Mood Your Say
Back to future: il fitness visto come mood. Intervista alla coach Francesca Bufalini
Galeotta fu l’ America che ,qualche anno fa, lanciò la moda delle “private gym”, ma già negli ultimi anni, appena prima della chiusura per la pandemia, anche in Italia cominciavano ad avere un successo sempre più ampio le palestre “del futuro” focalizzate sulla soddisfazione di clienti sempre più esigenti e con meno tempo a disposizione per allenarsi. Le “e-gym” diventavano realtà anche qui. Una e-gym all’avanguardia, aperta proprio nel 2019 si trova a Pisa, e richiama nella sostanza questa idea già nel nome: “e-fitness twenty” ovvero allenarsi con allenamenti personalizzati tramite coach preparati e lezioni con macchinari simili a navicelle spaziali mettendo al centro il cliente. A partire dai servizi. Sempre più esclusivi. Entrando nel centro, molto elegante ed accogliente, incontriamo Francesca Bufalini, la titolare. Ed è proprio lei che proverà a rispondere alla domanda “nuovo mood o trend di allenamento”. Può un allenamento basato sulla tecnologia EMS o la criosauna o macchinari “futuribili” -utilizzabili sempre e solo sotto la supervisione di un trainer tutor, con sessioni di soli 20 minuti (come 2 ore di palestra normale)- soddisfare clienti sempre più esigenti? Sarà un nuovo mood o un semplice trend?
Facciamocelo raccontare da chi è appunto nel settore del wellness da sempre , vive l’allenamento come stile di vite, con uno sguardo lucido proiettato sempre rivolto al futuro.
Buongiorno Francesca, grazie per aver accettato l’intervista, raccontaci di te e della tua esperienza nel fitness.
Buongiorno a Te Cristina ed a voi di www.dailymood.it e grazie per la esclusiva opportunità che mi date con questa interessante intervista on line, sono lusingata. La mia esperienza nel mondo del fitness e wellness inteso come stile di vita, trae le sue origini molti anni fa, nel lontano 1988, anno in cui appena 15enne in seguito ad un brutto incidente automobilistico, varcavo la soglia di un centro fitness tradizionale ed entravo in sala pesi per recuperare la mia muscolatura fortemente messa ko dopo un periodo forzato di immobilità di ben 6 mesi. Fu amore e prima vista! Probabilmente il mio DNA di figlia di ex atleta agonista ( mio padre è stato un celebre giocatore di pallacanestro labronico) emerse inconsapevolmente! Da quel lontano 1988 di acqua sotto i ponti ne è passata parecchia e siamo arrivati ad oggi, 2021 e di carne al fuoco ne ho messa assai….
Cosa ti ha portato in pochi anni ad investire in un centro totalmente votato alla tecnologia ed abbandonare il mondo delle palestre tradizionali?
Devi sapere, cara Cristina, che io ho insegnato per ben ventotto anni in svariati centri fitness tradizionali italiani e non; il fitness era la mia grande passione ma la mia seconda occupazione, poiché in seguito alla laurea in giurisprudenza, ho lavorato per ben sedici anni in tre Istituti di Credito toscani. Nel 2016, già over 40enne, madre dei miei tre splendidi figli e secondo il comune pensare “ matura e attempata” ho lasciato il certo per l’incerto, consapevole di voler perseguire il mio sogno e consolidare la mia credibilità di professionista del settore sportivo verso una vera e propria realtà imprenditoriale. Ho ovviamente studiato il mercato , le tendenze, le statistiche europee in merito alle percentuali del fruitore medio del mondo “palestra” convenzionalmente inteso, appurando che solo una ristrettissima forbice compresa tra l’8 e l’11% degli italiani frequenta assiduamente un centro fitness tradizionale. Contemporaneamente ho avuto modo di testare su di me (addirittura nel momento in cui solcavo i palchi da atleta agonista nel body building) l’efficacia degli allenamenti tecnologici presenti in Twenty Fitness Club e ti confesso che è stato FOLGORANTE! Come San Paolo sulla Via di Damasco è stata una conversione immediata! Mi sono innamorata delle sensazioni testate e soprattutto da imprenditore ho valutato gli ampi margini di guadagno e di profitto. Il resto è vita vissuta degli ultimi due anni, consacrata in un format che ha tenuto testa e la tiene tutt’oggi alla situazione pandemica che ha mietuto vittime numerose in questo settore sportivo, bistrattato e non adeguatamente tutelato dalle nostre istituzioni.
