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Millennials Mood

Fuga di cervelli: cercare radici altrove

Gian Marco Ragusa

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Un albero cresce alto e imponente soltanto se vengono soddisfatte due condizioni fondamentali: se le radici sono salde nel terreno, e se queste trovano nutrimento; più l’albero cresce, più le sue radici dovranno districarsi nella terra, in profondità, per cercarsi da vivere, per alimentare tronco, rami e foglie che nel corso degli anni son diventati belli e maestosi. Perché senza nutrirsi, l’albero muore; perché se le radici non sono ben profonde, l’altezza crea instabilità, e l’albero cade.

Sembrerà forse bizzarro, ma anche l’uomo, per crescere, in ogni aspetto, ha bisogno delle stesse condizioni. Le radici devono essere ben salde nel terreno, perché anche noi abbiamo bisogno di stabilità, nelle no

stre vite; e perché allo stesso tempo abbiamo bisogno di costruire, lasciare un segno della nostra presenza. “E se quest’anno poi passasse in un istante, vedi amico mio, come diventa importante che in questo istante ci sia anche io”, cantava Dalla; è quello che tutti desiderano, che sia importante la propria presenza, il proprio contributo. Per questo è indispensabile costruire, edificare: delle competenze, un titolo di studio, un lavoro e una famiglia. Se si poggia su una base che è in bilico, è tutto più difficile; al minimo soffio di vento, tutto rischia di crollare. Non si può vivere ogni giorno sperando che domani non capiti nulla perché non si è in grado di agire, ma soprattutto di reagire.

Le radici degli alberi devono andare in profondità per non infrangere le leggi della fisica e restare in piedi, ma, abbiamo detto, anche per cercare nutrimento; e questa è una caratteristica che le nostre teste hanno in comune con le piante. Una mente che non si muove, che resta in superficie, resta sterile; se è sterile, non edifica, non ci permette di lasciare quel segno per cui sentiamo che valga la pena ricominciare ogni giorno.

La differenza fondamentale, però, tra un uomo e un vegetale, sta nel fatto che il secondo, dove nasce, rimane; l’uomo, invece, se non trova terreno fertile, può decidere di piantare le proprie radici altrove. Questo fenomeno è diffusissimo tra i giovani italiani: lo chiamano fuga di cervelli. Se il nome italiano già ha un certo effetto, quello inglese anche un po’ di più: human capital flight, letteralmente ‘volo di capitale umano’. Il termine capitale, preso in prestito dall’ambito economico, collocato vicino all’aggettivo umano, denota un qualcosa di molto importante, che vola via, che va perso. L’esigenza che i giovani hanno di volare via, sta nel fatto che dove si trovano non riescono a crearsi una base che permetta loro di costruirsi un futuro all’altezza dei propri sogni. Così, presa con sé la cassettiera dei sogni (dire cassetto, forse, è riduttivo), e quel fardello di esperienze che si sono creati, volano via, che sia per un dottorato, una laurea, un posto di lavoro, l’amore della vita. E volano via come solo gli uomini, liberi, possono fare. Del resto desiderare significa togliere lo sguardo dalle stelle per qualcosa che manca; solo volando le stesse stelle si possono andare a toccare; solo se si hanno radici salde e profonde, si può crescere bene, e infine, fiorire.

di Gian Marco Ragusa per DailyMood.it

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Millennials Mood

La notte: si ferma il mondo, ma solo per noi

Gian Marco Ragusa

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“Et iam nox umida caelo
praecipitat suadentque cadentia sidera somnos”
[Virgilio, Eneide]

Era una notte del lontano milleottocentoventinove quando un pastore errante dell’Asia prese parola mirando la luna; si chiese cosa facesse, in cielo, così silenziosa. Le pose una domanda cui, ancora oggi, difficilmente troviamo risposta: Ove tende questo vagar mio breve?

Dopo il tramonto vediamo di meno, ma è in quel momento che cominciamo a cercare le risposte più celate. Leopardi aveva la luce di una candela a illuminare la mano e il foglio su cui dare forma ai suoi pensieri, oltre forse a qualche stella ferma o cadente che sia e quella silenziosa luna in cielo. Oggi è tutto artificiale, dalla lampadina ai fuochi. Uno scoppiettare d’onde elettromagnetiche create dall’uomo, di una lunghezza che cambia ogni secondo e che ne determina il colore che vediamo. Dopo il tramonto si accende la parte di noi che il sole ha tenuto calda e dormiente durante il dì. Si accendono le luci, i lampioni per strada, gli schermi dei nostri device ci proiettano nelle cornee il lavoro arretrato, il prossimo articolo, il messaggio di una persona cara. La notte è per molti l’unico momento libero della giornata; se si dormisse soltanto, se ne ridurrebbe il valore.

