Serie TV
Emmy 2018, annunciate le nomination. Ecco i nostri pronostici.
Il momento è arrivato! Manca pochissimo alla serata di premiazione dei Primetime Emmy Awards che si terrà il prossimo 17 settembre al Microsoft Theatre di Hollywood e finalmente il 12 luglio sono stati resi noti i nominati di quest’anno.
Le nomination confermano in linea generale le previsioni degli scorsi mesi, con Game of Thrones in vetta con le sue 22 nomination, seguito da Westworld con 21. La settantesima edizione degli Oscar della tv però registra quest’anno un nuovo primato nella sua storia: Neflix è riuscito a scalzare la rete via cavo HBO portando a casa il maggior numero di candidature (112 contro 108). Il colosso mondiale compete con i suoi show nella categoria comedy (con GLOW e Unbreakable Kimmy Schmidt), drama (con Stranger Things e The Crown) ma anche nella sezione delle miniserie (grazie a Godless), dei reality (con Queer Eye) e dei programmi per bambini. Un quadro di successo in grado di offrire un dato molto importante sullo “stato di salute” della televisione contemporanea, dove i canali via cavo che da anni avevano soppiantato le reti generaliste sono stati superati dal servizio streaming, arrivato sulla scena degli Emmy solo nel 2013 con House of Cards e Orange is the new black e che in pochi anni è riuscito a raggiungere la vetta.
Da non sottovalutare anche il record di nomination (da noi previsto nella nostra recensione) ottenuto da Donald Glover: alle candidature ricevute grazie al suo Atlanta (miglior serie comedy, miglior attore protagonista in una serie comedy, miglior regista e miglior sceneggiatura) si aggiunge quella per la sua partecipazione come ospite al Saturday Night Live lo scorso maggio. Difficile non definirlo il re Mida della tv di qualità!
In attesa dell’evento condotto in prima serata dai comici Michael Che e Colin Just, ecco la lista della nomination più importanti degli Emmy 2018, con i nostri pronostici.
Miglior Serie Drammatica
The Americans
The Crown
Game Of Thrones
The Handmaid’s Tale
This Is Us
Westworld
Stranger Things
Game of Thrones e The Handmaid’s Tale sono I favoriti, ma nonostante lo show di punta della HBO torni in concorso dopo la vittoria agli Emmy del 2016, crediamo che la serie basata sul racconto di Margaret Atwood riuscirà a portare a casa senza troppi problemi il premio più ambito anche quest’anno.
Miglior Attrice in una Serie Drammatica
Elisabeth Moss, The Handmaid’s Tale
Claire Foy, The Crown
Keri Russell, The Americans
Sandra Oh, Killing Eve
Evan Rachel Wood, Westworld
Tatiana Maslany, Orphan Black
La recitazione femminile quest’anno è una delle più competitive degli ultimi tempi, ma in questa categoria crediamo sia probabile veder trionfare per il secondo anno di fila la potenza interpretativa della favorita Elisabeth Moss (con Claire Foy prontissima a soffiarle il titolo e Keri Russell come papabile outsider).
Miglior Attore in una Serie Drammatica
Sterling K. Brown, This Is Us
Matthew Rhys, The Americans
Milo Ventimiglia, This Is Us
Ed Harris, Westworld
Jeffrey Wright, Westworld
Jason Bateman, Ozark
Piacevole la presenza di Bateman, opinabile l’esclusione di Justin Hartley (che nella seconda stagione di This is Us ha rubato spesso e volentieri la scena ai suoi co-protagonisti) e prevedibile la vittoria di Sterling K. Brown, favoritissimo anche grazie alla vittoria per lo stesso ruolo lo scorso anno. La speranza per Matthew Rhys però (perfetto nella stagione finale di The Americans) rimarrà viva fino all’ultimo secondo.