Sei felice di aver portato in una città come Pisa una nuova idea del wellness?
Sono orgogliosa e fiera di avere introdotto una eccellenza italiana nella provincia di Pisa. Ti racconterò questo aneddoto, sicura che ti entusiasmerà, vista la natura della rivista per cui lavori, dematerializzata ma assai fruibile e visibile da moltissimi lettori. Durante la pandemia dello scorso anno, dal mese di gennaio in Italia, tra i possessori di I – Phone Apple ha spopolato Clubhouse, il social della Voce, una novità assoluta perché basato sui contenuti, reali, veri, su ciò che si trasmette parlando in diretta con persone fisicamente collocate in tutto il mondo e contestualmente collegati. Diversamente da Instagram o Facebook, Clubhouse non ha filtri migliorativi o ritocchi: o arrivi con la tua voce ed i tuoi contenuti oppure crolli dopo dieci minuti di spazio vocale che ti viene assegnato. Ebbene, ho conosciuto moltissime persone, ho stretto importanti collaborazioni professionali, ho anche suggellato legami forti e quando il 25 maggio 2021 ho riaperto la mia Boutique Tecnologica, ho ricevuto visite da “amici” di Clubhouse da tutta Italia! Ecco che l’orgoglio è tanto proprio per queste ragioni. Sono riuscita a diffondere in tutta Italia il format Twenty, alla ricerca di un ulteriore coronamento di un secondo sogno: trovare un investitore a cui consegnare una nuova Twenty “chiavi in mano”, format, tecnologie, formazione staff e biennio di gestione, all inclusive!!!!
Tu hai vissuto in America. Come sta cambiando il modo di allenarsi degli italiani alla luce delle private gym?
Il modo di allenarsi in Italia è già cambiato! Ci sono tecnologie veramente avanguardistiche, Twenty è stata l’apripista, nel 2019 in cui ancora le gym tradizionali non erano state annientate dalla pandemia. Esistono oggi innovazioni tecnologiche che sfruttano avatar veri e propri o trainer esistenti all’interno della tecnologia stessa. Prendendo in prestito la tecnica del mirroring dal coaching, esiste una tecnologia fantastica, americana appunto ( e non è un caso) che prevede un maxi schermo ultrapiatto a cui son collegati dei cavi e una miriade di possibili esecuzioni di esercizi, comprensivi di un trainer digitale che guida nelle sessioni di esecuzione. Inoltre in Italia è molto apprezzato in questo momento pandemico, il training “one to one”, che garantisce non solo maggior privacy e sicurezza, con assoluto non assembramento, ma soprattutto la totale riservata ed esclusiva professionalità del trainer per il solo cliente in sessione di allenamento. Non è poca cosa se ad esso si unisce una location esclusiva e moderne concezioni di raggiungimento dell’obbiettivo.
Secondo te la tecnologia EMS e Vacufit sono un nuovo mood o un trend attualmente? Questa domanda mi fa sorridere, perché è come se io e te fossimo compagne di squadra durante un match di pallavolo e tu mi avessi appena alzato la palla che mi appresto a schiacciare! Le tecnologie EMS TRAINING e VACUGYM sono assolutamente un nuovo mood, direi oramai consacrato ed accertato. Quei famigerati “twenty minutes” da cui ho tratto lo spunto per il mio marchio consentono veramente di ottimizzare il proprio tempo destinato alla propria remise en forme, alla propria performance, al rassodamento e tonificazione, all’esaltazione della massa magra e, traguardo di questo 2021, all’approccio medicale vero e proprio. In soldoni: in venti minuti accelero il mio metabolismo, induco il mio dimagrimento, rassodo e tonifico i miei muscoli e curo il mio mal di schiena, le lombosciatalgie, recupero il pavimento pelvico e i prolassi nei clienti più maturi e , se da poco sono diventata mamma, ho modo di velocizzare i tempi di ripresa dopo un parto cesareo. Non è meraviglioso? Lo so, sembra impossibile ma E’ REALE. Tutto questo è permesso dalla sinergia del lavoro isometrico volontario condotto e guidato dal trainer, con l’impulso di un vero e proprio moderno elettrostimolatore, che induce alla contrazione involontaria muscolare quintuplicando l’efficacia del lavoro isometrico! I venti minuti del miracolo equivalgono a più di un’ora e mezza di allenamento. Due allenamenti settimanali consentono di vedere risultati importanti entro il primo mese di lavoro. La VACUGYM dal canto suo è una vera e propria passeggiata futuristica nello spazio, a bordo di un tapis roulant / navicella spaziale che ospita il cliente al suo interno, per una camminata sottovuoto, contrastando la forza di gravità insieme al calore di raggi infrarossi, che agiranno per consentire un vero e proprio dimagrimento localizzato nelle zone tipicamente più critiche per l’universo femminile: glutei, fianchi, addome, culotte de cheval, cosce e ginocchia. La VACUGYM è la più efficace risposta per la risoluzione delle problematiche legate all’accumulo di grasso e degli inestetismi della cellulite. L’effetto vacuum (sottovuoto) attiva la perdita di grasso e l’eliminazione di tossine (tramite l’incremento della temperatura) e riduce il ristagno dei liquidi in eccesso. Inoltre, ecco anche qui il risvolto medicale, agisce anche sulla circolazione eliminando la sindrome dei piedi freddi e migliorando l’elasticità della pelle.
