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Venezia: Da George Clooney a Robert Pattinson, da Penelope Cruz e Javier Bardem, fino agli Oasis. E Renzo Rosso di Diesel…

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2 settembre. Inizia la 83. Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica. Una Mostra che si nota per l’assenza di Hollywood e dei grandi film americani, con la convinzione che ormai non paghi più la presenza a un grande festival per la promozione di un film. Però le star ci saranno lo stesso. In questo senso, è ancora una Venezia in grado di accendere gli entusiasmi. A partire dal divo per eccellenza, George Clooney, che a Venezia riceverà il Leone d’Oro alla carriera, che quest’anno sarà assegnato anche a Ellen Burstyn. A introdurre Clooney sarà l’attrice premio Oscar Laura Dern. Un divo di un’altra generazione, ma ormai sulla cresta dell’onda da vent’anni, o quasi, è Robert Pattinson, protagonista di Primetime di Lance Oppenheim. L’attore, dopo The Drama e L’Odissea di Christopher Nolan, e al momento sul set di The Batman 2, è in un momento di grazia. Ci saranno Penélope Cruz e Javier Bardem, coppia sul set e nella vita, ad alto tasso di chimica e di fascino, che saranno i protagonisti di Bunker, il nuovo film di Florian Zeller. E forse, con il passare degli anni, non sarà più un sex symbol, non sarà più Il Gladiatore, ma è sempre una stella: Russell Crowe torna al Lido per presentare un suo film da regista, What Love Builds, nella sezione Fuori Concorso – Non Fiction. Il film d’apertura, Ink di Danny Boyle, porterà sul red carpet Guy Pearce e Claire Foy, Bucking Fastard di Werner Herzog, porterà Kate Mara, Rooney Mara e Orlando Bloom. Un film italiano, The Echo Chamber di Andrea Pallaoro, ha nel cast Alicia Vikander, Susan Sarandon e Luca Marinelli. Non sono divi del cinema, ma non potete non chiamarli star. Sono delle rockstar. In occasione della presentazione al festival del film Oasis: Don’t Look Back in Anger, il documentario di Dylan Southern e Will Lovelace dedicato alla reunion degli Oasis, arriveranno al Lido Liam e Noel Gallagher. Dovrebbero arrivare: con loro il condizionale è comunque d’obbligo. Greta Scarano e Nicolas Maupas condurranno la serata d’apertura.

Ci sarà, poi, tutto il meglio del cinema italiano. A partire da Nanni Moretti, con il suo Succederà questa notte, con Louis Garrel e Jasmine Trinca, in competizione. Sono 5 i film italiani in concorso. The Echo Chamber di Andrea Pallaoro nasce dall’ultima sceneggiatura scritta da Bernardo Bertolucci. L’estranea di Paolo Strippoli, con Jasmine Trinca, Romana Maggiora Vergano, Adriano Giannini e Valeria Bruni Tedeschi, è un film di genere, un thriller/horror.  Ritorno a Buenos Aires è il nuovo film di Marco Bechis, con Adriano Giannini, che ritorna sul tema della dittatura argentina. Il fuoco che ti porti dentro di Edoardo De Angelis, con Vanessa Scalera, è la storia di una madre possessiva e ostile.

Non c’è Hollywood, ma ci sono molte produzioni in lingua inglese. Ink di Danny Boyle racconta l’ascesa del quotidiano The Sun di Rupert Murdoch. Company di Casey Affleck è ambientato lungo più di un secolo nei villaggi remoti degli Stati Uniti: nel cast ci sono Nick Nolte e Ben Mendelsohn. Wild Horse Nine di Martin McDonagh, con John Malkovich e Sam Rockwell, segue due agenti della CIA in missione in Cile alla vigilia del colpo di stato di Pinochet. Primetime di Lance Oppenheim con Robert Pattinson è la storia di un conduttore di un reality show della NBC che vuole attirare pedofili e smascherarli in diretta. Ci sono poi i film francesi. Un Bon Petit Soldat di Stéphane Brizé continua il suo discorso sul mondo del lavoro, con Alba Rohrwacher e Vincent Lindon.  15/18 (A Place To Heal) di Cédric Kahn è la storia di medico che cura adolescenti con problemi psicologici o psichiatrici. Un Peu Avant Minuit di Nicolas Pariser, con Melvil Poupaud e Chiara Mastroianni, è la storia di un uomo che ripensa ai suoi rapporti con le donne alla luce della sensibilità moderna.