Miglior Attrice Non Protagonista in una Serie Drammatica
Alexis Bledel, The Handmaid’s Tale
Ann Down, The Handmaid’s Tale
Lena Headey, Game Of Thrones
Vanessa Kirby, The Crown
Millie Bobby Brown, Stranger Things
Thandie Newton, Westworld
Yvonne Strahovski, The Handmaid’s Tale
Ann Dowd ha già vinto l’Emmy lo scorso anno, Alexis Bledel era stata premiata come guest star tanto da convincere gli sceneggiatori a rendere il suo personaggio regular dando del filo da torcere alla sua collega, il tutto in compagnia della strabiliante Strahovski che risulta essere forse il personaggio più complesso ed emozionante della seconda stagione di The Handmaid’s Tale. Difficile stabilire chi la spunterà tra le tre, che primeggiano rispetto alle altre.
Miglior Attore Non Protagonista in una Serie Drammatica
Nikolaj Coster-Waldau, Game Of Thrones
Peter Dinklage, Game Of Thrones
Mandy Patinkin, Homeland
David Harbour, Stranger Things
Joseph Fiennes, The Handmaid’s Tale
Matt Smith, The Crown
I favoriti sono Peter Dinklage (già vincitore nel 2011 e nel 2015) e David harbour che con il suo Jim Hopper in Stranger Things è riuscito a conquistare il cuore del pubblico. Chissà se però Mandy Patinkin ce la farà a coinquistare la statuetta prima o poi.
Miglior Serie Comedy
Atlanta
Barry
Black-ish
GLOW
The Marvelous Mrs. Maisel
Silicon Valley
Curb Your Enthusiasm
Unbreakable Kimmy Schmidt
Sarà emozionante scoprire chi la spunterà quest’anno con l’assenza degli show vincitori degli ultimi anni (Veep, Modern Family, The Big Bang Theory) ma, aldilà delle preferenze e dell’altissimo potenziale di The Marvelous Mrs Maisel, Atlanta si meriterebbe senza dubbio la vittoria.
Migliore Attrice in una Serie Comedy
Pamela Adlon, Better Things
Issa Rae, Insecure
Rachel Brosnahan, The Marvelous Mrs. Maisel
Allison Janney, Mom
Tracee Ellis Ross, Black-ish
Lily Tomlin, Grace And Frankie
Senza Julia Louis-Dreyfus (vincitrice del premio Emmy nelle ultime tre edizioni per Veep), la favorita è Rachel Brosnahan, già vincitrice della stessa categoria all’ultima edizione dei Golden Globe.
Miglior Attore in una Serie Comedy
Donald Glover, Atlanta
Bill Hader, Barry
William H. Macy, Shameless
Anthony Anderson, Black-ish
Ted Danson, The Good Place
Larry David, Curb Your Enthusiasm
Prevedibile (e meritatissima) la doppietta di Glover dopo la vittoria nel 2017. La concorrenza è forte, ma con la seconda stagione Atlanta ha migliorato ulteriormente il livello anche nella recitazione.
Miglior Attrice Non Protagonista in una Serie Comedy
Kate McKinnon, Saturday Night Live
Betty Gilpin, GLOW
Zazie Beetz, Atlanta
Alex Borstein, The Marvelous Mrs. Maisel
Laurie Metcalf, Roseanne
Megan Mullally, Will & Grace
Aidy Bryant, Saturday Night Live
Leslie Jones, Saturday Night Live
Stesso discorso per Kate McKinnon che probabilmente si aggiudicherà senza troppa difficoltà la terza statuetta consecutiva.
Miglior Attore Non Protagonista in una Serie Comedy
Tituss Burgess, Unbreakable Kimmy Schmidt
Brian Tyree Henry, Atlanta
Louie Anderson, Baskets
Alec Baldwin, Saturday Night Live
Henry Winkler, Barry
Kenan Thompson, Saturday Night Live
Tony Shalhoub, The Marvelous Mrs. Maisel
Favoritissimi Tituss Burgess e Brian Tyree Henry, anche se il secondo ha più chance per la vittoria considerando la capacità di riuscire a reggere sulle sue spalle ben due episodi dello show FX.
