Connect with us

Cine Mood

Alien: Covenant. Alien fuori, Prometheus dentro

Published

on

Come l’alieno che dà il titolo a una delle saghe più longeve della storia del cinema di fantascienza (ha compiuto 38 anni), Alien: Covenant, il nuovo film della serie, che vede alla regia quel Ridley Scott che aveva dato il via a tutto nel 1979 (Alien), si presenta in un modo particolare. All’esterno c’è un uovo, e all’interno un essere che esce all’improvviso. Alien: Covenant è un film che ne contiene un altro. È allo stesso tempo un prequel di Alien, la cui storia si svolge prima dei fatti del film del ’79, e un sequel di Prometheus, il film filosofico, altro prequel di Alien, che Scott ha girato due anni fa. Il primo film contiene l’altro: nella prima e nell’ultima parte, a bordo della nave spaziale Covenant, viviamo le atmosfere claustrofobiche e vicende che ci rimandano al primo Alien. Nella parte centrale, racchiusa nell’altro film, siamo più vicini a Prometheus, al suo stile, ai suoi ampi spazi e alle sue implicazioni filosofiche. La storia è quella di una nave che trasporta migliaia di coloni, nel classico criosonno, verso il pianeta stabilito. Come nel film archetipo della saga, c’è un messaggio che viene captato, e una deviazione verso un altro pianeta. Sembra ospitale, incredibilmente simile alla Terra. Ma è disabitato, privo di qualunque forma di vita animale. L’equipaggio della Covenant ci troverà qualcuno: è David (Michael Fassbender), androide e unico sopravvissuto della spedizione Prometheus. E, insieme a lui, molte sorprese.

Ritrovare Ridley Scott al timone di un film della saga di Alien, in un certo senso, è un cerchio che si chiude. Quell’autore che nel giro di pochi anni era riuscito a creare due capolavori, e film seminali, della fantascienza, Alien e Blade Runner (senza dimenticare 1984, lo spot per Apple), è poi rimasto per molto tempo lontano dal genere. E ha lasciato la sua creatura nelle mani di altri autori che ne hanno dato la propria lettura personale, come se ogni film fosse il diverso movimento di una sinfonia. In mano a James Cameron (Aliens – Scontro finale, 1986) Alien è diventato un war movie, un film d’azione, esplosivo e adrenalinico (con molte cose che abbiamo ritrovato in Avatar). In mano a David Fincher (Alien 3, 1992) è nato un film cupo, ossessivo ed estetizzante, non completamente riuscito ma affascinante in molti aspetti. E in quelle di Jean Pierre Jeunet (Alien – La clonazione, 1997) un film barocco e grottesco, lontanissimo dall’originale, eppure interessante per come riscriveva la figura di Ripley (Sigourney Weaver), la protagonista. Per gran parte del film, Alien: Covenant sembra ritrovare quell’essenzialità del primo Alien, condita da qualche battuta degna del sequel di Cameron.

Ma è nel momento in cui scendiamo dall’astronave per esplorare quel pianeta così simile alla Terra che l’uovo si schiude, ed esce l’altro film, quello contenuto nell’involucro. L’androide David e una serie di altri indizi ci riportano dalle parti di Prometheus, tra riflessioni sulla natura umana e divina, sul rapporto tra uomo e macchina, sulla creazione, tra civiltà destinate all’estinzione e citazioni da Shelley. I momenti di tensione non mancano (c’è un mostro, che è solo l’opening act al vero Alien) ma, rispetto ad Alien, siamo comunque in un altro film. Soprattutto, viene trasgredita una regola chiave della saga: il mondo chiuso, l’interno dell’astronave, da dove non si può scappare. Se in questa parte centrale la parte del leone la fa Michael Fassbender, in un doppio ruolo (l’androide David, reduce dalla spedizione Prometheus, e l’androide Walter, appena sceso dalla nave Covenant, così uguali ma così diversi), nella prima, e soprattutto nella parte finale la protagonista è Katherine Watherston, che raccoglie il testimone della Ripley di Sigourney Weaver, perché Alien deve avere per protagonista una donna. Una donna agli antipodi di quella che l’ha preceduta: i suoi tratti sono morbidi, dolci, da bambina, dove quelli di Ripley erano duri, scolpiti nella pietra. Daniels, il suo personaggio, non ha paura di imbracciare il fucile. E neanche di piangere. Come da copione, anche lei a un certo punto indossa una canottiera un po’ succinta. Ma più casta di quella della Weaver.

