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Black Mirror 4. Il nostro futuro. Ai confini con la realtà

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Preparatevi per un viaggio Ai confini della realtà. Paragone abusato, certo. Ma Black Mirror, la serie antologica creata da Charlie Brooker, disponibile ora su Netflix, è davvero l’erede del famoso telefilm degli anni Sessanta. In comune hanno l’unicità di ciascun episodio, e con essa la sorpresa, lo stupore e l’attesa per lo svelamento del mistero che accompagnano la visione di ogni racconto. E, ovviamente, il carattere spesso fantascientifico di ogni singola storia. Ma, volendo essere più precisi, il sottotitolo di Black Mirror (il titolo fa riferimento allo schermo nero, quello nei nostri pc e dei nostri smartphone, ormai le nostre interfacce con gli altri e con il mondo) potrebbe essere ai confini “con” la realtà. Perché le storie sono ambientate in futuro che è vicinissimo. E proprio questo le rende molto verosimili, addirittura quasi plausibili. Il futuro di Black Mirror non è quello di un Blade Runner, o di un A.I., è semplicemente il domani, anzi l’oggi, solo tra qualche minuto. Al di là del quid tecnologico che è al centro della storia, il futuro si discosta dal presente per qualche dettaglio – porte digitali che ci fanno interagire con i visitatori, camion che si guidano da soli -.ma il mondo in cui siamo è a tutti gli effetti il nostro.

Ma che cosa ci racconta allora Black Mirror 4? Solitudini digitali e alienazioni virtuali, ossessione per il controllo, archiviazione dei ricordi, amore e sesso ai tempi del digitale, sistemi di sorveglianza spietati, trasferimento di emozioni, sensazioni, coscienze da un corpo a un altro. USS Callister, l’episodio 1, parte in quarta con una perfetta ricostruzione della fantascienza vintage di Star Trek, con un grottesco emulo del Capitano Kirk e un improbabile equipaggio. Semplice parodia? Non proprio, siamo sempre in Black Mirror: verremo trasportati in un vortice tra vita reale e virtuale, in un mondo dove il digitale può essere la rivalsa sulla vita reale, ma anche lo scollamento della stessa. In Arkangel, l’episiodio 2 (diretto da Jodie Foster), seguiamo le vicende di una madre piuttosto ansiosa che installa un microchip nella testa della figlia di tre anni: in questo modo, attraverso un tablet, può controllare la sua posizione, le funzioni vitali, ma anche vedere in soggettiva, come se avesse i suoi occhi, quello che sta facendo, o porre dei filtri a quello che vede lei. Il rischio è di privarla delle emozioni, ma anche di vedere alcune di quelle cose che, come sappiamo, un genitore è meglio non veda mai. Soprattutto quando arriva l’adolescenza. Crocodile, terza storia dell’antologia, ha al centro uno di quei fattacci che nella vita si farebbe di tutto per dimenticare: il punto è che non c’è solo la coscienza a ricordarcelo, ma anche un sistema che rende la nostra memoria accessibile a tutti.

Ma tutti, già dall’annuncio della Stagione 4 di Black Mirror, ci siamo subito chiesti: ci sarà un nuovo San Junipero? Una nuova storia, cioè, che come l’episodio della Stagione 3, racchiuda romanticismo, atmosfere sognanti (come gli anni Ottanta riescono immediatamente ad evocare), andamento pop e anelito alla vita eterna, con un retrogusto di ottimismo. Se un nuovo San Junipero non può esserci, Hang The Dj ci si avvicina molto: racconta la ricerca dell’anima gemella da parte di un ragazzo e una ragazza, affascinanti, ironici e impacciati, e soprattutto intimoriti dal “Sistema” che, nel mondo dove si trovano, regola le relazioni di coppia. Un coach automatizzato accoppia uomini e donne e li fa vivere insieme per un tempo già determinato – possono essere 12 ore, ma anche 5 anni – per poi incamerare dati e arrivare all’accoppiamento tra le due persone più compatibili. Romantico, sexy, misterioso e intrigante, Hang The Dj ha una soluzione semplice ma curiosa, e sì (proprio come San Junipero, dove c’era Girlfriend In A Coma) si sentono gli Smiths: la frase del titolo è tratta dalla famosissima Panic, che recita “bruciate le discoteche, impiccate quei benedetti d.j. perché la musica che mettono in continuazione non mi dice nulla della mia vita”. Anche qui, credeteci, avrà un senso.

