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Venezia 74: il trionfo di Guillermo Del Toro. The Shape of Water è il Leone d’Oro

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nee make up“Credo nella vita, nell’amore e nel cinema e resto qui su questo palco, con voi, pieno di vita, pieno di amore e pieno di cinema”. Così Guillermo Del Toro ha accolto il suo Leone d’Oro. Il regista messicano ha vinto grazie al poetico, romantico e sognante The Shape of Water. Un film che si può solo amare, che ti avvolge nella sua atmosfera fantasy e non ti lascia più. Un omaggio al cinema, un omaggio ai sentimenti. “Ho 52 anni, peso 110 chili e ho fatto 10 film – ha proseguito l’autore – c’è un momento nella propria vita e nella propria carriera in cui si cerca di fare qualcosa di diverso. Questo è stato il mio momento”. Del Toro ha poi concluso: “E’ il primo Leone d’Oro a un messicano e quindi lo dedico a tutti i registi latinoamericani, e li invito a crederci sempre, anche quando riceveranno dei no”.
Annette Bening e la sua giuria hanno fatto una scelta coraggiosa, premiando un’opera tanto autoriale quanto estremamente commerciale e popolare, di puro stampo hollywoodiano, che solitamente non riesce a ritagliarsi spazio in un palmares festivaliero. Se però il Leone d’Oro a Del Toro è assolutamente meritato, non si capisce perché la giuria abbia premiato il bellissimo Three Billboards Outside Ebbing, Missouri solo con il premio alla sceneggiatura e soprattutto che abbia totalmente escluso dai vincitori gli altri tre colpi di fulmine di questa Mostra, e cioè Mektoub, My Love: Canto Uno di Abdellatif Kechiche, EX LIBRIS – The New York Public Library di Frederick Wiseman e First Reformed di Paul Schrader. Per tutti erano questi i titoli migliori della competizione: strano non averli visti salire sul palco della Sala Grande ieri sera.
Infatti, il Gran Premio della Giuria è andato all’israeliano Samuel Maoz, già Leone d’oro con Lebanon nel 2009, per Foxtrot (un riconoscimento molto a sorpresa), il Leone d’argento per la regia a Xavier Legrande per Jusqu’à la garde (che ha ottenuto anche il premio opera prima Luigi De Laurentiis) e la Coppa Volpi per l’interpretazione maschile a Kamel El Basha per The Insult, un dramma giudiziario, passato quasi inosservato durante i giorni della Mostra. “Non me l’aspettavo”, ha dichiarato l’attore quando ha ricevuto il premio e, per quanto la sua interpretazione sia meritevole di menzione, non ce l’aspettavamo neanche noi. Il Premio della Giuria se l’è aggiudicato Sweet Country di Warwick Thornton, mentre il premio Mastroianni all’attore/attrice emergente è andato, giustamente – e non è che ci fossero altri contendenti meritevoli –, a Charlie Plummer per Lean on Pete, rivelazione di cui sentiremo parlare in futuro.
La Coppa Volpi femminile è andata invece alla grande Charlotte Rampling (meritatissima, nonostante la concorrenza della straordinaria Frances McDormand) per Hannah di Andrea Pallaoro, unico film italiano a rientrare nel palmares finale. “Sono veramente emozionata” – ha detto emozionata l’attrice – per me è un onore, un valore aggiunto ricevere questo premio in Italia, paese che è per me vera fonte di ispirazione. Ho lavorato con tantissimi maestri italiani e se sono quello che sono lo devo soprattutto all’Italia e ai suoi artisti. Ora ricevo questo premio grazie ad un film diretto da un regista della nuova generazione”. Nuova generazione italiana che però, per il resto, non può dirsi affatto contenta del verdetto della giuria. Si sperava nei Manetti Bros, ma Bening & co. non hanno avuto, in questo caso, il coraggio necessario per premiare i fratelli romani.
A tenere alta la bandiera tricolore ci ha pensato Susanna Nicchiarelli, il cui Nico 1988 ha vinto come miglior film nella sezione Orizzonti. “Ringrazio Alberto Barbera di aver scelto il mio film – ha esordito la regista – un film complicato, girato per mezza Europa, con un cast internazionale, con tante musiche. E ringrazio chi ne ha reso possibile la realizzazione”. Chissà, se il film fosse stato selezionato nella competizione ufficiale, forse avrebbe avuto qualche chance. Ma sono solo ipotesi, suggestioni, probabilmente rimpianti.

