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Bellezza ad alta quota. Chi rappresenta il benessere?

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logogcEverest ha spalancato le porte del Festival del Cinema. Il disaster movie, tratto da una storia vera, di Baltasar Kormákur ha inaugurato la 72° Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia. Un’edizione che si sta dispiegando sotto una parata di stelle, tra flash, istantanee su Instagram, outfit studiati al millimetro, sorrisi sul red carpet e glamour ad alti livelli. Il Festival del cinema è anche questo. E’ bellezza, declinata in ogni frame, in ogni posa, in ogni mise. Bellezza intesa anche come benessere, come simbolo visibile di salute interiore, come manifesto esteriore della propria felicità esistenziale. Dobbiamo ammetterlo: di solito noi donne siamo le giudici più severe di noi stesse. E per raggiungere una maggiore consapevolezza di noi stesse, dovremmo smettere di guardare lo specchio in cerca di un nemico e concentrarci sui lati più espressivi di noi.

Se la felicità aumenta con gli anni, è anche in virtù del fatto che accettiamo i nostri difetti come parti di noi, che siamo più inclini a sorridere di ciò che in gioventù non abbiamo accettato. Per essere visibilmente felici della nostra bellezza è necessario prendersi cura di noi stesse in modo dolce, grazie ai rimedi naturali: basta l’abitudine di piccoli gesti quotidiani per iniziare a vivere la nostra insita bellezza con una nuova consapevolezza. Qualche consiglio? Spezzare il ritmo frenetico delle giornate lavorative e ritagliarsi uno spazio per sé. Affidarsi ad alleati preziosi. Minerva Research Labs da sempre sostiene che la bellezza nasca da dentro. Come? Grazie all’innovativo drink antiage che sta spopolando il tutto il mondo!

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Per mostrare con orgoglio e naturalezza un appeal femminile e senza tempo. Come quello di questa regina del cinema americano, che, incarnando il ruolo della first lady è diventata una diva planetaria. Bella, elegante, raffinata, nasce a Dallas l’8 aprile 1966.

Debutta in tv nel 1983 interpretando Barbara Anderson nella serie «Yellow Rose», ma il primo ruolo da protagonista lo ottiene l’anno successivo interpretando Kelly Capwell nella soap «Santa Barbara». Paladina delle scelte controcorrente, è la Jenny di Forrest Gump. La bionda attrice dai look eleganti e austeri, sebbene sempre molto femminili, è una delle star di uno dei film di spicco di questo festival. Moglie per tanti anni di Sean Penn tra tradimenti e litigi, con il suo taglio di capelli corti è di una bellezza sconvolgente.

di Valeria Ventrella per DailyMood.it

Di chi stiamo parlando? Chi è la star del BENESSERE di Venezia 72?

Scriveteci la vostra risposta nei commenti! Il primo che risponde correttamente, indovinando la star del BENESSERE per DailyMood, riceverà una confezione in regalo di Pure Gold Collagen (trattamento 10 giorni).  Volete saperne di più su Pure Gold Collagen? http://www.gold-collagen.com/it/prodotti/pure-gold-collagen

Il nome sarà annunciato Lunedì 14 Settembre 2015!

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I tre moschettieri: Milady: Eva Green è la dark lady in una storia d’amore e morte

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Siamo assassini D’Artagnan, che vi piaccia o no, laddove c’è la morte ci siamo noi”. È una sensuale e perduta Eva Green a parlare, rivolgendosi all’eroe creato da Alexandre Dumas, nel film I tre moschettieri: Milady, sequel de I tre moschettieri: D’Artagnan, in uscita al cinema il 14 febbraio. Eva Green è Milady, personaggio misterioso che ci ha sempre affascinato quando, da ragazzi, leggevamo il romanzo di Alexandre Dumas. In questa frase c’è una rilettura del mito di D’Artagnan: visto da sempre come eroe senza macchia e senza paura, qui viene visto anche come un assassino: in fondo il suo mestiere è uccidere. È quello che è capitato, di recente, anche nella saga di James Bond, quella dei film con Daniel Craig, in cui l’agente segreto veniva definito proprio questo: un “assassino”, un portatore di morte. Nel primo film della saga di Bond con Daniel Craig la dark lady era proprio Eva Green. E allora tutto torna.

