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Emmy 2018, annunciate le nomination. Ecco i nostri pronostici.

Marta Nozza Bielli

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emmy

Il momento è arrivato! Manca pochissimo alla serata di premiazione dei Primetime Emmy Awards che si terrà il prossimo 17 settembre al Microsoft Theatre di Hollywood e finalmente il 12 luglio sono stati resi noti i nominati di quest’anno.
Le nomination confermano in linea generale le previsioni degli scorsi mesi, con Game of Thrones in vetta con le sue 22 nomination, seguito da Westworld con 21. La settantesima edizione degli Oscar della tv però registra quest’anno un nuovo primato nella sua storia: Neflix è riuscito a scalzare la rete via cavo HBO portando a casa il maggior numero di candidature (112 contro 108). Il colosso mondiale compete con i suoi show nella categoria comedy (con GLOW e Unbreakable Kimmy Schmidt), drama (con Stranger Things e The Crown) ma anche nella sezione delle miniserie (grazie a Godless), dei reality (con Queer Eye) e dei programmi per bambini. Un quadro di successo in grado di offrire un dato molto importante sullo “stato di salute” della televisione contemporanea, dove i canali via cavo che da anni avevano soppiantato le reti generaliste sono stati superati dal servizio streaming, arrivato sulla scena degli Emmy solo nel 2013 con House of Cards e Orange is the new black e che in pochi anni è riuscito a raggiungere la vetta.

emmyDa non sottovalutare anche il record di nomination (da noi previsto nella nostra recensione) ottenuto da Donald Glover: alle candidature ricevute grazie al suo Atlanta (miglior serie comedy, miglior attore protagonista in una serie comedy, miglior regista e miglior sceneggiatura) si aggiunge quella per la sua partecipazione come ospite al Saturday Night Live lo scorso maggio. Difficile non definirlo il re Mida della tv di qualità!

In attesa dell’evento condotto in prima serata dai comici Michael Che e Colin Just, ecco la lista della nomination più importanti degli Emmy 2018, con i nostri pronostici.

Miglior Serie Drammatica
The Americans
The Crown
Game Of Thrones
The Handmaid’s Tale
This Is Us
Westworld
Stranger Things
Game of Thrones e The Handmaid’s Tale sono I favoriti, ma nonostante lo show di punta della HBO torni in concorso dopo la vittoria agli Emmy del 2016, crediamo che la serie basata sul racconto di Margaret Atwood riuscirà a portare a casa senza troppi problemi il premio più ambito anche quest’anno.

Miglior Attrice in una Serie Drammatica
Elisabeth Moss, The Handmaid’s Tale
Claire Foy, The Crown
Keri Russell, The Americans
Sandra Oh, Killing Eve
Evan Rachel Wood, Westworld
Tatiana Maslany, Orphan Black
La recitazione femminile quest’anno è una delle più competitive degli ultimi tempi, ma in questa categoria crediamo sia probabile veder trionfare per il secondo anno di fila la potenza interpretativa della favorita Elisabeth Moss (con Claire Foy prontissima a soffiarle il titolo e Keri Russell come papabile outsider).

Miglior Attore in una Serie Drammatica
Sterling K. Brown, This Is Us
Matthew Rhys, The Americans
Milo Ventimiglia, This Is Us
Ed Harris, Westworld
Jeffrey Wright, Westworld
Jason Bateman, Ozark
Piacevole la presenza di Bateman, opinabile l’esclusione di Justin Hartley (che nella seconda stagione di This is Us ha rubato spesso e volentieri la scena ai suoi co-protagonisti) e prevedibile la vittoria di Sterling K. Brown, favoritissimo anche grazie alla vittoria per lo stesso ruolo lo scorso anno. La speranza per Matthew Rhys però (perfetto nella stagione finale di The Americans) rimarrà viva fino all’ultimo secondo.

