Cine Mood
It’s Never Over: Jeff Buckley: La musica di un artista unico non è mai finita
Brad Pitt avrebbe voluto interpretare Jeff Buckley, uno dei più grandi artisti della sua generazione, in un film di finzione. Ora, con la sua Plan B, è tra i produttori un documentario su di lui, l’intenso e toccante It’s Never Over: Jeff Buckley. Alla Festa del Cinema di Roma, il Teatro Olimpico è ormai il luogo deputato ai film dedicati alla musica. E, ogni volta, in quel teatro è un po’ come vedere un film e allo stesso tempo assistere a un concerto. Nell’ultima edizione della Festa è stato meraviglioso vedere proprio qui questo documentario molto speciale, un grande lavoro sulla memoria di un artista unico e irripetibile. Un altro artista scomparso troppo presto, in un modo completamente diverso da quello che si potrebbe immaginare per una rockstar. It’s Never Over: Jeff Buckley ricostruisce la sua vita e la sua arte attraverso una serie di materiali d’archivio e di preziose testimonianze, tra cui quella della madre Mary Guibert, quelle delle ex compagne Rebecca Moore e Joan Wasser, e degli ex compagni di band di Jeff, tra cui Michael Tighe e Parker Kindred. E, ancora, con il racconto di artisti a lui vicini come Ben Harper e Aimee Mann.
Jeff Buckley è stato il figlio di un altro grande artista, il cantautore Tim Buckley, anche lui scomparso prematuramente per suicidio. Jeff non ha mai davvero conosciuto suo padre. Tim Buckley, quando aveva saputo che la sua compagna, la madre di Jeff, stava aspettando un figlio, se n’era andato. Lei gli avrebbe fatto conoscere Jeff solo molti anni dopo, in occasione di un concerto a New York. Il bambino aveva sette anni. In seguito passa una settimana con il padre in California e poi torna a casa. Padre e figlio non si sarebbero più visti: Tim Buckley si sarebbe suicidato pochi giorni dopo. “Cosa hai ereditato da tuo padre?” gli chiederanno, più tardi, i giornalisti. “Le persone che ricordano mio padre” risponde lui. È un modo per dire che non amava parlarne.
Ma Jeff Buckley non aveva solo i geni del padre. C’era anche sua madre, una grande appassionata di musica. E così c’era sempre musica in casa, da Judy Garland ai Led Zeppelin. Jeff comincia a suonare e a cantare prestissimo, si esercita alla chitarra con i brani di Al Di Meola. E, molto presto, è in grado di cantare e suonare qualsiasi cosa. Nel documentario, in preziosissime immagini di repertorio, lo vediamo mentre esegue alla perfezione Roxanne dei Police, con la voce che sembra proprio quella di Sting. Jeff Buckley conosceva Šostakovič, un compositore di musica classica, aveva una voce con un’estensione di quattro ottave. Era molto più di un semplice musicista rock. Quando è salito alla ribalta, erano gli anni del grunge. E Jeff Buckley era il contraltare del grunge, e allo stesso tempo amava quel genere, soprattutto i Soundgarden. Era amico di Chris Cornell, un altro cantante dalla voce che sembrava venire dal cielo, un altro artista scomparso troppo presto. La musica di Jeff Buckley, lo avrete capito, non era facile da inserire nelle categorie che le radio e i media americani erano solti usare con la musica.
Il film racconta anche il rapporto tra Jeff Buckley e il Sin-é, il famoso locale dell’East Village di New York che per Jeff Buckley è stato fondamentale. Jeff lavava i piatti là, e tra un lavoro e l’altro imbracciava la chitarra e si esibiva. Era un locale piccolissimo, da trenta, quaranta posti. Ma era la sua casa, il luogo dove sperimentare, dove far prendere vita a quel suono unico e a quelle canzoni così speciali. Dove trovare una comunità che lo incoraggiava. C’erano poche persone, all’inizio, ad ascoltare Jeff Buckley. Poi il locale comincia a diventare pieno zeppo, cominciano a formarsi lunghe code all’ingresso per ascoltare quel portento. Infine, al Sin-é cominciano ad arrivare i talent scout e i manager delle case discografiche. Di tutte le case discografiche. Jeff Buckley, che all’inizio suonava delle cover, aveva cominciato a cantare i suoi brani originali. E le major della discografia avevano capito di essere davanti a un grande talento.
