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Riverdale. Nuovo Twin Peaks? Nuovo Dawson’s Creek? Oppure…

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Per chi è cresciuto con Beverly Hills 90210, vedere Luke Perry, cioè Dylan McKay, che fa il padre (e di un adolescente, non di un bambino) fa un certo effetto. Vuol dire che il tempo è passato, che siamo, diciamo così, cresciuti. D’altra parte, anche chi scrive oggi è un papà. Ma dov’è che abbiamo visto Luke Perry? L’ex Dylan torna alla serialità televisiva in Riverdale, nuova serie appena partita su Premium Stories. È il padre di Archie, il protagonista di una storia che si muove tra teen movie e noir. Al centro della storia ci sono le sue passioni: gioca a football, e il padre vede per lui un futuro nella ditta di costruzioni. Ma Archie ha iniziato a scrivere canzoni, e vorrebbe fare il musicista. È diviso tra la sua amica del cuore, Betty, e la nuova, provocante ragazza arrivata da New York, Veronica Lodge. Il tutto mentre la cittadina del titolo è scossa dalla morte di Jason Blossom, dopo una misteriosa gita in barca… Riverdale, tratta da un fumetto, arriva sul nostro piccolo schermo accompagnata dalla definizione di nuova serie fenomeno dei Millennials, e forte della recensione del Los Angeles Times che la definisce “una sorta di incrocio tra Twin Peaks e Dawson’s Creek, energico e seducente”.

Che cos’è allora Riverdale? Di Twin Peaks ha solo l’ambientazione tra i boschi, il mistero di una morte e quel cadavere di un giovane recuperato sul greto di un fiume. Niente a che vedere con le atmosfere malate e surreali del serial e la visione d’autore di David Lynch. Con Dawson’s Creek (il produttore è lo stesso) ha molte più cose in comune: quel rapporto tra amicizia e amore dei due protagonisti (Archie e Betty come Dawson e Joey), le velleità artistiche del protagonista (per Dawson era il cinema, per Archie la musica), un’ambigua relazione tra un alunno e la sua insegnante. E quel senso di tedio e di gossip che ha chi vive in una piccola cittadina. Ma manca un po’ della poesia e dell’ingenuità che faceva di quella serie qualcosa di unico. Riverdale è volutamente più cinico, velenoso, spietato. Siamo più dalle parti di Gossip Girl e Pretty Little Liars o, se vogliamo legarci anche al cinema, da quelle di Mean Girls e Cruel Intentions. Riverdale è anche un po’ Revenge, senza una vendetta precisa, ma con un senso di sfida continuo che anima tutti i personaggi della serie. È comunque una serie dichiaratamente teen, e non qualcosa di trasversale che riesce a unire più generazioni, come Stranger Things.

Nel “mondo post James Franco” (uno dei personaggi lo definisce così) di Riverdale tutti desiderano qualcosa che non possono avere, e tutti, come da copione, nascondono qualcosa. I topoi narrativi classici del genere, come il ballo della scuola e le feste post ballo (con gioco della bottiglia…), la squadra di football e le cheerleader, vengono utilizzati con una certa autoironia: i creatori di Riverdale sanno che certi elementi non possono mancare, ma cercano di utilizzarli con un certo distacco, e in modo nuovo. Accanto a nuovi attori che forse diventeranno star (KJ Apa è Archie, Lili Reinhart è Betty) ritroviamo anche dei vecchi amici. Luke Perry ora porta la barba lunga, le sue proverbiali rughe sulla fronte sono ancora lì, e forse sono un po’ aumentate. Qualche grinza è comparsa attorno agli occhi, e il taglio di capelli non è più quello da “nuovo James Dean” di un tempo. Ma è invecchiato bene, ed è un personaggio credibile come padre di Archie. Accanto a lui c’è Madchen Amick, l’indimenticabile Shelley di Twin Peaks (ma negli anni l’abbiamo ritrovata anche in Dawson’s Creek, E.R. e quest’anno nella Stagione 3 di Twin Peaks), nel ruolo della madre di Betty: è ancora molto bella ma il tempo (e forse qualche ritocco) le hanno indurito i tratti. Il ruolo fa il resto. Nel cast anche Molly Ringwald, protagonista dei cult degli anni Ottanta Breakfast Club e Pretty In Pink.

