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The Last Duel: Il duello di Ridley Scott contro il maschilismo tossico

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The Last Duel, il nuovo film di Ridley Scott, in uscita al cinema dal 14 ottobre, è la storia di una violenza sessuale nella Francia del XIV secolo. È una storia realmente accaduta. Quella di Madame De Carrouges (Jodie Comer), che accusa di violenza Jacques Le Gris (Adam Driver). Secondo le leggi del tempo, Le Gris verrà sfidato dal marito di lei, Jean De Carrouges (Matt Damon). Solo vincendo, e manifestando così la volontà di Dio, la moglie verrà creduta. Era un mondo in cui le donne venivano considerate proprietà dei loro mariti, e, se osavano denunciare per difendere la verità, rischiavano di essere condannate a morte – nel caso il proprio marito perdesse il duello – pur non avendo commesso alcun crimine, ed essendo le vittime.

Ti senti in colpa, ma, amore mio, non dirlo a nessuno. Per la tua sicurezza. Tuo marito potrebbe ucciderti”. The Last Duel, come il famoso Rashomon di Kurosawa, è raccontato da diversi punti di vista. Prima quello di Jean De Carrouges, poi quello di Le Gris, e solo alla fine quello di Madame De Carrouges. Le parole che abbiamo appena scritto sono quelle del capitolo 2, la versione di Le Gris, lo stupratore. Leggerle è davvero scioccante, come lo è ascoltare la confessione che, poco dopo, dirà a un prete. “Ho commesso peccato di adulterio verso un uomo che considero un amico”. Le Gris non pensa proprio alla donna a cui ha fatto violenza. Non parla di stupro ma di adulterio. Il problema, per lui, è solo tra uomini.

Assistiamo alla versione di Le Gris dopo aver assistito a quella di De Carrouges, che era stata ancora più scarna. Quello che ci colpisce, nei primi due capitoli di The Last Duel, è che in un film in cui una donna è il personaggio chiave, Madame De Carrouges si veda pochissimo. La scrutiamo ascosta dietro le grate, non ascoltiamo mai la sua voce. Ma, man mano che il film procede, ci rendiamo conto che tutto è perfettamente logico. I primi due capitoli sono i racconti dei due uomini, e come tali ci raccontano la loro visione, il loro mondo. Un mondo dove la donna è qualcosa di secondario, di accessorio.

Ma è nel capitolo III, che Ridley Scott titola esplicitamente “La verità secondo Madame De Carrouges. La verità”, con quel termine ribadito ancora una volta, come se volesse che fossimo sicuri che per lui la verità è quella, che i nodi vengono al pettine. E dove, finalmente, anche quello che avevamo visto fino a qui acquista senso. Narrati dal suo punto di vista, vediamo i tanti aspetti della vita di Madame De Carrouges. Come il fatto che, nel giudicare Le Gris, si attenga al giudizio del marito, che lo ritiene inaffidabile. Come sia fedele al marito, e preoccupata di dargli un erede. Assistiamo alle sue notti d’amore con il marito, che proprio d’amore non sono. E assistiamo a una serie di consigli molto intelligenti su allevamento, agricoltura, e anche sui tributi, dati ai suoi collaboratori quando, in assenza del marito, prende in mano alcune faccende.

Ma, soprattutto, nel terzo capitolo, rivediamo la scena dello stupro dal suo punto di vista. Il girato è lo stesso, ma il montaggio è molto diverso. Qui Ridley Scott, con grande maestria, monta dei dettagli visivi e sonori che prima aveva volutamente omesso. Così sentiamo il pianto, le urla della donna, le sue corse e i tentativi di fuga da quella stanza. Il volto in lacrime. E poi spento, con lo sguardo assente, dopo. Quell’atto sessuale che avevamo visto prima ora ci è mostrato come lo ha percepito la protagonista femminile. Ed è una sensazione completamente diversa. Fa ancora più male la reazione del marito: la prima cosa che pensa è che Le Gris abbia fatto un dispetto a lui.

