Cine Mood
Odissea: Con Christopher Nolan il cinema diventa epica e l’epica diventa cinema
La prima volta che ho conosciuto l’Odissea avrò avuto cinque o sei anni. Mio padre mi raccontava la storia di Ulisse e del suo viaggio ogni sera, a cena, e ne rimanevo incantato. La mia mente, presa da quel racconto, viaggiava e immaginava tutto. Quelle immagini erano così vivide, precise, potenti che non le ho più scordate. Ora che l’Odissea è diventato un film, per la regia di uno dei registi più grandi del nostro tempo, Christopher Nolan, al cinema dal 16 luglio, queste immagini ritornano. E mi fanno pensare a due cose. Che l’Odissea è uno dei racconti più belli di sempre, un racconto universale, che è adatto dai cinque ai cento anni di età. E che, una volta arrivato al cinema, ci regala un piacere enorme. Quello di vedere prendere forma i propri sogni, le proprie visioni, ciò che abbiamo sempre immaginato. L’Odissea è una storia che al cinema e in televisione abbiamo tutto sommato visto poco. L’abbiamo soprattutto sentita raccontare, l’abbiamo letta, l’abbiamo sempre immaginata più che vista. Ora tutto questo prende forma. Ed è una forma potentissima.
Christopher Nolan, con il suo cinema, ha sempre cercato in qualche modo di giocare con il tempo. Il movimento a ritroso del racconto di Memento, lo sfasamento dei piani temporali in Dunkirk, il tempo dei sogni che scorre in tempo diverso rispetto a quello della realtà in Inception. E il tempo stesso rivoltato e piegato ai propri voleri in Tenet. Nell’Odissea Christopher Nolan non ha bisogno di giocare con il tempo. L’Odissea è già così, scritta con i suoi flashback e con quella particolare costruzione temporale, segno che all’epoca si sapeva già tutto di come si costruisce una storia. Al tempo stesso, Nolan gioca con il tempo perché va a raccontare una vicenda che è sì storia, ma è soprattutto leggenda. È qualcosa che avviene nella notte dei tempi, così lontana da perdersi tra le nebbie del mito e astrarsi dalla realtà, diventare fantasia, immaginazione, reinvenzione. In fondo l’epica è storia ma è anche fantasy e in questo senso ogni personaggio è simbolico, ogni vicenda è archetipica. L’Odissea è allo stesso tempo reale e astratta, ed è per questo che può essere raccontata anche con libertà nei costumi, nei corpi e nei volti, nelle parole.
Guardando l’Odissea e ripercorrendo la sua storia, è evidente perché Christopher Nolan ami Ulisse. È un’anima a lui affine. Entrambi sono maestri nel trucco, nell’inganno. Ulisse è un maestro nell’ingannare e manipolare chi ha davanti, Nolan è uno specialista nel manipolare il suo pubblico, ovviamente con la complicità del pubblico stesso. The Prestige era un film che parlava proprio di questo, di quel trucco e quel patto con lo spettatore che era il gioco di prestigio e in fondo è anche il cinema. Inception era un viaggio nel mondo dei sogni dove le regole erano sovvertite ed era tutto possibile. Ma proprio nella messa in scena dell’Odissea Christopher Nolan non ha bisogno di nessun trucco perché è già tutto nel poema di Omero. C’è solo una cosa da fare in questo caso. È trasporre tutto nel modo più grande possibile. Tutto deve essere enorme perché l’epica è questa. È un racconto che parte da una base storica, ma che, tramandato nei secoli, diventa sempre più ricco, eccessivo, immaginifico.
Ricordate The Prestige? La cosa più importante, il trucco del prestigiatore, era quello che non si vedeva. E il cinema di Nolan è stato sempre sospeso tra il vedere e il non vedere. Memento era la storia di un uomo che non vedeva nel proprio passato, Insomnia quella di un uomo che non distingueva tra bene e male, The Prestige, come detto, parlava di un artista che non faceva vedere al pubblico il segreto del suo gioco. Man mano il cinema di Nolan è diventato altro, ma questo tema torna sempre. Polifemo, di fatto, è un uomo che, dopo la mossa di Ulisse, è accecato nel suo unico occhio e non può vedere. Ma è interessante anche come Nolan costruisce la sua entrata in scena. Non vediamo subito il ciclope, ma vediamo prima lo stupore e il terrore negli occhi di Ulisse. Poi il buio che il masso posto all’entrata dell’antro, una volta chiuso, crea. E infine, ecco Polifemo.