Proprio insieme a lei, a Ripley, tanto tempo fa, avevamo avuto paura. La paura, lo sappiamo, viene dal buio, dall’ignoto, da ciò che non conosciamo. Nella sua semplicità, era proprio questo – insieme a una messinscena scarna, asettica, essenziale – la carta vincente di Alien. Non vedevamo mai completamente quella creatura bellissima e terrificante nata dalla mente di H.R. Giger. Alien: Covenant nasce proprio per spiegare come è nato l’alieno. Ma forse non era necessario. Anzi, in fondo era più affascinante guardare la storia senza sapere chi fosse, e da dove venisse quella creatura, spaventati e stupiti come gli equipaggi che se la trovano davanti. Non serve sapere il suo passato, perché sappiamo come va a finire. Moriremo tutti.

di Maurizio Ermisino per DailyMood.it

PREMIERE DI LONDRA

Questo slideshow richiede JavaScript.

Questo slideshow richiede JavaScript.

0 Users (0 voti)
Criterion 10
What people say... Leave your rating
Ordina per:

Sii il primo a lasciare una recensione.

User Avatar
Verificato
{{{ review.rating_title }}}
{{{review.rating_comment | nl2br}}}

Di Più
{{ pageNumber+1 }}
Leave your rating

Il tuo browser non supporta il caricamento delle immagini. Scegline uno più moderno.

Continue Reading
Advertisement
Click to comment

Leave a Reply

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

12 − 9 =

Cine Mood

Loro 1. La forza di gravita’ che ci attira verso il potere

Published

on

Inizia con una pecora in primo piano, Loro 1, prima parte del film di Paolo Sorrentino su Silvio Berlusconi, nelle sale dal 24 aprile (la seconda parte arriverà il 10 maggio). Siamo nella sua famosa villa in Sardegna. La pecora entra in casa: su una grande tv è in onda un quiz di Mike Bongiorno (interpretato da Ugo Pagliai) e un climatizzatore, tarato su 0 gradi, parte, e finisce per lasciare stecchita la pecora. Con uno stacco, siamo in Puglia, in mare, e Sergio Morra (Riccardo Scamarcio), su una barca con un politico, sta aspettando una ragazza che dovrà fare un favore a quest’ultimo, in cambio di un appalto. La prima parte del film di Sorrentino è a sua volta divisa in due parti: la Sardegna e l’Italia, Lui e Loro, l’obiettivo da raggiungere e la Corte che aspira ad essere ammessa al Re.

Ritorna così, in Loro 1, lo schema de Il Divo: il leader come un sole, centrale e immobile, e i personaggi che vi ruotano intorno come i pianeti del sistema solare. Solo che, se ne Il Divo il sistema era costituito, e l’attenzione era tutta sul ruotare e ricevere la luce dal sole, Loro 1 ci racconta la forza di gravità, cioè l’attrazione, irresistibile, che tutta una serie di personaggi hanno per Lui. Che viene sempre nominato così, “salvato” in questo modo anche sulle memorie dei cellulari. E, per un’ora abbondante di film non si vede, facendo crescere spasmodicamente l’attesa per la sua discesa in campo… pardon, ingresso in scena. Intanto c’è un primo film velocissimo, montato meravigliosamente a ritmo di rock, funk e techno, caleidoscopico e stordente. È Scorsese, è Harmony Korine, ma è soprattutto Sorrentino al suo meglio: le scene delle feste sono un suo marchio di fabbrica, è cinema conosciuto ma sempre nuovo. Il protagonista assoluto di questa prima parte è Riccardo Scamarcio, sfrenato, amorale, nel miglior ruolo della sua carriera. Accanto a lui c’è Euridice Axen (la moglie Tamara), altra rivelazione del film, e una bellissima Kasia Smutniak, nel ruolo di Kira, una donna irraggiungibile. Si parla di Lui, e poi si parla di Dio, altro personaggio irraggiungibile (“perché lo chiamano Dio? Perché sa perdonare”), tra scene cult come un favore sessuale di 4 secondi a un uomo dal volto coperto sotto una luce blu, o come un party sfrenato a base di MDMA, una droga i cui effetti ci vengono enunciati in un linguaggio scientifico.