Mentre la criosauna? Spiegaci cosa è e come funziona. Come la utilizzi nel tuo percorso?
La Criosauna è la punta di diamante della boutique tecnologica, con orgoglio ti comunico che io possiedo l’unica Criosauna in tutta la provincia di Pisa. La tecnologia, veramente miracolosa, si basa sul principio della crioterapia sistemica, considerata il rimedio per sciogliere i grassi (azione metabolica), ringiovanire pelle e tessuti, recuperare più velocemente l’affaticamento muscolare nonché ridurre ed eliminare le infiammazioni. La Criosauna sfrutta le fisiologiche reazione dell’organismo umano alle temperature sotto lo zero (maggiore circolazione, ossigenazione e conseguente attivazione del Sistema Nervoso Centrale) e dona effetti benefici a lungo periodo ( riduce gli stati ansiosi + flusso di sangue – infiammazione articolare + sistema immunitario + attivazione del metabolismo – stress ossidativo delle cellule), tutto ciò tramite l’azione dell’azoto liquido ad una temperatura prossima ai – 180° resa sopportabile grazie all’assenza di umidità. Dal sollievo di contratture muscolari più o meno profonde, alla cura delle infiammazioni articolari, al recupero post traumatico (contusioni, ematomi, abrasioni) fino alla cura e sollievo della psoriasi, l’efficacia della criosauna risulta molteplice. Non da ultimo consideriamo anche l’aspetto fortemente “figo” e attinente alla “legge della scarsità” della tecnologia, quasi sconosciuta ai più e molto blasonata, molti clienti tifosi calciatori mi chiedono della Criosauna in seguito alla notizia che il mio stesso modello è posseduto da Cristiano Ronaldo!!
Bruciare più calorie in meno tempo. Come vengono sollecitati i muscoli con l’elettrostimolazione in allenamento?
Bella e fondamentale domanda Cristina grazie ! La stimolazione muscolare ottenuta grazie all’ausilio del device MIHA BODYTEC impatta fino a CINQUE volte rispetto una volontaria contrazione!! Ti spiego meglio. L’EMS TRAINING è una attività consentita a tutti i fruitori compresi tra i 16 e 96 anni. Unico divieto assoluto vige per i portatori di un peacemaker. L’attività è sicura e divertente, altamente performante, dimagrante, rassodante e pure medicale, visto che allevia i dolori lombo sciatalgici, il mal di schiena, consente i recuperi dei prolassi e delle prostatiti, come ti accennavo alla risposta 5. Il cliente approccia questo modo innovativo di allenarsi vestito in un modo adeguato, ossia “imbragato” con una divisa particolare, un giubbotto e delle fasce per cosce, braccia e glutei che contengono elettrodi. Così vestito verrà collegato al device principale, dal quale partirà l’impulso elettronico che andrà ad agire e coinvolgere i distretti muscolari volontari (esclusione e totale sicurezza per il miocardio quindi). L’allenamento in EMS TRAINING consiste in una serie di posizioni statico dinamiche assunte grazie alla guida dell’operatore EMS; chi si allena deve solo ricordarsi di contrarre i propri muscoli volontariamente controllando la inspirazione e la espirazione. Ebbene, durante questa contrazione volontaria subentra sovrapponendosi anche la contrazione involontaria garantita dall’impulso elettronico derivante dal device stesso. Questo gioco di contrazione muscolare volontaria e involontaria fa sì che questi venti minuti equivalgano a ben più di un’ora e trenta di ginnastica convenzionale! Pazzesco. Innovativo e sconvolgente.
