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Millennials Mood

Sulle serie tv, ovvero le storie a puntate

Gian Marco Ragusa

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Chissà chi avrebbe mai immaginato che le dita potessero avere il potere che oggi hanno, che con un dito si potesse essere in contatto col mondo. Oggi in un click, in un touch, si può vedere cosa sta facendo un amico a mille chilometri di distanza, ci si può comunicare; si può verificare il saldo del proprio conto in banca, e perfino accendere le luci di casa, aprire l’auto. Chissà chi avrebbe mai immaginato che con le stesse dita con cui impugniamo una penna o lo spazzolino da denti potessimo connetterci (che è parola bella, significa unirci insieme) con il mondo intero, senza nemmeno intrecciarle in una stretta di mano. Le dita sono il mezzo con cui rispondiamo a moltissime delle nostre esigenze perché, anche prima dell’avvento tecnologico, erano le estremità che connettevano l’uomo al mondo: per prendere qualcosa e portarsela vicino, son sempre state fondamentali, o quasi. L’esigenza di essere connessi al mondo reale, però, viaggia di pari passo a quella di conoscere altri mondi, altre storie. Le serie tv, oggi, sono una risposta a questa esigenza di immedesimarsi nella pelle di altre persone, di tessere vicende magari assurde, iperbolizzate o fantascientifiche.

Una volta, le series erano catene di oggetti strettamente legati tra loro; se vogliamo andare più in profondità, il verbo serere significa intrecciare. Come spesso accade, si può riuscire a capire di cosa si sta parlando soltanto scoprendo il significato del nome: le serie tv, infatti, sono storie, trame, intrecci, divise in puntate che hanno un filo conduttore. Questa divisione fa crescere l’attesa, immaginare come possa andare avanti, tanto che poi si rimane contenti oppure, a volte, male. Per quanto possano essere considerate un passatempo effimero, anche esse rispondono a un’esigenza prevalentemente giovanile: incarnarsi in persone simili, con domande simili. Da Friends a Grey’s Anatomy, da Happy days a Thirteen reasons why, negli ultimi decenni migliaia giovani si sono immedesimati nei personaggi visti in tv, e nelle loro mille peripezie.

Non tutti però sanno che l’idea di tessere (la parola ‘testo’ deriva, in fondo, da qui) trame, puntata dopo puntata, per suscitare l’interesse del pubblico, dare un modello da imitare, non è così recente. Erano gli anni ottanta dell’Ottocento quando Carlo Lorenzini (famoso poi con lo pseudonimo di Collodi), pubblicava le storie di un burattino chiamato Pinocchio. Talmente alto fu il clamore, che il capitolo XV (designato dall’autore come ultimo) in cui il burattino moriva impiccato, destò le proteste dei piccoli lettori, e l’autore fu convinto a continuare la storia e a darle un finale diverso. Da lì nacque poi il libro, e la favola che tutti conoscono.

Oggi come ieri, basta un dito anche per vivere altre storie: per scriverle, riprenderle… o, come tutti noi facciamo, per schiacciare play.

di GianMarco Ragusa per DailyMood.it

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Millennials Mood

La notte: si ferma il mondo, ma solo per noi

Gian Marco Ragusa

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“Et iam nox umida caelo
praecipitat suadentque cadentia sidera somnos”
[Virgilio, Eneide]

Era una notte del lontano milleottocentoventinove quando un pastore errante dell’Asia prese parola mirando la luna; si chiese cosa facesse, in cielo, così silenziosa. Le pose una domanda cui, ancora oggi, difficilmente troviamo risposta: Ove tende questo vagar mio breve?

Dopo il tramonto vediamo di meno, ma è in quel momento che cominciamo a cercare le risposte più celate. Leopardi aveva la luce di una candela a illuminare la mano e il foglio su cui dare forma ai suoi pensieri, oltre forse a qualche stella ferma o cadente che sia e quella silenziosa luna in cielo. Oggi è tutto artificiale, dalla lampadina ai fuochi. Uno scoppiettare d’onde elettromagnetiche create dall’uomo, di una lunghezza che cambia ogni secondo e che ne determina il colore che vediamo. Dopo il tramonto si accende la parte di noi che il sole ha tenuto calda e dormiente durante il dì. Si accendono le luci, i lampioni per strada, gli schermi dei nostri device ci proiettano nelle cornee il lavoro arretrato, il prossimo articolo, il messaggio di una persona cara. La notte è per molti l’unico momento libero della giornata; se si dormisse soltanto, se ne ridurrebbe il valore.