I tre moschettieri: Milady, girato insieme a I tre moschettieri: D’Artagnan, è di fatto il secondo tempo di quel film. E completa, a suo modo, la storia del primo romanzo di Dumas, I tre moschettieri. In questa seconda parte, dopo che Constance viene rapita sotto gli occhi di D’Artagnan, in una frenetica ricerca per salvarla, il giovane moschettiere è costretto a unire le sue forze con quelle della misteriosa Milady de Winter. Mentre il Re è in balia del cardinale Richelieu, D’Artagnan e i Moschettieri sono l’ultimo baluardo prima del caos. Ma, con la Francia che rischia di essere messa a ferro e fuoco, il destino li porterà davanti a una scelta: sacrificheranno coloro che amano per portare a termine la loro missione?

Eva Green è l’attrice perfetta per dare un corpo e un volto, e insieme ad essi un’anima nera, alla misteriosa Milady. Che sia l’ambigua e fragile Vesper Lind, l’unica donna in grado di ferire Bond, di Casino Royale, o la velenosa e manipolatrice Ava Lord di Sin City 2, Eva Green in questi anni sul grande schermo ha sempre camminato elegantemente su quella linea sottile che separa – o unisce – eros e thanatos, amore e morte. Bellissima, sensuale, seducente, inquietante, pericolosa, Eva Green aveva evidentemente questo ruolo scritto nel suo destino. E ne I tre moschettieri: Milady, la seduzione non si fa attendere. Dopo un quarto d’ora, sola in una grotta con D’Artagnan, rimane con indosso un corsetto e si avvicina in modo inequivocabile a lui. “Abbandonatevi al demonio” sono le sue parole. Il gioco di attrazione e repulsione continua ancora, e non solo con D’Artagnan. E, come l’Artemisia di 300 – L’alba di un impero, anche qui passa dal combattimento al sesso come se fossero due lati della stessa medaglia.

Ma Eva Green è solo la punta di diamante di un dream team del cinema francese. Vincent Cassel è Athos, Romain Duris è Aramis e Pio Marmaï è Porthos. D’Artagnan è interpretato dal giovane François Civil.  Sono tutti perfettamente in parte, tutti credibili. A stupirci, ogni volta che lo vediamo sullo schermo, è Romain Duris, che avevamo conosciuto come timido e ingenuo protagonista del film francese L’appartamento spagnolo, quando ci sembrava un giovane Carlo D’Apporto. Cresciuto, invecchiato, sporcato il suo volto con la barba e le rughe, ha aggiunto diversi colori alla sua tavolozza d’attore. Così, proprio come il vino, invecchiando sembra migliorare anche Vincent Cassel, attore carismatico e poliedrico, che qui tocca altri tasti rispetto ai quali siamo abituati, con un’interpretazione contenuta, matura, che lavora di sottrazione. Ma non è finita qui: Louis Garrel è il Re Luigi XIII, Vicky Krieps è Anne d’Autriche, e Ivan Franek è Ardenza.

