Blade Runner 2049. Villeneuve non tradisce il mito. Lo espande

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Ho visto cose che voi umani non potete nemmeno immaginare. Ho visto un classico del cinema come Blade Runner, finora l’unica opera di un certo filone a non essere stata mai “toccata” da seguiti o remake, tornare sul grande schermo, e riprendere una nuova, e magnifica, vita. Blade Runner 2049, diretto da Denis Villeneuve (Prisoners, Arrival) e prodotto da Ridley Scott, arriva finalmente nelle nostre sale il 5 ottobre. La storia segue di trent’anni quella del film di Scott, ambientato nel 2019. Dopo un blackout che ha azzerato archivi e database, e il fallimento della Tyrell Corporation, che produceva i replicanti, la compagnia è stata assorbita da quella di un nuovo tycoon, Neander Wallace (Jared Leto, nel ruolo che doveva essere di David Bowie) che ha fatto la sua fortuna producendo sostanze alimentari dopo il crollo degli ecosistemi, nel 2020. I replicanti ora sono diversi: sono obbedienti. Rimane in giro qualche vecchio modello, il Nexus 8, e quindi rimangono i cacciatori di androidi, detti blade runner. Uno di questi, l’ufficiale K (Ryan Gosling), scopre un segreto che potrebbe cambiare il destino dei replicanti. E quindi quello dell’umanità. La sua indagine lo spinge alla ricerca di Deckard (Harrison Ford) un blade runner scomparso da trent’anni.

Gli androidi sognano pecore elettriche? Il classico del 1982

Blade Runner 2049 è il sequel di un film entrato nella leggenda. Blade Runner nasce da un libro di Philip K. Dick, Do Androids Dream Of Electric Sheep?, da noi noto con il titolo originale, Gli androidi sognano pecore elettriche? ma anche come Il cacciatore di Androidi e Blade Runner. Al centro c’è Deckard, interpretato da Harrison Ford, un blade runner destinato ad eliminare dei replicanti fuggiti dalle colonie extramondo: esseri creati per essere più forti dell’uomo, ma proprio per questo nati con una data di scadenza. I fuggitivi vogliono vivere, e sono in rivolta. Deckard incontra una replicante, Rachel (Sean Young), e se ne innamora. Non sa quanto durerà. Ma, in fondo, chi di noi lo sa?
Blade Runner è entrato prepotentemente nell’immaginario collettivo per come ha dipinto il futuro dell’umanità. Le città affollatissime e multietniche, le strade avvolte nella penombra e tormentate da pioggia e inquinamento. E quel desiderio, vivo da sempre, dell’uomo di sostituirsi a Dio, diventare creatore, decidere, con un cenno, sulla vita e la morte di altri esseri.
Ma il fascino di Blade Runner sta anche nella sua struttura narrativa, nell’aver costruito il film come un noir anni Quaranta, figlio della letteratura hard-boiled: Deckard sembra un Marlowe postmoderno, dolente e trasandato, la Rachel di Sean Young una dark lady fragile e, a suo modo, pericolosa, inquadrata tra spirali di fumo. La voce off della prima versione ha aggiunto un ulteriore tocco noir al film. Blade Runner è anche un film degli anni Ottanta, nato da una certa estetica figlia della pubblicità: l’uso delle luci (e del controluce), lo scintillio dei neon, le gigantesche affissioni pubblicitarie.