Quello che colpisce, in Riverdale, è la confezione, patinata ma in modo molto originale: il neon delle insegne del diner, il rosso dei capelli dei gemelli Blossom, i colori accesi, uniformi e pastosi. È come se le immagini di Riverdale fossero caramellate. A pensarci, Riverdale è come una caramella colorata e glassata, o uno di quei cioccolatini con dentro il liquore. Si viene attratti dalla sua dolcezza, ma, una volta addentati, si trova un gusto molto più forte. E amaro.

di Maurizio Ermisino per DailyMood.it

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Serie TV

The Handmaid’s Tale 2. L’incubo peggiore che potrebbe capitarci

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È in un futuro prossimo, è in un paese lontano, ma ci riguarda tutti: potrebbe avvenire presto. O è già avvenuto. E potrebbe essere anche qui. La forza di un racconto distopico è questa: creare un mondo lontano e dei fatti esagerati per cogliere nel segno criticità e pericoli del nostro oggi e della nostra società. E allora The Handmaid’s Tale – la cui seconda stagione è in onda su TimVision – è uno dei migliori racconti distopici che siano mai stati fatti. La seconda stagione è iniziata con la deportazione delle ancelle che si erano ribellate al sistema di Gilead, e con la loro punizione. Scene che evocano i momenti peggiori della Storia dell’uomo, i rastrellamenti e le deportazioni naziste. Sul volto delle ancelle, delle museruole: la privazione della parola, del volto, dell’identità. La privazione di qualsiasi diritto. L’incubo della forca. E la voce lirica, struggente di Kate Bush a rendere tutto più drammatico.

Per chi ancora non lo sapesse, The Handmaid’s Tale (I racconti dell’ancella) è tratto da un romanzo di Margaret Atwood. Si immagina un futuro in un paese di fantasia, Gilead, che corrisponde a una parte degli Stati Uniti divisi da un golpe e una guerra civile. L’infertilità è il problema del paese, e le poche donne fertili sono costrette a dedicarsi solo ed esclusivamente alla procreazione. Sono sacre, nella teoria. Sono private di qualsiasi diritto, prigioniere, schiave, nella pratica. Sono private anche nel loro nome. Così June, costretta a lasciare un marito e una figlia, e a votarsi alla causa, diventa Difred (Offred, in originale), cioè prende il nome dell’uomo da cui dovrà concepire un figlio. Alla fine della prima stagione abbiamo scoperto che June è incinta.

La seconda stagione di The Handamaid’s Tale riprende lo schema nella prima. Un’azione principale in un tempo che è il presente della storia, e una serie di flashback che, proprio come in Lost, ci riportano nel passato e assumono una serie di funzioni che rendono il racconto ancora più dirompente. I flashback riportano alla luce le backstory delle protagoniste, e ci dicono chi erano – chi sono – queste donne che oggi vediamo mortificate nella loro identità. Rendono ancora più dolente ed estremo il contrasto tra la vita che c’era prima e l’oppressione di oggi (ricordandoci anche di non dare così per scontati la libertà e i diritti che abbiamo). Ci rendono chiari, in una situazione di normalità, quei piccoli e poi sempre più grandi segnali che ci indicano come le libertà e i diritti stiano per svanire. E, infine, mettono davanti agli occhi di tutti la bravura di Elisabeth Moss, attrice che, nei due momenti della serie, è letteralmente due persone diverse. Nei flashback vediamo qualcosa che nel presente del racconto non vediamo mai. Un sorriso.

La seconda stagione di Handmaid’d Tale apre anche nuovi scenari. Uno è quello delle temute Colonie, terre ai confini dello stato di Gilhead, contaminate da radiazioni e inquinamento, dove le donne che si ribellano, o anche quelle che non sono più utili, vengono mandate ai lavori forzati e, in pratica condannate a morte. L’iconografia dell’opera, i potenti rossi e bianchi delle vesti che svettano su un mondo incolore, sfumano nel grigio, e la speranza si affievolisce sempre più, in un mondo da Dickens postmoderno. L’altro scenario è la mente, e la vita, di un altro personaggio, accennato e poi abbandonato nella prima stagione: la Emily (già Diglen e Disteven) di Alexis Bledel, qui nel miglior ruolo della sua carriera. La seconda stagione decide, giustamente, di accendere i riflettori su di lei, e sul suo passato. E vederla nella sua vita precedente è ancora più doloroso. Perché è una bellissima professoressa universitaria. Brillante, come i suoi occhi blu che vivono dietro quegli occhiali dalla forma rotonda. Libera, anche di amare un’altra donna, sposarla, e mettere su una famiglia con lei.

