Cine Mood
Blonde: Marilyn Monroe, la donna che abbiamo amato, non esisteva
Ve lo diciamo subito. Guardare Blonde, il film di Andrew Dominik su Marilyn Monroe con Ana De Armas, in streaming su Netflix dal 28 settembre, è dolorosissimo. È un continuo colpo al cuore. Ci sono intere generazioni di persone, uomini e donne, che sono cresciuti con il mito di Marylin Monroe, con la sua icona stampata negli occhi e appesa sui muri. I suoi film sono un patrimonio collettivo e, nell’epoca della tivù generalista, prima dello streaming, erano facilissimi da trovare su ogni rete, in prima o in seconda serata, trasmessi di continuo. Gli uomini preferiscono le bionde, Quando la moglie in vacanza, A qualcuno piace caldo ci hanno sempre trasmesso il senso di una sessualità giocosa e innocente, un’età dell’oro senza tempo in cui l’amore era un gioco, e la bellezza curava tutto. E dove al centro c’era questa donna bellissima, bionda, con quel sorriso unico, che non si poteva non amare. Che la vita di Marilyn Monroe non fosse stata una vita felice, una vita facile lo sapevamo: basta pensare alla sua morte, avvenuta in circostanze ancora misteriose. Ma il film di Andrew Dominik, presentato in concorso alla 79esima Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia, porta con sé un senso di morte fin dalle prime scene, di violenza costante. Che arriva non solo a destrutturare l’icona, il mito di Marilyn Monroe, ma a demolirlo completamente. Ovviamente la demolizione riguarda tutto il mondo dove Norma Jean Baker si muoveva, l’Hollywood maschilista di quegli anni. Ma per mettere in atto questa demolizione confeziona un film che si spinge spesso oltre i limiti di velocità, finendo spesso per deragliare.
Su Blonde, tratto dal romanzo di Joyce Carol Oates, la morte aleggia sin dalle prime scene, da quando la piccola Norma Jean viene prima portata in macchina dalla madre, ormai fuori controllo, lungo le strade di una Hollywood in fiamme (probabile metafora…) e poi annegata in una vasca da bagno, con il tentativo che, per fortuna, va a vuoto. Non era stata voluta, la piccola Norma Jean, né dalla mamma, né da quel padre che, sin dalla prima scena, Norma Jean ha conosciuto solo in foto, e desiderato e rincorso per tutta la sua vita, tanto da cercarlo negli uomini di cui si innamorava, e che chiamava tutti “daddy”, papà. Quell’unica, incerta, immagine, quella figura sfuggente del padre, la rincorrerà, e rincorrerà noi, come un incubo, per tutto il film. Così come il desiderio di un figlio. Il destino ha voluto che Norma Jean, bambina non desiderata da nessuno, sia nata. Ma anche che il figlio di Marilyn, al contrario desiderato tantissimo, non sia mai venuto al mondo.
Questi temi si rincorrono lungo tutta la durata di Blonde, un film che non ha un andamento lineare, ma che salta da un evento all’altro, da una suggestione all’altra, con accostamenti a volte arditi (il bordo del letto su cui Marilyn è costretta a un rapporto sessuale diventa una cascata, per ricollegarsi a Niagara, uno dei film più famosi). Grazie alle tecnologie digitali, la Marilyn di Ana De Armas entra, al posto della vera attrice, nelle scene dei suoi film storici. Ma sono scene che vediamo da lontano, su uno schermo in fondo a una sala, o che vediamo parzialmente. Solo la famosa scena di Quando la moglie è in vacanza, quella con la gonna che si solleva grazie all’aria che arriva dai sotterranei, è fissata, bloccata e rivista da ogni angolatura, scomposta e ricomposta. Serve a fissare l’icona, e a lanciare la scena immediatamente successiva, uno sfogo di gelosia del marito Arthur Miller, ennesimo comportamento dominante di una serie di maschi che Marilyn ha incontrato nella sua vita. Così come una scena di A qualcuno piace caldo viene seguita da un dietro le quinte, per documentare un crollo nervoso.
