Cine Mood
Venezia 83, la moda va in scena sul red carpet: da Amal e George Clooney a Bianca Balti, tutti i look più belli da ricordare
È finalmente arrivato settembre. E con lui, puntuale come ogni anno, anche il rito più glamour della Mostra del Cinema di Venezia 83: il red carpet. A Venezia si arriva in motoscafo, si scende in smoking e si sorride ai flash con l’aria di chi sa perfettamente che, da quel momento in poi, ogni dettaglio verrà osservato. Dall’abito ai gioielli, dalle scarpe all’acconciatura: per dieci giorni il Lido diventa il palcoscenico dove cinema e moda si incontrano, si corteggiano e, spesso, si contendono la scena.
Questa 83esima edizione parte all’insegna del glamour senza mezze misure. Smoking impeccabili e silhouette scultoree, velluto e satin, pizzo e trasparenze, cristalli e gioielli importanti: il red carpet riscopre il piacere di essere spettacolare. Ma senza tornare semplicemente al passato. Il glamour di oggi è più personale, più teatrale, a volte persino sfacciato.
Perché se Hollywood porta al Lido il suo consueto esercito di star, sono gli abiti a raccontare la storia prima ancora che inizi la proiezione. Il nero resta il grande classico, il velluto aggiunge profondità, il satin cattura la luce, il pizzo riscrive la sensualità e la sartorialità maschile si fa più morbida, libera, meno ingessata.
Il nero, naturalmente
A Venezia il nero non passa mai di moda. Cambia forma, però. Amal Clooney sceglie la via più sofisticata: un abito a colonna nero su misura di Tom Ford by Haider Ackermann. Essenziale solo in apparenza, è costruito attraverso drappeggi e spalline sottili.
Accanto a lei, George Clooney conferma la propria idea di tuxedo con uno smoking Giorgio Armani, impeccabile e senza tempo. Insieme dimostrano che il vero lusso, sul red carpet, è spesso una questione di misura.
Sul versante femminile, il nero torna anche con Matilde Gioli. L’attrice lo interpreta attraverso incroci, drappeggi e un gioco di trasparenze. Barbara Ronchi sceglie invece uno slip dress impreziosito dal pizzo.
Due declinazioni molto diverse della stessa idea: il minimalismo non è necessariamente minimal. Anche Alessandra Ambrosio punta sul total black. Il suo abito aderente ha una silhouette scolpita ed è accompagnato da una cascata di diamanti. È il linguaggio della diva hollywoodiana nella sua versione più classica: onde morbide, pelle luminosa e gioielli capaci di catturare la luce dei flash.
Il nuovo smoking maschile
Se c’è una tendenza che emerge con particolare chiarezza da questo primo capitolo veneziano è la trasformazione dello smoking. Jonathan Bailey, in Giorgio Armani, ne offre una delle interpretazioni più convincenti. Blu, volumi più morbidi e sovrapposizioni sostituiscono la rigidità del tuxedo tradizionale senza sacrificarne l’eleganza. È una sartorialità che non ha bisogno di ostentare la propria costruzione. Ancora più interessante è Nicholas Galitzine, in Emporio Armani, che arriva senza giacca e lascia alla camicia da smoking il compito di costruire il look.
La spilla Art Déco aggiunge quel dettaglio prezioso che trasforma un outfit formale in un gesto di stile. Poi c’è Jack O’Connell, che sceglie una strada completamente diversa: giacca sartoriale e lunga sciarpa con frange. Il risultato è rilassato, teatrale, quasi bohémien, ma perfettamente calibrato per il Lido. È forse questa la vera evoluzione del red carpet maschile: non più l’obbligo di essere impeccabili, ma la possibilità di essere riconoscibili.
Guy Pearce, al contrario, sceglie la tradizione. Completo sartoriale, proporzioni classiche e quella sicurezza che arriva dopo decenni davanti alle macchine fotografiche. A Venezia, anche il tempo può diventare un accessorio.
Velluto, borgogna e il ritorno della diva
Tra le immagini più sofisticate di questa apertura c’è quella di Greta Scarano, che sceglie un abito Armani in velluto color borgogna. Bustier, scollatura a cuore drappeggiata e gioielli importanti: una silhouette profondamente cinematografica, ma senza nostalgia.