Miglior Attrice Non Protagonista in una Serie Drammatica
Alexis Bledel, The Handmaid’s Tale
Ann Down, The Handmaid’s Tale
Lena Headey, Game Of Thrones
Vanessa Kirby, The Crown
Millie Bobby Brown, Stranger Things
Thandie Newton, Westworld
Yvonne Strahovski, The Handmaid’s Tale
Ann Dowd ha già vinto l’Emmy lo scorso anno, Alexis Bledel era stata premiata come guest star tanto da convincere gli sceneggiatori a rendere il suo personaggio regular dando del filo da torcere alla sua collega, il tutto in compagnia della strabiliante Strahovski che risulta essere forse il personaggio più complesso ed emozionante della seconda stagione di The Handmaid’s Tale. Difficile stabilire chi la spunterà tra le tre, che primeggiano rispetto alle altre.

Miglior Attore Non Protagonista in una Serie Drammatica
Nikolaj Coster-Waldau, Game Of Thrones
Peter Dinklage, Game Of Thrones
Mandy Patinkin, Homeland
David Harbour, Stranger Things
Joseph Fiennes, The Handmaid’s Tale
Matt Smith, The Crown
I favoriti sono Peter Dinklage (già vincitore nel 2011 e nel 2015) e David harbour che con il suo Jim Hopper in Stranger Things è riuscito a conquistare il cuore del pubblico. Chissà se però Mandy Patinkin ce la farà a coinquistare la statuetta prima o poi.

Miglior Serie Comedy
Atlanta
Barry
Black-ish
GLOW
The Marvelous Mrs. Maisel
Silicon Valley
Curb Your Enthusiasm
Unbreakable Kimmy Schmidt
Sarà emozionante scoprire chi la spunterà quest’anno con l’assenza degli show vincitori degli ultimi anni (Veep, Modern Family, The Big Bang Theory) ma, aldilà delle preferenze e dell’altissimo potenziale di The Marvelous Mrs Maisel, Atlanta si meriterebbe senza dubbio la vittoria.

Migliore Attrice in una Serie Comedy
Pamela Adlon, Better Things
Issa Rae, Insecure
Rachel Brosnahan, The Marvelous Mrs. Maisel
Allison Janney, Mom
Tracee Ellis Ross, Black-ish
Lily Tomlin, Grace And Frankie
Senza Julia Louis-Dreyfus (vincitrice del premio Emmy nelle ultime tre edizioni per Veep), la favorita è Rachel Brosnahan, già vincitrice della stessa categoria all’ultima edizione dei Golden Globe.

Miglior Attore in una Serie Comedy
Donald Glover, Atlanta
Bill Hader, Barry
William H. Macy, Shameless
Anthony Anderson, Black-ish
Ted Danson, The Good Place
Larry David, Curb Your Enthusiasm
Prevedibile (e meritatissima) la doppietta di Glover dopo la vittoria nel 2017. La concorrenza è forte, ma con la seconda stagione Atlanta ha migliorato ulteriormente il livello anche nella recitazione.

Miglior Attrice Non Protagonista in una Serie Comedy
Kate McKinnon, Saturday Night Live
Betty Gilpin, GLOW
Zazie Beetz, Atlanta
Alex Borstein, The Marvelous Mrs. Maisel
Laurie Metcalf, Roseanne
Megan Mullally, Will & Grace
Aidy Bryant, Saturday Night Live
Leslie Jones, Saturday Night Live
Stesso discorso per Kate McKinnon che probabilmente si aggiudicherà senza troppa difficoltà la terza statuetta consecutiva.

Miglior Attore Non Protagonista in una Serie Comedy
Tituss Burgess, Unbreakable Kimmy Schmidt
Brian Tyree Henry, Atlanta
Louie Anderson, Baskets
Alec Baldwin, Saturday Night Live
Henry Winkler, Barry
Kenan Thompson, Saturday Night Live
Tony Shalhoub, The Marvelous Mrs. Maisel
Favoritissimi Tituss Burgess e Brian Tyree Henry, anche se il secondo ha più chance per la vittoria considerando la capacità di riuscire a reggere sulle sue spalle ben due episodi dello show FX.

Miglior Limited Series
American Crime Story
Godless
The Alienist
Patrick Melrose
Genius
Che gli Emmy abbiano una particolare predilezione verso Ryan Murphy è affare risaputo, confermato anche dalle numerose (per non dire eccessive) nomination alla seconda stagione di American Crime Story. Probabilmente anche stavolta vincerà, ma Patrick Melrose sarebbe un’alternativa auspicabile.