Nell’Odissea c’è dentro tutto il cinema di Nolan. Come in Memento, Ulisse per un certo periodo ha perso la memoria, annebbiato dai fiori del loto, e dalla tela tessuta dalla ninfa Calipso. Non ha memoria di sé, dei suoi compagni, della sua storia, della sua famiglia. Rimane lì per sette anni, passati come se fossero pochi giorni. Ed è un po’ come se avesse vissuto lo scorrere del tempo diverso tra la Terra e lo spazio di Interstellar. La famosa statua del Cavallo di Troia, all’inizio del film, è abbandonata su una spiaggia che sembra quella di Dunkirk. E potremmo andare avanti ancora a lungo.
L’Odissea è un racconto così grande perché mette in scena tutte le nostre paure. La paura di cedere alle tentazioni (il canto delle sirene), di perdere la nostra umanità e vivere come bestie (la maga Circe), di non poter tornare nella propria casa ad abbracciare i nostri familiari, di fallire, di disonorare i defunti. C’è, in tutto il film, un continuo rimando a quella ‘legge di Zeus’, che allora era un dettame divino e che, rapportata ai nostri giorni, può essere vista come un senso di rispetto e di pietà verso il prossimo che sembra essere sparito.
È proprio se pensiamo a questo aspetto che il film acquista un nuovo senso. Alla fine del film, quando Ulisse, sotto mentite spoglie, tornato ad Itaca parla con Penelope, racconta di “dieci anni di rabbia che ricadono su una città in una sola notte”. Le immagini della caduta di Troia ripartono, e stavolta vediamo le stragi degli innocenti, il disonore che c’è nella guerra, i suoi eccessi. “Bruciare le mura di Troia ha significato bruciare il mondo intero” dice Ulisse. E quanto mai immagini e parole sembrano rispecchiare il mondo di oggi, le guerre e le stragi in atto. “Una nuova alba risorgerà oltre l’oscurità del mondo. I nostri errori verranno dimenticati” afferma Ulisse. È stato davvero così?
Una parte fondamentale del cinema di Nolan, e di questa Odissea, sono gli attori. Matt Damon è Ulisse, Anne Hathaway è Penelope, Robert Pattinson è Antinoo, Tom Holland è Telemaco, Zendaya è Athena, Charlize Theron è Calipso. Sono i divi del cinema e qui non nascondono mai di esserlo. Ma sono perfettamente credibili nei loro personaggi. Si dice che, per essere realistici, gli attori debbano scomparire nei loro personaggi. Qui sono sempre se stessi. È Nolan che li eleva, ne accresce l’aura. Accentua la loro condizione di divi, termine che nella sua accezione vuol dire divini, vicini agli Dei. È proprio questo che sono i personaggi della mitologia greca, è proprio questo che vuole l’epica. Personaggi enormi. Le interpretazioni degli attori sono intense, quasi teatrali, eppure non sembrano mai artefatte. Quei personaggi ci sembrano lontani, epici, eppure anche familiari. Così lontani e così vicini a noi. L’Odissea di Nolan è un racconto bellissimo. Quasi quanto quello che un padre poteva fare, la sera, a un bambino di cinque anni.
di Maurizio Ermisino per DailyMood.it
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- Center L to R: Jimmy Gonzales is Cepheus, Matt Damon is Odysseus and Himesh Patel is Eurylochus in THE ODYSSEY, written, produced, and directed by Christopher Nolan.
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- Director Christopher Nolan (center frame, arm raised) on set of his film THE ODYSSEY, written, produced, and directed by Christopher Nolan.
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- L to R: Anne Hathaway is Penelope and Tom Holland is Telemachus in THE ODYSSEY, written, produced, and directed by Christopher Nolan.
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- Director Christopher Nolan (frame left) with Matt Damon (as Odysseus) and Zendaya (as Athena), on set of his film THE ODYSSEY, written, produced, and directed by Christopher Nolan.
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- Director Christopher Nolan (frame left) with Matt Damon (as Odysseus) and Zendaya (as Athena), on set of his film THE ODYSSEY, written, produced, and directed by Christopher Nolan.