Perché è sempre questo che Blonde ci sbatte, con forza, davanti agli occhi. Per una scena fissata su pellicola ed entrata gloriosamente nell’immaginario collettivo, ci sono decine di dietro le quinte, di scene non viste. I provini, i commenti sulle forme, il continuo sminuire. E questo non è niente. Ci sono gli abusi, le molestie, o quasi stupri, le violenze domestiche. Quello del passaggio dal divano del produttore è una verità conosciuta da tutti. Ma vederla in modo così evidente, brutale, violento è qualcosa che non può lasciare indifferenti. Andrew Dominik in questo modo prende un modo di essere che era accettato e tollerato settant’anni fa e lo trasporta nel mondo di oggi, all’epoca del #metoo, dove alcuni comportamenti non sono più tollerabili. Quello che all’epoca nessuno aveva visto ci viene fatto vedere oggi, con lo sguardo di oggi. E ci fa sentire, ovviamente in colpa. Perché quella donna che abbiamo amato e desiderato era una donna che non esisteva, ed era il frutto di tanto dolore.
Assistendo a Blonde ci sembra quasi che la felicità non sia stata mai possibile per Norma Jean Baker, se non nelle scene di un film. Attenzione: non diciamo sul set di un film, perché anche quelli per lei erano durissimi. Diciamo proprio nella scena del film, cioè per il personaggio in scena, nella finzione della storia. C’è un momento in cui, durante la lavorazione di A qualcuno piace caldo – sembra incredibile che un film così gioioso sia stato girato in un momento così doloroso – dopo essere arrivata sul set per miracolo e rimessa in piedi a suon di medicine, un attimo prima di andare in scena Marylin sfoggi il sorriso più smagliante possibile. Un sorriso che poteva esistere solo nella finzione.Eppure in un film che vuole riscattare la donna dietro Marilyn Monroe, finisce per diventare monotono, monocorde nel suo reiterare la violenza, l’abuso. Un film che passa dal colore al bianco e nero sembra poterci essere, metaforicamente, solo il nero, finendo per portare Norma Jean tanto, forse troppo lontano da quello che ha rappresentato. A tratti, la sua vita sembra davvero un horror. La sua storia è filtrata prima dalla visione di una donna, Joyce Carol Oates, e poi da un uomo, Andrew Dominik. Che nelle intenzioni vuole certamente denunciare quello che ha dovuto passare questa donna, ma a tratti – con sequenze che sfiorano il compiacimento – sembri quasi violare di nuovo Marilyn, abusare ancora di lei. Per non parlare di sequenze al limite del buon gusto, come il feto parlante che si rivolge direttamente a lei.
A risaltare e brillare di luce propria è Ana De Armas, attrice che si getta anima e corpo nell’impresa non facile di impersonare Marilyn Monroe. L’attrice non punta sulla somiglianza perfetta, ma riesce ad evocare, a cogliere l’essenza di Marilyn, con i gesti, la voce, le sfumature. È coraggiosa nel mettersi a nudo, metaforicamente e anche letteralmente, come richiede il copione, in un ruolo che, come hanno scritto in tanti, è quello della vita. In questo l’attrice cubana si deve essere sentita vicina a Marilyn: ha fatto questo film per dimostrare di non essere solo bella, di non saper fare solo ruoli leggeri, per essere presa sul serio. Quello che Marilyn ha cercato per tutta la vita.