Miglior Film Tv
Black Mirror: USS Callister
Fahrenheit 451
Flint
Paterno
The Tale
Nonostante l’apprezzamento riservato a USS Callister, probabilmente il premio andrà a The Tale, che negli scorsi mesi ha avuto un forte impatto su pubblico e critica.

Miglior Attrice in una Limited Series o in un Film Tv
Edie Falco, Law And Order True Crime: The Menendez Murders
Jessica Biel, The Sinner
Laura Dern, The Tale
Michelle Dockery, Godless
Regina King, Seven Seconds
Sarah Paulson, American Horror Story: Cult
Michelle Dockery è stata bravissima, Jessica Biel ha sorpreso ma l’Emmy probabilmente andrà nelle mani della bravissima Laura Dern.

Miglior Attore in una Limited Series o in un Film Tv
Darren Criss, American Crime Story
Benedict Cumberbatch, Patrick Melrose
Jeff Daniels, The Looming Tower
Antonio Banderas, Genius
John Legend, Jesus Christ Superstar
Jesse Plemons, Black Mirror
Benedict Cumberbatch è sempre convincente e lo è stato anche stavolta, ma considerando che Darren Criss è stato probabilmente l’unica nota lodevole di American Crime Story, sarebbe un errore non premiarlo.

Miglior Attrice Non Protagonista in una Limited Series o in un Film Tv
Penelope Cruz, American Crime Story
Judith Light, American Crime Story
Sara Bareilles, Jesus Christ Superstar
Merritt Wever, Godless
Letitia Wright, Black Mirror
Adina Porter, American Horror Story: Cult
Alcuni l’hanno trovata un po’ ridicola, altri convincente e i pronostici americani la danno come favorita: la versione del premio Oscar Penelope Cruz di Donatella Versace sarà la probabile vincitrice.

Miglior Attore Non Protagonista in una Limited Series o in un Film Tv
Jeff Daniels, Godless
Edgar Ramirez, American Crime Story
Brandon Victor Dixon, Jesus Christ Superstar
Ricky Martin, American Crime Story
Michael Stuhlbarg, The Looming Tower
Finn Wittrock, American Crime Story
John Leguizamo, Waco
Anche qui probabilmente vincerà l’interpretazione di Ganni Versace proposta da Edgar Ramirez, ma Jeff Daniels sarebbe una piacevolissima sorpresa.

di Marta Nozza Bielli per DailyMood.it

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Maniac. La nuova serie Netflix è qualcosa che non avete mai visto…

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È incredibile vedere i passi avanti che sta facendo il mondo della serialità. Dove una volta c’erano i telefilm, o le fiction, dove non si osava mai e si tendeva a una visione rassicurante della realtà, o al feuilleton, ora ci sono le serie tv (che poi non sono più nemmeno tv), prodotti seriali che sperimentano, che si spingono fino a dove neanche il cinema fa più, che parlano di cose che un tempo non avremmo mai immaginato di vedere su un piccolo schermo. Se tutto è cambiato prima con Twin Peaks, di David Lynch, che ha portato in tv il linguaggio cinematografico e lo sguardo d’autore, e poi con Lost, che ci aveva fatto capire come le cose più interessanti da vedere fossero quelle che vediamo quando guardiamo dentro di noi, Maniac, l’attesissima nuova serie di Netflix (disponibile dal 21 settembre) firmata Cary Fukunaga, raccoglie i frutti di questa evoluzione. Regalandoci qualcosa che raramente avevamo visto in tv, sia essa tradizionale, o in streaming, come in questo caso.