È una tonalità che sembra fatta per Venezia: più sensuale del nero, più adulta del rosso, perfetta quando la luce comincia a cambiare. Dall’altra parte dello spettro cromatico arriva Eugenia Silva, con un abito bianco argentato dalla struttura quasi floreale e una corona sulla fronte. Qui il red carpet diventa apertamente couture: il corpo scompare dietro la costruzione dell’abito e la figura si trasforma in un’immagine.
Quando il red carpet diventa spettacolo
C’è poi chi decide di non passare inosservato. Bianca Balti arriva con un abito bustier rosa confetto di Ilya Migmoon, caratterizzato da coppe strutturate, drappeggi e scenografiche ali che trasformano la silhouette in quella di una statua contemporanea. È uno di quei look che funzionano perché comprendono perfettamente il linguaggio del tappeto rosso: non basta essere eleganti, bisogna creare una fotografia memorabile.
Più sensuale è Paola Turani, che punta sul color cioccolato e su una profonda scollatura a V accompagnata da uno spacco deciso. Il beauty look, lasciato volutamente naturale, evita che l’abito diventi eccessivo e lascia alla silhouette il compito di parlare.
Claire Foy, invece, sceglie il rosso assoluto. Tubino Bottega Veneta, guanti lunghi e sandali con il tacco vertiginoso: una dichiarazione cromatica netta, quasi cinematografica, completata da gioielli Swarovski ed ear cuff importanti. Il rosso non è mai una scelta timida e, sul tappeto veneziano, acquista una teatralità ancora maggiore. Foy lo interpreta con un’attitudine sofisticata ma volutamente audace, trasformando il classico abito da sera in un’immagine più contemporanea.
E se il rosso rappresenta la spettacolarità, il verde sceglie invece la strada della profondità. Nina Dobrev arriva con una creazione Armani Privé verde bosco, un bustier ricoperto di paillettes luminose e una sopragonna leggera che accompagna il movimento. È un abito che vive soprattutto sotto i flash: a ogni passo la superficie cambia, catturando la luce e restituendola in modo quasi liquido.
Il ritorno del glamour
A Venezia il glamour non è mai veramente scomparso. Semplicemente, negli ultimi anni ha imparato a essere meno rumoroso. Laura Dern ne offre una delle interpretazioni più convincenti con un abito midi in mikado Prada. La silhouette è composta, quasi bon ton, e proprio per questo sorprende in un contesto nel quale il red carpet tende spesso alla spettacolarità. Le décolleté con kitten heel e il collier di diamanti e rubini aggiungono il necessario elemento prezioso senza compromettere l’equilibrio dell’insieme. \È una forma di lusso che non chiede attenzione, ma la ottiene comunque.
Anche Maggie Gyllenhaal sceglie un’eleganza più intellettuale. Il suo abito nero Celine, con scollatura incrociata, dialoga con il collier Serpenti di Bulgari, creando una silhouette rétro ma assolutamente contemporanea. È il genere di look che non sembra costruito per i social, ma per durare nella memoria.
Il pizzo, le trasparenze, la nuova sensualità
La sensualità di questa Venezia non passa necessariamente attraverso spacchi vertiginosi o scollature profonde. Molto più spesso si nasconde nei materiali. Barbara Ronchi sceglie uno slip dress nero con inserti di pizzo, illuminato da un collier con una grande gemma verde. È una combinazione delicata e sofisticata, dove il romanticismo del pizzo viene bilanciato dalla severità del nero.
Levante, invece, porta sul tappeto rosso una versione più eterea della stessa tendenza. L’abito Giorgio Armani, decorato con motivi floreali, gioca con trasparenze e aperture che lasciano intravedere le gambe. I guanti di velo e le scarpe a punta aggiungono un elemento rétro, quasi da diva d’altri tempi.
È interessante come, in questa edizione della Mostra, la trasparenza non sembri più voler provocare. È diventata un elemento di costruzione dell’abito, una superficie attraverso cui giocare con la luce e con il movimento.
L’oro e l’animalier
Poi c’è chi sceglie di brillare senza compromessi. Kaouther Ben Hania arriva con un abito da sera color oro, prezioso e strutturato, completato da una borsa a mano coordinata. Il risultato è opulento, quasi scultoreo, e ricorda che il red carpet veneziano può ancora concedersi una dose generosa di magnificenza.