di Maurizio Ermisino per DailyMood.it
-
- Blonde. L to R: Bobby Cannavale as The Ex-Athlete & Ana de Armas as Marilyn Monroe. Cr. Netflix © 2022
-
- Blonde. L to R: Director Andrew Dominik, Boom operator Ben Greaves, Bobby Cannavale as The Ex Athlete, and Ana de Armas as Marilyn Monroe. Cr. Matt Kennedy / Netflix © 2022
-
- Blonde. L to R: Choreographer Denna Thomsen and Ana de Armas as Marilyn Monroe. Cr. Matt Kennedy / Netflix © 2022
-
- Blonde. L to R: Ana de Armas as Marilyn Monroe with Director Andrew Dominik. Cr. Matt Kennedy / Netflix © 2022
-
- Blonde. L to R: Cinematographer Chayse Irvin, Director Andrew Dominik, and Ana de Armas as Marilyn Monroe. Cr. Matt Kennedy / Netflix © 2022
-
- Blonde. L to R: Xavier Samuel as Cass Chaplin, Ana de Armas as Marilyn Monroe and Evan Williams as Eddy G. Robinson Jr.. Cr. Matt Kennedy / Netflix © 2022
Sii il primo a lasciare una recensione.
Il tuo browser non supporta il caricamento delle immagini. Scegline uno più moderno.
You may like
-

Spider-Man: Brand New Day: l’Uomo Ragno entra nell’età adulta. E crescere non è facile
-

Couture: Angelina Jolie ci fa entrare nella maison Chanel, dove moda e vita reale si incrociano
-

Sheep In The Box: Hirokazu Kore’eda ci parla di Intelligenza Artificiale e sentimenti
-

RADICI & LIEVITI regia di Luigi Grimaldi. Quando il cinema diventa coscienza, memoria e responsabilità
-

Odissea: Con Christopher Nolan il cinema diventa epica e l’epica diventa cinema
-

Supergirl: Milly Alcock è l’eroina che serve ai nostri tempi
Cine Mood
Spider-Man: Brand New Day: l’Uomo Ragno entra nell’età adulta. E crescere non è facile
Published
4 settimane agoon
29 Luglio 2026
Da grandi poteri derivano grandi responsabilità. Da poteri sempre più grandi derivano responsabilità sempre più grandi. E così Spider-Man, che da 4 anni di fatto ha vissuto da solo, isolato, dedicandosi ai piccoli criminali della città, nel momento in cui si accorge che sta cambiando, dovrà capire che non potrà fare tutto da solo. E dedicarsi, come direbbe qualcuno, alle patate più grandi. Ed è solo l’inizio. È questo il senso di Spider-Man: Brand New Day, il nuovo capitolo della saga con Tom Holland protagonista nel ruolo di Peter Parker / Spider-Man, diretto da Destin Daniel Cretton (Shang-Chi e la leggenda dei Dieci Anelli), nelle sale italiane da mercoledì 29 luglio, prodotto da Sony Pictures e distribuito da Eagle Pictures. Nel cast ci sono Zendaya, Sadie Sink, Jacob Batalon, Jon Bernthal, Tramell Tillman, Michael Mando e Mark Ruffalo.
Spider-Man: Brand New Day, recita il titolo del quarto capitolo della saga con Tom Holland (nessun Uomo Ragno finora è durato di più, senza contare i film collettivi). Ed è davvero un “nuovo giorno” per Peter Parker. Combattere il crimine a tempo pieno nei panni di Spider-Man in un mondo che non si ricorda di lui — e la pressione di vedere i suoi vecchi amici andare avanti senza di lui — innesca in Peter un cambiamento che potrebbe non riuscire a controllare. Ma questa trasformazione potrebbe essere l’unica cosa in grado di fermare una nuova e sconvolgente minaccia per la città e per le persone che ama: un potente nemico impossibile da vedere. Il mondo può aver dimenticato Peter Parker, ma lui non ha dimenticato nessuno.