Cary Fukunaga, proprio nel solco di Lost, ce lo aveva fatto capire già con True Detective: la

Maniac

vera indagine è quella dentro di noi, nei nostri fantasmi, nelle nostre debolezze. E Maniac, ispirato a una serie norvegese del 2014, è un viaggio nella mente di due persone. Annie Landsberg (Emma Stone) è una ragazza apparentemente come tante, ma vive nella depressione, conseguenza di un rapporto non risolto con la madre e la sorella. Owen Milgrim è il quinto figlio di una ricca famiglia di imprenditori di New York: è il più fragile, e vive lottando con la schizofrenia. I due si incontrano grazie a un test su una nuova e misteriosa cura per la mente, che mescola farmaci e tecnologia. È racchiusa in tre pillole: A, B e C. A ognuna corrisponde un effetto, e un progresso nel proprio stato di salute. Non dovrebbero esserci effetti collaterali. Eppure…

Ogni pillola è un viaggio, un’evasione dal reale, un’esperienza. Apparentemente assurda e lontana dalle vite di Annie e Owen, in realtà li riguarda profondamente, e va a toccare un nervo scoperto della loro vita. Maniac è un continuo andirivieni tra sogno e realtà. Ma è la realtà stessa che ci appare insolita. Siamo a New York, in un tempo non troppo lontano da noi – si direbbero gli anni Ottanta – ma è una realtà parallela. È come se il nostro mondo si fosse evoluto in modo diverso: ci sono i computer che c’erano trent’anni fa, ma anche robot – che ricordano il M-O di Wall-E – che puliscono le strade dai bisogni dei cani, Koala viola (dei robot?) che giocano a scacchi, e attori che impersonano vecchi amici per soddisfare persone sole. E una Statua della Libertà che non è proprio quella che conosciamo. È una New York grigia ma illuminata dalle famose “mille luci” al neon. Reale, eppure diversa, concreta, eppure straniante. Ed è solo il punto di partenza: ma è una partenza che alza già l’asticella della storia, creando un mood che si insinua nello spettatore e lo conquista.

E continua a conquistarlo man mano che, letteralmente, si entra nella storia. Il ritmo apparentemente lento, almeno rispetto agli standard della serialità attuale, è in realtà qualcosa che serve a ipnotizzarci, ad avvolgerci, a prepararci per altri viaggi. Già entrare nelle stanze della NPB, la Neberdine Pharmaceutical e Biotech, è un viaggio unico: la tecnologia retrofuturistica (cioè il futuro come lo avremmo immaginato trenta-quarant’anni fa) ci trasporta in un mondo che potrebbe essere la plancia di una nave di Star Trek (o, se preferite, di USS Callister, l’episodio di Black Mirror ispirato alla storica serie), con postazioni bianche ed enormi computer con intelligenze artificiali che ammantano di luce rosa la scena e ci fanno entrare ancora di più nel gioco. Da lì in poi, saremo pronti a tutto: a tuffarci con Annie e Owen in scenari sempre nuovi e imprevisti, a tornare indietro ed elaborare il tutto. In realtà, saremo sempre più nei meandri della loro mente, a scavare con loro per scoprire cosa li tormenta.

E qui il gioco si fa ancora più sfaccettato. Quello che ci sembrava un film drammatico assume via via i toni del grottesco, della black comedy in stile Fratelli Coen, del noir, o del fantasy. C’è una sorpresa dietro ogni angolo. Anzi, dentro ogni pillola. Sorprendono anche gli attori protagonisti. Conoscevamo le doti di Emma Stone, che parte senza trucco e apparentemente senza espressione, per dimostrarsi una tela bianca su cui riuscirà a dipingere ogni tipo di colore. Ma la vera sorpresa è un Jonah Hill (uno a cui avremmo dato già un Oscar per The Wolf Of Wall Street) notevolmente dimagrito, quasi irriconoscibile, che lavora per sottrazione e sulle sfumature, prima afasico e poi sempre diverso nei molti ruoli che gli riserva il copione. Accanto a loro Sally Field e un Justin Theroux in parrucchino, irresistibile, nei panni del Dr. James K. Mantleray, alla guida degli esperimenti, e sua volta alle prese con i suoi problemi familiari.

