chiodo e una giacca più lunga, entrambi di pelle nera, portati sopra un t-shirt scura e una camicia bianca. Anche il regista, poi, avrebbe cambiato idea: nel video si sarebbero visti più loro e meno le modelle. Parliamo del video di Sei un mito. Ed è un modo per dire che, ancora più della prima, la seconda stagione della serie è un viaggio immersivo negli anni Novanta. Gli anni in cui c’erano i dischi in vinile e le cassettine, c’erano i programmi tivù e radio che allora, per noi, che non avevamo smartphone e social, erano molto più importanti di quanto lo sono oggi. Erano gli anni del Festivalbar, del Karaoke di Fiorello, di Radio Deejay e Claudio Cecchetto che non solo mandava in onda i dischi di successo, ma li produceva. Nord Sud Ovest Est è tutto questo. È tanta musica. Le canzoni degli 883, da Come mai a Rotta per casa di Dio. E tutta la musica di quegli anni e di quelli precedenti: Iggy Pop, Simple Minds, Duran Duran, Radiohead, INXS, Smashing Pumpkins. E poi tutta quella dance commerciale che allora ci faceva ballare.
Erano anni semplici, gli anni Novanta. Tutti noi, come Max e Mauro (Elia Nuzzolo e Matteo Oscar Giuggioli), guardavamo all’America e all’Inghilterra come modelli di ispirazione come oggi i ragazzi guardano alla Corea e a Giappone, perché quei mondi ormai li danno per scontati. Ci si vestiva in modo semplice eppure efficace. I chiodi e le giacche di pelle nera, portate sui jeans e una camicia bianca o rossa, per Max. Una camicia celeste o gialla, portata aperta sopra una t shirt bianca, e pronta a svolazzare durante i suoi balli, per Mauro. Ma anche semplici camicie di denim, chiaro o nero, o un gilet di pelle da portare sopra una camicia bianca. Le giacche ampie e colorate, portate sopra pantaloni e maglie nere di Fiorello, con gli immancabili capelli lunghi raccolti in una coda, come li avrebbero poi portati in quegli anni tanti ragazzi. Ma anche le ragazze vestivano in modo semplice. La nostra amata Silvia (Ludovica Barbarito) è spesso in jeans e maglietta. O con uno di quei leggeri vestiti scollati con sotto una t-shirt bianca, come suggeriva la moda americana del grunge e come li portavano le ragazze di Beverly Hills 90210. Eravamo molto semplici. Ma eravamo belli così.
Nord Sud Ovest Est – La leggendaria storia degli 883 inizia dove finiva Hanno ucciso l’uomo ragno. Con una musicassetta che suona un provino di Max. Quel provino, che Max ha intitolato e scritto a penna sulla cassetta con il titolo “Canzone per Silvia”, è Come mai, uno dei più grandi successi del duo. Mauro, però, lo ferma e chiede. “Max, ma io, questa, come la ballo?”. Max, a quel punto, sfonda la quarta parete e si rivolge a noi che lo stiamo guardando. “Tanto lo avrete capito. Questo potrebbe essere l’inizio della fine degli 883”.
La seconda stagione della leggendaria storia degli 883 sta alla prima come il secondo album, Nord Sud Ovest Est, sta al primo, Hanno ucciso l’Uomo Ragno. È più matura, più a fuoco, più universale. Ed espande l’immaginario degli 883. La seconda stagione non è solo la storia di due amici, ma quella di un mondo, una Pavia mitologica con vista su Milano e sullo star system, e uno sguardo ancora più in là, verso il sogno dell’America. Ma Nord Sud Ovest Est non è solo la storia di un sogno. È anche quella del suo rovescio, dei dubbi che assalgono chi ha raggiunto la vetta. Nord Sud Ovest Est, intesa come la canzone ma anche la serie, è la storia di una grande crisi d’identità, di qualcuno che “si è perso nella notte”. In quel “questa io come la ballo?”, in fondo, c’è un’altra domanda, che tutti prima o poi ci siamo posti nella vita: “io chi sono?” “Qual è il mio posto nel mondo?”. A chiederselo è Mauro, ma la domanda se la pongono entrami gli 883. Chi siamo? La risposta è: “non lo so”. E sono queste parole ad entrare nel testo di Nord Sud Ovest Est. E solo adesso capiamo che quell’allegra canzoncina in stile mariachi nascondeva tanta malinconia e disorientamento, perché “forse quel che cerco neanche c’è”.