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- Matt Damon (frame left, with bow) is Odysseus in THE ODYSSEY, written, produced, and directed by Christopher Nolan.
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- L to R: Matt Damon is Odysseus and Zendaya is Athena in THE ODYSSEY, written, produced, and directed by Christopher Nolan.
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- Matt Damon (center) is Odysseus in THE ODYSSEY, written, produced, and directed by Christopher Nolan.
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Ragione e sentimento: le grandi storie non muoiono mai. Daisy Edgar-Jones e Ceara Coveney sono le prossime star
Published
23 ore agoon
20 Ottobre 2026
Ormai lo avrete capito. Alcuni dei più grandi sceneggiatori del mondo del cinema arrivano da molto, molto lontano nel tempo. Uno di questi da migliaia di anni, e lo abbiamo visto questa estate: è Omero. Un altro sceneggiatore perfetto per decine e decine di film ha qualcosa come quattro secoli, ed è un certo William Shakespeare. E poi c’è un’autrice di duecento anni fa, una signora, Jane Austen. I suoi romanzi non finiscono mai di essere adattati. Ogni generazione ha il suo film. Per restare agli ultimi trent’anni, c’è stato l’adattamento di Ragione e sentimento del 1995 di Ang Lee con Emma Thompson e una giovane Kate Winslet. C’è stato Emma del 1996 con Gwyneth Paltrow e quello de 2020 con Anya Taylor Joy. C’è stato il famoso adattamento di Orgoglio e pregiudizio della BBC del 1995, con Colin Firth nei panni di Darcy, diventato ispirazione per Il diario di Bridget Jones. E c’è stato l’Orgoglio e pregiudizio del 2005, che aveva lanciato la stella di Keira Knightley nel firmamento delle star e Joe Wright come talento della regia. Ma sono solo alcuni esempi. Sembra che ogni adattamento da Jane Austen sia una sorta di battesimo, un rito d’iniziazione per lanciare una nuova stella. E qui c’è Daisy Edgar-Jones, la nuova attrice inglese in rampa di lancio, già vista nella serie Normal People e già chiamata da Hollywood per Twisters. Nel nuovo Ragione e sentimento, diretto da Georgia Oakley, al cinema dal 22 ottobre, recita nel ruolo di Elinore Dashwood, la sorella più grande, il ruolo che nel 1995 era stato di Emma Thompson. Ragione e sentimento (Sense and sensibility) arriva al cinema proprio nell’anno in cui un altro grande classico della letteratura al femminile è stato adattato per il grande schermo, quel Cime tempestose di Emily Bronte, riscritto completamente da Emerald Fennell. Ragione e sentimento non segue quell’esempio e rimane sulla tradizione. È un adattamento filologico e fedele. Anche se nelle interpretazioni si può ritrovare qualche novità.
Ragione e sentimento è la storia delle sorelle Elinor e Marianne Dashwood che, insieme alla madre e alla sorella minore Margaret, si ritrovano improvvisamente in ristrettezze economiche dopo la morte del padre, la cui eredità passa interamente al fratellastro John a causa delle leggi dell’epoca. Sfrattate dalla loro casa di famiglia nel Sussex, la madre e le sorelle Dashwood si trasferiscono in un modesto cottage nel Devonshire. Qui, con vista su Londra, le due sorelle maggiori dovranno navigare tra le rigide convenzioni sociali e i dolori dei loro rispettivi e tormentati primi amori, incarnati dalle figure di Edward Ferrars, John Willoughby e del colonnello Brandon.
L’idea dell’amore e del matrimonio di Jane Austen era questa. Un’unione che nasce da un sentimento lasciato decantare e da una conoscenza profonda dei rispettivi interessi e compatibilità ha più ragione d’essere rispetto a un cosiddetto colpo di fulmine, a un amore basato solo sulla passione e sull’istinto. Le sue storie ci dicono sempre questo. Non sempre, anzi quasi mai, quello che a prima vista sembrava amore lo è davvero. Per questo i personaggi che si gettano a capofitto in una storia, di solito, ne escono con le ossa rotte. Anche se hanno la possibilità di rifarsi con un amore più “ragionato”.