Siamo uomini o replicanti? 1992 e 2007: il Director’s Cut e il Final Cut

Ma quella voce narrante, che tanto ha regalato all’atmosfera di Blade Runner, non era nelle intenzioni di Scott. Così come non lo era quel finale consolatorio, in cui Deckard e Rachel partivano, e viaggiavano in un paesaggio verde e rigoglioso. La voce off e quest’ultima scena (originariamente girata per Shining di Kubrick) furono aggiunte dai produttori, che non avevano amato il finale originale, aperto ma non lieto, in cui i due amanti uscivano di scena tra le porte di un ascensore. Dopo il successo del film, e lasciato passare un certo lasso di tempo, Ridley Scott decise di proporre al pubblico la sua versione, e la sua visione. Il Director’s Cut di Blade Runner, uscito nel 1992, cancella voce fuori campo e il lieto fine per chiudere il film come lo aveva inteso Scott. Ma il Director’s Cut non è solo questo. È anche il ribaltamento di tutto quello a cui avevamo creduto fino a quel momento. Perché, a metà del film, vediamo un sogno di Deckard, un unicorno. E un unicorno, un origami, era stato lasciato davanti al suo appartamento dal suo committente. Significa che i suoi datori di lavoro conoscono i suoi sogni, perché li hanno innestati loro. Deckard potrebbe essere un replicante. Il Final Cut, del 2007, aggiunge effetti speciali, qualche scena, ma conferma la visione di Scott.

Stiamo tutti cercando qualcosa di reale: Blade Runner 2049

Non ci tiene in sospeso, invece, Denis Villeneuve, il regista di Blade Runner 2049: già dalla prima scena svela subito la natura dell’ufficiale K di Ryan Gosling. Non ve lo diciamo, ma lo capirete presto. Ma nel nuovo Blade Runner i confini tra umani e replicanti sono sfumati. Non solo perché aspetti e comportamenti sono sempre più simili, e a prima vista non riusciamo a distinguerli. Ma soprattutto perché, come già suggeriva il film del 1982, i replicanti sembrano essere più umani degli umani. Provano sentimenti, empatia, amore. E vogliono essere padroni di loro stessi. In Blade Runner 2049 ci troviamo spesso a pensare a quello che avevamo notato in Westworld. I replicanti ci sembrano più veri, più assetati di vita, di amore, più sinceri degli umani che pensano al controllo, al potere, al profitto.
Stiamo tutti cercando qualcosa di reale” dice un personaggio. È il tenente Joshi (Robin Wright), colei che affida gli incarichi a K. Blade Runner 2049 non si interroga solo sul confine tra umani e replicanti. Ma anche sul confine tra reale e virtuale. K ama, ricambiato, il programma di un computer (è Joi, la bellissima Ana de Armas), che si manifesta attraverso un ologramma. Joi è programmata per amare, ed è un prodotto uguale per tutti. K ha anche dei ricordi ma, come Rachel (e Deckard nel Director’s Cut), non sa se sono veri ricordi, o innesti. Anche i ricordi possono essere artificiali, e ricreare l’infanzia di chi non è stato bambino. Se nel film di Scott il tema degli innesti era accennato, qui vedremo anche chi, e come, lavora per crearli. Al centro di tutto c’è un cavallino di legno, dove nel film di Scott c’era l’unicorno di origami.
Denis Villeneuve si dimostra rispettoso dell’eredità di Ridley Scott, ma ci tiene subito a mostrare la sua cifra. L’inizio del film è extraurbano, in un luogo grigio e desolato, mentre ci aspettavamo la Los Angeles luminosa e affollata dell’originale. La fotografia di Roger Deakins ci regala un mondo diverso, più nebuloso, polveroso e buio. I territori fuori dalla città non sono verdi – come nel famoso finale consolatorio dell’82 – ma del colore del fango, rifiuti e rovine. Villeneuve e la sua squadra non solo riescono a non tradire l’immaginario di Blade Runner, ma lo arricchiscono e lo espandono, di spazi e di significati. Nuovi mondi e nuove domande. Tutto questo vuol dire che siamo di fronte a un grande film, da un lato. Dall’altro che per emozionarci devono tornare i vecchi miti, nati in quel cinema a cavallo tra gli anni Settanta e gli Ottanta, che era azione ma anche pensiero, industria ma anche visione: i Blade Runner, gli Alien, gli Star Wars. Erano, e restano, qualcosa di unico, perché li abbiamo visti quando eravamo bambini, o ragazzi. Ma anche perché un certo tipo di cinema è irripetibile.

di Maurizio Ermisino per DailyMood.it

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