di Antonio Valerio Spera per DailyMood.it
Photo Credits: ©La Biennale di Venezia – foto ASAC

 

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Amici come prima, la nuova faccia della coppia Boldi-De Sica

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Era il 2005 e Natale a Miami, ennesimo cinepanettone targato Filmauro, metteva fine al lungo, fortunato e glorioso sodalizio tra Christian De Sica e Massimo Boldi. Li avevamo lasciati nelle solite vesti a cui ci avevano abituati per più di due decenni: De Sica arruffone, sbruffone, fedifrago, latin lover, furbetto; Boldi goffo, cartoonesco, impacciato, vulcano di fisicità e demenzialità.

Oggi, a distanza di tredici anni da quella pellicola, Amici come prima segna la grande reunion tra l’attore brillante romano e il comico milanese. Non più De Laurentiis produttore, non più Neri Parenti alla regia, e la storica coppia d’oro del cinema natalizio italiano torna sul grande schermo con un prodotto completamente diverso. Una commedia a tutto tondo, con una storia che evita gli schemi narrativi e soprattutto l’atmosfera del classico cinepanettone, dove i due interpreti non sono più il motore esilarante di un’intelaiatura di sketch, ma sono attori al servizio di un racconto più stratificato.

Alla regia c’è lo stesso De Sica (coadiuvato, non accreditato, dal figlio Brando), alla sceneggiatura Fausto Brizzi, Marco Martani, Alessandro Bardani e Edoardo Falcone, e nonostante il film inizi proprio con un omaggio (nella colonna sonora) al primo Vacanze di Natale e, nell’arco dei suoi 95 minuti, rivolga spesso lo sguardo con malinconia e intento quasi metacinematografico verso alcuni gloriosi successi natalizi del passato, è evidente sin dalle prime sequenze che il “vento” sia cambiato.
Boldi è Massimo Colombo, il vecchio proprietario di un hotel di lusso, fermo per pigrizia su una sedia a rotelle elettrica e in cerca di una escort che gli faccia da badante; De Sica è invece Cesare Proietti, l’elegante e professionale direttore dell’albergo che, licenziato in tronco dalla figlia di Colombo (un’efficace Regina Orioli), si traveste da donna per ottenere il lavoro al servizio dell’anziano. Uno spunto che rimanda immediatamente a diverse commedie americane con attori “en travesti”, da Tootsie a Mrs. Doubtfire, e che i due attori, ben dosati in una confezione curata e piena di ritmo, sviluppano sullo schermo con tanta goliardia, ma anche con tanta tenerezza.

E’ proprio questo l’aspetto sorprendente del film, il suo maggior pregio, il punto di forza che si fa cifra di una chiara maturazione e di una evoluzione cosciente e ponderata. La coppia comica ha infatti scelto di allontanarsi dai ruoli e dalle situazioni del passato (anche se qualche incursione nelle vecchie atmosfere non manca), evitando così ogni rischio di “minestra riscaldata”. Forse il grande pubblico avrà inizialmente difficoltà nell’accettare i due attori in questa nuova veste, e probabilmente chi si aspetta il cinepanettone di una volta, con risate sguaiate e facili (seppur divertenti) trivialità, ne rimarrà deluso; ma chi saprà accogliere questa inconsueta (per la coppia) comicità malinconica si divertirà molto e apprezzerà l’opportuno e necessario cambio di rotta. D’altronde l’età passa per tutti, e Boldi e De Sica hanno saputo rinnovarsi con intelligenza. Sono passati tredici anni dall’ultimo film insieme, e si sentono tutti. Fortunatamente, però.

di Antonio Valerio Spera per DailyMood.it

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Bohemian Rhapsody: il film che racconta i Queen in 5 curiosità

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Bohemian Rhapsody, ovvero Freddie Mercury e i Queen sul grande schermo. L’atteso film, diretto da Bryan Singer e interpretato da Rami Malek nei panni del leader della band, arriva sui nostri schermi dal 29 novembre. Accanto a Malek, che fornisce una grande interpretazione, ci sono tre attori molto somiglianti nei panni dei membri della band: Gwilym Lee è Brian May, Ben Hardy è Roger Taylor, Joe Mazzello è John Deacon. Accanto a loro c’è Lucy Boynton, che avevamo visto in Sing Street, nei panni di Mary Austin, dapprima compagna di Mercury, poi grande amica, e molto di più: l’amore della vita, Love Of My Life, come cantano i Queen, proprio nella sequenza in cui Freddie le confessa di aver capito la sua identità.

