Connect with us

Serie TV

Emmy 2018, annunciate le nomination. Ecco i nostri pronostici.

Marta Nozza Bielli

Published

on

emmy

Il momento è arrivato! Manca pochissimo alla serata di premiazione dei Primetime Emmy Awards che si terrà il prossimo 17 settembre al Microsoft Theatre di Hollywood e finalmente il 12 luglio sono stati resi noti i nominati di quest’anno.
Le nomination confermano in linea generale le previsioni degli scorsi mesi, con Game of Thrones in vetta con le sue 22 nomination, seguito da Westworld con 21. La settantesima edizione degli Oscar della tv però registra quest’anno un nuovo primato nella sua storia: Neflix è riuscito a scalzare la rete via cavo HBO portando a casa il maggior numero di candidature (112 contro 108). Il colosso mondiale compete con i suoi show nella categoria comedy (con GLOW e Unbreakable Kimmy Schmidt), drama (con Stranger Things e The Crown) ma anche nella sezione delle miniserie (grazie a Godless), dei reality (con Queer Eye) e dei programmi per bambini. Un quadro di successo in grado di offrire un dato molto importante sullo “stato di salute” della televisione contemporanea, dove i canali via cavo che da anni avevano soppiantato le reti generaliste sono stati superati dal servizio streaming, arrivato sulla scena degli Emmy solo nel 2013 con House of Cards e Orange is the new black e che in pochi anni è riuscito a raggiungere la vetta.

emmyDa non sottovalutare anche il record di nomination (da noi previsto nella nostra recensione) ottenuto da Donald Glover: alle candidature ricevute grazie al suo Atlanta (miglior serie comedy, miglior attore protagonista in una serie comedy, miglior regista e miglior sceneggiatura) si aggiunge quella per la sua partecipazione come ospite al Saturday Night Live lo scorso maggio. Difficile non definirlo il re Mida della tv di qualità!

In attesa dell’evento condotto in prima serata dai comici Michael Che e Colin Just, ecco la lista della nomination più importanti degli Emmy 2018, con i nostri pronostici.

Miglior Serie Drammatica
The Americans
The Crown
Game Of Thrones
The Handmaid’s Tale
This Is Us
Westworld
Stranger Things
Game of Thrones e The Handmaid’s Tale sono I favoriti, ma nonostante lo show di punta della HBO torni in concorso dopo la vittoria agli Emmy del 2016, crediamo che la serie basata sul racconto di Margaret Atwood riuscirà a portare a casa senza troppi problemi il premio più ambito anche quest’anno.

Miglior Attrice in una Serie Drammatica
Elisabeth Moss, The Handmaid’s Tale
Claire Foy, The Crown
Keri Russell, The Americans
Sandra Oh, Killing Eve
Evan Rachel Wood, Westworld
Tatiana Maslany, Orphan Black
La recitazione femminile quest’anno è una delle più competitive degli ultimi tempi, ma in questa categoria crediamo sia probabile veder trionfare per il secondo anno di fila la potenza interpretativa della favorita Elisabeth Moss (con Claire Foy prontissima a soffiarle il titolo e Keri Russell come papabile outsider).

Miglior Attore in una Serie Drammatica
Sterling K. Brown, This Is Us
Matthew Rhys, The Americans
Milo Ventimiglia, This Is Us
Ed Harris, Westworld
Jeffrey Wright, Westworld
Jason Bateman, Ozark
Piacevole la presenza di Bateman, opinabile l’esclusione di Justin Hartley (che nella seconda stagione di This is Us ha rubato spesso e volentieri la scena ai suoi co-protagonisti) e prevedibile la vittoria di Sterling K. Brown, favoritissimo anche grazie alla vittoria per lo stesso ruolo lo scorso anno. La speranza per Matthew Rhys però (perfetto nella stagione finale di The Americans) rimarrà viva fino all’ultimo secondo.

Miglior Attrice Non Protagonista in una Serie Drammatica
Alexis Bledel, The Handmaid’s Tale
Ann Down, The Handmaid’s Tale
Lena Headey, Game Of Thrones
Vanessa Kirby, The Crown
Millie Bobby Brown, Stranger Things
Thandie Newton, Westworld
Yvonne Strahovski, The Handmaid’s Tale
Ann Dowd ha già vinto l’Emmy lo scorso anno, Alexis Bledel era stata premiata come guest star tanto da convincere gli sceneggiatori a rendere il suo personaggio regular dando del filo da torcere alla sua collega, il tutto in compagnia della strabiliante Strahovski che risulta essere forse il personaggio più complesso ed emozionante della seconda stagione di The Handmaid’s Tale. Difficile stabilire chi la spunterà tra le tre, che primeggiano rispetto alle altre.