Jeff Buckley è scomparso giovanissimo e ha lasciato in eredità, da vivo, soltanto due dischi. Sono l’unico album vero e proprio, Grace, un capolavoro (il secondo album, Sketches For My Sweetheart The Drunk, non è stato finito ed è uscito postumo dopo un lavoro di produzione di Tom Verlaine) e l’album dal vivo Live At Sin-é, registrato in quel famoso locale. Ecco, assistere al film It’s Never Over: Jeff Buckley, è sentire la sua musica per quasi due ore, un vero long playing, l’ascolto più lungo di qualcosa legato a lui che abbiamo fatto finora. Per questo è un’esperienza intensa e totalizzante.
It’s Never Over: Jeff Buckley è un film meraviglioso perché Jeff Buckley è meraviglioso. Ogni volta che lo abbiamo ascoltato, e più che mai in questo film che rivela la sua arte, la cosa che ci ha colpito è l’assoluta libertà che aveva quella voce di fare quello che voleva, di andare ovunque si potesse immaginare, e anche oltre. E, contemporaneamente, anche la grande libertà delle sue dita di muoversi sulla chitarra e produrre suoni eterei, liquidi avvolgenti. Ci viene in mente quel verso di Fabrizio De André che diceva “pensavo è bello che dove finiscono le mie dita debba in qualche modo incominciare una chitarra”. Ecco, in Jeff Buckley dita e chitarra sembrano essere un tutt’uno, e a sua volta il suono della chitarra sembra essere un tutt’uno con la voce. C’è una totale assenza di limiti, in Jeff Buckley, a quello che un musicista può fare, un andare oltre le frontiere del suono conosciuto, e anche al di là di tutti gli steccati che siamo soliti mettere tra un genere musicale e l’altro.
Sì, Jeff Buckley era un’anima e mille anime. Era Nusrat Fateh Ali Khan e i Nirvana, era Nina Simone e i Soundgarden, Edith Piaf e i Led Zeppelin, Leonard Cohen e gli Smiths. E, naturalmente, non era nessuna di queste cose. Era un tipo schivo, che voleva vivere di musica, ma che soffriva il successo. “Quando sarò morto la mia musica sarà l’unica cosa che rimarrà” dice in una vecchia intervista. E questo è stato vero.
Ti capitava, a metà degli anni Novanta, di ascoltare qualcosa di mai sentito prima uscire da un altoparlante e di fermarti, qualsiasi cosa tu stessi facendo. Quella musica era di Jeff Buckley. Già colpiti al cuore da Buckley, non ci eravamo però ancora resi conto – non c’era internet e i media internazionali da noi arrivavano poco – di quanto i grandi della musica lo avessero riconosciuto non solo come uno di loro, ma il migliore di tutti. La stampa lo chiamava il nuovo Bob Dylan, in modo inesatto più che temerario. A Londra, una sera, i Radiohead vanno a un suo concerto e, ispirati da lui, devono lasciare il concerto di colpo per andare in studio a incidere una canzone. Era Fake Plastic Trees. Ben Harper e Chris Cornell parlano di lui come del migliore di tutti, e non riescono in alcun modo a nascondere la loro ammirazione. E con loro anche Robert Plant e Paul McCartney, due che di grande musica l’hanno fatta. Non c’erano invidie, non c’erano gare. Per tutti Buckley era il migliore. È come se con lui non ci fosse competizione. Che fosse, sin dall’inizio, fuori categoria.