Ma ritroviamo qualcosa di San Junipero anche in Black Museum, l’ultimo dei sei episodi di Black Mirror. Se l’atmosfera è agli antipodi – opprimente, claustrofobica, disturbante – si parla sempre di trasferimento delle coscienze da un soggetto a un altro, di vita che continua al di là del nostro corpo: un museo degli orrori è l’occasione per raccontare tre storie di questo tipo, con un finale, ancora una volta, a sorpresa. È struggente anche l’ultimo fotogramma di Metalhead, l’episodio V, vero e proprio film d’azione in bianco e nero, una vera e propria caccia a un gruppo di ladri da parte di un gruppo di sentinelle molto particolari, un racconto teso e lineare che punta tutto sulla suspense.

È l’episodio più breve della quarta stagione, 40 minuti, contro l’ora e 15 del primo, USS Callister. Le due storie, opposte anche nella forma (il colore ipersaturo e le immagini sgranate nella perfetta ricostruzione dei primi Star Trek contro un bianco e nero netto e spietato), ci mostrano come in Black Mirror ci sia la più ampia libertà di svolgimento. Conta l’unità tematica della serie, la tecnologia come opportunità o rischio. Le sei opere sono dei veri e propri minifilm, ma stanno a un lungometraggio cinematografico come una novella, o short story, sta a un romanzo. Della novella le opere di Black Mirror hanno la concisione, il senso di attesa e soprattutto, aspetto immancabile, l’epifania, cioè lo svelamento finale, che dà il senso alla nostra attesa e la risposta alle nostre domande.

Se Black Mirror è un successo tale che, in sceneggiatura, si permette anche di ironizzare su se stesso (nell’episodio 1 si fa riferimento a una serie in onda su Netflix, mentre nell’episodio 6 si parla di una clinica che di nome fa, guarda un po’, San Juniper), ogni minifilm è chiaramente un gioco di rimandi. Se USS Callister è un dichiarato omaggio a Star Trek, ci ha fatto anche pensare a Nirvana, per i personaggi con una coscienza, e a eXistenZ, per la vita virtuale che si sovrappone e confonde a quella reale. Arkangel ci riporta a 1984 di Orwell: il Grande Fratello può essere in ognuno di noi, basta dotarci di chip e tablet. Metalhead ci mostra un nemico piccolo ma degno di Terminator. Ma il film che ci è tornato più in mente guardando Black Mirror è Strange Days: lo squid, quel sistema operativo misto a droga che permetteva di registrare e rivivere all’infinito ogni tipo di sensazione, propria o altrui (in fondo un altro modo di sfidare il tempo, e quindi essere un po’ immortali), ritorna, in parte, in molti degli artifici tecnologici di queste storie. Le soggettive di Arkangel, live a differenza di quelle registrate di Strange Days, sono quasi le stesse. I ricordi che in Crocodile possono essere immagazzinati, salvati e riletti da altri sono molto vicini all’effetto dello squid. E quel casco che, in Black Museum, posto sulla corteccia cerebrale dei pazienti permette di viverne in tempo reale i dolori al medico che li cura, è il nipote del casco usato dal Lenny Nero di Ralph Fiennes. Sì, tra i padri di Black Mirror (che sono sicuramente molti) ci sono sicuramente anche Katrhyn Bigelow e James Cameron.

Ma Black Mirror è originale perché, per mostrarci la sua visione del futuro, si discosta delle metropoli caotiche e fatiscenti di un Terminator o di uno Strange Days, optando per luoghi vuoti, isolati, rarefatti. La periferia industriale di Arkangel, i ghiacci di Crocodile, l’alienante e vuoto villaggio vacanze di Hang The Dj, le lande brulle di Metalhead, la stazione di servizio abbandonata e il museo vuoto di Black Museum. USS Callister fa ancora una volta storia a sé. Ma pensate a come possa essere solitario e disperato lo spazio per l’eternità…