Spider-Man: Brand New Day è un film per nulla banale e scontato. Lo si può vedere come una storia di supereroi, certo, e questo è. Ma anche, dimenticando quello che è il “lavoro” di Peter Parker, come una storia su tutti noi. Quando vede le vite degli altri da lontano, sullo schermo di uno smartphone, senza partecipare alle loro esistenze, in fondo fa quello che facciamo in tanti, restare in qualche modo connessi solo tramite uno schermo e non dal vivo. Per alcuni è una scelta, per altri una necessità, per altri ancora l’unico modo. Per Spidey, che per proteggere MJ e i suoi amici ha chiesto a Dr. Strange di cancellare il suo ricordo, è davvero una scelta obbligata. Anche se, di tanto in tanto, prova ad avvicinarsi
Ancora, Spider-Man: Brand New Day è una riflessione sull’amore. Peter ama MJ perché lui non ha dimenticato niente, ricorda ogni momento, ogni bacio e ogni parola. Lei non sa che esiste. Ma, anche se dovesse incontrarlo, capire chi è, non potrebbe esserne innamorata perché non ricorda niente e, in fondo, non lo conosce. Questo elemento mèlo, l’impossibilità di un amore, già lanciato alla fine del terzo film, è uno dei motori della storia ed è gestito molto bene, con dei momenti struggenti. Ancora una volta parliamo di supereroi, ma con i problemi di ognuno di noi.
Ma tutto questo confluisce in quello che è il vero cuore del film. Peter Parker comincia a sentire dei nuovi poteri, delle nuove sensazioni. Ha i sensi più sviluppati, i riflessi più pronti, una nuova forza. E le famose ragnatele biologiche che spuntano dalle braccia. Ma questo lo porta anche ad avere degli istinti pericolosi, a fare delle scelte sbagliate. A volte l’ira e la violenza rischiano di sopraffarlo. E tutto questo è una metafora molto semplice. È il passaggio all’età adulta. Crescere, diventare grandi, comporta anche dei disagi, dei momenti di passaggio, un adattamento. Diventa spesso una sfida con se stessi. Ed è questo che è il racconto del nuovo film dell’Uomo Ragno. C’è una tesi che vuole che tutti e tre i film dello Spider-Man di Tom Holland siano una lunga, lunghissima origin story. E che la vera storia del supereroe cominci adesso. Probabilmente è proprio così.
Tutto questo è il cuore di una storia raccontata in modo molto originale. A partire da un cattivo che, per gran parte del film, è senza volto. O meglio, ha mille volti. È infatti in grado di trasferire la sua mente in qualsiasi corpo riesce a raggiungere. Il pericolo, così, assume continuamente sembianze diverse e per l’eroe, e anche per noi che guardiamo, è impossibile capire da dove arrivi. Con tutt’altro tono e atmosfera, questo espediente ci ha ricordato quello di un thriller degli anni Novanta, Il tocco del male, in cui, con un semplice tocco di mano o di qualsiasi parte del corpo, sulle note di Time Is On My Side dei Rolling Stone, qualcuno che era probabilmente il Diavolo passava di corpo in corpo.
Qui la risposta arriverà. E avremo anche un volto. E segnerà l’entrata in scena di un personaggio di cui non vogliamo parlarvi, perché rovinerebbe la visione del film. Quello che possiamo dirvi, perché già reso noto, è che in scena ci sono personaggi storici come Mark Ruffalo nei panni del “mite” professore Bruce Banner (che, però, come sapete, è anche Hulk…), personaggi più recenti di cui ci siamo già innamorati, come la Vedova Nera di Florence Pugh (che riceve i suoi ospiti nel suo “ufficio”, nuda in una piscina, in uno dei momenti più sexy e divertenti del film) e nuovi ingressi come Frank Castle, alias The Punisher, eroe scorretto e complementare a Spider-Man.
