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Odissea: Con Christopher Nolan il cinema diventa epica e l’epica diventa cinema

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La prima volta che ho conosciuto l’Odissea avrò avuto cinque o sei anni. Mio padre mi raccontava la storia di Ulisse e del suo viaggio ogni sera, a cena, e ne rimanevo incantato. La mia mente, presa da quel racconto, viaggiava e immaginava tutto. Quelle immagini erano così vivide, precise, potenti che non le ho più scordate. Ora che l’Odissea è diventato un film, per la regia di uno dei registi più grandi del nostro tempo, Christopher Nolan, al cinema dal 16 luglio, queste immagini ritornano. E mi fanno pensare a due cose. Che l’Odissea è uno dei racconti più belli di sempre, un racconto universale, che è adatto dai cinque ai cento anni di età. E che, una volta arrivato al cinema, ci regala un piacere enorme. Quello di vedere prendere forma i propri sogni, le proprie visioni, ciò che abbiamo sempre immaginato. L’Odissea è una storia che al cinema e in televisione abbiamo tutto sommato visto poco. L’abbiamo soprattutto sentita raccontare, l’abbiamo letta, l’abbiamo sempre immaginata più che vista. Ora tutto questo prende forma. Ed è una forma potentissima.

Christopher Nolan, con il suo cinema, ha sempre cercato in qualche modo di giocare con il tempo. Il movimento a ritroso del racconto di Memento, lo sfasamento dei piani temporali in Dunkirk, il tempo dei sogni che scorre in tempo diverso rispetto a quello della realtà in Inception. E il tempo stesso rivoltato e piegato ai propri voleri in Tenet. Nell’Odissea Christopher Nolan non ha bisogno di giocare con il tempo. L’Odissea è già così, scritta con i suoi flashback e con quella particolare costruzione temporale, segno che all’epoca si sapeva già tutto di come si costruisce una storia.  Al tempo stesso, Nolan gioca con il tempo perché va a raccontare una vicenda che è sì storia, ma è soprattutto leggenda. È qualcosa che avviene nella notte dei tempi, così lontana da perdersi tra le nebbie del mito e astrarsi dalla realtà, diventare fantasia, immaginazione, reinvenzione. In fondo l’epica è storia ma è anche fantasy e in questo senso ogni personaggio è simbolico, ogni vicenda è archetipica. L’Odissea è allo stesso tempo reale e astratta, ed è per questo che può essere raccontata anche con libertà nei costumi, nei corpi e nei volti, nelle parole.

Guardando l’Odissea e ripercorrendo la sua storia, è evidente perché Christopher Nolan ami Ulisse. È un’anima a lui affine. Entrambi sono maestri nel trucco, nell’inganno. Ulisse è un maestro nell’ingannare e manipolare chi ha davanti, Nolan è uno specialista nel manipolare il suo pubblico, ovviamente con la complicità del pubblico stesso. The Prestige era un film che parlava proprio di questo, di quel trucco e quel patto con lo spettatore che era il gioco di prestigio e in fondo è anche il cinema. Inception era un viaggio nel mondo dei sogni dove le regole erano sovvertite ed era tutto possibile. Ma proprio nella messa in scena dell’Odissea Christopher Nolan non ha bisogno di nessun trucco perché è già tutto nel poema di Omero. C’è solo una cosa da fare in questo caso. È trasporre tutto nel modo più grande possibile. Tutto deve essere enorme perché l’epica è questa. È un racconto che parte da una base storica, ma che, tramandato nei secoli, diventa sempre più ricco, eccessivo, immaginifico.

Ricordate The Prestige? La cosa più importante, il trucco del prestigiatore, era quello che non si vedeva. E il cinema di Nolan è stato sempre sospeso tra il vedere e il non vedere. Memento era la storia di un uomo che non vedeva nel proprio passato, Insomnia quella di un uomo che non distingueva tra bene e male, The Prestige, come detto, parlava di un artista che non faceva vedere al pubblico il segreto del suo gioco. Man mano il cinema di Nolan è diventato altro, ma questo tema torna sempre. Polifemo, di fatto, è un uomo che, dopo la mossa di Ulisse, è accecato nel suo unico occhio e non può vedere. Ma è interessante anche come Nolan costruisce la sua entrata in scena. Non vediamo subito il ciclope, ma vediamo prima lo stupore e il terrore negli occhi di Ulisse. Poi il buio che il masso posto all’entrata dell’antro, una volta chiuso, crea. E infine, ecco Polifemo.