Miglior Limited Series
American Crime Story
Godless
The Alienist
Patrick Melrose
Genius
Che gli Emmy abbiano una particolare predilezione verso Ryan Murphy è affare risaputo, confermato anche dalle numerose (per non dire eccessive) nomination alla seconda stagione di American Crime Story. Probabilmente anche stavolta vincerà, ma Patrick Melrose sarebbe un’alternativa auspicabile.
Miglior Film Tv
Black Mirror: USS Callister
Fahrenheit 451
Flint
Paterno
The Tale
Nonostante l’apprezzamento riservato a USS Callister, probabilmente il premio andrà a The Tale, che negli scorsi mesi ha avuto un forte impatto su pubblico e critica.
Miglior Attrice in una Limited Series o in un Film Tv
Edie Falco, Law And Order True Crime: The Menendez Murders
Jessica Biel, The Sinner
Laura Dern, The Tale
Michelle Dockery, Godless
Regina King, Seven Seconds
Sarah Paulson, American Horror Story: Cult
Michelle Dockery è stata bravissima, Jessica Biel ha sorpreso ma l’Emmy probabilmente andrà nelle mani della bravissima Laura Dern.
Miglior Attore in una Limited Series o in un Film Tv
Darren Criss, American Crime Story
Benedict Cumberbatch, Patrick Melrose
Jeff Daniels, The Looming Tower
Antonio Banderas, Genius
John Legend, Jesus Christ Superstar
Jesse Plemons, Black Mirror
Benedict Cumberbatch è sempre convincente e lo è stato anche stavolta, ma considerando che Darren Criss è stato probabilmente l’unica nota lodevole di American Crime Story, sarebbe un errore non premiarlo.
Miglior Attrice Non Protagonista in una Limited Series o in un Film Tv
Penelope Cruz, American Crime Story
Judith Light, American Crime Story
Sara Bareilles, Jesus Christ Superstar
Merritt Wever, Godless
Letitia Wright, Black Mirror
Adina Porter, American Horror Story: Cult
Alcuni l’hanno trovata un po’ ridicola, altri convincente e i pronostici americani la danno come favorita: la versione del premio Oscar Penelope Cruz di Donatella Versace sarà la probabile vincitrice.
Miglior Attore Non Protagonista in una Limited Series o in un Film Tv
Jeff Daniels, Godless
Edgar Ramirez, American Crime Story
Brandon Victor Dixon, Jesus Christ Superstar
Ricky Martin, American Crime Story
Michael Stuhlbarg, The Looming Tower
Finn Wittrock, American Crime Story
John Leguizamo, Waco
Anche qui probabilmente vincerà l’interpretazione di Ganni Versace proposta da Edgar Ramirez, ma Jeff Daniels sarebbe una piacevolissima sorpresa.
di Marta Nozza Bielli per DailyMood.it
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Serie TV
Lucky: Anya Taylor-Joy in una fuga senza fiato su Apple Tv
Published
1 mese agoon
23 Luglio 2026
Una ragazza viene inseguita da alcuni uomini tra dei camion fermi in un parcheggio. Lei è bionda platino, è vestita in jeans, una canotta bianca e un giubbotto di pelle nera. Zoppica. Loro hanno quegli inconfondibili giubbetti blu con la scritta in giallo sulla schiena: sono dell’FBI. Inizia così Lucky, la nuova serie in streaming su Apple Tv tratta dal bestseller del New York Times e selezione del Reese’s Book Club, scritto da Marissa Stapley. La ragazza, la Lucky che dà il titolo alla serie, è l’inconfondibile Anya Taylor-Joy. E insieme a lei ci sono Annette Bening, Timothy Olyphant, Aunjanue Ellis Taylor, Drew Starkey, Clifton Collins Jr. e William Fichtner. La definiscono una dramedy, ma Lucky è soprattutto una serie d’azione, un’azione senza un attimo di respiro.