Ma i film arrivano da tutto il mondo Kami Nour (A Bit Of Light) di Ali Asgari parla del regime in Iran, Kvinde Ukedt (Woman Unknown) di May el-Toukhy (regista egiziana ma produzione danese), di un matrimonio minacciato da un’ombra nel passato. In Bucking Fastard di Werner Herzog, Kate Mara e Rooney Mara, sorelle nella vita, impersonano due gemelle che che condividevano comportamento e amori. Dau di Ilya Khrzhanovsky, regista russo, racconta la storia del più grande scienziato dell’era sovietica che ha contribuito alla prima bomba atomica. Look Back del giapponese Hirokazu Koreeda, adattamento cinematografico di un manga, è un coming of age di due ragazzine adolescenti che cominciano a disegnare i loro primi manga e poi intraprendono una carriera nella grande industria. Arriva dal Giappone Mr. Nelson, Did You Kill People? di Shinya Tsukamoto, storia di un reduce dalla Guerra che predica pace nelle scuole. Ga-Neung-Han Sa-Rang (Possible Love) di Lee Chang-dong, arriva dalla Corea, ed è ispirato a uno dei capitoli del decalogo di Kieslowski.

In Orizzonti ci sono quattro film italiani. La ragazza con la Leica di Alina Marazzi, racconta la figura di una fotografa dimenticata, Gerda Taro. Una Storia è l’esordio alla regia di Anna Foglietta con Alba Rohrwacher e Guido Caprino: una moglie scopre il vuoto della propria esistenza dopo che la figlia ha lasciato la casa per l’università. La città dei vivi di Edoardo Gabriellini è tratto dal romanzo di Nicola Lagioia con Valerio Mastandrea. I figli della scimmia, di Tommaso Landucci con Riccardo Scamarcio, racconta una storia di disabilità.

Fuori concorso nella sezione Non Fiction, uno dei film che sembrano più interessanti è Be Brave di Franceso Carrozzini, il primo film dedicato a Renzo Rosso, fondatore di Diesel, e primo documentario italiano realizzato interamente con l’Intelligenza Artificiale. Fuori concorso c’è anche Dio ride di Giovanni Veronesi, con Pierfrancesco Favino e Silvio Orlando, che sarà il film di chiusura. E ci sono due grandi autori: Nessun dolore di Gianni Amelio, con Alessandro Borghi, Valeria Golino e Valerio Mastandrea, e Scherzetto di Mario Martone, con Toni Servillo e Serena Rossi. Place To Be di Kornél Mundruczò è l’ultima apparizione di Ellen Burstyn. The Basics Of Philosophy è il nuovo film del grande Paul Schrader, un’opera morale nel suo stile, con Sofia Boutella e Bill Pulmman. Un Bon Avocat di Tristan Séguéla, con Laurent Lafitte, Mélanie Laurent e Carole Bouquet, è la storia di avvocato dedito alla cocaina. Jupiter di Alexandre Smia con Denis Mènochet e Andrè Dussolier, è la storia di un presidente francese appena insediato che deve prendere una decisione in base a un ultimatum atomico della Russia. Father Joe di Barthélémy Grossmann è la storia di un prete vendicatore che ruba ai ricchi per donare ai poveri, prodotto da Luc Besson, con Kiefer Sutherland e Al Pacino. C’è una sola serie, Peccato di Valerio Vestoso, con Emanuela Fanelli, un mockumentary comedy in cui, in un futuro immaginario, si racconterà la tragicomica carriera di Emanuela Fanelli (la vedremo su HBO Max). Ci sono i cortometraggi, tra cui Flesh Impact di Maggie Gyllenhaal, presidente di giuria, che è dedicato a Marilyn Monroe. E ci sono film lunghissimi, come Joie De Vivre di Luca Guadagnino, un documentario di 435’, 7 ore di analisi dei film di Bernardo Bertolucci. Per quanto riguarda i film sul cinema, ci saranno anche Juso per ferie di Karen di Porto, Nino – Un film su Nino Rota di Walter Fasano, The Pervert’s Guide To Utopias di Sophie Fiennes, Twist And Shoot Mister Suzuki di Yves Montmayeur e Intermission di Yonfan. Nella sezione, Non Fiction, oltre ai film su Renzo Rosso e sugli Oasis e al film di Russell Crowe, c’è Musk di Alex Gibney, dedicato a Elon Musk, un documentario di 4 ore. Nella sezione Venezia Spotlight segnaliamo Hombre Al Agua di Gael Garcia Bernal (Messico) e Serpenti di Roberto De Paolis Maino con Alessandro Borghi, Pietro Castellitto e Valeria Golino.