Miglior Attore Non Protagonista in una Serie Drammatica
Nikolaj Coster-Waldau, Game Of Thrones
Peter Dinklage, Game Of Thrones
Mandy Patinkin, Homeland
David Harbour, Stranger Things
Joseph Fiennes, The Handmaid’s Tale
Matt Smith, The Crown
I favoriti sono Peter Dinklage (già vincitore nel 2011 e nel 2015) e David harbour che con il suo Jim Hopper in Stranger Things è riuscito a conquistare il cuore del pubblico. Chissà se però Mandy Patinkin ce la farà a coinquistare la statuetta prima o poi.

Miglior Serie Comedy
Atlanta
Barry
Black-ish
GLOW
The Marvelous Mrs. Maisel
Silicon Valley
Curb Your Enthusiasm
Unbreakable Kimmy Schmidt
Sarà emozionante scoprire chi la spunterà quest’anno con l’assenza degli show vincitori degli ultimi anni (Veep, Modern Family, The Big Bang Theory) ma, aldilà delle preferenze e dell’altissimo potenziale di The Marvelous Mrs Maisel, Atlanta si meriterebbe senza dubbio la vittoria.

Migliore Attrice in una Serie Comedy
Pamela Adlon, Better Things
Issa Rae, Insecure
Rachel Brosnahan, The Marvelous Mrs. Maisel
Allison Janney, Mom
Tracee Ellis Ross, Black-ish
Lily Tomlin, Grace And Frankie
Senza Julia Louis-Dreyfus (vincitrice del premio Emmy nelle ultime tre edizioni per Veep), la favorita è Rachel Brosnahan, già vincitrice della stessa categoria all’ultima edizione dei Golden Globe.

Miglior Attore in una Serie Comedy
Donald Glover, Atlanta
Bill Hader, Barry
William H. Macy, Shameless
Anthony Anderson, Black-ish
Ted Danson, The Good Place
Larry David, Curb Your Enthusiasm
Prevedibile (e meritatissima) la doppietta di Glover dopo la vittoria nel 2017. La concorrenza è forte, ma con la seconda stagione Atlanta ha migliorato ulteriormente il livello anche nella recitazione.

Miglior Attrice Non Protagonista in una Serie Comedy
Kate McKinnon, Saturday Night Live
Betty Gilpin, GLOW
Zazie Beetz, Atlanta
Alex Borstein, The Marvelous Mrs. Maisel
Laurie Metcalf, Roseanne
Megan Mullally, Will & Grace
Aidy Bryant, Saturday Night Live
Leslie Jones, Saturday Night Live
Stesso discorso per Kate McKinnon che probabilmente si aggiudicherà senza troppa difficoltà la terza statuetta consecutiva.

Miglior Attore Non Protagonista in una Serie Comedy
Tituss Burgess, Unbreakable Kimmy Schmidt
Brian Tyree Henry, Atlanta
Louie Anderson, Baskets
Alec Baldwin, Saturday Night Live
Henry Winkler, Barry
Kenan Thompson, Saturday Night Live
Tony Shalhoub, The Marvelous Mrs. Maisel
Favoritissimi Tituss Burgess e Brian Tyree Henry, anche se il secondo ha più chance per la vittoria considerando la capacità di riuscire a reggere sulle sue spalle ben due episodi dello show FX.

Miglior Limited Series
American Crime Story
Godless
The Alienist
Patrick Melrose
Genius
Che gli Emmy abbiano una particolare predilezione verso Ryan Murphy è affare risaputo, confermato anche dalle numerose (per non dire eccessive) nomination alla seconda stagione di American Crime Story. Probabilmente anche stavolta vincerà, ma Patrick Melrose sarebbe un’alternativa auspicabile.

Miglior Film Tv
Black Mirror: USS Callister
Fahrenheit 451
Flint
Paterno
The Tale
Nonostante l’apprezzamento riservato a USS Callister, probabilmente il premio andrà a The Tale, che negli scorsi mesi ha avuto un forte impatto su pubblico e critica.