di Maurizio Ermisino per DailyMood.it

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Serie TV

Altered carbon. Vivere in eterno. Ma non nel nostro corpo

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Il tuo corpo non è quello che sei. Lo muti, come un serpente muta la sua pelle. Dimenticatelo. Lasciatelo alle spalle”. La voce narrante di Altered Carbon, la nuova serie di Laeta Kalogridis (tratta dal romanzo noir cyberpunk di Richard K. Morgan) on line su Netflix dal 2 febbraio, ci avvisa subito. La tecnologia ci permette di vivere praticamente in eterno. La nostra mente non muore, e può essere trasferita in un altro corpo. Il corpo è solamente un involucro. Certo, il passaggio non è facile, e crea qualche scompenso: crisi d’identità, incubi, visioni. A meno che non si venga trasferiti nel proprio corpo, opportunamente clonato. Che vuol dire essere praticamente immortali. Takeshi Kovacs è un envoy, l’unico sopravvissuto di un’elite di guerrieri interstellari. La sua mente viene congelata per secoli, fino a che viene riportato in vita, in un nuovo corpo, e assoldato da Laurens Bancroft, un ricco magnate, perché scopra chi lo ha assassinato. Bancroft è stato ucciso, ma ora è di nuovo nel suo nuovo corpo, opportunamente clonato. Le vicende di Kovacs si intrecciano con quelle dell’agente Ortega, affascinante poliziotta di origine messicana.

Siamo nel futuro. Ma non è il futuro di Black Mirror, cioè il nostro mondo solo qualche giorno più avanti, con qualche novità tecnologica. È un futuro molto più lontano. Per capirci, quello di Blade Runner, dove è il concetto stesso di umanità ad essere messo in discussione. Il mondo immaginato da Philip K. Dick e Ridley Scott prefigurava un domani in cui l’uomo si è sostituito a Dio e si è preso il potere di creare e distruggere, di dare e togliere la vita. Creando degli esseri artificiali, i replicanti, meccanici e organici, simili all’uomo, ma più forti. E, all’inizio, con una data di scadenza. L’assunto iniziale di Altered Carbon è diverso, ma alla fine ci porta nella stessa direzione: le coscienze non sono intelligenze artificiali (ci sono anche quelle ma è un altro discorso), sono le nostre coscienze umane, in corpi che sono sempre umani, o clonati. Ma il risultato è sempre lo stesso: dare vita ad esseri che sono altro da noi, sfidare le leggi divine, o della natura se preferite, sfidare anche l’etica. Come dice Bancroft, “Dio è morto. Abbiamo preso noi il suo posto”.

Il riferimento a Blade Runner non è un caso. Altered Carbon vive nello stesso immaginario creato da Scott, tanto che a volte sembra quasi di guardare un remake o uno spin-off: macchine volanti, palazzi alti quasi all’infinito, la pioggia che sembra non finire mai (ma c’è una sorpresa al di là delle nuvole), neon e ologrammi, le città multietniche, i bassifondi sporchi e maleodoranti. Ritorna anche il discorso dei ricordi: qui non sono impianti, come quelli dei replicanti. Sono reali, ma arrivano spesso in maniera violenta, inaspettata. E permettono dei flashback, schema piuttosto in voga nelle migliori serie tv (Lost, The Handmaid’s Tale) che permette una dialettica tra passato e presente, cambi di ritmo, e di approfondire le backstory dei personaggi. In comune con Blade Runner Altered Carbon ha anche la declinazione dello sci-fi movie in noir: anche qui c’è un detective privato solo con se stesso (un Deckard o, se preferite, un Marlowe), una dark lady che sembra uscita da La fiamma del peccato, e altri topoi narrativi del genere.

Rispetto a un modello come Blade Runner, Altered Carbon spinge di più sul pedale del sesso, in linea con tutte le migliori serie tv degli ultimi anni (a nostra memoria, fa eccezione solo Stranger Things, per gli evidenti modelli a cui è ispirata…). Se il protagonista, Joel Kinnaman (era Will Conway, il candidato repubblicano rivale di Frank Underwood in House Of Cards), avvenente, freddo e perfetto per il ruolo, entra in scena nudo come il Terminator di Arnold Schwarzenegger, la regia indugia continuamente sui corpi – quasi tutti atletici, tonici, definiti – per ribadire la loro natura in un certo senso artificiale, la loro natura di mezzo e veicolo, di strumenti: di lavoro, di piacere, di aspirazione all’immortalità. Il contraltare femminile di Kinnaman sono la messicana Martha Higareda, tratti latini, corpo minuto e perfetto, che impersona Kristin Ortega, e la canadese Kristin Lehman, che è la glaciale e bollente Miriam Bancroft, la dark lady di cui sopra.