di Maurizio Ermisino per DailyMood.it

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Digger: Tom Cruise irriconoscibile e da Oscar in un film che non vi toglierete dalla testa

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È come se Tom Cruise, una sorta di moderno Dorian Gray dall’eterna giovinezza, per girare Digger, il nuovo film di Alejandro González Iñárritu, abbia tirato fuori il suo ritratto, nel frattempo invecchiato. È una di quelle interpretazioni che potrebbero portarlo all’Oscar. Ma ogni aspetto di Digger, e il film stesso, sono da premio. Tom Cruise, trasformato come poche altre volte ha fatto in carriera (ricordiamo Nato il 4 di luglio e Tropic Thunder), è irriconoscibile, o quasi, per dare vita al ritratto caricaturale di un uomo d’affari americano, un petroliere, che non è semplicemente un personaggio, ma un simbolo. È la crasi tra il mondo degli affari senza scrupoli e gli uomini politici incuranti del resto del mondo come i George W. Bush e Donald Trump. Ma a colpire è il ritratto fisico che ne fa Cruise. È un uomo flaccido, con la pancia, con una carnagione pallida, biancastra. I capelli sono bianchi, lunghi e radi, pettinati da un lato in una sorta di riporto, ma in realtà incapaci di stare fermi, incontrollabili come chi li porta. Digger è un film che non vi resterà dentro solo per l’interpretazione di Cruise. Non vi lascerà mai più, dopo la visione, perché è un’accusa, a tutti quanti, anche a noi che guardiamo, per tutto quello che riguarda l’ambiente e il cambiamento climatico.

Digger Rockwell (Tom Cruise) è un miliardario americano a capo di un impero petrolifero. Un mattino gli arriva una terribile notizia. Un’esplosione in uno dei pozzi petroliferi in Groenlandia sta per causare un disastro ecologico. Un enorme iceberg si sta staccando e potrebbe raggiungere il nord dell’Europa, creare uno tsunami e inondare la Gran Bretagna e la Norvegia. Digger, così, convoca un vertice con il Presidente degli Stati Uniti (John Goodman) per risolvere la situazione.

È una storia che si svolge in America, che ritrae gli USA di oggi in modo caustico e spietato come solo chi non è americano forse oggi potrebbe fare. Da messicano, visto il probabile dente avvelenato con l’amministrazione USA per la questione dei muri e dell’immigrazione, Iñárritu mette in scena l’America dove “prima si bombarda poi si chiede” e che viene a dire a noi “l’America è stata al fianco dell’Europa nella sua ora più buia ed è pronta a farlo di nuovo”. È una frase che oggi suona ironica. Così come è ironico, e per nulla casuale, che al centro di tutto ci sia la Groenlandia, terra oggetto dei desideri di Trump.