Ma quello che accade dopo forse è ancora peggiore. Perché Madame De Carrouges, una volta deciso di denunciare l’accaduto, non riceve solidarietà da alcuna donna, né dalla suocera che le dice “non siete diversa dalle contadine prese dai soldati in guerra”, né dalla sua amica che le ricorda “avevate detto che trovavate Le Gris attraente”. Madame De Carrouges è al cento di un vero e proprio processo. Ma non è forse così anche oggi, quando le vittime spesso sono più accusate degli stupratori?

La potenza di un racconto del passato usato per parlare del presente è ogni volta la stessa. È fare il parallelo, vedere che le cose spesso sono ancora così, ancora oggi. E fare un salto in avanti, e poi rifare un salto indietro. Pensare che era il 1386 ed era inaccettabile allora. E poi tornare ancora in avanti, realizzare che sono passati 600 anni e le cose spesso sono ancora così. E questo è ancora più inaccettabile. Non è che ai nostri tempi le cose siano andate meglio. In fondo è solo dal 15 febbraio 1996 che si è affermato il principio per cui lo stupro è un crimine contro la persona e non contro la morale pubblica. Sono solo 25 anni fa.

Jodie Comer, nel ruolo di Madame De Carrouges, svetta su tutto il resto del cast. La sua espressione fiera, gli occhi vispi, il suo volto moderno sono incorniciati da un’immagine incantata, gli abiti eleganti e i lunghi capelli biondi da principessa delle favole, da dama dei romanzi cavallereschi È forse per far risaltare ancora la sua bellezza e la sua statura che gli uomini sembrano tutti goffi, rudi, a volte ridicoli. Forse è qualcosa di voluto per raccontare la loro vacuità, la loro vanagloria. Anche il duello finale, violento e muscolare come una sequenza di Ridley Scott sa essere, sembra avere al centro solo loro, il regolamento di conti tra due uomini accecati dall’odio e presi solo da se stessi, Lei, Madame De Carrouges, sposa in nero a sua volta legata in attesa del giudizio di Dio, non può fare altro che osservare e aspettare. Noi, in platea, non possiamo che tifare per suo marito non perché si meriti qualcosa, ma per sapere lei in salvo.

The Last Duel, visto dall’esterno, è il Ridley Scott epico, quello de Il gladiatore, Robin Hood, Le Crociate. E, si sa, è una cosa che gli riesce bene. I duellanti del suo film d’esordio, che si battevano ai tempi di Napoleone, qui vivono nel Medioevo, e si battono in maniera molto più violenta e ferina. Ridley Scott oggi non può più fare la Storia del cinema perché l’ha già scritta almeno tre volte (con Alien, Blade Runner e Thelma & Louise) se non qualcuna di più. Ma può portare il cinema nella Storia e, ancora meglio, aggiornarlo alla Storia dei nostri tempi. Un regista che ha sempre amato le sue donne, dalla Ripley di Alien fino alle Thelma e Louise del film omonimo non è rimasto indifferente ai movimenti di rivendicazione femminile come il #metoo. E ha deciso di scendere in campo con un suo personale, riuscito, duello contro il maschilismo tossico.

di Maurizio Ermisino per DailyMood.it

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Vangelo secondo Maria: La Madonna di Paolo Zucca è una ragazza di oggi

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La prima volta che sentii di David al tempio cercavo tra la folla il mio Golia per sfidarlo”. È con queste parole che si apre Vangelo secondo Maria, il nuovo film di Paolo Zucca con Benedetta Porcaroli e Alessandro Gassmann, tratto dall’omonimo romanzo di Barbara Alberti, che arriva al cinema a partire dal 23 maggio con Vision Distribution dopo essere stato presentato Fuori Concorso al Torino Film Festival. Vangelo secondo Maria si apre con il riferimento a Davide e Golia, e la prima scena vede una giovane Maria tirare con la fionda. La Maria immaginata da Barbara Alberti e Paolo Zucca è una ragazza ribelle, selvatica, in continuo movimento. Una giovane affamata di vita e di conoscenza, lontana dall’immagine iconica e fissata nell’immaginario che ne ha fatto la Chiesa. Vangelo secondo Maria vuole provare a farci conoscere la Maria di cui non abbiamo mai letto, la giovane donna che c’è dietro l’immagine sacra. E ci riesce. Per questo Vangelo secondo Maria, girato e recitato magnificamente, è un film speciale. È una storia di 2mila anni fa che ci dice anche tanto sulla donna oggi.