Il film indaga anche i lati oscuri, e quel capitolo che poi porta alla sua fine. Negli ultimi anni di vita era diventato maniaco depressivo, o almeno così credeva. Aveva litigato con la madre, che per lui era tutto. Per incidere il suo secondo album, attesissimo dopo quel capolavoro che era Grace, aveva una pressione enorme. Era andato a Memphis, dove sembrava aver trovato la giusta serenità per scrivere. E dove lo stava raggiungendo la band per cominciare, finalmente, a incidere. E, probabilmente proprio mentre l’aereo dei suoi musicisti stava toccando terra a Memphis, questa Terra Jeff Buckley la stava lasciando. Jeff Buckley è morto annegato in un affluente del Mississipi, nessuno sa come. Il fatto è che, essendo una rockstar, si potrebbe pensare a un suicidio, o a una morte causata dall’uso di alcol e droghe. No, Jeff Buckley aveva bevuto forse una birra e si era gettato nel fiume per nuotare. Un tratto particolarmente scivoloso e le correnti, forse un gorgo creato da un battello che stava passando, hanno fatto il resto. Una fine beffarda, ingiusta, assurda. Che ci ha privato presto, troppo presto, di un grandissimo della musica. “Eravamo giovani, quando cresci tutte le cose che ti sembrano urgenti svaniscono” sentiamo dire, a un certo punto, nel documentario, da chi lo conosceva molto bene. “Mi sarebbe piaciuto che fosse cresciuto per vedere tutte quelle cose svanire”.
di Maurizio Ermisino per DailyMood.it
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- LOS ANGELES, CA – APRIL 22: Director Amy Berg is photographed for Los Angeles Times on April 22, 2015 in Los Angeles, California. PUBLISHED IMAGE. CREDIT MUST READ: Marcus Yam/Los Angeles Times/Contour by Getty Images. (Photo by Marcus Yam/Contour by Getty Images)
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Spider-Man: Brand New Day: l’Uomo Ragno entra nell’età adulta. E crescere non è facile
Published
4 settimane agoon
29 Luglio 2026
Da grandi poteri derivano grandi responsabilità. Da poteri sempre più grandi derivano responsabilità sempre più grandi. E così Spider-Man, che da 4 anni di fatto ha vissuto da solo, isolato, dedicandosi ai piccoli criminali della città, nel momento in cui si accorge che sta cambiando, dovrà capire che non potrà fare tutto da solo. E dedicarsi, come direbbe qualcuno, alle patate più grandi. Ed è solo l’inizio. È questo il senso di Spider-Man: Brand New Day, il nuovo capitolo della saga con Tom Holland protagonista nel ruolo di Peter Parker / Spider-Man, diretto da Destin Daniel Cretton (Shang-Chi e la leggenda dei Dieci Anelli), nelle sale italiane da mercoledì 29 luglio, prodotto da Sony Pictures e distribuito da Eagle Pictures. Nel cast ci sono Zendaya, Sadie Sink, Jacob Batalon, Jon Bernthal, Tramell Tillman, Michael Mando e Mark Ruffalo.
Spider-Man: Brand New Day, recita il titolo del quarto capitolo della saga con Tom Holland (nessun Uomo Ragno finora è durato di più, senza contare i film collettivi). Ed è davvero un “nuovo giorno” per Peter Parker. Combattere il crimine a tempo pieno nei panni di Spider-Man in un mondo che non si ricorda di lui — e la pressione di vedere i suoi vecchi amici andare avanti senza di lui — innesca in Peter un cambiamento che potrebbe non riuscire a controllare. Ma questa trasformazione potrebbe essere l’unica cosa in grado di fermare una nuova e sconvolgente minaccia per la città e per le persone che ama: un potente nemico impossibile da vedere. Il mondo può aver dimenticato Peter Parker, ma lui non ha dimenticato nessuno.
Spider-Man: Brand New Day è un film per nulla banale e scontato. Lo si può vedere come una storia di supereroi, certo, e questo è. Ma anche, dimenticando quello che è il “lavoro” di Peter Parker, come una storia su tutti noi. Quando vede le vite degli altri da lontano, sullo schermo di uno smartphone, senza partecipare alle loro esistenze, in fondo fa quello che facciamo in tanti, restare in qualche modo connessi solo tramite uno schermo e non dal vivo. Per alcuni è una scelta, per altri una necessità, per altri ancora l’unico modo. Per Spidey, che per proteggere MJ e i suoi amici ha chiesto a Dr. Strange di cancellare il suo ricordo, è davvero una scelta obbligata. Anche se, di tanto in tanto, prova ad avvicinarsi
Ancora, Spider-Man: Brand New Day è una riflessione sull’amore. Peter ama MJ perché lui non ha dimenticato niente, ricorda ogni momento, ogni bacio e ogni parola. Lei non sa che esiste. Ma, anche se dovesse incontrarlo, capire chi è, non potrebbe esserne innamorata perché non ricorda niente e, in fondo, non lo conosce. Questo elemento mèlo, l’impossibilità di un amore, già lanciato alla fine del terzo film, è uno dei motori della storia ed è gestito molto bene, con dei momenti struggenti. Ancora una volta parliamo di supereroi, ma con i problemi di ognuno di noi.