E così le due visioni dell’amore di Jane Austen sono affidate a due personaggi vicini e allo stesso tempo lontani. Le due protagoniste sono due sorelle, ma sono profondamente diverse per temperamento. Elinor è guidata dalla prudenza e dal controllo delle emozioni: è lei “sense”, la ragione. Marianne dall’impulso e dalla passione romantica: è appunto “sensibility”, il sentimento. Per Marianne l’amore deve essere “senza freni, senza inibizioni”. Per Elinor è contegno, riflessione, attesa.
Le due eroine letterarie vivono in due volti attualissimi eppure perfetti per incarnare personaggi d’altri tempi. Daisy Edgar-Jones è credibile sia nei panni di una ragazza irlandese dei nostri giorni come nella bellissima serie Normal People che nel ruolo di una ragazza inglese dell’Ottocento. Il suo volto è bellissimo, ma è al tempo stesso semplice, neutro. È una tela su cui puoi dipingere qualsiasi quadro. Gli occhi bistrati di Normal People come il volto al naturale di Elinor. I profondi occhi neri sono gli stessi, così come il volto fiero, il mento con la fossetta e quel modo unico di muovere la bocca, piccola e perfetta. Ma se Daisy Edgar Jones è già una star, presto lo diventerà anche Ceara Coveney, che interpreta a sorella Marianne. Volto da bambina, carnagione chiara, tratti delicati e occhi blu ghiaccio, ma ribollenti di passione. Ne sentiremo ancora parlare. La sua Marianne è straordinaria.
Ragione e sentimento, allora, è un classico della letteratura trattato come si è soliti trattare un romanzo di questo tipo, senza il bisogno di riscriverlo, come ha voluto fare Emerald Fennel con Cime tempestose. Alla regia c’è anche qui una donna, Georgia Oakley, ma le sue scelte sono agli antipodi della regista di Promising Young Woman. La sua messa in scena è tradizionale, con l’uso più possibile di luci naturali. La regista punta sui corpi delle giovani donne, guardandoli da un punto di vista femminile, con pudore e mai con voyeurismo. Riprende le ragazze in simbiosi con la natura, in modo da far sentire il loro legame con la terra in cui sono cresciute. Si sente che le considera spiriti affini, si identifica in loro, non le guarda dall’alto e non le giudica, ma si mette invece in mezzo a loro, sul loro stesso piano. Giudica gli uomini, certo, ma non in chiave di scontro, quanto del normale gioco delle parti che erano le relazioni dell’epoca, influenzate dalle leggi e dal retaggio. Quanto alle attrici protagoniste, pur in una messinscena classica e rispettosa, chiede loro di tirare fuori di più sensazioni e sentimenti, chiede loro interpretazioni più viscerali di quelle che siamo abituati ad associare agli adattamenti da Jane Austen.
Ragione e sentimento è la prova che le grandi storie non muoiono mai. Che non ci si stanca mai di vederle. Ma c’è una cosa da dire su questa nuova versione di Ragione e sentimento. L’importanza di questo film sta nel vedere, oggi, un personaggio come Elinore Dashwood, un personaggio che non vuole causare l’infelicità di un’altra persona per raggiungere la propria felicità. Vedere oggi Elinore vuol dire vedere una vera eroina, che si staglia sul mondo di oggi che è tutto individualità ed egoismo. Se una storia come questa è così forte è anche merito di questo personaggio.