Nell’Odissea c’è dentro tutto il cinema di Nolan. Come in Memento, Ulisse per un certo periodo ha perso la memoria, annebbiato dai fiori del loto, e dalla tela tessuta dalla ninfa Calipso. Non ha memoria di sé, dei suoi compagni, della sua storia, della sua famiglia. Rimane lì per sette anni, passati come se fossero pochi giorni. Ed è un po’ come se avesse vissuto lo scorrere del tempo diverso tra la Terra e lo spazio di Interstellar. La famosa statua del Cavallo di Troia, all’inizio del film, è abbandonata su una spiaggia che sembra quella di Dunkirk. E potremmo andare avanti ancora a lungo.

L’Odissea è un racconto così grande perché mette in scena tutte le nostre paure. La paura di cedere alle tentazioni (il canto delle sirene), di perdere la nostra umanità e vivere come bestie (la maga Circe), di non poter tornare nella propria casa ad abbracciare i nostri familiari, di fallire, di disonorare i defunti. C’è, in tutto il film, un continuo rimando a quella ‘legge di Zeus’, che allora era un dettame divino e che, rapportata ai nostri giorni, può essere vista come un senso di rispetto e di pietà verso il prossimo che sembra essere sparito.

È proprio se pensiamo a questo aspetto che il film acquista un nuovo senso. Alla fine del film, quando Ulisse, sotto mentite spoglie, tornato ad Itaca parla con Penelope, racconta di “dieci anni di rabbia che ricadono su una città in una sola notte”. Le immagini della caduta di Troia ripartono, e stavolta vediamo le stragi degli innocenti, il disonore che c’è nella guerra, i suoi eccessi. “Bruciare le mura di Troia ha significato bruciare il mondo intero” dice Ulisse. E quanto mai immagini e parole sembrano rispecchiare il mondo di oggi, le guerre e le stragi in atto. “Una nuova alba risorgerà oltre l’oscurità del mondo. I nostri errori verranno dimenticati” afferma Ulisse. È stato davvero così?

Una parte fondamentale del cinema di Nolan, e di questa Odissea, sono gli attori. Matt Damon è Ulisse, Anne Hathaway è Penelope, Robert Pattinson è Antinoo, Tom Holland è Telemaco, Zendaya è Athena, Charlize Theron è Calipso. Sono i divi del cinema e qui non nascondono mai di esserlo. Ma sono perfettamente credibili nei loro personaggi. Si dice che, per essere realistici, gli attori debbano scomparire nei loro personaggi. Qui sono sempre se stessi. È Nolan che li eleva, ne accresce l’aura. Accentua la loro condizione di divi, termine che nella sua accezione vuol dire divini, vicini agli Dei. È proprio questo che sono i personaggi della mitologia greca, è proprio questo che vuole l’epica. Personaggi enormi. Le interpretazioni degli attori sono intense, quasi teatrali, eppure non sembrano mai artefatte. Quei personaggi ci sembrano lontani, epici, eppure anche familiari. Così lontani e così vicini a noi. L’Odissea di Nolan è un racconto bellissimo. Quasi quanto quello che un padre poteva fare, la sera, a un bambino di cinque anni.

di Maurizio Ermisino per DailyMood.it

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Venezia 83: George Clooney, Kate e Rooney Mara, John Malkovich, diversi modi di dire fascino