Miglior Attrice in una Limited Series o in un Film Tv
Edie Falco, Law And Order True Crime: The Menendez Murders
Jessica Biel, The Sinner
Laura Dern, The Tale
Michelle Dockery, Godless
Regina King, Seven Seconds
Sarah Paulson, American Horror Story: Cult
Michelle Dockery è stata bravissima, Jessica Biel ha sorpreso ma l’Emmy probabilmente andrà nelle mani della bravissima Laura Dern.

Miglior Attore in una Limited Series o in un Film Tv
Darren Criss, American Crime Story
Benedict Cumberbatch, Patrick Melrose
Jeff Daniels, The Looming Tower
Antonio Banderas, Genius
John Legend, Jesus Christ Superstar
Jesse Plemons, Black Mirror
Benedict Cumberbatch è sempre convincente e lo è stato anche stavolta, ma considerando che Darren Criss è stato probabilmente l’unica nota lodevole di American Crime Story, sarebbe un errore non premiarlo.

Miglior Attrice Non Protagonista in una Limited Series o in un Film Tv
Penelope Cruz, American Crime Story
Judith Light, American Crime Story
Sara Bareilles, Jesus Christ Superstar
Merritt Wever, Godless
Letitia Wright, Black Mirror
Adina Porter, American Horror Story: Cult
Alcuni l’hanno trovata un po’ ridicola, altri convincente e i pronostici americani la danno come favorita: la versione del premio Oscar Penelope Cruz di Donatella Versace sarà la probabile vincitrice.

Miglior Attore Non Protagonista in una Limited Series o in un Film Tv
Jeff Daniels, Godless
Edgar Ramirez, American Crime Story
Brandon Victor Dixon, Jesus Christ Superstar
Ricky Martin, American Crime Story
Michael Stuhlbarg, The Looming Tower
Finn Wittrock, American Crime Story
John Leguizamo, Waco
Anche qui probabilmente vincerà l’interpretazione di Ganni Versace proposta da Edgar Ramirez, ma Jeff Daniels sarebbe una piacevolissima sorpresa.

di Marta Nozza Bielli per DailyMood.it

Questo slideshow richiede JavaScript.

0 Users (0 voti)
Criterion 10
What people say... Leave your rating
Ordina per:

Sii il primo a lasciare una recensione.

User Avatar
Verificato
{{{ review.rating_title }}}
{{{review.rating_comment | nl2br}}}

Di Più
{{ pageNumber+1 }}
Leave your rating

Il tuo browser non supporta il caricamento delle immagini. Scegline uno più moderno.

Continue Reading
Advertisement
Click to comment

Leave a Reply

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

2 × 3 =

Serie TV

GLOW 2. Il Girl Power delle Ragazze del Wrestling è più glorioso che mai!

Marta Nozza Bielli

Published

on

glow

Quando lo scorso anno Netflix distribuì in tutto il mondo la prima stagione di GLOW, ammetto di averla guardata più per noia che per vero interesse. I palinsesti in quel periodo non offrivano nulla di nuovo e alla fine la presenza di Alison Brie (già apprezzata in Mad Men e in Community) e le atmosfere anni 80 fatte di spandex, capelli cotonati e pattini a rotelle (diversa da quella provinciale e nerd vista in Stranger Things) sono riuscite a convincermi.
Da tempo non mi capitava di iniziare una nuova serie senza avere alcun tipo di aspettativa se non quella di trovare del puro e semplice intrattenimento; un bisogno troppo spesso lasciato in disparte dalla brama di scoprire il “nuovo capolavoro televisivo” che, seppur piacevolissimo da guardare, sviscerare ed analizzare in ogni punto, toglie la leggerezza della distrazione da tutto ciò che ci circonda.

glowCon i suoi primi dieci episodi da mezz’ora, GLOW non era riuscito a stupirmi ma l’ambientazione, l’umorismo intelligente e un cast corale sapientemente gestito lasciavano presagire un soggetto con le idee ben chiare sulla propria direzione che non aveva però svelato tutte le sue carte. A distanza di un anno la sensazione si è rivelata corretta, perché con la seconda stagione la serie non solo ha confermato quanto già visto, ma è riuscita addirittura a superarsi.