Maria (Benedetta Porcaroli) è una ragazzina di Nazareth. Come donna tutto le è proibito, anche imparare a leggere e scrivere. Ma lei sogna libertà e sapienza. Alla sinagoga si entusiasma per le storie della Bibbia, come don Chisciotte coi romanzi d’avventura. Dall’audacia dei profeti ha imparato la disobbedienza, sogna di scappare su un asino e scoprire il mondo, andare lontano. Trova in Giuseppe (Alessandro Gassmann) un maestro e un complice. Il loro matrimonio è casto, un paravento, mentre lui segretamente la istruisce, preparandola alla fuga. Ma ecco un ostacolo imprevisto: Maria e Giuseppe si innamorano. Stanno per abbandonarsi alla passione, quando l’angelo dell’annunciazione rovina tutto. Il piano di Dio e quello di Maria non coincidono affatto.

Il pregio che hanno Barbara Alberti e Paolo Zucca è quello di prendere Maria e Giuseppe e toglierli definitivamente dal presepio, dall’iconografia, dalle immagini sacre. Di provare a entrare in loro, scavare in quei personaggi e provare a capire che cosa potesse pensare e sognare una giovanissima donna nella Palestina di duemila anni fa. E anche un uomo maturo e solido che decide di prenderla sotto la sua ala protettrice e di accettarla per com’è. E accettare anche la sua improvvisa maternità. Si dice spesso che dai sei anni ai trentatré di Gesù Cristo sappiamo poco o nulla dai Vangeli. Se ci pensate sappiamo pochissimo anche della vita della Madonna, e in fondo di quella di Giuseppe. Anche le sacre scritture, dati i tempi, sono state maschiliste: in Maria vedevano un mezzo, una via per fare nascere il Figlio di Dio. Barbara Alberti, giù nel 1979, con il suo romanzo “femminista”, provava a finalmente a fare di lei una donna, a darne un ritratto inedito, per nulla scontato, moderno e attualissimo, una cosa incredibile se pensiamo che è stato scritto più di 40 anni fa.

E Vangelo secondo Maria, un progetto partito qualcosa come 15 anni fa, per una serie di eventi arriva al cinema oggi, in pieno dibattito sulla condizione femminile, dopo che Barbie prima e Paola Cortellesi con C’è ancora domani poi hanno portato il tema all’attenzione di tutti. La storia di Vangelo secondo Maria è potente, è urgente. È quella di una giovane donna il cui unico futuro proposto è un matrimonio, ovviamente combinato. E nessuna possibilità di studiare, apprendere, imparare, muoversi, viaggiare, scoprire. La chiave del film è questa. Maria subisce anche la violenza dal proprio padre. E c’era una scena molto dura in questo senso nel film, che però è stata tagliata. L’impressione non doveva essere che Maria volesse scappare per fuggire alle violenze della sua famiglia. Ma che volesse andare via per conoscere. “La conoscenza non è peccato” dice a un certo punto. E il pensiero va alle donne che, in molte parti del mondo, in parte anche nel nostro Paese, vedono negato il diritto all’istruzione, all’emancipazione, alla realizzazione personale.