Ancora più audace Jewel, che porta l’animalier in una dimensione completamente diversa. Il suo abito fasciante, interamente ricoperto di cristalli, trasforma una stampa tradizionalmente aggressiva in qualcosa di prezioso e quasi gioiello. Il bob liscio e l’atteggiamento sicuro completano un’immagine precisa, senza elementi superflui.
Le modelle tornano protagoniste
Come da tradizione, Venezia è anche il territorio naturale delle top model. Alessandra Ambrosio interpreta il glamour attraverso un abito nero aderente, con top sagomato e una gonna caratterizzata da morbide arricciature. Onde da diva e diamanti completano un’immagine che conosce perfettamente il funzionamento del red carpet.
Alana Champion sceglie invece un abito nero dalla gonna ampia e dalle tasche, una silhouette più rilassata illuminata da un importante collier con pendente. I capelli lasciati naturalmente mossi evitano che l’insieme diventi troppo costruito.
E poi c’è Eugenia Silva, che con il suo abito bianco argentato sembra quasi appartenere a un’altra epoca. Il bustier si apre come un fiore, mentre una corona sulla fronte porta il look verso un territorio apertamente couture. Non è semplicemente un abito da red carpet: è una dichiarazione.
La nuova eleganza maschile
Se il glamour femminile cambia attraverso tessuti e silhouette, quello maschile passa soprattutto dalla proporzione. Jonathan Bailey in Giorgio Armani è forse l’esempio più evidente. Le tonalità di blu, le linee più morbide e le sovrapposizioni rendono la sartorialità meno rigida, più contemporanea. È l’eleganza di chi non ha bisogno di dimostrare di essere elegante.
Nicholas Galitzine, in Emporio Armani, sceglie invece di rinunciare alla giacca e lasciare protagonista la camicia da smoking, impreziosita da una spilla Art Déco. Una scelta apparentemente semplice, ma sufficiente a rompere la prevedibilità del classico completo da sera.
Jack O’Connell percorre una strada ancora più personale con la lunga sciarpa dalle frange, portata sopra la giacca. È un dettaglio capace di cambiare completamente la percezione dello smoking: meno formale, più cinematografico, quasi rock. Guy Pearce, al contrario, rimane fedele alla tradizione con un completo sartoriale impeccabile. Nessun esperimento necessario quando il taglio è perfetto e l’attitudine fa il resto.
Venezia, ancora una volta
Alla fine, il fascino dei look veneziani sta proprio nella loro varietà. C’è chi sceglie il nero e chi il rosso, chi preferisce il velluto e chi i cristalli, chi riscopre il pizzo e chi invece punta tutto sulla sartorialità. Ma il filo conduttore è uno: la voglia di tornare a vestirsi per un’occasione. Dopo stagioni di minimalismo, quiet luxury e guardaroba sempre più informali, il red carpet della Mostra sembra voler ricordare che esiste ancora un piacere quasi cinematografico nel costruire un’apparizione. Un abito può essere spettacolare, un gioiello può essere esagerato, uno smoking può avere una silhouette inattesa.
di Cristina Siciliano per DailyMood.it
Copertina crediti: 115045-RED_CARPET_-_George_and_Amal_Clooney__Ph._Jacopo_Salvi_-_Courtesy_Archivio_Storico_La_Biennale_di_Venezia___8_-2.jpg
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Cine Mood
Digger: Tom Cruise irriconoscibile e da Oscar in un film che non vi toglierete dalla testa
Published
2 settimane agoon
2 Ottobre 2026
È come se Tom Cruise, una sorta di moderno Dorian Gray dall’eterna giovinezza, per girare Digger, il nuovo film di Alejandro González Iñárritu, abbia tirato fuori il suo ritratto, nel frattempo invecchiato. È una di quelle interpretazioni che potrebbero portarlo all’Oscar. Ma ogni aspetto di Digger, e il film stesso, sono da premio. Tom Cruise, trasformato come poche altre volte ha fatto in carriera (ricordiamo Nato il 4 di luglio e Tropic Thunder), è irriconoscibile, o quasi, per dare vita al ritratto caricaturale di un uomo d’affari americano, un petroliere, che non è semplicemente un personaggio, ma un simbolo. È la crasi tra il mondo degli affari senza scrupoli e gli uomini politici incuranti del resto del mondo come i George W. Bush e Donald Trump. Ma a colpire è il ritratto fisico che ne fa Cruise. È un uomo flaccido, con la pancia, con una carnagione pallida, biancastra. I capelli sono bianchi, lunghi e radi, pettinati da un lato in una sorta di riporto, ma in realtà incapaci di stare fermi, incontrollabili come chi li porta. Digger è un film che non vi resterà dentro solo per l’interpretazione di Cruise. Non vi lascerà mai più, dopo la visione, perché è un’accusa, a tutti quanti, anche a noi che guardiamo, per tutto quello che riguarda l’ambiente e il cambiamento climatico.