Tu sei anche Coach. Addirittura hai una saletta in cui segui i tuoi clienti per le anamesi offrendo loro un caffe’ ed un momento di relax nel segno del mood del benessere. Non pare però che allenarsi con te sia meno faticoso di altri metodi di allenamento. Dove risiede quindi il tuo segreto? Nel raggiungerli in poco tempo? L’accellerazione del metabolismo? O la tua capacità di intuire le esigenze di chi si affida a te per ritrovare la forma fisica?
Mi lusinghi e stuzzichi al contempo Cristina. Effettivamente per chi non provi le mie tecnologie, tutto questo può apparire molto bello ma poco efficace, restando ancorati a sensazioni e credenze limitate alla realtà fitness tradizionale. Invece è esattamente il contrario. La tecnologia impatta e performa in maniera imparagonabile rispetto all’allenamento convenzionale. Il format Twenty nasce proprio con l’esigenza di stravolgere i vecchi stili, le tradizioni, in nome di una ottimizzazione in primis del tempo necessario per conseguire dei risultati visibili (già dopo un paio di settimane quanto in cm ma addirittura già dopo una seduta singola quanto a efficacia e doms). Subentra poi l’esigenza della igiene e sicurezza massime garantite dall’altissimo livello di accoglienza e dallo spogliatoio singolo oltre che dall’allenamento sempre rigorosamente one to one. Per quanto riguarda l’accoglienza e l’anamnesi sono il frutto di una ricerca della perfezione nell’approccio empatico al cliente: chi cerca un miglioramento, che sia fisico, o psicologico, o personale ha necessità di creare un rapport con il tecnico, operatore o coach che si trova davanti. Svelarsi davanti ad una buona bevanda calda in inverno o sorseggiare una tisana o una spremuta fresca in estate “scioglie il ghiaccio” e consente di creare empatia e feeling per consigliare la giusta soluzione e guidare nel percorso da intraprendere.
Concludendo, secondo te è un nuovo mood o un trend di allenamento”? Può un allenamento come quello che proponi nella tua palestra, basato sulla tecnologia EMS o la criosauna o macchinari “futuribili” -utilizzabili sempre e solo sotto la supervisione di un trainer tutor, con sessioni di soli 20 minuti (come 2 ore di palestra normale)- soddisfare clienti sempre più esigenti? Sarà un nuovo mood o un semplice trend?
Con sicurezza e sorridendo ti rispondo senza ombra di dubbio che questo non è un semplice mood, non è un capriccio del momento o un tentativo di trovare alternative in un settore che ha subito gravi conseguenze in questo biennio pandemico. La tecnologia di Twenty dirige l’evoluzione del concetto di allenamento. L’analisi nel tempo del fenomeno di crisi del fitness tradizionale ha portato alla ribalta i gap in cui si sono inserite le tecnologie: innovative, ottimizzanti, impattanti e maggiormente performanti. In continua evoluzione, già io sto pensando a nuovi progetti e implementazioni del format originale, nuove tecnologie, nuove e decisive soluzioni per soddisfare sempre più palati esigenti. Per questo, come sempre recito nei miei post social, invito tu e la redazione a canticchiare il mio ritornello “STAY TUNED…..STAY TWENTY!!”
di Cristina T. Chiochia per DailyMood.it
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Sonia Melt, il coraggio di rifiorire – Amore, rinascita e seconde possibilità in Cuore di loto
Published
3 giorni agoon
24 Agosto 2026By
DailyMood.it
Vincitrice del concorso Arkadia LOVER 2025, l’autrice veneziana racconta il romanzo nato da un percorso personale di trasformazione: una storia di ferite, verità nascoste e speranza.
Il fiore di loto affonda le radici nel fango, attraversa l’acqua e riesce comunque a schiudersi alla luce. Non è soltanto un’immagine poetica: è il cuore simbolico del nuovo romanzo di Sonia Melt e, in parte, anche della storia della sua autrice.