Maniac potrebbe essere un episodio di Black Mirror preso ed espanso in dieci puntate da 40 minuti, che scorrono senza quasi accorgersene. Lo si guarda con curiosità, ma si finisce per venirne risucchiati. Da vedere senza soluzione di continuità: è un tipico prodotto da binge-watching. Maniac costruisce mondi insoliti e bizzarri, come certi film di Michel Gondry, gioca con l’attesa e la sorpresa come sapeva fare Ai confini della realtà, ribalta continuamente sogno e realtà come i film di David Lynch. Eppure è qualcosa che non somiglia a nessuno di questi modelli. Cary Fukunaga è riuscito a trovare un suo stile, lontanissimo anche dal suo True Detective. E Maniac, per come combina tutti i suoi ingredienti, è qualcosa di mai visto prima, in tivù o in qualunque piattaforma dove oggi si vedono le serie. Ma, soprattutto, è eccezionale per come riesce a prendere il disagio mentale e renderlo fantasia, libertà. Cioè prendere una debolezza e farne una forza. Qualcosa che la società rimuove, uno stigma, è portato all’attenzione. E i protagonisti non sono né gli eroi senza macchia, che vedevamo nei telefilm trent’anni fa, ma nemmeno gli eroi con qualche macchia, che ci piacevano una decina di anni fa. Sono una ragazza depressa e un ragazzo schizofrenico. Sono loro che ci interessano. Sono loro quelli a cui vogliamo bene.

di Maurizio Ermisino per DailyMood.it

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Sharp Objects. Amy Adams, le cicatrici del corpo e dell’anima

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L’inizio di Sharp Objects, la nuova serie firmata HBO in onda da lunedì, 17 settembre, su Sky Atlantic, sembra uscito da un film di David Lynch. Quella carrellata sulla vita di una provincia americana fuori dal tempo, bloccata in degli eterni anni Cinquanta, caramellati e idilliaci, ricorda tanto l’inizio di Velluto blu. E forse proprio per questo immaginiamo subito come quelle immagini siano solo la facciata, e siamo pronti ad aspettarci di tutto a proposito di quello che troveremo dietro. E infatti una ragazzina viene uccisa, e dopo pochi mesi un’altra scompare. Da St. Louis viene mandata sul posto una giornalista, Camille Preaker (Amy Adams), perché è nata proprio nel luogo dove avvengono i delitti. Siamo a Wind Gap, Missouri, “a uno sputo dal Tennesse”, duemila abitanti il macello di suini come principale attività commerciale. “O sei ricco di famiglia, o sei un morto di fame”, racconta Camille al suo direttore, dicendo di appartenere alla seconda tipologia.

Creata da Marti Noxon e diretta da Jean-Marc Vallée (Big Little Lies in tv, C.R.A.Z.Y. e Dallas Buyers Club al cinema), Sharp Objects è l’adattamento del romanzo Sulla pelle (2006) di Gillian Flynn, l’autrice di Gone Girl, un altro grande successo letterario e cinematografico (è stato adattato per il grande schermo da David Fincher). Ma è, soprattutto, un’alta storia di donne al limite. Al centro di Sharp Objects ci sono un delitto e una scomparsa da risolvere, e da raccontare. Ma c’è soprattutto l’anima tormentata della protagonista, Camille, un vissuto da alcolista e autolesionista, una donna che non ha chiuso i conti con il suo passato, la sua famiglia, la sua casa. L’indagine nei fatti di Wind Gap diventa così soprattutto un’indagine dentro di sé, ed è quella che ci affascina di più.

Ogni angolo di Wind Gap è una suggestione che porta a galla un ricordo, un tassello della vita di Camille che ritorna alla sua mente, e alla nostra vista. Come Lost, e come The Handmaid’s Tale, Sharp Objects è una serie che vive di flashback, e della dialettica tra presente e passato. Ma se in quelle due serie cult tra l’azione del presente e quella del passato c’era una cesura, un contrasto tra due mondi opposti, qui i due momenti si fondono l’uno nell’altro quasi senza soluzione di continuità, in modo sfumato, come in quei momenti in cui passiamo dal sonno alla veglia, dal sogno alla realtà, senza capire se siamo in uno o nell’altro. In fondo siamo in due tempi diversi, ma negli stessi luoghi. E in questo sono eccezionali la regia e il montaggio per come riescono a legare i due momenti: come nella scena del primo episodio, quando la Camille adulta si immerge in una vasca da bagno e la Camille ragazzina riemerge da uno specchio d’acqua.