Quando una rapina multimilionaria va storta, la truffatrice Lucky (Anya Taylor-Joy) è costretta a darsi alla fuga. Braccata sia dall’FBI che da uno spietato boss criminale, Lucky deve lottare per la propria vita e per trovare una via d’uscita. Eppure sembrava tutto perfetto. Poche ore prima avevamo visto Lucky, ed era completamente diversa. I capelli più lunghi e castani, un vestito corto e attillato di lamé. Una bottiglia di champagne da stappare con il proprio compagno. In Dreams di Roy Orbison, famosa per Velluto blu di David Lynch, da ballare stretti stretti. Tutto sembrava andare bene. Ma non è andata così.
Lucky vive soprattutto sul volto e sul corpo di Anya Taylor-Joy. È un’attrice dal fisico esilissimo. E dal volto unico, scavato e sensuale. Con quegli occhi enormi, verde giada, e molto distanti tra loro. Si dice che sia sintomo di poca bellezza, come in fondo si dice della bocca piccola e delle labbra sottili. Non è vero. Anya Taylor-Joy è fatta per smentire tutte queste teorie, per diventare una bellezza allo stesso tempo aliena e, soprattutto in una serie come questa, molto concreta.
La sua Lucky sembra un personaggio di un film di Luc Besson, noto per i ritratti di donne forti e artefici del loro destino, coraggiose e muscolari. Così come sembra un film di Luc Besson, per ritmo e visione, tutta la storia a cui assistiamo. C’è anche qualcosa di Hitchcock, non nello stile ma nei temi. Il personaggio giovane e innocente in fuga è un classico del regista inglese. Qui innocente Lucky non lo è completamente. È una truffatrice, certo. Ma abbiamo visto che è stata a sua volta fregata dal suo compagno. Per questo, e per il fatto che il punto di vista sposato è il suo, Lucky ha da subito la nostra simpatia. E quella del regista. Anche questo è un meccanismo che viene da Hitchcock: pensate a Psycho e al personaggio di Janet Leigh, in fuga dopo aver sottratto al suo capo un’ingente somma di denaro. Anche lei è colpevole, ma stiamo dalla sua parte.
La regia è sempre su di lei, spesso la macchina da presa la accarezza con primi o primissimi piani in grado di scrutare quegli occhi così particolari. Mentre, alla fine del primo episodio, basta una telefonata per costruire una backstory in grado di farci appassionare ancora di più al suo personaggio. Mentre un accendino, nel buio, si ricollega a una delle prime scene dell’episodio e chiude un cerchio. Non ci resta che seguire la fuga di questa nuova eroina che ci ha portato Apple Tv, lo streamer dalle produzioni sempre impeccabili. I primi due episodi sono disponibili, poi ne vedremo uno a settimana. Buona fortuna, Lucky.
di Maurizio Ermisino per DailyMood.it
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Serie TV
Elle: Se La rivincita delle bionde torna agli anni Novanta, tra Beverly Hills e il grunge
Published
2 mesi agoon
1 Luglio 2026
I’m Only Happy When It Rains, il classico dei Garbage degli anni Novanta, risuona nella sigla di Elle, la nuova serie Prime Video in streaming dal 1 luglio. E risuona particolarmente ironica, visto che la nostra protagonista si trova per una serie sfortunata di eventi a trasferirsi da Los Angeles a Seattle, la città più piovosa d’America, “la città dimenticata da Dio e da Gucci”. E, no, non è assolutamente felice solo quando piove, come cantava Shirley Manson. Casomai è tutto il contrario. Elle Woods sarebbe felice solo con il sole della California e con i suoi immancabili vestiti rosa che fanno tanto Beverly Hills e anche tanto Barbie. Elle è la serie prequel de La rivincita delle bionde, il noto film con Reese Witherspoon. Qui la vicenda è trasportata indietro nel tempo e nello spazio, creando una serie di contrasti che rendono la serie divertente e originale.
Nella sua prima stagione, Elle segue Elle Woods (Lexi Minetree) prima che diventi un pesce fuor d’acqua ad Harvard. La incontriamo nel 1995, come un pesciolino nelle acque agitate del liceo, alle prese con amicizie complicate, storie d’amore proibite e scelte di moda discutibili. Tutto nella sua vita cambia, infatti, quando il padre, chirurgo estetico, perde reputazione e lavoro per un naso rifatto male ad un’attrice. E così deve trasferirsi a Seattle con tutta la famiglia. Elle si affida alla sua famiglia come punto di riferimento e rafforza il legame con la madre, dimostrando che insieme possono superare qualsiasi cosa la vita riservi loro, purché abbiano l’una l’altra. Ad ogni sfida che affronta, Elle si avvicina sempre di più alla Elle Woods che conosciamo e amiamo oggi.