Ed è qui che ci fermiamo, ancora di più, a pensare. Perché, nel momento in cui Emily e la sua famiglia decidono di scappare da quelli che evidentemente non sono più gli Stati Uniti d’America, e viene negata l’evidenza davanti a loro – lei e la sua compagna per la legge non sono più sposate – cominciamo a pensare a cosa accade quando arriva qualcuno che mette in dubbio diritti che ormai dovrebbero essere acquisiti, che prova a restringere le libertà. Accade anche da noi. Non occorre andare tanto nel futuro e tanto lontano. Così come non occorre tanto per capire che la condizione odierna delle donne nella nostra società è ancora quella di essere considerate proprietà di qualcuno, o strumento di qualcosa, come femminicidi e violenze quotidianamente ci confermano. Ma The Handmaid’s Tale ci spiega bene anche cosa sia l’integralismo religioso: prendere precetti e scritture di una religione e farne regole e interpretazioni a proprio uso e consumo. The Handmaid’s Tale è La lettera scarlatta che incontra Lost che incontra 1984 di Orwell. È l’incubo peggiore che potrebbe capitarci in futuro.

di Maurizio Ermisino per DailyMood.it

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Trust, Danny Boyle racconta la sua versione del rapimento Getty

Marta Nozza Bielli

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Sembra ormai lapalissiano sottolineare quanto nell’ultimo ventennio la televisione abbia abituato il suo pubblico con prodotti di altissima qualità: I Sopranos, Breaking Bad e Mad Men sono i titoli che hanno innescato nella mente degli spettatori la sensazione di trovarsi davanti a qualcosa di unico, e hanno dato inizio alla cosiddetta golden age, l’età dell’oro della tv.
Una delle caratteristiche peculiari di queste serie televisive consiste nell’utilizzare in ogni aspetto (dalla sceneggiatura, alla regia, fino alla fotografia e recitazione) un linguaggio tipicamente cinematografico, tanto che i “muri” da sempre volti a separare in maniera netta la televisione dal cinema sono ormai crollati. Attori e registi della settima arte si sono avvicinati al mondo seriale – prima considerato un genere minore – con grande entusiasmo, apprezzando in modo particolare la possibilità di approfondire, di dare luci ad aspetti o personaggi che, a causa del minor minutaggio a disposizione, sarebbero stati messi in secondo piano se non addirittura ignorati all’interno di un film.

trustTrust, la nuova serie tv antologica della rete via cavo FX (quello di Sons of Anarchy, The Americans e Fargo, per fare qualche nome) andata in onda in Italia su Sky Atlantic, può essere considerata l’emblema di questa tendenza. Non solo perché è stata creata e prodotta dalla coppia da Oscar per The Millionaire Danny Boyle e Simon Beaufoy e conta nel cast attori del calibro di Donald Sutherland, Hilary Swank e Brendan Fraser (che qui tocca mostra il suo vero talento), ma soprattutto perché è incentrata sulla vicenda del rapimento Getty, la stessa storia portata sul grande schermo pochi mesi fa da Ridley Scott e il suo Tutti i soldi del mondo. La serie offre quindi l’incredibile possibilità – già avvenuta in passato ma non a così pochi mesi di distanza – di vedere come due diversi approcci affrontano lo stesso episodio.

Tutti ormai sanno che negli anni Settanta il nipote dell’allora uomo più ricco del mondo J. Paul Getty venne rapito in Italia per mano della ‘Ndrangheta e di come il nonno si sia rifiutato a lungo di pagare il riscatto. In pochi però sanno di come il magnate petrolifero non apprezzasse i suoi figli, del suo harem di donne volto a soddisfare i suoi piaceri sessuali o del suo essere incapace di provare alcun sentimento nei confronti degli esseri umani; oppure di come il nipote avesse inizialmente inscenato il rapimento per estorcere un po’ di denaro al nonno e pagare i debiti accumulati con la sua vita di eccessi e dipendenze dai quali non riuscì ad allontanarsi nemmeno una volta tornato libero. Trust accende i riflettori sugli aspetti più intimi e laddove la pellicola di Scott si focalizza solo sul rapimento, la serie di Boyle e Beaufoy ricrea l’universo all’interno del quale si svolge la vicenda, dove il sequestro risulta essere solo il pretesto da cui partire per raccontare qualcosa di più grande (il rapimento avviene infatti solo nel terzo episodio e si risolve nel penultimo).