Ma, attenzione, il j’accuse di Iñárritu non è rivolto solo all’America ma a tutti noi. Quando Digger parla davanti ai politici europei in realtà sta parlando a ogni singolo abitante del mondo. E ci mette davanti a una realtà inconfutabile e disarmante. “Perché non smetto di trivellare? Perché non volete che io smetta. Volete roba che non vi serve consegnata in due giorni.  Volete la libertà di godervi il confort della vostra vita insostenibile”. Sta parlando a noi che ci siamo abituati agli acquisti su Amazon e facciamo sì che merci viaggino per tutto il mondo con un grande consumo di anidride carbonica. Noi che usiamo di continuo l’Intelligenza Artificiale consumando una quantità enorme di energia per alimentarne i server.

Come Don’t Look Up, la commedia con Leonardo Di Caprio in cui l’asteroide che colpiva la Terra e nessuno voleva vedere era una chiara metafora della crisi climatica, anche in Digger il tema dell’ambiente viene raccontato con toni non seri, ma solo apparentemente. Digger è satirico, grottesco, farsesco, ma durissimo. Continuiamo così, facciamoci del male, come diceva un famoso film. La crisi climatica e già qui. Quando ce ne accorgeremo sarà troppo tardi.

di Maurizio Ermisino per DailyMood.it

 

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Heart Of The Beast: Brad Pitt into the wild con un cane dal cuore grande

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Ormai lo diciamo ogni volta che vediamo un suo film. Brad Pitt porta con sé un’aura tale che è in grado di tenere in piedi un film da solo, grande o piccolo che sia. Stavolta, però, accade qualcosa di molto particolare. Che a tenere in piedi il film Heart Of The Beast, diretto da David Ayer, al cinema dal 24 settembre, siano in due. Brad Pitt e Odino, un magnifico cane lupo – in realtà sono in 4, in scena, a interpretarlo – di un’espressività e una sensibilità unica. I due, in scena, fanno grandi cose, interagiscono, si abbracciano, lottano insieme. Ma c’è una minuscola sequenza che ci fa capire la sintonia. Nel momento in cui, uscito dall’acqua, Odino fa quel tipico movimento per scrollare il corpo e la testa per asciugarsi, Brad Pitt lo segue con il suo capo, muovendolo come fanno i cani. È un gesto istintivo, probabilmente frutto dell’improvvisazione. Ma è da queste cose che si capisce la sintonia che si può sviluppare su un set tra due attori. Anche se sono un uomo e un cane. Se amate Brad Pitt – e come non amarlo? – Heart Of The Beast è il film che dovete vedere. Se amate i cani  – e come non amarli? – questo è il film che dovete assolutamente vedere. Con un’avvertenza. Vi commuoverete fino alle lacrime.

Dopo un drammatico incidente aereo, l’ufficiale delle Forze Speciali James Belmont (Brad Pitt) si ritrova disperso nelle terre più remote e inospitali dell’Alaska. Al suo fianco c’è solo Odino, il fedele cane militare con cui ha condiviso missioni estreme e situazioni al limite. Circondati da una natura selvaggia e spietata, tra freddo estremo, predatori e ostacoli imprevedibili, James e Odin dovranno affidarsi l’uno all’altro per sopravvivere. Mentre ogni passo verso la salvezza si trasforma in una sfida, il loro legame verrà messo alla prova come mai prima d’ora.