Quel momento è una delle tante libertà che gli sceneggiatori si sono presi nello scrivere la storia di Freddie Mercury e dei Queen. Troppe secondo alcuni fan; dei cambiamenti che in fondo non intaccano la qualità e la godibilità del film, secondo molti altri. Quell’edizione del Rock In Rio che vediamo sullo schermo, in cui il pubblico canta in coro The Love Of My Life, risale in realtà al 1985, ma viene spostata verso la fine degli anni Settanta, in modo da fare da colonna sonora al dialogo tra Freddie e Mary. L’altro grande tradimento è quello di We Will Rock You, inno hard rock che risale al repertorio dei Queen degli anni Settanta, e viene invece inserito negli anni Ottanta, per continuare il racconto sulla ricerca dei Queen di nuove sonorità. Anche la storia dell’Aids di Mercury viene anticipata: il leader dei Queen scoprì di essere sieropositivo qualche anno dopo il 1985, l’anno del Live Aid in chi si chiude il film, che però aveva bisogno di un ostacolo, e di un momento di commozione, prima della catarsi finale. È sempre a questo che serve la “forzatura” di aver drammatizzato la carriera solista di Mercury (nel 1983 i Queen avevano preso una pausa, e anche altri membri avevano lavorato a progetti solisti). La band non tornò a lavorare insieme in occasione del Live Aid, aveva già fatto uscire The Works, il disco di Radio Ga Ga, ed era in tour. Ma serviva un altro elemento drammatico prima del gran finale su quel palco di Wembley. È vero, però, che a quel mitico concerto i Queen rischiarono di non partecipare, perché inizialmente avevano sottovalutato l’evento.

Sacha Baron Coen vs. Brian May & Roger Taylor

Bohemian Rhapsody è un film di cui si parla da anni. Nel ruolo di Freddie Mercury doveva esserci Sacha Baron Coen, con Stephen Frears alla regia. Ma la star di Borat decise di lasciare il progetto a causa di divergenze creative con Brian May e Roger Taylor, i due membri dei Queen al timone del progetto. Secondo loro il film doveva essere la storia di Freddie Mercury, ma anche quella di una band che prova ad andare avanti dopo la scomparsa del suo leader. Lo script del progetto era un ritratto storicamente accurato, anche oltraggioso, che non si tirava indietro su alcuni aspetti di Mercury, come la sua sessualità. Ma non piaceva ai due Queen. D’altro canto Coen pensava che nessuno avrebbe voluto vedere un film dove il protagonista moriva a metà della storia…

Bryan Singer vs. Twenty Century Fox

Non è stato tormentato solo il casting del film. Anche il processo di lavorazione ha avuto un problema, e non di poco conto: Bryan Singer, il regista del film, a un certo punto ha… abbandonato il set. Nel 2017, per tre giorni, Singer è sparito dal set, sostituito dall’operatore Newton Thomas Sigel. Pare che Bryan Singer abbia spiegato la sua assenza con un problema familiare. Ma la 20th Century Fox ha licenziato il regista un paio di giorni dopo, per il suo comportamento irregolare dentro e fuori dal set, e per gli scontri con altri membri della produzione. A dirigere il film, comunque in uno stadio avanzato, è stato chiamato allora Dexter Fletcher, che ha iniziato a girare le scene che ancora mancavano, all’inizio del 2018. Bryan Singer risulta accreditato comunque come il regista di Bohemian Rhapsody.

Queen vs. Guns’n’Roses

Bohemian Rhapsody, grande successo dei Queen del 1975, è tornato in auge nel 1992, grazie al film Fusi di testa (Wayne’s World, di Penelope Spheeris). La canzone è al centro di una delle scene cult: Mike Myers e Dana Carvey la cantano mentre girano in macchina, tra smorfie e headbanging. Fu proprio Myers a volerla fortemente, mentre la produzione aveva pensato a un brano dei Guns’n’Roses. In Bohemian Rhapsody, il film, Mike Myers fa un divertente cameo nei panni di un discografico che non vuole pubblicare la canzone come singolo. Dice che non sarà mai il tipo di canzone che i teenager grideranno ascoltandola ad altro volume nelle loro macchine. E invece è proprio quello che fa Mike Myers in quel film del 1992. Dopo essere apparsa in Fusi di testa, Bohemian Rhapsody fu ripubblicata in America e raggiunse il secondo posto della classifica di Billboard. E i Queen conquistarono un nuovo pubblico.