Nord Sud Ovest Est ci fa vivere da vicino la storia di Sei un mito, quella dei “tappetini nuovi, Arbre Magique”, che era più prosaica di quello che pensavamo. Ci fa capire che la festa di Rotta per casa di Dio era anche piuttosto importante, e il viaggio è stato anche più avventuroso di quello che dice la canzone. Ci fa vivere la ricerca dei “pezzi della maturità”, che i nostri troveranno decidendosi a pubblicare Come mai. Anche se è un lento. Anche se Mauro non la potrà ballare. Anche se, probabilmente, questa cosa lo porterà lontano da Max e dagli 883.
Già, Mauro Repetto, quello che a lungo per noi è stato un mistero. Quello che, ingiustamente, era stato definito “il ballerino degli 883”. Ma che, come abbiamo imparato guardando le due stagioni della serie, era il motore, l’entusiasmo degli 883, oltre che il coautore delle canzoni. Ecco, Nord Sud Ovest Est diventa ancora più intensa quando prova a entrare in quel mistero, a raccontarci tutto quello che è successo da quando i due hanno vinto il Festivalbar e il Festival Italiano con Come mai fino a quando gi 883 sono ricomparsi con Tieni il tempo, ma c’era solo Max con un’altra band. L’uscita di scena di Mauro è avvenuta lontano dalla ribalta, e il finale di questa serie prova a raccontarla. Ed è un momento folle, romantico, dolceamaro. Una delle scene più belle è quella in cui la macchina da presa coglie lo sguardo di Mauro mentre Max canta Gli anni, che ha scritto da solo. È il segnale che Mauro ha assolto il suo compito, proteggere il suo amico. Max, ora, può farcela da solo. E Mauro è pronto per un nuovo ruolo, per una nuova avventura. Sydney Sibilia l’ha fatto di nuovo, ci ha raccontato ancora un’incredibile avventura, una leggendaria storia. Nord Sud Ovest Est è un’altra delle sue storie d’amicizia e di nostalgia, di sogni e di follia, un’irriverente e romantica storia di punk, di pirati e di cowboy. E, come ci insegna Max Pezzali, i cowboy non mollano mai.
di Maurizio Ermisino per DailyMood.it
Sii il primo a lasciare una recensione.
Il tuo browser non supporta il caricamento delle immagini. Scegline uno più moderno.
Serie TV
Dark Matter: Taron Edgerton e Jennifer Connelly dentro a oscure materie. È la serie dell’anno?
Published
1 settimana agoon
1 Ottobre 2026
Che cosa accadrebbe se la polizia vi fermasse e vi chiedesse spiegazioni sul fatto che sono stati trovati tredici cadaveri con il vostro volto e il vostro stesso Dna? Sarebbe difficile da spiegare. È così che inizia la stagione 2 di Dark Matter, su Apple Tv con episodi settimanali. È una serie di cui si parla poco, nel mare magnum dello streaming di oggi, forse perché è su Apple Tv, un servizio che hanno in pochi, forse perché non è una novità ma è alla seconda stagione. Ecco, Dark Matter è una delle serie (e non è l’unica) che vale già da sola l’abbonamento. È una delle migliori serie degli ultimi anni. È una serie che si avvicina molto a Lost e Westworld. Il senso del mistero, il coinvolgimento allo stesso tempo intellettuale ed emotivo, la spinta a continuare la visione e a volerne sempre di più sono le stesse. Come è lo stesso il livello di qualità, cinema trasportato nella serialità.
Ma torniamo un attimo indietro, alla prima stagione, per spiegarvi di cosa si tratta. Dark Matters è la storia di un uomo che si trova in una versione alternativa della sua vita. E non ce n’è solo una, ma una serie di vite che avrebbe potuto vivere. Secondo una teoria della fisica quantistica le nostre scelte possono scatenare ogni volta infinite vite parallele, infiniti mondi. Se non fossero teorici ma reali e qualcuno trovasse il modo per muoversi tra questi mondi, ecco che succederebbe quello che vediamo qui. Al centro della storia c’è una scatola, un cubo nero imponente come il monolite di Kubrick ed enigmatico come il cubo di Rubik.