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Bello, affascinante, elegante, colto, dall’eloquio intrigante. E con una moglie che sarebbe una perfetta first lady. Chi lo ha visto in smoking a Venezia mercoledì sera, dove ha ricevuto il Leone d’Oro alla Carriera dando il via all’edizione della Mostra Internazionale di Arte Cinematografica di Venezia, lo ha detto: George Clooney sarebbe un perfetto Presidente degli Stati Uniti. Il presidente che tutti vorremmo, oggi che in carica c’è chi ci spaventa ogni giorno di più. Come ha detto Laura Dern, che lo ha introdotto al premio, è un Leone alla “mezza carriera” perché Clooney ha ancora tanti film e ruoli da regalarci. “Quando ricevi un premio alla carriera ci sono due cose che ti vengono in mente” ha scherzato l’attore. “La prima è: che onore incredibile. La seconda: ma sanno qualcosa che non so? Hanno parlato con i miei medici?”. Non farà il presidente, ma le parole giuste per raccontare il momento che stiamo vivendo le ha trovate. “Stiamo vivendo un momento in cui le persone al potere ci dicono di avere paura gli uni degli altri. Ma noi sappiamo che non è così, vero? La storia ci insegna qualcosa. Le prime persone che gli autoritari cercano di mettere a tacere non sono i politici. Sono i giornalisti che fanno domande. I film non fermano le guerre. Non fanno scendere l’inflazione. Non aggiustano le elezioni. Ma ci ricordano che uno sconosciuto non è mai davvero uno sconosciuto, e che potrebbe essere proprio l’eroe della storia di qualcun altro”.

A proposito di giornalisti e di giornali, e di storie, il Festival di Venezia si è aperto con Ink, il nuovo film di Danny Boyle, che racconta l’arrivo del magnate australiano Rupert Murdoch a Londra e il suo ingresso nel business dei giornali. Parliamo del Sun, acquistato nel 1969, e fatto diventare il più noto tabloid inglese. Ink nasce da una pièce teatrale, che diventa però altro al cinema, grazie a un montaggio ritmato, a inquadrature ricercate e a cambi di prospettiva, che dannò al film un grande senso di movimento. Impeccabile a livello formale, Ink porta con sé anche una serie di dubbi morali. Perché il rischio è una sorta di “santificazione” della figura di Ruper Murdoch, interpretato da un bravo Guy Pearce. Accanto a lui, Claire Foy e Jack O’Connell.

Un altro modo di dire fascino ha due nomi e lo stesso cognome. Rooney Mara e Kate Mara. Sorelle, entrambe lanciate da anni nello star system (Rooney è stata la Lisbeth Salander nella versione americana di Millennium – Uomini che odiano le donne, Kate la Zoe Barnes di House Of Cards), ma mai insieme sullo schermo. Werner Herzog le ha scelte per interpretare due gemelle, due personaggi realmente esistiti, Freda e Greta Chaplin, nessuna parentela con Charli Chaplin, ma una vita singolare vissuta insieme. Che è al centro di Bucking Fastard. Nate nel 1943 a New York, erano due gemelle identiche che parlavano all’unisono, si vestivano allo stesso modo, facevano gli stessi gesti e amavano le stesse cose. Anche lo stesso uomo, Ken Iverson (interpretato da Orlando Bloom), che diventa oggetto delle loro ossessioni. Il film è una favola surreale, visionaria, poetica, ispirata. Per capire di che cosa stiamo parlando, Werner Herzog ha dedicato il suo film a David Lynch. È a lui che avrebbe voluto far vedere il film per primo. E già questo basta a far venire la voglia di vederlo. Eteree, sensuali, espressive, le due sorelle star sono perfette per portarci in un viaggio pieno di sorprese.

E provate a dire che non ha fascino John Malkovich, che a Venezia ha presentato Wild Horse Nine di Martin McDonagh, uno di quei film farseschi e divertenti che sembrano fatti apposta per far risaltare le sue doti istrioniche. La storia è ambientata poco prima del colpo di Stato avvenuto in Cile a opera di Pinochet nel 1973. Malkovich e Sam Rockwell, altro funambolo della recitazione, sono due agenti della CIA che lasciano Santiago del Cile per l’Isola di Pasqua. Wild Horse Nine è una commedia dark, che alla proiezione veneziana ha suscitato grandi risate. Malkovich azzecca un’interpretazione straordinaria, forse anche da Oscar, nei panni di un vecchio svagato che sembra lasciarsi sfuggire le cose, tra cui i tanti segreti che conosce. E, con ironia, McDonagh riesce a parlare anche degli Stati Uniti e della loro natura imperialista. E così torniamo al punto da cui siamo partiti. A quell’America che oggi avrebbe bisogno di un nuovo presidente.