Digger Rockwell (Tom Cruise) è un miliardario americano a capo di un impero petrolifero. Un mattino gli arriva una terribile notizia. Un’esplosione in uno dei pozzi petroliferi in Groenlandia sta per causare un disastro ecologico. Un enorme iceberg si sta staccando e potrebbe raggiungere il nord dell’Europa, creare uno tsunami e inondare la Gran Bretagna e la Norvegia. Digger, così, convoca un vertice con il Presidente degli Stati Uniti (John Goodman) per risolvere la situazione.
È una storia che si svolge in America, che ritrae gli USA di oggi in modo caustico e spietato come solo chi non è americano forse oggi potrebbe fare. Da messicano, visto il probabile dente avvelenato con l’amministrazione USA per la questione dei muri e dell’immigrazione, Iñárritu mette in scena l’America dove “prima si bombarda poi si chiede” e che viene a dire a noi “l’America è stata al fianco dell’Europa nella sua ora più buia ed è pronta a farlo di nuovo”. È una frase che oggi suona ironica. Così come è ironico, e per nulla casuale, che al centro di tutto ci sia la Groenlandia, terra oggetto dei desideri di Trump.
Ma, attenzione, il j’accuse di Iñárritu non è rivolto solo all’America ma a tutti noi. Quando Digger parla davanti ai politici europei in realtà sta parlando a ogni singolo abitante del mondo. E ci mette davanti a una realtà inconfutabile e disarmante. “Perché non smetto di trivellare? Perché non volete che io smetta. Volete roba che non vi serve consegnata in due giorni. Volete la libertà di godervi il confort della vostra vita insostenibile”. Sta parlando a noi che ci siamo abituati agli acquisti su Amazon e facciamo sì che merci viaggino per tutto il mondo con un grande consumo di anidride carbonica. Noi che usiamo di continuo l’Intelligenza Artificiale consumando una quantità enorme di energia per alimentarne i server.
Come Don’t Look Up, la commedia con Leonardo Di Caprio in cui l’asteroide che colpiva la Terra e nessuno voleva vedere era una chiara metafora della crisi climatica, anche in Digger il tema dell’ambiente viene raccontato con toni non seri, ma solo apparentemente. Digger è satirico, grottesco, farsesco, ma durissimo. Continuiamo così, facciamoci del male, come diceva un famoso film. La crisi climatica e già qui. Quando ce ne accorgeremo sarà troppo tardi.
di Maurizio Ermisino per DailyMood.it
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Cine Mood
Heart Of The Beast: Brad Pitt into the wild con un cane dal cuore grande
Published
3 settimane agoon
22 Settembre 2026
Ormai lo diciamo ogni volta che vediamo un suo film. Brad Pitt porta con sé un’aura tale che è in grado di tenere in piedi un film da solo, grande o piccolo che sia. Stavolta, però, accade qualcosa di molto particolare. Che a tenere in piedi il film Heart Of The Beast, diretto da David Ayer, al cinema dal 24 settembre, siano in due. Brad Pitt e Odino, un magnifico cane lupo – in realtà sono in 4, in scena, a interpretarlo – di un’espressività e una sensibilità unica. I due, in scena, fanno grandi cose, interagiscono, si abbracciano, lottano insieme. Ma c’è una minuscola sequenza che ci fa capire la sintonia. Nel momento in cui, uscito dall’acqua, Odino fa quel tipico movimento per scrollare il corpo e la testa per asciugarsi, Brad Pitt lo segue con il suo capo, muovendolo come fanno i cani. È un gesto istintivo, probabilmente frutto dell’improvvisazione. Ma è da queste cose che si capisce la sintonia che si può sviluppare su un set tra due attori. Anche se sono un uomo e un cane. Se amate Brad Pitt – e come non amarlo? – Heart Of The Beast è il film che dovete vedere. Se amate i cani – e come non amarli? – questo è il film che dovete assolutamente vedere. Con un’avvertenza. Vi commuoverete fino alle lacrime.