Altered Carbon è sicuramente una serie da vedere, per chi ama il genere. Perché offre un ulteriore step alle nostre riflessioni sulla realtà e il suo doppio. E perché, oltre ad essere visivamente affascinante, offre una serie di situazioni sempre spiazzanti, legate alla possibilità di passare in corpi diversi, e dal reale al virtuale. Il suo limite è però proprio quello di muoversi in un universo già esplorato a fondo da Ridley Scott e da tutti i film che hanno raccolto l’eredità di Blade Runner: il rischio, per la serie di Netflix, è di essere troppo derivativa (anche nei confronti di un altro classico, Strange Days). Ma, in fondo, i film di fantascienza che hanno provato a creare un futuro senza pagare il debito a Blade Runner si contano sulle dita di una mano. L’altro limite è la difficoltà a creare empatia con dei personaggi che finiscono per essere troppo poco umani. Paradossalmente Ridley Scott riusciva a farci sentire più vicini alcuni caratteri dichiaratamente artificiali, come i replicanti di Sean Young e Rutger Hauer. Resta il fatto che Altered Carbon è la fantascienza che ci piace. Quella che ci pone domande come questa. “Siamo ancora creature di Dio?

di Maurizio Ermisino per DailyMood.it

 

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Netflix: le migliori serie tv del 2017

Polici Francesca

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Non c’è niente da fare, da quando Netflix è arrivato in Italia il nostro ideale di sabato sera è sensibilmente cambiato. Abbiamo iniziato ad amare ancora di più il divano e a desiderarlo ardentemente, pregustandoci già al solo pensiero l’infinita scelta di serie tv a disposizione sul ricchissimo catalogo. D’altronde, ci sarà pure una ragione per cui il colosso americano detiene il primato assoluto tra le piattaforme on-demand!

E allora, bando alle ciance, e cerchiamo di tirare le somme di un intenso anno come è stato questo 2017. Un anno di grandi ritorni e grandi esordi.

Nella prima categoria non può non entrare la quinta stagione dell’ottima Orange Is the New Black. Nel carcere femminile di Litchfield, infatti, è tempo di rivolta e le amate antieroine, a partire da Piper ed Alex, ne vedranno delle belle. E se credete che il finale della quarta stagione vi abbia lasciato a bocca aperta, beh, aspettate di vedere quello della quinta. L’idea di dover aspettare un altro anno vi tormenterà.

Ma niente paura, Netflix sa come consolare e coccolare i suoi fan più accaniti. E per ogni grande ritorno c’è sempre anche un grande esordio. Proprio dalla produttrice di Orange Is the New Black Carly Mensch e Liz Flahive (Homeland), arriva l’attesissimo esordio Glow. Un’altra serie tutta al femminile che non potrà fare a meno di tenervi incollati davanti allo schermo. Questa volta, però, lo scenario è ancora più insolito: il wrestling femminile farà da cornice ad un racconto corale in cui ad emergere sarà il sentimento di “sorellanza” fra tutte le protagoniste di questo singolare format.

Attesissimo anche l’esordio Mindhunter, girata in gran parte dal maestro del thriller David Fincher (Fight Club; The Social Netwotk; Gone Girl), vera sorpresa dell’anno. Ambientata negli anni Settanta, la serie narra l’inizio dello studio delle scienze comportamentali all’interno delle indagini dell’FBI. In perfetto stile Fincher, volto ad indagare sempre di più l’aspetto psicologico che muove i suoi personaggi, vi ritroverete davanti alle storie di sanguinosi serial killer come Charles Manson sotto una nuova prospettiva. E se alla fine di questa prima stagione sentirete già di non poterne fare più a meno, state tranquilli, Netflix ne ha già annunciato la seconda.

Tornando alle serie in rosa, invece, non possiamo non parlarvi della tenerissima seconda stagione di Grace and Frankie, magistralmente interpretata da Jane Fonda e Lily Tomlin. Perfetta se siete nel mood comedy e avete voglia di rilassarvi facendovi qualche risata.

Ma a farvi ridere ci pensa anche la seconda stagione di Master of None, che lo scorso anno ha spopolato fra pubblico e critica. Oltre ai dialoghi brillanti della serie, in questa nuova stagione troverete anche un’insolita Alessandra Mastronardi e una location principale tutta italiana. Se vi siete persi la prima, sbrigatevi a recuperare!