Gli episodi iniziano esattamente da dove eravamo rimasti: capitanate da Ruth e Debbie (Alison Brie e Betty Giplin) le Gorgeous Ladies of Wrestling sono riuscite a convincere una piccola rete televisiva locale a mandare in onda il loro show, e così il loro ingaggio che fino a quel momento era ancora incerto diventa a tutti gli effetti reale. Le ragazze fino a quel momento scettiche si ritrovano entusiaste di girare nuovi episodi, in modo particolare Ruth che non riesce a tenere a freno le sue idee creative tanto da disobbedire alle direttive di Sam (Marc Maron) il quale, dopo una carriera passata a dirigere b-movie è forse riuscito – pur con scontrosità e poca convinzione – a trovare il progetto che potrebbe rappresentare il suo momento di gloria. Il regista non ha nessuna intenzione di farsi mettere i piedi in testa e di perdere la poca autorità che gli è rimasta, e subito tarpa le ali a Ruth. Un gesto a cui tutti sono fin troppo abituati (il “capo” che riprende un suo dipendente) ma che scatena delle reazioni inaspettate nel gruppo: le ragazze si dimostrano unite e solidali nei confronti della collega che fino a quel momento non aveva riscosso molta simpatia, Debbie si impone e riesce a diventare una produttrice diventando l’unica donna al comando, e Sam e Ruth nonostante i contrasti riescono alla fine a sviluppare una profonda e sincera sintonia.

glowGià lo scorso anno era chiaro che i personaggi di GLOW rinchiusi all’interno di una palestra fatiscente ad allenarsi nel wrestling fossero in realtà delle personalità alle prese con le difficoltà di emergere e con il bisogno disperato di trovare un proprio posto nel mondo. Così, se da una parte sul ring si scontravano rappresentazioni di cliché ben scalfiti nell’immaginario collettivo (la sovietica Zoya the Destroyer nemica del capitalismo, la biondissima e giunonica Liberty Belle specchio degli ideali Usa, la seria e intelligente Britannica), fuori dal set Ruth e gli altri cercavano di allontanarsi da quegli stereotipi che la vita aveva incollato loro addosso. Ed è proprio questa loro insoddisfazione e perenne ricerca dell’autorealizzazione che fa scattare nello spettatore un forte senso di immedesimazione, perché per quanto i personaggi siano talvolta sopra alle righe, il tratto che più li caratterizza è quello di essere delle persone estremamente normali.

Con la seconda stagione GLOW riesce a crescere sotto il profilo narrativo e sviluppa una propria identità riconoscibile. La serie infatti conta tra i suoi produttori Jenji Kohan, una delle artefici di un altro contenuto di punta di Netflix – Orange is The New Black – e da subito era balzata all’occhio la somiglianza tra i due show di ambientare una storia con un cast al femminile in contesti da sempre considerati “per soli uomini” (il carcere e il wrestling). Tuttavia, con i nuovi episodi GLOW è riuscito a trovare la sua voce personale e la scelta (a lungo andare inevitabile con un numero di personaggi così corposo) in fase di scrittura di dare più spazio solo ad alcuni protagonisti ha permesso allo show di raggiungere una maggiore profondità e di affrontare tematiche più complesse, come la difficoltà glowdell’essere madre, l’AIDS e l’omosessualità, senza dimenticarsi però di essere anche una serie che ruota attorno alla messa in onda di un programma televisivo alle prese con i modi più disparati di accaparrarsi l’attenzione di pubblico di investitori.
È proprio questo perfetto equilibrio tra ribalta e retroscena il punto vincente di GLOW che, pur essendo ambientato negli anni 80, riesce persino ad essere attuale quando parla di molestie sessuali da parte dei produttori nei confronti delle aspiranti attrici, mostrando da un lato come il sistema fosse marcio molto prima del recente del caso Weinstein, e dall’altro la diversa reazione che un evento del genere poteva scatenare in un’epoca diversa dalla nostra.

In GLOW c’è posto anche per le risate, ma c’è soprattutto un Girl Power vincente, brillante e lontano da ogni tipo di moralismo. E questa volta posso dire di aspettare con trepidazione l’arrivo della terza stagione!

di Marta Nozza Bielli per DailyMood.it

0 Users (0 voti)
Criterion 10
What people say... Leave your rating
Ordina per:

Sii il primo a lasciare una recensione.

User Avatar
Verificato
{{{ review.rating_title }}}
{{{review.rating_comment | nl2br}}}

Di Più
{{ pageNumber+1 }}
Leave your rating

Il tuo browser non supporta il caricamento delle immagini. Scegline uno più moderno.