Avevamo lasciato Jason, il nostro protagonista, arrivato finalmente nel suo mondo, accanto alla moglie e al figlio. A casa sua, in un porto sicuro. Il problema è che, nel suo mondo, si muove anche Jason 2, arrivato da un altro mondo, anche lui innamorato di sua moglie al punto da volersi prendere la sua vita. Lei, una sera, quando Jason 2 si presenta e si fa insistente, gli spara. Quando la polizia li scopre, Jason e la sua famiglia non hanno scelta. Scappare, entrare nel cubo, pensare positivo e trovare un nuovo mondo. Se non un mondo perfetto, quello migliore dove vivere una vita tranquilla. Sembrano trovarlo. Ma, come sappiamo, fino a che il cubo resta aperto e attivo può succedere di tutto.
Dark Matter è una serie incredibilmente magnetica, misteriosa, oscura. È un racconto che vive di una tensione palpabile e costante, di un senso di incertezza e pericolo che si percepisce a ogni sequenza. In questa seconda stagione lo schema è quello di Alfred Hitchcock e degli innocenti in fuga di tanti suoi film. Ma, man mano che la visione prosegue, in Dark Matter pensiamo sempre più a Steven Spielberg. In questa storia c’è la sua gestione della tensione e del mistero, la capacità di tenere lo spettatore sulla corda, ma anche la sua proverbiale attenzione all’umano. Una delle chiavi che rende appassionante questa storia sono i due protagonisti principali, Taron Edgerton e Jennifer Connelly, attraenti e carismatici, ma anche molto affiatati tra di loro. L’empatia con i personaggi è immediata ed è questo che ci tira dentro alla storia.
In questa seconda stagione ci sono poi degli spunti interessanti. Dark Matter sembra voler rispondere a quella suggestione a cui pensiamo in tanti e sempre più spesso. Cioè a come sarebbe davvero un mondo senza internet e senza connessione. In uno dei mondi possibili, infatti, l’uomo non è andato sulla Luna e questo ha fermato tutta un’idea di progresso. È romantico vedere i ragazzi ascoltare dischi e vedere i film in vhs, andare sullo skateboard e duplicarsi la musica. Anche se in questo mondo non si conoscono i Nirvana. Questo mondo, ve lo diciamo, ci piace molto. E piace anche ai protagonisti Ma, in quella che tutti gli effetti un’Odissea, è Itaca, l’approdo finale, la casa, o è solo un’isola in un continuo errare? Lo scopriremo solo vivendo.
Ma in questa seconda stagione Dark Matter diventa sempre più anche una riflessione sulla scienza, e sui confini e i limiti che deve avere l’iniziativa dell’uomo. Lo scienziato deve solo scoprire, innovare, o deve porsi delle domande sull’uso e gli effetti che potrebbe avere la propria scoperta? La risposta che si dicono i personaggi, in un flashback, è che se una cosa può essere fatta, va fatta. L’uomo non si deve fermare.
di Maurizio Ermisino per DailyMood.it
Sii il primo a lasciare una recensione.
Il tuo browser non supporta il caricamento delle immagini. Scegline uno più moderno.
Serie TV
Brothers: Matthew McConaughey e Woody Harrelson sono Fratelli? Su Apple TV
Published
3 settimane agoon
23 Settembre 2026
Uno è da anni uno dei “bellissimi” di Hollywood. L’altro è considerato un duro, un’affascinante canaglia. Sono due modi diversi di essere attraenti. Eppure, se li vedete uno vicino all’altro nelle loro foto da bambini e da ragazzi, Matthew McConaughey e Woody Harrelson si somigliano parecchio. Non è solo un fatto di tratti somatici. È proprio un modo di porsi, di sorridere, di guardare. E se fossero fratelli? È da questo spunto, e da quello che a quanto pare è uno dei rumour più affascinanti di Hollywood, che nasce Brothers, la nuova serie comedy dal 23 settembre su Apple TV. La serie segue McConaughey e Harrelson, che interpretano versioni romanzate di sé stessi, nel momento in cui la cui amicizia viene sconvolta quando scoprono un segreto custodito da decenni: potrebbero essere davvero fratelli.
Dopo che il matrimonio della figlia di Woody va in pezzi, l’attore decide di caricare tutta la famiglia e trasferirsi temporaneamente ad Austin, per trascorrere un lungo periodo nel ranch di Matthew. Quella che inizialmente sembra una vacanza rigenerante prende però una piega inaspettata quando Ma Mac, la madre di Matthew (Holland Taylor), lascia accidentalmente trapelare un segreto sepolto da anni: i due amici potrebbero essere in realtà fratelli.