Live Aid vs. Live Aid

La strepitosa sequenza del Live Aid, che ci porta fin dentro quel concerto, è stata complicata anche perché è stata girata all’inizio delle riprese. Rami Malek ha iniziato studiando i movimenti di Freddie Mercury su Radio Ga Ga, in tre ore. Ma la sfida più grande è stata ricreare l’atmosfera e l’aspetto di quella giornata all’iconico stadio di Wembley. Prima di tutto, si trattava di trovare una location ampia e vuota dove ricreare il palco a grandezza naturale e il backstage per girare non solo le scene dell’esibizione, ma anche quelle dell’arrivo di Freddie a Wembley: è stato scelto il campo di volo di Bovingdon, nell’Hertfordshire, con le sue ampie piste. Si trattava poi di affrontare i capricci climatici dell’estate inglese. Per ricreare l’ambiente sono state cercate foto dello stadio nel 1985. È stato costruito un palco di cinque metri e mezzo, come quello originale, con le grandi torri ai lati, e i loghi che lo adornavano. Due degli addetti alla costruzione del palco erano tra quelli che lo avevano montato nel 1985. La ricostruzione ha anche stupito Brian May e Roger Taylor quando sono saliti sul palco del film. Era davvero perfetta.

Dire Straits vs. U2

Se guardate attentamente l’inizio e la fine del film (si apre e si chiude con l’esibizione dei Queen al Live Aid), nel momento in cui Freddie Mercury, di spalle, sale sul palco, vediamo scendere quattro ragazzi. Sono la band che ha appena suonato, gli U2. I quattro attori sono vestiti esattamente come Bono e compagnia in quel giorno. In realtà questa scelta è una sorta di “licenza poetica”: gli annali ci dicono che prima dei Queen suonarono i Dire Straits. È un omaggio agli U2, la cui performance al Live Aid, insieme a quella dei Queen, fu giudicata la migliore della giornata. Guardando un’inquadratura verso il pubblico di Wembley possiamo vedere uno striscione con la scritta “We Love U2”.

di Maurizio Ermisino per DailyMood.it

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Widows – Eredità criminale. Un grande cast diretto dal regista di 12 anni schiavo

Marta Nozza Bielli

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Widows

Sono diversi i motivi che spingono lo spettatore a guardare uno specifico film. Un trailer emozionante, una trama intrigante o la presenza di attori stimati. Nel caso di Widows – Eredità criminale, ciò che ha convito la sottoscritta ad attenderne l’uscita al cinema è stato il regista.

widowsSteve McQueen, londinese classe 1969 salito alla ribalta qualche anno fa grazie al film Premio Oscar da lui diretto e sceneggiato 12 anni schiavo, nella sua breve carriera ha regalato al pubblico alcune tra le pellicole più interessanti dell’ultimo decennio. Con i suoi Hunger e Shame è entrato a pieno titolo nella schiera degli autori più apprezzati degli ultimi anni, grazie alla sua capacità di entrare con la macchina da presa nel cuore delle situazioni con prepotenza, senza fronzoli ne edulcorazioni, regalando immagini potenti in grado di esprimere significato solo grazie alla loro potenza visiva. Con Widows il regista ha affrontato un genere – quello dell’heist movie misto ad action – non solo più volte trattato da altri ma anche lontano dalle acque autoriali in cui McQueen era solito navigare. Il risultato finale è un crime dalle diverse sfumature.

In Widows le vedove in questione sono quattro: Veronica (Viola Davis), Linda (Michelle Rodriguez), Alice (Elizabeth Debicki) e Amanda (Carrie Coon) appartengono a mondi completamente diversi ma si ritrovano a condividere una disgrazia quando i loro mariti perdono la vita durante una rapina finita male. Le quattro, pur consapevoli delle attività criminali dei loro compagni, cercano di sopravvivere alla bell’e meglio a questa perdita ma purtroppo non riusciranno a lasciarsi alle spalle l’eredità lasciata dai loro consorti avvezzi alla delinquenza.
Sullo sfondo di una Chicago in cui i candidati Jake Mulligan (Colin Farrel) e Jamal Manning (Bryan Tyree Henry) si contendono la presidenza del distretto 18, sarà proprio Manning – anch’esso criminale con l’intento di utilizzare la politica per mascherare le sue attività – insieme al fratello Jatemme (Daniel Kaluuya) a far visita a Veronica pretendendo la restituzione di un ingente debito lasciato dal marito (Liam Neeson). Dapprima sconvolta, la vedova troverà il diario con gli appunti di un’ultima rapina ancora incompiuta lasciatogli dal coniuge e, decisa a reagire, chiamerà al suo fianco le altre vedove convincendole che la somma ricavata dal colpo le aiuterà a ricostruirsi una vita lontana dalla criminalità.