La Maria di Barbara Alberti e Paolo Zucca è questa. Un’eroina di duemila anni fa e contemporaneamente una ragazza di oggi. Benedetta Porcaroli, qui alla sua miglior interpretazione in carriera, è eccezionale proprio per questo: è assolutamente credibile sia come una giovane donna nella Palestina dei tempi di Cristo sia come una donna di oggi, con i suoi desideri, le sue ispirazioni, la sua identità. La sua metamorfosi, da ragazza selvaggia e ferina con i colori della terra e il volto sporco, a donna illuminata di azzurro verso la consapevolezza e la santità, è uno dei grandi lavori che ha fatto il regista. Insieme a quello fatto su Alessandro Gassmann, spogliato di ogni movimento, ogni vezzo da commedia, ogni aspetto della sua innata simpatia per fare un uomo d’altri tempo, solido, roccioso, rassicurante.

Quello che ci piace di questo film è che dà vita a un rapporto uomo donna inedito, ma visto. Le altre storie di redenzione femminile sono in qualche modo storie d’amore, puntano sul rapporto con il partner o con i genitori. Questo è un rapporto basato sulla cultura, sull’apprendimento. Una giovane donna che chiama un uomo Maestro (e, in alcuni punti, con curiosi anacronismi, sembra quasi quello tra il Daniel San e il Maestro Miyagi di Karate Kid o quello tra Maestro Jedi e Padawan di Star Wars). Una donna che se costruisce il rapporto con un uomo sulla castità e il rispetto reciproco sa che potrà fidarsi.

Paolo Zucca ricrea la Palestina nella sua Sardegna, che conosce come pochi altri. Era stata Barbara Alberti a proporgli di fare un film dal suo libro dopo aver visto il suo corto, L’arbitro, perché in quelle immagini aveva rivisto la Palestina che aveva immaginato nel romanzo. E così Zucca gira un film materico, dove sembra di toccare con mano la terra e le pietre di quei luoghi. Il suo è un cinema che guarda a Pasolini. E che, in una messinscena sobria e funzionale alla storia, riesce a creare sequenze memorabili. Come quella in cui assistiamo al passaggio dello Spirito Santo, che darà la maternità a Maria, in cui un’ombra arriva sulla scena e tutto si ferma, con uomini a animali fissati in un attimo di immobilità. O come quella in cui la Madonna ha un incubo, e si immagina come simulacro, una futura statua di pietra. L’immagine in cui verrà fissata in eterno e che, ora, non vuole essere. Per questo la nostra Maria, ha anche qualcosa da dire a Dio, che per lei ha dei piani diversi. Alla fine della storia, Maria acquisirà consapevolezza di sé, amore e libertà. È in quel senso che il viaggio con Giuseppe su un asino, un bellissimo finale aperto, va visto. “Chi è colei che sale dal deserto accanto al suo diletto? Mettimi come un sigillo sul tuo cuore, come un sigillo sul tuo braccio. Le grandi acque non possono spegnere l’amore, né i fiumi possono travolgerlo. Perché forte come la morte è l’amore”.

di Maurizio Ermisino

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Conseguenze d’amore: Meg Ryan torna regina della commedia romantica… è sempre lei, ma è cambiata

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Si chiama Conseguenze d’amore, nella sua versione italiana, il nuovo film scritto, diretto e interpretato da Meg Ryan, dall’11 aprile al cinema, con un gioco di parole su una storia che parla di aerei perduti e coincidenze mancate, e conseguenti incontri. What Happens Later è invece il titolo originale del film, e ci dice molto di più. Significa “che cosa accade dopo”, “che cosa accade più tardi”. E il nuovo film di Meg Ryan, per la prima volta in veste di sceneggiatrice e regista oltre che di protagonista, è infatti una tenera e intrigante storia d’amore tra due persone mature, sulla sessantina. Un’età che raramente viene raccontata per quanto riguarda gli innamoramenti, ed è un peccato. Il nuovo film di Meg Ryan ci dice che ci si può innamorare ancora, anche a quell’età. Un’età che porta con sé rimorsi e rimpianti, sogni infranti e treni persi. Ma anche, volendo, una vita ancora tutta da vivere.