Sonia vive a Mira, in provincia di Venezia, insieme alla sua famiglia. Dopo alcune esperienze nella pubblicazione indipendente e un periodo particolarmente difficile, ha scelto di dedicarsi completamente alla scrittura. Da questo percorso è nato Cuore di loto, romanzo vincitore del concorso LOVER 2025 e pubblicato da Arkadia nel 2026.
Protagonista è Dafne, una giovane scrittrice segnata dalla tragica perdita dei genitori. Quando il suo manoscritto attira l’attenzione della Clyre House Publishing, incontra Noah Clyre, un editore affascinante e inaccessibile. Tra loro nasce un sentimento profondo, minacciato da una verità che lega la famiglia di Noah al passato della ragazza. Cuore di loto intreccia romance, suspense e segreti familiari, interrogandosi sulla possibilità di tornare ad amare quando la fiducia è stata spezzata.
DAILYMOOD.IT: Ricordi il momento esatto in cui hai saputo che Cuore di loto aveva vinto il concorso Arkadia LOVER? Qual è stata la tua prima reazione?
SONIA MELT: È passato quasi un anno, ma ricordo ancora bene la telefonata di Giovanni Lucchese, direttore della collana Lover. Mi disse: “Sonia, senti questo rumore?”. Io pensavo si riferisse al mio cuore, che ormai viaggiava oltre i centocinquanta battiti al minuto. Poi aggiunse: “È il suono delle trombe, il rullo dei tamburi! Annunciano la tua vittoria al concorso”. Per qualche secondo sono rimasta senza parole. Poi ho urlato e subito dopo è arrivato un bel pianto liberatorio. Avrei voluto abbracciare qualcuno, ma in casa c’era solo il mio cane, che probabilmente non aveva mai ricevuto così tante attenzioni tutte insieme! Se Cuore di loto è arrivato fin qui, lo devo anche a Giovanni e ad Arkadia. A quella telefonata che, ancora oggi, quando ci penso, mi fa battere forte il cuore.
DM: Arrivavi da diverse esperienze come autrice indipendente. Che cosa ti ha spinta a presentare proprio questo romanzo al concorso e quanto credevi davvero nella possibilità di vincere?
SM: Venire dal mondo dell’autopubblicazione ti insegna una grande indipendenza, ma anche quanto possa essere faticoso fare tutto da sola. Cuore di loto è un romanzo viscerale, al quale ho affidato parti molto profonde di me. Sentivo che aveva raggiunto una maturità diversa rispetto ai miei lavori precedenti e che meritasse una casa editrice solida e prestigiosa come Arkadia. Quanto ci credevo? A dire il vero, non abbastanza da aspettarmi di vincere. Ma ci speravo con tutta me stessa.
DM: La scrittura è diventata centrale dopo un periodo difficile della tua vita. Senza entrare in ciò che preferisci custodire, che cosa ti ha dato la pagina bianca quando tutto il resto sembrava più fragile?
SM:La pagina bianca non giudica, non fa domande e non pretende nulla. È uno spazio sicuro in cui posso riversare il dolore, la confusione, le paure e tutte le emozioni che faccio fatica a esprimere, trasformandole in una storia. Leggere è sempre stato un rifugio, ma scrivere è la mia cura. Quando ho bisogno di mettere ordine dentro di me, lo faccio attraverso le parole.
DM: Il fiore di loto nasce in acque torbide, ma riesce a emergere e a rifiorire. Quando hai capito che sarebbe stato il simbolo e il titolo perfetto per questa storia?
SM: Quasi subito, mentre delineavo il percorso emotivo di Dafne. Il loto racchiude una metafora potentissima: la bellezza e la purezza non nascono dal nulla, ma possono emergere proprio dal fango, dalle esperienze dolorose e dalle difficoltà che ci segnano. Per me rappresentava perfettamente il viaggio dei personaggi: attraversare il buio più fitto senza rimanerne intrappolati, trovare la forza di risalire verso la luce e, infine… rifiorire.
DM: Dafne affronta il dolore rifugiandosi nella scrittura e sta lavorando, a sua volta, a un libro intitolato Cuore di loto. Quanto c’è di Sonia in lei e perché hai scelto questo gioco di specchi tra autrice, protagonista e romanzo?