La costruzione di Spider-Man: Brand New Day è molto interessante, perché permette di aprire molte porte. Trame e sottotrame, ma anche i personaggi entrati in scena, fanno sì che la storia possa continuare con il quinto film di Spider-Man, che arriverà, nei film collettivi degli Avengers (il primo Avengers: Doomsday, è in uscita a dicembre, e anche in nuovi film dedicati ai vari personaggi che vediamo in scena. Il nuovo Spider-Man è un continuo crossover tra storie e mondi. Che la storia andrà avanti ce lo dice la scena post-credit, che stavolta è una sola e poco significativa. Ma quello che conta è che continuerà nei prossimi film. Grandi poteri, grandi responsabilità. Grandissimi poteri, grandissime responsabilità. E, a quanto pare, grandi film.
di Maurizio Ermisino per DailyMood.it
Sii il primo a lasciare una recensione.
Il tuo browser non supporta il caricamento delle immagini. Scegline uno più moderno.
Cine Mood
Couture: Angelina Jolie ci fa entrare nella maison Chanel, dove moda e vita reale si incrociano
Published
4 settimane agoon
28 Luglio 2026
Come si sfila per le varie maison di moda? Per Chanel si sfila in modo più rilassato, professionale. Per Louis Vuitton si sfila in modo più aggressivo, veloce, muovendo con forza i fianchi. È un dialogo tra alcune modelle che vediamo in scena in Couture, il nuovo film di Alice Winocour con Angelina Jolie, Louis Garrel, Vincent Lindon, Ella Rumpf e la rivelazione Anyier Anei, modella e attivista qui al suo debutto cinematografico. Vedremo il film al cinema dal 26 agosto, distribuito da Plaion Pictures.
Angelina Joline è Maxine, regista, arrivata al success con un film di vampiri. Anzi, un film su una donna vampiro che si vendica in questo modo di tutte le donne che sono state vittime nei film horror. Arriva a Parigi, chiamata dalla maison Chanel per girare il film che aprirà la sua sfilata. La moda è inutile e necessaria per lei, che si presenta vestita di nero, poco curata. Ma accetta di girare quel film. Ne ha bisogno e lo trova stimolante. Nel frattempo, però, scopre di essere malata. E la sua vita cambia. Anche la sua esperienza a Parigi acquista un altro senso. La sua storia si intreccia con quella di Ada, una modella esordiente sudanese (Anyier Anei). La maison vuole farne suo volto, ma lei non è convinta di voler fare questo nella vita. Ad aiutarla c’è una giovane truccatrice (Ella Rumpf), con il sogno di fare la scrittrice.
Couture è stato girato durante la Settimana della Moda a Parigi, nella maison Chanel, nelle sartorie dai ritmi febbrili, sui set fotografici, negli appartamenti delle modelle. I marchi e nomi sono presenti con parsimonia, ma la frenesia di quel mondo ci arriva tutta. Ci sono gli abiti e le sfilate, gli stilisti e i fotografi, le sarte e le truccatrici. Ma quello che esce è un ritratto in fondo poco glamour. Alice Winocour punta piuttosto a farci vedere il duro lavoro, i retroscena, i dubbi e le contraddizioni. Vediamo soprattutto il mondo che c’è dietro le passerelle, il ritmo di tutti i giorni. È un film che intreccia pubblico e privato. Perché mentre vediamo la grande macchina andare avanti, assistiamo a tre storie private, a loro modo drammatiche. Ci sono le paure, ci sono i dubbi, ci sono i sogni. C’è la stanchezza psicologica. E c’è quella fisica, con i pedi delle modelle che a fine giornata vanno messi nel ghiaccio.
Couture è dominato dai toni del bianco. Sono quelli degli abiti scelti per la collezione, sono quelli delle luci chiare delle sartorie, ma anche degli ambulatori dei medici e degli scarni appartamenti in cui vivono le modelle. Quello che ci arriva da Couture è un mondo della moda che non è più distante e distaccato, ma più vicino a noi. È un mondo che è allo stesso tempo incantato, ma anche molto concreto. È una delle rare volte che si ha la possibilità di viaggiare dietro le quinte, di andare oltre la passerella e le foto. Per questo Couture è una visione da non perdere. Con un finale e un sottofinale catartici e carichi di simbolismi.