I tre moschettieri: Milady è questo, un cast stellare al servizio di uno di quei vecchi film di cappa e spada che un tempo erano diffusi e oggi sembra che non si facciano più. Sembra, appunto. Se il genere è meno diffuso di un tempo, in realtà la storia de I tre moschettieri di Alexandre Dumas è tornata più volte alla ribalta. Se i personaggi di Dumas sono vissuti in decine e decine di film, dal 1909, negli ultimi 25 anni abbiamo visto i moschettieri parecchie volte. Ricordiamo, tra gli altri, La maschera di ferro, liberamente ispirato al romanzo Il visconte di Bragelonne, il terzo libro di Alexandre Dumas sui moschettieri, che vedeva un giovane Leonardo DiCaprio nel ruolo del Re Luigi XIV. E poi I tre moschettieri, la versione ipercinetica, girata da Paul W. S. Anderson con la sua musa Milla Jovovic nei panni di Milady. E anche la versione decadente e picaresca del nostro Giovanni Veronesi, in ben due film, Moschettieri del re – La penultima missione eTutti per 1 – 1 per tutti, con i moschettieri interpretati dai nostri migliori attori. Ora l’eredità di Dumas torna dov’era partita, dalla Francia. È una visione fedele ai vecchi film, almeno a come ce li ricordiamo: solo un po’ più viscerale, violenta, realistica. Una storia dove l’amore è protagonista. Ed è sicuramente un film spettacolare.

Il regista, Martin Bourboulon, ha spiegato di aver semplificato la trama per non confondere il pubblico. Se azione ed emozioni funzionano, oltre ad aver semplificato la trama, però, Bourboulon ha anche cambiato il finale, o almeno parecchi snodi di esso. Così, se in qualche modo questo secondo film dovrebbe aver portato a compimento la storia del romanzo di Dumas, il finale aperto apre le porte a un ulteriore sequel. Che, a questo punto, prenderebbe un’ulteriore nuova direzione spostandosi ulteriormente dal romanzo di Dumas. E allora dipende se si vuole stare al gioco e godersi lo spettacolo, o storcere il naso di fronte alle infedeltà rispetto al romanzo. La scelta sta a voi.

“Abbandonatevi al demonio” dice la Milady di Eva Green. Demonio sì, eppure, per stessa ammissione dell’attrice, Milady non è mai stata così umana come in questo film. Lo è ancora di più rispetto al romanzo, dove di fatto è un personaggio monodimensionale. E in qualche modo potremmo dire che questa Milady rientra in un nuovo modo di intendere i personaggi femminili. La sua storia sta tutta in quella scena in cui è agli arresti e si confida con Constance. “Gli uomini. Da che sono una donna le loro mani mi hanno presa, sporcata, tradita. Ma non mi daranno la morte. La mia vita è stata loro. La mia morte spetta a me”. Ancora una volta sono gli uomini. Pensateci quando vedrete questo film.

di Maurizio Ermisino per DailyMood.it

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The Warrior – The Iron Claw: Il wrestling è finto, il dolore è vero… e Zac Efron è irriconoscibile

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Sembra quasi di essere in Toro scatenato, non appena appaiono sul grande schermo le prime immagini di The Warrior – The Iron Claw, il nuovo film Sean Durkin con Zac Efron in uscita al cinema il 1 febbraio. Al centro della scena c’è un ring e le immagini sono in bianco e nero, sgranate. Inizia il combattimento e la macchina da presa è al centro dell’azione, nell’occhio del ciclone, come nel film di Martin Scorsese. Ma è un altro film. Ed è, soprattutto un altro sport: non parliamo della boxe ma del wrestling, strana commistione tra sport e spettacolo, dove tutto è preparato e tutto è coreografato. Ma dove, in ogni caso, si soffre davvero. Quel bianco e nero è solo per l’antefatto della storia, quando sul ring c’è il padre, il capostipite della famiglia Von Erich: cinque vite dedicate al wrestling, cinque vite perdute e una storia che sembra scritta da una penna esperta e invece è vera. Ne nasce un film molto particolare, imperfetto ma con grandi interpretazioni. E un tono particolarissimo, che oscilla continuamente tra tragico e comico.

The Warrior – The Iron Claw (The Iron Claw, in originale) racconta la vera storia degli inseparabili fratelli Von Erich, che nei primi anni Ottanta hanno fatto la storia nel competitivo e violento mondo del wrestling professionistico. Chi per decisione e chi per caso, chi da subito chi come piano b, tra tragedie e trionfi, all’ombra di un padre/padrone/allenatore predominante, i fratelli hanno cercato, e trovato, l’immortalità sul palcoscenico di uno sport così particolare.