di Maurizio Ermisino per DailyMood.it

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Venezia 83, il red carpet si accende: Kendall Jenner e Vittoria Ceretti conquistano il Lido. E Malkovich osa con la gorgiera

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Kendall Jenner

Secondo red carpet della Mostra del Cinema di Venezia: tra couture, gioielli e smoking impeccabili, la moda ruba ancora una volta la scena al cinema. Kendall Jenner risplende in Giorgio Armani d’archivio, Vittoria Ceretti sceglie la sensualità sofisticata di Armani Privé. E John Malkovich trasforma una gorgiera in un gesto di puro stile. A Venezia il cinema arriva sul tappeto rosso, ma la moda non è certo intenzionata a restare sullo sfondo. La seconda grande serata della Mostra del Cinema di Venezia 83 è un lungo esercizio di glamour, con le star che si alternano davanti ai fotografi in una successione di abiti couture, smoking affilati, gioielli scintillanti e silhouette pensate per catturare ogni flash.

Il risultato è una passerella hollywoodiana a cielo aperto dove, accanto agli interpreti dei film in Concorso e Fuori Concorso, sono le supermodelle a dettare il ritmo. E quando arrivano Kendall Jenner e Vittoria Ceretti, entrambe legate ad Armani, il red carpet cambia immediatamente temperatura.

Kendall Jenner, l’oro vintage di Giorgio Armani

Kendall Jenner sceglie Venezia 83 per un’apparizione che punta tutto sulla forza della semplicità. La modella arriva sul red carpet di Wild Horse Nine avvolta in un abito d’archivio di Giorgio Armani, risalente alla collezione del 1995. È un lungo dress color oro sabbia, interamente ricamato di paillettes e perline, capace di catturare la luce a ogni movimento senza bisogno di ulteriori artifici. Una silhouette essenziale, aderente e liquida, che lascia parlare la materia preziosa dell’abito. Ai piedi, sandali Aquazzurra tono su tono. Il beauty look segue la stessa filosofia: capelli lunghissimi, lisci, portati con riga laterale, e make-up Armani Beauty luminoso e naturale.

È il genere di look che non ha bisogno di gridare per farsi notare. Kendall lo indossa con quella sicurezza ormai diventata parte della sua cifra estetica: minimalismo, pelle luminosa, proporzioni perfette e un solo elemento destinato a dominare la scena. In questo caso, l’abito.

Vittoria Ceretti, quando il nero diventa couture

Se Kendall punta sulla luce dell’oro, Vittoria Ceretti sceglie l’opposto: il nero. Ma è un nero tutt’altro che austero. La top model italiana fa il suo ingresso sul red carpet di Wild Horse Nine in Armani Privé, con un abito che costruisce il suo fascino sul contrasto tra pelle, trasparenze e cristalli. Il bustier in tulle scintillante disegna il corpo e crea una sorta di nuvola luminosa sul décolleté, mentre la parte nera dell’abito porta l’insieme verso una sensualità più sofisticata che esplicita. Le scarpe con cinturino completano la silhouette senza sottrarle protagonismo.

Ceretti, che da qualche mese è Global Make-Up Ambassador di Armani Beauty, sceglie anche questa volta un beauty look calibrato: incarnato luminoso e attenzione allo sguardo, mentre i capelli lisci, con la riga laterale e raccolti dietro le orecchie, lasciano il volto completamente scoperto. È un’apparizione costruita sulla sottrazione. È proprio per questo che funziona.

Le sorelle Mara, il red carpet come esercizio di stile coordinato

Prima delle supermodelle, il tappeto rosso aveva già regalato un piccolo manifesto di eleganza con Kate e Rooney Mara, protagoniste insieme del film di Werner Herzog Bucking Fastard. Le due sorelle arrivano quasi come un’unica figura cinematografica: acconciature raccolte, gestualità composta e una palette che alterna il nero alla luce delle paillettes. Kate Mara sceglie un lungo Armani Privé scintillante, interamente ricoperto di paillettes, con un corpetto bianco attraversato da lacci sulla schiena e una grande perla centrale. Rooney Mara risponde con un abito nero Louis Vuitton dalla silhouette sottile, movimentato da un voluminoso fondo a palloncino in tessuto goffrato. A completare il look di Rooney, gioielli Swarovski Created Diamonds e scarpe Aquazzurra. Non è solo una questione di abiti coordinati: è una precisa grammatica visiva che le due attrici hanno portato avanti durante tutta la giornata veneziana, tra photocall, conferenza stampa e red carpet.