In quella che è una messa in scena naturalista, in qualche modo, ma non completamente, vicina al documentario, a colpire sono le interpretazioni femminili. Angelina Jolie (qui anche produttrice) nel ruolo di Maxine è empatica, emotiva, luminosa, magnetica come non la vedevamo da tempo. Quello dell’attrice americana è un gradito ritorno. Ma brillano anche la bellezza dell’attrice africana Anyier Anei e l’intensità e l’umanità di quello di Ella Rumpf, la sognatrice del gruppo. Couture è un film da vedere. Per guardare poi la moda con altri occhi.
di Maurizio Ermisino per DailyMood.it
Sii il primo a lasciare una recensione.
Il tuo browser non supporta il caricamento delle immagini. Scegline uno più moderno.
Cine Mood
Sheep In The Box: Hirokazu Kore’eda ci parla di Intelligenza Artificiale e sentimenti
Published
4 settimane agoon
28 Luglio 2026
“Non siete il passato degli esseri umani, ma il futuro”. È una frase che viene detta a proposito degli automi al centro di Sheep in the Box, il nuovo film di Hirokazu Kore’eda, maestro del cinema giapponese e Palma d’Oro per Un affare di famiglia. Dopo la presentazione in Concorso al Festival di Cannes 2026, il film arriva nelle sale italiane dal 27 agosto, distribuito da Lucky Red e Bim Distribuzione. Quella del futuro degli umani, ormai evoluti in esseri di Intelligenza Artificiale era il finale di A.I. – Intelligenza Artificiale, il film di Steven Spielberg del 2001. E, come vedrete, questo film riprende proprio lo spunto del capolavoro di Spielberg, ma prendendo una strada completamente diversa.
Interpretato da Haruka Ayase, Daigo e dal giovane Rimu Kuwaki, il film è ambientato in un futuro non troppo lontano e racconta la storia di Otone e Kensuke, una coppia che, dopo aver perso il figlio, accoglie nella propria casa un robot umanoide identico al bambino scomparso. La compagnia che se ne occupa si chiama Re-Birth, rinascita, e il suo simbolo è la falena luna, una farfalla che la leggenda vuole essere portatrice delle anime dei defunti. Ma chi sono questi della Re-Birth? Avvoltoi che credono di fare fortuna sui dispiaceri altrui? O benefattori in grado di alleviarli?
A.I. – Intelligenza Artificiale, tratto da un racconto da Brian W. Aldiss, nelle mani di Spielberg era diventata la storia di Pinocchio di Collodi, con tanto di personaggi e snodi simili. Qui, per tutta la prima parte, ci sono pochi personaggi di contorno e il focus è sui genitori e il bambino. E, anche nella seconda parte, quando entrano in scena altri personaggi, sono sempre funzionali ai tre personaggi centrali. Kore’eda, qui, lascia fuori tanti dei discorsi di Spielberg, come la paura e la contestazione nei confronti degli automi, tiene a freno svolte narrative ed emotività, in modo che il pubblico possa concentrarsi sulla riflessione e sulla questione etica e morale. Non si pensa quasi mai a Spielberg durante tutta la visione del film. E questo è sicuramente un punto a favore del regista giapponese. Punti di partenza simili, svolgimenti diversi portano al risultato di due grandi film, ognuno a suo modo. C’è anche qualcosa di Blade Runner, in Sheep In The Box. È così quando si parla di ricordi. Quelli del piccolo automa sono quelli impiantati artificialmente, presi dalle foto, come per i replicanti del film di Ridley Scott.
Sheep In The Box vive su una continua dialettica – o uno scontro – tra due piani. Da un lato quello emotivo, quello che prova a immaginare il dolore di due genitori per l’aver perso un figlio e l’elaborazione del lutto. Un piano che Kore’eda mette in scena con un tono rispettoso, tenue e crepuscolare. L’altro piano è quello intellettuale, più freddo, la riflessione etica e filosofica su una tecnologia che ogni giorno diventa più avanzata, un misto di robotica e Intelligenza Artificiale. Una tecnologia che oggi può fare quasi tutto. Ma che, forse, non può colmare gli affetti, lenire i rimpianti, riparare i sentimenti.