E poi arriva Lui. Il Berlusconi di Tony Servillo entra in scena a sorpresa, travestito, e il film prende subito un’altra piega. Il Silvio di Sorrentino diventa un altro uomo solo, che si muove in spazi vuoti, come il Titta de Le conseguenze dell’amore. Un uomo che ha un fuori – un’immagine riconoscibilissima e iconica, accurata negli abiti, al limite del caricaturale nel trucco – e che ha un dentro – un’anima, dei sentimenti – che conosciamo meno. Sorrentino, lo scrive nelle note di regia, vuole provare a scavare, a tentoni, nella coscienza dell’uomo. Anche la seconda parte del film è puro Sorrentino. È un film grottesco, malin-comico, tragicomico. Tony Servillo la vive con un trucco molto evidente, e con una parlata che però non è mai caricaturale, figlia del suo lavoro a teatro sulla Trilogia della Villeggiatura di Goldoni e un po’, forse, di Guido Nicheli. Il suo Berlusconi è un uomo annoiato, che cerca di conquistare la sua Veronica, disamorata e bisognosa di cultura, che legge Saramago (“con tutte quelle tv, perché non hai mai fatto un programma culturale? “l’ho fatto, avevamo Mike”), ed è più vicina al calciatore che lui vuole ingaggiare per il Milan che al marito. Tra battute vere, o verosimili, alcune fulminanti (“una verità è frutto del tono e della convinzione con cui la afffermiamo”), il Berlusconi di Loro è ancora una volta il brutto che diventa bello, altro tipico tratto della poetica di Sorrentino: bello perché riesce a farcelo trovare interessante.

Lui e Loro, in questa prima parte, restano due mondi separati. Destinati a incontrarsi, complice la vicinanza di due residenze estive in Sardegna. Immaginare come è facile, e anche quello che ne scaturirà, ma lo capiremo compiutamente in Loro 2. Immaginare è facile, da un lato, impossibile dall’altro. Paolo Sorrentino è infatti, allo stesso tempo, un autore assolutamente prevedibile e incredibilmente imprevedibile. Perché sì, il suo cinema è quello, estetico, visionario, e continua su quei binari. Ma, d’altra parte, Sorrentino vede cose che noi non vediamo, immagina cose che non immaginiamo, e ogni suo racconto è qualcosa di completamente nuovo. Loro 1, ad esempio, è costellato di animali (pecore, rinoceronti, topi), che sembrano quasi osservare dall’esterno un genere umano evolutosi in modo impazzito e stupefacente (in tutti i sensi). Se il topo è un deus ex machina che ci spinge verso la scena più significativa, a livello metaforico, dell’Italia attuale (una pioggia di spazzatura sui resti dell’Antica Roma), gli altri popolano il film in modo surreale e spiazzante. La fauna umana che popola il film è fatta di personaggi di fantasia, ma ispirati al mondo reale: il Sergio Morra di Scamarcio è ispirato a Tarantini, il Riccardo Pasta di Ricky Memphis è un simil Ricucci, mentre il meraviglioso Santino Recchia di Fabrizio Bentivoglio potrebbe essere un po’ Bondi, un po’ Urbani, un tocco di Formigoni. L’unica che ha nome e cognome è Noemi Letizia.

Loro non racconta solo un uomo, ma una cultura, un costume, un modo di pensare. Un cambiamento culturale profondo, frutto di un ventennio di egemonia iniziato, prima che con la discesa in campo, con le tv commerciali e il Drive In, e che ha trasformato in maniera profonda una parte di questo Paese. È un cambiamento da cui, forse, non si tornerà più indietro. Loro, scrive Sorrentino nelle note di regia, racconta questi italiani, allo stesso tempo “prevedibili ma indecifrabili”, italiani “nuovi e antichi al contempo”. “Anime di un purgatorio immaginario e moderno che stabiliscono di provare a ruotare intorno a una sorta di paradiso in carne ed ossa: un uomo di nome Silvio Berlusconi”.

di Maurizio Ermisino per DailyMood.it

Questo slideshow richiede JavaScript.