SM: C’è molto di me in Dafne, soprattutto nel suo modo di elaborare il dolore attraverso le parole. Anche lei si rifugia nella scrittura quando la realtà fa troppo male e il fatto che, all’interno della storia, stia scrivendo un libro intitolato Cuore di loto crea un piccolo cortocircuito metaletterario che mi divertiva moltissimo. Come hai ben detto tu, è un gioco di specchi: io guardo lei, lei guarda me e, alla fine, nessuna delle due sa più davvero chi sia l’autrice e chi la protagonista. Volevo esplorare quel confine sottile tra realtà e finzione, e l’idea che la scrittura non sia soltanto un modo per evadere, ma anche uno specchio nel quale guardarsi e, forse, imparare ad accettarsi. In fondo, è stato il mio modo di stringere la mano a Dafne e dirle “Non sei sola. Ci sono io qui con te. E insieme rimetteremo a posto i pezzi”.
DM: Noah custodisce una verità capace di distruggere il rapporto con Dafne. Secondo te, l’amore può sopravvivere a qualsiasi segreto oppure esistono verità che arrivano troppo tardi per essere perdonate?
SM: Questa è una domanda molto difficile! No, secondo me l’amore non riesce a superare qualsiasi segreto. A fare la differenza non è solo ciò che viene nascosto, ma soprattutto perché lo si nasconde. Se Noah ha taciuto per paura di perdere Dafne, forse il suo silenzio nasce proprio dall’amore. Se invece lo ha fatto per proteggere sé stesso dalle conseguenze, allora diventa qualcosa di diverso, che forse non merita il perdono. (E qui mi fermo, senza fare spoiler!) Poi ci si dovrebbe porre la domanda fondamentale: quando una verità cambia tutto, quanto deve essere forte un amore per meritare una seconda possibilità? E forse è proprio qui che la storia lascia spazio a chi legge, perché non esiste mai una scelta giusta per tutti.
DM: Accanto alla storia d’amore troviamo il legame di Dafne con il fratello Jordan e con la nonna Susy. Quale idea di famiglia e di cura volevi raccontare attraverso questi personaggi?
SM:Per Dafne, Jordan e la nonna rappresentano la cura silenziosa, quella fatta di presenze stabili, di sguardi che comprendono senza giudicare e di radici profonde. Sono l’idea di una famiglia che non ha bisogno di grandi gesti per esserci, basta sapere che, nelle difficoltà, c’è qualcuno che resta. In particolare, Jordan sarà la vera bussola. È uno di quei personaggi che, mentre scrivi, smettono quasi di essere tuoi. A un certo punto ho avuto la sensazione che fosse lui a decidere cosa dovevo raccontare. E forse è proprio questo che amo dei personaggi, quando prendono la loro strada e ti sorprendono. Jordan, per me, è stato proprio così.
DM: Hai ambientato la vicenda tra Epsom, Londra e il mondo dell’editoria inglese, mescolando romance, mistero e segreti familiari. Che cosa ti affascinava di questo scenario e come hai lavorato sull’equilibrio tra sentimento e suspense?
SM: L’Inghilterra, con le sue atmosfere suggestive e a tratti malinconiche, era lo scenario perfetto per questa storia. Adoro il contrasto tra la quiete verde e protettiva di Epsom, il rifugio sicuro, e la vivacità di Londra, con le luci della città e quel mondo dell’editoria che mi affascina tanto. Ho cercato il giusto equilibrio tra le emozioni, la forza di un amore che nasce piano, e le ombre di una verità difficile da svelare. Ho voluto che la suspense crescesse poco alla volta, insieme ai segreti che vengono a galla, portando Dafne e Noah a confrontarsi con le proprie paure e con le conseguenze delle loro scelte.
DM: Che cosa è cambiato nel tuo modo di scrivere passando dalla pubblicazione indipendente al lavoro con Arkadia? E questa vittoria ti ha già indicato la direzione del prossimo progetto?
SM: Il passaggio a una casa editrice strutturata come Arkadia è stato sicuramente un’esperienza preziosa. Ho trovato non solo professionalità e competenza, ma anche una grande famiglia, fatta di persone con cui confrontarmi, crescere e sentirmi accompagnata in questo nuovo percorso. Mi ha fatto scoprire il bello di costruire un libro insieme, senza perdere la parte più personale della storia. Quanto al prossimo progetto, questa vittoria mi ha dato sicuramente una grande dose di fiducia. Mi ha confermato che voglio continuare a raccontare storie intense ed emotive, in cui i sentimenti complessi, le fragilità dei personaggi e il percorso di rinascita personale restino sempre al centro.