I capelli rasati, come ne L’esercito delle 12 scimmie e Fight Club, la barba lunga ma non troppo, ben curata. Una serie di tatuaggi sul collo e le braccia per farlo entrare nel personaggio. Brad Pitt in Heart Of The Beast è in scena così, in maniera naturale, con pochissimi orpelli. Si porta con sé quelle rughe naturali, poche, che gli ha regalato il tempo, rendendolo ancora più interessante di quando era giovane. Come vi avevamo raccontato a proposito di F1 – Il film, oggi Brad Pitt ha bisogno di fare pochissimo per comunicare ogni suo personaggio, non ha bisogno di una recitazione plateale, di scene madri. E anche qui, in quello che è un film d’azione, che prevede un grande lavoro, una prova fisica, non è mai sopra le righe, è sempre credibile, sempre misurato. Oggi Brad Pitt è l’essenziale del cinema. Oltre ad essere, con Tom Cruise, forse l’ultima della star storiche di Hollywood ad essere ancora saldamente sul suo trono.

Brad Pitt è in grado di reggere da solo un film. Ma qui ha un co-protagonista eccezionale, Odino. Come abbiamo scritto, è interpretato da 4 cani diversi. Il suo personaggio è senza una zampa, ha i denti in titanio perché, in servizio, li ha persi. Come il suo padrone, anche Odino è un reduce di guerra, soffre di stress post traumatico, di notte ha gli incubi. La storia di Odino è quella di tanti cani impiegati nell’esercito, cani che salvano le vite, ma che pagano un prezzo altissimo. E che, a volte, riescono a iniziare una seconda vita. I cani che interpretano Odino sono espressivi, hanno uno sguardo fiero, intenso, un’empatia con l’attore in scena che è un vero punto di forza del film. C’è una cosa che Odino riesce a trasmettere più di ogni altra cosa. La preoccupazione di un cane per il suo padrone. E in questo è impagabile.

Sono 3mila i cani che sono stati impiegato dall’esercito americano negli ultimi 20 anni. Il film ci racconta questo. Ci racconta il rapporto tra l’uomo e il suo migliore amico. Ci racconta l’istinto di sopravvivenza che contraddistingue l’uomo e l’animale. È un film ad alto tasso di adrenalina, di tensione, e di commozione. È uno di quei film che non si fanno più, con gli animali addestrati (riguarda i cani, mentre altri animali sono realizzati in computer grafica per evidenti motivi), con pochi attori, poche parole, e girati in location reali, impervie. Perché solo così si può dare un senso di realismo a tutta la storia. È una sorta di Into The Wild che incontra The Revenant e Alpha – Un’amicizia forte come la vita, quel film che raccontava come è nata l’amicizia tra l’uomo e il lupo, dando vita al cane. Andate a vedere Heart Of The Beast. Ma preparate i fazzoletti.

di Maurizio Ermisino per DailyMood.it

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Amori & incantesimi 2: Sandra Bullock e Nicole Kidman, stile da strega

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“Che c’è? È il XXI secolo. Un uomo può fare un lavoro da donne”. È una delle battute che sentiamo in Amori & incantesimi 2, il sequel del film del 1998 con Sandra Bullock e Nicole Kidman, che tornano nei loro ruoli di Sally e Gillian Owens 28 anni dopo. A pronunciarla è il professor Ian Wright, improvviso alleato, di fatto uno stregone, uno che fa magia, che è sempre sembrata appannaggio delle streghe. Lo scambio dei ruoli tra maschile e femminile avrebbe potuto essere un punto interessante, nella nostra era, da cui partire per riportare questa storia sullo schermo. Ma è uno spunto che rimane sullo sfondo, un gancio non sfruttato. I temi del film, piuttosto, sono altri. Amori & incantesimi 2 si chiede che cosa sia giusto rivelare ai nostri figli se sia giusto nascondere delle cose per proteggerli o se sia meglio far sapere loro tutto. E anche se sia giusto dimenticare chi si è davvero e nascondere la propria natura e i propri talenti in un cassetto, o se sia meglio provare ad essere se stessi.