trustLa sceneggiatura fa in modo che non ci sia un vero e proprio protagonista e dà spessore ad ogni personaggio che compare sullo schermo, identificandolo e rendendolo riconoscibile al pubblico: il Getty di Sutherland è avaro, lussurioso, viziato e ossessionato dal denare, il figlio John Paul Getty Jr si rifugia nelle droghe nella speranza inutile di ricevere l’approvazione del padre, l’ex moglie Gail (Hilary Swank) è tanto determinata quanto accecata dall’amore incondizionato che prova per il figlio, e il giovane hippy Paul (il talentuoso Harris Dickinson) persegue gli ideali peace and love che gli impediscono di provare rancore nei confronti della famiglia che lo ha abbandonato a sé stesso. A fare da contraltare a questo vortice di irrazionalità oltre ai rapinatori (tra cui spicca un Luca Marinelli semplicemente perfetto nel ruolo dello spietato di Primo) c’è la spalla destra del vecchio Getty, Fletcher Chase (Brendan Fraser) che in ben due episodi si fa narratore e sfonda in modo irriverente la quarta parete per parlare direttamente con lo spettatore ed evidenziare – arrivando quasi a ridicolizzarli – i retroscena più scottanti e assurdi dell’intera vicenda.

L’aspetto più interessante messo in scena in Trust però è l’incontro/scontro tra due culture totalmente opposte. Da una parte – introdotta dalle note di Money dei Pink Floyd – c’è l’anaffettiva dinastia Getty isolata nella fredda e solitaria Inghilterra e dipendente dal denaro, dall’altra c’è Prisencolinensinainciusol di Celentano con la sua Italia, sia quella della dolce vita romana ma soprattutto quella rurale che ha dato i natali alle organizzazioni malavitose, i cui componenti seppur senza scrupoli dimostrano di avere a cuore le tradizioni e soprattutto la famiglia.

Trust è l’ennesima conferma che la tv non ha più nulla da invidiare al cinema: sceneggiatura compatta senza buchi trustnarrativi, eccellente riproduzione del contesto storico e culturale e ottime interpretazioni sia internazionali che italiane sono arricchite dalla firma di David Boyle, che trasferisce anche sul piccolo schermo le caratteristiche tipiche della sua filmografia, dall’importanza affidata alla musica di rendere a modo suo iconica ogni scena (come l’utilizzo del Nessun Dorma durante la preparazione del pagamento), fino all’uso dello split screen e di modalità di ripresa che alternano piani fissi, camera a mano e inquadrature dalle angolazioni più disparate.
Il regista di Trainspotting offre un punto di vista alternativo oltre che un’anima rock inedita ad una delle vicende più conosciute al mondo, e dimostra come l’originalità non risieda per forza solo nella storia raccontata, ma anche nel modo in cui questa viene messa in scena.

 

di Marta Nozza Bielli per DailyMood.it

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Tredici seconda stagione: nel bene o nel male, purché se ne parli.

Marta Nozza Bielli

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Avete presente quando si dice che prima di formulare un giudizio, sarebbe meglio ascoltare entrambe le campane? I creatori di Tredici (Thirteen reasons why in lingua originale) sembrano aver seguito alla lettera il modo di dire nostrano per continuare il racconto lasciato in sospeso dodici mesi fa.

Dal 18 maggio su Netflix sono disponibili gli episodi che compongono la seconda stagione del teen drama che lo scorso anno era riuscito ad attirare su di sé l’attenzione di un pubblico di ogni età, scatenando anche non poche polemiche. Aldilà delle contestazioni sui contenuti definiti troppo espliciti, la preoccupazione maggiore era rivolta verso la decisione di continuare lo show, considerato che gli episodi andati in onda avevano illustrato in maniera esauriente le dinamiche del romanzo di Jay Asher su cui la serie è basata. Ad acquietare gli animi pronti ad accusare la serie di aver voluto cavalcare l’onda del successo ci ha pensato uno degli ideatori di Tredici, Brian Yorkey, il quale ha definito la seconda stagione “necessaria” ad approfondire i meccanismi messi in gioco in precedenza.