Continue Reading

Serie TV

La rivoluzione armata delle diete con Dietland nel mood del “curvy couture”

T. Chiochia Cristina

Published

on

All’inizio fu Shannon Svingen-Jones, caporedattrice della rivista glamour FabUplus, ad indicare un nuovo stereotipo di donna curvy: fu infatti il “suo corpo perfetto essendo imperfetto” ad ispirarle una rivista di moda, sport e bellezza inedita e rivoluzionaria, FabUplus appunto, rivolto alle donne americane plus-size dove potevano trovare consigli, diete, allenamenti finalmente mirati per loro. Non stupisce quindi che questa rivoluzione sia anche ora sul piccolo schermo, con una serie tv statunitense, sul mondo della moda dal titolo evocativo di Dietland, arrivata anche in Italia dall’inizio dello scorso mese. La rivoluzione delle diete nella serie tv creata e diretta da quella Marta Mills Noxon, già famosa per “Buffy” ha la particolarità di essere al tempo stesso anche un dark-noir. La serie “Dietland” si ispira infatti ad un libro di Sarai Walker che parla di un gruppo di guerrigliere chiamato “Jennifer” che uccide in modo efferato chi maltratta le donne legandolo al tema dell’alta moda e dei media nel suo complesso. Ma la novità su cui riflettere è indubbiamente il punto di vista, che è quello di una donna fortemente in sovrappeso Plum Kettle, ghost writer dell’editoriale della direttrice di un noto giornale di moda. Plum, notata solo perché grassa e quindi spesso giudicata o derisa (o peggio, desiderata in modo ossessivo proprio perché obesa da uomini maniacali) decide di perdere peso attraverso la chirurgia plastica. Il plot è quindi questa “rivoluzione delle diete” in America, dove l’immagine e lo stereotipo emergente della donna curvy si scontra con la ricerca della magrezza non fine a se stessa, ma come di una bellezza stereotipata al femminile, nel mondo del glamour americano più sfrenato.

Un viaggio infernale con omicidi efferati e colpi di scena che, puntata dopo puntata si intreccia con temi importanti come quello dell’industria della moda, della bellezza, del glamour e del fashion, ma attraverso le dinamiche della disuguaglianza tra i sessi o l’ossessione del mettersi a dieta e perdere chili di troppo e vedere sempre di più la donna come un oggetto. Un trend, questo, che si coniuga con il mood che vede sempre più protagoniste le donne ed il loro essere belle, non solo quelle curvy. Le puntate della serie trasmessa , che sono visibili su Prime Video offerto da Amazon, sono visibili anche in Italia e stanno avendo un discreto successo, quasi a dimostrare che il mood non è solo americano, ma universale. La serie infatti, ha sicuramente il pregio di mostrare come la moda in generale, anche se in particolare si parla di quella americana, pare essersi accorta oramai che esistono varie tipologie di “forme” e curve femminili e che è necessario quindi declinarle in modo nuovo, in particolare nel mondo della comunicazione.

Un tema già trattato in altre serie, è vero, come in “Ugly Betty” trasmessa dalla ABC dal 2006 al 2010 per esempio, ma ancora non si era arrivati a questo stretto collegamento con le diete e l’obesità ed il mondo della comunicazione e la moda. Pura estetica della forma fisica? Chissà. Di sicuro, grazie anche alla protagonista obesa della serie ed il suo alter ego, la direttrice quasi anoressica del giornale, si ha una visione a 360 gradi di ciò che avviene in America e forse nel mondo della moda: un profondo scollamento tra salute e la forma fisica, apparenza e bellezza esteriore che dialogano senza comprendersi davvero. Riviste come “FabUplus” e serie come Dietland, sottolineano questo mood ma senza pregiudizi, dando un messaggio interessante: apparire e non essere è il vero “must to have” in qualsiasi taglia venga esso declinato e chissà che forse si diventi un pò tutte delle Miranda Priestley de “Il diavolo Veste Prada“:tentate da un mondo di bellezza assoluta, come solo il mondo della moda riesce , da sempre, a fare.

di Cristina T. Chiochia per DailyMood.it

0 Users (0 voti)
Criterion 10
What people say... Leave your rating
Ordina per:

Sii il primo a lasciare una recensione.