Si ha il tempo di rassettare tutti quei pensieri che durante il giorno son rimasti sottosopra. C’è il tempo di fare i bilanci della giornata appena trascorsa, di programmare la successiva, consapevoli che ci sarà sempre qualcosa di nuovo a rovinarla, o raddrizzarla. La notte è il momento in cui la testa non riesce a staccare la spina, oppure la stacca del tutto. A volte c’è anche bisogno di uscire a guardarle, le stelle, ballarci sotto finché le gambe tremano e la testa gira, fino ad esaurire l’effimero residuo di energia che forse non sapevamo nemmeno di avere. S’è quindi pensato o si è smesso di farlo, più o meno presto, più o meno spesso; ed è il momento in cui la testa diventa, per il collo, un macigno, e le palpebre come saracinesche che dicono sia arrivato il momento di chiudere, almeno per qualche ora. È rimasto irrisolto il dubbio del pastore; nel frattempo è diventato anche il nostro. E resterà nostro e irrisolto probabilmente anche domani; ed è ora che se ne aggiunga un altro.

Val la pena che il sole si levi dal mare e la lunga giornata cominci? Se lo chiedeva un uomo solo proprio come il pastore, per mezzo della penna di Pavese. Un imprevisto è la sola speranza, avrebbe risposto Montale, a distanza. E non è poco, né forse l’unico motivo per cui la mattina ci alziamo, chi contento chi meno, per affrontare una nuova giornata? Come dietro ogni pagina si legge la successiva, curiosi di come va a finire. Come dopo ogni episodio, si guarda con ansia il prossimo, curiosi di ciò che accadrà. Come dopo ogni livello si gioca il più difficile, per recuperare i punti e portarsi in vantaggio. Starete già storcendo il naso, ma Montale ha pensato anche a voi. Un’imprevisto è la sola speranza, ma mi dicono che è una stoltezza dirselo, è il finale completo di quella poesia.
Non s’è fatto in tempo a poggiare la testa; il mondo si è fermato, per noi soltanto. Si leverà il sole dal mare, comincerà la lunga giornata. Non resta quindi che pensarla un regalo prezioso, un tassello del puzzle che componiamo vagando a zonzo, con l’unico obiettivo di renderlo, alla fine, completo.

di Gian Marco Ragusa per DailyMood.it

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Millennials Mood

Come nodi

Gian Marco Ragusa

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“Così fatti pensieri / quando fien, come fur, palesi al volgo, / e quell’orror che primo / contra l’empia natura / strinse i mortali in social catena, / fia ricondotto in parte / da verace saper, l’onesto e il retto / conversar cittadino, / e giustizia e pietade, altra radice / avranno allor che non superbe fole, / ove fondata proibità del volgo / così star suole in piede / quale star può chi ha in error la sede.”
(vv.145-157, La Ginestra, Leopardi)

Per quanto la nostra vita si possa semplificare su uno schermo, con una sinusoide spigolosa e qualche beep che indicano il numero dei battiti di un cuore che si gonfia e si spreme migliaia di volte al giorno, ci sarà sempre un filo appeso a qualcosa che da quando esiste uomo sulla faccia della terra nessuno sia riuscito a spiegare, che spinge ad alzare la testa ed aprire gli occhi ogni mattino. Quel filo si interseca con altri innumerevoli fili: nell’arco di una vita incontriamo un sacco di persone, basta contare gli sguardi incrociati: sull’autobus, al supermercato, a scuola, al lavoro, in auto. Intersecandosi il nostro filo diventa un gomitolo, che prende una forma diversa a seconda di quanti, di quali altri incontra, dell’ordine, del momento in cui li incontra. Interagendo con altri costruiamo la nostra vita. Pensate a quante parole, sorrisi, gesti hanno cambiato le giornate, inaspettatamente. Ogni nodo è una storia che resta. Con altri stipuliamo accordi, contratti, instauriamo rapporti. Condividiamo gran parte della nostra vita.
Innegabile è il fatto che i segni che lasciamo sono diversi per ciascuno, a seconda del tipo di legame che ci unisce. Innegabile è anche che per quanti colpi di forbice si possano dare, per quanto i fili si possano tirare e infine rompere, restano quei nodi più in alto o più in basso del gap che si crea; anche la forza e perfino le lame possono poco di fronte ad essi. Sarà, come sempre, un caso il fatto che il verbo latino ‘ligare’ (da cui il nostro ‘legare’)si associa a ‘lygein’,dal greco antico, abbracciare; e che diamo poi a questi nodi il nome di ricordi.
Quando ci si allontana per qualsiasi motivo, per scelta, per una lite o per morte che sia, resta questo. Restano vivi i nodi e le tensioni di quei fili, insieme alle abitudini, gli odori, i sorrisi e i malumori, il quotidiano tanto stretto che è difficile sfilarsi.
Se è un giovane, poi, che si leva di torno, questo resta, senz’altro. C’è da fare i conti, però, con ciò he porta via con sé; il suo crescere, ogni giorno, e prender forma a seconda del vento che soffia intorno. I sogni a volte strampalati che solo nella sua testa possono avere una trama credibile. Lo sguardo di chi è sempre in buona fede perché a esser cattivo per davvero non ha ancora imparato. Non importa il filo che lascia dall’altra parte del nodo. Si porta via questo e si chiude di nuovo a destra e sinistra per dar forma al suo gomitolo.
C’è da tenersi stretti, a chi legge decidere se interpretare metaforicamente o letteralmente. C’è da far tesoro del tempo che si trascorre con gli altri (che è la maggior parte, e non c’è il tasto per rivedere o rifare come con i film) c’è da prender tutto e setacciare, c’è soprattutto da mettersi in gioco e dare. C’è da esser consapevoli che da soli non si va da nessuna parte e che per ogni nodo, i lembi da legare, sono due.