DM: Hai detto di desiderare che Cuore di loto possa raggiungere soprattutto chi sta attraversando un momento difficile. Quale speranza vorresti lasciare a quella persona quando chiuderà l’ultima pagina?
SM: Vorrei soprattutto che il lettore chiudesse il libro con un po’ più di speranza di quando lo ha aperto. Con la certezza che, per quanto ci si possa sentire spezzati e persi, non è mai troppo tardi per rialzarsi. Il dolore non definisce chi siamo, è solo una parte del nostro viaggio. Dafne e Noah, in fondo, ci ricordano proprio questo, a volte bisogna perdersi per ritrovarsi, soprattutto per ritrovare la strada verso se stessi. Se Cuore di loto riuscirà a lasciare questa consapevolezza in chi lo leggerà, allora sentirò di aver raccontato qualcosa che va oltre la mia storia.
Redazione DailyMood.it
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Il 19 agosto 1883 nasceva Coco Chanel: White Star le dedica un nuovo volume
Published
1 mese agoon
22 Luglio 2026By
DailyMood.it
Questo volume non racchiude solo la storia di una maison leggendaria. È il racconto di una donna che ha riscritto le regole della moda con la sua filosofia. Gabrielle “Coco” Chanel ha cambiato per sempre il modo in cui le donne si vestono, si muovono e percepiscono sé stesse. Indipendente, rivoluzionaria e audace, ha creato uno stile senza tempo, dando vita a capi e accessori diventati vere e proprie icone. Chanel Philosophy va oltre la moda: esplora la visione innovativa della stilista nel campo degli accessori, dei bijoux e della gioielleria, ambiti in cui ha osato più dei gioiellieri tradizionali. Attraverso materiali d’archivio, modelli storici e interviste esclusive, il libro svela il segreto di un lusso che non è solo esclusività, ma anche eleganza pratica e senza tempo.
Chanel Philosophy di Mara Cappelletti
White Star
240 pagine
27 x 31 cm
ISBN 9788854064225
€ 50,00
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- 02 Cover e bordo del volume Chanel Philosophy ©White Star s.r.l. Tim Graham Photo Library/Getty Images
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- 03 Cover e retro del volume Chanel Philosophy ©White Star s.r.l. Tim Graham Photo Library/Getty Images
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- Immagine pagine 34-35 Pag. 34 © Hulton-Deutsch Collection/Corbis Historical/Getty Images Pag. 35 Bridgeman Images
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- Immagine pagine 40-41 Pag. 40 © The Andy Warhol Foundation for the Visual Arts, Inc/Alamy Foto Stock Pag. 41 Retro AdArchives/Alamy Foto Stock
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- Immagine pagine 106-107 Pag. 106 Reg Burkett/Daily Express/Hulton Archive/Getty Images Pag. 107 Fabio Petroni
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- Immagine pagine 150-151 Pag. 150 Immagine gentilmente fornita da Sotheby’s Pag. 151 Boris Lipnitzki/Roger-Viollet
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- Immagine pagine 194-195 Pag. 194 Immagine gentilmente fornita da Christie’s Images Ltd. 2025 Pag. 195 Immagine gentilmente fornita da Sotheby’s
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La trappola dell’iperconnessione di Barbara Fabbroni
Published
2 mesi agoon
6 Luglio 2026By
DailyMood.it
Nasce un nuovo movimento: gli anarchici digitali. Non un ritorno al medioevo, ma una ribellione psicologica contro il capitalismo della sorveglianza.
C’è un momento preciso, nella vita di un adolescente iperconnesso, in cui il pollice si ferma. Non per stanchezza fisica, ma per una specie di saturazione interiore: lo schermo continua a offrire stimoli, ma qualcosa dentro non risponde più. È lì, in quella micro-pausa, che psicologicamente nasce la ribellione.
L’intelligenza artificiale e gli algoritmi predittivi hanno spostato il confine dell’anarchia digitale: non più assenza di regole, ma eccesso di potere invisibile. Piattaforme che sanno cosa desidereremo prima di noi, sistemi di raccomandazione costruiti sui bias della dopamina, un disordine informativo che genera ansia cronica più che libertà. In questo scenario di sorveglianza soft, dove ogni clic diventa dato e ogni dato diventa profitto, cresce un contro movimento silenzioso: i cosiddetti anarchici digitali.