Quello che dà forza alla serie è il sentimento del contrario. Tutto, a Seattle, è diverso. Piove ogni giorno, tutti vestono di nero, con jeans, anfibi e camicie di flanella a quadri, nessuno bada alle apparenze e tutti alla sostanza. “Mi sento così bionda” dice la nostra Elle, che veste ancora completamente di rosa. Il senso della serie sta tutto qui. Nel ribaltamento dei ruoli, delle situazioni. La classica reginetta della scuola, la popolare, la bionda, la bella in rosa di tanti film qui diventa, di colpo, il suo contrario. Per il posto in cui si trova, è lei la strana, l’impopolare, la diversa. Quella che, come vediamo da sempre nei film, non trova dove sedersi a tavola perché i posti sono occupati. E le popolari che negano il posto qui sono altre. Anche per il padre le cose si sono ribaltate. “Alla gente piace il proprio naso. Andrà meglio quando il grunge sarà passato” dice.
Capiamo subito che quella di Elle è una storia sull’identità, un romanzo di formazione che però non procede in maniera classica. Almeno, non all’inizio. C’è, come in ogni racconto di questo tipo, una protagonista che deve trovare il proprio posto nel mondo. Solo che la nostra Elle il suo posto lo aveva già trovato, ma lo ha perso e deve ricominciare tutto da capo. È una questione di orientamento, di coordinate da ritrovare, di una serie di comportamenti da resettare. Ci si chiede se Elle sceglierà di tornare a Los Angeles o di giocarsi le sue carte a Seattle. E se, in questo caso, si adatterà al modo di vivere e al look degli altri o sceglierà di farlo rimanendo se stessa.
Dicevamo di Seattle. È bello, in un teen drama di questo tipo, ritrovarsi nell’America di metà anni Novanta, quando, rispetto a quella di Beverly Hills 90210, era già cambiato tutto. È bello ritrovarsi in un negozio di dischi che ci ricorda quello di Alta fedeltà, di ascoltare discorsi su Kurt Cobain e i Nirvana, Chris Cornell e i Soundgarden, la Sub Pop gli Alice In Chains, ascoltare i R.E.M. e i Radiohead. Come si dice, appena abbiamo capito dove fosse ambientata la storia abbiamo detto il classico: ok, avete la nostra attenzione.
Certo, non è un film immersivo negli anni del grunge (per quello cercate e rivedetevi Singles di Cameron Crowe). E ai puristi del grunge non piacerà. Seattle e il grunge sono in realtà usati come un elemento funzionale al racconto, come l’ostacolo tra Elle e il suo mondo, l’espediente usato per metterla in difficoltà. Ma che siano presenti in un film di questo tipo non è per niente male. È bello vedere che il grunge sia storia. E anche un po’ triste, perché sono passati 30 anni e vuol dire che stiamo diventando vecchi.
di Maurizio Ermisino per DailyMood.it
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Serie TV
Spider-Noir: Nicolas Cage è un Uomo Ragno che sembra uscito dagli anni Trenta. Su Prime Video
Published
3 mesi agoon
27 Maggio 2026
L’abbiamo vista in bianco e nero. Ma potevamo scegliere tra bianco e nero e colore. La nuova tv, quella dei player dello streaming, è anche questa. Prime Video ha lanciato così Spider-Noir, l’attesissima serie con Nicolas Cage nel suo primo ruolo da protagonista in una serie tv. Prodotta da Sony Pictures Television per Prime Video, la serie è disponibile dal 27 maggio, in due modalità, “Autentico Bianco e Nero” e “True-Hue Full Color”, consentendo al pubblico di scegliere.