di Maurizio Ermisino per DailyMood.it
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- 4258_D002_00611_R Bodhi Rae Breathnach stars as Margaret Dashwood, Daisy Edgar-Jones as Elinor Dashwood and George MacKay as Edward Ferrars in SENSE and SENSIBILITY, a Focus Features release. Credit: Alex Bailey / © 2026 FOCUS FEATURES LLC
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- 4258_D005_00597_R Daisy Edgar-Jones stars as Elinor Dashwood and George MacKay as Edward Ferrars in SENSE and SENSIBILITY, a Focus Features release. Credit: Alex Bailey / © 2026 FOCUS FEATURES LLC
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- 4258_D010_00449_R Daisy Edgar-Jones stars as Elinor Dashwood in SENSE and SENSIBILITY, a Focus Features release. Credit: Alex Bailey / © 2026 FOCUS FEATURES LLC
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- 4258_D016_00074_R Herbert Nordrum stars as Colonel Brandon in SENSE and SENSIBILITY, a Focus Features release. Credit: Alex Bailey / © 2026 FOCUS FEATURES LLC
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- S&S_FP_00012_R Daisy Edgar-Jones stars as Elinor Dashwood, Esmé Creed-Miles as Marianne Dashwood, Bodhi Rae Breathnach as Margaret Dashwood and Caitríona as Mrs. Dashwood in SENSE AND SENSIBILITY, a Focus Features release. Credit: Courtesy of Focus Features / © 2026 FOCUS FEATURES LLC
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- S&S_FP_00050_R Daisy Edgar-Jones stars as Elinor Dashwood and Esmé Creed-Miles as Marianne Dashwood in SENSE AND SENSIBILITY, a Focus Features release. Credit: Courtesy of Focus Features / © 2026 FOCUS FEATURES LLC
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- S&S_FP_00139_R Esmé Creed-Miles stars as Marianne Dashwood in SENSE AND SENSIBILITY, a Focus Features release. Credit: Courtesy of Focus Features / © 2026 FOCUS FEATURES LLC
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- S&S_FP_00191_R Daisy Edgar-Jones stars as Elinor Dashwood and George MacKay as Edward Ferrars in SENSE AND SENSIBILITY, a Focus Features release. Credit: Courtesy of Focus Features / © 2026 FOCUS FEATURES LLC
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- S&S_FP_00497_R Daisy Edgar-Jones stars as Elinor Dashwood in SENSE AND SENSIBILITY, a Focus Features release. Credit: Courtesy of Focus Features / © 2026 FOCUS FEATURES LLC
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- S&S_FP_00497_R Daisy Edgar-Jones stars as Elinor Dashwood in SENSE AND SENSIBILITY, a Focus Features release. Credit: Courtesy of Focus Features / © 2026 FOCUS FEATURES LLC
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- SaS_FP_00027_R Bodhi Rae Breathnach stars as Margaret Dashwood and Caitríona Balfe as Mrs. Dashwood in SENSE and SENSIBILITY, a Focus Features release. Credit: Courtesy of Focus Features / © 2026 FOCUS FEATURES LLC
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- SaS_FP_00111_R Caitríona Balfe stars as Mrs. Dashwood in SENSE and SENSIBILITY, a Focus Features release. Credit: Courtesy of Focus Features / © 2026 FOCUS FEATURES LLC
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- SaS_FP_00124_R Esmé Creed-Miles stars as Marianne Dashwood and Daisy Edgar-Jones as Elinor Dashwood in SENSE and SENSIBILITY, a Focus Features release. Credit: Courtesy of Focus Features / © 2026 FOCUS FEATURES LLC
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- SaS_FP_00124_R Esmé Creed-Miles stars as Marianne Dashwood and Daisy Edgar-Jones as Elinor Dashwood in SENSE and SENSIBILITY, a Focus Features release. Credit: Courtesy of Focus Features / © 2026 FOCUS FEATURES LLC
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- SaS_FP_00172_R George MacKay stars as Edward Ferrars and Daisy Edgar-Jones as Elinor Dashwood in SENSE and SENSIBILITY, a Focus Features release. Credit: Courtesy of Focus Features / © 2026 FOCUS FEATURES LLC
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- SaS_FP_00172_R George MacKay stars as Edward Ferrars and Daisy Edgar-Jones as Elinor Dashwood in SENSE and SENSIBILITY, a Focus Features release. Credit: Courtesy of Focus Features / © 2026 FOCUS FEATURES LLC
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- SaS_FP_00247 Frank Dillane stars as Willoughby in SENSE and SENSIBILITY, a Focus Features release. Credit: Courtesy of Focus Features / © 2026 FOCUS FEATURES LLC
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- SaS_FP_00312_R Daisy Edgar-Jones stars as Elinor Dashwood and Esmé Creed-Miles as Marianne Dashwood in SENSE and SENSIBILITY, a Focus Features release. Credit: Courtesy of Focus Features / © 2026 FOCUS FEATURES LLC
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Digger: Tom Cruise irriconoscibile e da Oscar in un film che non vi toglierete dalla testa
Published
3 settimane agoon
2 Ottobre 2026
È come se Tom Cruise, una sorta di moderno Dorian Gray dall’eterna giovinezza, per girare Digger, il nuovo film di Alejandro González Iñárritu, abbia tirato fuori il suo ritratto, nel frattempo invecchiato. È una di quelle interpretazioni che potrebbero portarlo all’Oscar. Ma ogni aspetto di Digger, e il film stesso, sono da premio. Tom Cruise, trasformato come poche altre volte ha fatto in carriera (ricordiamo Nato il 4 di luglio e Tropic Thunder), è irriconoscibile, o quasi, per dare vita al ritratto caricaturale di un uomo d’affari americano, un petroliere, che non è semplicemente un personaggio, ma un simbolo. È la crasi tra il mondo degli affari senza scrupoli e gli uomini politici incuranti del resto del mondo come i George W. Bush e Donald Trump. Ma a colpire è il ritratto fisico che ne fa Cruise. È un uomo flaccido, con la pancia, con una carnagione pallida, biancastra. I capelli sono bianchi, lunghi e radi, pettinati da un lato in una sorta di riporto, ma in realtà incapaci di stare fermi, incontrollabili come chi li porta. Digger è un film che non vi resterà dentro solo per l’interpretazione di Cruise. Non vi lascerà mai più, dopo la visione, perché è un’accusa, a tutti quanti, anche a noi che guardiamo, per tutto quello che riguarda l’ambiente e il cambiamento climatico.