Su due diversi piani, almeno all’inizio, vivono anche i genitori. La madre sembra essere entusiasta di avere a casa di nuovo il proprio figlio, ben consapevole di mettere in scena una finzione. Il padre è decisamente scettico: chiama il bambino automa un ‘roomba’, un evidente riferimento a un noto robot domestico, e gli dice di non chiamarlo papà – in fondo non lo è – ma ‘signore’. Credere o non credere, questo in fondo è il dilemma. Lasciarsi andare o meno. È una questione di fede. Come in tutte le cose della vita. E anche noi che vediamo il film siamo combattuti tra questi due punti di vista. Ma il dubbio è anche un altro. Come va trattato quel ‘bambino’? Come un vero figlio o come un succedaneo? Conviene stare al gioco o no? E ancora: le preoccupazioni di un genitore, nel caso di un figlio automa, devono essere le stesse di un bambino in carne ed ossa? Ma il film è un continuo porsi domande. Che siano di natura etica e filosofica o che siano proprio sullo sviluppo del racconto, il film si segue sempre con l’attenzione alta. Perché non sappiamo mai dove potrà portarci questa storia. E questo è sicuramente un pregio del film, in cui ogni svolta narrativa non è mai scontata.
“Preferisco le decisioni sofferte. Se non soffro non sono contenta”. È quello che dice, a un certo punto, la madre. Ed è chiaro che Sheep In The Box è anche un film sulla sofferenza umana. Il finale del film è inaspettato, ma, in fondo, è nella logica delle cose, e quindi perfettamente coerente con la storia. I due protagonisti si sentono spiazzati. Ma poi ci pensano, per arrivare alla conclusione che “prima o poi succede a tutti i genitori. Forse”.
di Maurizio Ermisino per DailyMood.it
Sii il primo a lasciare una recensione.
Il tuo browser non supporta il caricamento delle immagini. Scegline uno più moderno.

A WEEKEND IN IRELAND – La campagna pubblicitaria di Weekend Max Mara per l’Autunno/Inverno 2026

FALCONERI presenta A RIDE TOWARD A FINE SEASON, un viaggio verso la nuova stagione

Weekend lungo a Tolosa: 2-3-4 giorni nella Ville Rose, per affrontare il rientro a ritmo dolce
Newsletter
Trending
-
Mood Your Say3 giorni agoSonia Melt, il coraggio di rifiorire – Amore, rinascita e seconde possibilità in Cuore di loto
-
Lifestyle3 giorni agoBack to school: la scuola ricomincia, ma nessuno torna davvero uguale
-
Sociale3 giorni agoPRIMO MATCH IN ITALIA di DISABILI STANDING 3 ottobre – Parco Villa Baglioni Massanzago (Padova)
-
Fashion News2 giorni agoFASHION VIBES — THE NEXT CHAPTER
-
Resort & SPA3 giorni agoRooftop da sogno per salutare l’estate: tre indirizzi panoramici firmati NH Hotels & Resorts
-
Campagne Pubblicitarie16 ore agoA WEEKEND IN IRELAND – La campagna pubblicitaria di Weekend Max Mara per l’Autunno/Inverno 2026
-
Mood Town2 giorni agoWeekend lungo a Tolosa: 2-3-4 giorni nella Ville Rose, per affrontare il rientro a ritmo dolce
-
Fashion News2 giorni agoFALCONERI presenta A RIDE TOWARD A FINE SEASON, un viaggio verso la nuova stagione











