Ma tutto questo confluisce in quello che è il vero cuore del film. Peter Parker comincia a sentire dei nuovi poteri, delle nuove sensazioni. Ha i sensi più sviluppati, i riflessi più pronti, una nuova forza. E le famose ragnatele biologiche che spuntano dalle braccia. Ma questo lo porta anche ad avere degli istinti pericolosi, a fare delle scelte sbagliate. A volte l’ira e la violenza rischiano di sopraffarlo. E tutto questo è una metafora molto semplice. È il passaggio all’età adulta. Crescere, diventare grandi, comporta anche dei disagi, dei momenti di passaggio, un adattamento. Diventa spesso una sfida con se stessi. Ed è questo che è il racconto del nuovo film dell’Uomo Ragno. C’è una tesi che vuole che tutti e tre i film dello Spider-Man di Tom Holland siano una lunga, lunghissima origin story. E che la vera storia del supereroe cominci adesso. Probabilmente è proprio così.
Tutto questo è il cuore di una storia raccontata in modo molto originale. A partire da un cattivo che, per gran parte del film, è senza volto. O meglio, ha mille volti. È infatti in grado di trasferire la sua mente in qualsiasi corpo riesce a raggiungere. Il pericolo, così, assume continuamente sembianze diverse e per l’eroe, e anche per noi che guardiamo, è impossibile capire da dove arrivi. Con tutt’altro tono e atmosfera, questo espediente ci ha ricordato quello di un thriller degli anni Novanta, Il tocco del male, in cui, con un semplice tocco di mano o di qualsiasi parte del corpo, sulle note di Time Is On My Side dei Rolling Stone, qualcuno che era probabilmente il Diavolo passava di corpo in corpo.
Qui la risposta arriverà. E avremo anche un volto. E segnerà l’entrata in scena di un personaggio di cui non vogliamo parlarvi, perché rovinerebbe la visione del film. Quello che possiamo dirvi, perché già reso noto, è che in scena ci sono personaggi storici come Mark Ruffalo nei panni del “mite” professore Bruce Banner (che, però, come sapete, è anche Hulk…), personaggi più recenti di cui ci siamo già innamorati, come la Vedova Nera di Florence Pugh (che riceve i suoi ospiti nel suo “ufficio”, nuda in una piscina, in uno dei momenti più sexy e divertenti del film) e nuovi ingressi come Frank Castle, alias The Punisher, eroe scorretto e complementare a Spider-Man.
La costruzione di Spider-Man: Brand New Day è molto interessante, perché permette di aprire molte porte. Trame e sottotrame, ma anche i personaggi entrati in scena, fanno sì che la storia possa continuare con il quinto film di Spider-Man, che arriverà, nei film collettivi degli Avengers (il primo Avengers: Doomsday, è in uscita a dicembre, e anche in nuovi film dedicati ai vari personaggi che vediamo in scena. Il nuovo Spider-Man è un continuo crossover tra storie e mondi. Che la storia andrà avanti ce lo dice la scena post-credit, che stavolta è una sola e poco significativa. Ma quello che conta è che continuerà nei prossimi film. Grandi poteri, grandi responsabilità. Grandissimi poteri, grandissime responsabilità. E, a quanto pare, grandi film.
di Maurizio Ermisino per DailyMood.it
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Cine Mood
Couture: Angelina Jolie ci fa entrare nella maison Chanel, dove moda e vita reale si incrociano
Published
4 settimane agoon
28 Luglio 2026
Come si sfila per le varie maison di moda? Per Chanel si sfila in modo più rilassato, professionale. Per Louis Vuitton si sfila in modo più aggressivo, veloce, muovendo con forza i fianchi. È un dialogo tra alcune modelle che vediamo in scena in Couture, il nuovo film di Alice Winocour con Angelina Jolie, Louis Garrel, Vincent Lindon, Ella Rumpf e la rivelazione Anyier Anei, modella e attivista qui al suo debutto cinematografico. Vedremo il film al cinema dal 26 agosto, distribuito da Plaion Pictures.