Orlando Bloom, lo smoking non sbaglia mai

Orlando Bloom arriva al Lido tra l’entusiasmo dei fan e sul tappeto rosso sceglie una formula classica, aggiornata nelle proporzioni. Il suo smoking Zegna ha un fit contemporaneo e viene accompagnato da camicia e scarpe della stessa maison. Il dettaglio che accende il look è però sul bavero: una spilla floreale della collezione Margherita di Damiani, in oro bianco e diamanti. Un piccolo gioiello che conferma quanto, ormai, anche per gli uomini il red carpet sia diventato una questione di accessori.

John Malkovich e l’arte di rendere cool una gorgiera

Poi arriva John Malkovich e cambia completamente le regole. L’attore sceglie un completo da sera Dior Men disegnato da Jonathan Anderson, ma è la camicia con colletto Peter Pan plissé, quasi una moderna gorgiera, a trasformare il look in qualcosa di immediatamente memorabile. Su chiunque altro potrebbe sembrare un azzardo teatrale. Su Malkovich diventa naturale. È uno di quei momenti in cui l’abbigliamento smette di essere semplice eleganza e diventa carattere. E il suo è un modo di vestirsi che non cerca l’approvazione: la pretende.

Parker Posey, la diva che vuole volteggiare

Sul versante più spettacolare c’è Parker Posey, che per Venezia sceglie ancora una volta Valentino nella visione creativa di Alessandro Michele. Il suo abito ha tutto quello che ci si aspetta da una diva sul red carpet: volume, movimento, teatralità. Posey lo interpreta come un costume di scena, volteggiando davanti ai fotografi e trasformando ogni passo in una piccola performance. È glamour nel senso più classico del termine, ma con quella dose di eccentricità che impedisce al risultato di diventare prevedibile.

Mariacarla Boscono e la carta stampata che diventa haute couture

Anche Mariacarla Boscono porta sul tappeto rosso una delle tendenze più interessanti della stagione: la newspaper print. La modella sceglie un sontuoso abito Chanel firmato da Matthieu Blazy, dalla silhouette ampia e sofisticata, con la stampa giornalistica trasformata in materia couture. A illuminare il look, gioielli Damiani: una collana in oro bianco con diamanti e paraiba e un anello coordinato. È la dimostrazione che la carta stampata, quando passa attraverso il linguaggio della moda, può smettere di essere quotidiana e diventare preziosa.

Il nero resta protagonista

La serata veneziana conferma anche una delle regole più resistenti del red carpet: il nero non passa mai di moda. Lo scelgono Steve Buscemi e Karen Ho, sobri e impeccabili; Leslie Bibb lo porta verso una dimensione più sensuale accostandolo al blu in un abito ArdAzAei che valorizza la sua silhouette. Laura Dern, dopo l’apparizione del giorno precedente, torna in scena con un abito nero Dior decorato da ricami floreali. E Valeria Golino chiude la lunga parata con un’elegante tunica satinata di Fendi, profilata a contrasto e illuminata da una parure di diamanti e smeraldi. La profonda scollatura a V aggiunge un tocco di sensualità a un look altrimenti essenziale.