L’autofiction è sempre interessante. È quel tipo di racconto in cui un personaggio famoso mette in scena se stesso, mettendoci il proprio nome, il proprio carattere, la propria personalità. Quel personaggio non è proprio lui, è “scritto”, è costruito ad arte. Ma è chiaro che porta sullo schermo qualcosa di sé, qualcosa di vero. Un esempio che abbiamo visto di recente è la serie tv Vita da Carlo, con Verdone che recitava in una versione verosimile di se stesso. Anche qui i due attori americani fanno qualcosa di simile: mettono in scena se stessi, esagerando pregi e difetti, vizi e virtù.
L’ultima volta che li avevamo visti insieme erano in una storia dalle tinte completamente diverse. Era la prima stagione di True Detective, serie capolavoro, che li vedeva insieme sfiancati, devastati dal peso del loro lavoro, dai loro fantasmi, da una vita che con loro era stata molto dura. Qui il clima è completamente diverso, solare, divertito e divertente.
Il fatto che, in Brothers, si mescoli realtà e finzione, fa sì che la serie abbia un tono particolarissimo, così come il ritmo. Non sono quelli che troveremmo in un film, ma neanche in una serie convenzionale. È un tono sospeso, giocoso, con i personaggi principali, e i loro attori, liberi di esprimersi, con una recitazione naturale e non effettata. I due ironizzano su alcuni lati del loro carattere e, in fondo, del maschio medio americano di mezza età. E così vediamo le bevute, il rodeo, le battute di caccia. Alla storyline principale, quella dell’amicizia e del segreto che unisce i due, ce n’è un’altra, che vede McConaughey in procinto di candidarsi a governatore. Brothers è la storia di un’amicizia virile, o una “bromance” come si direbbe oggi. Lo avremmo chiamato un buddy movie: per il suo formato la possiamo chiamare buddy serie. Ti amo poi ti odio poi ti amo poi ti odio poi ti amo, come diceva la famosa canzone. Tra i due funziona così.
Brothers parla di due uomini sui cinquant’anni, realizzati ma in qualche modo anche irrisolti. E anche dei rapporti con le loro famiglie, con le mogli e con i figli. Anche con le madri e con i padri, anche con chi non c’è più ma fa sentire la sua presenza. È una storia che gioca con le citazioni, come quella sulla serie Friday Night Lights, o come l’autocitazione in cui McConaughey rifà il famoso rituale che faceva in The Wolf Of Wall Street. Ha momenti molto particolari, come il funerale di un cervo, che è romantico e grottesco allo stesso tempo. Tutto raccontato in un fluire naturale, come la vita. D’altra parte, dobbiamo credere che qui Matthew McConaughey e Woody Harrelson siano davvero loro.
di Maurizio Ermisino per DailyMood.it
Sii il primo a lasciare una recensione.
Il tuo browser non supporta il caricamento delle immagini. Scegline uno più moderno.

Jimmy Choo | Pearls of Wisdom, a Capsule Celebrating 30 Years of Jimmy Choo

Nord Sud Ovest Est – La leggendaria storia degli 883: Quei favolosi anni Novanta

Viaggio alla scoperta dell’architettura sudafricana
Newsletter
Trending
-
Beauty3 settimane agoLe CC cream per la pelle matura che uniformano l’incarnato e cancellano le discromie
-
Cine Mood3 settimane agoHeart Of The Beast: Brad Pitt into the wild con un cane dal cuore grande
-
Beauty3 settimane agoEffetto seconda pelle: le unghie fondotinta sono l’ode al lusso discreto dell’autunno 2026
-
Mood Your Say2 settimane agoIntervista a Domenico Capponi- Il nuovo romanzo Tutto dice sì
-
Resort & SPA2 settimane agoAutunno rigenerante e detox: i retreat da programmare ora
-
Sfilate3 settimane agoMcQueen Spring Summer 2027
-
Sfilate1 settimana agoMilano torna ad osare: la nuova stagione tra gonne, memoria e desiderio
-
Beauty2 settimane agoIl Natale ha un nuovo Beauty Dress Code – Gift box, make-up, skincare e haircare secondo Diego dalla Palma Milano




























