Finita anche l’attesa per il celebre spin-off di Breaking Bad, Better Call Saul, che in quanto a scrittura e ad interpretazione attoriale non ha proprio niente da invidiare all’originale – merito, certo, degli straordinari Bob Odenkirk che veste i panni di Jimmy McGill e di Michael McKean che interpreta il fratello Chuck McGill.

Applausi, applausi, applausi per la seconda stagione della serie “fenomeno” Stranger Things. Non solo scampa al rischio di deludere le altissime aspettative dei fan ma, se possibile, riesce addirittura rendere ancora più avvincente la mitologia. Sicuramente, anche quest’anno, Stranger Things si riconferma come una delle migliori serie tv dell’anno.

Per finire, il teen drama che è stato anche al centro di numerose polemiche per la delicatissima tematica trattata, Tredici (13 Reasons Why). La serie, infatti, sfatando e sfidando solidi tabù, ci catapulta nel difficile mondo degli adolescenti che conduce la protagonista al suicidio. Senza dubbio, un prodotto insolito e coraggioso che merita di essere visto.

Non ci resta che chiudere l’anno in bellezza facendo una bella maratona Netflix. E nell’attesa di sapere cosa ci riserverà il colosso statunitense nei prossimi mesi, non ci resta che augurarvi un buon 2018!

di Francesca Polici per DailyMood.it

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Mindhunter. David Fincher viaggia nella mente dei serial killer

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Charles Manson è morto in questi giorni, poco dopo il rilascio su Netflix di Mindhunter, la nuova serie firmata da David Fincher. La notizia ha suscitato un clamore degno di una rockstar. Segno che i serial killer sono parte della recente storia americana. Il fantasma di Charles Manson aleggia, senza comparire sullo schermo, nei dialoghi degli agenti FBI. Mindhunter racconta la storia di Holden Ford (Jonathan Groff) e Bill Tench (Holt McCallany): il primo è un negoziatore che, dopo la morte di un criminale in un’operazione, viene messo a insegnare alla scuola dell’FBI; il secondo è un formatore, e gira per gli stati americani a insegnare le tecniche dell’FBI alla polizia locale. I due vengono affiancati e cominciano a girare gli States. Ma con un’idea: accanto alla formazione, visiteranno le carceri, armati di microfono e registratore, per intervistare gli assassini seriali, quelli che si sono macchiati dei crimini più efferati.

Come faceva Clarice Sterling con Hannibal Lecter ne Il silenzio degli innocenti. Ma senza quella rassicurante parete di vetro davanti. E, soprattutto, non con la motivazione di risolvere un caso preciso. L’obiettivo è conoscere i criminali, viaggiare nella loro mente, studiarli scientificamente, a livello statistico. Un po’ come Masters e Johnson, quelli di Masters Of Sex, ma per il crimine. “Come possiamo anticipare un folle, se non sappiamo come pensa un folle?” si chiede Ford. Così assistiamo, insieme a lui e al suo collega, tra incredulità e senso di pericolo imminente, ai racconti – fatti con la massima tranquillità – di efferati assassini. Non vediamo quasi niente, tranne qualche reperto, qualche foto da lontano. Ma i brividi ci vengono perché sono storie vere: sono quelle raccontate nel libro Mindhunter: Inside FBI’s Serial Crime Unit di John R. Douglas.

Proprio per riprodurre questo senso del reale, Mindhunter adotta una forma visiva realistica, rigorosa: non a caso i registi chiamati a dirigere le puntate, insieme a David Fincher, sono dei documentaristi come Asif Kapadia (Senna, Amy), Andrew Douglas, Tobias Lindholm. Lo stesso Fincher limita i suoi virtuosismi, per creare un prodotto che fa pensare immediatamente al suo Zodiac, il suo film più misurato, dedicato all’assassino che seminò la morte nella Baia di San Francisco nel ’68 e nel ’69. Qui siamo alla fine degli anni Settanta, e l’immagine ha la grana e i colori di quegli anni. Tutto è tra il grigio e il marrone, un po’ sporco, monocromo. Fincher ci regala comunque dei colpi di classe, come quel montaggio frenetico, alla Fight Club, che evoca la routine, la ripetizione quotidiana, nell’episodio II.