Tra couture e personalità, Venezia conferma la sua vocazione glamour

Dal dorato d’archivio di Kendall Jenner al nero couture di Vittoria Ceretti, dalle paillettes delle sorelle Mara alla gorgiera di John Malkovich, il secondo red carpet della Mostra dimostra ancora una volta che a Venezia l’abito non è un semplice dettaglio della serata. È parte della storia. C’è chi sceglie la couture per brillare, chi il minimalismo per sedurre, chi punta sui gioielli e chi, come Malkovich, decide semplicemente di indossare qualcosa che nessun altro avrebbe avuto il coraggio di indossare. Ed è forse proprio questa la magia del red carpet veneziano: per una sera, cinema e moda parlano la stessa lingua.

di Cristina Siciliano per DailyMood.it

Copertina Crediti copertina: RED CARPET – WILD HORSE NINE – Kendall Jenner (Ph. Aleksander Kalka – Courtesy Archivio Storico La Biennale di Venezia)

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Venezia 83, la moda va in scena sul red carpet: da Amal e George Clooney a Bianca Balti, tutti i look più belli da ricordare

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Amal e George Clooney

È finalmente arrivato settembre. E con lui, puntuale come ogni anno, anche il rito più glamour della Mostra del Cinema di Venezia 83: il red carpet. A Venezia si arriva in motoscafo, si scende in smoking e si sorride ai flash con l’aria di chi sa perfettamente che, da quel momento in poi, ogni dettaglio verrà osservato. Dall’abito ai gioielli, dalle scarpe all’acconciatura: per dieci giorni il Lido diventa il palcoscenico dove cinema e moda si incontrano, si corteggiano e, spesso, si contendono la scena.

Questa 83esima edizione parte all’insegna del glamour senza mezze misure. Smoking impeccabili e silhouette scultoree, velluto e satin, pizzo e trasparenze, cristalli e gioielli importanti: il red carpet riscopre il piacere di essere spettacolare. Ma senza tornare semplicemente al passato. Il glamour di oggi è più personale, più teatrale, a volte persino sfacciato.

Perché se Hollywood porta al Lido il suo consueto esercito di star, sono gli abiti a raccontare la storia prima ancora che inizi la proiezione. Il nero resta il grande classico, il velluto aggiunge profondità, il satin cattura la luce, il pizzo riscrive la sensualità e la sartorialità maschile si fa più morbida, libera, meno ingessata.

Il nero, naturalmente

A Venezia il nero non passa mai di moda. Cambia forma, però. Amal Clooney sceglie la via più sofisticata: un abito a colonna nero su misura di Tom Ford by Haider Ackermann. Essenziale solo in apparenza, è costruito attraverso drappeggi e spalline sottili.

Accanto a lei, George Clooney conferma la propria idea di tuxedo con uno smoking Giorgio Armani, impeccabile e senza tempo. Insieme dimostrano che il vero lusso, sul red carpet, è spesso una questione di misura.

Sul versante femminile, il nero torna anche con Matilde Gioli. L’attrice lo interpreta attraverso incroci, drappeggi e un gioco di trasparenze. Barbara Ronchi sceglie invece uno slip dress impreziosito dal pizzo.

Due declinazioni molto diverse della stessa idea: il minimalismo non è necessariamente minimal. Anche Alessandra Ambrosio punta sul total black. Il suo abito aderente ha una silhouette scolpita ed è accompagnato da una cascata di diamanti. È il linguaggio della diva hollywoodiana nella sua versione più classica: onde morbide, pelle luminosa e gioielli capaci di catturare la luce dei flash.

Il nuovo smoking maschile

Se c’è una tendenza che emerge con particolare chiarezza da questo primo capitolo veneziano è la trasformazione dello smoking. Jonathan Bailey, in Giorgio Armani, ne offre una delle interpretazioni più convincenti. Blu, volumi più morbidi e sovrapposizioni sostituiscono la rigidità del tuxedo tradizionale senza sacrificarne l’eleganza. È una sartorialità che non ha bisogno di ostentare la propria costruzione. Ancora più interessante è Nicholas Galitzine, in Emporio Armani, che arriva senza giacca e lascia alla camicia da smoking il compito di costruire il look.

La spilla Art Déco aggiunge quel dettaglio prezioso che trasforma un outfit formale in un gesto di stile. Poi c’è Jack O’Connell, che sceglie una strada completamente diversa: giacca sartoriale e lunga sciarpa con frange. Il risultato è rilassato, teatrale, quasi bohémien, ma perfettamente calibrato per il Lido. È forse questa la vera evoluzione del red carpet maschile: non più l’obbligo di essere impeccabili, ma la possibilità di essere riconoscibili.