Ma non ci sono solo quelle riprese in bianco e nero a rimandarci a Toro Scatenato. C’è anche la presenza di uno Zac Efron inedito e irriconoscibile. Variety, infatti, ha parlato di una trasformazione fisica degna del Robert De Niro di Toro Scatenato. Detto che parliamo di trasformazione, e non dell’interpretazione di De Niro, Zac Efron in The Warrior è impressionante. Lo vediamo nella prima scena in cui appare, quando si alza dal letto. Il suo fisico è enorme, ha una massa muscolare che sembra quella di Hulk. Ma è tutto ad essere cambiato: anche il viso sembra più roccioso, con la mascella quadrata. Un viso che il curioso taglio di capelli, una sorta di caschetto con la frangia, come si usava in quegli anni (la storia vera e propria comincia nel 1979) rende ancora più quadrato.

Ma, come dicevamo, questa non è la boxe. È il wrestling, sport – o spettacolo – tipicamente americano, che noi non riusciamo davvero a capire fino in fondo. È proprio il personaggio di Zac Efron a spiegarci che cos’è davvero il wrestling. “Non è finto, è prestabilito. Vai su se vali. Se il pubblico ti ama”. Detto così, è anche una metafora dello star system. Eppure in uno sport dove tutto è preparato c’è in qualche modo un campione mondiale, stabilito in base al gradimento di pubblico dei giusti manager. E c’è chi agogna a questo titolo: è un desiderio che non svanisce, che passa di padre in figlio, e da fratello a fratello. E allora ecco che devi essere preparato al massimo, forte fisicamente, enorme, indistruttibile. Sì, nel wrestling tutto è finto. Ma le botte, e il dolore, sono veri.

Tutto questo viene raccontato in un film che, come il cinema americano sa fare bene, viaggia alla perfezione dentro un’epoca e ci immerge in essa grazie a un uso particolare del colore, delle inquadrature e dei codici di comunicazione di quegli anni, come i linguaggi televisivi e le scritte in sovraimpressione degli incontri. Sembra davvero che il film sia girato a cavallo tra gli anni Settanta e gli Ottanta, così come Tonya, un film che ha qualcosa in comune con questo, ci immergeva nell’America degli anni Novanta.

In comune con Tonya, seppur con toni diversi, The Warrior – The Iron Claw ha anche una storia in cui lo sport diventa ossessione e poi tragedia, e nel racconto in qualche modo diventa commedia. Entrambi i film per raccontare una storia che in fondo è terribilmente dura ne mettono in evidenza i caratteri ridicoli e grotteschi. E tutto questo riuscendo a non nascondere mai la profonda drammaticità. Tonya andava oltre, puntava sul mockumentary, il falso documentario, e su personaggi che diventavano quasi delle caricature; The Warrior rimane più ancorato a una recitazione realistica, tiene a freno la comicità, usandola solo per accentuare un elemento di questa storia: l’assurdità di certe scelte, certe credenze, certi comportamenti.

Il tutto è tenuto insieme da una regia non banale, che gioca spesso con il fuoricampo. Molte delle tragedie e degli snodi chiave della storia, infatti, non accadono in scena ma fuori, e vengono in qualche modo annunciati o evocati (vedi l’ansiogena soggettiva della corsa in moto che anticipa l’incidente) oppure introdotti da eleganti ellissi narrative (come il momento topico in cui conosciamo chi dei fratelli sarà lo sfidante per il titolo di campione mondiale dopo il lancio della monetina). Insieme all’ironia e al tono tragicomico di cui parlavamo prima, anche queste scelte di regia vanno nella direzione di “asciugare” una storia che sarebbe fortemente drammatica.