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Millennials Mood

Se il mondo fosse un regalo

Gian Marco Ragusa

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Ahi serva Italia, di dolore ostello,
nave sanza nocchiere in gran tempesta,
non donna di province,
ma bordello! [Purgatorio VI, vv. 76-78]

È periodo, questo, in cui non si placano le polemiche su ciò che riguarda il nostro Paese. Si parla di destra, sinistra, di partiti e coalizioni. Di fascismo e di democrazia, di buonismo e di intolleranza. Non è necessario, però, trattare di tecnicismi e partizioni politiche, e neanche, nello specifico, di questi argomenti. Accontentare tutti non si può: le idee che ognuno si è costruito, nell’arco della propria vita da cittadino, sono molteplici e differenti; c’è chi poi ne va particolarmente orgoglioso, e rischierebbe di fulminare lo schermo su cui legge coi soli occhi. Per evitare corse sfrenate ai negozi di pc, tablet e smartphones, quindi, è meglio mettere in chiaro altro, perché forse, ancora non lo è.
Partiamo dalla genesi: se repubblica significa cosa di tutti, viene spontaneo pensare che ognuno debba interessarsene, a trecentosessanta gradi. Come in una famiglia, in un’azienda, se ognuno fa il suo pezzettino come si deve, tutti stanno bene. Si lavora meno, si lavora meglio. Ora un passo in avanti: politica è l’arte di governare lo stato; o forse questo è solo il significato originale della parola, e bisogna riscoprirla un po’. È facile guardare l’erba del vicino – tanto si sa, sarà sempre più verde – e fermarsi lì, senza considerare altro. Allo stesso modo è facile dare la colpa agli altri: al mito del sistema, a chi governa, a chi si oppone.

‹‹E perché i politici non fanno nulla?›› ‹‹I politici? Mica la politica salva gli uomini.
E poi spesso è connivente con questo stato di cose.
Quello che conta sono le scelte dei singoli.
Sei tu la politica, ragazzo, le scelte che fai ogni giorno camminando su queste strade. […]››
[Alessandro D’Avenia, Ciò che inferno non è]

Se il politico è un’artista, come un’artista tiene conto del contesto storico e geografico in cui si trova, tiene i punti buoni, cerca di migliorare quelli che lo sono meno; se deve governare lo stato, mira all’interesse di tutti, non ai propri. Senza bisogno di specchi per le allodole, solo per sedere a quella poltrona. Se i giovani si presentano alle urne, ma ben poco convinti, il motivo sono le bufere che la politica scatena attorno a sé, quindi, senza averne tanta esperienza, l’unico modo per fare chiarezza sembra procedere per tentativi; d’altronde, non si può giudicare un libro senza averlo letto, né un quadro senza averlo visto. Nel frattempo, bisogna partire da sé: con la consapevolezza che la propria libertà finisce dove inizia quella di qualcun altro, e che se tutti rimanessero in questo confine, tanti dei problemi di cui ci tocca sentire alla radio, al mattino, andando al lavoro, sarebbero sostituiti dalla musica. Volenti o nolenti, con gli altri bisogna convivere; a che serve pestarsi i piedi dove c’è posto?
Basterebbe considerare il posto in cui viviamo come un regalo: trattarlo con cura, perché sappiamo cosa sia costato a chi ce l’ha lasciato; ed essere affiatati e uniti, come alla finale del 2006. Perché il futuro comincia oggi, e non è in altre mani, se non le nostre.

di Gian Marco Ragusa per DailyMood.it

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