Angelina Joline è Maxine, regista, arrivata al success con un film di vampiri. Anzi, un film su una donna vampiro che si vendica in questo modo di tutte le donne che sono state vittime nei film horror. Arriva a Parigi, chiamata dalla maison Chanel per girare il film che aprirà la sua sfilata. La moda è inutile e necessaria per lei, che si presenta vestita di nero, poco curata. Ma accetta di girare quel film. Ne ha bisogno e lo trova stimolante. Nel frattempo, però, scopre di essere malata. E la sua vita cambia. Anche la sua esperienza a Parigi acquista un altro senso. La sua storia si intreccia con quella di Ada, una modella esordiente sudanese (Anyier Anei). La maison vuole farne suo volto, ma lei non è convinta di voler fare questo nella vita. Ad aiutarla c’è una giovane truccatrice (Ella Rumpf), con il sogno di fare la scrittrice.
Couture è stato girato durante la Settimana della Moda a Parigi, nella maison Chanel, nelle sartorie dai ritmi febbrili, sui set fotografici, negli appartamenti delle modelle. I marchi e nomi sono presenti con parsimonia, ma la frenesia di quel mondo ci arriva tutta. Ci sono gli abiti e le sfilate, gli stilisti e i fotografi, le sarte e le truccatrici. Ma quello che esce è un ritratto in fondo poco glamour. Alice Winocour punta piuttosto a farci vedere il duro lavoro, i retroscena, i dubbi e le contraddizioni. Vediamo soprattutto il mondo che c’è dietro le passerelle, il ritmo di tutti i giorni. È un film che intreccia pubblico e privato. Perché mentre vediamo la grande macchina andare avanti, assistiamo a tre storie private, a loro modo drammatiche. Ci sono le paure, ci sono i dubbi, ci sono i sogni. C’è la stanchezza psicologica. E c’è quella fisica, con i pedi delle modelle che a fine giornata vanno messi nel ghiaccio.
Couture è dominato dai toni del bianco. Sono quelli degli abiti scelti per la collezione, sono quelli delle luci chiare delle sartorie, ma anche degli ambulatori dei medici e degli scarni appartamenti in cui vivono le modelle. Quello che ci arriva da Couture è un mondo della moda che non è più distante e distaccato, ma più vicino a noi. È un mondo che è allo stesso tempo incantato, ma anche molto concreto. È una delle rare volte che si ha la possibilità di viaggiare dietro le quinte, di andare oltre la passerella e le foto. Per questo Couture è una visione da non perdere. Con un finale e un sottofinale catartici e carichi di simbolismi.
In quella che è una messa in scena naturalista, in qualche modo, ma non completamente, vicina al documentario, a colpire sono le interpretazioni femminili. Angelina Jolie (qui anche produttrice) nel ruolo di Maxine è empatica, emotiva, luminosa, magnetica come non la vedevamo da tempo. Quello dell’attrice americana è un gradito ritorno. Ma brillano anche la bellezza dell’attrice africana Anyier Anei e l’intensità e l’umanità di quello di Ella Rumpf, la sognatrice del gruppo. Couture è un film da vedere. Per guardare poi la moda con altri occhi.
di Maurizio Ermisino per DailyMood.it
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Sheep In The Box: Hirokazu Kore’eda ci parla di Intelligenza Artificiale e sentimenti
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4 settimane agoon
28 Luglio 2026
“Non siete il passato degli esseri umani, ma il futuro”. È una frase che viene detta a proposito degli automi al centro di Sheep in the Box, il nuovo film di Hirokazu Kore’eda, maestro del cinema giapponese e Palma d’Oro per Un affare di famiglia. Dopo la presentazione in Concorso al Festival di Cannes 2026, il film arriva nelle sale italiane dal 27 agosto, distribuito da Lucky Red e Bim Distribuzione. Quella del futuro degli umani, ormai evoluti in esseri di Intelligenza Artificiale era il finale di A.I. – Intelligenza Artificiale, il film di Steven Spielberg del 2001. E, come vedrete, questo film riprende proprio lo spunto del capolavoro di Spielberg, ma prendendo una strada completamente diversa.