0 Users (0 voti)
Criterion 10
What people say... Leave your rating
Ordina per:

Sii il primo a lasciare una recensione.

User Avatar
Verificato
{{{ review.rating_title }}}
{{{review.rating_comment | nl2br}}}

Di Più
{{ pageNumber+1 }}
Leave your rating

Il tuo browser non supporta il caricamento delle immagini. Scegline uno più moderno.

Continue Reading

Cine Mood

Arrivano i Prof dal 1° maggio al cinema

DailyMood.it

Published

on

Mentre (quasi) tutti festeggiano le promozioni all’esame di maturità, al liceo Alessandro Manzoni c’è grande preoccupazione: solo il 12% degli studenti è riuscito a conseguire il diploma. Il Manzoni ha un primato assoluto: è il peggior liceo d’Italia. Non sapendo più che soluzioni adottare, il Preside accoglie la proposta del Provveditore e decide di fare un ultimo, estremo, rischioso tentativo: reclutare i peggiori insegnanti in circolazione selezionati dall’algoritmo ministeriale nella speranza che dove hanno fallito i migliori, possano riuscire i peggiori. Obiettivo: avere almeno il 50% di promossi. Così l’Alessandro Manzoni rinnova il corpo insegnanti con sette professori veramente speciali, ciascuno dei quali segue un proprio progetto didattico rivoluzionario e un proprio personalissimo metodo di insegnamento. Con risultati disastrosi. Eppure…i ragazzi del Manzoni cominciano a capire che sta accadendo qualcosa di grande e che a quello sgangherato e sconclusionato corpo docente importa davvero di loro, al di là dei programmi scolastici e delle note sul registro.

Regia: Ivan Silvestrini
Cast: Claudio Bisio, Lino Guanciale, Maurizio Nichetti, Rocco Hunt

Questo slideshow richiede JavaScript.

0 Users (0 voti)
Criterion 10
What people say... Leave your rating
Ordina per:

Sii il primo a lasciare una recensione.

User Avatar
Verificato
{{{ review.rating_title }}}
{{{review.rating_comment | nl2br}}}

Di Più
{{ pageNumber+1 }}
Leave your rating

Il tuo browser non supporta il caricamento delle immagini. Scegline uno più moderno.

Continue Reading

Cine Mood

Ex Libris The New York Public Library – Un film di Frederick Wiseman

DailyMood.it

Published

on

Dal maestro del documentario Frederick Wiseman, un inedito sguardo dietro le quinte della New York Public Library, una delle più grandi istituzioni culturali del mondo, luogodi accoglienza, scambio culturale e apprendimento. Con 92 divisioni sparse per Manhattan, il Bronx e Staten Island, la Biblioteca pubblica di New York ambisce aessere una risorsa per tutti gli abitanti di questa città sfaccettata e cosmopolita esemplifica il credo profondamente americano del diritto individuale di sapere e diessere informato. Con le sue attività, la Biblioteca giorno dopo giorno stimolal’apprendimento, promuove la conoscenza e rafforza il senso di inclusione e dicomunità.
Nell’ America di Trump, è probabilmente non solo l’istituzione più democratica , ma anche quella ideologicamente più importante. Il suo messaggio, oggi quanto maiattuale, è chiaro e potente: qui dentro, chiunque è il benvenuto.

Intervista a Frederick Wiseman

È noto a tutti  il suo lavoro sulle Istituzioni Americane, per il quale è stato premi ato conun Oscar Onorario quest’anno. Che cosa ha suscitato il suo interesse per la New YorkPublic Library?
Ho sempre amato e frequentato le biblioteche pubbliche per tutto quello che si  pu ò imparare, scoprire e per le sorprese e gli stimoli che regalano. Non conoscevo, prima didirigere il film, lo spessore, i propositi e la portata della New York Public Library nella sede principale e nelle sue 92 succursali e l’ampio raggio di servizi che propone a tuttele classi sociali, le razze ed etnie. Sono stato attratto anche dall’immensità degli archivie delle collezioni, dalla diversità dei programmi e dal coinvolgimento reale edentusiasta del personale nell’offrire assistenza per l’educazione, il sapere, le lingue el’economia, giusto per citare alcune categorie, a tutti coloro che cercavano aiuto.