Digger Rockwell (Tom Cruise) è un miliardario americano a capo di un impero petrolifero. Un mattino gli arriva una terribile notizia. Un’esplosione in uno dei pozzi petroliferi in Groenlandia sta per causare un disastro ecologico. Un enorme iceberg si sta staccando e potrebbe raggiungere il nord dell’Europa, creare uno tsunami e inondare la Gran Bretagna e la Norvegia. Digger, così, convoca un vertice con il Presidente degli Stati Uniti (John Goodman) per risolvere la situazione.
È una storia che si svolge in America, che ritrae gli USA di oggi in modo caustico e spietato come solo chi non è americano forse oggi potrebbe fare. Da messicano, visto il probabile dente avvelenato con l’amministrazione USA per la questione dei muri e dell’immigrazione, Iñárritu mette in scena l’America dove “prima si bombarda poi si chiede” e che viene a dire a noi “l’America è stata al fianco dell’Europa nella sua ora più buia ed è pronta a farlo di nuovo”. È una frase che oggi suona ironica. Così come è ironico, e per nulla casuale, che al centro di tutto ci sia la Groenlandia, terra oggetto dei desideri di Trump.
Ma, attenzione, il j’accuse di Iñárritu non è rivolto solo all’America ma a tutti noi. Quando Digger parla davanti ai politici europei in realtà sta parlando a ogni singolo abitante del mondo. E ci mette davanti a una realtà inconfutabile e disarmante. “Perché non smetto di trivellare? Perché non volete che io smetta. Volete roba che non vi serve consegnata in due giorni. Volete la libertà di godervi il confort della vostra vita insostenibile”. Sta parlando a noi che ci siamo abituati agli acquisti su Amazon e facciamo sì che merci viaggino per tutto il mondo con un grande consumo di anidride carbonica. Noi che usiamo di continuo l’Intelligenza Artificiale consumando una quantità enorme di energia per alimentarne i server.
Come Don’t Look Up, la commedia con Leonardo Di Caprio in cui l’asteroide che colpiva la Terra e nessuno voleva vedere era una chiara metafora della crisi climatica, anche in Digger il tema dell’ambiente viene raccontato con toni non seri, ma solo apparentemente. Digger è satirico, grottesco, farsesco, ma durissimo. Continuiamo così, facciamoci del male, come diceva un famoso film. La crisi climatica e già qui. Quando ce ne accorgeremo sarà troppo tardi.