Sono principalmente due gli elementi che da subito saltano all’occhio in Widows. Il primo, reso palese già dalla locandina, è la presenza di un cast all star: tutti gli attori – a cui si aggiunge anche Robert Duvall per una piccola seppur non indifferente parte – sono in splendida forma e nessuno di loro pecca nel non regalare al pubblico una performance sottotono o non all’altezza delle altre.
widowsIl secondo elemento si palesa invece nell’incipit del film: grazie ad un montaggio alternato, il frenetico inseguimento che porterà poi alla tragica conclusione della rapina viene a tratti interrotto da scene tanto quotidiane quanto intime dapprima dei personaggi interpretati da Viola Davis e Liam Gleeson, intenti a scambiarsi effusioni a dimostrazione del grande amore che li unisce, e poi delle altre coppie, dove il personaggio di Michelle Rodriguez litiga col marito a causa del suo vizio delle scommesse, quello della Debicki mostra una relazione col compagno basata sulla violenza fisica e la donna interpretata da Carrie Coon è alle prese con un figlio appena nato e un marito freddo e distante. Già nei primi minuti quindi McQueen chiarisce allo spettatore che quella che sta per guardare sarà una pellicola sui generis, difficile da incasellare all’interno di un genere cinematografico definito.

Ci sono infatti caratteri tipici dell’heist movie – degli sconosciuti si riuniscono per compiere una grossa rapina – ma manca la vena comica e goliardica tipica della categoria (à la Reservoir Dogs di Quentin Tarantino, per fare un esempio); ci sono scene tese e d’azione – l’esplosione con cui si conclude l’incipit è tecnicamente perfetta – ma il film non può essere definito come action movie propriamente detto, in quanto gli intramezzi riflessivi e più lenti donano una profondità atipica al genere che lo fa avvicinare ad un crime in cui la necessità di scavare nell’animo dei personaggi e di raccontare un certo lato della società prevarica rispetto all’espediente che ha dato il via alla vicenda.

widowsEd è proprio in riferimento a questo approccio intimista che il film trova al contempo il suo punto di forza ma anche la sua debolezza. Pur non scadendo mai nella morale più evidente di cui sono infarciti diversi drammoni made in Usa degli ultimi anni (Widows si pregia di portare sullo schermo la storia di donne non invincibili, non straordinarie e non necessariamente volte a creare un’immedesimazione dello spettatore ma in grado di reggere sulle proprie spalle l’intera narrazione) la pellicola cade nell’errore – che tuttavia non guasta il risultato finale – di estremizzare alcune situazioni, come il fatto di presentare tutte le figure maschili negative e corrotte quasi a voler far risaltare le donne  nonostante non ce ne fosse bisogno, o nel condire con uno sfondo di razzismo l’omicidio di un personaggio del passato lontano dalla vicenda centrale.

Widows – eredità criminale rimane comunque un film godibilissimo, compatto nel ritmo dall’inizio alla fine e senza risparmiare il pubblico da un colpo di scena inaspettato e coerente con gli intenti dello script, scritto a quattro mani dal regista e dalla Gillian Flynn di Gone Girl -L’amore bugiardo e Sharp Objects.
E, sebbene si sia questa volta trattenuto da denunce politiche e sociali, con il suo film McQueen ha impartito una grande lezione ad Hollywood che non deve passare inosservata restando un caso isolato: un cast di donne può portare sullo schermo storie a loro dedicate, senza bisogno di tirare in ballo reboot al femminile frettolosi e dal risultato discutibile, solo per cavalcare l’onda della parità di genere. La giusta causa può essere raggiunta senza perdere qualità del prodotto e, soprattutto, nel nome dell’originalità. Widows ne è un esempio lampante. È ancora nelle sale, non perdetevelo.

di Marta Nozza Bielli per DailyMood.it

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