User Avatar
Verificato
{{{ review.rating_title }}}
{{{review.rating_comment | nl2br}}}

Di Più
{{ pageNumber+1 }}
Leave your rating

Il tuo browser non supporta il caricamento delle immagini. Scegline uno più moderno.

Continue Reading

Serie TV

La casa di carta. Cosa c’è (e chi) dietro allla serie del momento

Published

on

Una mattina, mi son svegliato, o Bella Ciao Bella Ciao Bella Ciao Ciao Ciao, una mattina mi sono svegliato e ho trovato l’invasor”. Una sera tutti noi abbiamo aperto la app di Netflix e abbiamo trovato questa serie tv, La casa di carta: prodotta in Spagna, partita in sordina e diventata uno dei fenomeni del momento. La prima volta che si ascolta Bella Ciao, la famosa canzone partigiana italiana, in una delle puntate, sembra un omaggio e basta. E invece è la chiave della serie. Sì, perché la storia del Professore e della sua banda di ultimi della società che decidono di fare una rapina alla Zecca di Stato, a Madrid, è molto più che un heist movie dilatato e spezzato ad arte secondo le regole della serialità contemporanea. Quella canzone, per tutti, significa una parola: Resistenza. Ma contro chi può essere la Resistenza oggi? È da anni, ormai, che si respira nell’aria un sentimento di sfiducia, per non dire ostilità, nei confronti delle banche. Almeno da quella crisi nata in America nel 2008, quella in cui migliaia di persone persero la casa. Per arrivare al fastidio verso la Banca Centrale Europea. Tutto questo mentre in Italia la forza politica che viene associata alle banche perde le elezioni. Dall’America all’Europa, da Occupy Wall Street a Podemos, nascono movimenti dal basso. E c’è un momento chiave, nello show, in cui capiamo tutto. Quando il Professore racconta di come, per più volte, la Banca Centrale Europea abbia stampato denaro, solamente per dare un’“iniezione di liquidità” alle banche. Ecco; il Professore e la sua banda, con la sua rapina, hanno pensato di dare un’iniezione di liquidità, ma a chi ne aveva più bisogno: ultimi, reietti, persone senza una seconda possibilità. Non a caso, mentre assistiamo alle gesta dei rapinatori, ci viene spesso detto che i cittadini, che stanno assistendo alla rapina grazie ai media, è dalla loro parte.

Alex, la mente
Ma chi è la mente di questo piano così ben architettato che è La casa di carta? Si chiama Àlex Pina, ed è il fondatore della casa di produzione Vancouver Media. Netflix ha appena siglato con lui un contratto globale in esclusiva, dopo il successo de La casa di carta, la serie non in lingua inglese più vista su Netflix. Le sue nuove serie saranno prodotte in esclusiva per i 125 milioni di abbonati a Netflix. Il primo progetto in cantiere, attesissimo, sarà la terza stagione de La casa di carta (sarà pronta nel 2019), ma anche Sky Rojo, dramma d’azione al femminile che sarà pronto sempre il prossimo anno. Conosciuto da noi per La casa di carta, Pina è la mente anche di Kamikaze, Fuga de cerebros e Tengo ganas de ti. Al suo attivo anche Tre metros sobre el cielo, versione spagnola di Tre metri sopra il cielo. Le sue sono storie di personaggi emblematici, magnetici, sensibili e adrenalinici, con una visione tutta personale della vita. “Lavorare per Netflix è un sogno che diventa realtà” ha dichiarato. “Viviamo in un’epoca in cui le serie tv sono considerate alla stregua dei movimenti culturali più influenti. La possibilità di raggiungere anche i luoghi più remoti del pianeta e di costruire un mondo in cui il contenuto in tutte le lingue può essere veicolato a livello globale significa far parte del sogno di migliaia di creativi. Oggi anche produzioni provenienti da piccole realtà possono arrivare al grande pubblico. Non potevamo perdere l’opportunità di collaborare con Netflix, partecipando a questa sfida rivoluzionaria”.