Ma c’è molto altro di Fincher, a guardare bene. Tench e Ford sono un po’ come i Somerset e Mills di Seven, il poliziotto esperto e provato, e il giovane con il fuoco addosso. E ci sarà anche una cena ad avvicinarli. E certi scambi di battute, come l’esplosivo primo incontro tra Ford e Debbie (Hannah Gross), l’agente e la hippie, gli opposti che si attraggono, a base di Durkheim e di sociologia, è degno di certi scambi tra Edward Norton e Helena Bonham Carter in Fight Club. Se i titoli di testa di Seven viaggiavano tra gli inquietanti reperti della scena del crimine, quelli di Mindhunter scivolano, con la macchina da presa vicinissima, sui ferri del mestiere, gli strumenti che gli agenti usano per la ricerca: microfoni e registratori a bobina (ma con velocissimi, quasi subliminali, inserti sulle scene del crimine). Registratori, microfoni, proiettori per le diapositive, entrano spesso nelle scene di Mindhunter: ingombranti, pesanti, difficili da trasportate. In Mindhunter c’è sempre l’idea di un lavoro non tanto pericoloso – come è solito nei thriller- quanto faticoso, sfiancante, pesante.

Lo è a livello fisico. Ma anche mentale. Una delle cose che più colpiscono di Mindhunter, man mano che ci avviciniamo al finale di stagione, è l’impossibilità di lasciare questo mondo di sangue al di fuori della propria vita, come vediamo nella puntata in cui i casi “entrano” in casa di Tench. Lungo tutta la durata della serie, le storie dei delitti si intrecciano in modo intrigante con le vite private degli agenti. Il sesso tra Ford e Debbie appare sempre gioioso, sfrenato, in contrasto con le devianze, quasi sempre ti tipo sessuale, dei killer. Almeno fino a che non entrano in scena, nella loro vita, quelle scarpe di cui un killer è feticista. O ancora, ci si sofferma sulla presenza/assenza di Tench per il figlio, proprio quando l’agente è reduce da un caso in cui l’assenza del padre ha contribuito a formare l’identità di un assassino.

Il punto è questo. Entrati nella mente dei serial killer è difficile uscirne. Per farli aprire tocca aprirsi a loro. E, una volta entrati in essi, non è facile far sì che non entrino in te. Mindhunter racconta bene queste zone grigie tra bene e male. Lo aiutano degli attori non molto noti, che favoriscono immediatamente l’identificazione con i personaggi. Jonathan Groff, che viene da Glee (ed è stato la voce di Kristoff in Frozen), ha il volto pulito di un giovane Ewan McGregor, ma trasuda emozioni dietro all’apparente freddezza. McCallany è stato già con Fincher in Fight Club e Alien 3, riesce a nascondere le fragilità dietro al fisico possente e i modi burberi. Hannah Gross ha un fisico nervoso e atletico e occhi blu che trasudano profondità e intelligenza. Infine c’è la professoressa Wendy Carr di Anna Torv, che entra in sordina nella serie, ma ci conquista sempre più con il passare del tempo, è enigmatica e sexy nelle sue gonne attillate a vita alta e le camicette stampate in puro stile Seventies. Intrigante, pur non essendo bellissima, ha il sorriso enigmatico della Gioconda, o, se volete, il sorriso arcaico di cui parlava Henri-Pierre Rochè in Jules et Jim.

A proposito di opere d’arte, la cornice d’epoca di Mindhunter è anche l’occasione, come abbiamo visto in Stranger Things, di ascoltare le canzoni di quegli anni. Qui il lavoro è più sottile. Sia perché ripesca brani meno scontati (come per David Bowie, di cui ascoltiamo Right, da Young Americans, alla fine dell’episodio 3, proprio nel momento in cui facciamo la conoscenza con il sorriso arcaico di cui sopra), sia perché usa canzoni a tema, come Psycho Killer dei Talking Heads, e I Don’t Like Mondays dei Boomtown Rats di Bob Geldof. Una canzone che racconta la storia di una sedicenne protagonista di una sparatoria nella scuola di fronte a casa sua, in cui uccise due persone e ne ferì nove. Un’altra storia efferata come quelle che ascoltiamo in Mindhunter. Ricordatevelo sempre, con David Fincher tutto torna.

di Maurizio Ermisino per DailyMood.it

 

 

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