di Maurizio Ermisino per DailyMood.it
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Cine Mood
Heart Of The Beast: Brad Pitt into the wild con un cane dal cuore grande
Published
4 settimane agoon
22 Settembre 2026
Ormai lo diciamo ogni volta che vediamo un suo film. Brad Pitt porta con sé un’aura tale che è in grado di tenere in piedi un film da solo, grande o piccolo che sia. Stavolta, però, accade qualcosa di molto particolare. Che a tenere in piedi il film Heart Of The Beast, diretto da David Ayer, al cinema dal 24 settembre, siano in due. Brad Pitt e Odino, un magnifico cane lupo – in realtà sono in 4, in scena, a interpretarlo – di un’espressività e una sensibilità unica. I due, in scena, fanno grandi cose, interagiscono, si abbracciano, lottano insieme. Ma c’è una minuscola sequenza che ci fa capire la sintonia. Nel momento in cui, uscito dall’acqua, Odino fa quel tipico movimento per scrollare il corpo e la testa per asciugarsi, Brad Pitt lo segue con il suo capo, muovendolo come fanno i cani. È un gesto istintivo, probabilmente frutto dell’improvvisazione. Ma è da queste cose che si capisce la sintonia che si può sviluppare su un set tra due attori. Anche se sono un uomo e un cane. Se amate Brad Pitt – e come non amarlo? – Heart Of The Beast è il film che dovete vedere. Se amate i cani – e come non amarli? – questo è il film che dovete assolutamente vedere. Con un’avvertenza. Vi commuoverete fino alle lacrime.
Dopo un drammatico incidente aereo, l’ufficiale delle Forze Speciali James Belmont (Brad Pitt) si ritrova disperso nelle terre più remote e inospitali dell’Alaska. Al suo fianco c’è solo Odino, il fedele cane militare con cui ha condiviso missioni estreme e situazioni al limite. Circondati da una natura selvaggia e spietata, tra freddo estremo, predatori e ostacoli imprevedibili, James e Odin dovranno affidarsi l’uno all’altro per sopravvivere. Mentre ogni passo verso la salvezza si trasforma in una sfida, il loro legame verrà messo alla prova come mai prima d’ora.
I capelli rasati, come ne L’esercito delle 12 scimmie e Fight Club, la barba lunga ma non troppo, ben curata. Una serie di tatuaggi sul collo e le braccia per farlo entrare nel personaggio. Brad Pitt in Heart Of The Beast è in scena così, in maniera naturale, con pochissimi orpelli. Si porta con sé quelle rughe naturali, poche, che gli ha regalato il tempo, rendendolo ancora più interessante di quando era giovane. Come vi avevamo raccontato a proposito di F1 – Il film, oggi Brad Pitt ha bisogno di fare pochissimo per comunicare ogni suo personaggio, non ha bisogno di una recitazione plateale, di scene madri. E anche qui, in quello che è un film d’azione, che prevede un grande lavoro, una prova fisica, non è mai sopra le righe, è sempre credibile, sempre misurato. Oggi Brad Pitt è l’essenziale del cinema. Oltre ad essere, con Tom Cruise, forse l’ultima della star storiche di Hollywood ad essere ancora saldamente sul suo trono.
Brad Pitt è in grado di reggere da solo un film. Ma qui ha un co-protagonista eccezionale, Odino. Come abbiamo scritto, è interpretato da 4 cani diversi. Il suo personaggio è senza una zampa, ha i denti in titanio perché, in servizio, li ha persi. Come il suo padrone, anche Odino è un reduce di guerra, soffre di stress post traumatico, di notte ha gli incubi. La storia di Odino è quella di tanti cani impiegati nell’esercito, cani che salvano le vite, ma che pagano un prezzo altissimo. E che, a volte, riescono a iniziare una seconda vita. I cani che interpretano Odino sono espressivi, hanno uno sguardo fiero, intenso, un’empatia con l’attore in scena che è un vero punto di forza del film. C’è una cosa che Odino riesce a trasmettere più di ogni altra cosa. La preoccupazione di un cane per il suo padrone. E in questo è impagabile.
Sono 3mila i cani che sono stati impiegato dall’esercito americano negli ultimi 20 anni. Il film ci racconta questo. Ci racconta il rapporto tra l’uomo e il suo migliore amico. Ci racconta l’istinto di sopravvivenza che contraddistingue l’uomo e l’animale. È un film ad alto tasso di adrenalina, di tensione, e di commozione. È uno di quei film che non si fanno più, con gli animali addestrati (riguarda i cani, mentre altri animali sono realizzati in computer grafica per evidenti motivi), con pochi attori, poche parole, e girati in location reali, impervie. Perché solo così si può dare un senso di realismo a tutta la storia. È una sorta di Into The Wild che incontra The Revenant e Alpha – Un’amicizia forte come la vita, quel film che raccontava come è nata l’amicizia tra l’uomo e il lupo, dando vita al cane. Andate a vedere Heart Of The Beast. Ma preparate i fazzoletti.
di Maurizio Ermisino per DailyMood.it
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