TrediciDopo un anno di attesa, ritorniamo negli stessi luoghi in cui la giovane Hanna Baker (Katherine Langford) ha deciso di togliersi la vita, non prima di aver commissionato all’amico Tony (Christian Navarro) il difficile compito di consegnare tredici audiocassette alle persone colpevoli di averle reso la vita impossibile, portandola al suicidio. La seconda stagione parte cinque mesi dopo il tragico evento, e vediamo come tutte le persone coinvolte cerchino a fatica di andare avanti con le loro vite. Tutti vorrebbero dimenticare ma farlo è impossibile, soprattutto quando la madre di Hanna (Kate Walsh) decide di iniziare un processo contro la Liberty High School, rea di non aver ascoltato le grida d’aiuto della figlia. Per non vedere ulteriormente rovinata la propria immagine, la scuola intraprende una difesa a dir poco spietata, chiamando sul banco dei testimoni tutti i compagni di scuola che avevano avuto a che fare con Hanna (e che, per coincidenza fortuita, corrispondono a quelli citati nelle sue audiocassette). Si ascolta finalmente “l’altra campana”, la versione inedita degli eventi visti nella prima stagione, dove le confessioni degli adolescenti fanno riaffiorare particolari scottanti tenuti nascosti da Hanna, mettendo in discussione la veridicità delle accuse della ragazza.

TrediciLaddove nella prima stagione ogni episodio corrispondeva ad un’audiocassetta, qui spetta alle testimonianze del processo il ruolo di scandire la narrazione ma l’idea, seppur interessante, porta con sé una scia di problemi impossibili da ignorare.
Oltre all’incapacità di gestire un cast corale – dove i personaggi assumono o perdono importanza senza una logica, si perdono in dialoghi elementari e agiscono in maniera spesso incomprensibile –, la necessità di trattare dinamiche diverse risulta essere controproducente e fa scaturire delle situazioni ambigue. Il suicidio, lo stupro, il bullismo, l’elaborazione del lutto non vengono approfonditi come meriterebbero, e viene da chiedersi quali fossero le intenzioni dei creatori di Tredici: non basta anticipare il primo episodio con un video in cui gli attori protagonisti avvisano della presenza di contenuti forti e ne sconsigliano la visione a coloro che si trovano in una situazione difficile, perché anche per chi ha la fortuna di non essere o non essere mai stato coinvolto in vicende simili a quelle raccontate, il messaggio trasmesso risulta negativo, a volte addirittura (dispiace dirlo) misogino.

Hanna viene mostrata come una ragazza facile e irresponsabile solo perché ha provato interesse verso diversi ragazzi e ha assunto una volta di troppo alcool e droghe, passando dall’essere vittima all’essere l’unica artefice del proprio disagio. Le polaroid ritraenti studentesse cadute nella tela di violenze tessuta incontrastata dagli atleti della scuola innescano nella mente di Clay (Dylan Minette) – il personaggio più positivo della serie – il dubbio che lo porta a chiedersi se non fosse stata tutta colpa dell’ingenuità e poca attenzione delle ragazze.
TrediciIl punto più basso però lo si tocca quando la nuova ragazza di Bryce (Justin Prentice), nonostante abbia visto la foto in cui il suo fidanzato abusava di lei mentre era priva di sensi, decide inspiegabilmente di non accusarlo, mandando in fumo anche il tentativo di denuncia delle altre vittime, tra cui quello di Jessica (Alisha Boe) che per l’intera stagione cerca di superare il trauma dello stupro. Il tutto si chiude con una condanna di tre mesi di libertà vigilata concessa al mostro che ha rovinato più di una vita, ed è comprensibile come un risultato del genere corre il rischio di svilire l’importanza della denuncia di abusi e toglie la voce alle vittime che trovano il coraggio di affrontare le brutalità subite. Una scelta narrativa incomprensibile se si considera l’importanza degli ultimi mesi riscossa da movimenti come Me Too o Time’s Up a Hollywood.

La richiesta del Parents Television Council di rimuovere la seconda stagione dalla piattaforma – provocata dalla terribile durezza della scena in cui uno studente viene seviziato – dimostra come ancora una volta Tredici sia riuscita ad attirare l’attenzione su di sé, grazie soprattutto al coraggio (questo va riconosciuto) nel raccontare senza mezzi termini il lato più violento del bullismo. E considerando la scena con cui si chiude l’ultimo episodio, dopo l’annuncio della terza stagione in arrivo nel 2019 siamo pronti a scommettere che anche il prossimo anno la serie parlerà di un tema altrettanto caldo negli States, quello delle stragi nelle scuole.

di Marta Nozza Bielli per DailyMood.it

 

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