Abbiamo scelto di vederla in bianco e nero perché ci sembrava che avesse più senso così. Spider-Noir è una serie live-action basata sul fumetto Marvel Spider-Man Noir. Racconta la storia di Ben Reilly (Cage), un navigato investigatore privato caduto in disgrazia nella New York degli anni Trenta, che a seguito di una tragedia profondamente personale, è costretto a fare i conti con il suo passato di unico supereroe della città. È un racconto che ha senso vedere in bianco e nero perché sono le tinte in cui ha vissuto quel cinema lì, il glorioso noir americano, l’hard boiled, il cinema dei detective alla Marlowe. Personaggi che sono antieroi, perdenti e tormentati, soli e stropicciati.
Vedere Spider-Noir in bianco e nero significa quindi immergersi in un mondo, Quello dei chiaroscuri, delle luci e delle ombre che si incontrano e si scontrano del bianco e nero che dai netti contrasti che dividono lo schermo. Di quelle luci incidentali, quasi caravaggesche, che tagliano la scena. È quel mondo fatto dei quotidiani lanciati al mattino dagli strilloni, da sigarette su sigaretta avidamente consumate mentre si battono a macchina le notizie, dei personaggi che si muovono nei loro lunghi cappotti e i cappelli a tesa larga, dei banconi del bar e dei bicchieri di whisky bevuti uno dopo l’altro ogni notte.
Quella tra il fumetto e il noir degli anni Trenta e Quaranta sono mondi destinati a incontrarsi in modo naturale. Il bianco e nero è quello delle iconiche pellicole dell’epoca, rimaste fissate nell’immaginario collettivo come nella Storia del cinema, ma anche quello dell’inchiostro di china sul foglio bianco dei fumetti. Il risultato di Spider-Noir è in qualche modo vicino a Sin City e The Spirit, i film tratti dai fumetti di Frank Miller. Anche se, rispetto alle figure eccessive e larger than life di quei racconti, Spider-Noir si mantiene su un maggiore realismo. Che è proprio quello dei classici film
In un progetto di questo genere ci sta benissimo un volto come quello di Nicolas Cage, un attore che è stato definito prima di culto e sex symbol, ai tempi di Cuore selvaggio, poi mostro di bravura da Oscar, ai tempi di Via da Las Vegas, poi schermito per molte scelte discutibili e infine assurto di nuovo a personaggio di culto. Il suo volto è perfetto per incarnare quello di quei detective provati dalla vita degli anni Trenta e Quaranta. E, allo stesso tempo, ha i tratti somatici per essere anche il protagonista di un fumetto. Spider-Noir sembra essere un progetto fatto apposta per lui. Nel cast sono da segnalare Li Jun Li, nei panni della femme fatale, e Brendan Gleeson, perfetto nei panni del villain.
È interessante vedere come l’Uomo Ragno, tra tutti i supereroi, sia quello che, più di altri si presti a infinite reinvenzioni. Mentre quasi tutti gli eroi sono legati ai loro alter ego e alle loro storie, l’idea è che un ragno radioattivo, in teoria, possa mordere chiunque. E così l’Uomo Ragno, che siamo soliti associare a Peter Parker, e che sarà sempre questo personaggio, può essere anche altre persone. Così abbiamo conosciuto lo Spider-Man di Miles Morales, dai fumetti e anche dai film animati di Spider-Man: Un nuovo universo. E ora l’Uomo Ragno noir anni Trenta di Nicolas Cage. Il rischio di un progetto come questo è quello di fare più attenzione alla qualità e alla raffinatezza delle immagini, all’interpretazione di Cage, a una New York scintillante e vera protagonista della storia, che alla trama. A proposito di raffinatezza, abbiamo provato a vedere la serie anche nella versione a colori, e funziona molto bene anche quella. Ha i toni laccati dei primi film in technicolor, il gioco di luci ed ombre funziona, le luci di New York fanno la loro parte. Insomma, in qualunque modo la vogliate vedere, Spider-Noir ha un senso. A voi la scelta.
di Maurizio Ermisino per DailyMood.it
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