Interno, notte. I New Radicals cantano You’re Gonna Get What You Give, hit di fine anni Novanta. Un cartellone fa pubblicità a un film che si chiama Rom Com, preannunciando che ci troviamo in una commedia romantica. Siamo nella sala d’attesa del terminal di un aeroporto, non luogo e limbo per eccellenza. Un uomo e una donna cercano entrambi una presa per ricaricare il loro smartphone. Poi si incontrano, si presentano. Capiamo subito che si conoscono già. Entrambi si chiamano W. Davis. Sì, capiamo ben presto che i due sono stati insieme. Che sono stati innamorati. E che la loro è stata davvero una storia importante. E che non si vedono da 25 anni. E ora?

W. Davis, cioè Wilhelmina, o Willa, è Meg Ryan, la storica reginetta delle commedie romantiche che abbiamo amato sin dal primo giorno. W. Davis, cioè William, alias Bill, è David Duchovny, che invece le commedie romantiche le ha frequentate poco. Lo conosciamo per due iconici ruoli in serie tv, l’enigmatico Fox Mulder di X-Files e il lascivo Hank Moody di Californication. Li ritroviamo dopo che non li avevamo mai immaginati insieme, lei nel suo terreno, lui in un territorio nuovo. Invecchiati, stropicciati, come i loro personaggi: Willa zoppica per un dolore all’anca. Bill soffre d’ansia anticipatoria.

È soprattutto strano rivedere, all’inizio, il volto di Meg Ryan su un grande schermo. Già anni fa era stata criticata per gli interventi di chirurgia estetica sul suo viso. Il tempo ha fatto la sua parte, le rughe sono comparse sul suo volto e la rendono interessante. Ma quelle labbra turgide la rendono qualcosa che sta a metà tra una donna della sua età e una donna più giovane, un ibrido difficile da definire. È una sensazione che dura poco, però. Non appena la bocca si apre in un sorriso dei suoi, inconfondibili, carichi di dolcezza, i dubbi svaniscono. Abbiamo ritrovato Meg Ryan. Per David Duchovny, invece, il tempo sembra non essere affatto passato. Qualche lieve ruga di espressione sulla fronte. Qualche capello bianco che stria le tempie. Abbiamo visto il nuovo film in lingua originale – fatelo anche voi, se potete – e abbiamo notato una cosa. Che questi due attori non li avevamo mai sentiti con le loro voci originali, ma sempre doppiati. E le loro voci, lo scopriamo adesso, sono profonde, sfaccettate, cariche di sfumature, e affascinanti.

Meg Ryan e David Duchovny riescono così, facilmente, a trascinarci dentro la storia. Che prova a rispondere a una domanda non banale. Che cosa accade quando ci si lascia e passano 25 anni? Ci si ricorda tutto o non si ricorda niente? Si ricorda la propria vita a sprazzi, secondo quello che è rimasto impresso. Ma pian piano tutto riaffiora. Si ricorda di aver provato a scrivere canzoni, di essere stati idealisti. “Ascolta i poeti, non ascoltare i politici”. Di aver creduto nei Pearl Jam, nei Pixies e nei Soundgarden più che in qualunque altro. Di aver fatto quel gioco in cui, per conoscere l’altro, ci si scambiava il portafoglio con tutto quello che c’era dentro. Altro che smartphone.

Coincidenze d’amore è un film tutto parlato, sussurrato, recitato. È un film di scrittura, di quelle scritture efficaci, quasi perfette, ma a loro modo sincere. Perché tra le pieghe dei dialoghi c’è della vita, e si sente. È un film su quegli incontri che segnano una vita, su quelle notti che contengono dentro tutte quelle che verranno, una sorta di Prima dell’alba in età matura. È un film con dei tempi recitativi perfetti, con movimenti nello spazio perfetti. Fate caso al fatto che i due, in quel limbo che è il terminal, mantengano le distanze a livello fisico, provando così a mantenere le distanze anche a livello sentimentale. Avvicinarsi, riavvicinarsi, può far male. E allora provano a difendersi l’un l’altro.