La nave dei folli
Ma cos’altro c’è dietro al successo de La casa di carta? Una scrittura allo stesso tempo lucida, lucidissima, e folle. Lucida per come pensa a ogni dettaglio del colpo alla zecca, dall’idea di fondo (che, se non l’avete ancora vista, non vi sveliamo) alla previsione di ogni mossa dell’avversario, cioè la polizia. E la follia di entrare dentro alla testa di questo gruppo di Robin Hood, di immaginare le loro storie, i loro pensieri, le loro paure. La casa di carta è una nave dei folli, un circo di freak, di personaggi borderline, teneri e crudeli, coraggiosi e disperati, spietati e sentimentali. Capiamo dopo pochi minuti di stare dalla loro parte; ci vuole un po’ di più, ma quando accade è chiarissimo, per capire di amarli. Il Professore (Álvaro Morte), mente affascinante e raffinata, genio del crimine, eppure persona gentile e cortese, tanto da corteggiare quella che in quel momento è la sua peggior nemica, l’ispettore della polizia Raquhel Murillo (Itziar Ituño). Berlino (Pedro Alonso), il luogotenente del professore dentro alla zecca, personaggio folle ed elegante, disperato e romantico, tiranno e martire. E poi, le donne: Nairobi (Alba Flores), risoluta e dolce come solo certe donne sanno essere (la sua frase “inizia il matriarcato” è una delle frasi cult del film) e con un segreto nel suo passato. E Tokyo (Úrsula Corberó), volto da bambina imbronciata e look alla Matilda di Leon, tanto sexy quanto pericolosa. Per gli altri e per se stessa. Guardando questi personaggi, che hanno scelto di chiamarsi con i nomi di città per garantirsi l’anonimato, così ben disegnati, tra scrittura e recitazione, ci chiediamo dove fossero finora, nel cinema spagnolo, tutti questi attori così carismatici.

Sindromi di Stoccolma
Personaggi che si dannano l’anima per la rapina, che è qualcosa di più del solo vil denaro. È prima di tutto rivalsa, un sentimento che tutti, prima o poi, proviamo nella vita. Ma non fanno solo questo. Si amano, si odiano, si tradiscono. Tra sindromi di Stoccolma vere o presunte, e passioni totali, dove non si capisce più chi siano i buoni e i cattivi. Forse perché al mondo non esistono più i buoni e i cattivi, ma solo persone che cercano di sopravvivere. La casa di carta riveste tutto questo con un impatto iconico notevole, con il look simbolico immediatamente irriconoscibile delle maschere di Dalì, che coprono il volto dei rapinatori ma anche degli ostaggi, e delle tute rosse, evidente simbolo di rivoluzione. È curioso, in proposito, che la divisa scarlatta sia l’elemento pittorico di due serie cult di questa stagione: La casa di carta e The Handmaid’s Tale. Qui significano resistenza e libertà, lì negazione dei diritti e oppressione.

Nessun limite all’immaginazione
La casa di carta
procede per continui colpi di scena e cliffhanger. Il suo schema è creare una serie di ingranaggi perfetti che portano avanti il piano, per poi gettare continuamente sabbia in questi ingranaggi e farli bloccare, per poi costringere i protagonisti a trovare il modo di far ripartire il meccanismo. Come il piano del Professore e dei suoi, anche la storia de La casa di carta è fatta di continui arresti e ripartenze. Nata per essere trasmessa sulla rete spagnola Antena 3, doveva avere 15 episodi di 70 minuti. La rete spagnola ha fermato la messa in onda dopo i primi nove. La distribuzione su Netflix ha richiesto un diverso montaggio della serie: per i tempi americani, che poi sono ormai anche i nostri, sono state create delle puntate di 40-45 minuti, che così, da 9, sono diventate 13. Le rimanenti 6, sono diventate quella che conosciamo come la stagione 2, e sono diventate 9. Ora ci sarà una terza, e anche una quarta stagione. Come faranno Pina e il suo team a far ripartire una storia che sembrava chiusa alla perfezione? La chiave, dicono, sarà nella frammentazione della narrazione. Allora non ci resta che aspettare El Profesor e i suoi. Sempre nel nome di Salvador Dalì, un artista che parlava di creare confusione e non porre limiti alla propria immaginazione.

di Maurizio Ermisino per DailyMood.it

0 Users (0 voti)
Criterion 10
What people say... Leave your rating
Ordina per:

Sii il primo a lasciare una recensione.

User Avatar
Verificato
{{{ review.rating_title }}}
{{{review.rating_comment | nl2br}}}

Di Più
{{ pageNumber+1 }}
Leave your rating

Il tuo browser non supporta il caricamento delle immagini. Scegline uno più moderno.

Continue Reading

Trending