Si ha il tempo di rassettare tutti quei pensieri che durante il giorno son rimasti sottosopra. C’è il tempo di fare i bilanci della giornata appena trascorsa, di programmare la successiva, consapevoli che ci sarà sempre qualcosa di nuovo a rovinarla, o raddrizzarla. La notte è il momento in cui la testa non riesce a staccare la spina, oppure la stacca del tutto. A volte c’è anche bisogno di uscire a guardarle, le stelle, ballarci sotto finché le gambe tremano e la testa gira, fino ad esaurire l’effimero residuo di energia che forse non sapevamo nemmeno di avere. S’è quindi pensato o si è smesso di farlo, più o meno presto, più o meno spesso; ed è il momento in cui la testa diventa, per il collo, un macigno, e le palpebre come saracinesche che dicono sia arrivato il momento di chiudere, almeno per qualche ora. È rimasto irrisolto il dubbio del pastore; nel frattempo è diventato anche il nostro. E resterà nostro e irrisolto probabilmente anche domani; ed è ora che se ne aggiunga un altro.

Val la pena che il sole si levi dal mare e la lunga giornata cominci? Se lo chiedeva un uomo solo proprio come il pastore, per mezzo della penna di Pavese. Un imprevisto è la sola speranza, avrebbe risposto Montale, a distanza. E non è poco, né forse l’unico motivo per cui la mattina ci alziamo, chi contento chi meno, per affrontare una nuova giornata? Come dietro ogni pagina si legge la successiva, curiosi di come va a finire. Come dopo ogni episodio, si guarda con ansia il prossimo, curiosi di ciò che accadrà. Come dopo ogni livello si gioca il più difficile, per recuperare i punti e portarsi in vantaggio. Starete già storcendo il naso, ma Montale ha pensato anche a voi. Un’imprevisto è la sola speranza, ma mi dicono che è una stoltezza dirselo, è il finale completo di quella poesia.
Non s’è fatto in tempo a poggiare la testa; il mondo si è fermato, per noi soltanto. Si leverà il sole dal mare, comincerà la lunga giornata. Non resta quindi che pensarla un regalo prezioso, un tassello del puzzle che componiamo vagando a zonzo, con l’unico obiettivo di renderlo, alla fine, completo.

di Gian Marco Ragusa per DailyMood.it

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Millennials Mood

Come nodi

Gian Marco Ragusa

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“Così fatti pensieri / quando fien, come fur, palesi al volgo, / e quell’orror che primo / contra l’empia natura / strinse i mortali in social catena, / fia ricondotto in parte / da verace saper, l’onesto e il retto / conversar cittadino, / e giustizia e pietade, altra radice / avranno allor che non superbe fole, / ove fondata proibità del volgo / così star suole in piede / quale star può chi ha in error la sede.”
(vv.145-157, La Ginestra, Leopardi)

Per quanto la nostra vita si possa semplificare su uno schermo, con una sinusoide spigolosa e qualche beep che indicano il numero dei battiti di un cuore che si gonfia e si spreme migliaia di volte al giorno, ci sarà sempre un filo appeso a qualcosa che da quando esiste uomo sulla faccia della terra nessuno sia riuscito a spiegare, che spinge ad alzare la testa ed aprire gli occhi ogni mattino. Quel filo si interseca con altri innumerevoli fili: nell’arco di una vita incontriamo un sacco di persone, basta contare gli sguardi incrociati: sull’autobus, al supermercato, a scuola, al lavoro, in auto. Intersecandosi il nostro filo diventa un gomitolo, che prende una forma diversa a seconda di quanti, di quali altri incontra, dell’ordine, del momento in cui li incontra. Interagendo con altri costruiamo la nostra vita. Pensate a quante parole, sorrisi, gesti hanno cambiato le giornate, inaspettatamente. Ogni nodo è una storia che resta. Con altri stipuliamo accordi, contratti, instauriamo rapporti. Condividiamo gran parte della nostra vita.
Innegabile è il fatto che i segni che lasciamo sono diversi per ciascuno, a seconda del tipo di legame che ci unisce. Innegabile è anche che per quanti colpi di forbice si possano dare, per quanto i fili si possano tirare e infine rompere, restano quei nodi più in alto o più in basso del gap che si crea; anche la forza e perfino le lame possono poco di fronte ad essi. Sarà, come sempre, un caso il fatto che il verbo latino ‘ligare’ (da cui il nostro ‘legare’)si associa a ‘lygein’,dal greco antico, abbracciare; e che diamo poi a questi nodi il nome di ricordi.
Quando ci si allontana per qualsiasi motivo, per scelta, per una lite o per morte che sia, resta questo. Restano vivi i nodi e le tensioni di quei fili, insieme alle abitudini, gli odori, i sorrisi e i malumori, il quotidiano tanto stretto che è difficile sfilarsi.
Se è un giovane, poi, che si leva di torno, questo resta, senz’altro. C’è da fare i conti, però, con ciò he porta via con sé; il suo crescere, ogni giorno, e prender forma a seconda del vento che soffia intorno. I sogni a volte strampalati che solo nella sua testa possono avere una trama credibile. Lo sguardo di chi è sempre in buona fede perché a esser cattivo per davvero non ha ancora imparato. Non importa il filo che lascia dall’altra parte del nodo. Si porta via questo e si chiude di nuovo a destra e sinistra per dar forma al suo gomitolo.
C’è da tenersi stretti, a chi legge decidere se interpretare metaforicamente o letteralmente. C’è da far tesoro del tempo che si trascorre con gli altri (che è la maggior parte, e non c’è il tasto per rivedere o rifare come con i film) c’è da prender tutto e setacciare, c’è soprattutto da mettersi in gioco e dare. C’è da esser consapevoli che da soli non si va da nessuna parte e che per ogni nodo, i lembi da legare, sono due.