A livello di regia, se la direzione degli attori e il loro movimento negli spazi è perfetto, è forse inutile qualche vezzo che Meg Ryan si concede. Come la trovata della voce degli annunci che sembra parlare direttamente a loro e diventare così un “coro” agli eventi che accadono, o alcune immagini del passato che appaiono sui video del terminal, o quel cuore alla fine. Degli elementi magici che non aggiungono molto alla storia e che non sarebbero serviti. Ma è un ornamento inutile, e in fondo innocuo, che non toglie molto all’atmosfera del film.

E così la regina delle commedie romantiche è tornata. Ma è cambiata, e non solo fisicamente. A cambiare sono i suoi personaggi. La sua W. Davis è diversa dalle altre sue eroine, e non potrebbe essere altrimenti, vista l’età. È un personaggio più cinico, più disincantato. Ma ha sempre una sua dolcezza. Finisce con Tom Petty che canta Learning To Fly. “Sto imparando a volare, ma non ho le ali”. Ed è perfetto per raccontare la malinconia della nuova Meg Ryan.

di Maurizio Ermisino per DailyMood.it

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Priscilla: Graceland è come Versailles, Sofia Coppola ci racconta la giovane moglie di Elvis, regina senza un regno

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I piedi da bambina, con le unghie dipinte di rosso, si muovono su una moquette rosa. Un eyeliner trucca in modo pesante due occhi bellissimi, allungandoli, come si usava negli anni Sessanta. È così che inizia Priscilla, il nuovo film di Sofia Coppola, presentato alla Mostra Internazionale del cinema di Venezia, e in uscita al cinema il 27 marzo. Priscilla è la storia della sposa bambina di Elvis Presley, prodotta dalla stessa Priscilla Beaulieu e tratta dal suo romanzo. È il controcampo di Elvis, il film di Baz Luhrmann sul Re del rock, con la macchina da presa costantemente sulla moglie, e Presley sempre di lato, in secondo piano, forse sminuito anche troppo. Quello che conta è che Priscilla è una nuova storia al femminile di Sofia Coppola, perfettamente in linea con la sua poetica.

Quando l’adolescente Priscilla Beaulieu (Cailee Spaeny) incontra a una festa Elvis Presley (Jacob Elordi), l’uomo, che è già una superstar del rock’n’roll, nel privato le si rivela come qualcuno di completamente diverso: un amore travolgente, un alleato nella solitudine e un amico vulnerabile. Attraverso gli occhi di Priscilla, Sofia Coppola ci racconta il lato nascosto di un grande mito americano, nel lungo corteggiamento e nel matrimonio turbolento con Elvis. Una storia iniziata in una base dell’esercito tedesco e proseguita nella sua tenuta da sogno a Graceland. Una storia fatta di amore, sogni e fama.

“Ti piace Elvis Presley?” “Ovvio, a chi non piace”. Immaginate di essere una ragazzina del liceo, in un paese straniero, in Germania, e di sentirvi chiedere da un impresario se volete venire a una festa a casa di Elvis. Immaginate le emozioni che agiterebbero chiunque. Ed è proprio questo che capita alla giovanissima Priscilla, un prisma di sensazioni che vanno dal timore, al desiderio, alla volontà di non deludere i genitori protettivi che, giustamente, sono preoccupati per una relazione con un uomo più grande, e di tale fama. Per Priscilla sarà un viaggio dentro a un sogno. Un sogno da cui, più volte, si desterà bruscamente.

Non è tutto oro ciò che luccica. E anche Elvis, il Re del rock, visto da vicino non è quell’uomo che appare al pubblico adorante di tutto il mondo. Già quando lo vediamo per la prima volta, alla famosa festa, ha una camicia bianca e un cardigan, ed è molto lontano dagli abiti scintillanti di scena a cui siamo abituati e che ha riportato l’Elvis di Baz Luhrmann. Ma non si tratta solo di questo. Se Elvis è stato una delle voci più belle e potenti della storia della musica, l’uomo che vediamo in Priscilla biascica le parole, parla a monosillabi, non fa altro che dormire stordito da ogni tipo di tranquillante. È un uomo violento. O meglio. È un uomo a cui, da sin da giovane, nessuno ha mai detto di no (tranne che, ovviamente, il colonnello, il suo manager), e che crede di poter fare di ogni persona quello che vuole. Così, per lui, Priscilla non è nemmeno una persona. È il suo giocattolo, la sua bambola, una a cui dire come vestirsi e come portare i capelli. E, quel che è più grave, un gioco da riporre ogni volta che ci si è stancati di giocarci.