Una delle persone che appare nel film afferma che le biblioteche siano le “colonne
portanti della democrazia”. Non è un po’ eccessivo?
No, non penso proprio. Prima di iniziare il film non conoscevo la portata delle attività delle biblioteche. Avendo trascorso 12 settimane in quella biblioteca, penso sia una descrizione giusta e appropriata. La New York Public Library non è solo un luogo dove si v a per cercare libri o consultaregli archivi ma è un’istituzione fondamentale per i residenti e gli abitanti della città, in particolar modo all’interno dei quartieri poveri e di immigrati in cui la biblioteca è più che un luogo passivo dove prendere libri in prestito. Le succursali sono diventatecomunità e centri culturali dove si svolgono un’ampia varietà di attività educative peradulti e bambini. Il personale della biblioteca lavora per aiutare gli altri: organizzanocorsi di lingua e computer, seminari di letteratura e storia o corsi su come fondare un business così come corsi dopo scuola per bambini e adolescenti per integrare ilprogramma scolastico. Ci sono letteralmente centinaia di programmi educativi perpersone di tutte le età e classi sociali. Il film presenta l’ampia varietà di opportunitàofferte dalla biblioteca. La New York Public Library incarna completamente l’ideademocratica di essere disponibili nei confronti del prossimo. Tutte le classi sociali, razze ed etnie sono connesse alla biblioteca. Per me la New York Public Library è l’immagine della democrazia in azione. E rappresenta il meglio dell’America. Per queste ragionidire che le biblioteche siano le “colonne portanti” della democrazia non risultaeccessivo.

Il suo film rivela che sia l’universale accesso alla cultura sia l’educazione pubblica e
civica siano un progetto moderno…
La New York Public Library è connessa a qua si tutti gli aspetti della cultura ed educazi one nella città di New York – educazione ai bambini e agli adulti, ricerca, borsedi studio, arte, danza, teatro, film, relazioni tra etnie, disabilità fisiche ed immigrazione,per nominare alcune delle principali categorie. La biblioteca è la più democratica trale istituzioni in quanto è coinvolta in quasi tutti gli avvenimenti di un certo rilievo cheavvengono a New York. La biblioteca rappresenta tutto ciò che Trump odia – diversità, eguaglianza dei diritti, dell’educazione e del pensiero. Ho cominciato le ripresenell’autunno del 2015, senza avere in testa Trump. Ho pensato semplicemente fosse unbuon soggetto. Per ragioni estranee alla scelta originaria del soggetto, quando Trumpè stato eletto il film è diventato politico.

Possiamo affidarci all’intelligenza della New York Public Library per contrastare la maleducazione di Trump? I milioni di volumi e i trilioni di parole contenute nella New York Public Library possono controbattere i tweet presidenziali in 140 caratteri?
La New York Public Library sta già fron teggiando Trump, solo attraverso la su a   e sistenzae   il proseguimento delle normali attività quotidiane. La New York Public Library è di granlunga più rappresentativa dell’America rispetto a quanto lo sia Trump, un individuo il cuivocabolario, pensiero e narcisismo corrispondono a quelli di un bambino di cinqueanni. La NYPL rappresenta la grande tradizione democratica americana che Trumpvorrebbe distruggere. Questo spirito democratico, che risiede nella NYPL come inqualsiasi altro luogo, è la colonna vertebrale dell’America. Trump non rappresental’America pur essendo il suo Presidente.