Guy Pearce, al contrario, sceglie la tradizione. Completo sartoriale, proporzioni classiche e quella sicurezza che arriva dopo decenni davanti alle macchine fotografiche. A Venezia, anche il tempo può diventare un accessorio.

Velluto, borgogna e il ritorno della diva

Tra le immagini più sofisticate di questa apertura c’è quella di Greta Scarano, che sceglie un abito Armani in velluto color borgogna. Bustier, scollatura a cuore drappeggiata e gioielli importanti: una silhouette profondamente cinematografica, ma senza nostalgia.

È una tonalità che sembra fatta per Venezia: più sensuale del nero, più adulta del rosso, perfetta quando la luce comincia a cambiare. Dall’altra parte dello spettro cromatico arriva Eugenia Silva, con un abito bianco argentato dalla struttura quasi floreale e una corona sulla fronte. Qui il red carpet diventa apertamente couture: il corpo scompare dietro la costruzione dell’abito e la figura si trasforma in un’immagine.

Quando il red carpet diventa spettacolo

C’è poi chi decide di non passare inosservato. Bianca Balti arriva con un abito bustier rosa confetto di Ilya Migmoon, caratterizzato da coppe strutturate, drappeggi e scenografiche ali che trasformano la silhouette in quella di una statua contemporanea. È uno di quei look che funzionano perché comprendono perfettamente il linguaggio del tappeto rosso: non basta essere eleganti, bisogna creare una fotografia memorabile.

Più sensuale è Paola Turani, che punta sul color cioccolato e su una profonda scollatura a V accompagnata da uno spacco deciso. Il beauty look, lasciato volutamente naturale, evita che l’abito diventi eccessivo e lascia alla silhouette il compito di parlare.

Claire Foy, invece, sceglie il rosso assoluto. Tubino Bottega Veneta, guanti lunghi e sandali con il tacco vertiginoso: una dichiarazione cromatica netta, quasi cinematografica, completata da gioielli Swarovski ed ear cuff importanti. Il rosso non è mai una scelta timida e, sul tappeto veneziano, acquista una teatralità ancora maggiore. Foy lo interpreta con un’attitudine sofisticata ma volutamente audace, trasformando il classico abito da sera in un’immagine più contemporanea.

E se il rosso rappresenta la spettacolarità, il verde sceglie invece la strada della profondità. Nina Dobrev arriva con una creazione Armani Privé verde bosco, un bustier ricoperto di paillettes luminose e una sopragonna leggera che accompagna il movimento. È un abito che vive soprattutto sotto i flash: a ogni passo la superficie cambia, catturando la luce e restituendola in modo quasi liquido.

Il ritorno del glamour

A Venezia il glamour non è mai veramente scomparso. Semplicemente, negli ultimi anni ha imparato a essere meno rumoroso. Laura Dern ne offre una delle interpretazioni più convincenti con un abito midi in mikado Prada. La silhouette è composta, quasi bon ton, e proprio per questo sorprende in un contesto nel quale il red carpet tende spesso alla spettacolarità. Le décolleté con kitten heel e il collier di diamanti e rubini aggiungono il necessario elemento prezioso senza compromettere l’equilibrio dell’insieme. \È una forma di lusso che non chiede attenzione, ma la ottiene comunque.

Anche Maggie Gyllenhaal sceglie un’eleganza più intellettuale. Il suo abito nero Celine, con scollatura incrociata, dialoga con il collier Serpenti di Bulgari, creando una silhouette rétro ma assolutamente contemporanea. È il genere di look che non sembra costruito per i social, ma per durare nella memoria.

Il pizzo, le trasparenze, la nuova sensualità

La sensualità di questa Venezia non passa necessariamente attraverso spacchi vertiginosi o scollature profonde. Molto più spesso si nasconde nei materiali. Barbara Ronchi sceglie uno slip dress nero con inserti di pizzo, illuminato da un collier con una grande gemma verde. È una combinazione delicata e sofisticata, dove il romanticismo del pizzo viene bilanciato dalla severità del nero.