Priscilla è un film che vive di contrasti. Il Re del rock e la liceale. L’uomo e la bambina. La differenza di statura tra i due attori, Jacob Elordi e Cailee Spaeny, è notevole. Al cinema, si sa, la cosa si può colmare con diversi trucchi. Eppure Sofia Coppola non fa nulla per nascondere la differenza di altezza tra i due. Quasi che volesse, in quel modo, marcare una distanza incolmabile, un dislivello che nasce dai ruoli, dalla fama, dalla ricchezza. Ma, soprattutto, dal genere.

Sì, la discriminazione di genere è un fattore importante in questo film. Che è il solito film di Sofia Coppola, ma il messaggio destinato al maschilismo tossico stavolta è molto più deciso ed esplicito che in altri film, dove era solo un sottotesto. L’Elvis che vediamo in Priscilla è un uomo violento, maschilista, un uomo che gira con le pistole in tasca e prende ogni decisione per sé e per la propria compagna. Il casting del film non è un caso: per il ruolo di Elvis Sofia Coppola ha scelto Jacob Elordi, che nella serie Euphoria è Nate Jacobs, ragazzo violento e dominante. Porta un po’ di quel personaggio e di quest’aura anche qui, e la cosa è funzionale al messaggio. Un altro momento che ci ha fatto riflettere, è quella scena, a un certo punto del film, in cui tre uomini (Elvis, il padre di Priscilla e un altro), si riuniscono a un tavolo, in salotto, a parlare di Priscilla e della sua relazione con Elvis. È la sua vita, parlano di lei, ma sono solo uomini. E lei, con la madre, è fuori, che aspetta in cucina e non può sentire niente. Cailee Spaeny è un volto perfetto per esprimere la gioventù, l’ingenuità, lo smarrimento. È destinata a diventare la prossima star di Hollyood: sentiremo ancora parlare di lei.

La vita di Elvis, la sua carriera, scorrono lateralmente al film, con il Comeback Special televisivo del 1968 e quell’iconico abito tutto in pelle nera. O la prigione dorata di Las Vegas, con la famosa tuta bianca che appare nel salone di Graceland al momento di una prova costumi prima di iniziare l’avventura. O, ancora, con i numeri nei film con Ann Margret, e le voci su una possibile storia d’amore. Si vede la sua relazione malata con le medicine, che lo avrebbe portato alla morte, un rapporto che inizia quando Elvis è ancora giovane. Ma il ritratto della star, per quanto voglia mostrarne il lato oscuro, ci sembra a volte eccessivo. Elvis è comunque un mito: mostrarlo come un tipo quasi afasico, che si esprime a monosillabi, continuamente intontito forse è ingeneroso.

Sofia Coppola, da canto suo, continua a girare sempre lo stesso film, ogni volta con sfumature diverse. Le sue sono sempre storie di giovani donne chiuse in prigioni dorate. Quella di Sofia Coppola, lo sappiamo, è stata la Hollywood degli anni Ottanta. Che così, in una sorta di transfert verso altri personaggi, è diventata la Versailles di fine Settecento di Marie Antoinette e adesso la Graceland di Priscilla. Priscilla Beaulieu è un’altra Maria Antonietta, una regina senza regno, e senza un vero re al suo fianco. È ancora l’annoiata moglie di un uomo che sembra interessato a tutt’altro. Così i fuochi d’artificio esplodono a Graceland come a Versailles, ma sono un fuoco fatuo, vuoto. Un paesaggio stato d’animo  al contrario di ragazze che, ancora una volta, sono lost in translation, non riescono a comunicare con chi hanno vicino.

di Maurizio Ermisino pert DailyMood.it

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