La New York Public Library sarà “confortata” dai suoi pensieri così espliciti su Trump e
sulla biblioteca?
La NYPL non si p reoccuperà di censurare in alcun modo. Le collezioni incarnano centinaia di opinioni contrastanti e contraddittorie, alcune delle quali sonosicuramente offensive per un gruppo o per un altro. Questa è una delle grandi risorsedella biblioteca.
Le biblioteche posso no avere un aspetto austero, nonostante questo il suo film mostramolti momenti sereni.
Si, c’è qualcosa di allegro e l’umore alto è contagioso. Lo staff al NYPL è creativo e generoso. La NYPL non offre una soluzione per tutto ciò che in America non funziona,ma è magnifico che esista una tale istituzione. L’attuale presidente della biblioteca hastabilito come obiettivo non solo quello di proseguire il lavoro tradizionale, ma anche diaiutare immigrati e poveri. Come molti Americani proviene da una famiglia di immigratie conosce l’importanza di offrire una grande varietà di programmi educativi e culturaliin quartieri poveri e di immigrati. In un periodo in cui gli Stati Uniti hanno eletto ungoverno molto Darwiniano, penso che potrebbe essere utile mostrare al pubblico dellepersone che lavorano aiutando gli altri con un atteggiamento così appassionato.

In tutti i suoi film mostra luoghi ed istituzioni rivelando sia quanto funzionino bene sia quanto non funzionino. Nel caso della New York Public Library, abbiamo l’impressione che tutto funzioni. Perché questa scelta?
Non valuto se tutto funzioni. Sono un regista, non un consulente gestionale. Alcu ni deimiei  fil m  sono in parte critici nei confronti delle istituzioni che sono il soggetto del film. Inogni film penso sia importante mostrare sia persone che lavorano bene e fornisconoservizi utili agli altri, sia atteggiamenti maligni, crudeli ed insensibili. In ogni caso il filmpresenta ciò che penso e spero che non rappresenti mai una posizione ideologica preconcepita.
C’è quasi sempre una comb inazione dell’educato, del crudele, delcaritatevole e del banale.

Perchè Ex Libris dura tre ore e diciassette minuti e non sei ore o due ore e venti minuti? Dal momento che il film procede in successioni separate di sequenze che si sviluppano alla propria velocità, senza alcuna interferenza, non sarebbe possibile aggiungerne o rimuoverne una?
I miei fil m hanno una durata che io reputo sia necessaria per il soggetto. Provo maggiore  responsabilità nei confronti delle persone che mi hanno dato il permesso diriprenderle rispetto alle esigenze di un canale televisivo. La versione finale del film deveessere una chiara rappresentazione dell’esperienza che ho vissuto trascorrendo dallesei alle dodici settimane in un luogo e solo successivamente uno studio dei tempi delfilm, durante l’anno in cui lo si monta. Alcuni soggetti sono molto più complessi di altri ecerco di non semplificare il film con l’unico scopo di incontrare i bisogni dell’industria televisiva.

Che cosa intende con “giusta” lunghezza?
La durata che io penso sia adatta alla storia che voglio raccontare. Non  decido la struttura in  anticipo, né la collocazione delle diverse parti. La struttura e il punto di vistaemerge nel corso del montaggio. A rischio di sembrare pretenzioso, tutto ciò che possofare è cercare di definire ciò che penso e seguire il mio unico giudizio.

A che punto valuta che il lavoro di montaggio sia terminato?
Il film è completo quando pen so di aver fatto il meglio che potevo con il materia  le cheho tra le mani. Devo essere in grado di spiegare a me stesso perché ho selezionatociascuna inquadratura e la sua funzionalità all’interno della narrazione drammaticache sto cercando di costruire.

Monta ancora in analogico?
No, sono passato al digitale, purtroppo. Il primo film ch e ho montato in digitale fu La Danse  – Le ballet de l’Opéra de Paris, nel 2009. Ma il film fu girato in pellicola. Da allora tutti i miei film sono stati girati e montati in digitale.

0 Users (0 voti)
Criterion 10
What people say... Leave your rating
Ordina per:

Sii il primo a lasciare una recensione.

User Avatar
Verificato
{{{ review.rating_title }}}
{{{review.rating_comment | nl2br}}}

Di Più
{{ pageNumber+1 }}
Leave your rating

Il tuo browser non supporta il caricamento delle immagini. Scegline uno più moderno.

Continue Reading

Trending