Dopo un drammatico incidente aereo, l’ufficiale delle Forze Speciali James Belmont (Brad Pitt) si ritrova disperso nelle terre più remote e inospitali dell’Alaska. Al suo fianco c’è solo Odino, il fedele cane militare con cui ha condiviso missioni estreme e situazioni al limite. Circondati da una natura selvaggia e spietata, tra freddo estremo, predatori e ostacoli imprevedibili, James e Odin dovranno affidarsi l’uno all’altro per sopravvivere. Mentre ogni passo verso la salvezza si trasforma in una sfida, il loro legame verrà messo alla prova come mai prima d’ora.
I capelli rasati, come ne L’esercito delle 12 scimmie e Fight Club, la barba lunga ma non troppo, ben curata. Una serie di tatuaggi sul collo e le braccia per farlo entrare nel personaggio. Brad Pitt in Heart Of The Beast è in scena così, in maniera naturale, con pochissimi orpelli. Si porta con sé quelle rughe naturali, poche, che gli ha regalato il tempo, rendendolo ancora più interessante di quando era giovane. Come vi avevamo raccontato a proposito di F1 – Il film, oggi Brad Pitt ha bisogno di fare pochissimo per comunicare ogni suo personaggio, non ha bisogno di una recitazione plateale, di scene madri. E anche qui, in quello che è un film d’azione, che prevede un grande lavoro, una prova fisica, non è mai sopra le righe, è sempre credibile, sempre misurato. Oggi Brad Pitt è l’essenziale del cinema. Oltre ad essere, con Tom Cruise, forse l’ultima della star storiche di Hollywood ad essere ancora saldamente sul suo trono.
Brad Pitt è in grado di reggere da solo un film. Ma qui ha un co-protagonista eccezionale, Odino. Come abbiamo scritto, è interpretato da 4 cani diversi. Il suo personaggio è senza una zampa, ha i denti in titanio perché, in servizio, li ha persi. Come il suo padrone, anche Odino è un reduce di guerra, soffre di stress post traumatico, di notte ha gli incubi. La storia di Odino è quella di tanti cani impiegati nell’esercito, cani che salvano le vite, ma che pagano un prezzo altissimo. E che, a volte, riescono a iniziare una seconda vita. I cani che interpretano Odino sono espressivi, hanno uno sguardo fiero, intenso, un’empatia con l’attore in scena che è un vero punto di forza del film. C’è una cosa che Odino riesce a trasmettere più di ogni altra cosa. La preoccupazione di un cane per il suo padrone. E in questo è impagabile.
Sono 3mila i cani che sono stati impiegato dall’esercito americano negli ultimi 20 anni. Il film ci racconta questo. Ci racconta il rapporto tra l’uomo e il suo migliore amico. Ci racconta l’istinto di sopravvivenza che contraddistingue l’uomo e l’animale. È un film ad alto tasso di adrenalina, di tensione, e di commozione. È uno di quei film che non si fanno più, con gli animali addestrati (riguarda i cani, mentre altri animali sono realizzati in computer grafica per evidenti motivi), con pochi attori, poche parole, e girati in location reali, impervie. Perché solo così si può dare un senso di realismo a tutta la storia. È una sorta di Into The Wild che incontra The Revenant e Alpha – Un’amicizia forte come la vita, quel film che raccontava come è nata l’amicizia tra l’uomo e il lupo, dando vita al cane. Andate a vedere Heart Of The Beast. Ma preparate i fazzoletti.
di Maurizio Ermisino per DailyMood.it
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Cine Mood
Amori & incantesimi 2: Sandra Bullock e Nicole Kidman, stile da strega
Published
4 settimane agoon
15 Settembre 2026
“Che c’è? È il XXI secolo. Un uomo può fare un lavoro da donne”. È una delle battute che sentiamo in Amori & incantesimi 2, il sequel del film del 1998 con Sandra Bullock e Nicole Kidman, che tornano nei loro ruoli di Sally e Gillian Owens 28 anni dopo. A pronunciarla è il professor Ian Wright, improvviso alleato, di fatto uno stregone, uno che fa magia, che è sempre sembrata appannaggio delle streghe. Lo scambio dei ruoli tra maschile e femminile avrebbe potuto essere un punto interessante, nella nostra era, da cui partire per riportare questa storia sullo schermo. Ma è uno spunto che rimane sullo sfondo, un gancio non sfruttato. I temi del film, piuttosto, sono altri. Amori & incantesimi 2 si chiede che cosa sia giusto rivelare ai nostri figli se sia giusto nascondere delle cose per proteggerli o se sia meglio far sapere loro tutto. E anche se sia giusto dimenticare chi si è davvero e nascondere la propria natura e i propri talenti in un cassetto, o se sia meglio provare ad essere se stessi.