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Millennials Mood

Se il mondo fosse un regalo

Gian Marco Ragusa

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Ahi serva Italia, di dolore ostello,
nave sanza nocchiere in gran tempesta,
non donna di province,
ma bordello! [Purgatorio VI, vv. 76-78]

È periodo, questo, in cui non si placano le polemiche su ciò che riguarda il nostro Paese. Si parla di destra, sinistra, di partiti e coalizioni. Di fascismo e di democrazia, di buonismo e di intolleranza. Non è necessario, però, trattare di tecnicismi e partizioni politiche, e neanche, nello specifico, di questi argomenti. Accontentare tutti non si può: le idee che ognuno si è costruito, nell’arco della propria vita da cittadino, sono molteplici e differenti; c’è chi poi ne va particolarmente orgoglioso, e rischierebbe di fulminare lo schermo su cui legge coi soli occhi. Per evitare corse sfrenate ai negozi di pc, tablet e smartphones, quindi, è meglio mettere in chiaro altro, perché forse, ancora non lo è.
Partiamo dalla genesi: se repubblica significa cosa di tutti, viene spontaneo pensare che ognuno debba interessarsene, a trecentosessanta gradi. Come in una famiglia, in un’azienda, se ognuno fa il suo pezzettino come si deve, tutti stanno bene. Si lavora meno, si lavora meglio. Ora un passo in avanti: politica è l’arte di governare lo stato; o forse questo è solo il significato originale della parola, e bisogna riscoprirla un po’. È facile guardare l’erba del vicino – tanto si sa, sarà sempre più verde – e fermarsi lì, senza considerare altro. Allo stesso modo è facile dare la colpa agli altri: al mito del sistema, a chi governa, a chi si oppone.

‹‹E perché i politici non fanno nulla?›› ‹‹I politici? Mica la politica salva gli uomini.
E poi spesso è connivente con questo stato di cose.
Quello che conta sono le scelte dei singoli.
Sei tu la politica, ragazzo, le scelte che fai ogni giorno camminando su queste strade. […]››
[Alessandro D’Avenia, Ciò che inferno non è]

Se il politico è un’artista, come un’artista tiene conto del contesto storico e geografico in cui si trova, tiene i punti buoni, cerca di migliorare quelli che lo sono meno; se deve governare lo stato, mira all’interesse di tutti, non ai propri. Senza bisogno di specchi per le allodole, solo per sedere a quella poltrona. Se i giovani si presentano alle urne, ma ben poco convinti, il motivo sono le bufere che la politica scatena attorno a sé, quindi, senza averne tanta esperienza, l’unico modo per fare chiarezza sembra procedere per tentativi; d’altronde, non si può giudicare un libro senza averlo letto, né un quadro senza averlo visto. Nel frattempo, bisogna partire da sé: con la consapevolezza che la propria libertà finisce dove inizia quella di qualcun altro, e che se tutti rimanessero in questo confine, tanti dei problemi di cui ci tocca sentire alla radio, al mattino, andando al lavoro, sarebbero sostituiti dalla musica. Volenti o nolenti, con gli altri bisogna convivere; a che serve pestarsi i piedi dove c’è posto?
Basterebbe considerare il posto in cui viviamo come un regalo: trattarlo con cura, perché sappiamo cosa sia costato a chi ce l’ha lasciato; ed essere affiatati e uniti, come alla finale del 2006. Perché il futuro comincia oggi, e non è in altre mani, se non le nostre.

di Gian Marco Ragusa per DailyMood.it

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