Ma The Warrior – The Iron Claw è anche un altro modo di raccontare il patriarcato. Che non è solo quello per cui le donne vengono messe in secondo piano, maltrattate, sottovalutate (anche qui vediamo una madre ridotta ad essere una presenza/assenza). È anche quello in cui, in una casa, un padre può avere un’autorità assoluta, fare il bello e il cattivo tempo, influire su qualsiasi scelta riguardi i propri figli. Un vero, letterale, diritto di vita e di morte su di loro. A interpretare il padre/padrone è Holt McCallany, il Bill Tench di Mindhunter, ed è eccezionale. Come lo sono gli altri attori: accanto al sorprendente Zac Efron ci sono Harris Dickinson, rivelazione della serie A Murder At The End Of The World, e Jeremy Allen White, visto in Shameless e ora sulla cresta dell’onda come protagonista della serie The Bear. Il risultato è un film dove il combattimento è raccontato così bene che, a momenti, vi sembrerà di sentire arrivare il dolore fisico.

di Maurizio Ermisino per DailyMood.it

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Povere Creature!: Yorgos Lanthimos ed Emma Stone ribaltano il mito di Frankenstein. Nel nome delle donne

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“Affamata di speranza, di libertà, di contatto”. È così che è Bella Baxter, che ha il volto di Emma Stone, la protagonista di Povere Creature!, il film di Yorgos Lanthimos, vincitore di due Golden Globe come Miglior film musical o comedy e Miglior attrice in un film musical o comedy (Emma Stone), e candidato a 11 Oscar, che arriva il 25 gennaio nelle sale italiane. Emma è una donna che dentro di sé ha una bambina, e per questo è affamata di vita e di esperienza. È una creatura artificiale, un po’ come il mostro di Frankenstein, ma libera e irresistibile. Una creatura da amare. Povere Creature!, Leone d’Oro all’80esima Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia, è un film visionario, originale, sorprendente. Ed è anche il film perfetto per raccontare i nostri tempi, quelli in cui le donne stanno per prendersi il loro posto nel mondo.

Povere Creature!, tratto dal romanzo di Alasdair Gray, Poor Things! (che è il titolo originale del film), è la storia di Bella Baxter (Emma Stone), una giovane donna riportata in vita dal brillante e poco ortodosso scienziato Dr. Godwin Baxter (Willem Dafoe). Sotto la protezione di Baxter, Bella è desiderosa di imparare. Affamata della mondanità che le manca, Bella fugge con Duncan Wedderburn (Mark Ruffalo), un abile e dissoluto avvocato, in una travolgente avventura attraverso i continenti. Libera dai pregiudizi del suo tempo, Bella è sempre più decisa nel suo proposito di difendere l’uguaglianza e l’emancipazione.

Quella di Povere Creature!, in fondo, è la storia di Frankenstein di Mary Shelley. Ma non è raccontata proprio nello stesso modo, e in un questo c’è una grande differenza. Il Dr. Frankenstein prova repulsione per la creatura a cui ha dato vita, si pente di averlo fatto. Il Dr. Godwin, invece, prova un profondo amore per la persona che ha creato, la protegge e la educa, la cura e l’accompagna fin che può, proprio come un padre amorevole sa fare. Il Dr. Godwin viene chiamato da tutti con il suo nome abbreviato, God, che suona come “Dio”. E non è un caso, perché, come il Dr. Frankenstein, è qualcuno che si è sostituito a Dio nel voler dare la vita. Tutta la prima parte del film si svolge tra sale operatorie e tavoli chirurgici, all’interno di un immaginario che ha dei rimandi all’iconografia dei vari Frankenstein – i famosi lampi di elettricità che riportano in vita i corpi – ma che in realtà è molto originale.