Interpretato da Haruka Ayase, Daigo e dal giovane Rimu Kuwaki, il film è ambientato in un futuro non troppo lontano e racconta la storia di Otone e Kensuke, una coppia che, dopo aver perso il figlio, accoglie nella propria casa un robot umanoide identico al bambino scomparso. La compagnia che se ne occupa si chiama Re-Birth, rinascita, e il suo simbolo è la falena luna, una farfalla che la leggenda vuole essere portatrice delle anime dei defunti. Ma chi sono questi della Re-Birth? Avvoltoi che credono di fare fortuna sui dispiaceri altrui? O benefattori in grado di alleviarli?
A.I. – Intelligenza Artificiale, tratto da un racconto da Brian W. Aldiss, nelle mani di Spielberg era diventata la storia di Pinocchio di Collodi, con tanto di personaggi e snodi simili. Qui, per tutta la prima parte, ci sono pochi personaggi di contorno e il focus è sui genitori e il bambino. E, anche nella seconda parte, quando entrano in scena altri personaggi, sono sempre funzionali ai tre personaggi centrali. Kore’eda, qui, lascia fuori tanti dei discorsi di Spielberg, come la paura e la contestazione nei confronti degli automi, tiene a freno svolte narrative ed emotività, in modo che il pubblico possa concentrarsi sulla riflessione e sulla questione etica e morale. Non si pensa quasi mai a Spielberg durante tutta la visione del film. E questo è sicuramente un punto a favore del regista giapponese. Punti di partenza simili, svolgimenti diversi portano al risultato di due grandi film, ognuno a suo modo. C’è anche qualcosa di Blade Runner, in Sheep In The Box. È così quando si parla di ricordi. Quelli del piccolo automa sono quelli impiantati artificialmente, presi dalle foto, come per i replicanti del film di Ridley Scott.
Sheep In The Box vive su una continua dialettica – o uno scontro – tra due piani. Da un lato quello emotivo, quello che prova a immaginare il dolore di due genitori per l’aver perso un figlio e l’elaborazione del lutto. Un piano che Kore’eda mette in scena con un tono rispettoso, tenue e crepuscolare. L’altro piano è quello intellettuale, più freddo, la riflessione etica e filosofica su una tecnologia che ogni giorno diventa più avanzata, un misto di robotica e Intelligenza Artificiale. Una tecnologia che oggi può fare quasi tutto. Ma che, forse, non può colmare gli affetti, lenire i rimpianti, riparare i sentimenti.
Su due diversi piani, almeno all’inizio, vivono anche i genitori. La madre sembra essere entusiasta di avere a casa di nuovo il proprio figlio, ben consapevole di mettere in scena una finzione. Il padre è decisamente scettico: chiama il bambino automa un ‘roomba’, un evidente riferimento a un noto robot domestico, e gli dice di non chiamarlo papà – in fondo non lo è – ma ‘signore’. Credere o non credere, questo in fondo è il dilemma. Lasciarsi andare o meno. È una questione di fede. Come in tutte le cose della vita. E anche noi che vediamo il film siamo combattuti tra questi due punti di vista. Ma il dubbio è anche un altro. Come va trattato quel ‘bambino’? Come un vero figlio o come un succedaneo? Conviene stare al gioco o no? E ancora: le preoccupazioni di un genitore, nel caso di un figlio automa, devono essere le stesse di un bambino in carne ed ossa? Ma il film è un continuo porsi domande. Che siano di natura etica e filosofica o che siano proprio sullo sviluppo del racconto, il film si segue sempre con l’attenzione alta. Perché non sappiamo mai dove potrà portarci questa storia. E questo è sicuramente un pregio del film, in cui ogni svolta narrativa non è mai scontata.
“Preferisco le decisioni sofferte. Se non soffro non sono contenta”. È quello che dice, a un certo punto, la madre. Ed è chiaro che Sheep In The Box è anche un film sulla sofferenza umana. Il finale del film è inaspettato, ma, in fondo, è nella logica delle cose, e quindi perfettamente coerente con la storia. I due protagonisti si sentono spiazzati. Ma poi ci pensano, per arrivare alla conclusione che “prima o poi succede a tutti i genitori. Forse”.
di Maurizio Ermisino per DailyMood.it
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