Negli anni che sono passati tra le due storie, infatti Sally (Sandra Bullock), dopo la morte del primo e del secondo marito, ha deciso di rinunciare alla magia, di non raccontare mai niente della maledizione alle due figlie, e di non legarsi più a nessuno. Gillian (Nicole Kidman), da sempre è stata restia ai legami. Non ha rinunciato alla magia. Ed è tornata nella casa delle zie, nel Massachusetts. Una delle figlie di Sally ha conosciuto qualcuno e forse è innamorata. La maledizione, lo sapete, fa sì che ogni volta che qualcuno della famiglia si innamora di una persona, questa muore.

Come il primo film, Anche Amori & incantesimi 2 gioca sul contrasto tra le due attrici e i due personaggi. Sorelle diverse, sia fisicamente che nell’indole. Sandra Bullock è la donna con la testa a posto, riflessiva, quella che si innamorava e si sposava, e ora è madre. Nicole Kidman è la scapestrata, la libertina, l’irrequieta e l’emancipata. Quella che sceglieva storie travolgenti, a volte con gli uomini sbagliati, ma che non si innamorava. E che, ancora, non si innamora. Il contrasto, come detto, è anche fisico. Una donna ha i capelli corvini, dai profondi occhi neri come il carbone, dai tratti decisi del volto, e un corpo tonico e giovanile. Un’altra ha i capelli rossi e ricci, un’aura da bellezza preraffaellita, la carnagione bianco latte, il fisico esile e longilineo. Due elementi opposti che, come in chimica, si attraggono e danno vita a un composto potente.

Nicole Kidman è in scena con un perfetto look da strega, una sorta di witch-grunge-chic che riprende un abbigliamento vintage, lo mescola con un po’ di grunge e detta la linea di quella che potrebbe essere una nuova moda. Lunghe gonne scozzesi, a quadri, portate con t-shirt bianche. Abiti leggeri e setosi abbinati a quelle camicie di pizzo a collo alto che si usavano un tempo, con giacche di tessuto broccato o maglioni. O ancora, come usa la giovane strega, figlia di Sally (interpretata da Joey King), sottovesti abbinate a camice di flanella, giacche di pelle, con gli anfibi ai piedi. Sandra Bullock è la strega che ha deciso di rinunciare ai poteri, di diventare una donna normale. E questo si riflette anche nel suo look, fatto di jeans e camicie bianche, golfini e magliette nere, leggins neri portati con le ballerine.

Amori & incantesimi 2 ha in parte gli stessi difetti del primo film, in parte altri, qualcuno lo risolve e qualcuno no. Il primo film aveva un tono davvero troppo leggero e una trama esile ed incerta, con un finale che lasciava la storia in sospeso. Il secondo film prosegue per gran parte sulla falsariga del primo, leggero e impalpabile, per poi lanciarsi, nella seconda parte, in una trama più articolata, ma anche forzata. E a un finale tra il fantasy, l’action e l’horror che, se giustifica la presenza di due streghe nella storia, cambia anche bruscamente il tono del film. Le scene d’azione non sono all’altezza di questo genere di film. Di meglio, rispetto al primo film, ha alcune battute che suscitano qualche sorriso in più.

Alla regia c’è Susanne Bier, la regista danese di Dopo il matrimonio e Noi due sconosciuti (Things We Lost In The Fire), nata con il Dogma e Lars Von Trier. La Bier oggi lavora soprattutto negli Stati Uniti dove è diventata una regista di film d’azione e di serie ad alta tensione. Aveva già lavorato con Sandra Bullock in Bird Box e con Nicole Kidman nella serie The Undoing. In quello che è chiaramente un film su commissione, Susanne Bier prova a portare il suo senso per i rapporti familiari, per i segreti e le cose non dette, per i rapporti tra genitori e figli. Che non sono facili quando si parla di streghe. Ma che, in fondo, non sono facili in ogni caso.

di Maurizio Ermisino per DailyMood.it

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