Non sono luddisti. Non spaccano server, non demonizzano la tecnologia in sé. La loro è una rivolta psicologica prima ancora che ideologica: il rifiuto di un sistema di ricompense variabili — lo stesso meccanismo neurobiologico delle slot machine — che tiene agganciata l’attenzione attraverso il rilascio intermittente di dopamina. Skinner lo aveva già dimostrato negli anni Trenta con i suoi esperimenti sul rinforzo intermittente: è la ricompensa incerta, non quella certa, a generare dipendenza comportamentale. I social network ne sono l’applicazione perfetta.
Non ci si confronta più con i pari reali, ma con versioni curate e algoritmicamente premiate dell’esistenza altrui.
Il prezzo psichico di questa architettura si vede nei numeri clinici che arrivano dagli studi sui giovani: aumento dei disturbi d’ansia, fenomeni di ritiro sociale che in Giappone hanno un nome preciso, hikikomori, e che oggi si osservano anche nei contesti occidentali con forme più sfumate ma altrettanto preoccupanti. Il confronto sociale continuo, teorizzato già da Festinger negli anni Cinquanta come meccanismo naturale dell’identità, trova online un’amplificazione patogena. Il risultato è un vissuto cronico di inadeguatezza che la letteratura definisce comparazione sociale ascendente disfunzionale.
A questo si aggiunge il vamping, la veglia digitale notturna che frammenta il sonno REM proprio nella fascia di età in cui la consolidazione mnestica e la regolazione emotiva dipendono in modo critico dal riposo. Non stupisce che irritabilità, difficoltà attentive e labilità dell’umore siano tra i sintomi più frequenti riportati nei colloqui clinici con adolescenti fortemente esposti.
Il rifiuto del diktat algoritmico
Notifiche disattivate, dumbphone, il passaggio dalla FOMO alla JOMO. È riappropriazione del locus of control: lo spostamento dell’origine percepita delle proprie azioni dall’algoritmo alla scelta consapevole.
La tutela radicale della privacy
Sistemi crittografati, browser anonimi, rifiuto della mercificazione del sé digitale. Sottrarsi al tracciamento come forma di autodeterminazione.
Comunità alternative
Micro-comunità orizzontali, non mediate da logiche di monetizzazione della rabbia. Un ritorno a quello che Winnicott chiamava spazio transizionale.
Non è un movimento nostalgico. È una risposta adattiva a un ambiente che, nel tentativo di connettere tutti, ha finito per isolare i singoli dentro bolle di validazione artificiale. E forse la domanda più interessante non è se questi giovani abbiano ragione a disconnettersi, ma cosa ci dice della nostra epoca il fatto che disconnettersi sia oggi percepito come un atto di coraggio.
La disconnessione come atto clinico
Forse è qui che dobbiamo tornare a quel pollice fermo sullo schermo. Non è resa, non è sconfitta della tecnologia sull’attenzione: è il primo gesto di un organismo che si difende. In termini clinici, potremmo chiamarlo un tentativo di riregolazione — il sistema nervoso che, esausto da uno stato di allerta perenne, cerca la via più semplice per tornare a uno stato di quiete: interrompere lo stimolo.
I ribelli digitali non stanno inventando nulla che la psicologia non sapesse già. Stanno semplicemente agendo, su scala generazionale, un principio che ogni terapeuta conosce bene: quando un ambiente diventa strutturalmente incapace di rispettare i bisogni di chi lo abita, l’unica risposta sana è ridefinire i confini. Non è patologia il ritiro — è patologico, semmai, il sistema che lo rende necessario.
C’è però un rischio da non ignorare, ed è forse la nota più scomoda di questa analisi: la disconnessione volontaria, per essere davvero liberatoria, richiede risorse. Tempo, consapevolezza, un contesto familiare e sociale che sostenga la scelta invece di isolarla ulteriormente. Chi non ha gli strumenti per teorizzare la propria ribellione rischia di restare semplicemente intrappolato, senza nemmeno il lessico per nominare la propria sofferenza. L’anarchia digitale, in questo senso, è anche una questione di classe psicologica: chi può permettersi di disconnettersi, e chi no.
Resta la domanda che chiude davvero il cerchio, quella che il pezzo pone nel finale: se il coraggio, oggi, si misura nella capacità di spegnere una notifica, forse non è la generazione che va analizzata. È l’architettura che l’ha costretta a considerare la quiete come un atto di resistenza.
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