Questo andirivieni tra passato e presente è riuscito anche per la scelta perfetta delle attrici: Amy Adams mortifica e normalizza la sua bellezza per entrare nei panni anonimi di Camille, regalando una prova intensa che mescola dolore e dolcezza, mentre Sophia Lillis (una che, nel dittico di It, tratto da Stephen King, interpreta Jessica Chastain da giovane) è perfetta per dare il volto alla giovane Camille, curiosa, fiera e ribelle. Nel ruolo di Adora, la madre di Camille, c’è Patricia Clarkson, una di quelle attrici che non deludono mai.

Insieme a loro ci immergiamo nel mondo di Wind Gap, accompagnati dalla musica diegetica (quella che ascoltano i personaggi che vediamo nell’inquadratura) scelta da Vallè. I vinili, sul giradischi, o l’iPod, in cuffia o sugli altoparlanti della macchina. La ascoltano il marito di Adora o la stessa Camille, che la usa per estraniarsi e calmarsi. Tra Twin Peaks e True Detective, ma con una sensibilità tutta al femminile, Sharp Objects è un’opera che ci parla delle nostre cicatrici, quelle del corpo e quelle dell’anima. È una storia sull’impossibilità di lenire il dolore, di lasciarsi alle spalle il proprio passato e le proprie radici. Tra case borghesi del Midwest e roadhuose scalcinati, tra vodke, whisky e inevitabili hangover, attraversiamo con Camille un mondo dove le ragazzine giocano con le case delle bambole (o ci vivono dentro…) e girano agghindate come tali, in casa, e in tutt’altro modo fuori. Attraversiamo gli interni piccolo borghesi con le loro carte da parati verdi e operate, respiriamo davvero quell’aria opprimente e sinistra. Viviamo con Camille, a un passo da lei, ci entriamo subito in empatia. Abbiamo voglia di stringerla, abbracciarla e dirle “andrà tutto bene”. Sì, in questa storia ci siamo dentro fino al collo. Ed è anche da questi particolari che si giudica una grande serie.

di Maurizio Ermisino per DailyMood.it

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Insatiable, ovvero: la serie tv Netflix più controversa dell’estate

Marta Nozza Bielli

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insatiable

Nel bene o nel male purché se ne parli” starà pensando il signor Netflix in questo momento. E noi ce lo immaginiamo così il leader dello streaming mondiale, intento a sfregarsi le mani mentre legge i commenti che da più di un mese impazzano sul web. Colpevole di tanto scompiglio è la sua ultima serie originale approdata sulla piattaforma il 10 agosto scorso.

insatiableDi Insatiable si era cominciato a parlare ancora prima della messa in onda. Il trailer pubblicato per la promozione aveva creato grande scalpore, tanto che nel giro di poche ore dalla diffusione online il sito Change.org ha raccolto più di 200 mila firme che ne richiedevano la cancellazione. Le motivazioni di tanto fragore scaturivano dalla sensazione che la storia raccontata dalla serie potesse istigare al body shaming (bullismo che attacca l’aspetto fisico) e all’oggettivazione del corpo femminile, alimentando la convinzione che per essere popolare e piacere agli altri sia indispensabile un fisico perfetto. Al centro delle vicende di Insatiable infatti c’è Patty, una liceale da sempre presa di mira dagli insulti dei suoi compagni a causa del suo peso tornata a scuola dopo la pausa estiva con parecchi chili in meno e pronta a vendicarsi contro chi si è preso gioco di lei.
A difesa della serie erano intervenute le protagoniste (la giovane Debby Ryan conosciuta per i suoi ruoli nei telefilm di Disney Channel e Alyssa Milano, l’indimenticabile Phoebe Halliwell di Streghe) e la creatrice Lauren Gussis, la quale ha dichiarato che lo show prendeva ispirazione da alcuni fatti che l’avevano coinvolta in prima persona durante l’adolescenza.
Lungi da me la volontà di cadere in giudizi affrettati ho aspettato l’arrivo della prima stagione, incuriosita più dalla baraonda scatenata che dalla trama.