In tutta la prima parte del film, infatti, ci muoviamo dentro luoghi che hanno qualcosa della Londra vittoriana dell’Elephant Man di David Lynch, ma che sono ancora diversi, originali, mai visti. È il momento delle immagini in bianco e nero, deformate, riprese da un grandangolo. Ma è come se tutto, in Povere Creature!, fosse deformato da una lente magica. Come ha spiegato il regista, è la storia di Bella, e così vediamo un mondo che è solo suo, che riflette il modo in cui lei lo vede. Per questo è distorto. Il bianco e nero è il mondo chiuso, familiare, quello della casa sicura, da cui non poter mai uscire. È la protezione di Doc. È un bianco e nero poco contrastato, inondato da luce bianca. Che potrebbe essere quella dell’innocenza. Gli sfondi sembrano quelli dipinti dell’espressionismo tedesco. Quando Bella si apre al mondo, scappa e inizia a viaggiare, il suo mondo diventa a colori, come per ognuno di noi che, quando viaggia, apre la mente a nuove tonalità. Sono colori a tinte pastello, pastosi, sfumati, a volte tenui a volte accesi, come se fossero dipinti con un acquerello su tela.  I colori, insieme alle scenografie, creano un mondo avvolgente e inquietante, curioso e straniante. È un mondo immaginario, onirico. È un mondo retrofuturistico, un po’ steampunk. Le architetture dentro la quale si muovono i personaggi, che sono sempre come in una sorta di casa delle bambole, è surrealista, fa pensare a Dalì, ma anche all’architettura di Hundertwasser.

Dentro a questi contesti si muovono volti e corpi che lasciano il segno, colpiscono, ci rimangono impressi.  Emma Stone è indelebile. Quel volto così particolare è segnato dalle folte sopracciglia nere che incorniciano gli occhi enormi del colore della giada. È una presenza inquietante, straniante, ma bellissima. Il lavoro sul volto, con quegli occhi spalancati, quell’espressione sempre stupita, è molto interessante. Ma è anche eccezionale quel lavoro fatto sul corpo. Quel suo muoversi a scatti, come una sorta di bambola rotta. Accanto a lei c’è quello che in fondo è suo padre, Willem Dafoe, uno che ha il volto già spigoloso, duro, e che qui è reso ancora più tagliente, e obliquo, dall’eccezionale trucco prostetico ispirato ai quadri di Francis Bacon: cicatrici che tagliano il viso, formando dei segni che sembrano quasi delle croci. Mark Ruffalo è il tentatore, colui che approfitta dell’innocenza di Bella: con i suoi baffi sembra un Clark Gable venuto da un altro mondo, un essere lascivo e mellifluo.

Povere creature! toglie la storia di Frankenstein di Mary Shelley dal racconto gotico: toglie i toni mostruosi, orrorifici e tragici da quel modello e lo porta in un quadro colorato e ironico, surreale e tragicomico. È qualcosa di inedito per un film di questo tipo. È una storia dove il creatore è contemporaneamente anche creatura, è deus ex machina e anche mostro. E dove la creatura è mostro ma in fondo anche angelo, è artificiale ma in fondo reale, vera più degli umani, perché è libera da sovrastrutture, condizionamenti, pregiudizi. Perché è pura, ansiosa di vita e di esperienze, innocente. Più umana degli umani, come lo erano gli automi di Westworld, o come David, il mecha di A.I. – Intelligenza Artificiale.

In un film che travolge e sconvolge, in una messinscena originale e inedita, dai toni grotteschi e beffardi, si toccano in realtà argomenti molto importanti: il libero arbitrio, il comune senso del pudore, la libertà di scelta, l’indipendenza e l’emancipazione femminile. È un film che ha perfettamente senso in questo momento storico, che vede un idem sentire di tutto il mondo artistico, che siano artisti uomini o donne, intorno a una reale parità di diritti tra uomo e donna, e intorno al diritto di realizzazione dei propri desideri e della propria personalità. “Credo che saremmo tutti più felici se potessimo scegliere” dice Bella Baxter. Sì, saremmo davvero tutti più felici.

di Maurizio Ermisino per DailyMood.it

 

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