Negli anni che sono passati tra le due storie, infatti Sally (Sandra Bullock), dopo la morte del primo e del secondo marito, ha deciso di rinunciare alla magia, di non raccontare mai niente della maledizione alle due figlie, e di non legarsi più a nessuno. Gillian (Nicole Kidman), da sempre è stata restia ai legami. Non ha rinunciato alla magia. Ed è tornata nella casa delle zie, nel Massachusetts. Una delle figlie di Sally ha conosciuto qualcuno e forse è innamorata. La maledizione, lo sapete, fa sì che ogni volta che qualcuno della famiglia si innamora di una persona, questa muore.
Come il primo film, Anche Amori & incantesimi 2 gioca sul contrasto tra le due attrici e i due personaggi. Sorelle diverse, sia fisicamente che nell’indole. Sandra Bullock è la donna con la testa a posto, riflessiva, quella che si innamorava e si sposava, e ora è madre. Nicole Kidman è la scapestrata, la libertina, l’irrequieta e l’emancipata. Quella che sceglieva storie travolgenti, a volte con gli uomini sbagliati, ma che non si innamorava. E che, ancora, non si innamora. Il contrasto, come detto, è anche fisico. Una donna ha i capelli corvini, dai profondi occhi neri come il carbone, dai tratti decisi del volto, e un corpo tonico e giovanile. Un’altra ha i capelli rossi e ricci, un’aura da bellezza preraffaellita, la carnagione bianco latte, il fisico esile e longilineo. Due elementi opposti che, come in chimica, si attraggono e danno vita a un composto potente.
Nicole Kidman è in scena con un perfetto look da strega, una sorta di witch-grunge-chic che riprende un abbigliamento vintage, lo mescola con un po’ di grunge e detta la linea di quella che potrebbe essere una nuova moda. Lunghe gonne scozzesi, a quadri, portate con t-shirt bianche. Abiti leggeri e setosi abbinati a quelle camicie di pizzo a collo alto che si usavano un tempo, con giacche di tessuto broccato o maglioni. O ancora, come usa la giovane strega, figlia di Sally (interpretata da Joey King), sottovesti abbinate a camice di flanella, giacche di pelle, con gli anfibi ai piedi. Sandra Bullock è la strega che ha deciso di rinunciare ai poteri, di diventare una donna normale. E questo si riflette anche nel suo look, fatto di jeans e camicie bianche, golfini e magliette nere, leggins neri portati con le ballerine.
Amori & incantesimi 2 ha in parte gli stessi difetti del primo film, in parte altri, qualcuno lo risolve e qualcuno no. Il primo film aveva un tono davvero troppo leggero e una trama esile ed incerta, con un finale che lasciava la storia in sospeso. Il secondo film prosegue per gran parte sulla falsariga del primo, leggero e impalpabile, per poi lanciarsi, nella seconda parte, in una trama più articolata, ma anche forzata. E a un finale tra il fantasy, l’action e l’horror che, se giustifica la presenza di due streghe nella storia, cambia anche bruscamente il tono del film. Le scene d’azione non sono all’altezza di questo genere di film. Di meglio, rispetto al primo film, ha alcune battute che suscitano qualche sorriso in più.
Alla regia c’è Susanne Bier, la regista danese di Dopo il matrimonio e Noi due sconosciuti (Things We Lost In The Fire), nata con il Dogma e Lars Von Trier. La Bier oggi lavora soprattutto negli Stati Uniti dove è diventata una regista di film d’azione e di serie ad alta tensione. Aveva già lavorato con Sandra Bullock in Bird Box e con Nicole Kidman nella serie The Undoing. In quello che è chiaramente un film su commissione, Susanne Bier prova a portare il suo senso per i rapporti familiari, per i segreti e le cose non dette, per i rapporti tra genitori e figli. Che non sono facili quando si parla di streghe. Ma che, in fondo, non sono facili in ogni caso.
di Maurizio Ermisino per DailyMood.it
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