La buona notizia è che in Insatiable il body shaming propriamente detto non c’è al contrario di quello che i disertori credevano. La brutta notizia è che quello che si vede è molto, molto peggio.
Mai fino ad ora mi era capitato di faticare così tanto per terminare la visione di una serie tv: è successo che abbandonassi senza rimpianto la visione di programmi che fino a poco prima mi avevano entusiasmato, che continuassi a guardare show dall’indubbia qualità che entravano così direttamente nella lista dei guilty pleasure ma mai che continuassi imperterrita una serie che non mi stava convincendo per niente. Qual è allora il motivo di tanta ostinazione? Semplicemente il fatto di non riuscire a credere a quello che stavo guardando. La speranza che un qualsiasi elemento positivo facesse capolino anche solo per una frazione di secondo era forte, e invece dopo aver atteso per dodici episodi, quello che rimane è solo un pugno di mosche. Ma partiamo con ordine.

insatiableInnanzitutto, è bene precisare che la trama descritta qualche riga sopra non esiste, o meglio Patty (Debby Ryan) c’è e ha perso davvero tanti chili, ma la nostra giovane studentessa è solo uno dei tanti volti che si alternano al ruolo da protagonista contribuendo a creare un miscuglio grottesco e (in molti casi) anche imbarazzante.
Al fianco della liceale c’è Bob (Dallas Roberts) avvocato di giorno e coach di reginette di bellezza la sera, accusato di molestie da una sua protetta che vede in Patty – in versione skinny – la possibilità di vincere finalmente uno dei tanti concorsi a cui partecipa. C’è poi Coralee (Alyssa Milano), moglie di Bob che scopre da un giorno all’altro di amare davvero il marito dopo che lo aveva sposato solo per convenienza, Nonnie (Kimmy Shields) miglior amica di Patty e segretamente innamorata di lei e una lunga lista di altri personaggi che compaiono e scompaiono ad intermittenza mostrandosi tanto fondamentali quanti inutili all’evenienza.

Per quanto si poteva pensare che la vendetta di Patty potesse essere spietata, mai avremmo pensato che potesse risolversi in azioni quali dare fuoco a un senzatetto o ammazzare a sangue freddo l’ex fidanzato (entrambi dall’atteggiamento deplorevole certo, ma qual è il tipo di messaggio che si vuole dare trovando soluzione nella violenza?) il tutto svolto con un’inspiegabile leggerezza. E mentre la giovane si ricorda ogni tanto di domandarsi perché nonostante sia magra non sia felice, gli altri personaggi si destreggiano tra triangoli amorosi, bisessualità, adulti che intrattengono relazioni con adolescenti e tanto altro. Narcisisti che non riescono a guardare aldilà del loro naso scadono nella perfidia, senza distinzione tra buoni e cattivi. E se questa assenza di dualismo poteva risultare interessante all’inizio, a lungo andare i personaggi si intrappolano con le loro stesse mani in un limbo di mediocrità dal quale non traggono nessun insegnamento per provare a migliorarsi. La volontà della sceneggiatura di parodiare i cliché visti nelle commedie pop anni 80/90 gli si ritorce contro, dando vita a macchiette ancora più scadenti degli originali.insatiable

La critica internazionale non si è di certo risparmiata: chi ha definito Insatiable un disastro, chi il peggior prodotto originale Netflix, e il 23% di Metacritic e l’11% di Rotten Tomatoes non vanno ad indorare la pillola. L’aspetto più problematico di Insatiable è quello di fallire miseramente nei suoi intenti. Il suo voler essere una denuncia alla superficialità della società contemporanea attraverso un linguaggio volutamente sopra le righe finisce per portare sullo schermo situazioni grottesche che si ripetono in un loop ridondante, noioso e insensato che non innesca né ilarità né tantomeno alcuna riflessione critica. Nessuna tematica (e quelle tirate in ballo sono tante ed importanti) viene affrontata con la giusta sensibilità o con l’irriverenza dissacrante della satira – quella fatta bene.
E i tentativi di chi cerca di difendere Instatiable appellandosi al black humor o alla parodia non bastano per far cambiare idea, soprattutto se si paragona lo show in questione con quel gioiellino che fu Popular, vero esempio di genialità ai limiti del demenziale che utilizzava solo paradossi per raccontare la realtà.
Insatiable è solo uno show che fa acqua da tutte le parti. E che naturalmente Netflix – facendosi beffa di tutte le critiche – ha rinnovato per una seconda stagione.

di Marta Nozza Bielli per DailyMood.it

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