Levante, invece, porta sul tappeto rosso una versione più eterea della stessa tendenza. L’abito Giorgio Armani, decorato con motivi floreali, gioca con trasparenze e aperture che lasciano intravedere le gambe. I guanti di velo e le scarpe a punta aggiungono un elemento rétro, quasi da diva d’altri tempi.

È interessante come, in questa edizione della Mostra, la trasparenza non sembri più voler provocare. È diventata un elemento di costruzione dell’abito, una superficie attraverso cui giocare con la luce e con il movimento.

L’oro e l’animalier

Poi c’è chi sceglie di brillare senza compromessi. Kaouther Ben Hania arriva con un abito da sera color oro, prezioso e strutturato, completato da una borsa a mano coordinata. Il risultato è opulento, quasi scultoreo, e ricorda che il red carpet veneziano può ancora concedersi una dose generosa di magnificenza.

Ancora più audace Jewel, che porta l’animalier in una dimensione completamente diversa. Il suo abito fasciante, interamente ricoperto di cristalli, trasforma una stampa tradizionalmente aggressiva in qualcosa di prezioso e quasi gioiello. Il bob liscio e l’atteggiamento sicuro completano un’immagine precisa, senza elementi superflui.

Le modelle tornano protagoniste

Come da tradizione, Venezia è anche il territorio naturale delle top model. Alessandra Ambrosio interpreta il glamour attraverso un abito nero aderente, con top sagomato e una gonna caratterizzata da morbide arricciature. Onde da diva e diamanti completano un’immagine che conosce perfettamente il funzionamento del red carpet.

Alana Champion sceglie invece un abito nero dalla gonna ampia e dalle tasche, una silhouette più rilassata illuminata da un importante collier con pendente. I capelli lasciati naturalmente mossi evitano che l’insieme diventi troppo costruito.

E poi c’è Eugenia Silva, che con il suo abito bianco argentato sembra quasi appartenere a un’altra epoca. Il bustier si apre come un fiore, mentre una corona sulla fronte porta il look verso un territorio apertamente couture. Non è semplicemente un abito da red carpet: è una dichiarazione.

La nuova eleganza maschile

Se il glamour femminile cambia attraverso tessuti e silhouette, quello maschile passa soprattutto dalla proporzione. Jonathan Bailey in Giorgio Armani è forse l’esempio più evidente. Le tonalità di blu, le linee più morbide e le sovrapposizioni rendono la sartorialità meno rigida, più contemporanea. È l’eleganza di chi non ha bisogno di dimostrare di essere elegante.

Nicholas Galitzine, in Emporio Armani, sceglie invece di rinunciare alla giacca e lasciare protagonista la camicia da smoking, impreziosita da una spilla Art Déco. Una scelta apparentemente semplice, ma sufficiente a rompere la prevedibilità del classico completo da sera.

Jack O’Connell percorre una strada ancora più personale con la lunga sciarpa dalle frange, portata sopra la giacca. È un dettaglio capace di cambiare completamente la percezione dello smoking: meno formale, più cinematografico, quasi rock. Guy Pearce, al contrario, rimane fedele alla tradizione con un completo sartoriale impeccabile. Nessun esperimento necessario quando il taglio è perfetto e l’attitudine fa il resto.

Venezia, ancora una volta

Alla fine, il fascino dei look veneziani sta proprio nella loro varietà. C’è chi sceglie il nero e chi il rosso, chi preferisce il velluto e chi i cristalli, chi riscopre il pizzo e chi invece punta tutto sulla sartorialità. Ma il filo conduttore è uno: la voglia di tornare a vestirsi per un’occasione. Dopo stagioni di minimalismo, quiet luxury e guardaroba sempre più informali, il red carpet della Mostra sembra voler ricordare che esiste ancora un piacere quasi cinematografico nel costruire un’apparizione. Un abito può essere spettacolare, un gioiello può essere esagerato, uno smoking può avere una silhouette inattesa.

di Cristina Siciliano per DailyMood.it

Copertina crediti: 115045-RED_CARPET_-_George_and_Amal_Clooney__Ph._Jacopo_Salvi_-_Courtesy_Archivio_Storico_La_Biennale_di_Venezia___8_-2.jpg

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